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mercoledì 1 luglio 2026

Terra e cielo devastati. E noi in mezzo - Guido Viale

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use, l’insieme di software e tecnologie nate per scopi civili anche in ambito militare), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas (leggi anche Per una pace con la terra disarmata e disarmante): la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dalla interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi.

Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente.

Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza (è stato il tema della riunione di redazione aperta promossa da Comune, Una grammatica nuova, ndr).

Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi.

Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? È un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo; ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaurare con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti.

Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo.

Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei cittadini consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. È evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali – leggi padroni e sindacati – che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale.

Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento, hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.

da qui

lunedì 12 maggio 2025

Papa Francesco

 

«I conventi vuoti non servono al a Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi.

I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati.»

Papa Francesco al centro Astalli il 10 settembre 2013

da qui

lunedì 5 aprile 2021

Vaccini e soldi: Fratelli pochi! - Giulio Albanese

Il diritto alla salute trova un riconoscimento universale sancito in numerosi trattati internazionali e regionali sui diritti umani. Purtroppo l’emergenza sanitaria determinata dal Covid-19 ha messo in evidenza che queste dichiarazioni non trovano oggi un felice riscontro nella prassi. La situazione in cui versano le Afriche la dice lunga.

Finora le vaccinazioni sono un lusso per pochi, soprattutto a causa del cosiddetto «nazionalismo farmaceutico» che ha portato 54 paesi a limitare le esportazioni di prodotti sanitari legati a prevenzione, controllo e trattamento del Sars-Cov-2.

«Le nazioni ricche che rappresentano solo il 14% della popolazione mondiale hanno acquistato più della metà (53%) di tutti i vaccini attesi» ha denunciato The people’s vaccine alliance, coalizione di organizzazioni e di attivisti che lotta per l’equità sanitaria, facendo riferimento al 96% della produzione attesa Pfizer e tutti i vaccini Moderna prodotti nel 2021.

Altrettanto inquietante è il tema del prezzo dei vaccini. Ad esempio il Sudafrica, nazione maggiormente colpita nel continente dal Covid-19 dovrà pagare i suoi primi vaccini sviluppati da AstraZeneca circa 2,5 volte di più rispetto a quanto speso dalle nazioni europee, ovvero 4,32 euro invece di 1,78. Purtroppo, ancora una volta il business ha preso il sopravvento sulla dignità della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio.

È per questa ragione che occorre fare tesoro del monito lanciato dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus: «Il mondo è sull’orlo di un catastrofico fallimento morale e il prezzo sarà pagato con vite e mezzi di sussistenza nei paesi più poveri».

Dunque, aveva visto giusto papa Francesco quando già lo scorso anno sollevò ripetutamente la questione del diritto alla vaccinazione per tutti affinché ad ogni persona umana fossero offerte le cure e l’assistenza di cui abbisogna in tempo di pandemia. Una sfida che non può lasciare indifferente l’intero consesso delle nazioni, anche in considerazione delle gravi ripercussioni sull’economia continentale.

Infatti, l’effetto collaterale più pernicioso scatenato dal coronavirus è la recessione che sta penalizzando tutti i paesi africani e i sistemi sanitari sempre più in sofferenza. Per la cronaca, è bene ricordare che il 6 febbraio scorso un primo aereo cargo dell’Ethiopian Airlines ha volato da Pechino ad Addis Abeba con un carico di dosi vaccinali, successivamente trasferite in Ciad.

Sarebbe l’inizio di un ponte aereo organizzato dalla compagnia di bandiera etiopica e da una filiale dell’Alibaba Group, multinazionale cinese privata specializzata nel commercio elettronico. Nella migliore delle ipotesi, unitamente ad altri stock, basteranno a vaccinare solo il 30% della popolazione continentale di oltre 1,3 miliardi di abitanti.

L’Europa in tutto questo ragionamento sembra essere la “bella addormentata”. E dire che qualcuno, nel consesso sovranista, aveva detto che «bisogna aiutare gli africani a casa loro».


Diritto alla vaccinazione

Papa Francesco nel suo messaggio del 23 gennaio 2021 per la 55esima giornata mondiale delle comunicazioni sociali afferma: «C’è il rischio di raccontare la pandemia, e così ogni crisi, solo con gli occhi del mondo più ricco, di tenere una “doppia contabilità”. Pensiamo alla questione dei vaccini, come delle cure mediche in genere, al rischio di esclusione delle popolazioni più indigenti. Chi ci racconterà l’attesa di guarigione nei villaggi più poveri dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa? Così le differenze sociali ed economiche a livello planetario rischiano di segnare l’ordine della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Con i poveri sempre ultimi e il diritto alla salute per tutti, affermato in linea di principio, svuotato della sua reale valenza».

https://www.nigrizia.it/notizia/vaccini-e-soldi-fratelli-pochi

martedì 1 ottobre 2019

La Chiesa nel mirino di Bolsonaro per il sinodo sull’Amazzonia



(da Remocontro)

