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lunedì 3 agosto 2026

La rivolta di Maiorca contro il turismo di massa, 70mila in piazza: polemiche per le botte della polizia - Victor Serri

 

Dopo Barcellona e le Canarie il grido contro l'overtourism arriva anche nell'isola più grande delle Baleari. Polemiche per le cariche delle forze dell'ordine. E si riapre il dibattito sul modello di accoglienza dei visitatori, dal mercato immobiliare impazzito a intere zone trasformate a beneficio degli stranieri

L’anno scorso alle Canarie, quest’anno alle Baleari. Le isole turistiche principali della Spagna sono diventate il fronte più caldo di una protesta sociale che cresce di stagione in stagione, quella dei residenti contro il modello economico su cui si basa da decenni l’industria turistica del Paese. Domenica, a Palma di Maiorca, decine di migliaia di persone hanno sfilato per le strade del centro storico in una delle manifestazioni anti-turismo più partecipate mai registrate sull’isola. La giornata, iniziata senza incidenti, si è chiusa con cariche della polizia e diversi feriti, riaprendo il dibattito nazionale sulla sostenibilità del modello turistico spagnolo.

Maiorca, come buona parte dell’arcipelago balearico, ha costruito la propria economia moderna quasi interamente sul turismo straniero, in particolare tedesco e britannico. A partire dagli anni Sessanta, la Germania Ovest ha scoperto nell’isola una meta ideale per le vacanze di massa: voli charter economici, hotel a basso costo lungo la costa, un clima mite tutto l’anno. Nel giro di pochi decenni Maiorca è diventata, nell’immaginario collettivo tedesco, quasi una regione tedesca d’oltremare, tanto che viene spesso chiamata, con una battuta diffusa in Germania, il “sedicesimo Land“. Interi quartieri di Palma, come la zona di Playa de Palma, sono cresciuti attorno a questa presenza costante, con ristoranti, giornali e servizi pensati per il pubblico germanofono.

 

Alle radici di una crisi: boom di prezzi di case e affitti

Questo legame, che per decenni ha portato ricchezza e occupazione, si è progressivamente trasformato in un problema strutturale. L’acquisto di immobili da parte di cittadini stranieri, unito alla diffusione degli affitti turistici brevi, ha fatto salire i prezzi delle case a un ritmo che il mercato del lavoro locale non riesce a sostenere. Secondo l’Istituto nazionale di statistica spagnolo (l’Ine), nel primo trimestre del 2026 il prezzo della vivienda libre nelle Baleari è aumentato del 13,6% su base annua, il rialzo più alto dal 2007; le abitazioni usate, le più richieste dagli acquirenti stranieri, sono salite addirittura del 15%. Le Baleari sono oggi la comunità autonoma con il prezzo al metro quadro più elevato di Spagna, circa 3.400 euro secondo l’agenzia immobiliare Gesvalt, quasi il doppio della media nazionale. Sul fronte degli affitti la situazione non è migliore: il ministero dei Diritti Sociali stima che nel 2026 i canoni in scadenza si rinnoveranno con un aumento medio di 4.615 euro l’anno, circa 400 euro al mese, la cifra più alta del Paese, a fronte di una media nazionale di 145 euro. Circa 24.500 contratti di affitto quinquennale scadranno nel corso dell’anno nell’arcipelago, coinvolgendo una platea stimata di 69mila persone.

 

In piazza un residente di Maiorca su 40

A organizzare la protesta è stata la piattaforma Menys Turisme, Més Vida (“Meno turismo, più vita”), sostenuta da oltre 130 tra sindacati e organizzazioni sociali, tra cui GobSos ResidentsSindicat de Llogateres, Ccoo, UGT, STEI, CGT, CNT, Arran e Alerta Solidària. Il corteo, radunatosi dalle 19 in Plaça d’Espanya, ha attraversato La Rambla, il Carrer Unió e il Passeig del Born, per concludersi a Ses Voltes, vicino al Parc de la Mar, dove era prevista la lettura del manifesto conclusivo.

Sul numero dei partecipanti restano versioni discordanti: la Polizia Nazionale ha parlato di circa 25mila persone, gli organizzatori di 70mila, comunque più delle edizioni del 2024 e del 2025, quando la piattaforma aveva già portato in piazza fino a 50mila persone. In entrambi i casi si tratta di una quota rilevante rispetto alla popolazione residente dell’isola, poco più di 950mila abitanti: anche calcolando la stima più prudente, sarebbe sceso in strada l’equivalente di circa una persona ogni quaranta residenti di Maiorca.

 

Gli arresti della vigilia e le botte della polizia in piazza

Nei giorni precedenti alla manifestazione due attiviste del collettivo Menys Turisme Més Vida erano state fermate a Santa Maria del Camí, accusate di aver imbrattato con scritte le vetrine di alcune agenzie immobiliari e di aver incollato le serrature di alcuni uffici, ritenuti simbolo della speculazione sugli affitti. La notizia dei due fermi ha contribuito ad alimentare la partecipazione alla marcia di domenica. È nella fase finale del corteo che il clima è cambiato. Secondo la ricostruzione degli organizzatori, la Policía Nacional ha impedito l’accesso a Ses Voltes pur non essendo stata raggiunta la capacità massima dell’area, bloccando anche gli spazi alternativi individuati per la lettura del manifesto.

