«Solo
l’Occidente conosce la Storia […]. Altre culture, altre civiltà hanno
conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia». Inizia così il
paragrafo dedicato alla Storia delle “Nuove Indicazioni 2025. Scuola
dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico”,
formulate da una Commissione nominata dal Ministero dell’istruzione e del
merito, con affermazioni perentorie, che non poggiano su nessuna base
scientifica. Sostenere che solo l’Occidente conosce la Storia significa
negare che grandi civiltà come quella indiana, cinese, persiana, ma anche
società più piccole numericamente abbiano avuto coscienza del loro passato,
affermazione che, dal punto di vista della ricerca antropologica, è
assolutamente inaccettabile. Ogni società conosciuta riflette sul proprio
passato; ogni società, compresa la nostra, seleziona aspetti del passato
considerandoli più o meno importanti e ne mette in ombra altri, ogni società
interpreta la storia. Intere discipline come l’antropologia storica e
l’etnostoria hanno lavorato e lavorano oggi sulle dimensioni storiche delle
società umane.
Nel testo si
legge che grazie al Cristianesimo «si affermò così l’idea di una storia dal
tempo lineare, fatta interamente dagli uomini», in opposizione a un’idea
«[nell’antichità largamente dominante] circa una presunta ciclicità della
storia». Anche qui emerge un inaccettabile eurocentrismo, un evidente errore
scientifico: non è assolutamente vero che l’idea del tempo lineare sia
un’esclusiva occidentale e cristiana. Sebbene con sistemi di calcolo
diversi, popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe
hanno conosciuto e utilizzato calendari “lineari”. Allo stesso modo, le società
europee e occidentali e, in generale, anche la società globalizzata conosce e
pratica forme di tempo ciclico: non dividiamo forse il giorno in ore, i mesi in
settimane, gli anni in stagioni? Se un antropologo venuto da Marte ci
osservasse da vicino, non vedrebbe forse il ritorno ciclico di Natale, Pasqua e
Ferragosto? Il pensiero cristiano, per altro, non prefigura una linea del tempo
infinita e continua, ma un’epifania finale in cui il ciclo della vita è
destinato a esaurirsi con la redenzione ultima.
Si ripete
più volte nel documento che la storia, per la sua “centralità culturale” o
perché intesa come “conoscenza e giudizio sul passato” nasce in Occidente e solo dopo viene recepita
dagli altri: «In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i
popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno
potuto prendere coscienza di sé, abituarsi a considerare la propria esistenza
collegata a quella di milioni di propri simili, sono divenuti consapevoli di
ciò che li univa». Come a dire che nel resto del mondo dominava una
sorta di disordine anarchico, fatto da individui inconsapevoli di appartenere a
un qualche gruppo! Eppure gli annali dell’antropologia sono pieni di
monografie su società, che si autodefinivano con etnonimi ben precisi, che
pensavano la loro storia in rapporto ai vicini e alle popolazioni più remote,
anche se non necessariamente avevano dato vita a Stati e Nazioni.
Sempre in
riferimento alla Storia il documento recita che: «è attraverso questa
disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la
cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente
padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo».
Come dobbiamo intendere questo passaggio? Come una esaltazione del “dominio
intellettuale” su un mondo non occidentale inferiore, incapace, meno consapevole
di sé e della propria Storia? Vogliamo ritornare a una visione di un
mondo diviso tra un mondo occidentale civilizzato e società selvagge? In
più di cento anni di storia, l’antropologia culturale ha documentato come le
società umane siano, fin dalla preistoria, frutti di scambi, traffici,
relazioni conflittuali e pacifiche, come le appartenenze nascano da un effetto
“specchio” per cui noi ci definiamo sempre in rapporto agli altri. L’Occidente,
termine ben difficile da circoscrivere, si è modellato come ogni società a
partire da catene infinite di relazioni e scambi come mostrano intere
biblioteche di antropologia.
Può un
Ministero definire le linee guida per la formazione scolastica senza
considerazione alcuna per le scienze accademiche e la verità scientifica? Che senso ha il nostro
insegnamento antropologico nelle Università, il nostro quotidiano tentativo di
smontare pregiudizi ed etnocentrismi, la lotta contro i razzismi e le teorie
della supremazia intellettuale di una cultura sulle altre, se il Ministero
dell’Istruzione, cuore della trasmissione culturale, esprime ideologie
predefinite invece di acquisizioni scientifiche?