Papa ecologista presidente forcaiolo
Tre settimane di Sinodo, riflessione voluta da papa Francesco, da domenica prossima, sul futuro della Chiesa cattolica in una regione ampia e complessa come l’Amazzonia che sta rapidamente perdendo fedeli a vantaggio delle congregazioni pentecostali, come annota Tom Phillips, su The Guardian. Questioni di chiesa: tra le decisioni controverse che saranno discusse, la possibilità di essere ordinati sacerdoti per gli uomini sposati più anziani, e l’accelerazione della formazione di preti indigeni. Poi, indirettamente ma con forza prevalente, il peso politico della iniziativa del papa argentino ecologista e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, di estrema destra e su posizioni scettiche riguardo l’emergenza climatica.

‘Focus ecologista’ ed è scontro
«Il focus ecologista del raduno ha scatenato una tempesta politica in Brasile, che controlla il 60 per cento circa della regione amazzonica e da gennaio è governato da un’amministrazione di estrema destra che ha smantellato le normative per la protezione dell’ambiente e ha assistito a un drammatico aumento della deforestazione», sottolinea Phillips, ripreso da Internazionale. E Bolsonaro di muove da fascista qual’è e non si nasconde. «Sembra che i servizi segreti brasiliani (Abin) siano stati mobilitati in almeno quattro città amazzoniche per tenere d’occhio i religiosi coinvolti nel sinodo».

‘Neutralizzare’ il Sinodo?
«Siamo preoccupati e vogliamo neutralizzare questa cosa», ha dichiarato il generale Augusto Heleno, ministro per la sicurezza istituzionale di Bolsonaro, in un’intervista al quotidiano O Estado de São Paulo lo scorso febbraio. ‘Neutralizzare’ come? Neutralizzare da generale di antica vicinanza golpista e neutralizzate politico di ministro? Secondo il quotidiano brasiliano e The Guardian, il governo di Bolsonaro teme il “programma di sinistra” del sinodo e il ‘possibile’ (certo) imbarazzo il Brasile agli occhi del mondo. Già Papa Francesco aveva criticato «la mentalità cieca e distruttiva di chi devasta la foresta pluviale».

Generali minacciosi e comando
Secondo un altro generale brasiliano, Eduardo Villas Bôas, il sinodo “di sicuro sfruttato dagli ambientalisti” e ha giurato che il Brasile non avrebbe tollerato ‘interferenze’ straniere nei suoi affari interni. Il Vaticano ‘potenza straniera’? «Bolsonaro, che in teoria è cattolico, si è schierato con i settori più conservatori della chiesa pentecostale brasiliana, e ha fatto ben poco per nascondere la sua disapprovazione». Anzi. Anche Bolsonaro invoca la Madonna, come altri politicamente vicini in Italia. «Il Brasile è la Vergine sulla quale tutti i pervertiti stranieri vogliono mettere le mani», ha detto Bolsonaro ai giornalisti. I vescovi brasiliani, in partenza per Roma, cercano di minimizzare, ma le tensioni sono alte.

BolsoNERO e incendi ammazzonici
Il realtà le tensioni si sono fatte sempre più forti a seguito dello sdegno internazionale per gli incendi in Amazzonia. Su una rivista, il presidente brasiliano è stato ribattezzato “BolsoNERO”. E ad agosto i vescovi brasiliani avevano condannato il modo in cui venivano trattati in una lettera aperta in cui si leggeva: «Proviamo immenso rammarico per il fatto che oggi, invece di sostenerci e incoraggiarci, i nostri leader ci abbiano criminalizzati come nemici della patria». Nessun riferimento diretto a Bolsonaro, ma la condanna alla «Distruzione senza scrupoli della foresta, che sta uccidendo una flora e una fauna antichissime con incendi appiccati da criminali».

L’apocalisse amazzonica
Esplicito con il Guardian, Erwin Kräutler, ex vescovo della regine amazzonica di Xingu, che ha definito gli incendi di quest’anno «una vera apocalisse di cui Bolsonaro era responsabile». Dura reazione dei sostenitori del presidente. In una serie di video, il blogger bolsonarista Bernardo Küster ha descritto i vescovi diretti al sinodo come invadenti ‘teologi della liberazione’ schierati con importanti personaggi brasiliani di sinistra come l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. E il documento preparatorio del sinodo, Instrumentum laboris, «una disastrosa raccolta di robaccia eco-teologista», ha aggiunto Küster.

Ma il vero nemico è altrove
Dalla ‘Red eclesial pan amazónica’ (Repam), il gruppo responsabile della redazione di quel documento, la replica: «Non siamo noi il nemico, ma le strutture oppressive e le ineguaglianze nella regione amazzonica». Allarme per l’aumento della deforestazione e per le difficoltà delle popolazioni indigene. Per Joaquín Humberto Pinzón, vescovo della regione amazzonica della Colombia, gli attacchi contro il sinodo sono espressione di potenti attori politici ed economici contro la consapevolezza sull’importanza ecologica dell’Amazzonia. «Non sono d’accordo, politici, uomini d’affari, proprietari delle grandi compagnie minerarie».