Le tensioni sono sfociate con una serie di cariche delle forze dell’ordine e una ventina di colpi di proiettili di gomma sparati dagli agenti. Gli scontri, durati oltre un’ora, hanno provocato almeno otto feriti, tra cui un fotoreporter colpito alla testa mentre documentava gli incidenti, e nuovi fermi. La Policía Nacional, dal canto suo, ha respinto le accuse di sproporzione, sostenendo che un gruppo di 350-400 persone estranee alla manifestazione pacifica avrebbe aggredito alcuni turisti e lanciato pietrebastoni e bottiglie contro gli agenti prima delle cariche. Il gruppo giovanile indipendentista Arran, tra i promotori della piattaforma, ha denunciato su X le cariche della Polizia Nazionale, parlando di fermi e feriti e definendo quanto accaduto una repressione a cui “il grido di un popolo che difende l’isola dalla turistificazione” avrebbe risposto senza arretrare.

 

Le critiche al dispositivo di sicurezza “sproporzionato”

Le immagini delle cariche hanno avuto un’eco politica immediata. Lunedì Podemos ha chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, definendo l’intervento della polizia “selvaggio e intollerabile“, ed esteso la richiesta al delegato del Governo nelle Baleari, Alfonso Rodríguez. Sulla stessa linea si sono espressi esponenti di Més per Mallorca, formazione alleata di Sumar, tra cui il deputato al Congresso Vicenç Vidal e il candidato alla guida del Comune di Palma David Pujol, che hanno definito sproporzionata l’azione degli agenti. Anche gli organizzatori della manifestazione hanno chiesto la testa del delegato del Governo, accusandolo di un dispositivo di sicurezza “totalmente sproporzionato” e di ritardi nei soccorsi ai feriti. Lo stesso Rodríguez, pur respingendo l’ipotesi di dimissioni, ha ammesso su X che alcuni agenti hanno fatto uso della forza contro persone che non sembravano rappresentare una minaccia, definendo “inaccettabili” alcune immagini e annunciando una relazione dettagliata sull’accaduto oltre a un incontro con i vertici della Polizia Nazionale nelle Baleari per rivedere il dispositivo impiegato quella sera.


Da Barcellona alle Canarie, l’onda lunga contro il turismo di massa

La protesta di Palma non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di un movimento che negli ultimi due anni ha attraversato la Spagna turistica: dalle Canarie, dove nel 2024 e nel 2025 decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Tenerife e in altre isole dell’arcipelago, fino a Barcellona, dove alcuni attivisti hanno usato pistole ad acqua contro turisti seduti ai tavoli dei bar, passando per Siviglia, dove sono comparse scritte contro i visitatori stranieri. Le richieste restano simili: limiti al numero di arrivi, regole più severe sugli affitti brevi, tutela dei salari e dei servizi pubblici per i residenti.

Le autorità baleari si trovano in una posizione scomoda: il turismo genera ancora una parte enorme del Pil regionale e dell’occupazione, ma il malcontento sociale rischia di trasformarsi in un problema politico difficile da gestire. Nei prossimi mesi si capirà se le proteste di Palma porteranno a misure concrete, o se il ciclo di manifestazioni, arresti e cariche di polizia è destinato a ripetersi anche la prossima estate.

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mercoledì 31 dicembre 2025

Il diritto alla casa in Spagna tra turismo, speculazione e conflitto sociale - Victor Serri

Negli ultimi quindici anni la questione della casa in Spagna è passata da problema di alcuni settori sociali a vera e propria emergenza strutturale. Un tema che oggi occupa stabilmente il centro del dibattito pubblico, ma che affonda le sue radici nella trasformazione profonda del modello economico e urbano del paese. La Spagna che negli anni Sessanta si promuoveva al mondo con lo slogan “Spain is different” e che nei primi anni Duemila si raccontava come una storia di successo europeo durante l’era Zapatero, è diventata nel giro di poco tempo uno dei paesi con la crisi abitativa più acute del continente.

Per capire l’origine del problema bisogna tornare alla grande crisi del 2008. Lo scoppio della bolla immobiliare, alimentata per anni da credito facile, speculazione e mutui subprime, ha avuto in Spagna effetti devastanti. Centinaia di migliaia di famiglie persero la casa, mentre il prezzo degli immobili crollava e le banche si ritrovavano proprietarie di enormi stock di abitazioni svalutate. A questa crisi economica si accompagnò una risposta politica segnata dall’austerità. Con i governi a maggioranza assoluta del Partido Popular iniziarono i tagli alla spesa pubblica, la riforma del lavoro che precarizzò ulteriormente l’occupazione e un giro di vite repressivo contro i movimenti sociali, culminato nella Ley Mordaza.

 

La crisi della casa non fu quindi solo un problema di mercato, ma divenne rapidamente una questione sociale e democratica. Non a caso, proprio in quegli anni esplosero movimenti di protesta che misero in discussione l’intero assetto politico del paese. Il movimento degli Indignados, il 15M, nel 2011, individuò nel bipartitismo PSOE-PP una delle cause strutturali della crisi.

Dalle piazze nacquero reti di solidarietà, piattaforme contro gli sfratti e nuove forme di organizzazione politica che cercarono di portare il conflitto nelle istituzioni.

