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domenica 23 marzo 2025

La storia siamo noi? Il ministro e la ”centralità culturale” dell’Occidente - Marco Aime,Stefano Allovio e Adriano Favole

 

«Solo l’Occidente conosce la Storia […]. Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia». Inizia così il paragrafo dedicato alla Storia delle “Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico”, formulate da una Commissione nominata dal Ministero dell’istruzione e del merito, con affermazioni perentorie, che non poggiano su nessuna base scientifica. Sostenere che solo l’Occidente conosce la Storia significa negare che grandi civiltà come quella indiana, cinese, persiana, ma anche società più piccole numericamente abbiano avuto coscienza del loro passato, affermazione che, dal punto di vista della ricerca antropologica, è assolutamente inaccettabile. Ogni società conosciuta riflette sul proprio passato; ogni società, compresa la nostra, seleziona aspetti del passato considerandoli più o meno importanti e ne mette in ombra altri, ogni società interpreta la storia. Intere discipline come l’antropologia storica e l’etnostoria hanno lavorato e lavorano oggi sulle dimensioni storiche delle società umane.

Nel testo si legge che grazie al Cristianesimo «si affermò così l’idea di una storia dal tempo lineare, fatta interamente dagli uomini», in opposizione a un’idea «[nell’antichità largamente dominante] circa una presunta ciclicità della storia». Anche qui emerge un inaccettabile eurocentrismo, un evidente errore scientifico: non è assolutamente vero che l’idea del tempo lineare sia un’esclusiva occidentale e cristiana. Sebbene con sistemi di calcolo diversi, popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe hanno conosciuto e utilizzato calendari “lineari”. Allo stesso modo, le società europee e occidentali e, in generale, anche la società globalizzata conosce e pratica forme di tempo ciclico: non dividiamo forse il giorno in ore, i mesi in settimane, gli anni in stagioni? Se un antropologo venuto da Marte ci osservasse da vicino, non vedrebbe forse il ritorno ciclico di Natale, Pasqua e Ferragosto? Il pensiero cristiano, per altro, non prefigura una linea del tempo infinita e continua, ma un’epifania finale in cui il ciclo della vita è destinato a esaurirsi con la redenzione ultima.

Si ripete più volte nel documento che la storia, per la sua “centralità culturale” o perché intesa come “conoscenza e giudizio sul passato” nasce in Occidente e solo dopo viene recepita dagli altri: «In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno potuto prendere coscienza di sé, abituarsi a considerare la propria esistenza collegata a quella di milioni di propri simili, sono divenuti consapevoli di ciò che li univa». Come a dire che nel resto del mondo dominava una sorta di disordine anarchico, fatto da individui inconsapevoli di appartenere a un qualche gruppo! Eppure gli annali dell’antropologia sono pieni di monografie su società, che si autodefinivano con etnonimi ben precisi, che pensavano la loro storia in rapporto ai vicini e alle popolazioni più remote, anche se non necessariamente avevano dato vita a Stati e Nazioni.

Sempre in riferimento alla Storia il documento recita che: «è attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo». Come dobbiamo intendere questo passaggio? Come una esaltazione del “dominio intellettuale” su un mondo non occidentale inferiore, incapace, meno consapevole di sé e della propria Storia? Vogliamo ritornare a una visione di un mondo diviso tra un mondo occidentale civilizzato e società selvagge? In più di cento anni di storia, l’antropologia culturale ha documentato come le società umane siano, fin dalla preistoria, frutti di scambi, traffici, relazioni conflittuali e pacifiche, come le appartenenze nascano da un effetto “specchio” per cui noi ci definiamo sempre in rapporto agli altri. L’Occidente, termine ben difficile da circoscrivere, si è modellato come ogni società a partire da catene infinite di relazioni e scambi come mostrano intere biblioteche di antropologia.

Può un Ministero definire le linee guida per la formazione scolastica senza considerazione alcuna per le scienze accademiche e la verità scientifica? Che senso ha il nostro insegnamento antropologico nelle Università, il nostro quotidiano tentativo di smontare pregiudizi ed etnocentrismi, la lotta contro i razzismi e le teorie della supremazia intellettuale di una cultura sulle altre, se il Ministero dell’Istruzione, cuore della trasmissione culturale, esprime ideologie predefinite invece di acquisizioni scientifiche?

In un’epoca in cui (finalmente) si sta sviluppando e diffondendo quella che viene chiamata “global history”, in queste pagine si propone invece un preoccupante ritorno a nazionalismi ed etnocentrismi. Affermazioni come quelle contenute nel documento costituiscono dunque a nostro parere, un pericoloso segnale: non soltanto una disinvolta volontà di piegare il pensiero scientifico a uno schema ideologico precostituito, ma una chiusura a tutto ciò che si ispira al dialogo inter-culturale e al pensiero critico.