In un’epoca
in cui (finalmente) si sta sviluppando e diffondendo quella che viene chiamata
“global history”, in queste pagine si propone invece un preoccupante
ritorno a nazionalismi ed etnocentrismi. Affermazioni come quelle contenute
nel documento costituiscono dunque a nostro parere, un pericoloso segnale: non
soltanto una disinvolta volontà di piegare il pensiero scientifico a uno schema
ideologico precostituito, ma una chiusura a tutto ciò che si ispira al dialogo
inter-culturale e al pensiero critico.
Nella celebre poesia di Kostantin KavafisAspettando i barbari, tutto il popolo è riunito in piazza: le donne indossano i loro abiti migliori, i gioielli più ricchi, gli uomini hanno preparato grandi discorsi: “Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari… / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente”.
Versi che sembrano scritti apposta per descrivere la situazione della sinistra italiana, e non solo, che continua a svenarsi nell’attaccare le tante, tantissime nefandezze della destra di governo, senza però mai proporre una narrazione alternativa. È inutile criticare Meloni & C per le politiche sull’immigrazione, senza però mettere sul piatto qualche idea concreta su come affrontare questo fenomeno. Lo stesso vale per le accuse di sudditanza verso gli Stati Uniti, sacrosante, ma occorre avere una qualche idea di politica estera diversa. Non parliamo poi della posizione nei confronti dei conflitti internazionali, a proposito dei quali l’ambiguità della sinistra tra un pacifismo timidamente evocato e un appoggio condizionato alle forniture di armi, rende ancora più opaca la posizione del Pd.
Assistiamo alla riproposizione della strategia – perdente – contro Berlusconi, alla costruzione di una retorica che si limita ad attaccare l’avversario, finendo per scivolare sul suo terreno di gioco, nel farsi dettare l’agenda da lui, mossa che risulta inevitabilmente perdente. Se la sinistra si dimentica di essere sinistra e gioca con gli schemi della destra, la gente finirà per scegliere l’originale. Questo è uno scenario che abbiamo già visto. Non basta puntare il dito per indicare il cattivo.
La demonizzazione del nemico sta alla base di tutte le forme di accuse di stregoneria: immaginare che esista qualcuno di cattivo, diverso da noi, fuori dai nostri ambiti, per poterci pensare buoni. Così come i barbari servono a pensarci civili, i neri e pensarci bianchi e così via. Una strategia, peraltro, adottata molte volte in politica estera: quante volte abbiamo visto governi imbarcarsi in guerre o scontri dialettici con un ipotetico nemico, per fare passare in secondo piano i problemi interni? Dalle Falkland a Gaza l’elenco è lungo.
È questa la sindrome che colpisce la sinistra italiana e in particolare il Pd, ma è una sindrome monca, a metà. La costruzione dell’altro come icona del male dovrebbe servire a una costruzione speculare e opposta del “noi”, definito per sottrazione e pertanto migliore. Non è così e non lo sarà fino a quando non si riuscirà a proporre una visione diversa della società. Sembra che la parola “ideologia” sia diventata tabù, ma in fondo cos’è un’ideologia se non il sogno di un’umanità a cui aspirare? La politica, oggi, ha il fiato corto, è vero, ma è falso che sia finita l’epoca delle ideologie, delle grandi narrazioni.
La realtà è che c’è solo un’ideologia dominante ed è quella del capitalismo liberista, che nella sua versione più attuale, definita anarco-capitalismo, risulta quanto mai pericolosa per ogni forma di democrazia. Se la sinistra non è capace, dimenticando Blair e la terza via, di immaginare un futuro diverso, una società fondata su valori che non siano solo l’utilitarismo, se si limita ad attaccare le manifestazioni più teatrali della destra, senza colpirne i contenuti, la battaglia è persa.
Diritti, uguaglianza, solidarietà: sono questi i terreni su cui bisogna costruire una visione del domani condivisa, che parta dai giovani, che restituisca dignità al lavoro e soprattutto che si batta per dei diritti collettivi di tutti, non solo delle minoranze. La frammentazione della domanda di diritti indebolisce ogni sforzo, ma soprattutto occorre ripartire dal principio che tali diritti non sono dovuti solo perché ci si considera discriminati, oppressi, minoranza: sono dovuti perché è giusto, perché stanno nella nozione fondamentale di umanità. Ed è questa nozione che deve fare da timone a una sinistra che si voglia proporre come alternativa al modello dominante.
Non basta aspettare i barbari per sembrare civili, come non basta attaccare la destra, per essere di sinistra.
Quei non-luoghi dei
centri commerciali restano uno dei simboli delle tristi e violenti società
consumiste del Nord del mondo. In alcuni angoli dell’Africa occidentale invece
lo scambio commerciale non è neppure la funzione principale dei mercati, che
servono ad esempio a scandire la settimana, a discutere di tanti temi, a
gestire conflitti, ma sono prima di tutto i luoghi nei quali gli innamorati si
incontrano, alcuni bevono una birra insieme e altri fanno festa. Spesso non ci
sono edifici che li ospitano: il mercato è un meccanismo sociale creato dalla
presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche
dalla sua esistenza effimera. Al mercato del popolo Taneka del Benin è dedicato
questo testo tratto dal libro di Marco Aime Il patto delle colline (elèuthera). Si tratta di un popolo che ha
saputo creare legami tra piccole comunità di origine diversa per difendersi dai
razziatori bianchi di schiavi, non limitandosi a una resistenza ma inventando
modi di vivere e regole per intrecciare le differenti appartenenze oltre
qualsiasi localismo e nazionalismo. E oltre le ossessioni del profitto.
Tutte le cerimonie iniziano il giorno in cui si tiene il mercato di
Copargo, quando inizia la fase di luna nuova prescelta. In questa regione,
come in molte altre parti dell’Africa occidentale, i mercati non
rappresentano solo un luogo di scambio commerciale, anzi, questa non è neppure
la loro funzione principale.
I mercati, per esempio, assolvono anche a un’altra funzione fondamentale:
il calcolo del tempo breve. Raggruppati in cicli (di quattro nel caso dell’Atakora)
danno vita alla «settimana» taneka. Come in tutto il Benin
settentrionale il ciclo dei mercati è di quattro giorni. Ogni area ruota
attorno a quattro località che a turno «si animano» e diventano yaké, mercato.
In questi giorni convergono sul luogo i contadini provenienti da tutte le
fattorie sparse nel territorio taneka e nei dintorni. Ciò non significa
che negli altri giorni non ci sia mercato, ma si tratta di yarà, il piccolo
mercato quotidiano gestito solamente dalle donne del luogo, senza la
partecipazione di individui esterni. I Taneka adottano la sequenza dei mercati
per determinare la successione dei giorni. La «settimana» si calcola in questo
modo: il primo giorno, quello in cui si tiene il mercato a Djougou, si chiama
yaké, il giorno successivo il mercato si terrà a Pabégou e il giorno si
chiamerà dur; all’indomani è il turno di Copargo ed è tam; infine, il mercato
sarà a Katabam nel giorno chiamato barhà. Poi la «settimana» ricomincia.
Il «tempo del mercato» è particolarmente funzionale in quanto si fonda su
esperienze condivisibili dall’intera comunità e combina i fattori spazio/tempo. Come sostiene
Giorgio Raimondo Cardona, uno dei modelli più adottati dalle diverse culture è
quello spaziale, sul quale si sovrappone una percezione sequenziale del tempo.
Infatti, il ciclo dei mercati è il riferimento per il calcolo del tempo breve,
ma fornisce anche una dimensione spaziale. I Taneka abitano i loro
villaggi solo nella stagione secca (dicembre-aprile). Per il resto dell’anno
risiedono in abitazioni sparse nella campagna in prossimità dei loro campi e
ogni famiglia fa riferimento al mercato più vicino alla propria abitazione,
anche se non manca di partecipare agli altri tre. Il mercato non
costituisce solamente un luogo di compravendita o di scambio commerciale, è un
luogo caratterizzato da una intensa celebrazione di scambi sociali, diventa
luogo di incontro con i membri della propria famiglia e del proprio villaggio
di origine. Il grande albero che sorge nel centro della piazza è un vero e
proprio arbre a palabre dove gli anziani si riuniscono per lunghe discussioni e
fumate di pipa. Come afferma Paul Bohannan: «I mercati non servono
solo a determinare l’economia e il calendario. Sono un importante collegamento
nelle comunicazioni di ogni tipo».
La società taneka risponde alla definizione fornita da George Dalton e Paul
Bohannan di «società con mercati periferici» nelle quali è presente come
istituzione il luogo di mercato, ma dove «le vendite sul mercato non
costituiscono la fonte principale per la sussistenza materiale». Il
surplus prodotto dall’agricoltura è infatti minimo e non giustificherebbe da
solo l’importanza assunta dal mercato. I mercati taneka, come quelli konkomba
descritti da David Tait, «sono tutt’altro che una pura occasione economica e
forse la maggior parte dei frequentatori vi si reca per bere birra, incontrare
gente e divertirsi. Quello del mercato non è solo un giorno di riposo, ma un
giorno di festa. Gli amici si incontrano, i fidanzati organizzano i loro
incontri mentre gli affari commerciali vanno avanti».
Un altro elemento caratterizza il mercato tradizionale: l’essere
caratterizzato non da un qualche elemento oggettivo della sua esistenza, come
una costruzione o un edificio, ma dalla loro completa assenza. Il mercato è un
meccanismo sociale, creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua
periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera.
L’importanza del mercato aumenta soprattutto in contesti non urbani, dove
funge da vero e proprio centro di riferimento. Rappresenta anche l’apertura verso
l’esterno di ciascun gruppo locale; è un luogo di confine, quasi una
terra di nessuno. Ovunque esistessero situazioni nelle quali segmenti
dello stesso gruppo tribale entravano in conflitto o in antagonismo, «si
stabiliva un terreno neutrale di incontro, nella terra di nessuno, al limite
dei territori di ogni clan. Commercio e comunicazioni intertribali erano le
motivazioni principali per frequentare tali mercati». In molte parti
dell’Africa, infatti, i mercati sono innanzitutto spazi neutri da cui ogni
conflitto è bandito, dove anche un nemico può venire a parlamentare, dove
la gente si incontra e la merce che circola di più è la parola. La neutralità
del mercato appare anche nell’antica proibizione, vigente nella maggior parte
dell’Africa occidentale, di portare armi all’interno dello spazio designato.
Esiste inoltre un legame tra mercato e religione, anche per questo a
volte i mercati svolgono il ruolo di luogo neutrale dove risolvere dispute tra
gruppi, e la magia a essi connessa viene spesso invocata per dirimere dispute
di natura politica. I luoghi dei mercati, infatti, sono stati scelti dagli antenati,
come mi ha detto Dagnerì: «Ogni mercato ha un suo principio, non può essere
scelto a caso. I primi che sono venuti qui hanno scelto un luogo dove la gente
sarebbe venuta a fare il mercato». Questo deve quindi occupare un terreno in
accordo con le forze divine che dominano la zona. L’esatta collocazione non è
però sufficiente e il terreno deve essere «preparato» prima di potere
accogliere il raduno di persone che si raccolgono nello spazio destinato al
mercato. Elliot Skinner descrive così la cerimonia che si celebra presso i
Mossi del Burkina Faso: «Per preparare il mercato versa acqua e miglio sulla
terra e pronuncia questa formula: ‘Buon dio, prendi quest’acqua, bevila e
prendine ancora e dalla a tutti gli spiriti nei villaggi, affinché il mercato sia
sempre buono e non ci siano litigi al suo interno’. Se il sacrificio non viene
accettato, si sceglie un altro luogo».
Nei primi anni Novanta il mercato di Copargo era stato oggetto di una
feroce disputa locale che aveva condotto alla sua distruzione. Dopo la
ricostruzione i sacerdoti sostenevano che, a causa degli scontri, il mercato
«era partito» e pertanto era necessario andarlo a cercare per riportarlo al suo
posto. I sacerdoti incaricati fecero appello ai loro legami con le forze divine
per ritrovare lo spirito del mercato e ristabilire un ordine che era stato
turbato da eventi violenti. Il giorno stabilito il mercato venne riaperto con
l’esecuzione di alcuni sacrifici animali. Ancora oggi, di fronte al luogo del
vecchio mercato di Copargo, c’è un altare dove gli anziani vanno a fare dei
sacrifici perché il mercato si animi bene.
A differenza di Claude Lévi-Straussio amo i viaggi e ho sempre
amato viaggiare. Per questo, come molti altri, ne sento la mancanza. Leggo, da
mesi a questa parte, molti sfoghi di amici e conoscenti che si lamentano di
questo blocco, che ci impedisce di viaggiare. Pur condividendo questa
sensazione di vuoto, credo che questa situazione sia utile per riflettere
sulla nostra condizione privilegiata.
Il viaggio è diventato per noi uno svago abbastanza accessibile. A
partire dagli anni Settanta i costi dei voli aerei sono diminuiti fortemente e
luoghi che prima erano “lontani” sono diventati a portata di mano di qualunque
individuo di medio reddito. Il mondo si è rimpicciolito: Asia,
Africa, America latina sono diventate mete facili da raggiungere, ottime per
appagare le nostre curiosità e il nostro immaginario esotizzante e per
costruirci un’identità di “viaggiatori” (non “turisti”, non sia mai!).
Abbagliati da questo scenario e ingolositi dalla voglia di viaggio, quante
volte ci siamo resi conto che le genti che spesso incontravamo nei nostri
viaggi, non avevano mai avuto la possibilità di “viaggiare” per piacere. Quante di quelle
persone avrebbero trascorso la loro vita nel loro villaggio, perché persino la
città più vicina era inaccessibile per i loro poveri mezzi? Oppure il loro
viaggiare era una costrizione, non una scelta: viaggiare per trovare un destino
migliore. È la condizione di molte persone nel mondo ancora oggi, con
l’aggiunta di un paradosso: molte delle rotte frequentate dai viaggiatori, sono
le stesse percorse dai migranti, ma contromano e molto più care e
costose.
Il viaggio, se interpretato come esperienza, può essere una buona scuola: «Il mondo ci insegna
a essere umili» ha scritto Ryszard Kapuscinski e se sappiamo leggerlo possiamo
imparare molto su di noi. Possiamo farlo prendendo gli altri come specchio, che
ci restituisca un’immagine di noi, diversa da quella che siamo abituati a
vedere. Durante i miei soggiorni in Africa quanto volte mi è
capitato di sentirmi chiedere quanto era costato il biglietto aereo per venire
fino lì. E la risposta era: il reddito medio annuale di una famiglia locale. E
con il denaro della mia macchina fotografica, si sarebbero potuti mandare a
scuola decine di bambini. Spesso chi viaggia, al suo ritorno, racconta:
“Ho visto quello, ho visto questo…”, ma troppo poco spesso raccontiamo di come
siamo stati visti.
Forse questa pausa forzata può servire a ripensare i nostri viaggi e a pensare
ai non viaggi degli altri. Comprendere che siamo stati fortunati e gioire per
questo, anche se oggi ci manca.Proviamo a metterci dall’altra
parte e forse le cose sembreranno molto meno pesanti di quanto non
siano. Torneremo a viaggiare? Credo di sì, ma sarebbe bello se
lo facessimo con una coscienza diversa, allora questa sospensione sarà servita
a qualcosa. “Al momento dell’imbarco fate che abbia cura di non portare in
viaggio se stesso. Molti uomini – diceva Seneca – non ritornano migliori di
quando sono partiti, si portano con sé nel viaggio”.
Ecco, proviamo a non portarci con noi e a guardare con gli occhi
degli altri. Il mondo sarà diverso.
Dove si cerca di dire che in fondo siamo meno egoisti di quanto pensiamo e
che in fondo doniamo più di quanto crediamo, perché è solo così che creiamo
relazioni.
Se quella che oggi chiamiamo “economia” in principio era solo un’attività
di sussistenza, con il trascorrere del tempo ha assunto un ruolo sempre più
centrale, al punto da prendere, in molti casi, il posto della politica. La
progressiva “occidentalizzazione” del mondo sta provocando una diffusa
colonizzazione dell’immaginario economico, che ci porta a vedere tutto in
un’ottica mercantile in cui ciascuno cerca di ottenere il massimo guadagno con
il minimo costo. Estesa questa visione all’intero genere umano, si ottiene il
cosiddetto homo oeconomicus, un essere razionale che agisce
perseguendo fini utilitaristici e, pertanto, profondamente egoista.
Eppure non è sempre stato così, come ha dimostrato Karl Polanyi. In molte
società l’economia era – e in certi casi è ancora – inserita all’interno di un
sistema di valori in cui non sempre gli individui perseguono il massimo
guadagno, ma a volte rispondono a principi che possono portare in direzione
diversa.
L’economia è quindi moralmente vincolata ad altre forme di espressione
culturale come la religione, la parentela, le gerarchie sociali, le alleanze,
le amicizie. È dunque “incastonata” (embedded) nella società e non
esterna a essa e alle sue regole morali, come invece accade nelle società
mercantili, dove l’economia è stata espulsa dalla sfera della moralità.
L’economia non occupa lo stesso ruolo nelle diverse società umane. Secondo
Polanyi sono tre i modi in cui l’economia si integra nella società:
reciprocità, redistribuzione e scambio.
La reciprocità implica una situazione di egualitarismo e viene praticata in
società dove non esistono leggi che regolano vendita e acquisto, per cui lo
scambio avviene sulla base della simmetria e spesso le transazioni si
verificano nell’ambito della parentela o del vicinato.
La redistribuzione, invece, necessita di una struttura di potere
centralizzata: un capo, un sovrano, uno Stato ricevono beni e denaro da parte
di tutti i componenti del gruppo, sia esso una piccola tribù o il governo di
uno Stato-nazione, e devono poi provvedere a redistribuirli secondo le
modalità, più o meno eque, previste dalla loro società.
La terza modalità, quella dello scambio mercantile o commercio calcolato,
nasce dall’avvento della rivoluzione industriale e dal conseguente sorgere
dell’economia di mercato. Questa trasformazione segna lo spartiacque tra i
diversi tipi di economie e civiltà. Il capitalismo, infatti, muta la sostanza
dei rapporti economici precedenti, che si fondavano soprattutto sulle relazioni
sociali. Nel sistema capitalistico, al contrario, sono i rapporti sociali a
essere definiti tramite i rapporti economici.
Anche in società dove tutto sembra vivere all’ombra del profitto, però, ci
sono oasi in cui di tanto in tanto si cessa di essere utilitaristi.
Il dono, per esempio, è un’eccezione alla regola che suggerisce di tenere
le proprie cose per sé e ottenerne altre tramite l’acquisto o lo scambio
esplicito. Eppure donare è essenziale, fondamentale, ma qual è l’importanza del
gesto? Perché si dona? Per instaurare relazioni.
A intuirlo in maniera determinante fu l’etnologo francese Marcel Mauss,
quando nel 1924 scrisse il celebre Saggio sul dono. Forma e
motivo dello scambio nelle società arcaiche.
L’antropologia ci offre molti esempi di società presso le quali il dono
costituisce uno degli elementi fondanti. In alcuni casi però gli antropologi
hanno peccato di “caritatevolezza”, attribuendo talvolta a popolazioni non
occidentali un’immagine da buon selvaggio alieno a ogni forma di utilitarismo,
che vive in modo assolutamente solidale. L’opposto rispetto a noi dove, dopo
Adam Smith, tutti concordano nell’affermare che affinché la società funzioni
bene ciascuno deve perseguire il proprio interesse. Se c’è qualcuno che dona
per creare le basi di una convivenza, dunque, non siamo certo noi occidentali,
razionali e utilitaristi. Abbiamo così relegato il dono in un dominio
etnografico, congelandolo in ambiti esotici e impedendo quindi una sua
ricontestualizzazione nel mondo occidentale e la sua riattualizzazione in epoca
moderna.
Ma è davvero così?
Prendiamo il caso del Nordest italiano, da tempo celebrato quale esempio
del boom della piccola industria, della cultura del lavoro, dell’ideologia
capitalista convertita a livello familiare. In questa terra, che vanta i
redditi medi più alti d’Italia, ci si attenderebbe di incontrare gente
ossessionata dal lavoro e dal guadagno che passa il tempo a parlare di schei.
In parte è così, ma proprio qui si riscontra la più elevata presenza di
attività di volontariato.
In una società che sembra avere posto l’ideale del guadagno e
dell’ottimizzazione dei profitti in cima alla propria scala dei valori,
ritroviamo numerose testimonianze di un impegno che non contempla nulla di
remunerativo, se analizzato in chiave puramente utilitaristica. Che cos’è
l’azione di volontariato se non un dono offerto sotto forma di servizi? E che
dire dei moltissimi “donatori” di sangue e di organi che consentono di salvare
numerose vite, senza alcun guadagno materiale?
Anche noi occidentali doniamo. Il problema è che spesso non ce ne rendiamo
conto. Il nostro immaginario è così condizionato dall’ideologia di mercato che
ci sembra impossibile uscire dagli schemi dominanti. Il dono si nasconde nelle
pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono
affatto mosse da logiche utilitaristiche, il che non significa gratuite. Il
dono non è mai gratuito: chi dona si attende un controdono, ma la differenza
tra donare (e contraccambiare) e scambiare sta nell’assenza di contratto.
Il dono, infatti, implica una forte dose di libertà. Non c’è l’obbligo di
restituire, inoltre modi e tempi non sono rigidi. Il valore del dono sta
nell’assenza di garanzie da parte del donatore. Un’assenza che presuppone una
grande fiducia negli altri. Il valore del controdono sta nella libertà: più
l’altro è libero, più avrà valore ciò che ci donerà a sua volta. Il dono
diventa in questo caso promotore di relazioni. Quello che apre la strada al
dono è la volontà degli uomini di creare rapporti sociali, perché l’uomo non si
accontenta di vivere nella società e di riprodurla come gli altri animali
sociali, ma deve produrre la società per vivere.
Quando regaliamo qualcosa a qualcuno, scegliamo qualcosa che ci fa piacere
regalare, ma tenendo presenti i gusti e la personalità del destinatario.
Pertanto, in quel dono ci sarà qualcosa di noi e qualcosa di chi lo riceverà,
perché in fondo gli oggetti sono ricettacoli di identità.
Ricevere un regalo provoca spesso una duplice sensazione: da un lato
l’emozione che spinge alla gratitudine verso il donatore; dall’altro un lieve
senso di imbarazzo, dovuto al fatto che in quel momento, mentre stringiamo tra
le mani quel dono, sentiamo di essere passati nella condizione di “debitori”
nei confronti di chi ha voluto farci un regalo. Il pensiero, infatti, si
rivolge subito al modo in cui cercheremo di “sdebitarci”.
