Visualizzazione post con etichetta coca-cola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta coca-cola. Mostra tutti i post

sabato 29 aprile 2023

La Coca-Cola si beve tutta l’acqua - Angelo Mastrandrea

Nel veronese la siccità ha provocato una grave crisi che ha costretto la metà dei comuni a razionare le risorse idriche. Invece lo stabilimento della multinazionale non ha rallentato la sua produzione.


 

La mattina di sabato 9 luglio alcune centinaia di attivisti della rete ecologista Rise up 4 climate justice, arrivati alla stazione di Nogara da tutto il Veneto, si sono incamminati verso la zona industriale del paese. Erano diretti allo stabilimento della Coca-Cola per protestare contro le sue politiche “estrattiviste”, basate cioè sull’accaparramento di risorse ai danni della comunità locale. Nel veronese la siccità ha provocato una grave crisi idrica che ha costretto metà dei comuni a limitare l’utilizzo d’acqua. La Coca-Cola invece, per la quale l’acqua è la materia prima principale, non ha rallentato la produzione. Un decreto regionale del 31 luglio del 2020 le consente anzi di aumentare del 37 per cento la “portata media” dell’acqua prelevata dalla falda sotterranea e, poiché la domanda della bibita è in continuo aumento, le linee produttive funzionano a pieno regime. Il tutto a un prezzo irrisorio: un centesimo ogni mille litri d’acqua presi dai pozzi che si trovano all’interno dello stabilimento.

Nei bar lungo il tragitto verso la fabbrica, le bottigliette di Coca-Cola da 400 millilitri “prodotte a Nogara”, che la gente del posto distingue dalle “sottomarche” provenienti da altre regioni, sono in vendita a 3,40 euro. L’azienda ha ridotto le dimensioni delle bottiglie da mezzo litro, ma non il prezzo, un trucchetto che serve a mascherare gli effetti dell’inflazione e a scaricarla sui clienti. Arrivati davanti ai cancelli della fabbrica, gli attivisti climatici hanno bloccato la strada, mostrando cartelli che denunciavano la “speculazione” e urlando slogan contro la multinazionale statunitense. “Si parla di razionamento idrico nelle case e poi ci sono aziende che hanno accesso diretto all’acqua e la usano per prodotti di cui non abbiamo bisogno”, ha detto ai microfoni di Rainews24 una giovane ecologista, Fabrizia Toninello. Un gruppo di militanti dei centri sociali del nordest, riconoscibili dalle tute bianche, ha provato a superare il cancello d’ingresso, ma è stato respinto dalla polizia in tenuta antisommossa. Ci sono stati spintoni, urla ed è volata pure qualche manganellata. “Vogliamo attirare l’attenzione sul fatto che i razionamenti dell’acqua valgono per i privati cittadini e non per la Coca-Cola”, spiega Sergio Zulian, arrivato da Treviso per partecipare alla manifestazione.

Estrattivismo

Il comune di Nogara è l’unico in tutta la provincia di Verona che non ha un acquedotto. Ha una rete di tubature costruita all’inizio degli anni ottanta, ma non è mai entrata in funzione. Quando la società pubblica che gestisce le risorse idriche, Acque Veronesi, ha provato a recuperarla si è resa conto che molti tubi erano rivestiti di amianto ed è riuscita ad allacciare alla rete idrica solo alcune abitazioni del centro cittadino. Due terzi delle 3.500 abitazioni private e perfino l’ospedale prendono l’acqua da pozzi di loro proprietà. Poiché quasi nessuno ha i contatori, l’azienda idrica stima il consumo in 64 metri cubi all’anno, in maniera forfettaria.

La Coca-Cola preleva da sola la sua acqua. Ha ottenuto dalla regione Veneto una “concessione alla derivazione di acque sotterranee tramite pozzo” per “uso industriale, potabile, igienico e sanitario, e assimilati”. In questo modo la multinazionale, pur sfruttando l’acqua a fini commerciali come le aziende che imbottigliano acque minerali, la paga molto meno. In più, è esonerata dai costi di depurazione e di smaltimento, che il resto della popolazione invece paga in bolletta. “È un esempio di come le istituzioni locali siano asservite alla multinazionale”, afferma l’ex sindaco Paolo Andreoli, di Sinistra italiana. “Lo stabilimento di Nogara è uno dei più limpidi esempi di estrattivismo nel nostro paese”, hanno scritto in un comunicato stampa gli organizzatori della protesta. La Coca-Cola, da queste parti, è intoccabile. Quando i lavoratori della logistica organizzati dal sindacato di base Adl Cobas, nel 2017, hanno scioperato per quaranta giorni di fila protestando contro le condizioni di lavoro, le guardie private inviate dai datori di lavoro hanno usato le pistole taser contro i manifestanti e per la prima volta la fabbrica ha sospeso la produzione. L’ambasciata statunitense a Roma ha chiesto all’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni di intervenire per fermare le proteste.

