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mercoledì 22 luglio 2026

A vent’anni dall’Operazione Arcadia l’onda nera internazionale è una seria minaccia per la Sardegna - Omar Onnis

L’Operazione Arcadia fu la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda.


Il ministro degli esteri (segretario di Stato) USA, Marco Rubio, convoca un summit internazionale anti-antifascista, sotto la fattispecie della lotta al “terrorismo rosso”. La fissazione dell’amministrazione Trump e dei suoi sostenitori per la minaccia “comunista” somiglia un po’ alla retorica di Silvio Berlusconi trent’anni fa.

Agitare uno spettro fittizio come quello del comunismo è un espediente di comodo per delegittimare e se possibile colpire in termini repressivi qualsiasi movimento democratico e popolare, organizzato o meno che sia. Lo spostamento a destra dell’asse politico occidentale (ma non solo) è un fenomeno ormai conclamato, le cui radici affondano nella reazione delle élite internazionali al periodo di fermento sociale e culturale tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si innerva di ideologie securitarie e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche del “libero mercato”.

Per inciso, ”libero mercato” è una formula vacua e menzognera (ideologica, appunto), dato che i grandi padroni del mondo – gruppi bancari, fondi di investimento, famiglie detentrici di rendite mostruosamente grandi, boss della Silicon Valley, industriali delle armi e dei farmaci, ecc. ecc. – aspirano ai monopoli e al controllo assoluto delle risorse, delle ricchezze materiali e delle informazioni. L’esistenza stessa dell’umanità e la salvaguardia della biosfera (l’unica di cui disponiamo) sono variabili dipendenti, persino elementi sacrificabili.

La finta dialettica tra élite tecnocratiche e movimenti politici di estrema destra camuffa una convergenza di interessi che ha tra i suoi obiettivi principali quello di prosciugare la partecipazione popolare alla politica, di ridurre la possibilità stessa di alternative politiche e sociali, di generare una frattura sempre più netta tra le classi dominanti e il resto della popolazione umana. Mentre nel mondo si pagano le conseguenze dei rapidi mutamenti climatici in corso, le élite internazionali – perlopiù negazioniste o comunque interessate a fare del problema un’occasione di arricchimento e di potere – si costruiscono bunker di lusso, preparandosi al peggio. 

La stessa retorica bellica, così di moda, in realtà riveste a malapena pulsioni di speculazione affaristica, soddisfatte dalla crescita del traffico di armamenti e strumenti di distruzione. Il vero interesse sta nei grandiosi ricavi che i conflitti garantiscono, il resto è inquinamento infodemico

Vale anche per il finto conflitto tra Occidente e Federazione russa, i cui vertici sono pericolosamente in consonanza ideale e strategica con quelli USA e con le destre europee. D’altra parte, l’esempio fornito dalle classi dirigenti del Vecchio continente è così poco dignitoso (pensiamo all’ultimo vertice NATO in Turchia) che davvero si fa fatica a immaginarle come baluardo contro l’onda nera montante e contro eventuali attacchi militari da est. Il prosciugamento della democrazia europea non è spettacolare e fanfarone come l’analogo fenomeno USA, ma non meno reale. Solo, applica preferibilmente il principio della “rana bollita”

L’iniziativa di Rubio, per quanto possa suonare grottesca e quasi caricaturale, ha un senso profondo che dovrebbe allarmarci molto. Ormai sta diventando legittimo il discorso pubblico di stampo fascista (lo vediamo sotto l’amministrazione Trump negli USA, ma anche nella maggior parte dei paesi europei, Italia in testa). Al contempo viene sempre più colpevolizzato qualsiasi discorso emancipativo, popolare, solidale, internazionalista, autodeterminazionista (sia nel senso delle garanzie per le scelte di vita individuali, sia nel senso del diritto di esistere delle varie minoranze, sia in termini di autodeterminazione dei popoli).

Operazione Arcadia: non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda

Il che in Sardegna dovrebbe suscitare un allarme ancora più vivo. Per combinazione, l’11 luglio cadeva il ventesimo anniversario dell’Operazione Arcadia, la vasta azione repressiva degli apparati di sicurezza dello Stato contro la sinistra indipendentista (allora rappresentata soprattutto dalla formazione A Manca pro s’Indipendèntzia). Dopo vent’anni e varie vicissitudini processuali, la morte di uno degli imputati (Massimiliano Nappi) e costanti riformulazioni delle accuse, non siamo ancora giunti a un esito definitivo della vicenda. Ripensarci oggi dovrebbe suscitare ancora maggiori preoccupazioni di quanto non sia successo al momento.

Va anzi detto che, sulle prime, quella vicenda non destò l’indignazione che ci si sarebbe aspettati non solo dal mondo indipendentista ma anche dalla società civile democratica. Il ceto medio istruito, in Sardegna, è da tempo il bacino di consenso dei partiti italiani, come tale ostile a qualsiasi discorso autodeterminazionista, anche blandamente autonomista (a dispetto delle retoriche spesso impiegate). Ma almeno l’ambiente indipendentista, sia nelle sue organizzazioni sia nella sua base sociale (che non è affatto così esigua come i risultati elettorali lasciano supporre), avrebbe dovuto reagire in modo forte e compatto.

