venerdì 16 novembre 2018

Lo Stato himalayano del 100% biologico - Isabella Troisi



Nell’India Nord Orientale, tra le montagne dell’Himalaya, c’è un piccolo Stato che nel giro di quindici anni è riuscito a convertire la propria agricoltura ad un modello 100 per cento biologico. Il Sikkim è riuscito a dimostrare al mondo che passare ad una agricoltura interamente biologica è possibile. Navdanya, l’associazione fondata circa trent’anni fa in India dalla Vandana Shiva, ha contribuito a questa transizione e, assieme al primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, ha annunciato di voler avviare un progetto per un Himalaya al 100 per cento biologico. Il Sikkim ha dimostrato che una transizione verso sistemi agroalimentari interamente biologici è possibile ed è per questo che  la FAO, il WORLD FUTURE COUNCIL e IFOAM ORGANICS INTERNATIONAL hanno insignito il Sikkim del prestigioso Future Policy Award, premio dedicato alle migliori politiche globali per l’agroecologia.
L’esperienza del Sikkim dimostra che il cammino verso l’Agroecologia può avere successo solo se riesce a coinvolgere i territori, le comunità e chi da sempre lavora, rispetta e conosce la terra: i contadini. Un modello che è ora pronto ad essere esportato in tutto il mondo. Il Sikkim dimostra che è necessario partire dalla valorizzazione delle potenzialità e risorse delle realtà locali. In quest’ottica, Navdanya International e l’Associazione Culturale i Sardi a Roma (ACRASE, Maria Lai) in collaborazione con la Regione Autonoma della SardegnaSardigna Terra Bia, FASI (Federazione Associazioni sarde in Italia) e il Mercato Contadino dei Castelli Romani hanno deciso di organizzare, nelle giornate del 17 e 18 Novembre, presso la Città dell’Altra Economia a Roma, il Festival “CIBO PER LA SALUTE – MANDIGU PRO SA SALUDE”, un evento dedicato al cibo genuino e chi lo produce.

Dalla Rivoluzione Verde in poi, si è affermato, come un mito quasi indiscusso, che sfamare la crescente popolazione mondiale senza il ricorso alla chimica e all’agricoltura industriale sia impossibile. Lo stato del Sikkim, con la conversione di più di 75 mila ettari di terreni agricoli dal convenzionale al biologico, si pone come prova concreta di come tale conversione sia non solo praticabile ma anche vantaggiosa: con il passaggio all’agricoltura biologica le aziende agricole sono risultate del 20 per cento più produttive rispetto a quelle convenzionali. La ricetta vincente del Sikkim è stata di combinare ingredienti semplici ma efficaci. Tra le misure adottate, spiccano il divieto di vendita di agenti chimici con previsione di severe sanzioni per le inadempienze, l’investimento sull’educazione ecologica delle future generazioni e il sostegno statale ai costi delle Certificazioni di Biologico per i primi tre anni.
Navdanya, che da anni con la fondazione dell’Università della Terra e la creazione in India di oltre 120 banche dei semi, promuove nel concreto sistemi di produzione agroecologici, ha contribuito a questo processo offrendo gli strumenti per la formazione degli agricoltori e dei responsabili istituzionali del settore agricolo. Con la recente pubblicazione del “Manifesto Food for Health: Cibo per la salute”, un documento programmatico che vuole porsi sia come strumento di divulgazione dei limiti e dei rischi dell’industria agroalimentare, sia come base di partenza per una mobilitazione sociale, Navdanya International ha dato inizio alla Campagna Food For Health (Cibo per la salute).
I cittadini e gli abitanti della terra iniziano a rivendicare il diritto e l’accesso ad un cibo che sia sano, locale, genuino, naturale, tracciabile e libero da veleni. La condivisione di conoscenze e saperi/sapori provenienti dai territori, è un primo passo per creare l’alternativa  per  dimostrare che esistono alternative concrete all’agricoltura intensiva ed industriale. Dal Sikkim, all’Italia, dai contadini himalayani ai contadini del Lazio e della Sardegna, i fatti parlano chiaro: un’altra agricoltura, biologica, locale, biodiversa, sana, buona per le persone e per l’ambiente è possibile e la chiave per il cambiamento risiede nelle conoscenze di chi lavora la terra, nel valorizzare e promuovere le pratiche ecologiche territoriali, nella riscoperta di modi altri per nutrirsi e produrre.