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mercoledì 29 gennaio 2025

Contro Meloni una strategia già vista: non basta aspettare i barbari per sembrare civili - Marco Aime

  

Nella celebre poesia di Kostantin Kavafis Aspettando i barbari, tutto il popolo è riunito in piazza: le donne indossano i loro abiti migliori, i gioielli più ricchi, gli uomini hanno preparato grandi discorsi: “Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari… / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente”.

Versi che sembrano scritti apposta per descrivere la situazione della sinistra italiana, e non solo, che continua a svenarsi nell’attaccare le tante, tantissime nefandezze della destra di governo, senza però mai proporre una narrazione alternativa. È inutile criticare Meloni & C per le politiche sull’immigrazione, senza però mettere sul piatto qualche idea concreta su come affrontare questo fenomeno. Lo stesso vale per le accuse di sudditanza verso gli Stati Uniti, sacrosante, ma occorre avere una qualche idea di politica estera diversa. Non parliamo poi della posizione nei confronti dei conflitti internazionali, a proposito dei quali l’ambiguità della sinistra tra un pacifismo timidamente evocato e un appoggio condizionato alle forniture di armi, rende ancora più opaca la posizione del Pd.

Assistiamo alla riproposizione della strategia – perdente – contro Berlusconi, alla costruzione di una retorica che si limita ad attaccare l’avversario, finendo per scivolare sul suo terreno di gioco, nel farsi dettare l’agenda da lui, mossa che risulta inevitabilmente perdente. Se la sinistra si dimentica di essere sinistra e gioca con gli schemi della destra, la gente finirà per scegliere l’originale. Questo è uno scenario che abbiamo già visto. Non basta puntare il dito per indicare il cattivo.

La demonizzazione del nemico sta alla base di tutte le forme di accuse di stregoneria: immaginare che esista qualcuno di cattivo, diverso da noi, fuori dai nostri ambiti, per poterci pensare buoni. Così come i barbari servono a pensarci civili, i neri e pensarci bianchi e così via. Una strategia, peraltro, adottata molte volte in politica estera: quante volte abbiamo visto governi imbarcarsi in guerre o scontri dialettici con un ipotetico nemico, per fare passare in secondo piano i problemi interni? Dalle Falkland a Gaza l’elenco è lungo.

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È questa la sindrome che colpisce la sinistra italiana e in particolare il Pd, ma è una sindrome monca, a metà. La costruzione dell’altro come icona del male dovrebbe servire a una costruzione speculare e opposta del “noi”, definito per sottrazione e pertanto migliore. Non è così e non lo sarà fino a quando non si riuscirà a proporre una visione diversa della società. Sembra che la parola “ideologia” sia diventata tabù, ma in fondo cos’è un’ideologia se non il sogno di un’umanità a cui aspirare? La politica, oggi, ha il fiato corto, è vero, ma è falso che sia finita l’epoca delle ideologie, delle grandi narrazioni.

La realtà è che c’è solo un’ideologia dominante ed è quella del capitalismo liberista, che nella sua versione più attuale, definita anarco-capitalismo, risulta quanto mai pericolosa per ogni forma di democrazia. Se la sinistra non è capace, dimenticando Blair e la terza via, di immaginare un futuro diverso, una società fondata su valori che non siano solo l’utilitarismo, se si limita ad attaccare le manifestazioni più teatrali della destra, senza colpirne i contenuti, la battaglia è persa.

Diritti, uguaglianza, solidarietà: sono questi i terreni su cui bisogna costruire una visione del domani condivisa, che parta dai giovani, che restituisca dignità al lavoro e soprattutto che si batta per dei diritti collettivi di tutti, non solo delle minoranze. La frammentazione della domanda di diritti indebolisce ogni sforzo, ma soprattutto occorre ripartire dal principio che tali diritti non sono dovuti solo perché ci si considera discriminati, oppressi, minoranza: sono dovuti perché è giusto, perché stanno nella nozione fondamentale di umanità. Ed è questa nozione che deve fare da timone a una sinistra che si voglia proporre come alternativa al modello dominante.

Non basta aspettare i barbari per sembrare civili, come non basta attaccare la destra, per essere di sinistra.