Non è chiaro neppure quanti pozzi gestisca. “Ce ne sono almeno cinque”, dice Roberto Malesani di Adl Cobas. “Sono sette, tutti all’interno della fabbrica”, aggiunge con sicurezza Andreoli. Nelle autorizzazioni ne sono menzionati tre, ognuno dei quali è collegato a una vasca di accumulo da 1.400 metri cubi, dalla quale “si dipartono le tre diverse linee di distribuzione dedicate alle rispettive utilizzazioni”. Tutti pompano acqua al ritmo di 173,80 metri cubi all’ora, 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, per un totale di un miliardo e mezzo di litri all’anno in media, il triplo dei consumi dell’intera popolazione di Nogara. La bolletta finale è di circa 14mila euro all’anno. “Una sproporzione inaudita rispetto ai consumi, molto meno di quanto pagano i privati cittadini”, afferma Andreoli. Per dimostrarlo, tira fuori una bolletta da 39,74 euro per un consumo di 23 metri cubi di acqua. Sono 1,72 euro ogni mille litri, quasi il doppio di quanto paga la Coca-Cola. “Un’abitazione privata consuma tra i 60 e i 70 metri cubi all’anno, mentre lo stabilimento arriva anche a un milione e 700mila metri cubi, l’equivalente di un comune di 25mila abitanti”, calcola.

Rallentare un po’

All’indomani della manifestazione, Sinistra italiana ha lanciato un allarme. “C’è il rischio che non ci sia più acqua e ciò danneggerebbe l’intera popolazione di Nogara, tra cui gli stessi lavoratori di Coca-Cola”, ha scritto in un comunicato stampa nel quale chiede la sospensione della produzione. “Non dico che dovrebbero fermarsi del tutto, magari basterebbe rallentare un po’”, dice Andreoli, per il quale “i manager dovrebbero capire che, se l’acqua finisce, lo stabilimento chiude davvero”.

Una casa consuma 70 metri cubi d’acqua all’anno, lo stabilimento arriva a un milione e 700mila metri cubi

Venti chilometri più a sud il Po è in secca, le falde acquifere sotterranee sono prosciugate dalla siccità, il loro livello si è abbassato e il presidente di Acque Veronesi, Roberto Mantovanelli, già alla metà di giugno è stato costretto a scrivere a tutti i sindaci della provincia, chiedendo di adottare delle misure per limitare i consumi. Il primo a intervenire è stato proprio il sindaco di Nogara, che il 21 giugno ha vietato “l’utilizzo di acqua potabile per fini diversi da quelli domestici e igienico-sanitari”. Il primo luglio, appena eletto, il sindaco di centrosinistra a Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi, ha prorogato un’ordinanza simile del suo predecessore Federico Sboarina, di Fratelli d’Italia, e ha raccomandato ai cittadini “un uso consapevole dell’acqua anche nelle attività quotidiane in casa, riducendone gli sprechi”. Il suo collega del vicino comune di Villafranca, Roberto Luca Dall’Oca, anche lui di centrodestra, ha proibito di riempire piscine, annaffiare l’orto e lavare l’auto per tutta l’estate. Secondo i dati forniti da Acque Veronesi, 40 dei 77 comuni serviti dalla società idrica hanno adottato ordinanze simili, consentendo l’utilizzo dell’acqua solo per “usi igienico-sanitari” e prevedendo multe fino a 500 euro per chi non rispetta le prescrizioni.