Vendesi paese. Il Niger nel mercato - Mauro Armanino





Vendiamo le migliori cipolle del Sahel. Per imparare a piangere più in fretta quando occorre. Vendiamo carne di ottima qualità, troppo cara per le famiglie povere dei quartieri della capitale Niamey. Nel mentre si progetta di costruire una delle macellerie con le celle frigorifere più importanti della regione. Vendiamo la sabbia a chiunque voglia installarsi, con garbo, nello spazio saheliano. Del vento neppure a parlarne: arriva gratuito e dunque si offre a prezzo scontato, secondo le circostanze. E’offerto a cittadini e residenti occasionali quasi a ogni stagione dell’anno. Il turismo, lui pure in vendita, è stato spazzato via dalla storia dei rapimenti di occidentali e dai gruppi armati del Nord del paese che della non pace hanno fatto il loro business.
Vendiamo migranti ai migliori acquirenti della piazza. Agenzie umanitarie, ONG improvvisate al momento, associazioni, club amatoriali, giornalisti d’inchiesta, ricercatori, antropologi, autisti, commercianti all’ingrosso e al dettaglio, militari e strateghi. Tutti in cerca di loro, meglio se irregolari, illegali e clandestini: saranno meglio apprezzati dal mercato. Gli specialisti di diritti umani, quelli per curare i traumi post migratori, gli addetti al rimpatrio, gli assistenti sociali, i salvatori del deserto col telefono giallo-sabbia e infine coloro che denunciano gli abusi nei campi di detenzione.
Ad ognuno il suo tornaconto e i fondi per alleviare le conseguenze delle politiche migratorie. Un mercato senza fine, se mettiamo insieme gli addetti ai controlli del territorio.
Vendiamo agli interessati la nostra posizione strategica. Nel cuore del Sahel, appena sotto la Libia contesa e divisa per convenienza, l’Algeria che deruba e espelle migranti, rifugiati e affini, e financo del Mali che è come l’autostrada della cocaina, delle armi e dei gruppi armati. La Nigeria che grazie a Boko Haram trova argomenti sempre attuali per aggiungere armi e capitali alle sue truppe. Il Burkina Faso che esporta il tradimento della rivoluzione e ai confini col Niger c’è una terra di nessuno da occupare. Gli esperti militari fanno incontri, piani, progetti e domandano finanziamenti per intervenire. Tanto finché c’è guerra c’è speranza che tutto cambi affinché tutto rimanga come prima. Siamo una garanzia di stabilità in un contesto friabile, minaccioso e dunque idoneo a rassicurare gli investitori occidentali e cinesi del Sahel.
Vendiamo con consumata perizia le nostre frontiere. Milioni di euro per formare i nostri addetti ai controlli. Ora si stanno organizzando persino strutture mobili che, nel deserto di sabbia e di sassi, potranno catalogare, individuare, classificare e schedare per sempre coloro che oseranno passare le frontiere senza il permesso di farlo. L’Olanda con 4 milioni di euro e la Germania con 6 hanno recentemente promesso di finanziare le compagnie mobili per il controllo delle frontiere (CMCF). La lotta alla criminalità e quella alla migrazione irregolare sono equiparate, assimilate e infine soldati. Il finanziamento del progetto si inscrive nel quadro delle azione dell’Unione Europea nel Niger come gesto politico ‘forte e inequivocabile’.
Vendiamo, infine, quello che mai dovremmo vendere. La dignità di un popolo di sabbia che meriterebbe ben altro che l’ultimo posto nell’indice di sviluppo umano. Vendiamo la politica, la sovranità, l’economia, la storia e il futuro dei figli nati in questa porzione di mondo. Vendiamo ciò per cui altri hanno dato la vita, per quanti hanno creduto in un Paese più eguale, per chi, anche solo per una stagione, ha sperato che la storia prendesse un’altra direzione. Vendiamo persino Dio a coloro che sono persuasi di sapere meglio di Lui cosa significhi essere credenti. Vendiamo ai commercianti di turno le parti migliori della Costituzione che riconosce in ogni cittadino il depositario della sovranità. Vendiamo, senza battere ciglio, quanto rimane della giustizia che una volta sembrava spuntare dalle indipendenze.
L’unica realtà che non si può vendere nel Paese è la sofferenza dei poveri perché non ha prezzo.

giovedì 15 novembre 2018

La California ingoiata dalle fiamme - Maria Rita D’Orsogna


Una delle città rase al suolo si chiama Paradise. drammaticamente ironico, no? Finora oltre 31 morti, oltre duecento dispersi, trecentomila evacuati, settecento chilometri quadrati di terra in fiamme, dall’oceano fino a San Francisco.
È stata una delle estati più calde della California del sud. Per la città di Los Angeles il luglio più caldo di sempre, con una media giornaliera di 31 gradi in alcune località interne e di 25 al mare. Questo vuol dire medie sul giorno e sulla notte, che per qui sono numeri elevati.
È autunno ora: sempre in California nelle settimane fra ottobre e novembre ci sono venti e clima secco, sterpaglie dall’estate che è facile che prendano fuoco. Ma adesso è tutto più intenso, grazie al clima che cambia. Appunto, l’estate è più calda, l’umidità minore, i venti più forti. E poi c’è da considerare che nel corso degli anni sono aumentati i residenti, si costruisce sempre di più in zone boschive. Ed ecco qui il risultato: basta un nonnulla per scatenare incendi rapaci.
Dei venti principali incendi della storia della California, quindici sono stati registrati fra il 2000 e oggi. Un anno fa accadeva esattamente la stessa cosa.
La stagione degli incendi inizia prima e finisce più tardi, le temperature aumentano, la primavera arriva prima. Non c’è più il ciclo degli incendi di un tempo. La pioggia arriva sempre di meno. E c‘è un fenomeno che da queste parti chiamano “negative rain“; cioè piove cosi poco, che sarebbe meglio che non piovesse per niente. La scarsa pioggia infatti causa la temporanea apparenza di verde, erba e sterpi, che però seccano subito e alimentano incendi alla grande; e quindi invece di poca pioggia è meglio zero pioggia, dicono gli esperti.
Gli incendi di questi giorni, il Woolsey di Malibu e il Camp Fire di Butte County nel nord della California, sono considerati fra i più violenti della storia di questa terra e non sono neanche stati spenti.
Uno deve pensarci bene: 300.000 sfollati, come una intera cittadina di medie dimensioni in Italia: tutta Malibu è stata sfollata, pure Lady Gaga e Kim Kardashian sono dovute andare via.
Che fare? Bella domanda. Per prima cosa rendersi conto che i cambiamenti climatici sono veri, causati da noi, e che se non facciamo niente tutte queste saranno storie non di tutti gli anni, ma di tutti i giorni.
https://comune-info.net/2018/11/la-california-ingoiata-dalle-fiamme/

domenica 11 novembre 2018

Dipendenza da web, nell'era 3.0 il 32% dei giovani passa 4 ore al giorno online - Anna Rita Cillis



(da Repubblica.it)

CONNESSI più ore al giorno. Troppe. Per usare le parole di Daniele Grassucci, co-fondatore del portale Skuola.net: "Non è possibile tornare indietro, ma la cosa che possiamo fare è utilizzare gli strumenti tecnologici con una consapevolezza diversa cominciando anche a monitorare quelli che sono gli effetti di un uso non regolamentato ed educato di questi mezzi e riportarli in un alveo corretto. Come accade nel mondo analogico, dove si insegnano ai figli a guardare ai pericoli con le attenzioni del caso, così si dovrebbe fare anche nel mondo digitale". La sua non è una dichiarazione estemporanea ma arriva durante la presentazione dell’ultima ricerca fatta dall’associazione nazionale Di.Te, che si occupa di tecno-dipendenze, realizzate con il supporto del portale per studenti (di cui Grassucci è anche direttore). Un lavoro spalmato su 23.166 giovani (oltre 9 mila i maschi, quasi 14 mila le ragazze) tra gli 11 e i 26 anni, che spalanca le finestre sull’utilizzo che ne fanno gli under-30 delle nuove tecnologie, ripercussioni sulla vita sociale e personale incluse.