Mentre l’attenzione pubblica era concentrata sugli sfratti per insolvenza ipotecaria, il mercato immobiliare stava cambiando pelle. Con il crollo del credito e la difficoltà di accesso ai mutui, la casa smise di essere un bene da acquistare e divenne sempre più un bene da affittare. Ma anche il mercato degli affitti si trasformò rapidamente. Investitori immobiliari e fondi iniziarono a vedere nella locazione una nuova opportunità di profitto, soprattutto nel momento in cui i prezzi delle case erano ai minimi storici. L’espansione delle piattaforme digitali di affitti brevi – Airbnb, Booking e simili – accelerò un processo già in corso: acquistare appartamenti non per affittarli a lungo termine, ma per destinarli al turismo, garantiva rendimenti molto più elevati.

 

Questo fenomeno ridusse drasticamente l’offerta di alloggi per i residenti e fece esplodere i prezzi degli affitti. Gli sfratti non scomparvero: cambiarono forma. Sempre meno famiglie perdevano la casa per mancato pagamento del mutuo, sempre più persone venivano espulse perché non riuscivano a sostenere i nuovi canoni d’affitto.

Il centro storico si è progressivamente svuotato di residenti ed è diventato un’enclave di stranieri, turisti, expat e residenti temporanei. Nei quartieri come il Barri Gòtic, El Born o la Barceloneta, la riduzione della popolazione stabile è avvenuta in pochi anni, in parallelo a un aumento vertiginoso dei prezzi e dei flussi turistici. Il processo è stato rapidissimo: il movimento degli Indignados nasce nel 2011, le prime proteste contro gli appartamenti turistici esplodono già nell’estate del 2014. In meno di cinque anni il volto della città era profondamente cambiato.

In questo contesto si inserisce l’ascesa politica di Ada Colau, ex attivista contro gli sfratti, eletta sindaca di Barcellona nel 2015. La sua figura ha incarnato la speranza che il conflitto sociale potesse tradursi in politiche pubbliche radicali. Durante la campagna elettorale Colau affermò che bloccare gli sfratti fosse una questione di volontà politica. Una promessa che, una volta al governo, si è scontrata con i limiti strutturali del potere municipale.

 

Il suo mandato è stato caratterizzato da tentativi di regolazione degli affitti turistici: multe alle piattaforme, controlli sulle licenze e l’introduzione del PEUAT, il piano urbanistico che limitava la concentrazione degli appartamenti ad uso turístico. Misure che hanno avuto un impatto parziale, ma che non sono riuscite a invertire la tendenza generale.

Gli affitti illegali hanno continuato a proliferare, le piattaforme hanno spesso ignorato le sanzioni e il Comune si è trovato a gestire una macchina di controllo complessa e poco efficace. Nel frattempo, i prezzi continuavano a salire e per molti abitanti Barcellona diventava una città inaccessibile. La tensione sociale non si è placata.

Nel 2017 alcuni appartamenti turistici illegali vennero occupati come atto simbolico per denunciare la sottrazione di alloggi al mercato residenziale. Nello stesso anno nacque il Sindacato degli Inquilini di Barcellona, che in breve tempo divenne uno degli attori centrali del conflitto abitativo.

Il sindacato ha denunciato pratiche sempre più diffuse: contratti non rinnovati, aumenti del 30 o 40 per cento, riconversione degli appartamenti in alloggi di lusso per expat, nomadi digitali e residenti temporanei. Le conseguenze si sono estese oltre la questione abitativa, colpendo il commercio di prossimità e il tessuto sociale dei quartieri. La pressione dei movimenti portò nel 2020 all’approvazione di una legge catalana sul controllo degli affitti, che introduceva un primo meccanismo di equo canone. Una norma considerata pionieristica, ma rapidamente smantellata dal Tribunale Costituzionale, che ne annullò le parti centrali sostenendo che la competenza fosse statale.

Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza contribuì a una nuova impennata dei prezzi. Solo nel marzo 2024 il governo centrale approvò una legge statale che fissava limiti agli affitti nelle aree di mercato teso. Ma la norma escludeva affitti temporanei e stanze, aprendo la strada a un aggiramento sistematico: contratti di 11 mesi al posto di affitti stabili. Nel frattempo, il nuovo sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha annunciato l’intenzione di non rinnovare le licenze degli affitti turistici, con l’obiettivo di eliminarli entro il 2028. Una promessa forte sul piano simbolico, ma lontana nel tempo e politicamente incerta: il 2028 sarà dopo la fine del mandato del sindaco.

Tra il 2024 e il 2025 lo Stato ha introdotto anche un Registro Unico degli Affitti a Breve Termine, per contrastare l’illegalità e aumentare la trasparenza.

Ma la mossa più significativa è arrivata ancora una volta dalla Catalogna, che ha approvato una nuova legge estendendo il controllo dei prezzi agli affitti temporanei e alle stanze. La norma equipara queste tipologie agli affitti residenziali ordinari, impone l’equo canone, rafforza i controlli e introduce sanzioni più severe. È una risposta diretta a un fenomeno che aveva svuotato di efficacia le leggi precedenti.

Il Partito Popolare ha già annunciato un nuovo ricorso al Tribunale Costituzionale, parlando di espropriazione mascherata. Lo scontro si ripropone, come nel 2020, e il destino della legge resta incerto. Ma il significato politico del conflitto va oltre l’esito giuridico.

In Catalogna, e sempre più nel resto della Spagna, la questione abitativa ha superato la dimensione tecnica per diventare un terreno di scontro tra due modelli: da un lato la casa come bene finanziario, dall’altro la casa come diritto fondamentale. Il laboratorio catalano mostra che il conflitto non è risolto, ma anche che il mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di garantire l’accesso all’abitazione. Ed è su questa linea di frattura che si giocherà una parte decisiva delle politiche urbane dei prossimi anni.

