Visualizzazione post con etichetta IPCC. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta IPCC. Mostra tutti i post

giovedì 30 novembre 2023

I cambiamenti climatici e le guerre hanno la stessa cultura predatoria - Filippo Giorgi

 

Nel 2007 facevo parte del comitato direttivo dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che quell’anno vinse il premio Nobel per la Pace, ex-aequo con Al Gore. Ero ovviamente molto orgoglioso di condividere questo riconoscimento con la comunità scientifica dell’IPCC, ma quando mi si chiedeva perché dare il Nobel per la pace a un gruppo di scienziati del clima, devo ammettere che trovavo difficoltà ad avere una risposta convincente.

Oggi però questa risposta mi è molto più chiara, perché ho realizzato che i cambiamenti climatici e il degrado ambientale hanno la stessa matrice culturale della guerra e della povertà, quella che chiamerei una cultura «predatoria deviata».

Predatoria perché come gli esseri umani si arrogano il diritto di razziare, sfruttare e uccidere altre comunità di esseri umani per i propri interessi (e a volte per motivi non ben specificati), così si arrogano il diritto di depredare e distruggere in maniera indiscriminata le risorse limitate del pianeta, risorse che peraltro appartengono anche, se non soprattutto, alle generazioni future.

Cultura deviata perché è vero che esistono tante specie di animali predatori – il leone, l’aquila, lo squalo – ma queste predano per necessità e mantengono un equilibrio con l’ambiente che le circonda, in quanto sanno che alterare questo equilibrio significa minacciare la loro stessa sopravvivenza.

Invece la specie umana sta minando in maniera irreparabile il suo equilibrio con il pianeta in cui vive, e questo inevitabilmente metterà a repentaglio lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo.

Le grandi crisi del ventunesimo secolo sono crisi ambientali: inquinamento, perdita di biodiversità, scarsità di acqua, cibo ed energia, un clima sempre più ostile e distruttivo. Siamo in una folle corsa verso la «tempesta perfetta» a causa degli interessi spropositati («deviati») di una piccola frazione di esseri umani che detiene la maggior parte delle ricchezze del pianeta, mentre la gran parte della popolazione mondiale vive ai limiti se non al di sotto della soglia di povertà ed è spesso costretta a migrare dalle proprie terre per sperare in una vita migliore.

Quali ingredienti migliori per fomentare le tensioni geopolitiche che in questi anni stanno affliggendo tante parti del nostro pianeta. Forse l’essere umano è il predatore per eccellenza, ma il sistema socioeconomico in cui viviamo, ossessionato dalla crescita continua (concetto che non si trova in natura), che amplifica le disparità sociali, economiche e di disponibilità delle risorse, sicuramente gioca un ruolo fondamentale nel rafforzare questa cultura predatoria.

Ma non si può cedere alla rassegnazione, che è foriera di indifferenza e inazione. Tutto parte dalla consapevolezza che ogni nostra azione lascia un’impronta, seppur piccola, sul pianeta, e contribuisce a creare una cultura.

Se agiamo collettivamente e consapevolmente, possiamo essere noi gli artefici di un futuro migliore che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Oggi la scienza ci fornisce le soluzioni alle emergenze ambientali che assediano il pianeta, soluzioni tecnologicamente ed economicamente realizzabili, che coinvolgono le nostre azioni quotidiane come le grandi scelte della comunità internazionale.

Ma questo non basta, se non è accompagnato da un cambiamento, lo definirei un progresso, culturale. Abbandoniamo la cultura predatoria per una cultura dell’empatia, un’empatia per gli esseri umani come per la natura che ci sostiene, trasmettiamola ai nostri figli, e avremo eradicato il seme della guerra e della povertà e insieme raggiunto una nuova armonia con il pianeta.

da qui

lunedì 25 aprile 2022

IPCC …Io Posso Cambiare le Cose

 

(a cura di Cinzia Picchioni)


Ovviamente l’acronimo IPCC del titolo ha un altro svolgimento, come forse sappiamo; significa  Intergovernmental Panel on Climate Change ed è il nome del principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici1. E mi sono divertita a cambiare l’uso delle lettere seguendo il pensiero di Jonathan Safran Foer e del suo ultimo libro, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Sia Foer sia l’IPCC sostengono tesi simili. Ecco alcune parole tratte dall’ultimo Rapporto, testé uscito, stilato dall’IPCC:

«Quindi, quali soluzioni abbiamo a disposizione per ridurre le emissioni e rimuovere il carbonio in eccesso? “L’unico gas a effetto serra che può essere assorbito in modo efficace è la CO2. Per farlo, vi sono due metodi principali: usare e stimolare la natura ad assorbire di più o migliorare e sviluppare la tecnologia in grado di farlo al posto suo”, spiega Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice del CMCC. “Le soluzioni basate sull’uso e la gestione del suolo sono particolarmente attraenti per il loro potenziale di ridurre le emissioni, favorire la rimozione del carbonio dall’atmosfera e allo stesso tempo produrre anche molteplici benefici climatici e ambientali”.

