giovedì 19 luglio 2018

Sulle macerie degli ospedali la ribellione dei territori - Claudia Zuncheddu



Nell’era dei diritti negati e del tramonto delle più grandi conquiste sociali dello scorso secolo di cui la Legge 833 del 78, che ha permesso il superamento delle disuguaglianze in materia di assistenza sanitaria, si pone il problema di come contrastare l’onda distruttiva neoliberista portata avanti nelle ultime legislature dal centro destra e dal centro sinistra al governo della Sardegna.
La Legge 833 continua a vivere sulla carta benché su di essa si sia scatenata una guerra  subdola tendente a ridimensionarla e ad abrogarla. Osservatori esterni rilevano che l’aspettativa di vita dei sardi si sia notevolmente ridotta in questi ultimi tempi. Nell’Isola e nelle sue isole minori oggi è più facile morire, basta non garantire i servizi sanitari. Si incomincia sempre dai cittadini più fragili e indifesi: dai sofferenti mentali.
E’ questa la guerra voluta dagli ultimi governi locali, romani e dai poteri multinazionali in nome di un pareggio di bilancio e/o di un Pil che notoriamente non è mai stato indice di benessere per i popoli. Su questi temi la stampa riporta tutti i giorni bollettini di guerra. Chiudono reparti e ospedali, nel nome della razionalizzazione, dal nord al sud, dal Paolo Merlo di La Maddalena al San Marcellino di Muravera, da Est a Ovest, da Lanusei a Iglesias e Carbonia.
La sanità cagliaritana è al collasso. Crescono le liste d’attesa e i disservizi. La chiusura dei bar in ospedali storici e le sedie che spariscono nelle sale d’attesa, com’è accaduto nel nostro prestigioso Oncologico e al Marino, sono cattivi presagi. Per non parlare della carenza di disinfettanti in sale mortuarie dove l’unica certezza è l’alto traffico di salme.
Intanto nel Consiglio Regionale, nel corso del dibattito sul Piano di riordino della rete ospedaliera sarda è spuntato, paradossalmente, un emendamento con cui si proponeva il coinvolgimento dell’Area Metropolitana nelle decisioni inerenti la “variazione d’uso dell’Ospedale Binaghi, da sanitario in altro…”.Un nuovo affare politico-urbanistico per i soliti noti.
Senza scomodare lo stato di degrado e la carenza di personale medico e paramedico del Santissima Trinità, la morte del Microcitemico, del San Giovanni di Dio. Come in tutte le guerre, anche dalle macerie della sanità pubblica, c’è pure chi costruisce le proprie fortune. La resistenza a questa situazione si sta manifestando con la ribellione in crescita nei territori. I cittadini si organizzano in comitati spontanei e molti di essi per unire le forze confluiscono in coordinamenti come la Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica, da anni in prima fila nelle lotte per salvare gli ospedali pubblici sardi e il diritto alle cure di qualità e gratuite per tutti.
E’ su quest’onda che si organizza anche il neonato Comitato “NO alla chiusura della Chirurgia Plastica e Centro Ustioni dell’Ospedale Brotzu”. Nasce dal disorientamento di cittadini da tempo assistiti nel reparto altamente qualificato del Brotzu ed oggi abbandonati in quanto in dismissione. La Struttura Complessa negli anni è divenuta un centro di eccellenza ed unico presidio nella specialità della Chirurgia Plastica Ricostruttiva e Cura delle Ustioni per il Sud Sardegna e non solo. Tutto ciò nonostante il continuo e programmato stillicidio del personale sanitario e la mancata indizione del concorso di Direttore di struttura Complessa… ruolo rimasto misteriosamente vacante sino ad oggi, in attesa che maturassero i tempi chissà per cosa e per chi.
Per incomprensibili logiche il prestigioso reparto cesserà di esistere al Brotzu determinando danno e disagio ai numerosi assistiti. I padroni della Sanità hanno deciso di trasferire il reparto dal Brotzu al Policlinico Universitario, dalla Via Peretti alla 554, così pare. Brevi distanze ma grandi differenze di appartenenza nonché di gestione economica dei colossi ospedalieri. Un travaso anomalo di titoli forse di competenza di altri poteri e sicuramente un’operazione con deficit di trasparenza.
Per chi arriva da tutta la Sardegna con malformazioni, lesioni da traumi stradali, ustioni, tumori, tra cui molti insidiosi melanomi, il problema non è di distanze ma di opportunità di continuare ad essere assistiti da quel centro con le sue professionalità.
In realtà chi può avrebbe già decretato la chiusura del reparto con la sua storia e le sue eccellenze. L’unico trasferimento reale da un ospedale all’altro, secondo il comitato degli ammalati riguarderebbe solo nomina di “Direttore di struttura Complessa…”. Per cui in questo mondo paranormale, di maghi e di demoni, più che di un trasferimento di reparto con le sue eccellenze, si tratterebbe dello scippo di una nomina di primariato.
L’operazione tra l’Azienda Sanitaria (Brotzu) e l’Università (Policlinico) sarebbe solo un diabolico escamotage di potere dove in definitiva chi non ha padroni e padrini ha la peggio. Il 1 Agosto mentre il Policlinico festeggerà la nuova acquisizione avvolta dal mistero, il Brotzu celebrerà le esequie del suo prestigioso reparto.