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martedì 14 maggio 2024

Spazio e tempo del mercato - Marco Aime

 

Quei non-luoghi dei centri commerciali restano uno dei simboli delle tristi e violenti società consumiste del Nord del mondo. In alcuni angoli dell’Africa occidentale invece lo scambio commerciale non è neppure la funzione principale dei mercati, che servono ad esempio a scandire la settimana, a discutere di tanti temi, a gestire conflitti, ma sono prima di tutto i luoghi nei quali gli innamorati si incontrano, alcuni bevono una birra insieme e altri fanno festa. Spesso non ci sono edifici che li ospitano: il mercato è un meccanismo sociale creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera. Al mercato del popolo Taneka del Benin è dedicato questo testo tratto dal libro di Marco Aime Il patto delle colline (elèuthera). Si tratta di un popolo che ha saputo creare legami tra piccole comunità di origine diversa per difendersi dai razziatori bianchi di schiavi, non limitandosi a una resistenza ma inventando modi di vivere e regole per intrecciare le differenti appartenenze oltre qualsiasi localismo e nazionalismo. E oltre le ossessioni del profitto.

 

Tutte le cerimonie iniziano il giorno in cui si tiene il mercato di Copargo, quando inizia la fase di luna nuova prescelta. In questa regione, come in molte altre parti dell’Africa occidentale, i mercati non rappresentano solo un luogo di scambio commerciale, anzi, questa non è neppure la loro funzione principale.

I mercati, per esempio, assolvono anche a un’altra funzione fondamentale: il calcolo del tempo breve. Raggruppati in cicli (di quattro nel caso dell’Atakora) danno vita alla «settimana» taneka. Come in tutto il Benin settentrionale il ciclo dei mercati è di quattro giorni. Ogni area ruota attorno a quattro località che a turno «si animano» e diventano yaké, mercato. In questi giorni convergono sul luogo i contadini provenienti da tutte le fattorie sparse nel territorio taneka e nei dintorni. Ciò non significa che negli altri giorni non ci sia mercato, ma si tratta di yarà, il piccolo mercato quotidiano gestito solamente dalle donne del luogo, senza la partecipazione di individui esterni. I Taneka adottano la sequenza dei mercati per determinare la successione dei giorni. La «settimana» si calcola in questo modo: il primo giorno, quello in cui si tiene il mercato a Djougou, si chiama yaké, il giorno successivo il mercato si terrà a Pabégou e il giorno si chiamerà dur; all’indomani è il turno di Copargo ed è tam; infine, il mercato sarà a Katabam nel giorno chiamato barhà. Poi la «settimana» ricomincia.

Il «tempo del mercato» è particolarmente funzionale in quanto si fonda su esperienze condivisibili dall’intera comunità e combina i fattori spazio/tempo. Come sostiene Giorgio Raimondo Cardona, uno dei modelli più adottati dalle diverse culture è quello spaziale, sul quale si sovrappone una percezione sequenziale del tempo. Infatti, il ciclo dei mercati è il riferimento per il calcolo del tempo breve, ma fornisce anche una dimensione spaziale. I Taneka abitano i loro villaggi solo nella stagione secca (dicembre-aprile). Per il resto dell’anno risiedono in abitazioni sparse nella campagna in prossimità dei loro campi e ogni famiglia fa riferimento al mercato più vicino alla propria abitazione, anche se non manca di partecipare agli altri tre. Il mercato non costituisce solamente un luogo di compravendita o di scambio commerciale, è un luogo caratterizzato da una intensa celebrazione di scambi sociali, diventa luogo di incontro con i membri della propria famiglia e del proprio villaggio di origine. Il grande albero che sorge nel centro della piazza è un vero e proprio arbre a palabre dove gli anziani si riuniscono per lunghe discussioni e fumate di pipa. Come afferma Paul Bohannan: «I mercati non servono solo a determinare l’economia e il calendario. Sono un importante collegamento nelle comunicazioni di ogni tipo».

La società taneka risponde alla definizione fornita da George Dalton e Paul Bohannan di «società con mercati periferici» nelle quali è presente come istituzione il luogo di mercato, ma dove «le vendite sul mercato non costituiscono la fonte principale per la sussistenza materiale». Il surplus prodotto dall’agricoltura è infatti minimo e non giustificherebbe da solo l’importanza assunta dal mercato. I mercati taneka, come quelli konkomba descritti da David Tait, «sono tutt’altro che una pura occasione economica e forse la maggior parte dei frequentatori vi si reca per bere birra, incontrare gente e divertirsi. Quello del mercato non è solo un giorno di riposo, ma un giorno di festa. Gli amici si incontrano, i fidanzati organizzano i loro incontri mentre gli affari commerciali vanno avanti».