[…] “se si considera che il 24% delle emissioni climalteranti proviene dal settore agro-forestale – cifra che arriva al 37% se si include l’intera filiera della produzione alimentare – è chiaro che una delle soluzioni chiave per raggiungere lo zero netto deve coinvolgere l’uso del suolo”, afferma Lucia Perugini. […] Le soluzioni basate sulla gestione del suolo includono opzioni di mitigazione come limitare la deforestazione (che da sola contribuisce a circa l’11% delle emissioni totali), aumentare la produttività delle colture, ma anche il cambiamento dei nostri comportamenti, ad esempio riducendo quelli a maggiore impatto, come il consumo di carne rossa. […]”, continua Perugini. [Fonte: https://ipccitalia.cmcc.it/net-zero-emissioni/].

Ecco le affinità IPCC/Foer! Entrambi suggeriscono – con più o meno allarmismi, secondo me sempre troppo poco urgenti – di ridurre il consumo di carni/animali (Foer parla «di origine animale», potendo così riunire in un’unica categoria carne+latticini+pesci). E sia l’IPCC sia Foer motivano i loro suggerimenti con valanghe di dati, rintracciabili nel Rapporto IPCC e nel libro citato, la cui recensione sarebbe stata troppo lunga; ragion per cui state leggendo questo articolo come se fosse l’approfondimento e la prosecuzione della recensione (che comunque si trova qui di seguito).

Possiamo salvare il mondo prima di cena


Come recensione era troppo lunga

I tempi (e gli spazi, ahimè) del web sono più tiranni dei tiranni. Ed ecco che per poter condividere appieno il piacere (e il sapere) derivato dal libro Possiamo salvare il mondo prima di cena (di Jonathan Safran Foer)ho deciso di aggiungere alla recensione questi brani, trascelti nelle sue pagine (che ho indicato, così li trovate subito) mentre lo leggevo – tutto, completamente – per recensirlo a dovere. Buona lettura, o continuazione di lettura, se avete già valutato interessante la recensione in questa stesso «sito».

Presidenti
Al Gore, il ritorno

«Le modalità con cui affrontiamo la crisi del pianeta non funzionano. Al Gore merita il suo premio Nobel, ma il cambiamento che ha ispirato non basta neanche lontanamente – lui stesso l’ha ammesso senza esitazioni in Una scomoda verità 2. Le organizzazioni ambientaliste meritano il nostro sostegno, ma neppure i loro risultati si avvicinano alla sufficienza. Chi sa come stanno le cose ed è disposto ad ammettere la verità più scomoda, concorderà che stiamo facendo di gran lunga troppo poco e troppo lentamente, e che proseguendo di questo passo andremo dritti verso la nostra stessa distruzione. […]

L’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ovvero contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, è considerato un traguardo ambizioso, ma in realtà significherebbe fermarsi sull’orlo del baratro. Quand’anche fossimo miracolosamente in grado di raggiungerlo – in base a recenti modelli statistici abbiamo una probabilità del 5 percento – vivremo in un mondo molto meno ospitale di quello che conosciamo e molti dei cambiamenti in corso saranno nella migliore delle ipotesi irreversibili, mentre nella peggiore si aggraveranno ulteriormente», p. 69.

«C’è una forma di negazione della scienza ben più pericolosa di quella di Trump: la negazione che si traveste da sostegno. Chi tra noi sa che cosa sta succedendo ma fa troppo poco, merita molta più rabbia. Dovremmo essere terrorizzati da noi stessi. Siamo noi quelli contro cui ribellarsi. Riconoscere se stessi non significa sempre avere coscienza di sé, dicono i critici dei test allo specchio. Sono io la persona che sta mettendo in pericolo i miei figli», p. 136.