L’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza

Era l’occasione per sviluppare anticorpi robusti contro ogni forma di repressione da parte degli apparati di sicurezza italiani. La memoria della repressione del “vento sardista”, negli anni Ottanta del secolo scorso, non era condivisa dalle nuove generazioni che animavano lo scenario politico del primo decennio di questo secolo: l’Operazione Arcadia avrebbe dovuto dotarci di una nuova consapevolezza. Certo, la copertura mediatica dell’intera vicenda ha sempre lasciato a desiderare. Se da parte dell’informazione italiana ciò non può destare meraviglia, dalla stampa sarda, in un mondo ideale, avremmo potuto avere un apporto molto più sensibile alla realtà socio-politica dell’isola. Ma anche la stampa sarda è perlopiù funzionale a dinamiche di potere e di posizionamento dentro il grande gioco spartitorio neo-coloniale che colpisce la Sardegna. 

Molte persone, sedicenti progressiste, che nell’isola si scandalizzano per la deriva trumpiana e magari stigmatizzano la vicinanza del governo Meloni a tali istanze reazionarie, non hanno la minima idea di cosa sia stata l’Operazione Arcadia, di quale precedente inquietante rappresenti, proprio nell’ottica dell’aggressione all’anti-fascismo in atto. Così come non hanno mai battuto ciglio davanti a tutte le successive azioni repressive contro il movimento anti-occupazione militare, pure a volte clamorose (come l’Operazione Lince, per dirne una).

L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo

Insomma, non c’è di che stare tranquilli. In Sardegna i disegni di sfruttamento coloniale sono così palesi da risultare quasi invisibili, per paradossale che possa sembrare. L’esclusione sistematica della popolazione locale da qualsiasi decisione riguardi il territorio sardo è una condizione basilare, purtroppo garantita dalle stesse forze politiche che occupano le istituzioni e tutti i vari posti di sottogoverno, para-pubblici, culturali ecc. Che siano affari generati dall’industria energetica, dal complesso militar-industriale, dai grandi fondi di investimento interessati a infrastrutture e speculazione immobiliar-turistica, dalle terre rare o da chissà cos’altro, la politica istituzionale sarda è delegata a garantirne il successo. È una tipica situazione coloniale, a dispetto delle obiezioni di intellettuali organici all’apparato di potere dominante.

Un’ulteriore stretta repressiva, che colpisca il dissenso nel cosiddetto Occidente (entità mitologica, più che altro, ma è per capirci), in Sardegna potrebbe avere effetti ancor più pesanti e assumere come obiettivi sia il mondo indy, sia quello dei comitati popolari, sia la galassia anti-militarista e anti-colonialista (ambiti che spesso si sovrappongono e si intrecciano, pur senza mai riuscire a diventare un fronte democratico compatto), sia anche le forze politiche non inquadrate nella consorteria oligarchica dei due (finti) contendenti del centrosinistra e del centrodestra di matrice italiana.

Le notizie riguardanti il summit convocato dalla destra statunitense e l’anniversario dell’Operazione Arcadia, nella loro concomitanza, assumono dunque il carattere di un monito, che nell’Isola dovrebbe essere colto non solo dai gruppi e dalle persone potenzialmente bersaglio di tale recrudescenza reazionaria, ma da tutte le persone e i gruppi, più o meno formalizzati, di sensibilità sinceramente democratica.

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lunedì 29 giugno 2026

Amore per le Forze Armate (italiane) e subalternità al potere - Omar Onnis

 

Il 17 giugno 2026 è stato presentato pubblicamente l’accordo tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna (CME Sardegna). A quale scopo? La comunicazione ufficiale nel sito della Regione Autonoma Sardegna recita così:

L’obiettivo principale della partnership è quello di sviluppare forti sinergie istituzionali per informare e orientare i cittadini sardi sulle diverse opportunità di carriera offerte dall’Esercito Italiano, rafforzando contestualmente la rete territoriale dei servizi per il lavoro. Le azioni previste si rivolgono in modo specifico ai giovani in uscita dai percorsi scolastici e formativi, ai disoccupati o a chiunque sia in cerca di una nuova occupazione, nonché ai volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate, favorendo così l’occupabilità complessiva sul territorio regionale.

In una terra ad alta emigrazione, specie giovanile, con problemi irrisolti di trasporti interni ed esterni, spopolamento, crisi del settore primario, dispersione scolastica la politica di vertice favorisce una relazione privilegiata con le Forze Armate italiane, impegnandosi ad orientare le scelte proprio delle fasce giovanili verso impieghi militari.

Non c’è partita strategica in cui la politica sarda riesca mai a accennare una soluzione strutturale, a parte effetto annuncio e propaganda, o soluzioni tampone che perlopiù aggravano il problema. Le uniche cose in cui è attivissima sono gli affari delle varie lobby private, a cui sono legati i vari personaggi o le diverse consorterie clientelari, e la realizzazione dei desiderata delle rispettive case madri d’oltre Tirreno.

I casi concreti si sprecano: il mancato intervento in materia di dimensionamento scolastico (che ha di fatto spalancato le porte al commissariamento della Regione in materia, dunque alla realizzazione dei piani governativi); la mancata presa di posizione sull’ampliamento della RWM di Domusnovas (che ha di fatto accelerato la sua approvazione e in cui la RAS si costituisce nel procedimento *contro* i comitati e le associazioni); l’affare scandaloso di Cala Finanza a Loiri/Porto San Paolo; la privatizzazione degli aeroporti sardi. Ora questo accordo di partenship privilegiata con le Forze Armate.