Un altro elemento caratterizza il mercato tradizionale: l’essere caratterizzato non da un qualche elemento oggettivo della sua esistenza, come una costruzione o un edificio, ma dalla loro completa assenza. Il mercato è un meccanismo sociale, creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera.

L’importanza del mercato aumenta soprattutto in contesti non urbani, dove funge da vero e proprio centro di riferimento. Rappresenta anche l’apertura verso l’esterno di ciascun gruppo locale; è un luogo di confine, quasi una terra di nessuno. Ovunque esistessero situazioni nelle quali segmenti dello stesso gruppo tribale entravano in conflitto o in antagonismo, «si stabiliva un terreno neutrale di incontro, nella terra di nessuno, al limite dei territori di ogni clan. Commercio e comunicazioni intertribali erano le motivazioni principali per frequentare tali mercati». In molte parti dell’Africa, infatti, i mercati sono innanzitutto spazi neutri da cui ogni conflitto è bandito, dove anche un nemico può venire a parlamentare, dove la gente si incontra e la merce che circola di più è la parola. La neutralità del mercato appare anche nell’antica proibizione, vigente nella maggior parte dell’Africa occidentale, di portare armi all’interno dello spazio designato.

Esiste inoltre un legame tra mercato e religione, anche per questo a volte i mercati svolgono il ruolo di luogo neutrale dove risolvere dispute tra gruppi, e la magia a essi connessa viene spesso invocata per dirimere dispute di natura politica. I luoghi dei mercati, infatti, sono stati scelti dagli antenati, come mi ha detto Dagnerì: «Ogni mercato ha un suo principio, non può essere scelto a caso. I primi che sono venuti qui hanno scelto un luogo dove la gente sarebbe venuta a fare il mercato». Questo deve quindi occupare un terreno in accordo con le forze divine che dominano la zona. L’esatta collocazione non è però sufficiente e il terreno deve essere «preparato» prima di potere accogliere il raduno di persone che si raccolgono nello spazio destinato al mercato. Elliot Skinner descrive così la cerimonia che si celebra presso i Mossi del Burkina Faso: «Per preparare il mercato versa acqua e miglio sulla terra e pronuncia questa formula: ‘Buon dio, prendi quest’acqua, bevila e prendine ancora e dalla a tutti gli spiriti nei villaggi, affinché il mercato sia sempre buono e non ci siano litigi al suo interno’. Se il sacrificio non viene accettato, si sceglie un altro luogo».

Nei primi anni Novanta il mercato di Copargo era stato oggetto di una feroce disputa locale che aveva condotto alla sua distruzione. Dopo la ricostruzione i sacerdoti sostenevano che, a causa degli scontri, il mercato «era partito» e pertanto era necessario andarlo a cercare per riportarlo al suo posto. I sacerdoti incaricati fecero appello ai loro legami con le forze divine per ritrovare lo spirito del mercato e ristabilire un ordine che era stato turbato da eventi violenti. Il giorno stabilito il mercato venne riaperto con l’esecuzione di alcuni sacrifici animali. Ancora oggi, di fronte al luogo del vecchio mercato di Copargo, c’è un altare dove gli anziani vanno a fare dei sacrifici perché il mercato si animi bene.

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martedì 13 aprile 2021

I viaggi e i non-viaggi degli altri - Marco Aime

A differenza di Claude Lévi-Strauss io amo i viaggi e ho sempre amato viaggiare. Per questo, come molti altri, ne sento la mancanza. Leggo, da mesi a questa parte, molti sfoghi di amici e conoscenti che si lamentano di questo blocco, che ci impedisce di viaggiare. Pur condividendo questa sensazione di vuoto, credo che questa situazione sia utile per riflettere sulla nostra condizione privilegiata.

Il viaggio è diventato per noi uno svago abbastanza accessibile. A partire dagli anni Settanta i costi dei voli aerei sono diminuiti fortemente e luoghi che prima erano “lontani” sono diventati a portata di mano di qualunque individuo di medio reddito. Il mondo si è rimpicciolito: Asia, Africa, America latina sono diventate mete facili da raggiungere, ottime per appagare le nostre curiosità e il nostro immaginario esotizzante e per costruirci un’identità di “viaggiatori” (non “turisti”, non sia mai!).

Abbagliati da questo scenario e ingolositi dalla voglia di viaggio, quante volte ci siamo resi conto che le genti che spesso incontravamo nei nostri viaggi, non avevano mai avuto la possibilità di “viaggiare” per piacere. Quante di quelle persone avrebbero trascorso la loro vita nel loro villaggio, perché persino la città più vicina era inaccessibile per i loro poveri mezzi? Oppure il loro viaggiare era una costrizione, non una scelta: viaggiare per trovare un destino migliore. È la condizione di molte persone nel mondo ancora oggi, con l’aggiunta di un paradosso: molte delle rotte frequentate dai viaggiatori, sono le stesse percorse dai migranti, ma contromano e molto più care e costose.