Figli
Contestatori

«L’espressione “ipotecare il futuro dei nostri figli” è stata usata in moltissimi contesti […]. Qualcuno pagherà per le nostre scelte, lo sappiamo senza crederci. Stiamo anche ipotecando il futuro dei nostri figli con stili  di vita che in futuro creeranno catastrofi ambientali. In effetti, ventuno giovani hanno intentato una “azione legale costituzionale sul clima” contro il governo federale, sostenendo che “attraverso misure legislative che agevolano il mutamento climatico, il governo ha violato i diritti costituzionali delle giovani generazioni alla vita, alla libertà e alla proprietà, oltre a essere venuto meno al dovere di proteggere risorse pubbliche essenziali”. L’amministrazione Trump ha cercato di ottenere l’archiviazione, ma la Corte suprema ha deliberato all’unanimità a favore dei giovani querelanti, permettendo che la causa vada avanti», pp. 138-139.

Noi stessi
Quando ci chiederanno…

«La crisi ambientale, pur essendo un’esperienza universale, non ci dà la sensazione di un evento di cui facciamo parte. Anzi, non ci dà proprio la sensazione di essere un evento. E per quanto traumatici possano essere un uragano, un incendio indomabile, una carestia o l’estinzione di una specie, è improbabile che un evento meteorologico susciti un “Dov’eri quando…?” […]. è solo il clima. Solo l’ambiente. Quasi certamente però le generazioni future guarderanno in retrospettiva e si chiederanno dove eravamo in senso biblico: dov’eravamo come individui? Quali decisioni ci ha suscitato la crisi? Per quale ragione al mondo abbiamo scelto di suicidarci e di sacrificare loro? Forse potremmo sostenere che non eravamo noi a decidere […] non c’era niente che potessimo fare. […] non sapevamo abbastanza. […] non avevamo i mezzi per mettere in atto cambiamenti davvero incisivi. Non gestivamo le compagnie petrolifere […]

La capacità di salvarci e di salvarli non era nelle nostre mani. Ma sarebbe una bugia. […] Rispetto ai cambiamenti climatici abbiamo fatto affidamento su informazioni pericolosamente scorrette. Abbiamo concentrato la nostra attenzione sui combustibili fossili, ma questo ci ha fornito un quadro incompleto della crisi del pianeta […] Sappiamo che dobbiamo fare qualcosa, ma l’espressione dobbiamo fare qualcosa di solito è una dichiarazione di incapacità o quantomeno di incertezza. Se non identifichiamo quello che dobbiamo fare, non possiamo decidere di farlo. […] il quadro si chiarirà sèpiegando il nesso tra allevamento e cambiamenti climatici. Ho sintetizzato quello che avrebbe potuto essere un testo di centinaia di pagine in una manciata di fatti di maggior rilievo», pp. 82-83.

Bisnonni
Pronipoti

«I miei bisnonni vivevano in una casa di legno senza l’acqua corrente e quando faceva freddo dormivano sul pavimento della cucina, accanto alla stufa. Non sarebbero mai riusciti a credere alle cose che possiedo: una macchina che guido per comodità più che per necessità, una dispensa piena di cibi importati da ogni angolo del pianeta, una casa con stanze che non vengono nemmeno usate tutti i giorni. E neppure i miei pronipoti ci crederanno. Anche se la loro incredulità avrà uno spirito diverso: come avete potuto vivere nel lusso per poi lasciarci un contro troppo salato da pagare – e quindi troppo esoso per sopravvivere», p. 140.

Scegliere
Decido ergo sum

«Il termine “decisione” deriva dal latino decid?re, che significa “tagliare via”. Quando decidiamo di spegnere le luci durante una guerra, ci rifiutiamo di spostarci in fondo all’autobus, […] solleviamo una macchina per liberare una persona intrappolata, facciamo strada a un’ambulanza, […] piantiamo un albero, ci mettiamo in coda per votare o consumiamo un pasto che riflette i nostri valori, stiamo anche decidendo di tagliare via i mondi possibili in cui non facciamo queste cose. Ogni decisione esige una perdita, non solo di quello che avremmo potuto fare, ma del mondo a cui la nostra azione alternativa avrebbe contribuito. Spesso quella perdita ci sembra così piccola da essere trascurabile; qualche volta ci sembra così grande da essere insopportabile.

[…] Siamo portati a definirci attraverso quello che abbiamo: proprietà, soldi, opinioni e like. Ma a rivelare chi siamo è quello a cui rinunciamo. I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo sempre chiamati a risolvere insieme e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica. Dov’eri quando hai preso la tua decisione?», pp. 84-85.