• IPERCONNESSI 
Se da una parte non è una novità che i ragazzi  – ma anche molti adulti – vivano iperconnessi, dall'altra sembrano ancora poco fruttuosi gli avvertimenti, i moniti e i consigli fin qui elargiti per arrivare a un uso consapevole di smartphone, tablet pc e altro. Almeno se si prendono come riferimento i  numeri di questo lavoro presentato a poche ore dalla "Seconda giornata sulle dipedenze tecnologiche" che si apre a Roma (Auditorium Massimo) sabato mattina e alla quale parteciperanno, tra gli altri, oltre a Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e presidente dell'Associazione nazionale Di.Te, lo psicanalista Massimo Recalcati e Federico Tonioni, da anni responsabile dell’Ambulatorio sulle dipendenze da sostanze e comportamentali del romano policlinico Gemelli.

• I NUMERI
I ragazzi, dati alla mano sono iperconnessi, soprattutto in alcune fasce di età. In media, rivela la ricerca dell'associazione tra gli 11 e i 26 anni spendono online tra le 4 e le 6 ore il 32,5% degli intervistatiPiù del 17% del campione resta connesso tra le 7 e le 10 ore. Supera le 10 ore quasi il 13% degli intervistati. Entrando nel dettaglio si nota che dagli 11 ai 14 anni circa il 12% delle femmine e il 10% dei maschi dichiarano di passare più di 10 ore al giorno online, la percentuale sale rispettivamente al 35% e al 20% intorno ai 26 anni. In tutte le fasce di età indagate, invece, emerge che controllare lo smartphone con una frequenza di 10 minuti è l'esigenza di circa il 40% dei ragazzi. Dichiara di farlo il 40% delle femmine e il 27,6% dei maschi tra gli 11 e i 14 anni, il 45,4% delle ragazze e il 38, 8% dei ragazzi tra i 15 e i 17 anni, il 46,8% delle giovani e il 38,1% dei loro coetanei dell'altro sesso tra i 18 e i 20 anni. Dai 21 ai 26, invece, iniziano a guardarlo quasi nel 30% dei casi, sia maschi sia femmine, con una frequenza intorno ai 30minuti.

• SEMPRE PIU' DISTRATTI
Tempo speso online ma a discapito della capacità di attenzione, che per gli esperti nel frattempo è drasticamente diminuita. Se fino a qualche anno fa durava anche più di 20 minuti, "oggi potremmo paragonarla a quelle di un pesce rosso, che riesce a stare concentrato per 9 secondi", commenta Lavenia. Con un costo sulla vita di relazione: "Questi comportamenti, in alcuni casi compulsivi e che potrebbero evidenziare un ipercontrollo oltre che un'iperconnesione, hanno un prezzo elevatissimo: aumentano la distanza relazionale fra noi e gli altri.

• VITE ON LINE
La vita offline non è uguale a quella online: nella prima si utilizzano tutti i sensi, si attivano meccanismi psicofisici diversi", rimarca Lavenia. Ma non è tutto: "Anche la capacità di provare sentimenti ne risente. Sì, perché emozioni e sentimento non sono la stessa cosa. La prima è frutto di un momento, mentre il secondo richiede tempo, intuito, capacità di coltivare la relazione e di farla crescere, aggiunge Grassucci "la dimensione digitale non è più trascurabile né etichettabile come solo virtuale: questo concetto, infatti, rimanda a una realtà che non esiste o che è in potenza. Ma, invece, si tratta di una dimensione reale e che ha sue precise caratteristiche nell'ambiente digitale, ha una sua identità e sue modalità di interazione. Dunque, va a modificare le capacità di espressione personale, di relazione, di ascolto di sé e dell'altro. Il problema oggi è prendere consapevolezza che la tecnologia ha le sue dimensioni pervasive che ci hanno portato de facto ad avere una sfera digitale nella quale l'essere umano è immerso per un numero di ore significativo, come si evince dai dati, ed è quasi paragonabile a quelle in cui è immerso nella realtà analogica sensoriale".

LEGGI - Insegnare ai figli ad affrontare lo stress, così crescono in piena autonomia

• QUELLO CHE I FIGLI NON DICONO
Ma quanto raccontano i ragazzi ai loro genitori di quello che fanno in rete? In media - esce dallo studio -  dichiarano di non farlo mai il 18,5% delle ragazze e il 20% dei ragazzi minorenni tra gli 11 e 17 anni. Nella stessa fascia di età, lo fa “ogni tanto” il 30% del campione, mentre solo il 20% coinvolge raramente  mamma e papà su quanto fa sui device. "Questa è una ricerca che abbiamo condotto insieme a Skuola.net su un ampio campione di ragazzi, ma nell'indagine precedente in cui abbiamo intervistato 1.000 adulti tra i 28 e i 55 anni e 1.000 giovani tra i 14 e i 20 anni abbiamo rilevato che nel 38% dei casi la risposta dei genitori ai figli che chiedono loro di parlare è “un attimo”. Spesso, rispondono così perché sono loro i primi a essere affaccendati sul loro smartphone", riprende Lavenia per il quale «si dovrebbe iniziare a riparare a questi momenti che vengono percepiti dai figli come disconferme, disvalore. I ragazzi non si sentono importanti per i genitori e questo li fa chiudere in se stessi. La condivisione, così, verrà sempre più a mancare. Si deve stabilire un momento in famiglia in cui tutti i telefoni e tutti gli strumenti digitali che possono avere una connessione rimangono spenti o silenziosi senza vibrazioni o distrazioni di sorta. In quel tempo si parla, si discute, ci si confronta. Un'altra cosa a cui noi dell'Associazione Di.Te. ci stiamo interessando da tempo sono i Disconnect Day, momenti nelle città in cui per qualche ora le famiglie depositano il cellulare e fanno attività che li riportino a sensazioni legate al corpo e all'ascolto degli altri. Oggi, quest'aspetto è pressochè assente in alcune realtà». Se poi si chiede ai ragazzi tra gli 11 e i 17 anni se i genitori controllano le loro attività online, quasi il 50% di loro dice di no. "L'avvento del digitale ha avuto un'evoluzione molto veloce, bisognerebbe lavorare anche sulla consapevolezza di quelli che sono i rischi di un uso non equilibrato. Sia per i ragazzi sia per gli adulti", avverte Daniele Grassucci.

