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domenica 12 gennaio 2025

Vogliono uccidere i pastori sardi - Francesco Casula

 

Carsicamente nella storia della Sardegna emerge il tentativo di “uccidere” il pastore sardo. Proprio in queste settimane si sta mettendo in discussione la pastorizia isolana.

È infatti in atto il rischio che nel territorio sardo vengano introdotte “pecore straniere” delle razze Lacon (francesi) e Assaf (israeliane). Si tratta in buona sostanza di “pecore mucca”, destinate alla sola produzione in stalla, con un quantitativo di latte sicuramente molto più alto ma che stravolgerebbero e annienterebbero la qualità del latte prodotto dalla razza sarda, legata storicamente ai nostri pascoli.

E allora addio alle qualità organolettiche del pecorino sardo e addio alle caratteristiche essenziali della Denominazione Protetta. E insieme addio al pastoralismo sardo, come storicamente lo abbiamo conosciuto.

A volere le “pecore straniere” sono, come sempre, lobby potentati e multinazionali. Avvertono i nostri pastori:”Non siamo disposti a mettere a rischio il nostro futuro per l’avidità di pochi che vorrebbero sfruttare il momento favorevole per inondare il mercato di pecorino romano prodotto con latte di razze estere importate. Siamo pronti a organizzare nuove forme di protesta”.

Sono convinto che anche questo tentativo di liquidare i pastori sardi, sarà respinto: come lo sono stati i reiterati tentativi storici del passato.

Dalla legge delle Chiudende all’industria di Ottana

Uno dei tentativi più brutali fu rappresentato dagli Editti delle Chiudende che –scrive il compianto Eliseo Spiga (in La Sardità come utopia -Note di un cospiratore) irruppero sulle comunità, implacabili come un castigo di dio. In un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze, di persecuzioni,assassini, carcerazioni e torture…furono chiusi migliaia di ettari dei migliori terreni privati e comunali, pascoli e seminativi, case, ovili e orti familiari, strade e ponti, abbeveratoi e fonti pubbliche.

I più danneggiati furono i pastori, abituati a pascolare le greggi in vasti spazi aperti e comuni ed ora costretti a pagare il fitto – spesso erosissimo – ai nuovi proprietari usurpatori.

Un altro momento e snodo storico di attacco violento soprattutto alle condizioni di vita e di lavoro dei pastori fu rappresentato dalla guerra doganale dello Stato italiano con la Francia, culminata con la rottura dei Trattati doganali nel 1887. L’economia sarda fu colpita a morte. Fino a quel momento la spedizione verso i mercati francesi di alcuni fondamentali prodotti dell’economia sarda aveva, se non scongiurato, almeno contribuito ad allontanare la crisi che gli spiriti più consapevoli paventavano.

Dopo i fatti del 1887 l’agro-pastorizia dell’Isola, privata d’un colpo dei suoi mercati tradizionali, precipitò al fondo di un baratro senza precedenti, costringendo i pastori a dipendere ancor di più dai proprietari dei pascoli, i printzipales, e dagli industriali caseari continentali ma soprattutto romani. Che Antonio Simon Mossa, il grande teorico dell’indipendentismo e del federalismo sardo chiama “feudatari del latte”, che si comportano da veri e propri strozzini, imponendo solo loro il prezzo. Tanto che uno degli obiettivi del neonato Partito sardo d’azione nel 1921 sarà proprio la battaglia contro sos meres continentales de su latte e la creazione di cooperative di pastori, per gestire loro, in prima persona, il prodotto del proprio lavoro.

Un altro tentativo, che avrebbe dovuto essere anche quello decisivo per assestare il colpo definitivo e mortale all’esistenza stessa dei pastori, risale alla fine degli anni ’60 quando, soprattutto con l’industrializzazione di Ottana, con il pretesto della lotta al banditismo, si portarono “le industrie a bocca di bandito” (Antonello Satta): con esse si voleva trasformare la Sardegna in tanti Sesto San Giovanni, con il pastore che, liberato finalmente di gambali, mastruche e bertulas, avrebbe vestito la tuta dell’operaio.

In realtà “lo scopo del Kolossal mistificatorio” –scrive ancora Eliseo Spiga, nel saggio già citato, con la solita e affilata prosa – “era di concorrere ad assestare un colpo definitivo alla cultura sarda e a quella barbaricina in particolare. Doveva concorrere a realizzare l’obiettivo finale dell’intervento economico dello Stato che, secondo il Ministro Taviani, in visita a Ottana, era quello di “eliminare quell’assetto tradizionale che si è consolidato con gli attuali rapporti di produzione al fine di distruggere definitivamente il malessere proprio della società e dell’etica pastorali, quel malessere cioè sul quale allignano i ben noti fenomeni criminali delle zone interne della Sardegna”.

Conosciamo tutti com’è andata a finire. La cosiddetta Rinascita, tutta giocata sulle illusioni programmatorie e sull’industrializzazione, segnatamente quella petrolchimica, tradendo le aspirazioni e le speranze del popolo sardo, non solo si è evaporata, ma si è rovesciata nella realtà del sottosviluppo, della dipendenza e nella involuzione ai limiti della tolleranza.

Un ultimo tentativo vi è stato negli anni scorsi, quando l’intero comparto fu investito da una gravissima crisi con il latte sottopagato, i mangimi quadruplicati insieme alle’energia elettrica e al gasolio.

Superata anche quella crisi oggi, dicevo, sono le “pecore straniere” ad attanagliare e stritolare il pastore sardo. Ma, ne son certo, anche questa volta canes de istergiu e argas de muntonargiu non prevalebunt!

da qui

venerdì 1 marzo 2019

Le aste dei discount svalutano il latte dei pastori sardi - Stefano Liberti, Fabio Ciconte




Mentre i pastori sardi versavano il loro latte in strada per protestare contro i bassi prezzi d’acquisto, il gruppo Eurospin lanciava un’asta al buio per assicurarsi al minor prezzo possibile una partita da diecimila quintali di pecorino.
Proprio quando la protesta era appena cominciata, nei primi giorni di febbraio, il discount ha convocato i produttori di pecorino romano chiedendogli di fare un’offerta, al massimo ribasso, per una fornitura di formaggio grattugiato, porzionato e in forma intera. La gara d’asta – fatta online – è durata circa mezz’ora ed è stata vinta da due importanti imprese dell’isola a un prezzo di poco superiore a cinque euro al chilo.
“Così la grande distribuzione organizzata orienta tutto il mercato al ribasso”, dice Salvatore Palitta, presidente dimissionario del consorzio per la tutela del formaggio pecorino romano. “Attraverso le aste, le insegne dei supermercati strozzano una filiera che è già pesantemente in affanno”.
Finito al centro delle polemiche per le responsabilità attribuite ai trasformatori per la sovrapproduzione che ha fatto crollare il prezzo, il presidente del consorzio cerca di spostare l’attenzione su quello che definisce il “vero dominus del mercato”, ossia i gruppi della grande distribuzione organizzata (gdo), attraverso i quali passa oggi il 70 per cento degli acquisti alimentari in Italia.
“Non si parla mai abbastanza del ruolo che ha la grande distribuzione nella definizione del valore del prodotto. L’asta lanciata dall’Eurospin prevedeva un prezzo bloccato per i prossimi dodici mesi: a queste condizioni, qualsiasi trattativa su un compenso equo diventa aleatoria”, continua Palitta.

L’anello debole
La protesta dei pastori sardi ruota intorno a tre attori principali: la gdo, che acquista il formaggio; gli industriali e le cooperative, che lo producono a partire dalla materia prima; e i pastori, che forniscono il latte ovino alle imprese di trasformazione. Come spesso accade, in questa partita a tre l’ultimo anello della filiera è quello più debole, con minore potere contrattuale.
Il surplus di produzione dell’ultimo biennio – pari a circa 90mila quintali – ha fatto precipitare il valore del pecorino alla borsa merci di Milano e di conseguenza quello del latte ovino, crollato a 60 centesimi al litro.
“A questa cifra non arriviamo neanche a coprire i costi di produzione”, afferma Nenneddu Sanna, uno dei leader della rivolta. Dopo le manifestazioni in Sardegna, i pastori hanno portato la protesta a Roma e il 14 febbraio sono stati convocati al Viminale dal ministro dell’interno Matteo Salvini e da quello dell’agricoltura Gian Marco Centinaio. La discussione è stata poi spostata alla prefettura di Sassari. Ma per il momento non è stato trovato alcun accordo tra la proposta dei trasformatori, disponibili a pagare 72 centesimi al litro, e i pastori, che chiedono almeno 80 centesimi.

Il ruolo della grande distribuzione
In questa situazione estremamente tesa, il gruppo Eurospin è entrato in scena come un elefante in una cristalleria. “Con queste aste, la grande distribuzione prende i soldi direttamente dalle nostre tasche”, lamenta Nenneddu Sanna. “Il pecorino dovrebbe essere venduto almeno a 7,5 euro, non a 5”.
L’Eurospin già l’estate scorsa era finito al centro delle polemiche per una gara elettronica al doppio ribasso su una partita di pomodoro trasformato. All’epoca, si era difeso a posteriori rivendicando la pratica delle aste online e definendole “uno strumento moderno, molto efficace per dare al consumatore quei prezzi competitivi che chiede”.
Nel caso dell’ultima asta sul pecorino, l’Eurospin aveva convocato una gara secca, in cui i vari fornitori sono stati invitati a fare un’offerta unica senza conoscere chi fossero e quanti fossero gli altri partecipanti. Un’asta al buio insomma, in cui ogni concorrente è naturalmente spinto a ribassare al massimo la propria puntata pur di assicurarsi la partita.
Come si legge sullo stesso sito dell’azienda, “in caso di più offerte identiche verrà automaticamente aperta una ulteriore sessione di 30 minuti cui potranno partecipare i fornitori autori delle offerte identiche, durante la quale ciascuno di essi potrà formulare una ulteriore offerta eventualmente migliorativa rispetto alla precedente”. Migliorativa in questo caso vuol dire inferiore, perché la logica è che a vincere sia sempre il prezzo più basso.
La marcia indietro
L’Eurospin non ha risposto alle nostre domande per avere chiarimenti sullo svolgimento dell’asta. Ma dopo le ripetute sollecitazioni, l’azienda ha comunicato sul suo sito che “sospende gli accordi commerciali in essere”. È insieme una marcia indietro e una notizia positiva.
Dopo aver cercato di sfruttare la situazione per strappare prezzi particolarmente favorevoli senza tener conto delle conseguenze sull’intero settore, anche l’Eurospin, come ha già fatto nelle settimane scorse la Coop, ora vuole garantire “un aumento del prezzo all’acquisto pari a 1 euro al chilo”. La Federdistribuzione, sigla che tiene insieme diversi marchi della gdo, ha invece organizzato una campagna di marketing tesa a valorizzare il prodotto in tutti i punti vendita.
“Le aste andrebbero semplicemente vietate”, dice Giorgio Santambrogio, presidente di Adm, l’Associazione della distribuzione moderna, che riunisce gran parte dei supermercati italiani, tranne i discount. “Queste pratiche fanno male all’intero settore. Ed è per questo che già nel giugno 2017 abbiamo firmato un protocollo presso il ministero dell’agricoltura in cui ci impegniamo a non farle. Penso che sarebbe utile proibirle in modo definitivo per legge”.
Il punto dolente è che gli effetti delle aste e degli acquisti al ribasso non si ripercuotono solo sui gruppi industriali che partecipano e sulle insegne che le lanciano. Contribuiscono spesso a determinare un prezzo di riferimento, che finisce per orientare tutto il mercato. A pagarne le conseguenze sarà un’intera filiera, sempre più impoverita dalle logiche del sottocosto.

da qui

giovedì 28 febbraio 2019

Quasi amici, sempre nemici. Pastori sardi, antispecisti e altri animali – Niccolò Bertuzzi, Giulio Sapori



A partire dall’analisi politica della questione “pastori sardi”, cerchiamo di mettere in evidenza i problemi che impediscono, troppo spesso, un incontro tra movimento antispecista e gran parte dell’area antagonista, con la convinzione che si possano pensare rapporti più fecondi tra le diverse lotte. 
O, almeno, ci proviamo.
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Introduzione
Noi ci proviamo… non è il massimo iniziare così un articolo, ma siamo consapevoli che stavolta sia necessario. E siamo altrettanto consapevoli che molto probabilmente saremo attaccati da entrambi i fronti che vorremmo vedere dialogare e lottare congiuntamente. Seppur con diversi gradi di rispettivo coinvolgimento, apparteniamo infatti a due mondi attualmente separati ma che (a nostro avviso) dovrebbero essere uniti: quello che definiamo qui genericamente antagonista (composto da soggettività e istanze anticapitaliste, territoriali, anarchiche, etc) e quello antispecista. Le nostre “bolle social” (che, volenti o nolenti, strutturano ormai anche i dibattiti militanti) sono letteralmente impazzite negli ultimi giorni, diventando schiave di una schizofrenia binaria: da una parte l’indignazione antispecista per lo sfruttamento animale e l’enorme spreco di latte da parte dei pastori sardi; dall’altra, l’indiscusso appoggio da parte delle aree di movimento antagonista verso i pastori medesimi. Questo articolo si propone di evidenziare le criticità di entrambe le posizioni.
Digressione: (nostra) definizione di antispecismo.
L’antispecismo è un movimento politico, basato su un impianto ideologico che ripudia qualsiasi gerarchia e discriminazione in base a razza, genere, stato sociale e specie. In sostanza, la sua specificità risiede nel non accettare e non giustificare quello che per molti è perfettamente naturale: la supremazia umana sul “non-umano”.
Pur condividendo questa base, il movimento antispecista non è unitario, soprattutto sul piano strategico. Per semplificare diciamo che al suo interno vi sono almeno due posizioni: una ritiene che questo movimento debba portare avanti, in maniera specifica, gli interessi degli altri animali; l’altra invece lega la questione animale ad altri temi politici di pari rilevanza (anticapitalismo, antirazzismo, ecologismo, etc.). La prima persegue la liberazione animale; la seconda la liberazione “totale” di animali umani e non.
Detto ciò, dobbiamo costatare che, presso la società civile, ma anche (quasi sempre) presso ambienti antagonisti, l’antispecismo viene considerato, quando va bene, come un “di più” politicamente irrilevante, un vezzo di anime sensibili; quando va male (quasi sempre) addirittura dannoso.
Perché protestano i pastori sardi?
Innanzitutto, questa ondata di protesta non è una novità assoluta. Senza avventurarci in (discutibili) paragoni con la vicenda “quote latte” che interessò la Brianza alcuni anni fa, lo stesso Movimento dei Pastori Sardi è stato protagonista di varie mobilitazioni, il cui picco fu toccato a inizio anni Novanta, con una dura manifestazione durante la quale, fra l’altro, furono lanciate pecore morte contro il palazzo della Regione Sardegna.
Oggi come ieri i pastori lamentano il basso prezzo a cui, in certi periodi di calo della domanda, devono vendere il latte ai caseifici che lo trasformano principalmente in Pecorino D.o.p.. Nei mesi scorsi si è verificata una drastica contrazione della domanda di Pecorino dagli USA – principali acquirenti e consumatori di un prodotto che anche in Italia ha subito da tempo un calo nelle vendite – e una conseguente sovrapproduzione di latte. Ciò ha portato ad una spirale di abbassamento dei prezzi, alimentata dall’accettazione da parte di alcuni pastori di vendere il latte a prezzo più contenuto, per resistere alla concorrenza di mercato. In sostanza si tratta di una crisi da sovrapproduzione. Per far fronte a questa situazione, i pastori chiedono un intervento statale che riporti il latte a un prezzo più congruo e valorizzi il loro lavoro. Le misure proposte e negoziate con il ministero delle politiche agricole sono state principalmente due: acquisto da parte del ministero delle eccedenze di pecorino, e innalzamento del prezzo del latte a 1 euro al litro (dopo la discesa a 60 centesimi delle ultime settimane).
E quindi?
E quindi, chi ha ragione? Da una parte vi sono gli antispecisti che denunciano lo sfruttamento dei veri produttori del latte, gli animali da cui questo prodotto viene estratto. Sinteticamente questa posizione, connotata da varie sfumature, si divide in due filoni principali: coloro che ritengono i pastori sfruttatori senza se e senza ma, e coloro che invece – pur restando fermi su posizioni antispeciste e dunque attente allo sfruttamento animale – individuano nei pastori stessi degli sfruttati. Ripetiamo: vi sono sfumature, ma servirebbe un saggio per analizzarle; questa dicotomia è funzionale allo spazio di un articolo. Dall’altra parte vi sono gli ambienti di movimento antagonista (oltre alla quasi totalità della politica e della “società civile”) che appoggiano unilateralmente le richieste dei pastori.
A nostro avviso entrambe le posizioni soffrono di alcune debolezze. Partiamo dagli antispecisti.
L’errore sostanziale di molti antispecisti è di voler prendere una posizione netta contro i pastori, in quanto soggetti che sfruttano in maniera diretta gli altri animali. I rapporti di forza all’interno di questa società infatti sono distribuiti in maniera disuguale e i pastori, seppur sfruttatori, sono comunque degli sfruttati. In una controversia come questa, in cui la questione animale sparisce completamente dalla sensibilità e dall’attenzione pubblica – tanto è forte la retorica del pastore sardo sfruttato come un Davide di fronte a Golia – l’approccio più politicamente avanzato del movimento antispecista sta nel richiamare l’attenzione al fatto che esista un altro Davide ancor più subordinato del primo. Questo, lo diciamo en passant, è un punto delicato: l’incrociodi più assi di potere, per cui su alcuni assi un soggetto è uno sfruttato mentre su altri è ritenuto un privilegiato è un’acquisizione dell’approccio intersezionale che gli stessi antagonisti applicano, ma (quasi) sempre soltanto in ambito umano.
Per i più, in una situazione come quella riguardante il costo del latte, non si pone altra questione che non sia lo sfruttamento lavorativo dei pastori sardi. Fanno bene dunque gli antispecisti a rendere presente l’assente: a indicare che il latte, prima di essere una merce, è vita altrui sottoposta a sfruttamento e prodotta come “vita a buon mercato” dal sistema capitalista. Ma fanno male quando non vedono che anche il lavoro del pastore è prodotto come “lavoro a buon mercato” dal medesimo sistema.
L’errore è quindi di prospettiva: considerare l’uno senza considerare l’altro.
Un errore speculare lo commettono i movimenti antagonisti che prendono in considerazione solo lo sfruttamento dei pastori, non considerando minimamente lo sfruttamento animale. Questo posizionamento, dichiaratamente antropocentrico, li rende più affini (lo diciamo con estrema amarezza) a un Salvini – che in un suo recente post non ha mancato di criticare i vegani come nemici dei pastori, e quindi del popolo – che a un militante antispecista.
Siamo consapevoli dell’attuale distanza di gran parte del mondo antagonista rispetto all’accoglienza di una prospettiva antispecista. La questione si pone da anni, e non di rado alcune formulazioni teoriche hanno trovato delle convergenze. Lo scoglio, tuttavia, si ha quando la formulazione teorica viene calata nelle lotte effettive. Anche in questo caso sarebbe necessario un saggio per dipanare l’argomento[1]; ci limitiamo a dire che, se da una parte è ingenua la pretesa che ad oggi le istanze antispeciste siano accolte senza problemi dai movimenti antagonisti, dall’altra lo è la pretesa di ridurre l’antispecismo a presa di posizione etica, quando non a semplice “zoofilia”. In altri termini: un conto (un conto sbagliato, secondo noi, ma quantomeno “comprensibile”) è dire: “sono più importanti i pastori”; un altro conto è dire: “dato che sono più importanti i pastori, anche tu compagno/a antispecista, dovresti momentaneamente lasciar perdere la questione dello sfruttamento animale”. Lo abbiamo letto, e oltre a trovarlo irrispettoso nei confronti degli animali, lo troviamo nefasto in una minima ottica intersezionale.
Un altro errore che abbiamo notato in molti discorsi “pro pastori” riguarda la rappresentazione “neocoloniale” sia della Sardegna, vista come terra poco civilizzata, matrice di valori autentici, sia dei pastori dipinti come dei “buoni selvaggi” che proteggono le sacre tradizioni avite: un’immagine simbolicamente violenta e politicamente discutibile. Lo scontro tra pastori sardi e politica, infatti, è uno scontro totalmente “contemporaneo”, legato a problemi di mercato (gli squilibri tra domanda e offerta). Ed è uno scontro corporativo, non di sistema: la loro richiesta è che Stato e Regione – quindi la fiscalità generale – intervengano economicamente per comperare le eccedenze di latte invenduto, riportando così il prezzo del latte a un livello accettabile. Non è una lotta di classe, né una “ribellione”, ma è una semplice richiesta – fatta in modo un po’ spettacolare – di sostegno economico che si esaurirà una volta raggiunto il proprio obiettivo riformista.
E pensiamo anche che la diatriba sarà risolta in tempi brevi, viste le imminenti elezioni regionali in Sardegna, di domenica 24 febbraio. Il modo in cui è stata trattata la questione degli aiuti pubblici ai pastori giocherà un ruolo non marginale nella distribuzione dei voti. E, fra tutti i partiti, la Lega è quello che saprà probabilmente capitalizzare al meglio questa situazione. Mentre scriviamo, le trattative fra governo e pastori sono in pieno svolgimento: l’ultima proposta dei pastori sardi uniti parla di un innalzamento del prezzo a 80 centesimi da subito (dopo la proposta fatta una settimana fa dal ministro Centinaio di arrivare a 72 centesimi) e di un aumento a 1 euro prima di fine stagione. Inoltre, Coldiretti ha speso parole di apprezzamento per l’impegno profuso dalla Lega nel risolvere la vertenza: un endorsement di un certo peso.

mercoledì 27 febbraio 2019

Pastori sardi non buttate il latte - intervista a Gavino Ledda


«I pastori hanno ragione ma la loro protesta è in parte sbagliata. Il latte non si butta: con tutti i poveri che ci sono…. Meglio sarebbe allora cercare di bloccare le elezioni presentandosi davanti ai seggi con le roncole: non per usarle, no, ma per farsi arrestare». È un fiume in piena Gavino Ledda, e si capisce: la protesta dei pastori sardi esasperati dal prezzo troppo basso del latte lo ha riportato alla giovinezza passata facendo il pastore, e raccontata nel famosissimo romanzo autobiografico “Padre padrone”.

Non pensa che queste elezioni possano aiutare a risolvere la crisi? 
«Non serviranno a niente, con i politici che ci ritroviamo. E non parlo solo della Sardegna: anche quelli di Montecitorio - Salvini, Di Maio, il presidente Conte che ora viene qui a cercare voti - quando parlano di pastorizia e di agricoltura non sanno quello che dicono. E non hanno neanche l’intelligenza di scegliersi consulenti che ci capiscano di agraria».

Buttare il latte è servito ad attirare l’attenzione sull’industria casearia che lo paga 60 centesimi al litro. Ma com’è nata questa situazione? 
«È un problema che è nato già negli anni Cinquanta, quando facevo il pastore io. E e a risolverlo non basteranno i soldi che si otterranno con le proteste. Il primo problema è dentro l’ovile: il pastore dovrebbe avere 100, 150 pecore. Invece oggi c’è chi ne ha tremila, ci sono capitalisti della pecora. Si sono fatti contagiare dal petrolchimico, sono diventati pastori alla Rovelli».

Cosa vuol dire? 
«Negli anni Sessanta a Ottana e a Porto Torres sono state costruite industrie chimiche, di Nino Rovelli e altri, che hanno portato all’isola pochi benefici e molti danni. Era un tentativo maldestro e malsano di eliminare le pecore e di intrappolare i pastori: un po’ quello che gli americani hanno cercato di fare con gli indiani, uccidendo i bisonti. Con la complicità di molti politici sardi, gli industriali hanno pensato di procurarsi un serbatoio di forza lavoro da spremere nelle fabbriche. E molti sardi ci sono cascati: si sono liberati dalle pecore e sono diventati servi nelle industrie. Alla fine la pecora ha vinto sulla petrolchimica, per fortuna. Ma una quantità di terreni sono stati abbandonati. Molti ex pastori hanno cercato lavoro all’estero, altri sono tornati a occuparsi di pecore nel Lazio o in Toscana».

E le aziende che producono il formaggio che colpe hanno? Il pecorino “romano”, un prodotto sardo Dop, è un successo mondiale. Sembra assurdo che chi fa il latte abbia guadagni ridotti all’osso. 
«Finora ho parlato dei mali interni all’ovile che hanno causato la crisi. Ma ci sono anche mali esterni, non meno importanti. Questo è il primo. Sull’isola ci sono tre grandi caseifici che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Avranno pure aiutato i pastori in periodi di difficoltà, negli anni passati. Ma oggi gli rendono la vita impossibile. Va bene fare il pecorino che richiede il mercato, ma le aziende devono anche fare altri formaggi. E i pastori devono tornare a farlo come si faceva un tempo, sporcandosi le mani. Quando sono passato da Thiesi e ho visto i pastori che bloccavano la strada e che buttavano il latte nel ruscello sono rimasto sconvolto. Le proteste mi hanno colto di sorpresa perché negli ultimi mesi ho vissuto fuori, ero sul set di un film di Salvatore Mereu, “Assandira”. Quando sono tornato a casa ho continuato a concentrarmi sul personaggio che interpreto: a dimenticare di essere Gavino Ledda per diventare Costantino Saru. Ma quel giorno ho visto il latte buttato via, una cosa che non avevo mai visto nei miei ottant’anni di vita. Ho sentito belare le pecore e mi sono ricordato di essere Gavino Ledda. Ho capito che quella non era una crisi improvvisa, ma una situazione che peggiora da anni. E che finora si è cercato di risolvere mettendo toppe che sono servite solo a bucare i pantaloni».

La Regione potrebbe fare di più? 
«La Regione fa solo danni. Da quindici anni interviene dando soldi, 20 euro l’anno per pecora, con i fondi della comunità europea, e questo spinge i pastori ad accumulare animali, quando dovrebbero occuparsene con cura, come ho fatto io nei miei quindici anni di vita da pastore. Molti pastori oggi sono scansafatiche, scaricano il latte nei caseifici e vanno al bar a bersi quello che hanno guadagnato. La Regione invece dovrebbe studiare come inventare la pastorizia del Tremila. E come conciliarla la cultura del Tremila con la soluzione vera, che sta nel ritorno alla tradizione, all’ovile omerico».

Omerico, addirittura? 
«Al massimo possiamo arrivare a Leonardo da Vinci... È l’ovile che ho conosciuto io, ed è quello che garantisce la qualità del latte sardo: un ettaro di terra ogni cinque pecore, la rotazione delle coltivazioni e del pascolo. Pastorizia e agricoltura devono andare di pari passo. In questo modo avremo famiglie autosufficienti, che non producono solo latte e non hanno bisogno di spendere per mangimi canadesi, e pecore trattate con amore. Perchè lasciatelo dire a me che sono stato pastore ma sono anche un poeta: se mungi la pecora malvolentieri, il latte viene cattivo».

venerdì 15 febbraio 2019

La lotta dei pastori sardi si combatte nei supermercati - Stefano Liberti



La protesta dei pastori sardi, che da giorni rovesciano latte in strada, è emblematica dei sempre più frequenti conflitti tra i vari attori della filiera alimentare. Prima di arrivare in tavola, ogni cibo passa attraverso diverse fasi: ci sono i produttori di materia prima (nella fattispecie i pastori), i trasformatori industriali (che fanno i formaggi) e i punti vendita – oggi sempre più dominati dalla Grande distribuzione organizzata (Gdo).
I passaggi non sono noti al grande pubblico, che vede solo l’ultimo anello della catena e si stupisce delle proteste eclatanti periodicamente messe in campo dai produttori.
Nel caso del latte ovino e del pecorino, la mancata regolamentazione e l’inefficacia delle sanzioni in caso di sovrapproduzione hanno determinato un surplus di prodotto – e un conseguente crollo dei prezzi, che si è riversato a cascata sugli attori più deboli della filiera.
Soluzioni tampone
Esistono strumenti normativi per evitare situazioni simili: si possono aumentare le sanzioni, oggi pari ad appena 16 centesimi al chilo per gli industriali del pecorino che producono in eccesso. Si può applicare l’articolo 62 della legge del 2012, che vieta l’acquisto al di sotto del costo di produzione. Si possono prevedere aiuti pubblici compensativi quando il prezzo di mercato scende eccessivamente, come ha fatto il governo precedente e si appresta a fare quello in carica.
Per quanto necessarie e importanti, si tratta di soluzioni tampone: oggi la filiera alimentare sconta la sproporzione di forze tra un attore molto potente – le insegne della Gdo – e un mondo della produzione spesso poco organizzato, incapace di avere un reale peso contrattuale di fronte ai giganti del commercio.
Negli ultimi anni le insegne dei supermercati hanno incentrato il proprio marketing su una pura politica di prezzo: le campagne promozionali lanciate in modo ossessivo, i 3x2, il sottocosto, le scontistiche varie hanno trasmesso al pubblico la percezione che il cibo valga pochissimo. Anche se in questo particolare frangente le responsabilità della Gdo sono limitate, il ruolo di quest’ultima nello schiacciamento di diverse filiere produttive è indiscutibile.
La crisi attuale, con l’ampia ondata di solidarietà che ha raccolto in tutto il paese, può rappresentare un’occasione per invertire questa tendenza. Diverse insegne, tra cui Coop, Conad, gruppo Végé, gruppo Crai hanno dichiarato la propria solidarietà alla lotta dei pastori. Coop ha annunciato che, attraverso i trasformatori, comprerà il latte a un euro al litro (invece che all’attuale prezzo di mercato di 60 centesimi).
Oggi i supermercati possono dire a un pubblico solidale con le battaglie dei pastori che il pecorino è venduto a un prezzo più alto perché dietro ci sono dei produttori che faticano e il cui lavoro deve essere adeguatamente remunerato.
Hanno l’opportunità di raccontare la filiera, mostrare chi produce ciò che troviamo sullo scaffale, restituire identità al cibo. Lo possono fare per il pecorino, così come per migliaia di altri prodotti venduti oggi a prezzi eccessivamente bassi. Perché il cittadino consumatore, se informato, non baderà solo al prezzo, ma anche a tutti quegli aspetti che costituiscono l’insieme valoriale che intorno al cibo ruota, come i rapporti produttivi, il rispetto per l’ambiente, il sostegno a un’economia fatta di lavoratori e lavoratrici che tengono vive e attive le nostre campagne.