La Coca-Cola non ha subìto invece alcuna limitazione. Nello stabilimento di Nogara le dieci linee produttive e quella ad alta velocità, costata 15 milioni di euro e inaugurata nel 2020, non hanno mai smesso di funzionare a pieno regime. Nei magazzini “i bancali sono pieni fino al soffitto”, dice un lavoratore della logistica. “Siamo in una fase di sovrapproduzione”. Dopo una contrazione nelle vendite durante la pandemia, la multinazionale ha ripreso a guadagnare più di prima. In tutto il mondo, nel 2021 sono stati venduti 13,7 miliardi di litri di Coca-Cola nelle sue diverse versioni – originale, Zero e light – il 13 per cento in più del 2020, e l’utile netto ha raggiunto i 547 milioni, il 32 per cento in più dell’anno precedente. In Italia è la bevanda più bevuta. Fattura 870 milioni di euro, occupa 22mila persone tra posti di lavoro diretti e l’indotto, e contribuisce per lo 0,05 per cento al prodotto interno lordo. Cifre da capogiro che fanno risaltare ancora di più il centesimo pagato allo stato per ogni mille litri di acqua consumata.

Lavoro e indotto

Tra gli 8.300 abitanti di Nogara, in pochi osano mettere in discussione il trattamento di favore nei confronti della multinazionale. “Dobbiamo tenere conto che questa è un’azienda che offre lavoro e indotto”, dice il sindaco Flavio Pasini, della Lega. Il colosso di Atlanta è arrivato qui nel 1975 e negli ultimi dieci anni ha investito cento milioni di euro nei 146mila metri quadrati dello stabilimento veneto, il più grande del sud dell’Europa. Ci lavorano 427 persone assunte dalla Coca-Cola, soprattutto impiegati, mentre la maggior parte degli operai dipende dalle aziende e cooperative in appalto. I lavoratori sono in totale 2.244, ai quali se ne aggiungono altri 5.200 dell’indotto. Se dovesse chiudere, si stima che in Veneto la disoccupazione aumenterebbe dell’1,7 per cento.

Secondo uno studio della School of management dell’università Bocconi di Milano, la multinazionale ogni anno distribuisce in Veneto stipendi per 22,5 milioni di euro, appalti alle imprese fornitrici o collegate per 77,8 milioni e paga 400 milioni di tasse, in buona sostanza i contributi versati per i lavoratori dipendenti, visto che quando si acquista una bottiglietta “prodotta a Nogara” i proventi prendono la strada dei paradisi fiscali in cui il gruppo ha le sue sedi: da quella principale nel Delaware, alle Isole Cayman, all’Irlanda, al Lussemburgo, ai Paesi Bassi e a Singapore.

La Coca-Cola Italia Hbc finanzia le giornate ecologiche e la cura dei parchi nel paese del veronese. Ha sponsorizzato il premio letterario Campiello a Venezia, ha finanziato un progetto della Fondazione Arena di Verona per ricostruire 67 colonne della cinta muraria esterna crollate nel 1117 e ha sostenuto iniziative come “Learn your job” dei Giovani imprenditori di Confindustria, con corsi negli ultimi tre anni nelle scuole superiori per dare consigli agli studenti nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. “Grazie allo stabilimento di Nogara e al lavoro quotidiano degli oltre 400 colleghi responsabili di garantire qualità alla Coca-Cola made in Veneto, abbiamo costruito un solido legame con la regione”, ha detto alle agenzie di stampa il direttore della comunicazione di Coca-Cola Italia Hbc Giangiacomo Pierini.

La multinazionale si mostra molto attenta pure agli aspetti ambientali. Ha investito sei milioni di euro per sostituire gli imballaggi di plastica con altrettanti di carta e produce bottiglie con tappi di plastica che non si staccano, per evitare che finiscano dispersi e non siano riciclati. Gli attivisti climatici sostengono che si tratta solo di greenwashing per mascherare lo sfruttamento a costo zero dei beni comuni e il trattamento di favore da parte delle istituzioni locali. La mattina del 9 luglio, mentre provavano a forzare lo sbarramento di polizia davanti ai cancelli dello stabilimento di Nogara, sulle loro teste un pannello elettronico segnava la quantità di CO2 risparmiata dalla fabbrica dall’inizio dell’anno: 1.196 tonnellate “grazie ai pannelli fotovoltaici” installati nella fabbrica e altre 9.222 tonnellate “grazie all’impianto di cogenerazione”.