• CYBERBULLISMO 
La ricerca  ha messo in luce anche un altro dato sul quale riflettere: quasi il 15% del campione ha detto che riceve di tanto in tanto commenti offensivi sulle chat o sui social network, e la stessa percentuale di giovani risponde pan per focaccia a queste vessazioni. Più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, però, non parla ai propri genitori di queste esperienze spiacevoli. Scende di due e quattro punti la percentuale, se si va a leggere i dati relativi rispettivamente ai giovani che hanno tra i 15 e i 17 anni e tra quelli compresi tra i 18 e i 20 anni. "Il cyberbullismo è un fenomeno che ci deve tenere sempre in allerta. Dovremmo fare ancora più prevenzione nelle scuole e ritornare a dare valore al corpo, all'empatia, far comprendere ai ragazzi come stanno quelli che vengono aggrediti con parole di odio o offese. Dovremmo, insomma, ritornare ai sensi, per sensibilizzare. Ma stando così tante ore online i sensi vengono poco allenati, dunque voglio ribadire ancora una volta l'importanza dello strumento del detox tecnologico condiviso in famiglia. Basterebbero 3 ore a settimana per iniziare e il tempo della cena come sana abitudine", dice Lavenia. E un aiuto concreto potrebbe arrivare, per Grassucci "anche dal sistema scolastico che dovrebbe lavorare sull'uso delle tecnologie".

domenica 4 novembre 2018

FANGHI TOSSICI NEI CONCIMI: IL “GOVERNO DEL CAMBIAMENTO” ALZA I LIMITI DI LEGGE


Adriana Pollice intervista Angelo Bonelli (*)

Nel dl Urgenze, che approda lunedì all’esame dell’aula in Senato, il governo ha inserito l’articolo 41 relativo allo smaltimento dei fanghi da utilizzare come concime in agricoltura.
La norma innalza di 20 volte, da 50 a 1.000 milligrammi per chilo, il limite da non superare per elementi come gli idrocarburi policiclici aromatici, Toluene, Selenio, Berillio, Arsenico e Cromo.
Secondo il componente della federazione dei Verdi, Angelo Bonelli, «il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il governo giallonero dovranno spiegare agli italiani perché compreranno cibi coltivati in terreni inquinati al solo scopo di fare un favore ai fanghisti, cioè alle imprese che trattano i fanghi, un settore concentrato nelle regioni care alla Lega».
Bonelli, cos’è che non va nell’articolo 41?
È una sanatoria di diossine, Pcb, arsenico.
Ex magistrati come Gianfranco Amendola, esperto in normativa ambientale, e tutto il settore dell’agricoltura bio sono in rivolta.
La direttiva europea e la legge italiana approvata nel 1992 prevedono che i fanghi di depurazione destinati all’agricoltura con una funzione concimante e ammendante non debbano contenere sostanze tossiche o nocive persistenti e/o bioaccumulabili in concentrazioni dannose per il terreno, per le colture, per gli animali e per l’uomo.
La norma non prevedeva la presenza di diossine (che si accumulano e non dilavano), Pcb e altre non per un vuoto normativo, ma perché si tratta di sostanze che negli scarichi civili non dovrebbero esserci.
Ma il testo prevede che si debbano fare le analisi così si smaschererà chi inquina.
Nell’articolo 41 per il Toluene c’è un limite di 200 volte maggiore rispetto a quello fissato dal decreto legislativo 152 del 2006 (che fissa i limiti oltre i quali scatta l’obbligo di bonifica dei terreni): da 0,5 milligrammi per chilo a 100.
La tolleranza viene fissata a 20 volte in più per gli Ipa.
Per i Pcb viene alzata la soglia di 13,3 volte, un dato particolarmente grave perché sono fuorilegge dal 1984 essendo cancerogeni.
Per i Pcdd/Pcdf (cioè le diossine) il limite passa da 10 nanogrammi per chilo a 25 ossia ben 2,5 volte maggiore.
Prevedere per legge la presenza di diossine e Pcb non vuol dire, come dice Costa, che la norma è stata fatta per trovare gli inquinanti ma significa autorizzarne la presenza.
Che impatto avrà l’articolo 41 sui processi in corso?
Negli ultimi tre anni sono state sequestrate 15 aree agricole e tonnellate di fanghi tossici, circa 50 persone sono state indagate o arrestate dalle procure, in alcuni casi anche dalla Dda, in procedimenti che riguardano Lombardia, Veneto, Liguria e Toscana. Imprese e indagati avranno tutti un beneficio grazie al governo perché l’articolo 2 del codice penale stabilisce il principio del «favor rei», cioè se cambia la normativa si applica quella più favorevole all’imputato.
Si tratta in sostanza di un articolo «ammazza processi». In Canada per le diossine il limite è 4 nanogrammi, in Svizzera è vietato utilizzare questo tipo di fanghi come fertilizzanti.
Costa sta facendo il notaio di decisioni altrui.
Un emendamento però aggiunge che la norma sarà rivista, «si auspica» entro l’anno prossimo.
Ma quando l’hanno scritta «la natura transitoria» non c’era, dal testo si capisce che è stata ideata per disciplinare la materia in via definitiva.
Per capire la gravità basta ritornare al caso di Vincenzo Fornaro, un allevatore di Taranto. Nel 2008 è stato costretto ad abbattere mille tra pecore e vacche, 30 dipendenti licenziati, perché c’era diossina nel suo latte e nei formaggi.
Sull’erba da foraggio la concentrazione di diossina trovata era di 10,1 nanogrammi, meno della metà di quello che viene consentito adesso.
E rispetto all’articolo 25, che prevede la sanatoria per gli edifici dei tre comuni che hanno subito il sisma a Ischia?
È un condono tombale peggio dei precedenti perché mette anche a disposizione i fondi pubblici per ricostruire gli edifici abusivi, utilizzando norme più permissive persino del condono Berlusconi. Significa che ville di lusso verranno sanate aumentando di valore, un affare per gli speculatori.
Sarà un cavallo di Troia, che potrà essere utilizzato più avanti in altri territori. I 5S utilizzano l’ambiente solo per propaganda elettorale.
(*) Tratto da “Il Manifesto”, 2/11/18.