Debito è una parola che non amiamo, ci fa sentire in colpa se gli
indebitati siamo noi, in ansia se siamo creditori... In uno scambio mercantile,
al termine della transazione i partner si ritrovano proprietari di quanto hanno
acquistato o barattato. Mentre prima dello scambio uno doveva dipendere dall’altro
per soddisfare i propri bisogni, a scambio avvenuto, entrambi risultano
reciprocamente indipendenti e senza obblighi. Nel caso del dono, il ricevente
non “paga” sul momento, come in una normale transazione commerciale. Chiunque
di noi si sentirebbe offeso se, facendo un regalo, ci vedessimo contraccambiare
su due piedi con un altro regalo (tranne che nelle occasioni stabilite, come il
Natale). La restituzione avviene nel tempo ed è grazie a questa dimensione
prolungata che il debito si protrae e mantiene attivo il legame tra le due
parti.
Tutto nasce dal fatto che nella nostra percezione tendiamo ad associare il
debito alla sfera economica, mentre facciamo rientrare il dono in quella
affettiva. Forse è per questo che siamo un po’ restii a chiamare con un freddo
termine contabile quello che ci sembra essere invece un sentimento tra i più
genuini, che riserviamo a parenti, amici e persone care. Infatti, nell’ambito
familiare lo stato di debito è considerato normale, ma non viene percepito come
tale. I genitori spesso donano ai figli molto più di quanto ricevano, ma non
per questo si sentono creditori, né necessariamente i giovani si sentono in
dovere di sdebitarsi. Anche in una coppia o tra amici si contraggono debiti
(scambi di favori, di oggetti, d’affetto). Si dona perché ci fa piacere l’atto
del donare. Donando si genera debito e quindi si crea squilibrio. Se osserviamo
i rapporti di coppia o di amicizia è proprio nella situazione contraria, cioè
in uno stato di equilibrio dare/avere che si determina la rottura di un
rapporto. Il celebre gesto della restituzione dei regali al partner per sancire
la fine di una storia ristabilisce la parità e annulla il debito. Allo stesso
modo, l’inizio di un rapporto è spesso segnato da un regalo o da uno scambio di
regali, che altera la situazione di parità originale, creando asimmetria.
Sembrerebbe una contraddizione: dono e controdono dovrebbero portare a un
equilibrio, ma allo stesso tempo generano una sorta di conflitto permanente.
L’antropologia ci ha però insegnato come l’equilibrio di un gruppo non nasce
per forza da uno stato di inerzia, ma spesso da una serie di conflitti interni
controllati.
Si dona per soddisfare il proprio piacere di vedere felice un’altra
persona, ma non è affatto un atto gratuito. Tale gesto rientra in una “economia
della gratitudine”, uno stato di debito reciproco, nutrito da surplus, da
sorprese e che fa sì che ciascuno possa dire dell’altro: «Gli devo molto».
Non tutti i doni creano relazione, in alcuni casi possono, al contrario, spezzarla.
Pensiamo, per esempio, alla carità: certo è un dono, ma non ci si attende certo
di essere ricambiati dal mendicante. Si fa quindi la carità per aiutare chi è
più sfortunato di noi, ma la carità ferisce chi la riceve, è umiliante, perché
chi riceve non può restituire. Il circolo virtuoso identificato da Mauss si
spezza.
Al triangolo donare-ricevere-contraccambiare viene a mancare un lato,
l’ultimo.
Questa assenza dà vita a gerarchie sociali ed economiche che si trasformano
inevitabilmente in rapporti di forza e trasforma il ricevente in debitore
impotente.
Sono molte le occasioni che ci si presentano di donare in modo
spersonalizzato o generalizzato: pensiamo alle donazioni in caso di catastrofi
o alle iniziative di raccolta fondi per aiutare i Paesi più poveri o per
finanziare la ricerca per la cura di malattie rare. La carità,
istituzionalizzata tramite enti organizzati, non è più un dono al prossimo,
ossia al vicino, a qualcuno che conosciamo, ma diventa un dono finalizzato a
lenire sofferenze e disagi più grandi, meno definiti. Al singolo destinatario
si sostituisce una categoria (poveri, affamati, affetti da determinate
malattie, colpiti da catastrofi) più o meno vasta e quanto mai anonima. Questo
tipo di dono diventa un atto che lega soggetti astratti: un donatore che ama
l’umanità e un destinatario che incarna la miseria del mondo.
Si tratta di una tipica forma di dono generalizzato che non prevede un
controdono in beni materiali. Se c’è un beneficio per il donatore, sarà semmai
di tipo interiore. Si tratta di una sorta di riconversione. Il donatore non
offre qualcosa di davvero suo, non sceglie un oggetto che rappresenti in
qualche modo il rapporto tra lui e il destinatario. Il donatore offre del
denaro, suo come appartenenza materiale ed economica, ma non “suo” in quanto
segnato da un rapporto affettivo unico (se affetto o attaccamento c’è, è per il
denaro in genere, non per “quel” denaro).
L’uomo è soprattutto un essere relazionale e crea relazioni attraverso il
dono. Se proviamo a spogliare il dono dai suoi abiti “esotici” e “primitivi” e
a ripensarlo come un riferimento per contrastare quell’anonimato che tanto ci
spaventa, scopriamo la grande attualità della lezione di Marcel Mauss.
Un circuito di scambio
L’arcipelago delle Trobriand si trova al largo della costa nord-orientale
della Nuova Guinea. Fu qui, nel secondo decennio del Novecento, che nacque la
moderna antropologia, fondata sulla ricerca sul campo, grazie alle ricerche di
Bronislaw Malinowski. La sua celebre opera Gli argonauti del Pacifico
occidentale non è fondamentale solo per il suo ruolo storico e
pionieristico, ma anche per l’accuratezza etnografica e l’acume delle
intuizioni contenute.
Tra le tante classificazioni possibili per questo testo, rientra anche
quello di primo studio di antropologia economica. Malinowski voleva dimostrare
che alcune usanze locali, bollate come insensate e primitive, avevano in realtà
una loro logica e che le idee degli economisti sulla razionalità peccavano,
invece, di etnocentrismo. Per lui erano addirittura inefficaci anche applicate
al capitalismo occidentale, da lui considerato non meno intriso di magia e di
simbolismo di quanto non lo fossero i sistemi di pensiero chiamati “primitivi”.
Gli argonauti malinowskiani delle Trobriand non viaggiavano alla ricerca di
un vello d’oro, ma navigavano da un’isola all’altra dell’arcipelago, percorrendo
migliaia di chilometri.
Affacciato dalla sua veranda sull’isola di Kiriwina, Malinowski vedeva
arrivare ogni giorno piroghe da direzioni opposte. […]
Ci sono razzisti che riescano a
influenzare anche il comportamento delle applicazioni informatiche. Nel 2018
Joy Buolamwini, ricercatrice al Mit, pubblica uno studio in cui mette in luce
come i sistemi di riconoscimento facciale, venduti da alcune grandi aziende,
avessero un tasso di riconoscimento delle donne dalla pelle scura del 34% più
basso di quello degli uomini di pelle chiara.
Altri articoli usciti nello stesso
periodo hanno confermato questa tesi, individuando la causa di tale disparità
nel fatto che l’algoritmo è alimentato con dati distorti. Infatti agli
strumenti di identificazione vengono sottoposti molti più volti “bianchi”
rispetto al numero di quelli dalla pelle scura. La qualità dei risultati
ottenuti da un algoritmo dipende totalmente dalla bontà dei dati utilizzati per
addestrarlo. E se questi dati sono viziati dai pregiudizi umani, ecco che la
macchina li farà suoi, riportandoli nei risultati ottenuti.
Un altro esempio di questa tendenza
ci viene da Tay, un software progettato da Microsoft, che impersonava un utente
di Twitter e immagazzinava dati interagendo con gli utenti dei social network.
In poco tempo, i troll* hanno dato in pasto a Tay una miriade
di opinioni razziste, omofobe, ecc. Nel giro di 24 ore, Tay è diventata la
prima intelligenza artificiale nazista della storia. Prima di venir chiusa da
Microsoft, è riuscita infatti a twittare il suo supporto a Hitler.
Il problema è che tutti gli
algoritmi di questo tipo sono allenati utilizzando testi reperiti in libri o in
articoli, per cui non fanno che riproporre i pregiudizi contenuti nel materiale
umano che viene usato per addestrarli. Secondo la ricercatrice Amanda
Levendowski (New York University), una delle ragioni per cui spesso i testi
analizzati dalle intelligenze artificiali sono viziati da pregiudizi è legata
al diritto d’autore, che costringe i ricercatori a utilizzare vecchi testi di
dominio pubblico: «La maggior parte delle opere oggi di dominio pubblico sono
state pubblicate prima degli anni Venti. Un database che faccia affidamento
solo su questi lavori non potrà che riflettere i pregiudizi del tempo».
Per fortuna gli algoritmi non hanno
pregiudizi razziali, chi li formula, però a volte sì.
* Troll Nel gergo di Internet, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite
messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso e/o del
tutto errati, con il solo obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare
gli animi.