mercoledì 19 settembre 2018

Gli alberi si piantano, non si abbattono - Maria Rita D'Orsogna




Ecco allora un altro studio, statunitense, sul potere degli alberi urbani. La conclusione: ogni dollaro speso per albero porta a due dollari ed un quarto in ritorno alla comunità, negli Usa almeno. È evidente che la popolazione mondiale cresce, e anzi già adesso più di metà della popolazione mondiale vive in centri urbani, con problemi di smog, inquinamento, affollamento. Gli alberi portano a tanti miglioramenti: aiutano a ripulire aria e suolo, riducono i rischi di allagamenti, portano a diminuzione locale della temperatura, abbattono il rumore, aiutano la pollinazione, portano attività ricreative, riducono lo stress.
Lo studio è stato eseguito da David Nowak, docente dell’USDA (US Department of Agriculture) Forest Service e da Scott Maco del Davey Institute. I due hanno pure sviluppato una app chiamata i-Tree Tools (www.itreetools.org) che studia la relazione fra gli alberi e l’ambiente circostante a livello locale. Il software mette in relazione l’altezza, le dimensioni della chioma e l’area delle foglie di un albero o di una serie di alberi con tutti i “servizi” associati.
I due si sono concentrati in particolare su dieci città, dieci “megacittà” con una popolazione di più di dieci milioni di abitanti in tutto il loro hinterland: Pechino, Buenos Aires, Il Cairo, Istanbul, Londra,  Los Angeles, Mexico City,  Mosca, Bombay, Tokyo. L’hinterland de Il Cairo era il più piccolo di 1,200 chimometri quadrati, quello di Tokyo era invece a 19,000. I due hanno studiato la distribuzione arborea da Google Maps, selezionando cinquecento punti e classificandoli in base al grado di verde che ospitavano. Lima (Perù) ha solo l’1 per cento coperto di alberi, New York invece ha il 34 per cento.

Viene fuori che mettendo tutto insieme, il risparmio sull’aria condizionata, sui pericoli di inondazione, sulla cattura dell’acqua dopo le piogge, sul sequestro di anidride carbonica, sui risparmi sui costi sanitari da inquinamento, gli alberi portano a 967mila dollari di valore per ogni chilometro quadro di parco urbano.
I due hanno pure studiato tutte le possibilità di aumentare la superficie di alberi piantati nel mondo, e viene fuori che il 18 per cento delle aree metropolitane delle città analizzate potrebbe essere sfruttato per piantarci più alberi, come per esempio al lato dei marciapiedi, dentro superficie adibite a parcheggi a cielo aperto o aree abbandonate. E se si usano alberi che crescono in altezza, li si possono piantare un po dappertutto, con il tronco solo che occupa spazio e poi la chioma in alto.
Intanto negli Usa dove crescono le spinte dei residenti verso aree sempre più verdi, si calcola che il verde urbano raddoppierà nei prossimi decenni. Per ora negli Usa ci sono 5.5 miliardi di alberi urbani che producono circa 18 miliardi di dollari in benefici alla comunità.
E in Italia? Io non credo che ci sia necessariamente bisogno di tutte queste cifre per capire che gli alberi portano solo benessere e benefici, e non capisco perché li si continui ad abbattere. Come sempre, gli alberi si piantano, non si abbattono.

martedì 18 settembre 2018

Nessun governo potrà piegarci - Laura Carlsen



Mentre si fanno più dure le frontiere tracciate dall’alto, dal basso le resistenze iniziano a convergere come fiumi sotterranei. È così che la Patagonia – quella terra lontana e quasi mitica per la maggior parte della popolazione del pianeta – si distingue come un campo di battaglia strategico nella lotta tra la vita e la morte, che oggi affrontiamo.
Le riserve di acqua più grandi e più pure del pianeta si trovano in Patagonia, congelate nei ghiacciai e fluenti nei suoi fiumi e laghi, sia sul lato del Cile che nella parte situata nel sud dell’Argentina. Lì ci sono anche grandi foreste e biodiversità, oltre ad essere un’area che serve a misurare – e diminuire – l’avanzamento del cambiamento climatico. È il territorio ancestrale del popolo mapuche, e ora è in disputa per le incursioni delle grandi corporation transnazionali e dei super ricchi. I mega-progetti estrattivisti, come quelli idroelettrici e minerari, e la privatizzazione del suo territorio, al fine di trasformarlo in un rifugio per magnati, minacciano il futuro del popolo che è stato il custode di questa parte di mondo.
“Stiamo recuperando il territorio, perché sfortunatamente, nel caso del popolo mapuche, viviamo in un paradiso che è la tentazione delle grandi corporation e di famosi multimilionari che infilano i loro tentacoli estrattivisti e ambiziosi, nel nostro territorio”, afferma Moira Millán, weychafe (chi difende del popolo mapuche) e componente della Marcha de Mujeres Originarias.
La lotta e la repressione del popolo mapuche in Cile sono più note, ma anche in Argentina i Mapuche stanno conducendo una resistenza per la difesa del loro territorio dalla fine del XIX secolo, quando lo Stato lanciò “la Conquista del Desierto”, con la quale cercò di cacciarli e privarli dei loro territori e delle loro risorse. Successivamente, negli anni ‘90, lo Stato ha promosso la vendita della terra a prezzi irrisori, come se là non esistessero le comunità indigene, né tanto meno i loro diritti.   
Tra gli acquirenti, spiccano l’impresa italiana di maglieria del marchio globale Benetton, che ha comprato quasi un milione di ettari di terre ancestrali, l’attore Sylvester Stallone, il finanziere George Soros e altri ricchi e famosi che ora possiedono interi laghi e montagne per utilizzo privato.
L’attuale governo dell’Argentina ha intrapreso una lotta feroce contro i popoli originari, con assassinii – come quello più recente di Rafael Nahuel, per mano della polizia-, incarcerazione politica e criminalizzazione dei difensori della terra.
In questo momento Moira Millán affronta l’accusa di violenza aggravata, per la sua partecipazione a una manifestazione pacifica. Il 27 giugno è stata trattenuta dalla polizia in aeroporto con una denuncia chiaramente legata alla repressione del movimento e, in base all’ingiunzione, deve presentarsi il 19 settembre per un’udienza. Lei è dirigente e una voce imprescindibile  per la liberazione del suo popolo e del suo territorio, e che ha lottato in modo integrale, come mapuche, donna e madre.
Il nostro corpo-territorio e il territorio-corporale sono un’unità indivisibile per noi [donne mapuche].  L’accanimento contro di noi proviene dalla debolezza del sistema capitalista e patriarcale”, ha affermato in una dichiarazione, l’8 marzo. Con lo slogan “libera determinazione sul nostro territorio, i nostri popoli e i nostri corpi”, la sua organizzazione, la Marcha de las Mujeres, difende questa visione.
Moira è anche una internazionalista, ha viaggiato in ogni parte del mondo per parlare della lotta del popolo mapuche, e ora si sta promuovendo una campagna globale per la sua assoluzione con l’hashtag  #ReclamarJusticiaNoEsUnDelito.
Mentre Moira affronta l’attacco giudiziario, cresce la campagna uscita dal Primo Parlamento di Donne Originarie, in aprile, chiamata “Nos queremos plurinacional. Si tratta di portare una proposta al prossimo 33° Incontro Nazionale delle Donne a Trelew, provincia di Chubut, in ottobre, per la piena inclusione delle donne indigene. Se votano questa proposta in territorio mapuche, si potrebbe fare storia ottenendo una vera confluenza tra il movimento delle donne e il movimento indigeno, per costruire – nelle parole delle donne indigene organizzate – un movimento più democratico, con una visione anti-sistemica e a favore della costruzione del buen vivir.
In questo modo, si tratta di cancellare le recinzioni delle terre privatizzate, cancellare l’assedio mediatico e cancellare le frontiere erette tra i movimenti per la liberazione, che dividono e che cercano di ostacolare con ogni mezzo, permettendo una reale convergenza delle lotte che potrebbe salvare il pianeta e noi stesse.
Il Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir, sottolinea che: “La nostra lotta come donne indigene nell’unità, non finisce con la liberazione delle prigioniere e dei prigionieri politici bensì con la liberazione dei nostri territori. Abbiamo secoli di resistenza; nessun governo ha potuto piegarci”.  Adesso è necessario che altre donne e persone in generale, riconoscano in questa resistenza una via per proteggere la vita, che è il filo che tutti condividiamo.