Torri gemelle
Morte

«Il problema è che il nostro rapporto con il pianeta è un’esperienza ai confini della morte senza darci quell’impressione. Se riuscissimo a credere che il nostro pianeta è in pericolo, potremmo vederlo per quello che è. Forse è vero che se un miliardo di persone provassero l’effetto della veduta d’insieme, il modo in cui i terrestri pensano alla Terra e il modo in cui la trattano cambierebbero radicalmente […]. In totale si sono gettate dal Golden Gate più di sedicimila persone, e nel 98 percento dei casi il tuffo è stato letale. Tra i pochi sopravvissuti, tutti quelli che ne hanno parlato sostengono di essersi pentiti non appena si sono lasciati cadere. Forse la nostra specie farebbe un’esperienza simile. Kevin Hines aveva diciotto anni quando si tuffò. Se perdessimo il nostro pianeta, forse ognuno di noi penserebbe, come Hines, guardando il ponte sempre più lontano mentre cadeva: “Cos’ho fatto?”», pp. 150-151.

Ingiusti
Ingiustizia

«Il 10 percento più ricco della popolazione globale è responsabile di metà delle emissioni di anidride carbonica, mentre la metà più povera è responsabile per il 10 percento. E spesso i meno responsabili del riscaldamento globale sono quelli che ne pagano le conseguenze maggiori. Prendi il Bangladesh, il paese considerato più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Si stima che sei milioni di bengalesi siano già stati costretti a lasciare le proprie case a causa di disastri ambientali come mareggiate, cicloni tropicali, siccità e inondazioni, e si prevede che altri milioni dovranno spostarsi nei prossimi anni. L’innalzamento dei mari potrebbe sommergere circa un terzo del paese, sradicando venticinque-trenta milioni di persone», pp. 182-183.

[…] «Il Bangladesh ha una delle impronte di carbonio inferiori al mondo, vale a dire che è uno dei paesi meno responsabili per i disastri di cui è vittima. Il bengalese medio è responsabile di 0,29 tonnellate di emissioni di CO2 all’anno, mentre un finlandese medio di trentotto volte tante: 11,15 tonnellate. Il Bangladesh, dove si consumano in media quattro chili di carne l’anno, è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Nel 2028, il finlandese medio ha felicemente consumato quella quantità di carne in diciotto giorni – e senza considerare il pesce. Milioni di bengalesi pagano per uno stile di vita opulento di cui loro non hanno mai goduto.

[…] Più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e quasi seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. Pensa se tutti gli abitanti di Gran Bretagna e Francia avessero meno di cinque anni e non avessero abbastanza da mangiare per crescere bene. Tre milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono di denutrizione ogni anno. Durante l’Olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati e metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne.

Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, ha scritto che destinare cento milioni di tonnellate di cereali e mais alla produzione di biocarburanti è un “crimine contro l’umanità”, in un mondo in cui quasi un miliardo di persone soffrono la fame. Potremmo definire quel crimine un “omicidio preterintenzionale”. Ma Ziegler non ha aggiunto che ogni anno l’allevamento destina una quantità sette volte maggiore di cereali e mais – sufficiente a sfamare tutte le persone denutrite del pianeta – all’allevamento di animali che diventeranno cibo per la popolazione ricca. Potremmo definire quel crimine un “genocidio”. Quindi no, l’allevamento intensivo non “nutre il mondo”. L’allevamento intensivo affama il mondo, e intanto lo distrugge», pp. 184-185.

Azioni
Giuste

«Possiamo provarci. Dobbiamo provarci. Quando si tratta di impegnarsi contro la distruzione della nostra stessa casa, la risposta non è mai o/o – è sempre sia/sia. Non possiamo più permetterci il lusso di scegliere le malattie contro cui provare a cercare un rimedio o i rimedi da tentare. Dobbiamo sforzarci di porre fine all’estrazione e alla combustione di carburanti fossili e investire nelle energie rinnovabili e riciclare e utilizzare materiali rinnovabili ed eliminare gli idrofluorocarburi nei refrigeranti e piantare alberi e sostenere l’introduzione di una carbon tax e cambiare i metodi di allevamento e ridurre lo spreco di cibo e ridurre il nostro consumo di origine animale. E tanto altro», p. 143.