sabato 3 novembre 2018

L’inferno - Rebecca Rovoletto



Nella giornata di domenica arrivano i comunicati di Prefetture e Protezione Civile delle province del Veneto. È allerta rossa per maltempo. Seguono immediate le ordinanze dei moltissimi sindaci che chiudono in via precauzionale le scuole di ogni grado per le due giornate successive. A sera leggo un bollettino del Centro Meteorologico Lombardo:
“Dopo la temporanea attenuazione delle precipitazioni in queste ultime ore di domenica, nella giornata di lunedì 29 ottobre 2018 è attesa la fase più acuta e potenzialmente critica di questo severo episodio perturbato. Siamo particolarmente in imbarazzo nell’emettere questa previsione, perché è la prima volta che la modellistica numerica ci mostra una sinottica così impressionante per intensità dei contrasti e soprattutto per estensione della fenomenologia. Da sempre condanniamo nel modo più assoluto l’allarmismo sensazionalistico, vera piaga dell’informazione meteorologica sul web. In questa particolare situazione, tuttavia, non possiamo nascondere la nostra seria preoccupazione per l’evoluzione meteorologica attesa lunedì sul Nord Italia”-
La situazione è seria e le proiezioni meteo fanno paura: le condizioni sono sovrapponibili a quelle del novembre 1966, dicono, l’anno delle terribili alluvioni in Toscana e nel Triveneto.
Normali, in Veneto le perturbazioni arrivano tra ottobre e novembre e segnano il passaggio di stagione. Normali sono le prime forti piogge e le nebbie. Normale è lo scirocco che da sudest solleva i tabarri e le maree. È il momento in cui accendi i primi fuochi di legna e ci arrostisci le castagne. Mal’enorme energia che i familiari flussi atmosferici accumulano per effetto delle temperature fuori controllo in terra e in mare, no, quella non è normaleQuella è opera dell’uomo, della sua dissennatezza.
Giusto i primi di ottobre è uscito il rapporto Speciale IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Il rapporto indica in dodici anni, il 2030, il punto di non ritorno per non oltrepassare la soglia di 1,5°C di surriscaldamento globale – dovuta principalmente alle emissioni antropiche di gas climalteranti come la CO2 – oltre la quale non sarebbe più possibile una inversione di trend, oltre la quale non sono nemmeno prevedibili gli scenari di rischio.
“Uno dei messaggi chiave che emerge con molta forza da questo rapporto è che stiamo già vedendo le conseguenze di un riscaldamento globale di 1°Cquali, tra gli altri, l’aumento di eventi meteo estremi, innalzamento del livello del mare, diminuzione del ghiaccio marino in Artico”, ha detto Panmao Zhai, co-presidente del Working Group I dell’IPCC.
Tra la notte di domenica 28 e l’alba di martedì 30 due masse d’aria potentissime e antagoniste si scontrano nei cieli del Mediterraneo: una cascata d’aria di provenienza artica e una massa tropicale formano una specie di dorsale di risucchio-e-rilascio, la cresta di un’onda supercarica di umidità che punta veloce e dritta sulla penisola. Piogge torrenziali e venti localmente fino ai 200 km/h spazzano l’Italia intera.
Ma sono il centro e soprattutto il nord Italia i più diffusamente colpiti. Perché dopo una corsa spaventosa che ha distrutto tratti di costa e paesi, l’onda trova le Alpi che fanno da diga, ammassando il vapore condensante a ridosso dei pendii, in prossimità dei quali le piogge vengono concentrate ed esaltate nella loro intensità. Venezia, la mia Venezia, va sotto la sua quarta ‘aqua granda’ di sempre, 156 cm: in Basilica si sbriciolano gli intonaci, si staccano i mosaici.

Paesaggi spettrali cominciano a diffondersi nel web e vediamo cosa ne è stato del bellunese e dei suoi borghi, dell’Altopiano di Asiago, delle zone pedemontane e dolomitiche e, più su, del Trentino, della Carnia friulana… Paesi franati, interi boschi abbattuti, strade che non esistono più, reti elettriche e idriche compromesse, non c’è corrente, l’acqua non è più potabile. Ci sono morti e sfollati.
E poi guardiamo i fiumi. “Spetemo a veder cossa riva dalla montagna” diciamo qui in pianura. Perché tutta quell’acqua deve venire giù, ma il mare non riceve per il violento scirocco. I nostri grandi fiumi – il Bacchiglione, la Brenta, l’Adige, il Piave, il Tagliamento – sono alti, grossi, oltre la soglia di guardia, a tratti tracimati. La Brenta viaggia al contrario per 25 km. Il Piave è furibondo, mai visto il Piave così.
I corsi d’acqua minori sbracano, invadono le strade e le case troppo vicine. Acqua, fango e vento flagellano più di tutte la provincia di Belluno. Molti i comuni del Medio Alto Agordino pesantemente colpiti: Rocca Pietore, Alleghe, Cencenighe, Colle Santa Lucia, Livinallongo del Col di Lana, San Tomaso e Taibon, quest’ultimo ha appena perso 700 ettari di bosco per un incendio dovuto a temperature eccessivamente alte e vento. E poi il Comelico e il Cadore. Interi boschi del Cansiglio e del Feltrino rasi al suolo. Il bellunese che conoscevamo per averlo vissuto da vicino non esiste più, un prezioso patrimonio naturale e ambientale distrutto, la memoria cancellata.