Un mondo senza modelli
Il vescovo Adolfo Zon, diocesi amazzonica di Alto Solimões, dà prova di religiosa diplomazia non menzionando nemmeno una volta Bolsonaro. «Il sinodo è un atto politico, ma con la “p” maiuscola. Non è di parte. La chiesa non è contro nessuno. È contro l’ingiustizia». E non è affermazione da poco. Critica politica che va oltre il Brasile che neppure cita. «Non venitemi a dire che gli Stati Uniti sono un modello, e lo stesso vale per il Regno Unito», ha detto Zon. «Spero che le cose cambino, perché oggi, per quel poco che so di storia, a me pare di essere di nuovo negli anni venti, che hanno preparato l’arrivo del fascismo».


domenica 21 aprile 2019

Dopo la mobilitazione per il clima. Dieci azioni "responsabili" per salvare il pianeta




All'indomani della grande manifestazione contro il cambiamento climatico, ecco dieci azioni che ciascuno di noi può mettere in atto per aiutare il pianeta, seguendo i suggerimenti elencati nell'enciclica Laudato si' "sulla cura della casa comune", che papa Francesco firmò il 24 maggio 2015.

1) Differenziata
Una volta si buttava tutto insieme, senza pensarci troppo. Oggi fare raccolta differenziata è un comportamento virtuoso, a livello individuale e collettivo, e anche economicamente rilevante. Differenziare umido, carta e cartone, plastica, alluminio, vetro, metalli ferrosi, significa prima di tutto diminuire l'estrazione delle corrispondenti materie prime e dei processi produttivi collegati: ciò che una volta si considerava scarto, insomma, oggi può diventare "materia prima seconda". Significa anche inquinare di meno, perché permette di separare e poi smaltire in modo adeguato ogni tipo di rifiuto quando non c'è possibilità di riutilizzo. Ciò vuol dire ridurre i materiali che finiscono in discarica e negli inceneritori, consentendo di abbattere le emissioni di CO2 ad essi collegate. La differenziata, infine, alimenta un'economia del riciclo sempre più importante e ambientalmente sostenibile, che crea occupazione (green jobs) e migliora la qualità della vita per la collettività. (Andrea di Turi)

2) Animali
Trattare con cura gli altri esseri viventi, si legge nella Laudato si'. Gli allevamenti intensivi, fabbriche di carne dove gli animali sono tenuti in condizioni innaturali, sottoposti a privazioni e sofferenze, sono tra le attività che più contribuiscono al degrado del pianeta. Secondo la Fao l'impatto di queste strutture è insostenibile: sono responsabili del 14,5% della produzione globale di gas serra (Ghg). Un terzo della produzione di cereali viene poi impiegata come foraggio, con un rapporto svantaggioso di «cibo consumato per produrre cibo». Elevato l'impatto sulle risorse idriche, per i consumi ma anche per l'inquinamento prodotto. Animali costretti a stare immobili per la loro intera esistenza e in situazioni di sovraffollamento si ammalano e vengono trattati con forti dosi di farmaci che finiscono nelle falde. Quanto allo sfruttamento degli animali per la sperimentazione, il ricorso a metodi (più facili ed economici) che comportano sofferenze impedisce che si sviluppino modelli di ricerca più attendibili. (Barbara Uglietti)

3) Condizionatori
Un passaggio della Laudato si', paragrafo 55, cita il crescente uso dei condizionatori d'aria come esempio di «abitudini nocive di consumo». Più che una condanna dell'oggetto è un esempio di come, nella ricerca di un «profitto immediato», i mercati stimolano la domanda di oggetti il cui abuso può far danni. Nel caso dei condizionatori le controindicazioni non sono poche. Un piccolo impianto produce il 40% delle emissioni domestiche di CO2 di un single. Anche considerando i modelli a basso consumo (a pompa di calore, con inverter) l'energia necessaria per abbassare la temperatura di un grado è fino a 4 volte superiore a quella che serve per alzarla di un grado. Non a caso da diversi anni i picchi di consumo energetico si toccano in estate, non più in inverno. Il clima più caldo ci spinge a usare di più i condizionatori, i quali però fanno salire i livelli di CO2 e oltretutto emettono calore all'esterno. Un circolo vizioso. Nessuna condanna ai condizionatori, insomma, ma la moderazione in tanti casi è necessaria. (Massimo Calvi)