Nota

1L’IPCC è stato istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO)e dallo United Nations Environment Programme (UNEP) allo scopo di fornire al mondo una visione chiara e scientificamente fondata dello stato attuale delle conoscenze sui cambiamenti climatici e sui loro potenziali impatti ambientali e socio-economici. […] L’IPCC esamina e valuta le più recenti informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche prodotte in tutto il mondo, e importanti per la comprensione dei cambiamenti climatici. […] Migliaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo contribuiscono al lavoro dell’IPCC su base volontaria. Il processo di revisione è un elemento fondamentale delle procedure IPCC per assicurare una valutazione completa e obiettiva delle informazioni attualmente disponibili. L’IPCC aspira a riflettere una varietà di punti di vista e competenze diverse.

 

da qui

martedì 31 agosto 2021

Il Rapporto IPCC sui cambiamenti climatici 2021 - Grig

 

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) è il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi dell’O.N.U., l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

Non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati: l’IPCC fonda le sue valutazioni principalmente su letteratura scientifica pubblicata in seguito a revisione paritaria e su rapporti delle maggiori istituzioni mondiali. Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.

L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dall’uomo, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono cinque ed è atteso il sesto per il 2022. I rapporti IPCC sono ampiamente citati in qualsiasi dibattito sul mutamento climatico.

SEGNALA QUESTO ANNUNCIOPRIVACY

Il 9 agosto 2021, è stato ufficialmente presentato il primo volume del 6° Rapporto di valutazione dell’IPCC sui cambiamenti climatici: un nuovo passo in avanti fondamentale per la comprensione del fenomeno, delle sue cause e delle sue conseguenze.

Il Rapporto, dedicato alle basi fisico-scientifiche dei cambiamenti climatici, è prodotto dal gruppo di lavoro I (WG I) dell’IPCC – 234 autori principali, che hanno analizzato 14.000 studi scientifici – e mostra come e perché il clima è cambiato, e come potrà cambiare in futuro, a seconda delle scelte che faremo ora, in questi anni.

Il Rapporto conferma che inequivocabilmente è stata, ed è, l’influenza umana a riscaldare l’atmosfera, l’oceano e le terre emerse, causando cambiamenti diffusi e rapidi nell’atmosfera, nei mari, nella criosfera e nella biosfera.

Molti dei cambiamenti osservati nel clima non hanno precedenti in migliaia, se non in centinaia di migliaia di anni, e alcuni dei cambiamenti in atto – come l’innalzamento del livello del mare – sono irreversibili per centinaia o migliaia di anni.

Gli effetti dei cambiamenti climatici, già importanti con un aumento delle temperature di 1,5 °C (rispetto al 1850-1900) e ancora più rilevanti se l’aumento arriverà ai 2 °C, diventeranno molto più gravi e potranno superare soglie critiche per gli ecosistemi, per le persone, la società, l’economia, se il riscaldamento globale supererà i valori stabiliti come obiettivi dall’Accordo di Parigi (1,5 °C – 2 °C). 

Comunque, tempestive, sostanziali e durature azioni di riduzione delle emissioni di CO2 e di altri gas climalteranti potranno limitare il cambiamento climatico. I benefici per la qualità dell’aria si vedranno rapidamente, ma ci potrebbero volere 20-30 anni perché la temperatura globale si stabilizzi.

Oltre al risparmio energetico e al progressivo rapido abbandono delle fonti energetiche fossili per le fonti energetiche realmente rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico), una proposta praticabile è la riforestazione estesa alla più ampia estensione possibile.

Più boschi e foreste significano più stabilità dei suoli e meno anidride carbonica.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

qui il primo volume del 6° Rapporto IPCC sui cambiamenti climatici.

 

qui CLIMATE CHANGE 2021 – Le basi fisico-scientifiche: i messaggi principali del rapporto.

 