Di giorno in giorno si comincia ad avere la percezione reale di cosa ha prodotto diffusamente un fatto climatico estremo. Perché, sì certo, è stato estremo: chi ha seguito i bollettini e le immagini radar ha visto l’ampiezza e l’intensità del mostro che si stava formando. Ma sbagliamo a pensare che estremo significhi eccezionale, cioè che possa capitare ‘eccezionalmente’. Forse un tempo era così, ora non più, ora parlano i fatti.
Negare i cambiamenti climatici è da dementi. Negare la complicità dei comportamenti umani e delle scelte politiche che assurdamente continuano a perseguire questo modello di sviluppo è irresponsabile e pericoloso.
I fenomeni sistemici complessi, com’è la biosfera, funzionano per progressioni esponenziali, funzionano con meccanismi come il collasso ad esempio. Per rallentare e invertire processi fisici e biochimici già ampiamente in atto, e in parte compromessi, bisognerebbe avere una prospettiva di almeno trenta/cinquant’anni. Gli scienziati ce ne danno dodici, che in questa materia vuol dire zero. Vuol dire adesso.
Secondo l’IPCC le emissioni di CO2 nette globali prodotte dall’attività umana dovrebbero diminuire di circa il 45 per cento rispetto i livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050. “Limitare il riscaldamento a 1,5°C è possibile per le leggi della chimica e della fisica, ma richiederebbe cambiamenti senza precedenti”, dice Jim Skea, co-presidente del Working Group III.
Stiamo alimentando una progressione incontrollata di fenomeni climatici estremi e al contempo ci siamo resi vulnerabili con una gestione dei territori e degli ecosistemi scellerata: abbiamo una fragilità idrogeologica enorme, rischi sismici elevati, abbiamo distrutto interi ambiti di mitigazione. Continuiamo imperterriti a costruire, a impermeabilizzare i suoli, a disboscare, a occludere reti di scolo delle acque, a creare isole di calore con cemento e asfalto. Continuiamo a preferire le fonti fossili, a spolpare risorse dagli ecosistemi con mega estrazioni e mega infrastrutture, per mantenere una macchina di consumi insostenibile, globalmente e localmente.
L’11 ottobre a Padova è stato presentato il primo studio “Veneto Adapt – Central VENETO Cities netWorking for ADAPTation to Climate Change in a multi-level regional perspective”, progetto finanziato dal programma comunitario LIFE per circa 3 milioni di euro, che vede la collaborazione di numerosi e partner: dal Coordinamento Agende 21 Locali Italiane, all’Università Iuav di Venezia, alle principali istituzioni metropolitane. Si tratta di un’indagine sulla capacità adattativa locale rispetto ai rischi, specie quello idrogeologico, e l’analisi delle vulnerabilità del Veneto Centrale al cambiamento climatico.
È almeno dagli anni Settanta – dai tempi del Club di Roma, di cui ricorre il 50° anniversario della sua fondazione, ma ricordo anche la pietra miliare di Rachel Carson Primavera silenziosa del ‘62 – che scienziati, economisti e attivisti, diffondono studi e mettono in guardia sui pericoli concreti, sui processi suicidiche abbiamo innescato e che il pianeta non è in grado di sopportare. La questione è sistemica e globale, è in gioco la vita sul pianeta, e a nessun paese al mondo può essere concesso di fare ostruzionismo su scelte e politiche di sopravvivenza.
Perché un disastro sia tale ha bisogno di due fattori contemporaneamente: un evento violento e una vulnerabilità intrinseca strutturale. Si parla tanto di ‘resilienza’, quella che Carlo Infante chiama “intelligenza capace di rimodellarsi alla complessità degli eventi” [(Ri)generazioni urbane, in La nuova ecologia 2013] Ora gli eventi complessi e violenti ce li abbiamo. Non resta che usare questa ‘intelligenza’ e lavorare, rapidamente, sul rafforzamento della capacità di risposta di territori e persone. Questa, e solo questa ora, è l’assoluta emergenza, l’assoluta priorità.


Fonti:
Grazie a tutti gli amici che stanno lavorando, monitorando e informando

da qui 

giovedì 1 novembre 2018

Abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 60% delle specie animali selvagge in quarant'anni - Maria Rita D'Orsogna




We're the first generation to know we are destroying our planet 
and the last one that can do anything about it.


The biggest single thing most of us can 
do is cut down our meat consumption

Ecco qui.

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche' ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e' a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta' delle orche assassine morira' per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e' del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e' in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018. 

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita', basata su acqua pulita e aria respirabile. 

Sono stati studiati gli impatti dell'attivita' umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l'analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e' andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia' in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell'oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell'America centrale e meridionale, con il declino dell'83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e' che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e' il nostro habitat. 

Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l'assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche' non ne parliamo troppo della diversita' che continua a declinare? Perche' e' un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.
Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e' stato sufficente ed occorre fare di piu'.

Si e' gia' parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.
Perche' la cosa migliore e' mangiare meno carne? Perche' la deforestazione e' dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d'acqua, fiumi e laghi sofforono perche' l'acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni. 
Il mondo parlera' di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all'ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita'.
Chissa' quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa' quante parole nel frattempo.

mercoledì 31 ottobre 2018

Povertà. Impostori, complici e passanti - Mauro Armanino



Tutta un’impostura. La Banca Mondiale, esperta e complice dell’impoverimento globale, stila rapporti fingendosi un organismo di beneficenza a cui stanno a cuore i poveri. L’ultimo suo rapporto sulla povertà non lascia alcun dubbio in proposito. Sui 27 Paesi che presentano il tasso di povertà più elevato nel mondo, 26 si trovano in Africa. L’Africa sub-sahariana, secondo il rapporto citato, concentra sul suo suolo, più della metà delle persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno. Ciò significa, secondo la stessa fonte, che 413 milioni di persone su un totale di 736 milioni di poveri nel mondo, nel 2015, si trovavano dalle nostre parti. Il Sahel, da par suo, contribuisce in modo ragguardevole al consolidamento della statistica citata. L’impostura e dunque la menzogna è duplice: nelle statistiche e nei politici di questa parte del mondo. Non si vive di moneta, considerare i dollari come parametro assoluto del governo del mondo è un’impostura. La monetizzazione della povertà è funzionale alle statistiche e ai piani di distruzione strutturale e sistematica delle economie locali. Non entrano nel calcolo la solidarietà, la produzione e il consumo locale, la sobrietà di vita e la povertà che un tempo era ‘conviviale’ come ben ricordava Ivan Illich, prima di diventare monetaria.
L’altra impostura è quella dei politici locali che delle apparenze fanno la politica e della politica un’apparenza. Somigliano a degli impostori che sulla menzogna fondano e perpetuano il loro potere. Si pavoneggiano in opere costose, destinate a infime minoranze di una classe abbiente. Vani concentrati di futilità ad uso e consumo di effimero prestigio. Nello sfondo si evidenzia il reato più grave che un politico possa perpetrare: il tradimento del popolo e cioè dei poveri che del popolo sono il volto. Coltivano i poveri per trarne argomenti utili per i Fondi di Sviluppo che della povertà hanno fatto la loro ragione d’essere e d’operare. Peraltro non sono gli unici ad ambire a questo nome. L’impostura prende pure le strade del terrorismo permanente che, gemellato col banditismo, ha trovato proprio nel Sahel un terreno fecondo per radicarsi e prosperare. Decine di gruppi armati, frazionati, suddivisi e orchestrati per occupare territori, risorse, giovani e futuro ai quali la politica l’ha confiscato. Appaiono labili i confini tra rapimenti, commerci di droghe, armi, persone e frontiere. E allora si cerca di frenare l’esodo verso questi gruppi di affermazione sociale violenta con progetti di aiuto che evidenziano solo l’impotenza. Formazione professionale creazione di posti di lavoro per migliorare le prospettive di vita dei giovani. Dieci milioni di euro per i giovani di Diffa, nel Niger.