Per aderire alla campagna per l’assoluzione di  Moira Millán, questi sono i contatti:
per la stampa:  Evis Millán +5492915745857
Facebook: Movimiento de Mujeres Indígenas por el buen vivir.
* Articolo pubblicato su Desinformémonos con il titolo La Patagonia, la lucha mapuche por la sobrevivencia del planeta
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

lunedì 17 settembre 2018

Rapine, attentati e cannabis: il costo della criminalità in Sardegna - Monia Melis




C’è un costo pagato da tutti per ogni atto criminale, dall’atto vandalico all’omicidio. Un giro di soldi, in passivo, che segue la mappa dei flussi di denaro in chiaro e ha un peso più alto lì dove c’è più ricchezza. La nostra Isola non è ovviamente immune da queste dinamiche che per la prima volta sono state analizzate – con alcuni complicati calcoli – da tre ricercatrici dell’Osservatorio criminalità dell’Università di Sassari. Lo studio è poi diventato un capitolo del Quinto rapporto, a cura della professoressa Antonietta Mazzette, La Criminalità in Sardegna. Reati autori e incidenza sul territorio (edito da Edes). Si tratta appunto del primo tentativo in assoluto in Sardegna e l’obiettivo è sia elaborare una stima – seppur parziale – dei costi delle azioni criminali, sia tracciare alcune tendenze già in atto. Tra tutte si possono citare il boom della coltivazione della marijuana sia in campo aperto o in serre domestiche con sistemi sempre più sofisticati e l’organizzazione che sta dietro gli assalti ai portavalori. Al momento le analisi si sono focalizzate su tre tipi di reati: attentati alle auto, rapine e coltivazione di marijuana.
Il team che ha chiuso il lavoro sui dati del 2016 e del 2017 è formato da Maria Gabriela Ladu, docente di Economia Politica nel corso di laurea in Scienze Politiche e dell’Amministrazione (dopo una laurea in Scienze politiche a Cagliari, un master in Economia alla Coripe di Torino e un secondo master a Essex, in Inghilterra). Le altre autrici del report sono Manuela Pulina (Professore Associato in Politica Economica all’Università di Sassari) e Domenica Dettori  (laurea in Giurisprudenza e tecnico del dipartimento di Storia dello stesso Ateneo). A livello nazionale esistono ovviamente dei precedenti (tra tutti quelli di Claudio Detotto e Marco Vannini, nel 2010): l’ultima stima dei costi sociali del crimine – fatta su 18 tipi di reato  è pari in Italia a 38miliardi di euro, il 2,6 per cento del Pil. Un trend che si ripete anche negli Usa, con un impatto sul Pil attorno al 2 per cento. E lo schema potrebbe ricalcarsi in scala più ridotta, ossia regionale.

La mappa e il censimento dei crimini sardi e la ‘complementarietà’
La mappatura dei crimini in Sardegna è appunto ‘parziale’ ma significativa. Le ricercatrici si sono infatti concentrate su tre reati a cui Sardinia Post dedicherà di settimana in settimana un singolo approfondimento. Ci sono le rapine (dagli scippi, a quelli contro banche e supermercati fino ai portavalori),  gli attentati alle automobili e gli atti vandalici e la coltivazione di cannabis. Coltivazione che avviene sia in aperta campagna sia in contesti urbani in serre al chiuso, oggetto di un precedente report dello stesso Osservatorio. Il lavoro sui costi segue lo schema di catalogazione e ‘censimento’ portato avanti non attraverso le informative giudiziarie ma con le notizie di stampa. Una selezione ristretta ai due principali quotidiani cartacei La Nuova Sardegna e L’Unione Sarda. “Sappiamo che queste narrazioni possono essere lacunose – spiega Ladu a Sardinia Post – ma in ogni caso le informazioni necessarie sarebbero difficili da reperire e la sistematicità utilizzata dagli organi di informazione è un buon punto di partenza. Anche perché ricavare i costi da dati statistici può essere davvero molto complicato”. I reati scelti, seppur molto diversi, sono concatenati l’un l’altro. “In un certo senso – spiega Ladu – possono esser pure complementari”. E il riferimento va soprattutto al traffico di stupefacenti e alle rapine di spessore. La divisione geografica dello studio non ricalca quella amministrativa (province) bensì quella dei Sll (Sistemi locali del lavoro): ossia gruppi di comuni omogenei in cui le persone si spostano, lavorano, consumano, vivono. I tipi di costi analizzati sono di tipo diretto – sostenuti dalla vittima per esempio, nel caso dell’auto incendiata – manca un’analisi su quelli indiretti (mancati stipendi, danneggiamento di proprietà e spese pubbliche volte ad incrementare il livello di sicurezza). A cui si aggiungono quelli immateriali: sia psicologici, sia da intendersi come mancata produttività. Disagi a cascata che coinvolgono non solo la vittima diretta, ma comunità intere.

Costi alti dove girano più soldi. Le sorprese: il boom di droga in Gallura, Oristano città di vandali 
A livello nazionale nelle province di Roma e Milano la criminalità ha un costo più elevato: le attività criminali producono una perdita pro capite, rispettivamente, pari a 37,60 e 34,30 euro, cifre riferite al 2015  secondo il rapporto sul “Danno della criminalità comune” di Dugato e Favarin (2016). Al contrario, le province con i costi più bassi d’Italia sono sarde: quelle dell’Ogliastra – fino a tre anni fa, almeno -, Oristano e Medio-Campidano. L’ultima in particolare detiene il record del costo più basso pari a tre centesimi ad abitante contro la media nazionale che arriva a 12 euro e 50 centesimi a testa. “Una possibile interpretazione di certo è che dove girano più soldi, si concentrino più reati che sollevano anche il costo medio della criminalità – spiega Ladu -. E così succede anche in Sardegna: l’impatto a livello regionale è più alto, in Gallura, a Olbia dove si arriva nel 2017 sono stati sequestrate denaro e droga per potenziali introiti pari a sei milioni di euro, l’anno precedente erano fermi a un milione e mezzo”. Non solo la città- capoluogo, il fenomeno supera i confini cittadini ovviamente e investe la zona, o meglio il Sistema locale del lavoro. E così Arzachena, capitale della Costa Smeralda, ha un costo che sfiora gli 88 euro pro capite (nel paniere c’è soprattutto il peso del traffico e produzione di stupefacenti). L’incidenza e il ‘peso’ economico della produzione, del sequestro di stupefacenti e  del denaro è una delle sorprese per le stesse ricercatrici, anche se il fenomeno è noto: “Si tratta di un vero record – commenta Ladu – con un giro da 10 milioni di euro e sistemi sempre più organizzati di coltivazione, il rischio che dietro ci possano essere organizzazioni criminali interessate a questo tipo di business in Sardegna è molto alto”. A Thiesi, paese dell’interno – nel Sassarese – un milione di euro. Se si considera solo la marijuana ai primi posti ci sono ancora una volta non città ma centri più piccoli: Macomer, Ozieri e Desulo, con sequestri di droga e denaro pari rispettivamente a 4milioni e cento mila, due milioni e mezzo e un milione di euro. Da questo si può intuire quanto le stime non siano complete e ricalchino sequestri e ritrovamenti che possono essere pure casuali e sbilanciare – viste le macro dimensioni delle piantagioni – le statistiche. L’altra sorpresa riguarda Oristano, considerata la città più tranquilla d’Italia, con il minor numero di reati secondo il bilancio sulla criminalità stilato da Il Sole 24 Ore su dati del ministero dell’Interno (1.768,6 ogni centomila abitanti) con un recente calo dell’11,8 per cento. Ebbene, nelle strade della città della giudicessa Eleonora d’Arborea nel 2017 le auto bruciate solo aumentate dell’85,7%, con un danno di circa 2,14 euro a persona. L’indizio di un fenomeno? “Non si può affermare, se non con serie storiche più lunghe e complete – dice Ladu -. Si può trattare di episodi concentrati in poche notti, di certo – al di là della preoccupazione dei sindaci – le forze dell’ordine affermano che dietro le auto bruciate o distrutte non c’è la criminalità organizzati ma banali motivi personali”. Di diversa matrice, e ad alto rischio, sono invece le rapine di un certo livello, come gli assalti ai portavalori e ai caveu con bottini milionari – clamoroso il caso di Sassari – e la produzione e il confezionamento di sostanze stupefacenti, tra tutte appunto la cannabis. E spunta in alcuni casi la complementarietà tra i due tipi di reato: il primo serve a procurare fondi da investire in sistemi di coltivazione sofisticati e per il pagamento della cosiddetta ‘manovalanza’ poco qualificata. A chi siano collegate le menti – e quali siano i reali mercati – dei nuovi business in Sardegna è la nuova sfida per gli investigatori.

venerdì 14 settembre 2018

Elogio della disomogeneità - Franco Lorenzoni




PER UNA SCUOLA CHE CONTRIBUISCA
ALLA COSTRUZIONE DI UNA SOCIETÀ APERTA
A PARTIRE DAL RICONOSCIMENTO RIGOROSO
DELLA DIGNITÀ DI OGNI ESSERE UMANO.

Nel 70° anniversario, ripartiamo dalla Carta universale dei diritti dell’uomo
Care colleghe e colleghi insegnanti,
come tanti mi domando in questi mesi cosa sia possibile fare per arginare la crescente intolleranza verso chi emigra nel nostro paese. Come educatore, non posso tollerare che una ragazza di Milano che ha il padre africano confessi a sua madre che ha paura a uscire di casa. Il clima nel nostro paese sta mutando a una velocità impressionante e credo che, per contrastare il veleno del razzismo, noi insegnanti siamo chiamati a ripensare in modo radicale il nostro ruolo, perché abbiamo responsabilità ineludibili riguardo alla difficile costruzione di una società aperta.
A scuola ci troviamo in una situazione delicata, ma in qualche modo privilegiata. Ogni giorno, infatti, ci troviamo a lavorare in classi multietniche che rendono necessario il nostro ruolo di mediatori attenti e di costruttori di una cultura della convivenza, dai nidi alle superiori.
La scuola italiana è abitata da spinte divergenti. Da un lato è certamente il luogo pubblico di maggiore accoglienza e integrazione dei figli degli immigrati e, prima in Europa, da quarant’anni anni accoglie alunni portatori di disabilità, dall’altro tollera ancora al suo interno situazioni in cui vengono messe in atto piccole e grandi discriminazioni inaccettabili. 
Non è facile e non sempre siamo all’altezza dei compiti che ci affida la Costituzione, quando invita a “rimuovere gli ostacoli” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Eppure giorno dopo giorno, spesso a fatica, in decine e decine di migliaia cerchiamo di trasformare le nostre classi in piccole comunità aperte, capaci di non escludere nessuno.
Non dobbiamo dimenticare mai che il fascismo, prima di essere movimento politico, crebbe nel diffondersi di una mentalità. E che la mentalità intollerante e razzista stia crescendo intorno a noi è un dato di fatto.
Le scuole sono luoghi in cui sperimentiamo la complessa arte della convivenza
Le nostre scuole sono uno dei pochi spazi in cui in tante e tanti sperimentiamo con continuità e convinzione la costruzione di frammenti significativi di quella complessa arte della convivenza di cui abbiamo assolutamente bisogno.
Gli esiti sono contraddittori e disuguali e non sempre ne abbiamo la consapevolezza necessaria. Per questo dobbiamo moltiplicare le occasioni per incontrarci, cooperare, studiare e progettare una scuola all’altezza dei compiti dell’oggi.
È urgente e importante far conoscere in tutti i modi possibili il lavoro e l’impegno di bambini e ragazzi che, insieme ai loro insegnanti, soprattutto in territori difficili, danno vita a rari e preziosi presidi di democrazia. Luoghi di costruzione culturale capaci di non separare l’apprendimento dell’italiano e di un suo uso consapevole, lo studio approfondito di matematica, scienze, storia, lingue, arti e movimento, con lo sviluppo di una capacità di ascolto tra diversi, con una frequentazione del dialogo e dell’argomentare rigoroso, capace di dare spazio al confronto tra idee diverse.
Per fare tutto ciò c’è bisogno di un tempo lungo e disteso e dunque dobbiamo compiere scelte radicali, diminuendo la quantità di contenuti e aumentando i momenti di ricerca e di approfondimento, verificando e dando peso ai dati e prendendoci cura delle parole che usiamo, all’opposto di ciò che prevalentemente si fa oggi nella società e nei media.
La geografia che oggi abita le nostre classi ci offre una possibilità inedita di riflettere e ricercare intorno allo stato della condizione umana nel pianeta che abitiamo. Se abbiamo la capacità di sostare a lungo attorno a domande cruciali, memorie di lingue diverse e molteplici storie possono intrecciarsi e ravvivare lo studio, aiutandoci a comprendere meglio ciò che si muove nel mondo.
Dobbiamo assumerci la responsabilità di dare un ampio respiro culturale a ciò che sperimentiamo quotidianamente nelle scuole. Dobbiamo coordinare i nostri sforzi perché le tante piccole scoperte che andiamo facendo possano crescere, diffondersi e, soprattutto, dare coraggio a chi subisce le pressioni di una società sempre più chiusa.
Da trent’anni nel nostro paese si insulta e si denigra la cultura. Si tagliano fondi alle biblioteche, alla ricerca, alla scienza e alla preservazione attenta dell’arte e del paesaggio. Le conseguenze le paghiamo ogni giorno, perché prendersi cura del territorio, così come del discorso pubblico, è un processo che richiede tempo, impegno, intelligenza, dedizione e tanto lavoro, mentre per distruggere basta un decreto o un tweet indecente ad effetto.
Il ruolo di chi insegna è oggi sottovalutato e spesso vilipeso. Ma paradossalmente, proprio in questa situazione di estrema difficoltà, possiamo ritrovare le ragioni e il senso del nostro operare, che deve nutrirsi di una visione di ampio respiro eandare necessariamente oltre i muri della scuola.  
Solo la costruzione di una società multietnica capace di ascolto reciproco ci può aprire al futuro
Diversità è bellezza è uno slogan che rischia di essere retorico. Va riconosciuto francamente che diversità è anche fatica, percorso lungo di avvicinamento da affrontare con determinazione e lungimiranza. A partire dalle scuole siamo chiamati oggi a dimostrare che l’inevitabile società multietnica e multiculturale in cui viviamo e sempre più vivremo, può essere più ricca, stimolante e aperta al futuro, dunque più vivibile e sicura, di una società chiusa in se stessa, impaurita e rancorosa.
C’è bisogno di una persuasione convinta e di un impegno straordinario da parte di noi insegnanti perché mai come oggi l’educazione e la sperimentazione sociale vengono prima della politica, largamente screditata, specie tra i più giovani. È una sfida a cui non possiamo sottrarci che può coagulare nuove energie e ravvivare entusiasmi, aiutandoci a ridare senso e respiro al nostro mestiere.
Abbiamo il dovere di preservare, migliorare e ampliare la capacità inclusiva delle nostre scuole sapendo che tutto ciò non è possibile, senza una contemporanea capacità di influenzare il discorso pubblico, senza dare un contributo culturale ampio per affrontare i nodi della convivenza tra diversi.
L’arretramento culturale di cui siamo testimoni mina le fondamenta della nostra convivenza civile, conquistate con la Resistenza e delineate nella nostra Costituzione e nella Dichiarazione universale dei diritti umani.
Ci sono voluti 68 milioni di morti, di cui 43 milioni di vittime civili, perché 192 stati del nostro pianeta arrivassero, al termine della seconda guerra mondiale, a sottoscrivere una dichiarazione universale in cui si afferma solennemente che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. In quella dichiarazione, votata esattamente 70 anni fa, il 10 dicembre del 1948, nell’articolo 7 si afferma che “Tutti sono eguali dinanzi alla legge, tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione, come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.
Nelle nostre città e in tutta Europa si torna a parlare di confini da presidiare e difendere come non accadeva da decenni. Si alzano muri, steccati e fili spinati e si chiudono porti. La parola invasione viene rilanciata di continuo nei media e nel discorso pubblico a dispetto di numeri e dati. Ma di fronte ad un incitamento alla discriminazione, che non aveva mai avuto sostegno all’interno delle istituzioni repubblicane, non bastano denunce ed appelli, pur necessari. Dobbiamo rendere sempre più le nostre scuole luoghi di costruzione culturale consapevole e cosciente, capaci di testimoniare che è possibile, utile ed efficace non escludere nessuno.
Per un’alfabetizzazione alla compresenza nel nome di Erodoto
Le differenze culturali e di abitudini possono essere profonde, ma non dobbiamo dimenticare i tanti aspetti elementarmente umani che ci accomunano tutti. Il problema è che barriere e pregiudizi si possono attenuare solo se si ha l’occasione di incontrarsi e di fare qualcosa insieme, non limitandosi a guardarsi in cagnesco, da lontano.
In questo processo di avvicinamento la scuola può svolgere un ruolo fondamentale, perché è l’unico luogo dove obbligatoriamente tutti i bambini e i ragazzi convivono e si scambiano esperienze. Ecco allora che anche un nido comunale può essere un luogo di conoscenza e di scambio tra madri di diverse culture, che forse hanno molto da insegnarsi le une con le altre, come alcuni esempi positivi dimostrano.
Dalle scuole dell’infanzia alle superiori, solo intrecciando memorie, vite ed esperienze si può ambire alla costruzione di una società aperta, in cui si riescano ad attenuare le paure guardando oltre.
La scuola non può non essere al centro di questo difficile processo, perché è qui che compiamo la nostra prima alfabetizzazione alla compresenza ed è qui che possiamo elaborare un convinto e convincente elogio della disomogeneità, impegnandoci a dimostrare che tra diversi si impara meglio, anche se all’inizio può apparire più difficile.
Nonostante guerre, scontri e invasioni, il mar Mediterraneo è stato culla di ricche civiltà perché era facilmente navigabile e da sempre ha favorito ogni genere di scambi. Non c’è crescita culturale senza un continuo attraversamento di confini.
Erodoto, il primo storico, era figlio di una greca e di un persiano. Figlio di due popoli in guerra tra loro. È dal suo sangue misto che è nato uno degli ambiti di ricerca più ricchi di futuro, perché capace di far tesoro delle memorie più diverse.
Una proposta concreta per l’anno scolastico che inizia
Il Movimento di Cooperazione Educativa ha promosso il tavolo di lavoro “Bambini, migranti, umanità”, a cui hanno già aderito oltre trenta associazioni (tra cui la redazione di Comune, ndr).
Concretamente si tratta di raccogliere e coordinare più forze ed energie possibili. Invitiamo singoli insegnati, colleghi di classe o di scuola, interi collegi di docenti perché promuovano o aderiscano a iniziative molteplici, che dobbiamo inventare e sviluppare insieme nell’intero anno scolastico a partire dall’autunno costruendo, intorno al 10 dicembre, momenti pubblici e corali capaci di ricordare, rilanciare e festeggiare i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, dentro e fuori le scuole.
Studiare in modo partecipe e approfondito questo fondamentale testo collettivo, così come tornare alle parole della nostra Costituzione, ci può aiutare a ragionare in positivo, costruendo dal basso la capacità di avere uno sguardo attento e critico verso ciò che accade intorno a noi, offrendo a bambine e bambini, a ragazze e ragazzi strumenti per intendere le dinamiche lunghe della storia senza restare intrappolati nelle angustie del presente. La scuola può e deve coltivare la lungimiranza necessaria a immaginare e costruire un futuro di apertura e inedite compresenze e convivenze, se saremo capaci di difenderci dai veleni dell’intolleranza.
Tre date possono scandire momenti di ricerca dentro le scuole e momenti pubblici in cui confrontarci: il 3 ottobre, giornata che il Parlamento italiano, con voto unanime, decise di dedicare alla Memoria delle vittime dell’emigrazione, il 20 novembre, anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e il 10 dicembre, in cui ricordiamo i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani.
Per un primo scambio di informazioni sulle iniziative si può consultare il sito del MCE . Il coordinamento che ha dato vita lo scorso anno alle iniziative a favore dello Ius soli e dello Ius culturae mette a disposizione la pagina del gruppo facebook “Insegnanti per la cittadinanza”.

martedì 11 settembre 2018

La sfida delle città per salvare i centri storici dal modello Airbnb - Ettore Livini




Il denaro non è tutto e l’anima (anche quella di una città) non ha preso. E così decine di sindaci e governi -da Amsterdam Vancouver, dalla Nuova Zelanda fino Tokyo – sono scesi sul piede di
guerra per salvare i “panda” urbani del terzo millennio: i residenti dei centri storici. Una specie a rischio estinzione causa invasione del turismo di massa  -con Airbnb nel ruolo di nemico pubblico numero uno – assalto di Paperoni stranieri a caccia di occasioni immobiliari. Un uno-due da ko che sta ridisegnando interi quartieri, dal Barrio Gotico di Barcellona fino al Marais di Parigi, sfrattando i residenti – che rendono troppo poco – per far posto a nuovi ospiti pronti (è il loro atout) a pagare affitti a prezzi d’oro. 
I numeri sono da allarme rosso: Venezia perde mille abitanti all’anno dal 2000, il 10% dei residenti del centro di Madrid – dove le camere per i turisti sono raddoppiate in un triennio – si è trasferito fuori città. Airbnb  calcola il Ladest dell’Università di Siena – ha in vetrina il 22% degli appartamenti nel cuore di Firenze e offre 15mila abitazioni a Roma, 12mila a Milano (+110% in due anni) e 4mila a Napoli (+880%). I pensionati Ue migrati in Portogallo per sfruttare le tasse low-cost hanno fatto schizzare del +7,9% in 12 mesi i prezzi delle case a Lisbona, alzando l’asticella fuori dalla portata dei locali. A Praga la frittata è già stata fatta e il 10% dei residenti di Zona 1 sono ricchi arrivati dall’estero. E a Parigi – per dirla con Ian Brossat dell’ufficio urbanistico del Comune – “gli affittacamere rischiano di trasformare il centro in Disneyland”. 
Pecunia, di solito, non olet. La rapidità con cui si sta consumando questo drammatico trapianto sociale nei centri storici ha colto però tutti di sorpresa. E tanti paesi  hanno detto basta. La Nuova Zelanda è pronta a impedire agli stranieri l’acquisto di case. L’Australia li autorizza solo per gli appartamenti nuovi per salvare le aree più vecchie delle città. Vancouver impone una sovrattassa del 15% a chi non ha passaporto canadese.
La vera crociata è però quella che si è scatenata contro Airbnb.Il portale Usa ha travolto come un ciclone il mondo del turismo. Lo scorso anno  ha portato in Itala quasi 8 milioni di persone, in catalogo ha 5 milioni di offerte. Un successo arrivato però con un conto salato: la “Airbnbizzazione” dei centri storici. Il processo della metamorfosi urbanistica è lineare:  affittare un appartamento con il portale rende bene (a San Francisco il 13% annuo contro il 5,9% di un contratto a lungo termine). Gli incassi sfuggono spesso al fisco. Risultato: i piccoli proprietari cacciano gli inquilini per far posto ai turisti e le catene immobiliari fanno incetta di condomini nelle aree a maggior appeal. Con il rischio di trasformarle in dormitori senza un’anima.
Molte città – prima di trovarsi di fronte a fatto compiuto – sono corse ai ripari. San Francisco ha imposto un obbligo di licenza e registrazione degli ospiti, dimezzando in pochi giorni l’offera Airbnb. Lo stesso sta facendo New York. Il Giappone ha costretto la società a cancellare le proposte non “registrate” tagliandole da 60mila a mille in pochi giorni. Barcellona ha assunto 100 ispettori per scovare i locatari abusivi senza licenza (ne  ha già sanzionai 2.500), Madrid autorizza solo l’offerta di case con ingresso autonomo sulla strada. A Praga il comune ha “catalogato” i nomi di 20mila affittacamere sottoponendoli a indagine fiscale. Molti hanno imposto tetti temporali sugli affitti: Amsterdam ha messo un limite di 30 giorni l’anno, Londra di 90 giorni, come Madrid, Sydney di 180. 
Airbnb respinge le accuse di  “centricidio”: creiamo ricchezza – dice – i nostri clienti spendono il doppio c di chi va in albergo e nel 74% dei casi scelgono case fuori dalle rotte tradizionali. “Il loro modello ha reso più flessibile  l’offerta e ridotto prezzi degli alberghi  nei periodi di punta”, dice Chiara Farronato di Harvard Business School. “E può aiutare  a rivitalizzare i centri di molte città italiane, specie del Sud, che si sono desertificati ben prima dell’avvento di Aribnb”, aggiunge Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme. La guerra al loro spopolamento però non si ferma: Amsterdam , Parigi, Lisbona, Barcellona, Madrid e Berlino hanno creato un coordinamento per prevenire la trasformazione delle zone turistiche in Luna park. A breve è in agenda un incontro a Bruxelles con la Commissaria al mercato interno Elzbieta Bienkwoska. E per salvare i panda dei centri storici, anche la Ue è pronta ad aprire un ombrello. 
(Repubblica, 4 settembre 2018)

mercoledì 5 settembre 2018

Nigeria, tra conflitti, povertà e il più alto numero di migranti - Violetta Silvestri



La Nigeria continua a vivere una drammatica situazione a causa di instabilità, violenza, fragilità economica. La crisi dei rifugiati ha iniziato il suo quinto anno, accrescendo i numeri di una vera tragedia umanitaria. Secondo i dati Unhcr, 1.700.000 Nigeriani risultano sfollati all’interno del Paese. Più di 203.000 persone sono rifugiate e circa 482.000 sono sfollati in Camerun, Ciad e Niger.

Lo Stato africano si trova coinvolto in una endemica spirale di scontri fra comunità, terrore che affonda le radici in storie di soprusi, ingiustizie, povertà, iniqua distribuzione delle risorse.
Terrore e instabilità, innanzitutto, attanagliano ancora alcune zone del Paese a causa delle attività terroristiche di Boko Haram. Il gruppo di militanti islamici, nonostante sia stato in gran parte respinto dalle forze di sicurezza della Nigeria, continua a diffondere terrore con esplosioni suicide e azioni di violenza. Il Borno e alcune parti degli stati di Yobe e Adamawa, le zone epicentro della conquista di Boko Haram, restano ad alto rischio. Il gruppo esercita potere e pressione attraverso attentati suicidi nei mercati, nelle università e nei campi profughi, imboscate e saccheggi nei villaggi. Attentati e scontri non cessano, lo dimostrano gli eventi degli ultimi mesi. Circa 31 persone sono morte a causa di bombe a Damboa e altre 27 sono rimaste uccise dopo una violenta esplosione nei pressi della moschea di Mubi nei mesi di maggio e giugno scorsi.
Almeno 300 sono le vittime civili negli attacchi del gruppo nel 2017 e nell’arco degli otto anni sono stati circa 20.000 i Nigeriani deceduti nella guerra tra lo Stato e Boko Haram. Un periodo lungo e tragico per la nazione africana, che ha visto ripetersi in questa parte nord-orientale abusi su donne e bambini – spesso utilizzati dai militanti islamici come kamikaze – e rapimenti. 5,2 milioni di persone nel Nord-Est hanno bisogno di assistenza alimentare, di queste circa 450.000 sono bambini sotto i cinque anni. Considerando un periodo di esempio, solo nel luglio 2017 240 bambini sono morti per denutrizione nello Stato del Borno.
La guerra contro Boko Haram sta lasciando segni profondi in Nigeria e nei Paesi limitrofi. Il bacino del lago Ciad è al collasso. Qui i rifugiati in fuga dai militanti islamici vivono in condizioni di povertà e di insufficienza alimentare. Da quando è iniziata la guerra al terrorismo, è proprio in questi territori che si sono intensificate le operazioni belliche contro il gruppo islamico, ad opera non solo delle forze armate di stato nigeriane.
La Civilian Join Task Force, CJTF, è nata in Nigeria e in alcuni Stati confinanti per intensificare la lotta contro Boko Haram. Questi vigilantes civili armati e tutt’oggi operanti sul territorio spesso agiscono incontrollati e, con l’obiettivo di difendere la propria comunità da violenze e soprusi, spesso abusano del potere. Non mancano le accuse di violenze e illegalità contro di loro, che si aggiungono ai crimini commessi contro i civili da militanti di Boko Haram, militari nigeriani, officiali governativi, tutti vittime e carnefici di questa tragedia.
Le detenzioni illegali, per esempio, sono un fenomeno diffuso. I militari hanno arbitrariamente arrestato e detenuto migliaia di giovani uomini, donne e, pare, persino bambini nei centri di detenzione in tutto il Paese. Ai detenuti è stato negato l’accesso ad avvocati e familiari. I militari hanno arrestato illegalmente anche centinaia di donne, senza accusa, alcune perché si credeva fossero imparentate con i membri di Boko Haram.
Le violazioni dei diritti umani in questo ambito hanno spinto alcune donne di Bama, nel Borno, a dar vita al Knifar Movementmovimento nato per la liberazione dei loro mariti, detenuti dai militari per presunta appartenenza a Boko Haram – accusa che le donne negano.
Proprio nei giorni scorsi sono stati arrestati 28 membri del gruppo militante da parte delle forze speciali messe in campo dallo Stato africano. Alcuni hanno confessato di aver partecipato al rapimento di oltre 200 giovani studenti nel Borno nel 2014. Inoltre, tutti hanno dichiarato la colpevolezza di crimini gravi, quali invasioni e attacchi in città e villaggi.
L’emergenza umanitaria causata dalla guerra contro il gruppo islamico ha accelerato un’altra grave crisi. La tensione tra contadini e pastori semi-nomadi nella parte centrale del Paese – Middle Belt e, soprattutto, Stato di Plateau – ha provocato già migliaia di morti.
L’ultimo episodio di violenza risale al 24 giugno scorso, quando 86 persone sono rimaste uccise in diversi villaggi della regione Plateau con l’accendersi di tensioni tra agricoltori e pastori. La lotta per la terra, vitale per entrambi i gruppi sociali, è frutto di una situazione complessa.
Lo spostamento dei pastori verso i territori del Sud, infatti, è solo in parte innescato dalla necessità di scappare dalle terre colpite dalla violenza di Boko Haram, nel Nord-Est del Paese. Alla base di questo scontro dalle sfumature etnico-religiose – i pastori sono soprattutto musulmani Fulani e gli agricoltori cristiani – ci sono diverse ragioni.
Innanzitutto, la siccità e la desertificazione hanno degradato i pascoli, prosciugato molte sorgenti d’acqua naturali e costretto un gran numero di pastori a migrare verso Sud alla ricerca di terra e risorse idriche per le loro mandrie. Inoltre, la crescita della popolazione, l’espansione delle infrastrutture pubbliche e l’acquisizione di terreni da parte di grandi agricoltori e altri interessi commerciali privati hanno ridotto le riserve di pascolo. In un Paese in rapida crescita com’è la Nigeria, terza dopo India e Cina per numero di neonati nel 2018 e con una popolazione che attualmente conta circa 190 milioni di persone, la distribuzione delle risorserappresenta un problema da affrontare con politiche mirate.
La guerra per le terre tra agricoltori e mandriani dimostra la mancanza di piani strategici per la crescita economica del Paese e per la sicurezza. Il clima di conflitto, quindi, si acuisce, alimentato anche dalla rigida divisione etnica e religiosa di questa parte di Nigeria. La maggioranza delle comunità cristiane del Sud risentono dell’afflusso di pastori prevalentemente musulmani, considerato come una “forza di islamizzazione”. Le azioni violente, dunque, si intensificano. I pastori spesso sono armati ed episodi di furti di bestiame, scontri, intimidazione tra mandriani e agricoltori sono piuttosto diffusi.
Lo scontro religioso, in Nigeria, ha assunto già da anni dei toni drammatici proprio contro le comunità cristiane. Attentati in Chiese e in villaggi popolati da persone di questa religione, infatti, si sono intensificati e hanno portato a dichiarare una “guerra religiosa contro la cristianitàGli appelli dei vescovi sono accoratiquanto inascoltati.
L’instabilità domina un po’ tutto il Paese, con tensioni che continuano anche tra le milizie statali e i separatisti del Biafra IPOB. Nel corso dell’anno 2017 ci sono stati scontri e uccisioni tra soldati e militanti, che restano in uno stato di agitazione.
Malcontento e frustrazione dominano anche la regione del Delta del Niger, dove il Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni reclama giustizia contro le azioni illecite e l’inquinamento causato da compagnie petrolifere straniere. I piani di recupero ambientale, infatti, non sarebbero rispettati.
In questo quadro così complesso e fragile, la povertà dilaga. La Nigeria detiene il triste primato per la popolazione povera in Africa. Sono quasi 87 milioni, infatti, le persone che vivono in condizioni di estremo bisogno nel Paese. Un dato che può essere affiancato a quello dei migranti presenti in Europa.
Tra il 2010 e il 2017 sono 390.000 i Nigeriani sul territorio europeo. La più numerosa tra le comunità africane. Scappare da condizioni economiche e di povertà così difficili e cercare opportunità di lavoro all’estero sono tra le motivazioni che spingono i Nigeriani a lasciare il loro Paese.
La grande nazione africana occidentale presenta, quindi, diverse problematiche e situazioni contraddittorieLe ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, infatti, rivelano una buona prospettiva di crescita per il Paese, con la previsione di aumento del PIL del 2,3%. Un buon traino per l’intera regione sub-sahariana. Gli esperti sottolineano che il Paese si sta riprendendo da una terribile contrazione causata soprattutto dal calo dei prezzi del petrolio e dalla scarsità di valuta estera per importare materie prime.
Nonostante tutto, le disuguaglianze restano. Le sfide per le prossime elezioni nel Paese, previste per il 2019, sono, quindi, ancora molte. Il presidente in carica Buhari – che ha annunciato di ricandidarsi – non ha del tutto convinto soprattutto sul tema della lotta alla corruzione e sulla risoluzione della tensione tra cristiani e musulmani, agricoltori e pastori.
L’opposizione al presidente si sta organizzando. A febbraio 2019 la popolazione potrà scegliere come e con chi affrontare le complesse vicende irrisolte.