4) Luci
Quante luci utilizziamo quando siamo a casa? È una delle domande che papa Francesco invita a porsi. Il tema è quello del risparmio energetico. Utilizzare solo la luce di cui abbiamo bisogno, e non sprecarla, significa infatti dover produrre meno energia, impiegare meno risorse energetiche e, siccome il mix energetico mondiale vede ancora una larga prevalenza delle fonti fossili, produrre meno emissioni di CO2. Non si tratta solo di spegnere lampade e lampadari quando si esce, ma di prendere quei piccoli accorgimenti che possono fare grandi differenze: l'utilizzo di lampadine a Led, che abbattono fino al 90% il consumo di energia; o le ciabatte con interruttore, che possono spegnere contemporaneamente molti dispositivi che utilizzano corrente elettrica (televisore, impianto stereo, computer). Certo, se in casa o in azienda si usa al 100% energia rinnovabile le cose possono cambiare un po'. Ma l'energia più pulita di tutte è quella che non si consuma: ha anche un'unità di misura, il megawatt. (Andrea Di Turi)

5) Acqua
L'acqua, ha sottolineato il Papa nell'enciclica, è un bene prezioso ma limitato e sempre più persone rischiano di non averne a sufficienza. Negli ultimi decenni i consumi mondiali di acqua sono aumentati di quasi dieci volte: il 70% è impiegata per l'uso agricolo, il 20% per l'industria, il 10% per usi domestici. Nei Paesi occidentali una persona utilizza 162 litri al giorno, di cui 80 per l'igiene personale e 24 per la nutrizione, quando secondo diversi studi ne basterebbero 50. Nell'utilizzo di lavatrici e lavastoviglie basterebbe prediligere il ciclo ecologico o quello breve, ma sempre a pieno carico, oltre a comprare modelli che necessitano di meno acqua: per le lavabiancheria si possono risparmiare anche 100 litri. Quando si lava l'auto meglio usare un secchio pieno invece di acqua corrente: risparmieremo circa 130 litri di acqua potabile ogni volta. Per lavare frutta e verdure si può riempire una ciotola con dell'acqua e un po' di bicarbonato. Mentre fare la doccia invece del bagno significa un altro risparmio di 50 litri a volta. (Paolo M. Alfieri)

6) Carta
Risparmiare sulla carta è un piccolo gesto che può produrre enormi benefici. Per ottenere una tonnellata di carta nuova servono infatti 15 alberi, 440mila litri d'acqua e 7.600 Kwh di energia elettrica. Un processo che comporta innanzitutto il disboscamento delle grandi foreste e quindi l'aumento delle emissioni inquinanti che queste sono capaci di assorbire. La produzione di carta riciclata invece, oltre a risparmiare la vita agli alberi, richiede il 60% in meno di energia e l'80% in meno d'acqua rispetto alla carta vergine, e genera il 95% in meno di inquinamento atmosferico. Inoltre è possibile utilizzare carta certificata (come fa "Avvenire"), con i marchi internazionali che garantiscono la gestione responsabile delle foreste secondo standard ambientali, sociali ed economici. Stando ai dati Fao, la produzione mondiale di carta è in leggera flessione ma l'impatto ambientale resta elevato. Nel 2013 sono stati prodotti 397,6 milioni di tonnellate di carta e cartone, di cui il 54% è stato usato per confezionamenti e imballaggi.(Alessandro Bonini)

7) Plastica
La plastica è una grande scoperta che ha migliorato la qualità della vita, fino a diventare però una delle prime cause di inquinamento del pianeta. Dal 1950 a oggi la produzione mondiale è passata da un milione e mezzo a 245 milioni di tonnellate annue, ponendo sfide soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti non biodegradabili. Ne sono una testimonianza i giganteschi accumuli di rifiuti plastici venutesi a creare negli Oceani, con un'estensione che arriva a milioni di chilometri quadrati, un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti. Secondo l'Agenzia per l'ambiente dell'Onu (Unep) circa 100.000 mammiferi marini, un numero consistente di tartarughe e un milione di uccelli marini rimangono uccisi ogni anno dalla plastica, per ingestione o intrappolamento. Trattandosi di un derivato del petrolio il primo impatto avviene però tramite l'estrazione, il trasporto e lo stoccaggio degli idrocarburi. Segue il processo della trasformazione in plastica con la relativa produzione di emissioni nocive. (Alessandro Bonini)

8) Cibo
Cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, come suggerisce Francesco, non è solo un modo per rispettare chi ha meno, ma per creare le condizioni perché gli alimenti possano entrare in un circolo di ridistribuzione. Ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti, un terzo del cibo prodotto, va perduto o sprecato (stime Fao). La gran parte degli sprechi alimentari, oltre il 40%, avvengono tra le mura domestiche, il resto in fase di produzione o distribuzione. C'è dunque molto che possiamo fare per limitare questo spreco. In Italia si calcola che il valore del cibo buttato via ammonti a 37 miliardi di euro, praticamente 450 euro l'anno a famiglia. Secondo uno studio della Coldiretti se si riutilizzassero questi alimenti si potrebbero sfamare 44 milioni di persone. L'invito non è solo a sprecare meno, ma a fare il possibile per rimettere in circolo le eccedenze e ridistribuirle, come ad esempio fa la Caritas o le organizzazioni tipo Banco alimentare. (Massimo Calvi)