Ricordiamo che la responsabilità della disastrosa occupazione militare della Sardegna, con decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile e in buona parte compromessi da sperimentazioni di ordigni ed esercitazioni a fuoco, è da attribuire precisamente al Ministero della Difesa. Abbiamo un bel chiamare in causa USA e NATO, nelle nostre analisi e nelle ricorrenti manifestazioni: la verità è che siamo una colonia militare *dello Stato italiano* (oltre al resto) ed è allo Stato che bisognerebbe chiederne conto. Invece, sia la politica sia, in diverse occasioni, le università sarde hanno da tempo dimostrato un vero e proprio amore verso l’apparato militar-industriale. Qualcuno ricorda la farsa delle “caserme verdi”? E il favore sperticato con cui vengono accolte tutte le decisioni ministeriali a proposito delle basi dell’isola (ampliamenti, estensione dei compiti, collegamento sempre più forte con la ricerca bellica), come fossero favori di cui essere grati?

La cosa grottesca è che nel frattempo i vertici politici sardi – nelle persone della presidente Todde e del presidente del Consiglio regionale Comandini – trovano il tempo per partecipare a Oliena a un convegno organizzato in memoria di Mario Melis e disquisire di autonomia, di statuto, di riforme. A leggere bene i resoconti dei loro interventi, a cominciare dai virgolettati, sotto il velo della retorica, si intravvede l’intenzione di normalizzare e neutralizzare la relazione con lo Stato italiano. Non è solo una questione di ignoranza storica e di mediocrità politica (che ci sono, beninteso).

Ricordiamo che la presidente Todde ha più volte stigmatizzato l’uso di concetti come “colonialismo” e come “resistenza”, riguardo al rapporto Italia-Sardegna. E ha dichiarato che l’autonomia speciale fu una sorta di concessione benevola dello Stato in quanto la Sardegna era una terra “arretrata”, povera, da tutelare e aiutare. Prese di posizione a dir poco discutibili su vari piani. Ma, al di là di questo, appare una volontà di “integrare” ancora di più la Sardegna dentro lo stato italiano, ovviamente come “area di sacrificio” (altra espressione usata dalla presidente Todde in altre circostanze). Per il suo bene, ovviamente, dato che “da soli non ce la possiamo fare”. Una nuova “Perfetta fusione”, come quella implicata dalla campagna per “l’insularità in costituzione”; ossia, il contrario di un percorso di conquista di responsabilità e competenze in senso autodeterminazionista. 

Il tutto attuato con una postura elitaria, anti-popolare, allergica a una democrazia reale, finalmente realizzata.

Il lavorio sostanzialmente clandestino su una nuova legge statutaria e sulla riforma dello stesso Statuto non lasciano ben sperare. Invocare, come ha fatto a Oliena la presidente Todde, una larga partecipazione “dal basso” su temi così rilevanti contrasta platealmente con le modalità di azione di questa giunta (“i legislatori siamo noi”) e con i suoi obiettivi non dichiarati ma palesi.

A parte la fanbase di Todde e soci, irrecuperabile (andate a guardarvi i loro commenti sui social), il resto della cittadinanza sarda dovrebbe restare molto vigile sulle decisioni concrete di questa compagine politica. Dovrebbe sempre distinguere lucidamente tra dichiarazioni pubbliche e fatti, tra comunicazione e decisioni pratiche.

È probabile che questa legislatura vada a finire al suo termine naturale. La presente amministrazione regionale ha dunque altri due anni e mezzo per combinare ulteriori disastri. Non servirà a nulla rivelarli, criticarli, prenderne le distanze se non emergerà una forte opposizione reale, popolare, che possa sostenere, sia a livello locale sia a livello apicale, candidature alternative all’oligarchia podataria che sta finendo per distruggere quanto resta del tessuto culturale, sociale e produttivo dell’isola.

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venerdì 26 giugno 2026

A Bachis Bandinu - Omar Onnis

Como est su momentu de su dolu. Unu dolu mannu e malu. Non benit bene a nàrrere chie fiat, chie est! Bachis Bandinu, cando su coro est prenu de tristura e su cherbeddu peleat pro elaborare unu datu de fatu goi feu. Epuru, tocat de atzapare su coràgiu e nàrrere nessi cuddas pagas cosas chi benint a sa mente a sa sola, pensende a un’òmine che a issu.

L’ant a mentovare in ammentos e decraratziones de cundolèntzia fintzas gente chi fiat a un’àtera banda, in sensu polìticu, morale, intelletuale. Ca Bachis Bandinu sa banda inube abarrare l’aiat seberada dae meda. Bachis Bandinu no est de totus. Est de chie l’at letu e ascurtau, e non petzi letu e ascurtau ma fintzas cumpresu. Chie at postu fatu a sos passos suos. Chi fiant lèbios a subra de sa terra non pro su pagu pesu de sa figura sua, ma pro sa manera rispetosa, generosa de si mòvere in su spàtziu pùblicu sardu.

Meda gente chi in custas dies at a chistionare de issu rapresentat su chi issu at cuntrastau totu sa bida. Ca issu non fiat unu intelletuale orgànicu a sos grustos de podèriu o a sas cricas corporativas de s’acadèmia sarda, de sos mass media, de sa “cultura di sinistra” (in italianu, est pretzisu) e de s’ambiente culturale sardu auto-colonizau e, a lu castiare bene bene, anti-sardu.