da qui

sabato 24 agosto 2019

Il riscaldamento del clima minaccia la terra – Marina Forti




La terra è sotto pressione, i terreni e le fonti d’acqua del pianeta sono sottoposti a uno sfruttamento “senza precedenti” nella storia umana, avverta un nuovo rapporto delle Nazioni unite. E lo sfruttamento di queste risorse fondamentali, combinato con l’impatto del cambiamento del clima, minaccia la capacità del pianeta di nutrire la specie umana.
Siamo abituati ad associare la questione del cambiamento climatico alla produzione di energia, ed è giusto: è bruciare petrolio, carbone o gas che genera i gas “di serra” che si concentrano in modo abnorme dell’atmosfera terrestre e riscaldano il pianeta.
Anche la relazione tra noi umani e la terra però ha dirette conseguenze sul clima. Come produciamo cibo, se proteggiamo le foreste o continuiamo a disboscare. Non solo: se le popolazioni rurali hanno accesso alla terra, o ne vengono cacciate; che tipo di agricoltura pratichiamo e quali consumi alimentari prevalgono; se la sicurezza alimentare è garantita a tutti o solo a pochi: tutto questo è legato al riscaldamento terrestre. Tra la crisi del clima e molte crisi sociali c’è una relazione diretta.
Di questo tratta il rapporto su “Terra e cambiamento del clima” (Climate Change and Land, Summary for Policymakers) diffuso giovedì 8 agosto dal Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), il comitato scientifico istituito dalle Nazioni Unite per fornire ai governi valutazioni scientifiche condivise sui cambiamenti climatici.
Il rapporto, redatto da un centinaio di ricercatori di 52 paesi, conferma ciò che molti scienziati e attivisti sostengono da tempo: se non cominciamo da subito ad abbandonare i combustibili fossili, le conseguenze della crisi del clima sulla terra e sul sistema alimentare globale saranno catastrofiche – anche se non equamente distribuite, perché colpiranno soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili.
Riassumiamo. Sappiamo che ogni cambiamento nelle condizioni del territorio influisce (e molto in fretta) sul clima circostante e su quello globale, perché può modificare il regime delle piogge e le temperature nel raggio di centinaia di chilometri.

La terra colonizzata dagli umani
Oggi la specie umana usa circa il 70 per cento della superficie terrestre libera da ghiacci, ci ricorda il Ipcc. Tra un quarto e un terzo delle terre disponibili sono usate per produrre cibo, mangimi, fibre tessili, legname, energia. L’agricoltura usa circa il 70 per cento dell’acqua dolce disponibile.
Nell’ultimo mezzo secolo, l’effetto combinato della crescita della popolazione umana e del cambiamento dei consumi alimentari ha prodotto una pressione senza precedenti sulla terra e le fonti d’acqua. Dal 1961 a oggi ad esempio la produzione pro capite di carne e oli vegetali è raddoppiata.
Un uso così intenso della terra ha esacerbato il degrado dei suoli, la perdita di nutrienti, erosione, desertificazione e così via. Il cambiamento climatico aggrava tutto: con eventi estremi più frequenti e più intensi, siccità, alluvioni, ondate di caldo, l’erosione delle coste, il livello dei mari che sale e il permafrost (le terre perennemente ghiacciate) che si scioglie. E tutto questo minaccia direttamente proprio la produzione di cibo.
Il cambiamento climatico ha già messo a repentaglio la sicurezza alimentare in molte regioni del pianeta, afferma il Ipcc. I rendimenti agricoli sono ormai declinati in molte regioni tropicali e subtropicali, e così anche la produttività dei sistemi pastorali in Africa. Abbiamo più regioni esposte alla desertificazione (in Asia e Africa, e nel Mediterraneo), agli incendi (nelle Americhe, Africa meridionale e Asia centrale), ai cicloni (le zone costiere tropicali e subtropicali). Avremo verosimilmente più persone costrette a spostarsi per cercare sopravvivenza, all’interno delle regioni e all’esterno. Vedremo sempre più conflitti per la terra e risorse sempre più scarse. Questi allarmi sono già circolati, ma qui abbiamo una conferma autorevole.
Ancora un dato: agricoltura, attività forestali e altri usi della terra rappresentano circa il 23 per cento della quantità totale di gas di serra di origine antropogenica (cioè generati dalle attività umane), calcola il Ipcc (il 13 per cento dell’anidride carbonica, 44 per cento del metano e 82% degli ossidi di azoto). Se si sommano le attività pre e post produzione, arriviamo a oltre un terzo delle emissioni.
Dunque, come usiamo la terra può fare una differenza fondamentale, per mitigare l’impatto del cambiamento del clima.
Il punto è come. Il documento del Ipcc parla di organizzare la produzione alimentare e gestire le foreste in modo sostenibile, per conservare gli ecosistemi e i nutrienti nei suoli. Raccomanda di eliminare gli sprechi (oggi circa un terzo del cibo prodotto viene scartato per vari motivi, spiega lo studio), e di rivedere la struttura dei consumi alimentari: nel mondo ci sono circa 2 miliardi di adulti in sovrappeso o obesi, mentre 821 milioni di persone sono denutrite.
(Molti si aspettavano dal Ipcc un appello a diventare vegetariani o vegani: ma sarebbe stato riduttivo. Il documento parla di diversificare il sistema alimentare, di diete bilanciate con più vegetali e legumi e proteine animali prodotte in modo non distruttivo – e meno carne, sì, perché l’allevamento intensivo è insostenibile).
Alcune misure evocate dal documento hanno impatto immediato: ad esempio preservare le foreste di torba, le mangrovie e le zone umide, perché intrappolano tonnellate di carbonio. Altre sono indispensabili ma daranno frutti più a lungo termine, come ripiantare alberi e rigenerare suoli degradati. In ogni caso sono tutte possibili, urgenti, e spesso già praticate.
Il Ipcc però sottolinea due cose importanti. La prima è che c’è un limite al possibile uso della terra per “mitigare” il cambiamento climatico. Se ad esempio volessimo puntare tutto sugli agro-carburanti dovremmo usare almeno 7 milioni di chilometri quadrati di territorio, avverte: più dell’intero Brasile. Territorio che sarebbe tolto alla produzione alimentare, magari spingendo coltivatori e allevatori su zone naturali ancora protette. Il risultato sarebbe accelerare il degrado, invece di fermarlo, mettendo agrocarburanti contro la sicurezza alimentare. Il Ipcc raccomanda opzioni che non competano per la terra.
(E questo significa che non si sfugge: resta indispensabile cominciare subito la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili – sole, vento).