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mercoledì 10 dicembre 2025

Spagna, in Catalogna dopo lo sciopero degli affitti la Generalitat acquista 1.700 appartamenti: li manterrà come alloggi sociali - Victor Serri

 

Le abitazioni, costruite con fondi pubblici, andavano incontro alla scadenza del periodo di "protezione" e avrebbero potuto alimentare speculazioni del settore immobiliare. Per questo il Sindacato degli Inquilini aveva avviato la protesta in diverse città, e ora saluta l'azione del governo regionale come un "risultato storico"

 

Uno sciopero degli affitti ha spinto le istituzioni a intervenire contro la crisi abitativa in Catalogna. La Generalitat ha infatti annunciato l’acquisto di 1.700 appartamenti di InmoCaixa, il ramo immobiliare di La Caixa, una delle principali banche catalane. Una decisione che mette fine a un processo di privatizzazione che minacciava la stabilità abitativa di centinaia di famiglie. Con questa operazione, il patrimonio pubblico incorpora definitivamente alloggi che, pur essendo stati costruiti come edilizia di protezione ufficiale, rischiavano di essere sottratti ai vincoli pubblici e immessi sul mercato libero, con conseguenze pesanti per gli inquilini. Secondo il Sindicat de Llogateres (il sindacato degli inquilini), si tratta di “un risultato storico reso possibile solo dalla pressione popolare e dalla determinazione delle famiglie in lotta”.

Per capire la portata di questa decisione, occorre ricordare che molti immobili gestiti da InmoCaixa erano stati realizzati grazie a fondi pubblici e sottoposti per anni al regime di “casa di protezione ufficiale”, l’equivalente delle case popolari. Questo regime impone affitti calmierati, limiti sul prezzo e obblighi di destinazione sociale. Tuttavia, allo scadere del periodo di protezione — che varia di solito tra 20 e 30 anni — gli alloggi possono essere “desqualificati”, cioè liberati dai vincoli pubblici. A quel punto la proprietà è libera di vendere gli appartamenti a prezzi di mercato o aumentare drasticamente gli affitti. Si tratta di un meccanismo legale, ma che negli ultimi anni ha aggravato la crisi abitativa in molte città catalane, trasformando progressivamente un patrimonio nato come sociale in merce immobiliare destinata alla speculazione.

InmoCaixa ha gestito questa transizione come molti altri operatori finanziari: in prossimità della scadenza dei vincoli, ha smesso di rinnovare i contratti agevolati, ha aumentato la pressione sugli inquilini e, secondo numerose testimonianze, ha scaricato su di loro persino il pagamento dell’IBI, l’imposta sugli immobili. Quando è apparso chiaro che interi blocchi residenziali sarebbero stati venduti o che gli affitti sarebbero cresciuti in modo insostenibile, la tensione sociale è esplosa.

In questo contesto il Sindicat de Llogateres ha messo in piedi una strategia complessa e tenace. Organizzando le famiglie minacciate dalla privatizzazione, ha promosso una mobilitazione senza precedenti: uno sciopero degli affitti. In diverse città colpite dal processo — tra cui Banyoles, Mollet, Sitges e Palau-solità i Plegamans — decine di nuclei familiari hanno aderito, trattenendo migliaia di euro di canoni come forma di pressione. La loro richiesta era semplice e radicale: che quegli alloggi, costruiti con fondi pubblici, rimanessero patrimonio pubblico e venissero sottratti definitivamente alla speculazione.

Ora la Generalitat ha scelto di rispondere acquistando gli immobili e “blindandoli” come alloggi sociali permanenti. Una scelta politica di peso, che non risolve solo un conflitto locale ma interviene sulla concezione stessa della casa come diritto. Per molte famiglie l’annuncio rappresenta la fine di un incubo. “Senza la lotta degli inquilini questa operazione non sarebbe mai esistita”, sottolinea il Sindicat, che parla apertamente di una vittoria popolare ottenuta contro uno dei maggiori attori finanziari del Paese. “Abbiamo dimostrato che quando le istituzioni non intervengono, l’organizzazione dal basso diventa l’unica difesa del diritto all’abitare”.

Il governo catalano ha presentato l’acquisto come parte di una strategia più ampia per ampliare rapidamente il parco di alloggi sociali, considerata una via più efficace rispetto alla sola costruzione di nuove case. Ma il Sindicat avverte che la battaglia non è finita: chiede il ritiro delle cause giudiziarie contro gli scioperanti, la revisione dei contratti a condizioni eque, la garanzia di una manutenzione adeguata e il rimborso delle somme pagate indebitamente negli anni precedenti.

Nonostante le questioni ancora aperte, la portata materiale e simbolica della decisione è enorme. In una Catalogna in cui la crisi abitativa è diventata una delle emergenze sociali più gravi, il “salvataggio” di 1.700 appartamenti significa molto più che proteggere alcune famiglie: rappresenta un precedente politico che dimostra come la logica del mercato possa essere contrastata dall’intervento pubblico — purché sostenuto, e questo è il punto decisivo, dalla forza organizzata di chi quelle case le abita ogni giorno.

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martedì 21 ottobre 2025

Mammografie “dubbie” ma donne mai ricontattate: lo scandalo degli screening oncologici travolge l’Andalusia - Victor Serri

Centinaia, forse migliaia di donne andaluse non sono mai state avvisate dei risultati sospetti delle loro mammografie. Tanto da aver scoperto solo dopo anni di avere un tumore al seno in fase avanzata. Quello che sembrava un errore tecnico si è rivelato un colossale fallimento istituzionale, che oggi travolge la Junta de Andalucía, governata dal Partido Popular (PP), il partito di centrodestra che guida la regione dal 2019 con il presidente Juan Manuel Moreno Bonilla.

La vicenda è esplosa come una bomba politica e sanitaria, portando alle dimissioni della consigliera alla Salute e Consumo, Rocío Hernández, e scatenando accuse di negligenza, opacità e tagli sistematici alla sanità pubblica.

Lo scandalo nasce da una denuncia partita dal basso. L’associazione Amama, che riunisce donne operate di cancro al seno, ha scoperto che centinaia di pazienti non erano mai state convocate per ulteriori controlli dopo una mammografia “dubbia”. In molti casi, i referti sospetti erano rimasti bloccati nei sistemi informatici o non trasmessi ai medici di riferimento.

Le prime ammissioni del Servizio Sanitario Andaluso (SAS) parlavano di “pochi casi isolati”, ma presto la realtà è apparsa molto diversa. Secondo le inchieste di eldiario.es e El Salto Diario, le donne coinvolte sarebbero almeno duemila. Alcune di loro hanno già avviato azioni legali contro l’amministrazione per negligenza medica.

Il programma di “cribado” (screening) del cancro al seno è uno dei principali strumenti di prevenzione del sistema sanitario spagnolo. Ogni due anni, le donne tra i 50 e i 69 anni vengono invitate a sottoporsi a una mammografia gratuita. Se l’esame mostra segni sospetti, la paziente deve essere contattata entro poche settimane per ulteriori indagini.

Ma in Andalusia — secondo quanto emerso — questa catena di comunicazione si è spezzata. Migliaia di referti non sarebbero mai stati segnalati, lasciando molte donne senza diagnosi tempestiva. “È un fallimento del sistema”, ha dichiarato un radiologo dell’ospedale Virgen del Rocío di Siviglia, epicentro della crisi. “La carenza di personale e l’eccesso di burocrazia hanno fatto saltare i protocolli”.

Il governo di Moreno Bonilla ha inizialmente cercato di minimizzare la portata dello scandalo, parlando di “un errore tecnico”. Ma di fronte al clamore mediatico e alle proteste di piazza, la Junta — guidata dal PP e sostenuta da Vox su diversi fronti politici — ha dovuto cambiare tono.

Sono arrivate le dimissioni di Rocío Hernández, la consigliera alla Sanità, e l’annuncio di un piano d’emergenza: 12 milioni di euro di investimenti straordinari, assunzione di 65 radiologi, e apertura dei centri di screening anche nei fine settimana.

“Stiamo affrontando il problema con serietà e trasparenza”, ha dichiarato Moreno Bonilla. Ma le opposizioni accusano il governo di centrodestra di aver smantellato progressivamente la sanità pubblica e favorito l’espansione del settore privato.

Negli ultimi cinque anni, la Junta guidata dal PP ha introdotto delle riforme che hanno indebolito l’esclusività del personale medico pubblico, consentendo ai medici del SAS di lavorare anche per strutture private. Il risultato, denunciano sindacati e opposizione, è un sistema sempre più duale, in cui le prestazioni più redditizie vengono dirottate verso il privato, mentre la sanità pubblica si svuota di risorse e competenze.

“Il governo del PP e Vox ha preferito finanziare le cliniche private invece di rafforzare gli ospedali pubblici”, ha attaccato María Jesús Montero del PSOE, principale partito d’opposizione. Dello stesso tenore le critiche di Adelante Andalucía e Sumar, che chiedono una commissione parlamentare d’inchiesta e una indipendente del SAS.

Il malcontento cresce anche tra i cittadini: nelle ultime settimane si sono moltiplicate le manifestazioni davanti agli ospedali di Siviglia, Granada e Málaga, con slogan come “La sanità non si vende, si difende” e “I nostri corpi non sono numeri”.

Al di là delle responsabilità istituzionali, lo scandalo dei “cribados” rivela crepe strutturali profonde. Gli esperti parlano di penuria cronica di radiologi, sistemi informatici obsoleti, e mancanza di coordinamento tra i diversi livelli di assistenza.

E il problema potrebbe non fermarsi al tumore al seno: fonti interne al SAS temono che anomalie simili possano emergere anche nei programmi di screening per il colon e la cervice uterina. Se ciò fosse confermato, la crisi assumerebbe dimensioni senza precedenti.

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lunedì 19 maggio 2025

La casa è un diritto, non un prodotto finanziario

Victor Serri intervista l’antropologo urbano Jaime Palomera sul fenomeno dell’accaparramento delle abitazioni, riflettendo su come sia possibile regolarlo anche fiscalmente per garantire una casa a buon mercato per tutti e tutte

«Bisogna aumentare le tasse affinché l’accumulazione di alloggi diventi insostenibile»
Gemma García

 

L’8 aprile, mentre il governo catalano raggiungeva un accordo con ERC, Comuns e CUP per regolare gli affitti brevi, Jaime Palomera presentava El segrest de l’habitatge – Il sequestro della casa (Pòrtic, 2025). Il libro non si limita a tracciare le cause che hanno portato a una società di inquilinə sempre più poverə e chi vive di rendita degli affitti sempre più ricchi, ma propone anche una via d’uscita.

Ricercatore e cofondatore dell’Istituto di Ricerca Urbana di Barcellona (IDRA), Palomera sottolinea che, di fronte all’attuale panorama, perfino il padre del liberalismo economico, Adam Smith, si rivolterebbe nella tomba. Parliamo con lui delle cause che hanno trasformato l’abitazione in un prodotto finanziario e delle proposte per renderla un vero diritto.

Cosa ha permesso la costruzione di un quadro culturale che normalizza il business dell’abitare?

La società dei proprietari si basava inizialmente sull’idea che tutti potessero avere una proprietà. Si attribuisce a Franco la frase: «Un proprietario in più, un comunista in meno», perché si immaginava questa società anche come forma di controllo sociale, per rendere le persone meno ribelli. Ma non ha funzionato fino in fondo: molti proprietari hanno organizzato il più grande movimento operaio d’Europa negli anni ’70. La dittatura non diceva solo che saresti diventato proprietario, ma che ti saresti arricchito: «Assicurati una plusvalenza per il futuro». Si promosse una cultura della proprietà e dell’arricchimento col suolo. Molte famiglie operaie divennero proprietarie di alloggi popolari. Ma il modello aveva un problema intrinseco: se tutti possiedono un bene il cui prezzo sale sempre, arriverà il momento in cui chi non ha nulla non potrà più accedervi.

Cosa rappresentava la casa di proprietà per la classe lavoratrice?

Ancora oggi, la maggior parte della società è proprietaria perché ereditiamo quel modello iniziato negli anni ’50. Per la gente lavoratrice, la casa è spesso l’unica fonte di ricchezza per generazioni. A Ciutat Meridiana, il quartiere più povero di Barcellona, un vicino mi raccontò che, dopo aver vissuto in baracche, il padre comprò un piccolo appartamento. Entrando, disse: «Ora, figli miei, se volete fare i bisogni in mezzo al soggiorno, potete farlo, perché non verrà nessun signorotto a dirmi nulla». Venivano da un cortijo [una fattoria, ndt] del sud della Spagna e avere una proprietà era sinonimo di libertà. La proprietà può anche generare disuguaglianza, ma per chi non ha mai avuto nulla, è la sola fonte di ricchezza. Il punto è che oggi la situazione è come una partita a Monopoly: chi ha case ne compra altre, chi non ne ha paga affitti e non può risparmiare per acquistare.

La disuguaglianza in questo “Monopoly” è aumentata con la crisi del 2008?

 

Lo Stato ha agito deliberatamente, indebitandoci, affinché il prezzo delle case non scendesse. I fondi d’investimento hanno avuto un ruolo cruciale, potendo indebitarsi per investire. Lo Stato ha steso loro il tappeto rosso con incentivi fiscali. La crisi è stata una catastrofe sociale ma anche l’inizio di un nuovo paradigma: la società dei proprietari si sta rompendo sia in alto che in basso. Chi possedeva, ora possiede di più; la terza generazione potrà esserlo solo per eredità.

Il problema abitativo ha ricevuto più attenzione perché ha iniziato a colpire anche la classe media?

Viviamo in una società sempre più neofeudale: non conta più il merito, ma dove sei nato e cosa erediti. Inizialmente la crisi colpì lavoratorə con redditi bassi e senza cuscinetti. Oggi, moltə giovani crescono passando da un affitto all’altro. E i loro genitori o nonnə erano proprietarə o avevano affitti stabili. È il risultato delle politiche neoliberali implementate anche in Spagna da ministri come Boyer e Solchaga. E anche chi crea opinione pubblica (giornalistə, politicə, opinionistə) si percepisce come classe media.

Economisti, lobby immobiliari e media ripetono che è un problema di offerta. Perché questa logica non vale per l’abitazione?

Dire che i prezzi salgono per la domanda è come dire che un aereo cade per la gravità. Non si capisce il funzionamento del mercato immobiliare. Storicamente, i periodi di maggiore costruzione hanno coinciso con le maggiori impennate di prezzo. Il suolo è scarso e dove c’è attività economica, i prezzi salgono più dei salari. I proprietari del suolo hanno posizioni monopolistiche, diversamente da un mercato competitivo. Inoltre, la domanda non viene solo da chi cerca casa, ma anche dagli investitori internazionali. È la tempesta perfetta.

 

Nel libro rivendichi il termine “redditiere”. Perché?

Parlo del rentismo come sistema che genera disuguaglianza e prosciuga l’economia produttiva. Adam Smith già lo denunciava: i proprietari del suolo si arricchiscono mentre dormono. Una famiglia che eredita un paio di appartamenti e integra le entrate non è un redditiere, non vive di reddito degli affitti. Redditiere è chi vive principalmente di rendite degli affitti. Non si può equiparare chi affitta un appartamento e chi compra decine di immobili per trarne profitto. Il conflitto è con i ricchi, non tra vicini.

 

Eppure con due appartamenti in affitto si può vivere come moltə lavoratorə…

Questi influencer vendono fumo. Promettono rendite con piccoli investimenti in quartieri popolari, ma spesso hanno dietro genitori garanti. I dati fiscali lo dimostrano: meno del 10% ha rendite da affitto e chi realmente vive di rendite è una minoranza potente. Per chi guadagna oltre 600.000 euro all’anno, il 35% del reddito proviene dagli affitti. È un sistema a somma zero: ogni casa acquistata da un redditiere è una casa in meno per te e per me.

Quindi, dopo anni di lotte per regolare i prezzi degli affitti, ora bisogna abbassarli?

Abbiamo lottato per la regolazione dal 2017 al 2021, per fermare l’emorragia. Ma il vero problema è strutturale. Il prezzo dell’affitto è solo un sintomo. Esistono molti modi per trarre rendite da un immobile: tenerlo vuoto, affittarlo come turistico o a stagione, coliving, microappartamenti. Se chiudi una porta, l’investitore ne trova un’altra. Bisogna disincentivare l’acquisto speculativo.

La via è aumentare la pressione fiscale?

Sì. Bisogna aumentare le tasse sull’accaparramento di case. Al tempo stesso, si dovrebbero offrire incentivi fiscali a famiglie lavoratrici che comprano casa, ma vincolandoli a rivendite a prezzo controllato (valore d’acquisto + inflazione). La Generalitat lo sta già facendo per i giovani. È importante, perché immette case in un sistema regolato, come a Singapore. Chi possiede molte case, invece, deve essere tassato di più affinché smetta di accumularle.

Finora però si è fatto il contrario, si è incentivato l’accaparramento

Esatto. È uno dei mercati più manipolati dallo Stato, malgrado ci raccontino la favola del “libero mercato”. Esistono molti aiuti per chi già possiede immobili. La classe lavoratrice paga più tasse per comprare casa di quanto paghi un fondo per investire in affitti. Il sistema fiscale è disegnato per favorire chi fa salire i prezzi.

 

In generale, si premiano i redditieri invece di penalizzarne gli abusi?

Sì. Lo Stato continua a ragionare in ottica neoliberale: si premiano i comportamenti “buoni” con incentivi, ma si evita di penalizzare. È falso che dare benefici fiscali ai grandi proprietari aumenti l’offerta o abbassi i prezzi. Lo dice la scienza.

E le politiche di aiuto gl3 inquilin3?

Alla fine, sono aiuti che finiscono nelle tasche dei redditieri. Anche se con le migliori intenzioni, si tratta di trasferimenti verso chi vive di rendita. Meglio penalizzare fiscalmente gli usi speculativi del suolo. Aumentare le tasse su chi accaparra e aiutare chi non ha casa a comprarne una. Se non fermiamo l’accaparramento, la ricchezza continuerà a concentrarsi verso l’alto. Alcuni Paesi, come Singapore, lo stanno già facendo.

I redditieri si oppongono ai contratti di affitto a tempo indeterminato. Ma fino al 1985 esistevano. Sono una misura fondamentale?

Sì, è fondamentale. Chi vivrà in affitto per tutta la vita ha bisogno di stabilità. Servono contratti a tempo indeterminato, come già avviene in sette Paesi europei. Ma da soli non bastano per fermare l’accaparramento.

 

I governi vantano la costruzione di edilizia pubblica, ma in Catalunya un quarto della popolazione perderà la protezione entro sette anni. Dovremmo preoccuparci anche della gestione?

L’edilizia pubblica è ancora marginale e in gran parte è stata privatizzata. Dopo Thatcher, il consenso era che l’alloggio pubblico dovesse essere residuale. Ora la Generalitat propone 50.000 alloggi protetti, ma è come gettare secchiate d’acqua su un incendio.

La lobby dice che la soluzione è costruire più edilizia pubblica. È vero?

I ricchi lo dicono perché sanno che non disturberà il loro potere. Per cambiare la situazione, serve sì costruire edilizia pubblica, ma soprattutto cambiare le regole del gioco. Bisogna aumentare le tasse sull’accaparramento di immobili. Vienna iniziò nel 1917, Singapore nel 1960. È vero che Vienna ha costruito per un secolo, ma il primo passo fu tassare pesantemente i grandi proprietari, riducendo così i profitti e facilitando gli acquisti pubblici di suolo.

 

Pubblicato su directa.cat, traduzione in italiano a cura dell’autore per DINAMOpress

 

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martedì 6 agosto 2019

A Barcellona l’allarme di «StayGrounded»: «L’aereo inquina troppo, usiamo il treno» - Victor Serri




Una rete di movimenti ecologisti si è data ritrovo due settimane fa a Barcellona per tessere alleanze e strategie contro gli aerei, che, secondo loro, sono una delle cause di inquinamento meno considerate
Sono trenta. Entrano nella grande hall dell’edificio bianco e azzurro. Avanzano in gruppo, si dispongono in fila, spiegano di fronte a loro un grosso striscione con scritto «Stop ampliazione dell’aeroporto», lo appoggiano a terra e si siedono. Aprono alcuni trolley e estraggono cartelli con scritto «Stop al cambio climatico». Hanno addosso tute rosse e maschere, forse ispirati alla famosa serie di Netflix La casa di carta. Ma non sono attori e questo non è un flashmob: sono solo alcuni membri della piattaforma internazionale StayGrounded (Restiamo a terra).

LA PROTESTA È STATA LA PARTE più visibile del congresso che hanno svolto a Barcellona, dove più di 200 ecoattivisti hanno partecipando per reclamare la riduzione dei voli (per loro uno dei trasporti più inquinanti) e per potenziare una mobilità più sostenibile. Una rete nata nel 2016 a Vienna, ben lontana dalla capitale catalana.

LA SCELTA DI BARCELLONA come città per svolgere il primo congresso non è casuale. Infatti negli ultimi anni la città di Gaudí è diventata anche il simbolo del sovraffollamento turistico. Basta guardare le cifre. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo (Ine) nel 2018 dei quasi 83 milioni di turisti stranieri, circa un quarto del totale, è andato a in Catalogna.

L’82% È ARRIVATO VIA AEREO (secondo StayGrounded). Una tendenza che è valida per tutto il territorio spagnolo: sempre per l’Ine sono circa 67 milioni i turisti che hanno preferito viaggiare in aereo per raggiungere la Spagna durante le proprie vacanze, ossia circa un 80% del totale. E a Barcellona il turismo non ha mai smesso di crescere: dai circa 3 milioni di turisti nel 1993 si è raggiunta la cifra record di più di 9 milioni l’anno scorso. Un aumento vertiginoso del 22% negli ultimi 5 anni.
Anche per questo l’aeroporto Josep Tarradellas-El Prat di Barcellona è così diventato il settimo in Europa. Nel mese di giugno scorso ha registrato circa 5,1 milioni di passeggeri, equivalente a un 6,2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, battendo così ogni record.

UNA CRESCITA CHE NON SEMBRA destinata a fermarsi. Infatti, il Ministero dello Sviluppo spagnolo e Aena, l’ente nazionale che controlla gli aeroporti dello stato spagnolo, vogliono espanderlo ulteriormente. Il progetto permetterebbe di raggiungere una capacità di 70 milioni di passeggeri l’anno (circa 20 milioni di passeggeri in più del 2018), collegandolo con l’aeroporto di Girona (a circa 100km di distanza) tramite nuove infrastrutture. Questo aumento del 40% del traffico aereo è il motivo della protesta degli ecoattivisti.
StayGrounded, nel suo dettagliato report L’illusione del turismo verde, porta dati sconosciuti a molti. Dal 1990 al 2010 le emissioni globali di CO2 sono aumentate di circa il 25%, ma quelle legate all’aviazione internazionale sono cresciute del 70% nello stesso periodo preso in esame. Un aumento senza dubbio superiore rispetto ad altri settori dell’economia. Se si stima che il numero degli aeromobili raddoppierà nei prossimi 20 anni, la cosa implica un aumento delle emissioni del gas serra (direttamente generate dall’aviazione) da quattro a otto volte.

MAGDALENA HEUWIESERE È UNA DELLE FONDATRICI di StayGrounded. É arrivata al congresso viaggiando in treno, assieme ad altri. È critica rispetto l’utilizzo del concetto flygskam, la «vergogna di volare», il termine svedese popolarizzato per alcuni movimenti che si oppongono all’uso dell’aereo come mezzo di trasporto.
Secondo Heuwiesere «non è una responsabilità individuale, ma una questione di lotta collettiva». Anche perché, spiega, «volare è una attività totalmente normale nella nostra società. Viene spinta dalle offerte dei voli low cost, perché il prezzo è quello che si considera principalmente. Ma ogni istante, almeno mezzo milione di persone sorvolano lo spazio aereo, e tutto ciò ha un tremendo impatto sull’ambiente».

COME SPIEGA SARA Mingorria, membro di StayGrounded e Ricercatrice presso il gruppo di Economia Ecologica ed Ecologia Politica dell’Istituto di Scienza Tecnologia Ambientale (Icta), un centro di ricerca legato all’Università Autonoma di Barcellona, «i voli regolari consumano principalmente cherosene, un ottimo distillato del petrolio, che resiste ai cambi di temperatura. Il problema è che non solo inquina il combustibile, ma anche l’estrazione».
E la questione non è solo il cherosene, come sottolinea Mingorría: «Se anche si volesse solo cambiare il combustibile, la cosa comporterebbe il rinnovo della flotta e la sostituzione dei materiali, cosa che provocherebbe un effetto rimbalzo, a livello globale, che aumenterebbe i costi».
É anche vero che «c’è una disuguaglianza e ingiustizia climatica legato alle limitazioni economiche, perché non tutti viaggiano così spesso e per lo stesso motivo». Lo spiegano in maniera chiara nel report: «Nel Regno unito, circa il 15% dei viaggiatori prende quasi il 70% dei voli. Gli studi dimostrano che questi viaggiatori frequenti sono ricchi».

NON SOLO. Dall'Icta affermano che «abbiamo un problema di scala»: l’aereo inquina molto di più del treno. E si può calcolare facilmente tramite il comparatore Ecopassenger, che informa sulla quantità di sostanze inquinanti rilasciate in funzione del viaggio. Se consideriamo un viaggio da Milano a Barcellona, in aereo rilascia circa 137kg di CO2 nell’atmosfera, mentre in treno la cifra si riduce fino a solo 24kg, circa 6 volte in meno. Ma secondo i dati del Term2014 dell’Agenzia dell’Ambiente Europea la differenza arriva a circa 18 volte.

CERCANDO DI UNIRE TUTTI I DIFFERENTI FRONTI, i partecipanti alla conferenza hanno portato anche una serie di proposte, come una tassa per i «viaggiatori frequenti» che sia in funzione della quantità dei voli presi.
Ma sono le parole il giornalista scientifico Daniel Arbós ad essere lapidarie: «Dobbiamo cambiare mentalità e iniziare a puntare sulla decrescita turistica e ridurre il numero di aerei per giornalisti».
E anche per questo motivo, la lotta di StayGrounded, sembra essere solo cominciata.

il manifestoBARCELLONA, 01.07.2019