Il trionfo della crudeltà e della stupidità - Marco Revelli




Domenica il mondo è andato giù di nuovo. In modo più radicale, però, più definitivo, se possibile, rispetto al 4 marzo (il mondo della sinistra, intendo). Per un fattore simbolico, in primo luogo, con la scomparsa della cosiddetta “zona rossa” (che ancora, pallidamente, a marzo s’intravvedeva sia pur slabbrata), e le roccaforti della Toscana, dell’Umbria, dell’Emilia – Massa, Pisa, Siena, e poi Imola dove nacque il socialismo, e Treni siderurgica… – consegnatesi senza colpo ferire all’avversario di sempre. Gomene d’ancoraggio tagliate dal colpo di scure di Matteo Salvini e dei suoi bravi. E poi perché questo secondo crollo viene dopo più di tre mesi di gestazione del nuovo governo. Tre mesi in cui tutti i protagonisti si sono esibiti en plein air, illuminati dalla luce cruda dei riflettori mediatici. La gente ora sapeva benissimo chi votava. Sapeva di votare la “cattiveria” di Salvini, la sua politica della “crudeltà” (lo vota proprio per quello). Sapeva di votare la guerra alle navi che salvano, di “premiare” quelli che ne invocano la messa al bando e magari, nei casi estremi, che ne richiedono l’affondamento. Sapeva di approvare quell'”inversione morale” che già Minniti aveva sdoganato lo scorso anno e che ora diventa pratica conclamata del governo del cambiamento. Anzi, la cifra del cambiamento. In questa seconda “prova” il voto ha assunto il profilo dell’antica “festa crudele”.
C’è un insegnamento drammatico in tutto questo. Ed è che la “narrativa” intorno a cui si è strutturata in questi tre mesi l’opposizione al nascituro governo che oggi imperversa, non solo non ha funzionato. Ma si è rovesciata nel suo contrario: carburante nel motore “populista”. Per ottanta giorni e passa i pallidi dirigenti del Pd ma soprattutto la stampa mainstream – il “partito di Repubblica”, potremmo dire – non hanno smesso un secondo di irridere, stigmatizzare, denunciare il pressapochismo, il dilettantismo, l’impreparazione e la presunta goffaggine, la “mancanza di cultura di governo” (o di cultura tout court) dei “vincitori-non vincitori”, sfoderando sorrisetti di superiorità, senz’accorgersi che così non li si delegittimava ma al contrario li si rafforzava. Che ogni derisione dei congiuntivi mancati di Di Maio gli portava sporte di voti. Che ogni sarcasmo sul curriculum di Conte lo nobilitava anziché diminuirlo. Perché in fondo siamo un popolo senza congiuntivi. E anche senza curriculum. Dovremo inventarci una narrativa diversa – opposta – a quella snob del partito dei media perbene, se vorremo opporci all’onda nera che sale, con una resistenza “popolare”.
C’è poi un altro “insegnamento” (o monito) in questa seconda fine del mondo. Ed è la conferma di quello che Luciano Gallino chiamava il “trionfo della stupidità” (la quale, purtroppo, un peso ce l’ha negli eventi storici, e anche grande nei momenti topici). Mai come ora possiamo constatare quanta stupidità politica ci sia stata nella scelta del Pd di non tentare tutto il possibile per impedire la saldatura dell’asse Cinque Stelle-Lega: l’unica strategia politica adeguata allo scenario aperto dal voto di marzo. Cancellata con un tweet e una comparsata da Fabio Fazio del devastatore Matteo Renzi: quello che ha impresso l’immagine del suo volto come una maschera funeraria sul corpo del suo partito e dell’intera sinistra rendendola respingente per chiunque. E dall’altra parte quanta stupidità politica alligni tra gli strateghi dei 5Stelle (vero Toninelli?), per non permettergli di capire che lo spazio lasciato alla retorica del disumano di Salvini è mortale per loro. Li espone alla cannibalizzazione da parte dell’alleato-nemico. Ho ancora in mente l’immagine provocante del neo-capogruppo Pd al Senato Marcucci a pochi giorni dal voto di marzo, proclamare sogghignando “Non vedo l’ora di vedere Salvini giurare al Quirinale”, secondo la suicida strategia renziana del pop corn, cose da inseguirlo per strada con i forconi. O il neoministro alle Infrastrutture Toninelli recitare alla radio il vangelo secondo Matteo (Salvini) sulle navi salvagente delle Ong riclassificate come fuori-legge, e invitare le motovedette libiche a occuparsi loro dei naufraghi in quelle acque territoriali per riportarli a terra, come se non sapesse cosa accade in quei campi di tortura… Reintrodurre almeno un po’ d’intelligenza nella politica sarà impresa lunga e ardua, dopo questa regressione epocale.
Ma c’è qualcosa che va oltre, o sotto, la superficie della riflessione razionale sulla politica in questo voto impietoso (così privo di pietas) e distrattamente feroce. Qualcosa che va oltre i nostri stessi confini, che coinvolge un’Europa preda di nuovi nazionalismi fuori tempo insieme a un Occidente avvelenato da nuovi egoismi fuori misura che sanno di guerra. E che ha probabilmente a che fare con ciò che la discorsività democratica non dice, perché questo inedito contagio del male affonda le radici in un livello più profondo, e torbido. O incandescente. Un brillante politologo latino-americano, Benjamin Arditi, in un saggio sul populismo come “periferia interna” della politica democratica ha evocato la categoria freudiana della “terra straniera interiore” inclusa entro i confini dell’Ego, nella quale il populismo pescherebbe le proprie pulsioni: oscure paure, frustrazioni rimosse, perdita di naturalità e di coscienza di sé, tutto il non detto dell’edificante narrazione liberal-democratica. Una sorta di inconscio individuale, ma soprattutto collettivo (più junghiano che freudiano), che proietta sullo “straniero” vero, sul corpo “alieno” che viene da fuori, i propri terrori ancestrali che da sempre il nostro originario genera e che ora, caduto lo scudo protettivo del benessere e dell’ascensore sociale, si sfoga.
Il piacere di condividere lo stesso sentimento di ostilità e di vero e proprio odio nei confronti di una figura “aliena”, che circola come una corrente elettrica sfrigolando sottopelle nelle nostre declinanti società, assomiglia molto a quello che animava le “società istantanee che nascono in occasione di un linciaggio” descritte da Sartre a proposito dell’antisemitismo: la folla con cui in contesti sociali fortemente gerarchizzati, si costruivano effimere “comunità egualitarie”, cementate provvisoriamente da scariche di passioni comuni che permettevano, per il breve istante dell’odio, al cocchiere antidreyfusardo descritto da Proust di assimilarsi al duca che conduceva in carrozza in nome del comune disprezzo per l’ufficiale giudeo. Così come il contagio virale dell’odio a cui assistiamo in questi giorni, in questi mesi, ricorda da vicino quello descritto da Horkheimer e Adorno a proposito della persecuzione degli ebrei, con il suo contagioso e travolgente “appello all’idiosincrasia”: al riflesso inconscio e incosciente che si esprime nella reazione di pancia, ripetendo, per così dire, “i momenti della preistoria biologica: segnali di pericolo a cui si rizzavano i capelli e il cuore si fermava nel petto”, con “l’io che si apprende con queste reazioni” di cui non è interamente padrone, “come nell’accapponarsi della pelle, nell’irrigidirsi dei muscoli e degli arti” alla vista dell'”alterità” che incarna a sua volta, nei tratti somatici o nell’atteggiamento, la propria estraneità a un codice di disciplinamento e di coazione della propria natura a cui ci si è un tempo sacrificati.
E’ una sfida – questa dell’ “idiosincrasia razionalizzata” – che parla della nostra alienazione umana (di un disagio radicale dell’esistenza), prima che della nostra incapacità politica. Che nel suo ripetere ossessivo “perché a loro sì e a me no”, rievoca una rimossa rinuncia a sé – a un’antica naturalità cancellata dal disciplinamento del lavoro razionalizzato e dal dominio – di cui si richiede con odio all’altro, con la sua negazione sacrificale, un risarcimento tardivo. Esattamente come nel meccanismo descritto da Sarte ritorna, aggressivo, il fantasma di un’eguaglianza reale perduta, forse un tempo creduta, ma ora non più sperata. In entrambi i casi, ritorna profetica l’affermazione di Walter Benjamin secondo cui dietro ogni ritornante fascismo c’è una rivoluzione fallita. E forse, prima di metterci a ricostruire una sinistra così sinistrata, avremmo bisogno tutti di un buon trattamento mentale, se vogliamo esorcizzare queste baccanti feroci che minacciano di squartare la nostra democrazia.
[Versione ampliata dell’articolo Il voto come un’antica festa crudele. Vince la cattiveria, pubblicato sul Manifesto del 27 giugno 2018]

mercoledì 18 luglio 2018

i famosi 35 euro a persona


…i discussi 35 euro a persona, fuoco di tante polemiche. Contrariamente a ciò che ancora troppo spesso si crede – è scritto nel dossier – soltanto 2 euro e 50 centesimi vanno direttamente alle persone accolte (che comunque spendono sul territorio per soddisfare le prime basilari necessità). Il restante, ovvero oltre il 92% del finanziamento, viene usato dal privato che gestisce centri. Fondi pubblici che vengono spesi per l’accoglienza che, se di qualità, ritornano alla comunità ospitante. Un dato evidente – spiega il rapporto – se si pensa che l’accoglienza straordinaria dovrebbe portare quando ben gestita a quasi un miliardo di euro in tutta Italia per creare direttamente nuovi posti di lavoro, senza contare un indotto stimabile in un altro miliardo di euro ogni anno. Solo le spese per il personale direttamente connesso all’accoglienza straordinaria possono creare in Italia, escludendo l’indotto, oltre 36.000 posti di lavoro qualificati…