9) Trasporti
I mezzi pubblici? Senz'altro meglio dell'auto privata. Per costi e rispetto dell'ambiente, innanzi tutto. «La qualità della vita nelle città è legata in larga parte ai trasporti - scrive il Papa -, che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli abitanti. Nelle città circolano molte automobili utilizzate da una o due persone, per cui il traffico diventa intenso, si alza il livello d'inquinamento, si consumano enormi quantità di energia non rinnovabile e diventa necessaria la costruzione di più strade e parcheggi, che danneggiano il tessuto urbano. Molti specialisti concordano sulla necessità di dare priorità ai trasporti pubblici». E se proprio si devono usare le quattroruote lo si può fare in modo coscienzioso. Ad esempio col car pooling: termine che indica l'utilizzo di una vettura tra un gruppo di persone allo scopo di ridurre i costi. Colleghi che abitano nella stessa zona raggiungono il posto di lavoro usando a turno una sola macchina. Che diventa così una specie di piccolo "mezzo pubblico". (Massimo Rinieri)

10) Alberi
Piantare un albero è un gesto fondamentale per esprimere la volontà di prendersi cura del nostro pianeta. Prima di tutto gli alberi assorbono anidride carbonica (CO2), ritenuta il principale gas climalterante, ovvero responsabile dell'effetto serra (il riscaldamento del pianeta) e dei cambiamenti climatici. L'albero, insomma, "mangia" la CO2 presente in atmosfera: a seconda del contesto in cui è inserito, urbano o meno, si stima l'albero possa assorbire tra i 10 e i 50 kg di CO2 all'anno, da moltiplicare per gli anni del suo ciclo vitale. Molte aziende impegnate nella sostenibilità, in particolare quelle industriali, decidono di piantare alberi per compensare le emissioni legate alla loro attività. L'albero, inoltre, che in città aiuta ad abbattere le temperature, è un potente fattore di ri-naturalizzazione del territorio, che permette di combattere e prevenire il consumo di suolo. Piantare un albero è poi un gesto simbolico: significa avere fiducia nel futuro. E impegnarsi perché sia migliore. (Andrea Di Turi)


sabato 13 aprile 2019

i telefonini del papa



"Liberatevi dalla dipendenza del telefonino! Per favore". Così Papa Francesco ricevendo in udienza gli studenti del Liceo classico statale Ennio Quirino Visconti di Roma, in occasione dell'Anno Giubilare Aloisiano, ha esortato i ragazzi presenti a "curare la propria interiorità" anche attraverso il silenzio, per ascoltare la propria coscienza. E poi sul bullismo: "Il bullismo è un seme di guerra, combattetelo", ha detto ai ragazzi.

"Voi sicuramente avete sentito parlare del dramma delle dipendenze - ha continuato a braccio -, della dipendenza delle droghe, dipendenza del chiasso", ma la dipendenza del telefonino "è molto sottile". Il Papa ha precisato che il telefonino è "un grande progresso, un grande aiuto" e "va usato ed è bello che tutti lo usino ma quando tu diventi schiavo del telefonino - ha continuato - perdi la tua libertà. E' bello comunicare me c'è il pericolo che questa droga, perchè il telefonino è droga", riduca "la comunicazione in semplici contatti. E la vita è comunicare non semplici contatti", ha detto Francesco, concludendo:  "Ricordiamoci quello che scriveva Sant'Agostino: 'in interiore homine habitat veritas'.  Vale per tutti, per chi crede e per chi non crede. Solo nel silenzio interiore si può cogliere la voce della coscienza e distinguerla dalle voci dell'egoismo e dell'edonismo".

Il Papa ha poi aggiunto: "Per favore non abbiate paura delle diversità. Il dialogo tra le diverse culture arricchisce il Paese, arricchisce la patria: ci fa guardare avanti verso una terra per tutti non solo per alcuni".