Il viaggio, se interpretato come esperienza, può essere una buona scuola: «Il mondo ci insegna a essere umili» ha scritto Ryszard Kapuscinski e se sappiamo leggerlo possiamo imparare molto su di noi. Possiamo farlo prendendo gli altri come specchio, che ci restituisca un’immagine di noi, diversa da quella che siamo abituati a vedere. Durante i miei soggiorni in Africa quanto volte mi è capitato di sentirmi chiedere quanto era costato il biglietto aereo per venire fino lì. E la risposta era: il reddito medio annuale di una famiglia locale. E con il denaro della mia macchina fotografica, si sarebbero potuti mandare a scuola decine di bambini. Spesso chi viaggia, al suo ritorno, racconta: “Ho visto quello, ho visto questo…”, ma troppo poco spesso raccontiamo di come siamo stati visti.

Forse questa pausa forzata può servire a ripensare i nostri viaggi e a pensare ai non viaggi degli altri. Comprendere che siamo stati fortunati e gioire per questo, anche se oggi ci manca. Proviamo a metterci dall’altra parte e forse le cose sembreranno molto meno pesanti di quanto non siano. Torneremo a viaggiare? Credo di sì, ma sarebbe bello se lo facessimo con una coscienza diversa, allora questa sospensione sarà servita a qualcosa. “Al momento dell’imbarco fate che abbia cura di non portare in viaggio se stesso. Molti uomini – diceva Seneca – non ritornano migliori di quando sono partiti, si portano con sé nel viaggio”.

Ecco, proviamo a non portarci con noi e a guardare con gli occhi degli altri. Il mondo sarà diverso.

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giovedì 28 gennaio 2021

Scambiare, donare - Marco Aime

 

Dove si cerca di dire che in fondo siamo meno egoisti di quanto pensiamo e che in fondo doniamo più di quanto crediamo, perché è solo così che creiamo relazioni.

 

Se quella che oggi chiamiamo “economia” in principio era solo un’attività di sussistenza, con il trascorrere del tempo ha assunto un ruolo sempre più centrale, al punto da prendere, in molti casi, il posto della politica. La progressiva “occidentalizzazione” del mondo sta provocando una diffusa colonizzazione dell’immaginario economico, che ci porta a vedere tutto in un’ottica mercantile in cui ciascuno cerca di ottenere il massimo guadagno con il minimo costo. Estesa questa visione all’intero genere umano, si ottiene il cosiddetto homo oeconomicus, un essere razionale che agisce perseguendo fini utilitaristici e, pertanto, profondamente egoista. 

Eppure non è sempre stato così, come ha dimostrato Karl Polanyi. In molte società l’economia era – e in certi casi è ancora – inserita all’interno di un sistema di valori in cui non sempre gli individui perseguono il massimo guadagno, ma a volte rispondono a principi che possono portare in direzione diversa. 

L’economia è quindi moralmente vincolata ad altre forme di espressione culturale come la religione, la parentela, le gerarchie sociali, le alleanze, le amicizie. È dunque “incastonata” (embedded) nella società e non esterna a essa e alle sue regole morali, come invece accade nelle società mercantili, dove l’economia è stata espulsa dalla sfera della moralità.

 

L’economia non occupa lo stesso ruolo nelle diverse società umane. Secondo Polanyi sono tre i modi in cui l’economia si integra nella società: reciprocità, redistribuzione e scambio. 

La reciprocità implica una situazione di egualitarismo e viene praticata in società dove non esistono leggi che regolano vendita e acquisto, per cui lo scambio avviene sulla base della simmetria e spesso le transazioni si verificano nell’ambito della parentela o del vicinato. 

La redistribuzione, invece, necessita di una struttura di potere centralizzata: un capo, un sovrano, uno Stato ricevono beni e denaro da parte di tutti i componenti del gruppo, sia esso una piccola tribù o il governo di uno Stato-nazione, e devono poi provvedere a redistribuirli secondo le modalità, più o meno eque, previste dalla loro società. 

La terza modalità, quella dello scambio mercantile o commercio calcolato, nasce dall’avvento della rivoluzione industriale e dal conseguente sorgere dell’economia di mercato. Questa trasformazione segna lo spartiacque tra i diversi tipi di economie e civiltà. Il capitalismo, infatti, muta la sostanza dei rapporti economici precedenti, che si fondavano soprattutto sulle relazioni sociali. Nel sistema capitalistico, al contrario, sono i rapporti sociali a essere definiti tramite i rapporti economici.