Su chi at iscritu e naradu Bachis Bandinu abarrat cun nois e abarrat bivu. Prus chi tzelebrare a issu, pro li torrare onore e reconnoschèntzia, diat èssere mègius meda a sighire su caminu suo, su caminu de sa cunsèntzia, de su ischire chie semus e inue semus postos in su tempus e in su spàtziu. Chena cumplessos de inferioridade, chena megalomanias tontas, cun sa boluntade de fàere e de fàere paris pro unu bene chi andat prus a largu meda de sos egoismos e de sos personalismos.

Adiosu, Babbu mannu de sa Sardigna.

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lunedì 22 giugno 2026

Colonialismo “banale” e prospettive funeste per la Sardegna - Omar Onnis

 

La situazione della Sardegna diventa di giorno in giorno più critica. I problemi accumulati nei decenni non sono mai stati risolti e in molti casi nemmeno affrontati adeguatamente e a essi se ne sono aggiunti altri, via via più pressanti.

L’approccio colonialista dello Stato centrale emerge costantemente in tutte le partite strategiche che riguardano l’isola, dai trasporti all’energia, dal turismo ai rapporti con le grandi organizzazioni criminali, dalla scuola al comparto agro-zootecnico.

I mass media italiani e l’intellighenzia egemone oltre Tirreno raccontano di una Sardegna restia alla modernizzazione, arretrata, chiusa egoisticamente in una sua specifica sindrome NIMBY. In cui però il “cortile di casa” è ampio quanto tutta l’isola, un’isola a sua volta grande, con sue caratteristiche orografiche e ecologiche, con una storia di antropizzazione plurimillenaria e una serie di questioni aperte tutte da risolvere.

Parlare della Sardegna come se la sua popolazione non avesse né dovesse avere voce in capitolo è uno dei sintomi caratteristici del colonialismo. Ci siamo dentro in pieno. Ciò che fino a qualche tempo fa poteva essere etichettato come una fissazione ideologica dell’ambito indipendentista, oggi risulta un’emergenza generalizzata a cui la nostra classe politica e la sua intellettualità organica non sembrano capaci di reagire, non essendo state selezionate per quello.

L’ambito politico indipendentista è sempre stato dipinto come un’accozzaglia folkloristica fuori dalla storia, un effetto secondario del disagio sociale o un residuato identitario di stampo sostanzialmente reazionario. Questo quadro non è mai stato veritiero. I mass media hanno sempre privilegiato le figure meno presentabili dell’intero movimento indipendentista, che va molto oltre le sue organizzazioni e il suo consenso elettorale, per usarle nelle loro “argomentazioni del fantoccio”. Le tesi e le proposte delle varie anime dell’indipendentismo non sono mai state accolte nel già disastrato dibattito pubblico sardo, la cui pochezza è uno dei tanti problemi della nostra mancata democrazia. Salvo poi costituire, nel corso degli anni, l’ossatura dell’intera agenda politica sarda. Non c’è oggi questione aperta, problema strutturale, allarme socio-economico che non sia stato sollevato e discusso con larghissimo anticipo in ambito indipendentista.

L’attualità spinge finalmente anche osservatori moderati o comunque non ascrivibili alla sensibilità autodeterminazionista a riconoscere che esiste un problema serio di relazione con lo Stato centrale. Un dato oggettivo, non un’interpretazione di parte. La crisi finale dell’autonomia è evidente, l’obsolescenza dello Statuto regionale ormai palese. Evitare di ricondurre tutta la congerie di problemi aperti al nodo storico della dipendenza e della subalternità dell’isola rispetto allo stato italiano significa disconoscere la realtà. Impedendo così che si possa procedere a sciogliere tale nodo, o almeno cominciare ad allentarlo.

Faccio pochi esempi recentissimi.
Il Governo di Roma autorizza direttamente un investimento immobiliare di grandi dimensioni in zona Loiri-Porto San Paolo. Lo fa passando come un rullo compressore sopra competenze statutarie, PPR e relativi vincoli (anche di natura costituzionale), valutazioni degli organi regionali preposti. Lo fa in virtù della normativa riguardante le ZES, Zone Economiche Speciali, per le quali vige una procedura autorizzativa semplificata.

La Sardegna, in passato costituente un ZES a sé stante, è stata recentemente incorporata nella più vasta ZES del  Mezzogiorno, compresa la Sicilia (altra Regione Autonoma). In realtà, dalla stessa normativa che regola le ZES risultano fatte salve le norme paesaggistiche e autorizzatorie, quindi quella del Governo è un’azione arbitraria, di pura prepotenza colonialista. In proposito, segnalo il post su FaceBook, del 6 giugno, di Tonino Dessì (tra le altre cose, ex assessore all’ambiente) e un articolo del 23 maggio dal Gruppo di Intervento Giuridico.

La stessa postura centralista e autoritaria esercitata a proposito di 52 ettari a sud-ovest della zona industriale di Porto Torres, area agricola, da ricoprire di pannelli fotovoltaici. Anche in questo caso è direttamente il Ministero dell’Ambiente che, con decretazione propria, impone una decisione in barba a vincoli, procedure, competenze regionali e quant’altro.

In queste stesse settimane, poi, assistiamo a una singolare campagna social, attiva soprattutto su Instagram, in cui viaggiatori, influencer e commentatori vari, perlopiù statunitensi, parlano della Sardegna come una destinazione vacanziera estremamente desiderabile, comoda e sicura. Non sembrano interventi casuali, anche perché si legano ad altri fatti e altre circostanze.