sabato 17 novembre 2018

Il settimo comandamento - Francesco Gesualdi



Il tema è non rubare: un comandamento su cui non sembrerebbe esserci molto da discutere. Nell’accezione comune è l’imperativo a non impossessarsi delle cose altrui. Il mondo ridotto a due soli schieramenti: chi possiede e chi ruba. I primi da tutelare, i secondi da perseguire. Ma nella sua udienza del 7 novembre Papa Francesco ha rovesciato il tavolino e invece di parlare del furto ci ha parlato del possesso. Quasi a volerci dire che a seconda delle condizioni, il possesso può essere la prima forma di tradimento della volontà di Dio. Per partire ci ha ricordato che la dottrina sociale della Chiesa parla di “destinazione universale dei beni” a significare che ”i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano”. E se in questa prospettiva anche la proprietà privata trova la sua funzione e la sua legittimità, Papa Francesco ha precisato che “ogni ricchezza per essere buona deve avere una dimensione sociale”. Sorprendente analogia con l’articolo 43 della nostra Costituzione che impone alla legge di regolamentare la proprietà privata in modo da “assicurarne la funzione sociale e renderla accessibile a tutti”.
Se fossimo riusciti ad interpretare il comandamento di non rubare in forma più estensiva, non come  mera difesa di ciò che individualmente ciascuno ha accumulato, ma soprattutto come difesa di ciò che è proprietà di tutti,l’umanità non si troverebbe a fare i conti con le problematiche ambientali e sociali che oggi ci sovrastano. L’Italia sta ancora facendo la conta dei danni provocati da due settimane di maltempo che hanno distrutto migliaia di ettari di boschi, allagato intere vallate, spazzato via case e strade, spezzato vite umane di ogni età. Il dito è puntato contro la malvagità della natura che senza guardare in faccia a nessuno, abbatte la propria forza contro chi capita. Ma sappiamo che nelle nostre regioni le piogge torrenziali e i venti di tipo monsonico sono il frutto del surriscaldamento terrestre provocato da un eccesso di produzione di anidride carbonica, a sua volta conseguente al furto messo in atto da poche generazioni che nel giro di 150 anni hanno preteso di bruciare ciò che madre terra ci ha messo milioni di anni per produrre. Esito aggravato da un eccesso di cementificazione e di gestione distorta di boschi e agricoltura. In ogni caso tutte conseguenze di un’idea di possesso dove esiste solo l’interesse immediato del suo proprietario sganciato da qualsiasi responsabilità verso la collettività. Così ci stiamo macchiando del peggiore dei furti che è quello di togliere prospettive di vita alle generazioni che verranno.
Papa Francesco ci dice che l’unico modo per uscirne è smettere di considerarci padroni e cominciare a concepirci come amministratori: “Nessuno è padrone assoluto dei beni, bensì un amministratore della Provvidenza”. Che tradotto significa cominciare a prendere consapevolezza che viviamo in un mondo dalle risorse limitate e che dobbiamo amministrarle avendo sempre ben chiaro che oltre a doverne lasciare per le generazioni che verranno, dobbiamo anche permettere ai tre miliardi di impoveriti di uscire rapidamente dalla loro situazione di miseria. Papa Francesco ci ha ricordato ancora una volta che se oggi esiste quasi un miliardo di affamati non è perché non si produce abbastanza cibo, ma perché è distribuito male. In altre parole l’economia mondiale è basata su regole così assurde da avere trasformato un terzo della popolazione mondiale in scarti inutili da qualsiasi punto di vista, un terzo in persone utili solo come lavoratori forzati e un terzo come super consumatori. Questo apartheid sociale può essere superato solo con nuove regole che mettano fine ai furti di dignità che si concretizzano tramite il pagamento ai lavoratori di salari indegni, il pagamento ai piccoli produttori di prezzi infami, l’estromissione dei pastori e contadini dalle loro terre, la fuga dei capitali nei paradisi fiscali, l’imposizione di regole draconiane agli stati indebitati.
Ma l’emergenza ambientale ci ricorda che per riportare l’equità non è più sufficiente concentrarci sulle regole. Serve anche la capacità dei paesi ad alto reddito pro capite di fare un passo indietro rispetto all’uso delle risorse e alla produzione di rifiuti. In altre parole dobbiamo smettere di ripetere come dischi rotti che dobbiamo puntare a crescere e cominciare a dire che dobbiamo produrre, lavorare e consumare in maniera diversa in modo da garantire a tutti di vivere dignitosamente pur utilizzando meno risorse e producendo meno rifiuti. Solo così dimostreremo di avere imparato a declinare in maniera corretta il comandamento di non rubare.

domenica 21 gennaio 2018

Il prezzo dell’oro amazzonico - Francesco Gesualdi

Il 19 gennaio Papa Francesco sarà a Puerto Maldonado, città a sud del Perù sulle sponde di Madre de Dios, un corso d’acqua proveniente dal versante est delle Ande e affluente del fiume Beni dopo un viaggio di oltre mille chilometri per la foresta amazzonica. Va ad incontrare la Chiesa locale e le popolazioni dell’Amazzonia.