La storia nascosta delle donne - John Pilger



Come tutte le società coloniali, l’Australia ha i suoi segreti. Il modo in cui trattiamo gli Indigeni, è ancora un segreto. Per molto tempo, il fatto che molti australiani provenissero da quella che si chiamava “non una buona famiglia”era un segreto. L’espressione “non di buona famiglia” indicava gli antenati detenuti, quelli come la mia trisnonna, Mary Palmer che era stata messa in carcere qui, alla Fabbrica Femminile di  Parramatta nel 1823.
Secondo le sciocchezze inventate da numerose zie – che avevano affascinanti ambizioni borghesi, Mary Palmer e l’uomo che aveva sposato, Francis McCarthy, erano una signora e un gentiluomo che erano vittoriani sia per le loro proprietà che per i loro decoro. Maria, invece, era il membro più giovane di una “banda” di giovani donne ribelli, per lo più irlandesi, che operavano nell’East End di Londra. Conosciute come “Le Furfanti” tenevano alla larga la povertà con i ricavi della prostituzione e di piccoli furti. “Le Furfanti” prima o dopo venneroarrestate e processate e impiccate, tranne Mary che fu risparmiata perché era incinta.
Aveva soltanto sedici anni quando venne ammanettata nella stiva di una nave a vela, la “Lord Sidmouth”, diretta nel Nuovo Galles del Sud (Australia) “fino al termine della sua vita naturale”, disse il giudice.
Il viaggio per mare durò cinque mesi, un purgatorio di nausee  e di disperazione. So che stava così, perché alcuni anni fa, ho scoperto uno straordinario rituale, nella Cattedrale di St Mary, a Sydney.
Ogni giovedì, in sagrestia, una suora sfogliava le pagine di un registro di detenuti irlandesi Cattolici e c’era Mary, descritta come: “non più alta di quattro piedi (1,21 metri), molto magra e butterata di segni del vaiolo”.
Quando la nave di Mary attraccò nella baia di Sydney, nessuno la richiese come domestica o sguattera. Era una detenuta di “terza classe” e fatta della sostanza infiammabile dell’Irlanda”. Il suo neonato era sopravvissuto al viaggio per mare? Non lo so.
La mandarono lungo il fiume Parramatta alla Fabbrica Femminile che si era distinta come uno dei luoghi dove gli esperti penali vittoriani stavano verificando nuove ed eccitanti teorie. Il mulino azionato a mano mediante una ruota era stato introdotto nell’anno in cui arrivò Maria, il 1823. È stato uno strumento di punizione e di tortura.
La rivista The Cumberland Pilgrim (il Cumberland è una contea nella regione del New South Wales, in Australia, ndt) descriveva la Fabbrica Femminile come “spaventosamente orribile… gli spazi di ricreazione ricordavano la Valle dell’Ombra della Morte”.
Maria arrivò di notte e non aveva nulla su cui dormire: soltanto assi di legno, e pietre e paglia, e lana sporca piena di zecche e ragni. Tutte le donne erano costrette all’isolamento. La loro testa veniva rasata e venivano chiuse a chiave al buio totale e con il ronzio delle zanzare.
Non c’era una divisione in base all’età o al reato. Mary e le altre donne venivano chiamate “le indocili”. Con un misto di orrore e di ammirazione, il Procuratore Generale dell’epoca, Roger Terry, descriveva come le donne “avevano respinto con una scarica di pietre e bastonate” i soldati inviati a sedare la loro ribellione. Più di una volta, hanno sfondato i muti di arenaria e hanno assaltato la comunità di Parramatta. Anche i missionari, mandati dall’Inghilterra per “riparare” l’anima delle donne, venivano quasi ignorati.
Sono così orgoglioso di lei.
C’era, poi, il “giorno  del corteggiamento”. Una volta a settimana, a dei “signori soli” (chiunque potessero essere) veniva data la possibilità di scegliere per primi, seguiti dai soldati, e poi da detenuti.
Alcune delle donne trovavano dei vestiti eleganti  e si agghindavano subito, come se un uomo che le esaminava potesse fornire loro una via d’uscita dalla loro difficile situazione. Altre voltavano le spalle, nel caso che l’aspirante compagno fosse un “tizio anziano rozzo” che arrivava da una zona rurale sottosviluppata.
Durante questo incontro, la “matrona” urlava “i  lati positivi” di ogni donna, che erano una rivelazione per tutti.
In questo modo i miei trisnonni si conobbero. Credo che fossero bene abbinati.
Francis McCarthy era stato trasportato dall’Irlanda per il reato di “avere pronunciato imprecazioni proibite contro il suo signore inglese”. Questa era l’accusa  rivolta ai Tolpuddle Martyrs. *
Sono così orgoglioso di lui.
Mary e Francis si sono sposati nella Chiesa di St Mary, in seguito diventata Cattedrale di St Mary, il 9 novembre del 1923, insieme al altre quattro coppie di detenuti. Otto anni dopo, fu loro garantito il permesso di scarcerazione  e a Mary il “perdono condizionato”, da parte di un certo Colonnello Snodgrass, Capitano Genrale del Nuovo Galles del Sud,  con la condizione che non poteva più lasciare la colonia.
Mary ha dato alla luce dieci figli che hanno trascorso le loro difficili vite amati e rispettati a detta di tutti, fino al loro novantesimo anno.
Mia madre conosceva il segreto di Mary e Francis. Il giorno del suo matrimonio, nel 1922, e disobbedendo alla sua famiglia, lei e mio padre vennero tra queste mura per rendere omaggio a Mary e alle “intrattabili”. Mia madre era fiera della sua “stirpe non buona” .
Talvolta mi chiedo: “dove è, oggi, questo spirito? Dov’è lo spirito delle intrattabili tra coloro che sostengono di rappresentarci e tra quelli di noi che accettano, in silenzio servile, il conformismo sociale che è tipico di gran parte dell’era moderna nei cosiddetti paesi in via di sviluppo?”. Dove sono quelli tra di noi pronti a “pronunciare giuramenti illegittimi” e ad affrontare i despoti e i ciarlatani nei governi che glorificano la guerra, che si inventano nemici stranieri, che criminalizzano il dissenso e che maltrattano i rifugiati vulnerabili che arrivano su quelle coste e vigliaccamente li chiamano “clandestini”.
Mary Palmer era “clandestina”. Francis McCarthy era “clandestino”. Tutte le donne che sono sopravvissute alla Fabbrica Femminile e che si sono battute contro l’autorità, erano “clandestine”.
Il ricordo del loro coraggio, della loro capacità di ripresa e resistenza, dovrebbero essere lodate, non calunniate, nel modo in cui facciamo oggi. Infatti, soltanto quando riconosceremo l’unicità del nostro passato – del nostro passato indigeno – e il nostro passato di detenuti orgogliosi – la nostra nazione raggiungerà la vera indipendenza.

Intervento al 200° anniversario della creazione della Fabbrica Femminile di Parramatta, a Sydney, una prigione dove le donne detenute ‘intrattabili’ provenienti per lo più dall’Irlanda e dall’Inghilterra, venivano mandate nella colonia australiana della Gran Bretagna all’inizio del 19°secolo.

Fonte: zcomm.org. Traduzione di Maria Chiara Starace (© 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0) per znetitaly.org