Quanto alla complicità e dunque ai complici, essa è trasversale. Da parte degli intellettuali che, ormai da tempo, hanno scelto di insabbiare la verità sotto una coltre di pavidità. Da parte di insegnanti, cercatori, giornalisti e attivisti, silenti per troppo tempo rispetto al tipo di visione sociale che si stava disegnando nel Sahel coi gruppi mal definiti ‘djihadisti’. Prediche nelle moschee, cassette, messaggi alle radio e televisioni locali e, prima di tutto interessi economico-religiosi delle correnti salafiste che l’Arabia Saudita ha foraggiato in tutti questi anni. Da parte dei politici, che hanno trescato per anni coi benefici economici delle monarchie del Golfo e i pellegrinaggi alla Mecca. La recente ed efferata uccisione del giornalista dissidente Jamal Khashoggi non è che un epifenomeno della strategia saudita. Il terrorismo, nel Sahel come altrove, porta anche la sua marca. C’è un padre della violenza, neppure troppo nascosto, che ha generato un mostro in una spirale di sangue senza fine. Quante alle reazioni al delitto da parte di Paesi arabi, occidentali, africani e asiatici, sono inconsistenti perché il dio-denaro non esige giustificazioni ma solo sottomissioni.
I passanti sono, infine, quelli che guardano, osservano, transitano, fanno progetti e spariscono dopo qualche tempo. Ma soprattutto tacciono per non disturbare il conducente della nave di sabbia. Sono spettatori degli avvenimenti e cercano in fretta di passare ad altro più attraente dall’oblò dove si sono installati previa prenotazione. Rifuggono dalle domande impegnative e preferiscono le piccole certezze quotidiane della sopravvivenza di cui parla la Banca Mondiale nel suo rapporto. Un dollaro e 90 al giorno per uscire infine dalla povertà.

venerdì 26 ottobre 2018

Qualità del cibo, reazioni/adattamenti ai cambiamenti climatici - Elena Paparelli