Di vitale importanza per il clima globale e custode di biodiversità e altri valori inestimabili, la ricchezza dell’Amazzonia è anche causa del suo declino. Dagli anni sessanta del secolo scorso le imprese possono penetrare al suo interno e portarsi via ciò che desiderano. Fra esse quelle minerarie ansiose di prendersi ferro, carbone, bauxite e molti altri minerali di cui il sottosuolo amazzonico era e continua ad essere ricco. Anche nella foresta attorno a Puerto Maldonado arrivarono le imprese estrattive attratte dalla presenza di oro. E se inizialmente il loro interesse era limitato ai giacimenti a maggior concentrazione, col tempo capirono che il prezioso minerale si trovava diffuso in tutta l’area, per recuperarlo bastava setacciare la zona. Un compito arduo e costoso, ma le imprese sapevano come fare per garantire i profitti per se e scaricare i costi sulle spalle di altri. Proposero alla popolazione locale di trasformarsi in cercatori d’oro con l’impegno a rivendere alle imprese proponenti tutto ciò che trovavano. Così nacque la figura del minatore artigiano, imprenditore di se stesso che per mettere insieme qualche grammo di oro è disposto allo sfruttamento di se stesso e dei propri figli considerato che il 20% dei cercatori d’oro sono minori.

La notizia della nuova formula occupazionale si sparse per tutto il Perù e Puerto Maldonado venne presa d’assalto da migliaia di forestieri attratti dalla fortuna dell’oro. La legge imporrebbe ad ogni minatore di iscriversi in un apposito registro, ma sono sconsigliati dal farlo perché non conviene alle imprese. Per loro l’economia illegale è più vantaggiosa: possono evadere il fisco ed evitare ogni altro obbligo sociale e ambientale richiesto dalla legge. In conclusione a Puerto Maldonado si è strutturato un sistema di reclutamento in nero che impone ai malcapitati perfino di rinunciare al proprio nome. Per cancellare ogni traccia di sé, si fanno chiamare col soprannome imposto dal caporale: smilzo, cileno, gatto selvatico e qualsiasi altro nomignolo che la fantasia può partorire. Loro ci mettono il lavoro, l’organizzazione l’attrezzatura, le sostanze chimiche e quant’altro serve alla perlustrazione.
  
Padre Xavier Arbex, che da anni si dedica ai minatori irregolari, parla di condizioni indicibili non solo per gli orari estenuanti e per il rischio di malattie e infortuni, ma per la possibilità di perdere la vita stessa. Non pochi, infatti, scompaiono, inghiottiti dalla foresta, forse solo per avere minacciato di autodenunciarsi alle autorità competenti. Purtroppo al dramma sociale si aggiunge quello ambientale per lo sversamento nei fiumi e nel terreno di montagne di olio esausto usato dalle imbarcazioni, di montagne di mercurio usato per l’amalgama dell’oro, di montagne di detriti prodotti durante l’esplorazione: un paio di tonnellate per ogni grammo di oro. Ed è proprio la questione ambientale a generare conflitti con le imprese minerarie non solo in Amazzonia, ma nell’intero Perù, considerato che l’attività estrattiva è diffusa in tutto il paese.

Secondo produttore al mondo di argento, zinco, rame e sesto di oro, il Perù conta 50mila concessioni minerarie estese su 21 milioni di ettari, il 14% del suolo nazionale. E se contribuiscono al 15% del prodotto interno lordo e al 60% delle esportazioni, il loro contributo all’occupazione è piuttosto modesto mentre è alto l’impatto ambientale per l’avvelenamento delle acque con metalli pesanti e la contaminazione dell’aria con polveri sottili. Ogni anno in Perù si contano centinaia di conflitti e di proteste popolari contro le imprese minerarie non solo per gli attentati alla salute, ma anche per i contenziosi legati alla terra. In un paese in cui i titoli di proprietà sono molto aleatori, le imprese hanno buon gioco a produrre documenti artefatti che permettono di sottrarre abusivamente terra ai contadini.

L’industria mineraria è in ripresa in tutta l’America Latina e ovunque si registrano i contraccolpi di un’attività organizzata per il beneficio di pochi a danno di molti. Spesso gli unici a recepire il grido di dolore dei poveri sono i gruppi ecclesiastici, che per svolgere un’azione più incisiva a sostegno del ripristino dei diritti calpestati, si sono coordinati in una rete continentale denominata Red Iglesia y minéria. In vista della visita del Papa in America Latina, la Rete gli ha inviato una lunga missiva in cui riepiloga gli abusi sociali e ambientali sofferti dalla popolazione a causa dell’attività mineraria. La speranza è che la sua presenza e il suo magistero possano suscitare senso di responsabilità nelle imprese e nei governi.