La giustizia della terra
L’altra cosa importante è che un uso sostenibile della terra ha benefici immediati e a lungo termine per chi ci vive. Ovvero, conservare la produttività della terra e la biodiversità, aumentare la concimazione organica, preferire le varietà autoctone, proteggere i bacini idrici e le foreste, invertire il degrado degli ecosistemi e così via, sono una strategia che contribuisce allo sviluppo umano, alla sicurezza alimentare e alla lotta alla povertà.
Per questo il documento parla anche di garantire l’accesso alla terra, per esempio riconoscere i diritti consuetudinari delle popolazioni native, e valorizzare i saperi locali, garantire più potere alle donne, promuovere la partecipazione. Un po’ di giustizia sociale fa bene al clima, e viceversa.

giovedì 14 marzo 2019

Un’alleanza contro l’estrattivismo per Madre Terra - Francesco Martone


Decarbonizzare l’economia va di pari passo con decarbonizzare il pensiero. Per contrapporsi alla “necropolitica” si deve connettere la questione dei cambiamenti climatici alle vertenze contro le grandi opere, legare le mobilitazioni del 15, del 23 marzo e del 15 aprile a una visione improntata sulla giustizia.

La scienza parla chiaro, mai più chiaro di così. A meno che la comunità internazionale non imprima un netto cambio di passo e decida una volta per tutte ad accelerare l’uscita dal circolo vizioso del petrolio e dei combustibili fossili, l’obiettivo minimo di contenimento dell’aumento della temperatura a 1.5 gradi centigradi resterà un’illusione. E con esso l’obiettivo di arrivare a zero emissioni nette di carbonio entro il 2050. Con buona pace di chi alla recente conferenza delle parti ONU sui Cambiamenti Climatici (COP) di Katowice – Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait – ha impedito che la comunità internazionale facesse proprie le raccomandazioni del rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) pubblicato poco prima, e determinasse i propri impegni sulla base dei dati scientifici in esso contenuti. Ed a detrimento di milioni di persone, uomini, donne che ne soffriranno le conseguenze in ogni parte del Pianeta. Giacchè il climate change, con i suoi effetti diffusi, ha stravolto le geografie tradizionali del potere e della distribuzione delle risorse. O meglio ne ha sovrapposta una alternativa, fatta di siccità, inondazioni, migrazioni forzate, carenza di acqua e cibo, oltre i confini tradizionali che vedevano il mondo diviso tra un Nord sordo ed un Sud nudo o denudato.
C’è chi si cimenta nel definire i contorni e le caratteristiche di quella che viene considerata da molti l’era dell’Antropocene, ossia della trasformazione della Terra ad opera dell’uomo. Chi si affanna a fissare la data alla quale far risalire l’inizio dell’Antropocene, immaginando che se la mano dell’uomo ha alterato la Terra può anche contribuire a mitigarne gli effetti con la tecnologia, facendo di necessità virtù. E chi invece più giustamente ricostruisce le responsabilità storiche dell’alterazione dei cicli naturali e climatici all’avanzata inesorabile del capitalismo, fondato sul mito della crescita economica illimitata e sulla liberalizzazione estrema del mercato e degli scambi commerciali. “Capitalocene”, per molti, è oggi il termine indicato per definire questa fase storica, termine che aiuta ad identificare le cause politiche e strutturali della crisi climatica, ossia nel modello dominante di sviluppo e in quella che Mark Fischer nel suo visionario “Realismo Capitalista” definisce una vera e propria Weltanschauung che caratterizza ogni aspetto del vivente. Se la leggiamo in questa chiave, la crisi climatica offre importanti spunti di elaborazione e pratica politica. Anzitutto politica, o forse ancor prima culturale, giacché sarà urgente uscire dalla trappola mentale che legge la questione esclusivamente in termini di emissioni di carbonio o gas serra.