Alla base dei cambiamenti climatici previsti nei prossimi decenni, con il riscaldamento globale del pianeta, i crescenti rischi di siccità e gli eventi meteorologici sempre più intensi, sta il rapido aumento della concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera.
In particolare è stato rilevato che la concentrazione di CO2 è aumentata dagli 280 μmol/ml di prima della rivoluzione industriale ai 408 μmol/mol dei nostri giorni.
Inoltre, le previsioni indicano che aumenterà del 30- 40% nei prossimi 40 anni a causa del crescente utilizzo a livello mondiale di carburanti fossili e ai cambiamenti di utilizzo del suolo.
Che incidenza avrà tutto questo sulla qualità del cibo, diritto fondamentale di ogni essere umano?
Ci sono diversi fattori del cambiamento climatico che potrebbero avere un effetto sul cibo – spiega a Voci Globali Ana Islas Ramos, Nutrition Officer della FAO – però è importante notare che gli effetti più marcati sono sulla sicurezza alimentare, e sulla nostra capacità nel produrre e preparare abbastanza cibo diverso e nutritivo per tutti. Certamente il cambiamento climatico ha degli effetti sui nutrienti presenti nel cibo.
In che modo, ce lo spiega la professoressa Anna Maria Giusti, docente di Biochimica e Biochimica della Nutrizione presso la facoltà di Medicina e Odontoiatria dell’Università Sapienza di Roma: “Essenzialmente – dice a Voci Globali- negli ultimi decenni numerosi studi effettuati sull’impatto dell’aumento della CO2 sulla qualità nutrizionale degli alimenti vegetali hanno messo in evidenza che un incremento di CO2 può avere effetti diversi sul contenuto delle piante di macro e microelementi importanti per la salute umana.”
La CO2 è infatti anche la principale fonte di nutrimento delle piante le quali, tramite il processo della fotosintesi, la trasformano in carboidrati e, in ultima istanza, in produzione agricola. “ In aggiunta – continua la Giusti – essa aumenta la resistenza delle piante agli stress ambientali attraverso l’incremento di zuccheri solubili nelle cellule e nei tessuti vegetali (glucosio, fruttosio e saccarosio) e di molecole antiossidanti (flavonoidi, acido ascorbico, carotenoidi, antocianine etc.). Inoltre, un maggiore livello di CO2 sembra migliorare l’efficienza dell’utilizzo di acqua da parte delle piante. L’osservazione dell’aumento della resa di alcune coltivazioni dovute ad un aumento di CO2 è stato riportato in  alcuni ortaggi come lattuga, carote e prezzemolo del 18, 19 e 17% rispettivamente. Ma anche colture come riso, frumento e soia hanno mostrato un aumento di resa del 15 %”.
Un aumento di CO2 promuove l’accumulo di antiossidanti nelle piante, migliorando così la qualità dei vegetali. “I risultati di diversi studi – spiega la Giusti – hanno mostrato che la COatmosferica aumenta il livello di capacità antiossidante totale, di fenoli totali, di flavonoidi totali, di acido ascorbico e di clorofilla b del 59,0%, 8,9%, 45,5%, 9,5% e 42,5%, rispettivamente, indicando un miglioramento nella qualità nutrizionale e salutistica degli ortaggi per via dell’incremento di molecole bioattive con attività protettiva per la salute come viene  ampiamente riportato dalla letteratura scientifica internazionale”.
A fronte di questi aspetti positivi derivati dall’aumento della CO2 va segnalata però una diminuzione del contenuto proteico che può essere di diversa entità a seconda se si tratta di un vegetale a gambo, a radice o a frutto, poiché una elevata concentrazione di CO2 diminuisce la quantità di nitrati all’interno dei vegetali stessi che in ultima analisi limita la sintesi proteica.
Altro elemento negativo sulla qualità nutrizionale dei vegetali, imputabile all’aumento della concentrazione di CO2riguarda il contenuto di sali minerali, micronutrienti essenziali molto importanti per la salute umana.  Una recente revisione sistematica di diversi lavori scientifici ha mostrato che l’aumento di CO2 induce nei vegetali la diminuzione  della concentrazioni di magnesio, ferro e zinco (Mg, Fe e Zn) del 9,2%, 16,0% e 9,4% rispettivamente, mentre restano invariate le concentrazioni di fosforo, potassio, zolfo, rame e manganese (P, K, S, Cu e Mn).
Essenzialmente – dice la Giusti –  gli studi effettuati dimostrano che l’aumento di CO2 può promuovere nei vegetali l’accumulo di zuccheri solubili compreso glucosio e fruttosio e l’accumulo di antiossidanti quali acido ascorbico, fenoli totali e flavonoidi totali, ma ridurre i livelli di proteine, nitrati, Mg, Fe e Zn”.
Ma se questo è il quadro, cosa si può fare per salvaguardare la qualità nutritiva dei cibi?
Ana Islas Ramos non sembra avere molti dubbi: “Diversi attori – afferma – possono fare molto per salvaguardare il nostro cibo. I governi possono, per esempio, cominciare a valutare i rischi e gli impatti climatici nei settori dell’agricoltura, della sicurezza alimentare e della nutrizione per decisioni informate; implementare in maniera giudiziosa misure sanitarie e fitosanitarie per garantire la sicurezza alimentare e proteggere la salute degli animali o delle piante; raddoppiare gli sforzi per fornire acqua e servizi igienico-sanitari sicuri a tutti, ma in particolare alle popolazioni più vulnerabili, contribuendo a ridurre le malattie e i decessi infantili”.
E infine promuovere la diversificazione del cibo: “Gli umani hanno bisogno di diversi nutrienti e componenti bioattivi nel cibo. Un buon modo per ottenere una sana alimentazione è includere nella dieta una varietà di alimenti di alta qualità. Diversificare ciò che coltiviamo e mangiamo è il modo migliore per ridurre al minimo gli effetti del cambiamento climatico sulle nostre diete”.
La rete delle autorità internazionali per la sicurezza alimentare (INFOSAN), gestita congiuntamente dalla FAO e dall’OMS, pubblica quattro volte all’anno un sommario trimestrale che include le principali minacce alla sicurezza alimentare identificate da rischi biologici, chimici e allergenici. (qui l’ultimo rapporto)
Difficile però dire quali saranno le zone del pianeta in cui il cambiamento climatico ha avuto e avrà più incidenza nel modificare le proprietà nutritive del cibo.
Gli effetti del cambiamento climatico– dice Islas Ramos – si vedranno di più, per esempio, sulla disponibilità e l’accesso all’acqua pulita per bere e per preparare alimenti. Un aumento delle temperature può consentire agli insetti nocivi, batteri e parassiti di espandersi in aree in cui non erano presenti prima e anche esporre il nostro cibo a patogeni o tossine. Tutto questo potrebbe evidenziare nuovi problemi di sicurezza alimentare nelle zone un tempo più fredde. Ciò aumenterà il rischio di impatti negativi sulla salute, ma la vera incidenza delle malattie trasmesse dagli alimenti dipenderà dall’efficacia delle pratiche messe in atto per salvaguardare il cibo”.
Su quali saranno i cibi che risentiranno di più del cambiamento climatico risponde la professoressa Giusti: “Molti studi disponibili – spiega – mostrano come l’agricoltura e la produzione di cibo sono intrinsecamente sensibili alla variabilità e ai cambiamenti del clima, sia che dipendano da cause naturali o dalle attività umane, e delineano probabili influenze future dei cambiamenti climatici sulle coltivazioni per la produzione di cibo o di foraggio, nonché altri impatti indiretti sullo stato di salute del bestiame, sul commercio del cibo e dei generi alimentari”.

La rassegna effettuata nel Quinto Rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha mostrato che i recenti andamenti climatici hanno influenzato negativamente la produzione di grano, mais e riso in molte regioni, mentre sulla soia le variazioni sono meno rilevanti. Anche mais, sorgo e miglio hanno risentito negativamente dei cambiamenti climatici pur con grado inferiore.
Anche se l’aumento delle concentrazioni di CO2 e delle temperature può teoricamente favorire le produzioni agricole alle alte latitudini – aggiunge – secondo l’IPCC gli impatti negativi sulle coltivazioni sono stati, su scala globale, più frequenti di quelli positivi”.
A livello generale, l’aumento di temperatura sembra portare benefici alle attività agricole che si svolgono alle alte e medie latitudini (dai tropici ai poli), con l’espansione delle aree idonee per le coltivazioni, l’allungamento del periodo di crescita delle rese. “Benefici, però – sottolinea la Giusti – contrastati dall’aumento della frequenza degli eventi estremi, come le ondate di calore, di siccità o l’aumento delle precipitazioni intense e delle inondazioni””
E aggiunge: “L’incremento di temperatura previsto per i prossimi decenni è atteso accelerare lo sviluppo delle colture, determinando una complessiva riduzione del periodo di crescita e una diminuzione produttiva per le principali colture agricole. Mentre le colture invernali potranno evitare lo stress idrico estivo, per le colture estive l’aumento della frequenza di eventi estremi come gelate al germogliamento ed ondate di calore durante la fase di fioritura potrà incidere fortemente sulla qualità e quantità della resa finale”.
Secondo molti studi, la produzione dovrebbe aumentare nel Nord Europa, ma diminuire in Africa e Sudamerica.
La conclusione importante su cui si può quindi rilevare un consenso nella letteratura scientifica – conclude la docente – è che le grandi aree del mondo dove la produttività delle coltivazioni è prevista in calo a causa dei cambiamenti climatici coincidono con i Paesi che attualmente soffrono fortemente il problema della fame.  Le evidenze del probabile impatto dei cambiamenti climatici sulla produttività delle coltivazioni in Africa e in Asia meridionale sono considerevoli per grano, mais, sorgo e miglio, mentre sono minori o contraddittorie per riso, manioca e canna da zucchero”.