Anche in società dove tutto sembra vivere all’ombra del profitto, però, ci sono oasi in cui di tanto in tanto si cessa di essere utilitaristi. 

 

Il dono, per esempio, è un’eccezione alla regola che suggerisce di tenere le proprie cose per sé e ottenerne altre tramite l’acquisto o lo scambio esplicito. Eppure donare è essenziale, fondamentale, ma qual è l’importanza del gesto? Perché si dona? Per instaurare relazioni. 

A intuirlo in maniera determinante fu l’etnologo francese Marcel Mauss, quando nel 1924 scrisse il celebre Saggio sul donoForma e motivo dello scambio nelle società arcaiche.

L’antropologia ci offre molti esempi di società presso le quali il dono costituisce uno degli elementi fondanti. In alcuni casi però gli antropologi hanno peccato di “caritatevolezza”, attribuendo talvolta a popolazioni non occidentali un’immagine da buon selvaggio alieno a ogni forma di utilitarismo, che vive in modo assolutamente solidale. L’opposto rispetto a noi dove, dopo Adam Smith, tutti concordano nell’affermare che affinché la società funzioni bene ciascuno deve perseguire il proprio interesse. Se c’è qualcuno che dona per creare le basi di una convivenza, dunque, non siamo certo noi occidentali, razionali e utilitaristi. Abbiamo così relegato il dono in un dominio etnografico, congelandolo in ambiti esotici e impedendo quindi una sua ricontestualizzazione nel mondo occidentale e la sua riattualizzazione in epoca moderna.

Ma è davvero così?

 

Prendiamo il caso del Nordest italiano, da tempo celebrato quale esempio del boom della piccola industria, della cultura del lavoro, dell’ideologia capitalista convertita a livello familiare. In questa terra, che vanta i redditi medi più alti d’Italia, ci si attenderebbe di incontrare gente ossessionata dal lavoro e dal guadagno che passa il tempo a parlare di schei. In parte è così, ma proprio qui si riscontra la più elevata presenza di attività di volontariato. 

In una società che sembra avere posto l’ideale del guadagno e dell’ottimizzazione dei profitti in cima alla propria scala dei valori, ritroviamo numerose testimonianze di un impegno che non contempla nulla di remunerativo, se analizzato in chiave puramente utilitaristica. Che cos’è l’azione di volontariato se non un dono offerto sotto forma di servizi? E che dire dei moltissimi “donatori” di sangue e di organi che consentono di salvare numerose vite, senza alcun guadagno materiale?

Anche noi occidentali doniamo. Il problema è che spesso non ce ne rendiamo conto. Il nostro immaginario è così condizionato dall’ideologia di mercato che ci sembra impossibile uscire dagli schemi dominanti. Il dono si nasconde nelle pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono affatto mosse da logiche utilitaristiche, il che non significa gratuite. Il dono non è mai gratuito: chi dona si attende un controdono, ma la differenza tra donare (e contraccambiare) e scambiare sta nell’assenza di contratto. 

 

Il dono, infatti, implica una forte dose di libertà. Non c’è l’obbligo di restituire, inoltre modi e tempi non sono rigidi. Il valore del dono sta nell’assenza di garanzie da parte del donatore. Un’assenza che presuppone una grande fiducia negli altri. Il valore del controdono sta nella libertà: più l’altro è libero, più avrà valore ciò che ci donerà a sua volta. Il dono diventa in questo caso promotore di relazioni. Quello che apre la strada al dono è la volontà degli uomini di creare rapporti sociali, perché l’uomo non si accontenta di vivere nella società e di riprodurla come gli altri animali sociali, ma deve produrre la società per vivere.  

Quando regaliamo qualcosa a qualcuno, scegliamo qualcosa che ci fa piacere regalare, ma tenendo presenti i gusti e la personalità del destinatario. Pertanto, in quel dono ci sarà qualcosa di noi e qualcosa di chi lo riceverà, perché in fondo gli oggetti sono ricettacoli di identità.

Ricevere un regalo provoca spesso una duplice sensazione: da un lato l’emozione che spinge alla gratitudine verso il donatore; dall’altro un lieve senso di imbarazzo, dovuto al fatto che in quel momento, mentre stringiamo tra le mani quel dono, sentiamo di essere passati nella condizione di “debitori” nei confronti di chi ha voluto farci un regalo. Il pensiero, infatti, si rivolge subito al modo in cui cercheremo di “sdebitarci”. 