mercoledì 23 marzo 2016

I vescovi votano sì al referendum sulle trivellazioni - Claudio Vigolo

I vescovi votano sì al referendum del 17 aprile sulle trivellazioni. La decisione è comprensibile, soprattutto ricordando il messaggio dell'enciclica sull'ambiente di papa Francesco.
Il tempismo dei vescovi italiani nel dichiararsi favorevoli al dibattito sul referendum sulle trivellazioni sembra quasi sospetto all’indomani dell’invito all’astensione del Partito democratico (Pd).
Sta di fatto che nel comunicato finale del Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei) che si è chiuso a Genova si legge testualmente che “l’attenzione all’aspetto sociale ha portato i vescovi a confrontarsi anche sulla questione ambientale e, in particolare, sulla tematica delle trivelle – ossia se consentire o meno agli impianti già esistenti entro la fascia costiera di continuare la coltivazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza della concessioni – concordando circa l’importanza che essa sia dibattuta nelle comunità per favorirne una soluzione appropriata alla luce dell’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco”.
Già in precedenza il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, si era espresso molto chiaramente, con un editoriale sul quotidiano dei vescovi Avvenire, in cui si chiedeva di non trivellare i mari. La cosa più importante, ha spiegato Galantino, è “coinvolgere gli abitanti, chi di quel mare vive. Gli slogan non funzionano, bisogna creare spazi di incontro e confronto.

giovedì 10 luglio 2014

Felix e il papa - Francesca Caprini

Incontro storico in Vaticano per un colpo d’occhio unico: un premio Nobel per la pace, un indigeno argentino – quasi due metri di altezza, i lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle, la casacca con i colori del suo popolo, i Qom – e un papa. Tre esponenti dei diritti umani – ognuno con la propria linea politica e spirituale – per un’udienza significativa.
Il papa è naturalmente il neoeletto Francesco, quello che viene “dalla fine del mondo” e sembra non dimenticare chi in quella fine del mondo ancora vive e combatte. Il Papa argentino, che la settimana scorsa ha accettato di incontrare due suoi insigni connazionali – Adolfo Perez Esquivel e il qarashe della Comunidad Originaria Qom, Félix Díaz, insieme alla moglie Amanda Asijak.

Felix Diaz è il referente della Cumbre de los Pueblos y Organizaciones indigena dell’Argentina, la piattaforma che riunisce gli aborigeni argentini. Accompagnato anche dal Reverendo Francisco Nazar, Vicario episcopale per le popolazioni originarie di Formosa, ha voluto incontrare il papa per denunciare le terribili sofferenze – e la formidabile resistenza – delle popolazioni originarie. Sfruttati, depredati, minacciati, assassinati: la tragedia degli indigeni, in Argentina come nella quasi totalità dell’America latina – con parziale eccezione per la Bolivia – continua da cinque secoli in un colpevole silenzio: cancellate le loro radici culturali, privati dei loro territori, discriminati fin dall’accesso ai servizi basici, gli indios stanno soccombendo in una guerra non ufficiale.

In Argentina si parla di almeno 700 comunità per circa 500.000 persone – ma la cifra è sottostimata. Impossibilitati ad accedere anche ai diritti che la riforma costituzionale del ’94 aveva loro riconosciuto – la titolazione delle terre, ad esempio – mapuche, guarnì, chiriguanos e le altre etnie aborigene vengono in Argentina ignorate più che da altre parti. E questo nonostante le parole della presidenta Cristina Fernández de Kirchner: “ Chiedo perdono alla popolazioni indigene per l’egoismo, le dimenticanze, l’avarizia”, diceva a Salta, appena eletta…
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venerdì 4 ottobre 2013

una telefonata speciale

"E' un mondo più bello quello in cui puoi abbracciare un Papa. Per me è stato come parlare a un amico". A ricevere la telefonata a sorpresa di Papa Francesco è Carlo Petrini, scrittore e fondatore di Slow Food. Venti minuti a parlare di ambiente, immigrazione, e degli umili del mondo.

Petrini, un'emozione non comune. 
"Sul cellulare mi è comparso all'improvviso un numero sconosciuto. Ho risposto, e dall'altra parte c'era Papa Bergoglio. Non ero affatto preparato, ma la semplicità con cui il pontefice è stato capace di instaurare un dialogo diretto mi ha messo subito a mio agio. Avevo inviato un libro al Papa...".

Il libro di Terra Madre?
"Sì, era il mese di luglio, quando il Papa è andato a 
Lampedusa. Assieme al libro gli avevo spedito anche una lettera e un articolo sui migranti piemontesi in terra d'Argentina, proprio come i genitori di Bergoglio. In un secolo, dal 1876 al 1976, dal nostro Paese sono partiti per l'estero 24 milioni di migranti. Di questi, 3 milioni hanno trovato casa in Argentina. Ed è esattamente ciò che avviene oggi con i nostri neri d'Africa: gli italiani morivano allora, come costoro muoiono oggi. Ma il Papa mi ha raccontato di suo padre...".

E cosa le ha raccontato?
"Nell'articolo parlo di un bastimento, il 'Principessa Mafalda', che nel 1927 partì da Genova e si inabissò poco lontano dalle coste brasiliane causando la morte di 314 migranti italiani. Bergoglio mi ha detto che suo padre sarebbe dovuto salire proprio su quella nave. Invece partì due anni dopo. Gli ho detto che io sono agnostico, ma che c'è un segno del destino se suo padre non salì sul Mafalda, di cui tutti, ancora oggi, in Piemonte hanno memoria"…