martedì 17 luglio 2018

La conversione ecologica insieme ai migranti - Guido Viale



Che cosa ci siamo dimenticati? Chiedeva Urbi et orbi, a Roma e al mondo, the Young Pope di Sorrentino. Ci siamo dimenticati i cambiamenti climatici e la conversione ecologica.
I cambiamenti climatici provocati dai combustibili fossili colpiscono tutto il pianeta. Ma devastano di più i paesi  fragili ed esposti, quelli da cui proviene la maggioranza dei profughi e dei migranti odierni, per lo più sfuggendo a guerre e conflitti innescati da una riduzione delle fonti di sopravvivenza e dall’appropriazione da parte di alcuni, o di pochissimi, delle terre e delle risorse ancora disponibili. Sono guerre e conflitti in gran parte alimentati anche da diversi Governi dell’Occidente e non, che hanno trasformato in rapina economica e degrado ambientale il controllo diretto che esercitavano quando quei paesi erano ancora le loro colonie.
I cambiamenti climatici in corso si possono ancora frenare, e in parte anche invertire; le terre che ne vengono devastate si possono bonificare e recuperare; i profughi ambientali e di guerra costretti ad abbandonarle potrebbero, e in molti vorrebbero, tornare da dove sono partiti per ricostruire i loro paesi e rigenerare le loro terre e le loro comunità, se solo ne avessero la possibilità; e molti altri loro connazionali potrebbero a loro volta partire alla volta dell’Europa, decisi a fare ritorno, dopo aver lavorato qualche anno con noi, se avessero la possibilità di farlo per vie sicure e legali. Niente di ciò che sta trasformando l’Europa in una caserma, il Mediterraneo in un cimitero e la Libia in un Lager è irreversibile, ma non c’è più molto tempo.
Tra breve quei processi diventeranno irreversibili: il pianeta Terra si trasformerà in un habitat insopportabile per la maggior parte dei suoi abitanti, compresi quelli che oggi si sentono al sicuro; le persone costrette ad abbandonare il loro paese per cercare di sopravvivere si conteranno a centinaia di milioni; il falso benessere che molti di noi (in realtà sempre meno) pensano di poter difendere con barriere sempre più alte intorno al proprio paese, affidando a politici menzogneri il compito di costruirle, è destinato a dissolversi nel giro di pochi decenni. Ne beneficeranno solo i ricchissimi: sempre di meno è sempre più ricchi, come già sta succedendo da tempo sotto i nostri occhi.
Per anni i padroni del petrolio e quelli delle industrie che ne dipendono, corrompendo studiosi, politici e giornalisti, hanno cercato di negare il pericolo mortale dei cambiamenti climatici e loro cause, pur sapendo benissimo quanto quel pericolo fosse invece reale; anche i militari lo sapevano benissimo e si preparavano da tempo a combattere non più il comunismo, il narcotraffico o il terrorismo (tutte cose con cui hanno giustificato in passato la necessità di armarsi sempre di più), bensì le ondate migratorie che avrebbero investito le cittadelle ricche dell’Occidente quando gli effetti dei cambiamenti climatici  cominceranno a farsi sentire in modo diffuso e profondo: lo testimonia un documento del Pentagono di 15 anni fa.
Oggi non si nega più niente di tutto ciò; semplicemente lo si ignora: lo fanno politici, media, giornalisti, intellettuali, solo flebilmente contraddetti dal grido di quegli scienziati che vedono avvicinarsi la notte per la vita umana sul nostro pianeta. Il problema al centro della politica, in Europa come negli Stati Uniti, è ormai solo come fermare i profughi ai confini esterni o interni degli Stati, come se i migranti si materializzassero improvvisamente ai bordi del Mediterraneo o alla frontiera con il Messico, senza preoccuparsi né del prima né del dopo.
Il “prima” è la devastazione delle terre, la rapina delle risorse, le guerre e la vendita di armi che hanno costretto tanta gente, e continueranno a costringerla, a fuggire. Il dopo, se un dopo ci potrà ancora essere, non è certo “la crescita”, i pochi punti o decimali di punto di aumento dei PIL, purchessia, che economisti, politici e banchieri si affannano a inseguire come se fosse quella la chiave della salvezza per tutti (lo è solo, e per poco tempo, per alcuni di loro).
Il vero “dopo”, se sapremo costruirlo, è quello che può offrire terra, casa, lavoro a tutti, migranti e nativi, anche a chi si ritrova sempre più ai margini di una società che non offre e non promette più niente, se non rinunce e sacrifici; e proprio mentre fa balenare davanti agli occhi di tutti i lussi sfrenati dei pochi che possono permetterseli.
Quel futuro per tutti c’é solo nella conversione ecologica, nella cura della casa comune, nella salvaguardia della Terra; cioè nell’abbandono in tempi rapidi di tutti i combustibili fossili, nella riconversione delle industrie inquinanti e delle fabbriche di armi, nella chiusura di tutti i cantieri delle “Grandi opere” che devastano il territorio e non creano né occupazione né benessere, nell’arresto del saccheggio delle risorse, nell’abbandono della cultura e dell’economia dello scarto, che trasforma uomini e cose in rifiuti nel più breve tempo possibile, nella lotta alla povertà e allo sfruttamento garantendo a tutti, migranti e nativi, un reddito sufficiente a vivere, ma anche la possibilità di studiare, imparare e trovare un lavoro che valorizzi le capacità di ciascuno.
Sono le cose che tutti (tranne chi vive dello sfruttamento altrui) sognano, ma che sono riusciti a farci credere che siano irraggiungibili perché il problema vero sarebbe la crescita che non porta più nessun vantaggio se non a chi ha già tutto e vorrebbe avere sempre dì più. Sono le uniche cose di cui dovrebbero parlarci i partiti politici, invece di impegnarsi in una corsa cinica, crudele e mortifera a chi fa di più e meglio per respingere i migranti che cercano di raggiungere l’Europa: pochissimi, finora, rispetto ai tanti costretti ad abbandonare le proprie terre.
Così la politica è avvizzita e si è incrudelita; e invece di capire, studiare e spiegare come tutti quegli obiettivi, e altri ancora, si potrebbero ricondurre a un unico grande programma per rimettere in sesto il nostro pianeta, articolandolo paese per paese, città per città, quartiere per quartiere, azienda per azienda, campo per campo – e che senza l’arrivo di nuovi migranti e senza dare loro la possibilità di tornare per risanare le terre e le comunità che hanno lasciato – nessuno di quegli obiettivi potrà mai essere raggiunto (e le nostre condizioni peggioreranno sempre più), ci si accanisce lungo una spirale che ci  sprofonda nella miseria.
Ma chi potrà fare quello che finora nessuno ha fatto? Possiamo cominciare con le associazioni, i comitati, i gruppi impegnati sul terreno della solidarietà e dell’accoglienza, che sono tanti ma non hanno voce né peso, soffocati da un dibattito insulso che parla d’altro e si svolge altrove. Di lì possono nascere e crescere le forze in grado di misurarsi con ciò che il nostro tempo mette all’ordine del giorno.

lunedì 16 luglio 2018

Cara ministra Grillo, fermiamo il massacro della sanità pubblica - Claudia Zuncheddu e Paola Correddu


La lettera aperta della Rete sarda a difesa della sanità pubblica inviata alla Ministra Grillo e per conoscenza all’Assessore alla Sanità della Regione Autonoma della Sardegna Luigi Benedetto Arru e al Presidente Francesco Pigliaru e alla Giunta della Regione Autonoma della Sardegna
Gentile Ministra
Le scelte politiche dei precedenti governi in materia sanitaria continuano ad avere gravi ripercussioni in Sardegna.
I processi di privatizzazione della Sanità pubblica, orientati dalle politiche neoliberiste internazionali, che creano un impoverimento generale, privano le collettività sarde di un diritto inalienabile per la propria sopravvivenza.
Il Piano di riordino della rete ospedaliera in Sardegna sta decretando la chiusura degli ospedali pubblici dei territori disagiati e delle città. Paradossalmente si aprono grandi ospedali privati con finanziamenti pubblici. E’ il caso del Mater Olbia, un ospedale che non serve per le esigenze dei sardi.
I decreti della ministra Lorenzin sull’appropriatezza prescrittiva, che miravano a trasformare i medici di Base in contabili dello Stato, hanno dato un duro colpo al diritto alla salute delle nostre collettività. La Prevenzione è ormai un miraggio per gli alti costi dei ticket, per importanti prestazioni totalmente a carico del cittadino e per le lunghe liste d’attesa.
La ferocia dei tagli alla Sanità pubblica in Sardegna ha accresciuto le disuguaglianze sociali e il diritto alla salute è tornato ad essere un privilegio di casta.
L’aspettativa di vita dei sardi si è abbassata rispetto alle altre regioni d’Italia. Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale della Salute il 14,5% dei sardi rinuncia alle cure, contro il 5,2% dei toscani. Il 69% delle rinunce avviene per cause economiche.
In tutta l’Isola sono circa 5000 le diagnosi certe di tumori e le terapie non sono sempre puntuali e garantite. Solo nel cagliaritano i pazienti terminali sono circa 1200 con poco più di 30 posti letto distribuiti tra l’Ospice di Nuoro, di Quartu S.E. e di Cagliari. Nel Nord dell’Isola, non esiste un Ospice nonostante l’alta incidenza di malattie neoplastiche anche per l’inquinamento ambientale.
I dati dicono che in Sardegna è più facile morire. In 304 comuni su 377, i decessi superano le nascite. Lo sviluppo demografico nella nostra Isola è passato da 3,8 figli per donna nel 1952 a 1,1 nel 2015 con un tasso di natalità sotto il 7 per mille ed un indice di mortalità che supera il 9 per mille.
L’indice di spopolamento è così drammatico che necessita di essere approfondito con urgenza sulle cause, adottando interventi adeguati per arginare il rischio che il popolo sardo si estingua.
E’ necessaria un’assunzione di responsabilità da parte della classe politica sia a Roma che a Cagliari.
I tagli dei servizi sanitari, nel nome di incomprensibili razionalizzazioni per appianare i buchi di bilancio, con il declassamento e la chiusura degli ospedali pubblici, agevolano lo spopolamento privando le nostre collettività del proprio futuro.
Ministra, i tagli ai servizi sanitari, hanno aggravato una situazione già precaria nelle specificità locali a partire dai lunghi tempi di percorrenza, anche per brevi distanze, dovuti alle peculiarità orografiche, alle condizioni delle infrastrutture e alla carenza dei trasporti in Sardegna e fra essa e le isole minori.
E’ un crimine negare l’assistenza sanitaria ai nostri ammalati, chiudere i punti nascita per bizzarre ragioni di numeri e di sicurezza, negare la chirurgia H24 negli ospedali dei territori più disagiati, declassare e avviare alla chiusura le eccellenze ospedaliere di Cagliari al servizio di tutta l’Isola, come il Microcitemico (scuola di scienziati e avanguardia internazionale secondo l’OMS), l’Oncologico, il Marino, il Binaghi, il San Giovanni di Dio, dismettere le poche camere iperbariche a La Maddalena con tanto di parco marino di richiamo internazionale e a Cagliari. E’ un crimine tagliare le terapie ai pazienti cronici e permettere che nelle emergenze si muoia per strada tendando di raggiungere gli ospedali difficilmente vicini. Questo è un genocidio programmato.
La Costituzione italiana negli articoli più nobili contempla il diritto inalienabile del cittadino alla salute, un diritto negato a noi sardi.
Ministra, i numeri in Sanità, sono molto importanti anche nel loro valore assoluto, ma solo se calati nella realtà del territorio interessato e confrontati con i bisogni reali delle persone. Questi bisogni variano da popolazione a popolazione, da area geografica ad area geografica. I numeri parlano e ci aiutano nella programmazione politica solo quando valutati nella loro globalità e solo quando mettono la tutela della salute del cittadino al centro di scelte che non possono prescindere dalla storia e dalla specificità dei luoghi e delle comunità.
I numeri non si usano per chiudere gli ospedali di vitale importanza per le nostre piccole, medie e grandi comunità. Semmai bisogna impedire l’isolamento degli ospedali periferici favorendo la circolazione di competenze e professionalità fra ospedali piccoli e grandi.
Tutto ciò presuppone investimenti in tecnologia, in risorse umane e strutturali ma non tagli e finte razionalizzazioni.
Se a lei sta davvero a cuore la salute e la sicurezza dei cittadini, come impone il suo mandato, nel rispetto del dettato costituzionale nonché del nostro Statuto Speciale di Autonomia, questa è l’unica strada perseguibile.
Come medici sardi, impegnati nei territori, Le facciamo pervenire le nostre considerazioni generali con lo spirito di arricchire le sue conoscenze.
A nome della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica a cui fanno capo numerosi comitati spontanei diffusi in tutta l’Isola e nelle isole minori, La invitiamo in Sardegna per un confronto leale e costruttivo sui nostri drammi e sulle possibili soluzioni.
Con la certezza che accoglierà il nostro invito, Le porgiamo i nostri saluti con l’augurio di buon lavoro.
Claudia Zuncheddu è la Portavoce della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica
Paola Correddu è Membro del Coordinamento Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica
da qui

Buone notizie dal fronte degli usi civici in Sardegna - Stefano Deliperi


 
Siamo ormai quasi abituati alle cattive notizie in campo ambientale, sociale, economico, ma questa volta facciamo con grande piacere una bella eccezione. Infatti, è giunto un vero e proprio risultato storico per la difesa delle terre collettive in Sardegna: per la prima volta, addirittura in via bonaria, vengono recuperati al demanio civico dei terreni occupati illegittimamente da Privati.
Accade a Carloforte, dove il Comune di Carloforte ha comunicato (nota Area Tecnica prot. n. 5993 del 22 giugno 2018) che ben tre terreni a uso civico occupati illegittimamente da Privati sono stati restituiti al demanio civico in seguito a richiesta comunale nelle località di Cala LungaLe Commende e Bricco Nasca: si tratta complessivamente di quasi 48 ettari, in passato pervenuti nelle mani di Privati per usucapione e compravendita, atti giuridicamente nulli nei confronti di terreni a uso civico (legge n. 1766/1927 e s.m.i.legge n. 168/2017regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.legge regionale Sardegna n. 12/1994 e s.m.i.).
Il Comune di Carloforte ha, poi, recentemente provveduto ad affidare incarico per la redazione del piano di valorizzazione e recupero delle terre civiche a libero professionista, così da poter provvedere al pieno recupero e alla razionale gestione in favore della collettività locale di un grande patrimonio ambientale, concludendo una virtuosa operazione avviata nel 2010, poi interrotta e recentemente ripresa.
Quasi un quinto (circa il 18,5 % della superficie isolana) dei poco più di 5.100 ettari dell’Isola di San Pietro, territorio comunale di Carloforte (CI), è demanio civico.  8.930.161 metri quadrati, cioè più di 893 ettari, concentrati in gran parte nella zona centrale e settentrionale dell’Isola (determinazione del Direttore del Servizio Affari legali, controllo, usi civici dell’Assessorato regionale dell’agricoltura e riforma agro-pastorale n. 243 del 24 febbraio 2005 (pubblicata sul supplemento ordinario B.U.R.A.S. n. 2 del 17 gennaio 2006). Di questi ben 282 risultano occupati o, addirittura, edificati da Privati.
Ma le buone notizie non finiscono qui. L’Agenzia Argea Sardegna ha recentemente emanato ben 45 provvedimenti di accertamento di altrettanti demani civici.
Gli ultimi accertamenti riguardano i demani civici di Pimentel (determinazione n. 3741 del 19 giugno 2018), Pauli Arbarei (determinazione n. 3740 del 19 giugno 2018), Furtei (determinazione n. 3739 del 19 giugno 2018), Cheremule (determinazione n. 3738 del 19 giugno 2018), Collinas (determinazione n. 3663 del 14 giugno 2018), Ittireddu (determinazione n. 3371 del 6 giugno 2018), Masullas (determinazione n. 3315 del 5 giugno 2018), Teti (determinazione n. 3308 del 4 giugno 2018), Soleminis (determinazione n. 3179 del 30 maggio 2018determinazione n. 2979 del 24 maggio 2018), Usassai (determinazione n. 3092 del 29 maggio 2018), Bottida (determinazione n. 3089 del 29 maggio 2018), Romana (determinazione n. 3087 del 29 maggio 2018), Luogosanto (determinazione n. 3081 del 29 maggio 2018), Bortigiadas (determinazione n. 3084 del 29 maggio 2018), Telti (determinazione n. 3078 del 29 maggio 2018), Meana Sardo (determinazione n. 3019 del 28 maggio 2018), Belvì (determinazione n. 2980 del 24 maggio 2018), Bulzi (determinazione n. 2978 del 24 maggio 2018), Tresnuraghes (determinazione n. 2745 del 16 maggio 2018), Monteleone Roccadoria (determinazione n. 2732 del 15 maggio 2018), Portoscuso (rettifica demanio civico con esclusione dell’area industriale ai sensi della legge n. 123/2017, determinazione n. 2653 del 14 maggio 2018),  Padru (determinazione n. 2151 del 18 aprile 2018), Olmedo (determinazione n. 2150 del 18 aprile 2018), Noragugume (determinazione n. 2149 del 18 aprile 2018), Atzara (determinazione n. 2148 del 18 aprile 2018), Ussaramanna (determinazione n. 1339 del 19 marzo 2018), Villanovaforru (determinazione n. 1338 del 19 marzo 2018), Ortueri (determinazione n. 828 del 27 febbraio 2018), Tinnura (determinazione n. 827 del 27 febbraio 2018), Gonnosnò (determinazione n. 755 del 22 febbraio 2018), Sarule (determinazione n. 754 del 27 febbraio 2018), Osidda (determinazione n. 753 del 22 febbraio 2018), Ovodda (determinazione n. 752 del 22 febbraio 2018), Lodine (determinazione n. 728 del 21 febbraio 2018), Tadasuni (determinazione n. 653 del 16 febbraio 2018), Ilbono (determinazione n. 567 del 9 febbraio 2018), Soddì (determinazione n. 532 del 7 febbraio 2018), Pompu (determinazione n. 423 del 31 gennaio 2018), Ollastra (determinazione n. 422 del 31 gennaio 2018), Semestene (determinazione n. 420 del 31 gennaio 2018).
Sono risultati inesistenti i diritti di uso civico in favore dei cittadini di Villamar (determinazione n. 3742 del 19 giugno 2018), di Baressa (determinazione n. 3314 del 5 giugno 2018), Luras (determinazione n. 3086 del 29 maggio 2018), Castiadas (determinazione n. 2977 del 24 maggio 2018, nel territorio comunale di Castiadas sono presenti terreni dei demani civici di Muravera, San Vito, Villaputzu), Villaputzu, per le località Camisa e L’Annunziata nel territorio comunale di Castiadas (determinazione n. 2976 del 24 maggio 2018).
Si intravvede, quindi, la possibilità di completamento delle operazioni di accertamento dei 68 demani civici residui entro il 2018. Al termine delle operazioni di accertamento dei demani civici molto probabilmente più di un sesto della In Sardegna risulterà a uso civico, complessivamente 4-500 mila ettari.
Questi sono fra i risultati positivi a cui ha contribuito la campagna per la tutela delle terre collettive della Sardegna che il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus sta conducendo da anni, da ultimo con la recente istanza (30 maggio 2018) per il recupero ai rispettivi demani civici (art. 22 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) di migliaia di ettari di terreni a uso civico occupati illegittimamente da Privati e da Società immobiliari e l’emanazione dei provvedimenti di accertamento di ben 120 demani civici rientranti in altrettanti Comuni, nonché la razionalizzazione delle terre collettive (artt. 36-41 della legge regionale n. 11/2017). Le terre collettive, un grande patrimonio ambientale con una funzione sociale ed economica di primaria importanza.

domenica 15 luglio 2018

C'è un mercato parallelo dei farmaci che ci danneggia tutti. Ma è legale (e vale miliardi) - Fabrizio Gatti




Se non trovate la medicina che il medico vi ha prescritto, prendetevela con le regole del libero mercato o con le autorità che non sono in grado di domarle: perché probabilmente le vostre confezioni di pillole e di iniezioni sono state esportate in Germania o in Inghilterra o in Olanda dove valgono molto di più.

Sono 1.556 i farmaci carenti in Italia, secondo l’elenco settimanale pubblicato il 28 giugno scorso da Aifa, l’agenzia di autorizzazione e controllo del ministero della Salute: di questi, 410 non hanno alternative equivalenti. Significa che la cura necessaria rischia di essere ritardata o rinviata. Mancano perfino alcuni preparati importanti per la sopravvivenza destinati alle unità di pronto soccorso degli ospedali.

Nella lista dei vuoti di magazzino appaiono anche trentacinque vaccini. Alcuni sono tra quelli previsti dalla campagna in corso che, secondo la tabella, non possono contare su formule equivalenti: gli anti-Haemophilus influenzae di tipo B diventati rari per problemi produttivi, l’Infanrix contro difterite-tetano-pertosse per cessata commercializzazione temporanea, l’Engerix contro l’epatite B per problemi produttivi, l’Imovax polio contro la poliomielite per problemi commerciali, l’Imovax tetano contro il tetano per problemi commerciali e il Varilrix contro la varicella per problemi produttivi. Si tratta di preparati delle multinazionali Sanofi-Pasteur-Europe e Glaxosmithkline…

sabato 14 luglio 2018

I rapporti scomparsi sugli erbicidi a Gaza - Amira Hass




Quindi stiamo distruggendo i raccolti palestinesi con le nostre irrorazioni? Che novità, fa spallucce l’israeliano medio e passa ad un altro canale.
Mentre stavo scrivendo il mio articolo sull’erbicida israeliano irrorato a Gaza, ho appreso che i profughi del 1948 dal villaggio di Salama [villaggio che si trovava nei pressi di Jaffa, nell’attualeIsraele, ndtr.] vivono nel villaggio di Khuza’a [nella Striscia di Gaza, ndtr.]. Sono agricoltori, come lo erano molti dei loro genitori e nonni. All’epoca coltivavano limoni, banane e cereali e vendevano i loro raccolti a Giaffa ed anche nelle comunità ebraiche.
Noi tendiamo ad associare i rifugiati palestinesi ai campi profughi. Ma a volte si incontra qualcuno che, anche se esiliato dal proprio villaggio, è riuscito a mantenere lo stesso tipo di vita e le stesse risorse – cioè, a lavorare e vivere dei frutti della terra in Cisgiordania e persino a Gaza. La famiglia Al-Najjar di Khuza’a è uno di questi casi.
Insieme a suo padre, Saleh al-Najjar, di 53 anni, lavora 60 dunams (circa 15 acri) di terra che hanno in affitto a Khuza’a. Impiegano tre braccianti e Saleh dice che tutti e cinque lavorano 12 ore al giorno.
Con i lavori agricoli mantengono una continuità, nonostante siano rifugiati ed abbiano perduto le loro terre di Salama – su cui Israele ha costruito [la cittadina di] Kfar Shalem. Intanto Israele mantiene la continuità danneggiando le loro fonti di reddito e la loro salute. Quando la gente dice che la Nakba non è mai finita, può citare la famiglia Najjar come ulteriore esempio. Uno tra milioni.
Negli ultimi quattro anni i Najjar – come centinaia di altre famiglie nella parte orientale della Striscia di Gaza – hanno imparato a temere anche i piccoli aerei civili.
In primavera e in autunno, a volte anche in inverno, per diversi giorni al mattino compaiono gli aerei, che sorvolano la barriera di separazione. Ma le loro emissioni sono trasportate dal vento verso occidente, attraversano il confine e raggiungono i campi di Gaza. Vedendo i loro raccolti avvizziti, gli agricoltori hanno capito che gli aerei spargono erbicidi.
La paura di questi pesticidi è persino maggiore di quella dei carri armati israeliani che così spesso schiacciano la vegetazione ad ovest della barriera di separazione – dato che gli erbicidi arrivano più lontano, penetrano nel suolo e inquinano l’acqua. La Croce Rossa dice che le coltivazioni fino a 2 km e 200 metri ad ovest della barriera di confine vengono colpite dall’irrorazione. Quelle che si trovano tra i 100 e i 900 metri di distanza sono state totalmente distrutte. I pozzi d’irrigazione situati a distanza di un chilometro sono stati contaminati.
I rapporti di fonte palestinese sui pesticidi che distruggono l’agricoltura di Gaza sono comparsi per la prima volta alla fine del 2014. Un frutto della fantasia? A fine 2015 il portavoce dell’esercito israeliano ha confermato al sito web +972 che si stava effettuando l’irrorazione di pesticidi. Il Centro Al Mezan per i diritti umani, un’organizzazione di Gaza, ha inviato campioni di terra per le analisi di laboratorio. L’esercito non gli ha riferito che cosa venisse irrorato.
L’irrorazione di erbicidi allo scopo di distruggere i raccolti non è il genere di cose su cui il servizio stampa dell’esercito israeliano o il Coordinamento delle Attività di Governo nei Territori [l’entemilitare israeliano che governa i territori palestinesi occupati, ndtr.] sono contenti di parlare o fornire volontariamente informazioni. Né è il tipo di informazione che preoccupa molto gli israeliani, sia sui social media che come usuale argomento di conversazione nelle case israeliane.
“Quindi stiamo distruggendo i raccolti palestinesi irrorando pesticidi – che c’è di nuovo? Abbiamo fatto lo stesso coi raccolti dei beduini nel Negev (prima che l’Alta Corte di Giustizia lo vietasse in seguito ad una petizione di Adala) e coi terreni di Akraba [villaggio nella zona di Nablus, neiterritori palestinesi occupati, ndtr.] negli anni ’70. Se i nostri bravi ragazzi hanno deciso di farlo, deve essere necessario”, dice facendo spallucce l’israeliano medio, prima di cambiare canale. Ecco perché sto cercando di tornare sul canale precedente.
La Divisione di Gaza dell’esercito israeliano decide; il ministero della Difesa paga le compagnie aeree civili per farlo. I campi di spinaci appassiti e le piante avvizzite di prezzemolo occupano la mia mente. Penso anche ai figli di questi piloti: lo sanno che il vento trasporta i prodotti chimici che i loro papà hanno spruzzato e che un altro papà non può comprare le scarpe ed altre cose ai suoi figli a causa dei raccolti distrutti per questo?
Richiesto di un commento, il ministero della Difesa afferma: “L’irrorazione viene eseguita da compagnie debitamente autorizzate in base alla legge del 1956 relativa alla protezione delle piante.” È vero che le due compagnie civili che trasportano i pesticidi al di sopra della barriera di confine – Chim-Nir e Telem Aviation – sono professionisti riconosciuti in questo campo. Il ministero della Difesa dice anche: “L’irrorazione dei campi è identica a quella effettuata in tutto Israele.”
Chiunque abbia scritto quella dichiarazione, o offende l’intelligenza dei lettori israeliani, oppure confida che prenderanno per buone le sue parole e non si preoccuperanno. Entrambe le cose sono vere
Il ministero della Difesa ha solamente rivelato quali sono gli “identici” erbicidi utilizzati, in risposta ad un’inchiesta di Gisha, il Centro Legale per la Libertà di Movimento, in base alla legge per la libertà di informazione. I componenti chimici sono il glifosato, l’oxifluorfen e il diuron.
Nonostante le numerose scoperte riguardo ai rischi ambientali e per la salute posti dal glifosato, esso viene ancora usato in Israele. Ma il portavoce del ministero della Difesa ignora il fatto che, pur con tutto il dibattito su quanto siano dannose queste sostanze per l’ambiente e per la salute della popolazione, il loro scopo è contribuire a proteggere i mezzi di sostentamento degli agricoltori – non distruggere le loro coltivazioni, come stiamo facendo a Gaza.
L’esercito ed il ministero della Difesa sanno che queste sostanze chimiche irrorate non conoscono confine. Il danno sistematico portato ai raccolti palestinesi dall’irrorazione non è casuale, è voluto. Un’altra forma di guerra contro la salute e il benessere dei palestinesi, e tutto sotto la logora copertura della sicurezza.

venerdì 13 luglio 2018

La mia resistenza - Giovanni Gusai





Ieri ho condiviso una foto sul mio profilo Instagram, e ho aggiunto una didascalia tristemente profetica: “Vivere, altro che sopravvivere”. Perché poi tutti abbiamo saputo della lettera di Michele, trentenne suicida, che non voleva più “continuare a sopravvivere”.
La mia foto ritrae due rocce enormi, granito del mio Monte Ortobene: l’ho scattata mentre rientravo a Nùoro, a casa, a piedi. Ci ho messo un’ora a salire, quaranta minuti a scendere. Una giornata spettacolare.
All’inizio è stato faticoso, perché avevo finito da poco di fare colazione e perché Bobore, che era con me, ha cominciato a camminare a una velocità che non mi aspettavo. Non che non riuscissi a stargli dietro, ma non me l’aspettavo. Non ero pronto, ecco.
Il sentiero che abbiamo percorso è il numero 101. Se è parte di un elenco di sentieri non so di quale si tratti, di preciso. Neppure mi interessa. Mi piace pensare che Centouno sia un nome e non un numero.
In venticinque minuti abbiamo raggiunto un grande spiazzo in cui abbiamo abbandonato il sentiero per imboccarne un altro. Siamo saliti al Monte per verificare che fosse sgombro, che nessun albero caduto durante la bufera di qualche settimana fa ostruisse il passaggio. Dovevamo verificare che ci fosse acqua nelle fontane e abbastanza legna per accendere dei fuochi.
C’era l’acqua, fredda. E un sacco di legna. Decine di migliaia di tonalità di verde, un cielo che pareva respirarci sopra la testa, immacolato. Celeste come dev’essere e sgombro dalle nuvole. C’erano dei corvi, vicini a noi ma nascosti, che gracchiavano forte. E quelle rocce enormi che ho fotografato, certo. Fango, muschio, pozzanghere, freddo, foglie morte, ghiandaie, prati, rovi, cinciallegre, tracce di volpi, alberi caduti – nessuno ha ostruito nessun sentiero in maniera irreparabile. E aria, moltissima, pulita. Pochissimo vento, ma determinato. La libertà si muove a cavalcioni del vento, e se sai respirare ti riempie i polmoni.
Volevo scrivere un post già da ieri, per raccontare la bellezza della mia libertà, la fatica che mi rende felice. Da casa mia al cuore del bosco c’è un’ora a piedi, e il tragitto è mozzafiato.
Perché dovrei andarmene?
Già, perché la domanda retorica di questo posto bistrattato e umiliato che chiamiamo Sardegna è l’opposta: perché dovrei rimanere? E poi i corollari che rafforzano la tesi sottintesa: non c’è nulla, non c’è lavoro, non ci sono possibilità, non c’è speranza, non c’è niente da fare la sera.
Io rimango. Per non perdere la possibilità di salire a piedi al Monte e sentirmi ancora vivo, rimango per i nonni che non ho conosciuto e per la Storia che non mi hanno raccontato, rimango per i miei figli e perché sappiano che non ci sono posti giusti e posti sbagliati, ci sono solo le persone.
Io resto per provarci, perché vivere in mezzo al vuoto di opportunità coincide con il restare nella totalità delle possibilità, resto perché solo dove non c’è niente si può ancora costruire.
Io mi ostino a scegliere i sogni che voglio per me, per il tempo della mia libertà, per non darla vinta a chi ride dei miei studi, delle mie competenze, del mio percorso.
Questa è la mia resistenza, per la mia terra e per la mia generazione: perché nessuno abbia mai abbastanza potere da dirmi “questo è il lavoro che abbiamo scelto per te”, “questo è quello che abbiamo da offrirti”. È la mia resistenza per il mio diritto, acquisito da essere umano, sardo, nato libero, di inventarmi quello che voglio. È forse la resistenza degli illusi, di chi si accontenta, di chi si è arreso e non vuole provare a cambiare il mondo.
Ma io credo che solo chi cambia il pezzo di mondo attorno a sé cambi realmente qualcosa.
A Settembre compirò trent’anni. Ci arriverò, come accade da molti anni a questa parte, stanco.
Qualcuno ha avuto dal destino la possibilità di essere ricco. A me Dio ha donato la fortuna di essere felice. E se questo comporta stancarsi fino allo stremo e lottare, e resistere, io sono fiero della mia resistenza.
È una rivoluzione gentile, e debole, ma determinata. Come il vento ieri al Monte.
Miche’, per te conservo una preghiera. Temo che turberai le coscienze per poco tempo, e i giornali si dispiaceranno sempre meno, e parleranno di nuovo degli arbitraggi, delle canzoni e dei vestiti dei conduttori e di qualche scandalo che ne rimpiazzerà un altro, in tempo zero. Ogni tanto una defibrillatina con la morte di qualche disperato, giusto per stringere quel piccolo nodo alla gola che ci ricorda di essere umani.
Io, intanto, costruirò piccoli castelli con solide fondamenta, quaggiù, alle pendici del mio Monte, nella mia isola al centro del mare.

lunedì 9 luglio 2018

I bambini che muoiono nel Mediterraneo e gli istinti feroci delle piazze - Michela Calledda




Io e Maria siamo al mare. Ieri Maria ha bevuto un po’ d’acqua. Niente di preoccupante: durante un bagno ha fatto un piccolo passetto all’indietro e ha perso l’equilibrio cadendo. Io ero vicino a lei, a qualche passo, le ho preso la mano, l’ho sollevata e tenuta in braccio mentre tossiva. Le ho spiegato che poteva capitare, che non era niente.
Ieri Maria si è spaventata. Quando siamo entrate in giardino, a casa, alla domanda “Ti sei divertita?” rispondeva «No, stavo affondando». A tavola, durante la cena e poi di notte, a letto, Maria mi ha chiesto «Mamma, perché quando un bambino affonda non vede più niente? Perché sotto, nel mare, è tutto nero? Perché è così brutto respirare sotto l’acqua?»
Quello di Maria è stato un episodio banale, un’esperienza comune a tutti i bambini che vanno al mare. Un’esperienza in cui un adulto vicino ti tende una mano per metterti al riparo e consolarti. Un’esperienza di qualche secondo.
Capita tutti i giorni a centinaia di bambini nel Mediterraneo di non trovare mani tese. E capita grazie a governi perfidi, improvvisati, fascisti, xenofobi, pronti a qualunque nefandezza pur di assecondare gli istinti più sordidi delle piazze, scegliendo consapevolmente di ammazzare anziché aiutare, di chiudere anziché aprire, di segregare anziché unire.
Alle anime belle che fingono di piangere i bimbi morti ieri al largo della Libia, quelle stesse che hanno da recriminare sull’azione delle ONG, quelle stesse che parlano di TAXI del mare, quelle che non sono razziste ma siamo invasi, quelle che l’Italia non si può fare carico di tutti, quelle che i il mondo è fatto di confini insuperabili solo per gli ultimi e reietti, quelle che parlano “da padre” con figli sicuri, col culo nel burro, volevo dire che le stesse domande che ieri mi ha fatto Maria trovano spazio nelle loro coscienze: se ne prendano tutta la responsabilità, facciano i conti con ogni briciolo di senso di colpa se ne sono capaci e comincino a sputarsi negli occhi ogni mattina davanti allo specchio. Che il nero del mare negli occhi di quei bambini sia il nero delle loro miserabili vite.

DEFORESTAZIONE FUORI CONTROLLO - Marta Gatti



  
Strade nella foresta realizzate per far passare i camion di tronchi che lasciano la Repubblica democratica del Congo (RdC). E’ questa l’immagine che restituisce il recente rapporto pubblicato da Global Witness dal titolo “Fallimento totale del sistema”. L’organizzazione non governativa, dopo due anni di ricerche, punta il dito contro una compagnia europea del legname che opera illegalmente sul 90% delle sue concessioni in RdC.
Il rapporto evidenzia come la prassi politica congolese non punisca gli illeciti e come gli stati europei supportino le attività di taglio del legname, nonostante le continue violazioni normative. La compagnia in questione è la Norsudtimber, con base in un paradiso fiscale: il Liechtenstein. Opera in Congo attraverso tre controllate e ha ottenuto concessioni forestali su 40.000 chilometri quadrati. Nel 2017 gestiva da sola quasi il 60% del mercato del legname internazionale del paese africano.
Global Witness definisce “segreta” la compagnia in questione, vista la difficoltà riscontrata nel rintracciarne i veri proprietari e considerata la complessa struttura che la collega ad altre società registrate ad Hong Kong e Dubai.

Violazioni e illeciti
Nel rapporto vengono individuate numerose illegalità compiute dalla compagnia. Secondo l’analisi, molte concessioni non avrebbero presentato il piano venticinquennale di gestione delle attività entro i termini stabiliti per legge. Attraverso l’analisi satellitare, Global Witness è riuscita a documentare anche attività di taglio illegale, al di fuori dei perimetri annuali.
A queste violazioni si aggiunge anche il taglio di alberi considerati specie in pericolo o vulnerabili. Si tratta di violazioni che la legge congolese punisce con la cancellazione del contratto, ma nulla di tutto questo è avvenuto. Le accuse di attività illegali sono state definite infondate dalle sussidiarie di Norsudtimber, interpellate da Global Witness, che hanno annunciato l’imminente consegna dei documenti relativi alla correttezza delle loro operazioni.

Nessun controllo
Global Witness sottolinea il fallimento di tutti i soggetti deputati al controllo dell’operato della compagnia. In primo luogo lo stato congolese che non ha punito o sanzionato le illegalità commesse. Il governo punterebbe, inoltre, ad ampliare le concessioni per lo sfruttamento del legname e metterebbe in pericolo le foreste garantendo concessioni estrattive, declassando aree di parchi naturali come il Virunga. A questi elementi si aggiunge anche la limitata capacità di monitorare un territorio immenso avendo a disposizione poche risorse umane.
Al ruolo fallimentare dello stato si aggiunge quello svolto dai paesi donatori, in particolare Norvegia, Francia, Germania e Regno Unito che siedono nel “Central African Forest Initiative”, un partenariato cooperativo tra Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, RdC, Guinea Equatoriale e Gabon.
La coalizione supportata dall’Unione Europea si propone di preservare il valore della foresta, mitigare il cambiamento climatico e contribuire allo sviluppo sostenibile. Il rapporto mette in luce il mancato contrasto delle imprese del legname da parte dei paesi donatori, nonostante la continua denuncia di violazioni.

Ipocrisie politiche
L’ong sottolinea il generale fallimento delle politiche di sostenibilità forestale nel bacino del fiume Congo. L’Agenzia per lo sviluppo francese viene indicata come uno dei principali sostenitori dell’espansione del taglio industriale del legname in RdC. Nel marzo 2017 la Francia ha proposto un progetto da 18 milioni di dollari per una nuova policy sulle foreste che, secondo Global Witness, potrebbe portare all’espansione dell’area deputata al taglio, fino a tre volte quella attuale.
Dal report emerge anche il fallimento delle opere compensative destinate alle comunità locali. L’accesso alla salute e all’istruzione non sono migliorati e la ricaduta economica è stata minima.
I paesi importatori del legname di Norsudtimber hanno fallito nei meccanismi di controllo: per mancanza di leggi o per la loro applicazione poco efficace. Tra il 2013 e il 2017 i maggiori importatori del legname tagliato in RdC da Norsudtimber sono stati Cina e Vietnam. L’11% era diretto in Europa, in particolare in Portogallo e Francia.
Non dobbiamo, poi, dimenticare l’impatto del taglio degli alberi sulla fauna, sull’ambiente e sul clima. Secondo le stime riportate nel rapporto, tra il 2013 e il 2014, il degrado e la perdita di foresta nella Repubblica democratica del Congo avrebbero provocato l’emissione di carbonio pari a quella di 50 impianti a carbone funzionanti per un intero anno.