 

Debito è una parola che non amiamo, ci fa sentire in colpa se gli indebitati siamo noi, in ansia se siamo creditori... In uno scambio mercantile, al termine della transazione i partner si ritrovano proprietari di quanto hanno acquistato o barattato. Mentre prima dello scambio uno doveva dipendere dall’altro per soddisfare i propri bisogni, a scambio avvenuto, entrambi risultano reciprocamente indipendenti e senza obblighi. Nel caso del dono, il ricevente non “paga” sul momento, come in una normale transazione commerciale. Chiunque di noi si sentirebbe offeso se, facendo un regalo, ci vedessimo contraccambiare su due piedi con un altro regalo (tranne che nelle occasioni stabilite, come il Natale). La restituzione avviene nel tempo ed è grazie a questa dimensione prolungata che il debito si protrae e mantiene attivo il legame tra le due parti. 

 

Tutto nasce dal fatto che nella nostra percezione tendiamo ad associare il debito alla sfera economica, mentre facciamo rientrare il dono in quella affettiva. Forse è per questo che siamo un po’ restii a chiamare con un freddo termine contabile quello che ci sembra essere invece un sentimento tra i più genuini, che riserviamo a parenti, amici e persone care. Infatti, nell’ambito familiare lo stato di debito è considerato normale, ma non viene percepito come tale. I genitori spesso donano ai figli molto più di quanto ricevano, ma non per questo si sentono creditori, né necessariamente i giovani si sentono in dovere di sdebitarsi. Anche in una coppia o tra amici si contraggono debiti (scambi di favori, di oggetti, d’affetto). Si dona perché ci fa piacere l’atto del donare. Donando si genera debito e quindi si crea squilibrio. Se osserviamo i rapporti di coppia o di amicizia è proprio nella situazione contraria, cioè in uno stato di equilibrio dare/avere che si determina la rottura di un rapporto. Il celebre gesto della restituzione dei regali al partner per sancire la fine di una storia ristabilisce la parità e annulla il debito. Allo stesso modo, l’inizio di un rapporto è spesso segnato da un regalo o da uno scambio di regali, che altera la situazione di parità originale, creando asimmetria. Sembrerebbe una contraddizione: dono e controdono dovrebbero portare a un equilibrio, ma allo stesso tempo generano una sorta di conflitto permanente. L’antropologia ci ha però insegnato come l’equilibrio di un gruppo non nasce per forza da uno stato di inerzia, ma spesso da una serie di conflitti interni controllati.

 

Si dona per soddisfare il proprio piacere di vedere felice un’altra persona, ma non è affatto un atto gratuito. Tale gesto rientra in una “economia della gratitudine”, uno stato di debito reciproco, nutrito da surplus, da sorprese e che fa sì che ciascuno possa dire dell’altro: «Gli devo molto».

Non tutti i doni creano relazione, in alcuni casi possono, al contrario, spezzarla. Pensiamo, per esempio, alla carità: certo è un dono, ma non ci si attende certo di essere ricambiati dal mendicante. Si fa quindi la carità per aiutare chi è più sfortunato di noi, ma la carità ferisce chi la riceve, è umiliante, perché chi riceve non può restituire. Il circolo virtuoso identificato da Mauss si spezza. 

Al triangolo donare-ricevere-contraccambiare viene a mancare un lato, l’ultimo. 

Questa assenza dà vita a gerarchie sociali ed economiche che si trasformano inevitabilmente in rapporti di forza e trasforma il ricevente in debitore impotente. 

 

Sono molte le occasioni che ci si presentano di donare in modo spersonalizzato o generalizzato: pensiamo alle donazioni in caso di catastrofi o alle iniziative di raccolta fondi per aiutare i Paesi più poveri o per finanziare la ricerca per la cura di malattie rare. La carità, istituzionalizzata tramite enti organizzati, non è più un dono al prossimo, ossia al vicino, a qualcuno che conosciamo, ma diventa un dono finalizzato a lenire sofferenze e disagi più grandi, meno definiti. Al singolo destinatario si sostituisce una categoria (poveri, affamati, affetti da determinate malattie, colpiti da catastrofi) più o meno vasta e quanto mai anonima. Questo tipo di dono diventa un atto che lega soggetti astratti: un donatore che ama l’umanità e un destinatario che incarna la miseria del mondo. 