La fabbrica produce il 100 per cento dell’anidride carbonica che utilizza nei 735 milioni di litri di bevande gassate imbottigliate ogni anno nell’impianto, dalla Coca-Cola alla Fanta, alla Sprite. Per questo non è stata toccata dalla riduzione delle forniture causata dagli aumenti del prezzo del metano dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che ha reso l’anidride carbonica “introvabile”, come hanno denunciato alcuni produttori di bibite. L’Acqua Sant’Anna di Vinadio, in provincia di Cuneo, è stata costretta a fermare le proprie linee produttive. Invece la Coca-Cola, oltre che sull’acqua, risparmia anche sulle bollicine.

da qui


mercoledì 3 novembre 2021

Plastica, l’azienda che inquina più al mondo è la Coca-Cola

 


 

(Fonte: Agenzia Dire «www.dire.it»)

 

La Coca-Cola è l’azienda che inquina di più con la plastica. Lo rivela l’inchiesta Brand Audit 2021 pubblicata da Break Free from Plastic, un’organizzazione nata nel 2016 che coinvolge circa 11.000 volontari nel mondo.

In cima alla classifica, oltre a Pepsi e Nestlé, anche la società olandese-britannica Unilever, tra i principali sponsor della Cop26, il vertice globale sul clima che inizierà il 31 ottobre a Glasgow, in Scozia.

Per il report, il quarto incentrato sull’inquinamento prodotto dalle multinazionali, sono stati realizzati controlli in 45 Paesi. Secondo l’organizzazione, i partecipanti hanno raccolto 330.493 rifiuti di plastica e il 58 per cento di questi apparteneva a un brand di una multinazionale.

Le aziende inquinanti stanno trasferendo tutti i danni alle prossime generazioni – si legge nel report – e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i giovani dei Paesi del sud“. Nelle conclusioni, l’ong esorta i governi a obbligare le aziende a ridurre l’utilizzo della plastica. L’invito è rivolto anche alle multinazionali, affinché rivedano i loro piani di produzione e distribuzione e siano più trasparenti nelle comunicazioni del loro impatto ambientale.

da qui

domenica 7 marzo 2021

Il mondo in una lattina - Miguel Martinez

 


“L’ambiente”, ci dicono, è questo o quel problema.

Basta differenziare meglio, compensare il CO2, mettere fuorilegge le vecchie auto rugginose, cambiare lampadine, innalzare pale eoliche…

Invece, non è un problema, è tutto un sistema che ci sta portando alla catastrofe.

Se lo fai notare, ci sarà sempre qualcuno con il ditino imparatore che dirà, “ah, lamentarsi del sistema è solo una scusa per non fare qualcosa”.

No, dobbiamo ognuno di noi fare il massimo possibile per non essere complici. Sapendo che non sarà mai abbastanza e che sul piano pratico sarà del tutto inutile.

Perché…

Prendiamo un oggettino dall’aspetto innocuo, una lattina di Coca Cola.

I dati risalgono al 1999 e si riferiscono all’Inghilterra, saranno cambiate tantissime cose, ma l’importante è capirne il senso e la portata, e poi moltiplicare per tutti gli altri oggetti neutrali che ci circondano.

Seguiamo i passi e proviamo a immaginare i costi di ognuno.

Anche facendo finta che a ogni tappa si facciano tanti gesti ecofriendly e smart e sostenibili. Tipo il turno di notte della miniera di bauxite che usa torce che consumano di meno (ma è ecologia, o è il padrone che è tirchio?).

Poi pensiamo al prezzo irrisorio della lattina.

Ecco la differenza tra quei costi fatti sostenere a cielo, terra, acqua e biosfera, e il prezzo irrisorio pagato dal bevitore finale di acqua zuccherata contiene in sé tutta la questione ambientale.

Trovata su quel sito straordinario che è Energyskeptic [1], ecco la carriera di una lattina di Coca Cola, usa e getta, bevuta e abbandonata in Inghilterra.

Il punto di partenza è una miniera di bauxite. Ne trovo una in Tasmania, che si vanta di aver creato trenta posti di lavoro, che son meno di quelli che ha creato la Trattoria Quattro Leoni in Piazzetta della Passera.[2]

1.      La bauxite viene estratta in Australia,

2.      trasportata in un mulino a riduzione chimica,

3.      ogni tonnellata di bauxite viene lavorata e purificata in mezza tonnellata di ossido di alluminio.

4.      Viene poi stoccata,

5.      caricata su un gigantesco trasportatore di minerali e

6.      inviata in Svezia o Norvegia, dove le dighe idroelettriche forniscono elettricità a basso costo.

7.      Dopo un viaggio di un mese attraverso due oceani, di solito rimane alla fonderia anche per due mesi.

8.      La fonderia impiega due ore per trasformare ogni mezza tonnellata di ossido di alluminio in un quarto di tonnellata di alluminio metallico, in lingotti lunghi dieci metri.

9.      Questi vengono curati per due settimane prima di essere spediti ai laminatoi in Svezia o in Germania.

10.  Lì ogni lingotto viene riscaldato a circa 900 gradi Fahrenheit

11.  e laminato fino a uno spessore di un ottavo di pollice.

12.  I fogli risultanti sono avvolti in bobine da dieci tonnellate

13.  e trasportate in un magazzino,

14.  e poi a un laminatoio a freddo nello stesso o in un altro paese,

15.  dove vengono laminate dieci volte più sottili, pronte per la fabbricazione.

16.  L’alluminio viene poi inviato in Inghilterra,

17.  dove i fogli vengono punzonati e formati in lattine,

18.  che vengono poi lavate,

19.  asciugate,

20.  verniciate con uno strato di base,

21.  e poi dipinte di nuovo con informazioni specifiche sul prodotto.

22.  Le lattine vengono poi laccate,

23.  flangiate (sono ancora senza coperchio),

24.  spruzzate all’interno con un rivestimento protettivo per evitare che la cola corroda la lattina,

25.  e ispezionate.

26.  Le lattine vengono pallettizzate,

27.  sollevate con un carrello elevatore,

28.  e immagazzinate fino al momento del bisogno.

29.  Vengono poi spedite all’imbottigliatore,

30.  dove vengono lavati

31.  e pulite ancora una volta,

32.  poi riempiti con acqua mescolata a sciroppo aromatizzato, fosforo, caffeina e anidride carbonica.

33.  Lo zucchero viene raccolto dai campi di barbabietole in Francia e subisce

34.  l’autotrasporto,

35.  la macinazione,

36.  raffinazione

37.  e spedizione.

38.  Il fosforo viene dall’Idaho, dove viene estratto da profonde miniere a cielo aperto – un processo che porta alla luce anche cadmio e torio radioattivo. 24 ore su 24, l’azienda mineraria usa la stessa quantità di elettricità di una città di 100.000 persone per ridurre il fosfato alla qualità alimentare.

39.  La caffeina viene spedita da un produttore chimico al produttore di sciroppo in Inghilterra.

40.  I barattoli riempiti vengono sigillati con un coperchio di alluminio ‘pop-top’ al ritmo di millecinquecento barattoli al minuto,

41.  poi inserite in cartoni stampati con colori coordinati e schemi promozionali.

42.  I cartoni sono fatti di pasta di legno che può aver avuto origine ovunque, dalla Svezia o dalla Siberia alle foreste vergini della British Columbia che sono la casa di grizzly, ghiottoni, lontre e aquile.

43.  Pallettizzate di nuovo, le lattine vengono spedite a un magazzino di distribuzione regionale,

44.  e poco dopo a un supermercato dove una tipica lattina viene acquistata entro tre giorni.

 

Commenta Alice Friedemann di Energyskeptic:

Il consumatore compra dodici once di acqua zuccherata fosfatata, impregnata di caffeina e dal sapore di caramello. Bere la coca richiede qualche minuto; buttare via la lattina richiede un secondo. In Inghilterra, i consumatori scartano l’84% di tutte le lattine, il che significa che il tasso complessivo di rifiuti di alluminio, dopo aver contato le perdite di produzione, è dell’88%. Gli Stati Uniti ricavano ancora i tre quinti del loro alluminio dal minerale vergine, con un’intensità energetica 20 volte superiore a quella dell’alluminio riciclato, e buttano via abbastanza alluminio da sostituire l’intera flotta di aerei commerciali ogni tre mesi.

Ogni prodotto che consumiamo ha una storia nascosta simile, un inventario non scritto dei suoi materiali, risorse e impatti. Ha anche dei rifiuti generati dal suo uso e smaltimento… La quantità di rifiuti generati per fare un chip di semiconduttore è oltre 100.000 volte il suo peso; quella di un computer portatile, quasi 4.000 volte il suo peso. Per produrre un quarto di succo d’arancia della Florida sono necessari due litri di benzina e mille litri d’acqua. Una tonnellata di carta richiede l’uso di 98 tonnellate di risorse varie.

Se ci fosse un ministro alla transizione ecologica interessato all’ambiente invece che un piccolo Frankenstein come Roberto Cingolani che produce robot, saprebbe che stroncare i processi globali di questo tipo farebbe infinitamente di più per l’ambiente di tutte le retoriche sullo sviluppo sostenibile, che nel migliore dei casi sono semplicemente la solita ricerca di processi più efficienti per guadagnare di più.

Anche Zio Paperone era un grande nemico degli sprechi. Il che non ne fa un ecologista.

Nota:

[1] Energyskeptic cita un libro di Paul Hawken, Amory Lovins e L. Hunter Lovins (1999, Natural Capitalism, Earthscan Publications Capitolo 3: “Waste Not”, pagine 49-50), che a sua volta cita Lean Thinking di James Womack e Daniel Jones.

[2] A essere pignoli, si tratta di un’altra miniera, che illustra l’annuncio di quella dei trenta posti di lavoro.

 

da qui

martedì 17 ottobre 2017

110 miliardi di bottiglie di Coca cola - Maria Rita D'Orsogna

Coca Cola produce 110 miliardi di bottiglie di plastica l’anno, circa quindici bottiglie a persona sul pianeta intero, compreso bimbi e anziani. Circa un quinto delle bottigliette di plastica prodotte nel mondo sono di Coca Cola. Il totale, Coca Coca ed altre, è di 500 miliardi di bottiglie, cioè 20mila bottiglie al secondo vendute in ogni angolo del pianeta. Un milione al minuto…
Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni.
La Coca Cola da tempo è sotto pressione, tra le altre cose, per ridurre il numero di bottigliette prodotte, ma finora i risultati sono stati poco promettenti: nel corso degli scorsi anni, invece di diminuire, il numero delle bottigliette prodotte è aumentato.
Dove finisce tutta quella plastica? Dove finiscono tutte quelle bottigliette? Ci piace pensare di essere una società attenta, ma se è vero che si cerca di riciclare e di riusare e tante altre belle parole, la triste realtà è che la gran parte di quella roba finisce, se va bene, in discarica, se va male, negli oceani, nei corpi di pesci e uccelli, e, in ultima analisi nei nostri corpi.
Dopotutto se le stime sono che negli oceani nel 2050 ci sarà più plastica che pesci, quella plastica da qualche parte deve pure arrivare. E infatti, non è un caso che la stragrande maggioranza della plastica che si trova sulle spiagge del mondo è proprio costituita da bottiglie di plastica e da loro residui.  E questo è brutto da vedersi certo, ma è un grande pericolo per animali acquatici che li mangiano per sbaglio, che a volte soffocano, che li accumulano nei loro organismi, e che a volte si sviluppano con pezzi di plastica come parte del loro corpo. Per non parlare dei pezzettini più piccoli che poi ce li ritroviamo nei pesci che mangiamo, nel sale marino e pure nell’acqua che beviamo.



E la Coca Cola? Beh, grazie a varie campagne di sensibilizzazione, nel Regno Unito, promosse da Greenpeace e da altre associazioni, la Coca Cola ha annunciato che utilizzerà plastica reciclata per il 50 per cento delle loro bottigliette entro il 2020.
È una soluzione? Certo che no! La metà di 110 miliardi di bottiglie sono 55 miliardi di bottiglie ed il 2020 è troppo lontano. La Coca Cola è un ente colossale e può fare molto, molto di più di queste mosse di facciata.
E noi? Beh, noi possiamo essere attenti che ogni santa bottiglietta venga riciclata nel modo più opportuno, possiamo raccogliere lo schifo che vediamo in spiaggia, possiamo essere consapevoli, possiamo scrivere alla Coca Cola, e possiamo scegliere di trovare alternative alle bottigliette di Coca Cola e di qualunque altro contenitore di plastica per quel che possiamo.
Quanti anni ci vogliono per degradare una bottiglia di plastica? Quattrocento anni, sì 400.
da qui

sabato 16 maggio 2015

Le bollicine nutrono il pianeta? – intervista a Francesco Gesualdi (a cura di Carlo Cefaloni)