L’inaugurazione del volo diretto New-York-Olbia, salutato con grande giubilo da politici e mass media sardi, è uno. Gli investimenti di entità finanziarie legate agli USA in vari ambiti, nell’isola, è un altro. Nello stesso periodo, in Albania, si sono scatenate vere e proprie mobilitazioni popolari contro il progetto immobiliar-turistico targato Kushner-Trump in una zona di pregio del paese balcanico. L’approccio è lo stesso: prepotenza predatoria, compiacenza della politica locale, noncuranza verso le popolazioni. Direi che sarebbe il caso di alzare le antenne anche dalle nostre parti e cominciare a premunirci, onde scongiurare il rischio della espropriazione e privatizzazione di vaste fasce di territorio, ad uso e consumo esclusivo di un turismo “alto-spendente” (quello che piace all’assessore Cuccureddu), che nell’isola lascerebbe poco o nulla, a parte costi e servitù ulteriori.

Si è parlato ancora, nei giorni scorsi, del problema dell’infiltrazione mafiosa (in realtà più che altro camorristica e ‘ndranghetista) ad Alghero. Problema noto, sollevato da anni da comitati e associazioni cittadine, ma poco amato dalla politica locale. Il sindaco Cacciotto, in un consiglio comunale dei giorni scorsi, ha affermato che i recenti attentati incendiari sono riconducibili a banali “dissidi privati”. In loco la faccenda è però presa molto sul serio, si citano circostanze e si fanno nomi. Le autorità sembrano stranamente dormienti. Addirittura, da un vertice in Prefettura a Sassari, pochi giorni or sono, è emersa la conclusione che non esiste ad Alghero un problema di infiltrazione mafiosa.

Ora, che il disegno governativo di dirottare in Sardegna una parte consistente delle leadership criminali italiane – detenute in regime di art. 41bis – potesse causare l’arrivo delle stesse organizzazioni in pianta stabile era ed è un pericolo segnalato da tempo. Non una suggestione paranoica di qualcuno, ma un risultato considerato più che probabile da tutti gli studi in materia. Dunque, una scelta deliberata da parte del Governo. Spostare in Sardegna le centrali decisionali e operative delle grandi organizzazioni criminali potrebbe avere un senso, nell’ottica italiana. Negarne la pericolosità, a livello istituzionale, serve ad attenuare l’allarme diffuso, in modo che il progetto possa andare avanti.

Non è nemmeno escluso che qualche soggetto dentro gli apparati di sicurezza dello Stato abbia avuto la brillante intuizione che la Sardegna abbia bisogno di italianizzarsi anche sul fronte criminale, dunque niente di meglio che regalarla alle organizzazioni di stampo mafioso. Dopo tutto, tale esito potrebbe fare comodo anche per controllare i rigurgiti ribellistici locali, le velleità di autodeterminazione o le pretese di democrazia compiuta e dispiegata. Quando, anni fa, preconizzavo una Sardegna ridotta a una sorta di Cuba del Mediterraneo, non nel senso in cui l’aveva concepita – illusoriamente – Gian Giacomo Feltrinelli, a fine anni Sessanta del secolo scorso, ma nel senso della Cuba pre-Rivoluzione, poteva suonare come una provocazione.

Oggi, la prospettiva di un’isola progressivamente svuotata della sua popolazione storica, adibita in alcune zone ad “area di sacrificio” per la produzione di energia a favore del continente (specialmente del Nord Italia), in altre a vasto poligono ad uso e consumo delle forze armate, in altre ancora ad enclave turistiche di lusso, con un territorio sottoposto a durissimo controllo poliziesco da un lato e mafioso dall’altro (le due cose non vanno necessariamente a contrasto), non suona più come una distopia fantasiosa ma somiglia molto a una realtà di cui cominciamo a intravvedere i contorni.
La domanda è: cosa aspettiamo a renderci conto della situazione e ad agire di conseguenza?

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lunedì 15 giugno 2026

Scuola in Sardegna

La sofferenza scolastica in Sardegna e la necessità di una visione decoloniale - Omar Onnis

La scuola è uno degli ambiti meno amati dalla politica sarda. Lo si evince facilmente da alcuni dati di fatto. Pur avendo, per Statuto, competenze in materia, la RAS non ha mai voluto legiferare in modo sistematico e strategico, restando priva di una legge regionale sulla scuola. La politica sarda non ha mai interferito in alcun modo con le decisioni del Governo centrale, lasciando mano libera alle diramazioni locali del Ministero competente e rinunciando a dire la sua su ogni aspetto. 

Quando poi vengono pubblicati dati relativi al tasso di respinti o ai test INVALSI o a qualsiasi altro strumento di misurazione dei risultati scolastici, se ne parla per qualche ora, con grande sconcerto, per poi lasciar cadere la cosa.

La notizia di questi giorni è che la Sardegna ha il record di non ammessi all’esame di stato, il vecchio esame di maturità. Il 7,1% degli studenti sardi non potrà sostenere l’esame, contro una media italiana del 3,5%. Se si indaga presso il corpo insegnante, dal nord al sud dell’isola, il quadro che emerge è drammatico e questo semplice numero non ne restituisce la reale dimensione.

La qualità della scuola italiana in Sardegna è in caduta libera da anni. Ai disastrosi esiti delle varie riforme ministeriali, almeno da quella di Luigi Berlinguer in avanti, si sommano nell’isola fattori ulteriori di impoverimento didattico e di alienazione culturale.