martedì 4 settembre 2018

La centralità mondiale del Niger - Mauro Armanino



Mai siamo stati importanti come adesso. Siamo corteggiati dai Paesi e dalle agenzie umanitarie. Non ci fossimo bisognerebbe inventarci di sana sabbia. Siamo diventati esportatori unici di frontiere, oro, uranio, cocaina e gruppi armati. Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo potuto ritagliarci un posto nell’economia globale. Chi parla di sicurezza, terrorismo e controllo di nefasti flussi migratori trova in noi un terreno propizio per accordi ‘vincenti’ di partenariato. Esportiamo crisi umanitarie permanenti, carestie irregolari, desertificazioni ostinate, occasionali attentati e stato di urgenza democratica. In poche parole ce la mettiamo davvero tutta per dare una mano a chi non aspetta altro che darci una mano. Il Sahel esporta materie prime, terre arabili, siccità e si offre come zona a rischio per quasi tutto si possa sperare oggi. Facilitiamo il lavoro degli esperti, dei giornalisti, dei media e non li priviamo, se non per tempi ridotti, di notizie sulle catastrofi naturali e quelle dovute ai cambiamenti climatici. Quanto alla geopolitica, poi, siamo ormai un terreno propizio per ricerche, rapporti, documenti, studi e piani di aggiustamento strutturale.
Importiamo basi militari, forze congiunte, formatori, consiglieri, esperti a tutto campo e, naturalmente, droni armati. Consapevoli come siamo del nostro ruolo centrale nell’economia umanitaria, facciamo del nostro meglio per chiunque voglia fare del bene al popolo. Le agenzie hanno inteso il messaggio e arrivano, si propongono e, talvolta, implorano di poter far parte degli eletti all’aiuto, qualunque esso sia. In denaro forse è meglio per tutti. La liquidità si addice al paesaggio che soffre di perenne dipendenza dalle piogge. Ma non si rifiutano neppure beni in natura e soprattutto mirati progetti di sviluppo inclusivo, con attenzione particolare alle donne, vere locomotive dell’economia. Si importano idee democratiche, metodi efficaci di controllo delle nascite, sistemi di governo e soprattutto le strategie di conservazione del potere presidenziale. Libero corso alle idee liberali e ai rigurgiti dei fondamentalismi religiosi controllati e filtrati dalle apposite agenzie che non funzionano.
Non ci facciamo mancare nulla. Rifugiati dai Paesi vicini, centri di accoglienza e di mirato smistamento migranti, seminari di formazione e di capacitazione in ogni settore possibile e immaginabile. Esportiamo cipolle e polvere di ottima qualità. Della sabbia manco a parlarne, appare e scompare in ogni trattativa sulle strade, negli uffici col condizionatore e nelle pieghe dei pochi contratti di lavoro a tempo pieno. Facciamo nostri i poveri e la povertà. Cerchiamo di presentare quest’ultima in modo da renderla attraente per il mercato, altamente concorrenziale, dei fondi fiduciari di urgenza. Le stagioni dell’anno e della vita sono un settore interessante per le compagnie telefoniche. Esportiamo, con ottimi risultati, dividendi demografici unici al mondo, segno della salute riproduttiva del popolo. Facilitiamo la realizzazione delle profezie sulle inondazioni.
Era stato predetto un anno complicato, con possibili decessi e migliaia di senzatetto. Detto e fatto. Un recente comunicato dell’Ufficio di Coordinamento per gli Affari Umanitari lo conferma. Morti e sfollati come previsto, in particolare ad Agadez, città riconosciuta come patrimonio mondiale dell’Unesco. Non di soli migranti si vive o si muore ma anche di inondazioni annunciate, programmate e infine realizzate. Difficile non essere riconoscenti alle popolazioni per la loro collaborazione.

Importiamo americani, tedeschi, indiani, italiani, ponti e raffinerie di petrolio chiavi in mano ai cinesi. Quanto ai francesi si sentono come a casa loro per via della colonia permanente e attualizzata. Importiamo macchine usate e abbandonate dall’Europa tramite i porti della costa e il deserto libico. Facciamo spazio alle compagnie minerarie, alle multinazionali delle sementi e alle banche di credito in generale. Le ultime ideologie di grido e le grandi narrazioni sono ben accette e poi accantonate per lasciare posto alle promesse dei politici. Importiamo sistemi la cui provata efficacia non supera una stagione. Quanto a Dio non ha concorrenti di rilievo. Sa che, per Lui, meglio del Sahel non potrebbe trovare per passare il tempo.