Come dichiara il sito ufficiale diExpo 2015 Milano, Coca Cola è l’Offical soft drink partner dell’esposizione universale «in virtù del suo impegno sul fronte dell’innovazione e della crescita sostenibile capace di generare ricchezza per la comunità, tutelando le risorse utilizzate e incoraggiando consumi e stili di vita equilibrati». Abbiamo chiesto un parere a Francesco Gesualdi, fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo di Pisa, padre del consumo critico e del commercio solidale in Italia, attinge il suo pensiero dalla grande esperienza della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani.
È contestata la presenza della Coca Cola all’Expo sull’alimentazione…
Con Cola Cola ci sono quattro ordini di problemi. Il primo: commercializza un prodotto inutile a forte impatto ambientate. Il secondo: produce un prodotto che pone seri rischi per la salute. ll terzo: come tutte le imprese è interessata solo al profitto e pone attenzione ai problemi sociali e ambientali tanto quanto basta per costruirsi una buona immagine nei confronti dei consumatori. Il quarto: usa il suo potere economico per condizionare la politica, svuotando di fatto la democrazia. Durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti, nel 2014, Coca Cola ha speso in sovvenzioni ai candidati quasi un milione di dollari. Coca Cola solo nel 2012 ha realizzato nove miliardi di profitti netti da un fatturato di 49 miliardi di dollari ossia il 18 per cento. A chi sono stati sottratti quei soldi finiti nelle tasche di Warrent Buffett e gli altri azionisti di Coca Cola? Questo è quello che ci interessa sapere, non il numero di ambulanze che Coca Cola ha donato alle varie organizzazioni di beneficienza.

Quali sono gli attuali punti critici di questa multinazionale?
Coca-Cola spende oltre 3 miliardi di dollari in pubblicità. Il che le assicura non solo visibilità, ma anche un grande muro di omertà che la mette al riparo da qualsiasi notizia negativa. Inutile sorprendersi se certe informazioni non circolano. Ma è un fatto che le sue bevande zuccherate contribuiscono grandemente all’obesità e incidono sui bilanci della sanità pubblica che deve spendere miliardi per curare le malattie connesse a un’alimentazione sbagliata. Le bottiglie e le lattine che Coca Cola mette in circolazione provocano alla collettività problemi e costi di smaltimento molto seri. E potremmo continuare con un lunghissimo elenco.
In quanto multinazionale che opera a livello globale, Coca Cola può insediarsidove le regole ambientali e sociali sono più permissive, riuscendo a violare ambiente e diritti in maniera legale. I contenziosi con le popolazioni locali sull’uso e l’inquinamento delle acque continuano come mostra l’India e il Guatemala. Parimenti, in molti paesi del mondo Coca Cola continua ad essere criticata per la politica antisindacale.
Che senso può avere il boicottaggio?
Don Milani ci ha insegnato che il potere sta in piedi attraverso il consenso di tutti. Per cui ogni scelta di non collaborazione contribuisce ad indebolirlo. Quanto più ampio è il ventaglio di cittadini che sa dire no e quanto più ampi sono gli aspetti su cui sappiamo dire no, tanto più alte le probabilità di fare cambiare le imprese e l’intero sistema.
Di fronte alla parzialità delle nostre azioni non bisogna reagire riducendo il nostro spazio di impegno, ma ampliandolo. Per questo è importante riappropriarci totalmente del nostro ruolo di cittadini sovrani che non si limitano a consumare in maniera responsabile, ma occupano tutti gli altri spazi a nostra disposizione: la denuncia, il voto, la manifestazione, lo sciopero, la proposta. Solo usando contemporaneamente tutti questi strumenti possiamo sperare di ottenere il cambiamento.

Come si spiega l’incidenza sull’immaginario collettivo della Coca Cola pur conoscendo le scelte non sempre etiche dell’azienda?
Le ragioni di tanta contraddizione vanno ricercati su molti piani. Due fenomeni probabilmente incidono più di altri. Il primo è il non sentire su se stessi la responsabilità di ciò che succede, semplicemente perché un certo risultato è frutto della sommatoria dei comportamenti collettivi. In altre parole non hanno accolto la sollecitazione di don Milani che ci invita a“sentirci tutti responsabili di tutto”. Il secondo è che non siamo educati a considerare la coerenza come un valore politico. Non abbiamo ancora capito che la società è frutto di regole e comportamenti e che il cambiamento avverrà solo se sapremo agire sulle une e sugli altri.

qui e qui