In un post su FB del 10 giugno, l’archeologa e docente (precaria) Daniela Musio propone un quadro sintetico di alcune cause macroscopiche del “fallimento scolastico” sardo:

[…] il problema non è l’esame. L’esame è solo l’imbuto finale. Ho provato a mettere in fila ciò che vedo in classe e a incrociarlo con i dati sociali ed economici della nostra Isola. Il risultato è un quadro complesso che va ben oltre la “mancata voglia di studiare”.
Ecco i 4 fattori critici che stanno bloccando i nostri ragazzi:

 L’ascensore sociale è guasto: In una regione anagraficamente vecchia e con un’economia stagnante, i ragazzi (soprattutto chi parte da un livello socio-culturale basso) non credono più che il diploma garantirà loro un futuro migliore. Lo studio perde di senso.

 Il logoramento del pendolarismo: Il calo demografico chiude le scuole e costringe a viaggi estenuanti su mezzi pubblici carenti. Questo non ruba solo tempo allo studio, ma innesca un profondo affaticamento psicofisico quotidiano.

 Lo scollamento identitario: C’è una distanza enorme tra l’identità sarda (una vera “nazione senza stato”, con un proprio ambiente e storia) e i contenuti culturali italiani centralizzati. La scuola viene spesso percepita come un corpo estraneo.

 L’anestetico sociale: I dati nazionali confermano nella nostra regione un consumo altissimo e precoce di cannabis tra gli adolescenti. In un contesto povero di stimoli, agisce spegnendo la motivazione e la concentrazione.

 Un confronto che fa riflettere: Se guardiamo ad altre realtà europee, come i Paesi Baschi in Spagna, vediamo che integrando profondamente la lingua e la storia locale nel sistema scolastico (unito a un’economia forte) sono riusciti ad avere il tasso di dispersione scolastica più basso del Paese.

​Non possiamo limitarci a bocciare, dobbiamo guardare il contesto. La scuola sarda ha bisogno di risposte su misura.

(Il testo è stato elaborato da un’AI in base a un mio prompt)

Nel suo insieme, questo quadro offre degli indizi e degli spunti di riflessione. Non tutti i punti mi convincono. L’impatto dell’uso della cannabis, per dire, mi sembra sovrastimato. Per altro, la diffusione di sostanze psicotrope e psicoattive presso le fasce giovanili non è certo un problema di questi ultimi anni. Si potrebbe/dovrebbe indagare su quali siano le sostanze più diffuse e quelle più pericolose (le due cose non combaciano necessariamente). Temo che ci siano in circolazione sostanze molto peggiori del THC. Ma anche di questo la politica sarda non si interessa minimamente.

Quanto al calo demografico, che comporterebbe la chiusura di interi istituti, va precisato che il famigerato dimensionamento scolastico non è correlato, numeri alla mano, alle dinamiche demografiche, ma segue prevalentemente astratti criteri ragionieristici, che, in Sardegna, incidono in modo più che proporzionale. Non è basato su valutazioni situate e su dati specifici dell’isola, perciò la chiusura delle scuole risulta molto più penalizzante. È anzi uno dei fattori che incidono sullo spopolamento. Quasi più una causa, dunque, che un effetto.

Verissimo il problema dei trasporti. Basterebbe farsi un giro nelle stazioni delle corriere e/o dei treni (dove ci sono), nelle ore di traffico scolastico, per rendersi conto della massa di gioventù che quotidianamente deve spostarsi, a volte di molti chilometri, in condizioni penose e in orari scomodi. Non tenerne conto significa ignorare deliberatamente una delle cause principali dell’abbandono scolastico.

Il punto relativo al disagio “identitario” è ugualmente rilevante e se ne discute da anni, da decenni anzi, senza che la politica sarda si sia mai data pensiero in merito. La scuola italiana in Sardegna ha accentuato, anziché eliminarli, i suoi tratti “coloniali”. È ancora lì il nodo irrisolto della questione linguistica, sempre trattata come una fissazione ideologica da indipendentisti, e non come un fattore storico decisivo – in negativo – per tutta una serie di ragioni e con conseguenze molto concrete.

Un altro, correlato, è la rimozione totale della storia e della cultura della Sardegna, a vantaggio di una costruzione culturale sempre più nazionalista (italiana). La conseguenza è una forma di alienazione profonda, da cui evadere o a cui soggiacere. Se si evade, ossia si viene esclusi, si rimane tagliati fuori da una serie di codici e di possibilità di relazione che a loro volta consentono un’integrazione maggiore in alcuni ambienti professionali e dunque anche in certi strati sociali.

Non è solo una questione di reddito. È più un fattore di separatezza quasi antropologica tra il (cosiddetto) ceto medio riflessivo e le altre fasce sociali della nostra popolazione, private di un livello di istruzione adeguato ai tempi, alienate, fragili, facile preda di clientelismi e/o di populismi. Fasce sociali tuttavia dotate di una propria agency e di capacità di risposta ai problemi, ma svalutate e private del pieno diritto di rappresentanza democratica.

Mentre il ceto medio riflessivo risulta a sua volta alienato rispetto alla realtà in cui vive, scisso tra due appartenenze non facilmente conciliabili (in quanto sempre poste in contrasto, una dominante e l’altra subalterna), ostile verso qualsiasi elemento “popolare” o troppo connotato come “sardo”, accettabile tutt’al più a livello folkloristico e su cui al massimo si può esercitare una benevolenza paternalista. Questa separatezza – databile almeno dalla riforma scolastica del ministro Bogino, ma accentuatasi nel corso dell’Ottocento e soprattutto dopo l’unificazione italiana – è uno dei problemi più gravi della nostra storia contemporanea.

Sulla scuola si intreccia dunque un reticolo di questioni aperte che andrebbero affrontate non solo ognuna per conto proprio, con gli strumenti e un pensiero prospettico adeguati, ma anche dentro un più ampio orizzonte strategico generale. Con un po’ di coraggio, si potrebbe immaginare un sistema scolastico pienamente sardo e al contempo molto più aperto al mondo, scollegato il più possibile dal Ministero romano, progettato e realizzato sulla base di uno studio e una pianificazione adeguati, estraneo al vecchiume pedagogico in cui è rimasta incastrata la scuola italiana. Non sarebbe il caso di discuterne?

È una questione politica decisiva. Ha a che fare con le dinamiche economiche e sociali, con i diritti di base della cittadinanza, con le libertà fondamentali, con la democrazia stessa. Sempre che si abbia a cuore la sorte della Sardegna e non si preferisca invece la prospettiva, oggi incombente e ampiamente accettata (se non promossa) dalla nostra oligarchia politica, di una terra spopolata ma disponibile ad aggressioni speculative e colonialiste di vario genere.

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Scuola, lento e inesorabile il calo degli iscritti - Antonella Poggiu

I dati dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Sardegna non stupiscono mostrando il quadro, ormai noto, del calo demografico di cui il sistema scolastico non è che lo specchio. Resta immutato il silenzioso “appello” in paesi come Onanì con 11 bambini e Lodè con 18, mentre a Ollolai si solleveranno quattro manine in più rispetto alle 13 dello scorso anno.

Scuola dell’infanzia
I bambini iscritti alla Scuola dell’infanzia in provincia di Nuoro sono 2761 (erano 2773 lo scorso anno, 2931 quello precedente e 3066 tre anni fa), di cui 34 con handicap. Sono al momento suddivisi in 164 sezioni (erano 167 lo scorso anno e 176 tre anni fa).

In città il nuovo accorpamento tra il “Borrotzu” e il “Podda”, registra complessivamente 125 alunni, 231 quelli del “Maccioni-Deledda”. Interessanti, per avere un’ulteriore idea dell’andamento demografico della provincia, sono i dati relativi a paesi come come Fonni con 62 bambini, Orosei 125, Siniscola 146, Dorgali 125 e l’IC Oliena-Orgosolo 151.

Scuola primaria
Gli iscritti alla scuola primaria sono 6329 (erano 6624 l’anno precedente e 7183 tre anni fa), di cui 278 con disabilità (erano 259 lo scorso anno). Le classi sono 459.

A Nuoro l’istituto comprensivo “Maccioni-Deledda” a settembre totalizzerà 423 alunni suddivisi in 225 a Furreddu, 66 in via Carbonia, 132 a Biscollai e 48 nella scola ospedaliera al San Francesco. Mentre il risultato dell’accorpamento, “P. Borrotzu-F. Podda” è di 561 bambini. Al primo posto il “Calamida” con i suoi 205, il “Podda” in vantaggio con 184 alunni rispetto a “San Pietro” con 114, infine il Rione Italia con 60 bambini. Le “elementari” cittadine conteranno 984 studenti, rispetto ai 1094 dell’anno precedente e 1215 di tre anni fa, delineando uno scenario di circa cento bambini in meno ogni anno.

Scuola secondaria di I grado
Gli alunni delle “medie” saranno 4503 (erano 4656 l’anno scorso e 5074 due anni fa), di cui 249 con handicap (dieci in più dell’anno precedente), suddivisi in 308 sezioni.

In città le “medie” del “Borrotzu-Podda” avranno 373 alunni e quelle del “Maccioni-Deledda” 384, per un totale di 757 rispetto ai 777 dello scorso anno e 806 di quello precedente.

Scuola secondaria di II grado
Il numero degli studenti delle superiori nella Provincia crolla a 8824 (in 565 classi), scattando un’istantanea di 1107 banchi vuoti in soli quattro anni. Erano 9931 nel 2023 e progressivamente, sono diminuiti in media oltre 275 alunni all’anno. Aumentano invece gli studenti con disabilità passando da 288 dello scorso anno a 311.

Tra gli istituti superiori in città il più popolato – nonostante la decrescita -, resta lo Scientifico “Fermi” con 1105 studenti, a seguire l’Itc “Chironi” che aumenta lievemente passando dai 724 dello scorso anno, a 787 del prossimo. Il “Ciusa” conta complessivamente 428 alunni rispetto ai 497 dell’anno precedente, l’Agrario “B. Brau” dopo un lieve aumento degli ultimi anni, passa da 276 a 246 studenti da sommare ai 50 del IPAA (professionale). In un clima di calo generale, aumentano ogni anno gli iscritti al Liceo “Satta” che raggiunge i 549, rispetto ai 535 dell’anno precedente, mentre il Liceo “Asproni” passa da 494 a 472 alunni. L’Itgc di Siniscola, aumenta da 424 a 465 ragazzi, lo Scientifico cala a 155 alunni (aveva raggiunto i 222), quello di Dorgali ne conta 127 (132 l’anno precedente), l’Ipsar della Caletta crolla da 222 a 100 studenti.

Il personale docente in provincia
I posti comuni sono così distribuiti, 327 per l’infanzia, 793 per la Primaria, 601 per la secondaria di I grado e 1034 per il II grado, per un totale di 2755. Quelli di potenziamento subiscono una variazione passando dai 246 degli ultimi due anni a 234 comuni e 20 di sostegno. I posti di sostegno sono 395.

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sabato 13 giugno 2026

La “storica” inadeguatezza della politica sarda podataria - Omar Onnis

Poche immagini e qualche parola su circostanze di questi giorni chiariscono in modo drammaticamente evidente in che guai siamo, più di cento analisi ponderose.

Arriva il primo volo diretto New York-Olbia e la politica sarda, col suo codazzo di “intellettuali organici”, si affretta a definirlo un “evento storico”. Senza il minimo rispetto per le difficoltà quotidiane con cui devono combattere le persone sarde per spostarsi verso l’esterno dell’isola e al suo interno. 

Comitati anti-militaristi e associazioni ambientaliste fanno ricorso contro l’ampliamento della RWM di Domusnovas, su cui la giunta Todde non ha voluto esprimersi (configurando così una sorta di silenzio-assenso) e proprio la giunta Todde fa contro-ricorso a favore dell’ampliamento della fabbrica di ordigni.

Si inaugura a Cagliari la sessione sarda della competizione velica America’s Cup e l’organizzazione (spero – ma senza illusioni – NON affiancata da Comune e Regione) non trova di meglio che ostentare maschere dei riti invernali tradizionali, abbigliamento altrettanto “tradizionale” e balli indigeni, nella più trita cornice coloniale.

Che la nostra classe dirigente e la sua emanazione politica non abbiano idea del mondo che le regge lo sappiamo. O meglio, ne hanno un’idea molto parziale, orientata alla propria conservazione e al proprio meschino vantaggio immediato. Dietro il paravento delle istituzioni e con la protezione dei loro mandanti d’oltremare. Sarebbe però interessante sapere quale sia il giudizio dell’opinione pubblica su tutto questo. 

La pretesa che un collegamento diretto con New-York sia una fortuna per la Sardegna è ridicola. È evidente che si tratta di un servizio vantaggioso solo per chi se lo può permettere e va forse bene per il comparto del turismo di lusso della Costa Smeralda e dintorni. Il rischio che l’aumento delle presenze di un turismo danaroso faccia lievitare i prezzi per la popolazione locale e ne condizioni negativamente la vita non passa per la testa a nessuno. In ogni caso, quand’anche il territorio traesse da questo collegamento aereo un qualche margine di guadagno monetario (poi bisogna vedere distribuito come), di sicuro al resto dell’isola ne verrà poco o nulla. L’evento storico sarebbe se si riuscisse una volta tanto a imbastire un bando di continuità territoriale decente, concepito a partire dalle necessità della cittadinanza e non dall’accondiscendenza verso le richieste dei vettori. Il che vale anche per il trasporto via mare. Di fatto, come sa chiunque viaggi da e per la Sardegna, la vera continuità territoriale è garantita da aziende private estranee agli accordi sanciti dai bandi pubblici. 

Se poi affrontiamo la questione dei trasporti interni, c’è da piangere. 

La giornalista Sara Chessa, pochi giorni fa, in risposta a un titolo della Nuova che definiva appunto “storico” il primo volo New York-Olbia, scriveva un post su FB di questo tenore:

Quando leggo di queste cose “storiche” mi viene la nausea. Tre anni fa mi ci sono volute 11 ore per arrivare da Iglesias a Lanusei con i mezzi pubblici. In treno fino a Olbia (facendo scalo a Cagliari, Oristano e Abbasanta) e poi in bus da Olbia a Lanusei (con pausa a Nuoro). Ed io ero – in quell’occasione – una turista del cavolo. Di quello che mi succede da turista posso sorridere e, sinceramente, mi importa poco. Penso invece a una residente. Magari a una residente anziana. O a chiunque abbia necessità di spostarsi nella vita di tutti i giorni. O a una persona cara che ora non c’è più e che, qualche mese prima di morire, mi ha detto: “È vero, sarei dovuta andare prima dal medico, ma in paese non c’era più ed era complicato”. Poi ripenso al titolo di quell’articolo su un evento “storico” e mi viene il doppio della nausea.

Chiunque viva in Sardegna capisce perfettamente di cosa parla. Collegamenti interni del tutto scoordinati tra loro, tra treni, corriere (pubbliche e private in convenzione), traghetti locali; linee inesistenti (tipo un collegamento diretto Nuoro-Oristano o Oristano-Tortolì, ma in questo secondo caso non esiste nemmeno una strada percorribile in auto); tagli sistematici a presidi sanitari, scolastici, amministrativi, postali, fatti senza tenere nel minimo conto la geografia dell’isola e le conseguenti difficoltà di spostamento. Davvero dobbiamo rassegnarsi a tutto questo e gioire per un volo diretto New York-Olbia?

E dobbiamo far finta di nulla davanti alla complicità o alla passività della presidente della RAS e della sua giunta verso le peggiori manovre speculative estrattiviste e verso l’aggressione coloniale da cui siamo minacciati?

 

Riempirsi la bocca – e i post sui social – di slogan apparentemente agguerriti (ma in realtà solo passivi-aggressivi e fini a se stessi) e cercare costantemente di deviare l’attenzione con trovate propagandistiche di scarso livello non cambia la realtà e forse, prima o poi, esaspererà gli animi dei più fino a produrre una reazione politica sana. Se invece ci facciamo intortare con l’ennesima esibizione folkloristica a favore dei generosi “bwana bianchi” che ci onorano della loro presenza, vuol dire che queste disgrazie ce le meritiamo.

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