Si tratta di una tipica forma di dono generalizzato che non prevede un controdono in beni materiali. Se c’è un beneficio per il donatore, sarà semmai di tipo interiore. Si tratta di una sorta di riconversione. Il donatore non offre qualcosa di davvero suo, non sceglie un oggetto che rappresenti in qualche modo il rapporto tra lui e il destinatario. Il donatore offre del denaro, suo come appartenenza materiale ed economica, ma non “suo” in quanto segnato da un rapporto affettivo unico (se affetto o attaccamento c’è, è per il denaro in genere, non per “quel” denaro). 

L’uomo è soprattutto un essere relazionale e crea relazioni attraverso il dono. Se proviamo a spogliare il dono dai suoi abiti “esotici” e “primitivi” e a ripensarlo come un riferimento per contrastare quell’anonimato che tanto ci spaventa, scopriamo la grande attualità della lezione di Marcel Mauss.

 

Un circuito di scambio

 

L’arcipelago delle Trobriand si trova al largo della costa nord-orientale della Nuova Guinea. Fu qui, nel secondo decennio del Novecento, che nacque la moderna antropologia, fondata sulla ricerca sul campo, grazie alle ricerche di Bronislaw Malinowski. La sua celebre opera Gli argonauti del Pacifico occidentale non è fondamentale solo per il suo ruolo storico e pionieristico, ma anche per l’accuratezza etnografica e l’acume delle intuizioni contenute. 

Tra le tante classificazioni possibili per questo testo, rientra anche quello di primo studio di antropologia economica. Malinowski voleva dimostrare che alcune usanze locali, bollate come insensate e primitive, avevano in realtà una loro logica e che le idee degli economisti sulla razionalità peccavano, invece, di etnocentrismo. Per lui erano addirittura inefficaci anche applicate al capitalismo occidentale, da lui considerato non meno intriso di magia e di simbolismo di quanto non lo fossero i sistemi di pensiero chiamati “primitivi”.

Gli argonauti malinowskiani delle Trobriand non viaggiavano alla ricerca di un vello d’oro, ma navigavano da un’isola all’altra dell’arcipelago, percorrendo migliaia di chilometri. 

Affacciato dalla sua veranda sull’isola di Kiriwina, Malinowski vedeva arrivare ogni giorno piroghe da direzioni opposte. […]

 

Da Aime, Pensare altrimenti, Add editore 2020.

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venerdì 14 giugno 2019

I PREGIUDIZI RAZZIALI DELL’ALGORITMO - Marco Aime




Ci sono razzisti che riescano a influenzare anche il comportamento delle applicazioni informatiche. Nel 2018 Joy Buolamwini, ricercatrice al Mit, pubblica uno studio in cui mette in luce come i sistemi di riconoscimento facciale, venduti da alcune grandi aziende, avessero un tasso di riconoscimento delle donne dalla pelle scura del 34% più basso di quello degli uomini di pelle chiara.
Altri articoli usciti nello stesso periodo hanno confermato questa tesi, individuando la causa di tale disparità nel fatto che l’algoritmo è alimentato con dati distorti. Infatti agli strumenti di identificazione vengono sottoposti molti più volti “bianchi” rispetto al numero di quelli dalla pelle scura. La qualità dei risultati ottenuti da un algoritmo dipende totalmente dalla bontà dei dati utilizzati per addestrarlo. E se questi dati sono viziati dai pregiudizi umani, ecco che la macchina li farà suoi, riportandoli nei risultati ottenuti.
Un altro esempio di questa tendenza ci viene da Tay, un software progettato da Microsoft, che impersonava un utente di Twitter e immagazzinava dati interagendo con gli utenti dei social network. In poco tempo, i troll* hanno dato in pasto a Tay una miriade di opinioni razziste, omofobe, ecc. Nel giro di 24 ore, Tay è diventata la prima intelligenza artificiale nazista della storia. Prima di venir chiusa da Microsoft, è riuscita infatti a twittare il suo supporto a Hitler.
Il problema è che tutti gli algoritmi di questo tipo sono allenati utilizzando testi reperiti in libri o in articoli, per cui non fanno che riproporre i pregiudizi contenuti nel materiale umano che viene usato per addestrarli. Secondo la ricercatrice Amanda Levendowski (New York University), una delle ragioni per cui spesso i testi analizzati dalle intelligenze artificiali sono viziati da pregiudizi è legata al diritto d’autore, che costringe i ricercatori a utilizzare vecchi testi di dominio pubblico: «La maggior parte delle opere oggi di dominio pubblico sono state pubblicate prima degli anni Venti. Un database che faccia affidamento solo su questi lavori non potrà che riflettere i pregiudizi del tempo».
Per fortuna gli algoritmi non hanno pregiudizi razziali, chi li formula, però a volte sì.

* Troll
Nel gergo di Internet, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso e/o del tutto errati, con il solo obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi.