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mercoledì 12 agosto 2026

Il razzismo inizia dal linguaggio: perché non usare il termine ‘maranza’ - Marco Aime

 

La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato.

Le lingue si evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male” diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte.

Il fatto che siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”.

Molti di questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una legge anti-maranza.

Già il fatto di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità: applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in quel caso si applichino le leggi vigenti.

L’ossessione securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge razzista, se la risposta è no, è una legge inutile.

da qui

lunedì 24 novembre 2025

Tornato dal Sahel, ho sentito parlare solo di guerre. Anche qui impera la militarizzazione della società - Mauro Armanino

 

Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.

Dall’altra parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario. La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto. Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la militarizzazione della società.

Il canale privilegiato per la crescente militarizzazione della società è, naturalmente, il linguaggio che opera attraverso narrazioni pre-confezionate a misura della realtà che si vuole imporre. Da tempo non è il reale che veramente conti ma il tipo di realtà o meglio il consenso che da essa si desidera veicolare. I mezzi di comunicazione sono consapevoli di quanto disse al giornalista Ron Suskind del New York Times nel 2004 un consigliere dell’allora presidente degli Usa George W. Bush: “Non è più in questo modo che il mondo funziona. Adesso siamo un impero e, quando agiamo, noi creiamo la nostra propria realtà. Mentre voi studiate, giudiziosamente come lo desiderate, questa realtà, noi operiamo di nuovo e creiamo altre nuove realtà… che voi potrete debitamente studiare: è così che funziona…Noi siamo gli attori della storia e a voi non rimane che studiare ciò che noi facciamo”.

Per condurre a buon porto l’operazione la costruzione del nemico, vero, presunto, possibile o inverosimile, rimane una tappa primordiale. Da questo punto di vista basterebbe rileggersi Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Il giovane soldato Giovanni Drogo che spende la sua vita in una fortezza di confine e proprio quando il nemico sembra finalmente giungere è lui che scende per l’ultimo e definitivo viaggio. Viviamo come in una fortezza in attesa dei barbari e nel frattempo ci si arma, e si prepara la guerra per dare la sicurezza che, com’è noto, solo il cimitero può garantire. L’Occidente sembra determinato a trasformarsi in un immenso cantiere che organizza il cimitero dei sogni.

Demilitarizzare i pensieri e le parole. Mettersi all’ascolto del reale di cui i poveri sono il volto censurato. E, soprattutto, come disse nel 2002 a Bari la docente di linguaggio Nurith Peled Elanan, il cui figlio di 13 anni è stato ucciso, “termini come libertà e onore, Dio e pace, il bene del Paese e anche democrazia possono essere armi letali… siamo coloro che sanno che non c’è pace o libertà, nessun bene e nessun Dio dopo la morte di un bambino”.

da qui