Qualora si decidesse di affrontarla solo da questo punto di vista, il rischio è di giustificare soluzioni-tampone, di ripiego che non scalfiscono il paradigma, ma cercano di accomodarlo alle urgenze future o per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica. Pompare carbonio sotto terra, dislocare le emissioni sostenendo la protezione di foreste, o la piantumazione massiccia di alberi in terre lontane immaginate deserte, continuare a circoscrivere la transizione energetica al sostegno a combustibili quali il gas naturale o non convenzionali come quelli prodotti con il fracking, sono soluzioni che servono solo a rinviare ad libitum il momento nel quale praticare finalmente un  cambio radicale di paradigma.
Decarbonizzare l’economia va quindi di pari passo con la decarbonizzazione del pensiero, delle dottrine, delle politiche pubbliche e di quelle ambientali, e con la scelta di tenere i combustibili fossili sotto terra, per saper cogliere appieno la molteplicità dei valori e dei significati della cura della Madre Terra, sistema complesso del vivente.
Se poi inseriamo anche una categoria di analisi fondata su spazio e tempo si dipana davanti agli occhi un’altra serie di piste di analisi e di proposta politica. Anzitutto il “climate change” ridisegna nello spazio le geografie del potere e dell’esclusione, opera come un demiurgo che plasma e ridefinisce le relazioni tra i popoli, e tra l’umano e la Natura. Altera ecosistemi e paesaggi, territori e comunità, né più e né meno come il suo motore principale, l’estrattivismo, caratteristica prima di questa fase del capitalismo descritta nell’ultima recentissima fatica di Sandro Mezzadra e Bret Neilson “The politics of operations. Excavating contemporary capitalism”.  
Unica possibilità di contrasto all’estrattivismo appare essere quella di impedire l’estrazione di giacimenti ancora inesplorati e chiudere progressivamente le infrastrutture esistenti da subito. Così esisterebbero secondo uno studio della rivista Nature il 64% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Rinviare al 2030 i programmi di mitigazione, che prevedono appunto l’uscita dal fossile ridurrebbe notevolmente questa possibilità. Ed allora, la soluzione sarà quella di “Keep them in the ground” tenere i combustibili fossili sottoterra, senza estrarli, per indurre uno “shock” al sistema produttivo capace di imprimere la svolta necessaria. E per tenerli sottoterra, le pratiche sono plurali, dalla riduzione della domanda attraverso l’incentivo alle rinnovabili ed alla decarbonizzazione del sistema produttivo o al Green New Deal, alla riduzione dell’offerta attraverso la resistenza all’espansione della frontiera estrattivista o il disinvestimento nell’esplorazione e estrazione di combustibili fossili. O l’uso “creativo” del diritto per rimettere al centro la primazia dei diritti umani e del diritto dei popoli rispetto a quello del mercato e dell’economia.
Per contrapporsi, insomma, ad una nuova declinazione della “necropolitica”. Una politica che causa morte di ecosistemi e di popoli, della loro speranza presente e futura, a causa dei disastri ambientali connessi alo sfruttamento ed alle infrastrutture dei combustibili fossili ed agli eventi estremi causati dal climate change (alliuvioni, uragani, siccità) . Per una tragica coincidenza o fatalità, ad esempio, il disastro dello sversamento di greggio nel Golfo del Messico con i sui effetti persistenti sull’ecosistema marino e sugli ecosistemi delle comunità umane, può essere letto anche in connessione con quello arrecato da Katrina, con tutte le caratteristiche del caso. C’è però un’altra modalità con la quale la “necropolitica” attraversa l’oggetto del contendere. La maggior parte delle fonti energetiche fossili convenzionali e non oggi si trovano infatti in terre delicatissime dal punto di vista ecologico o abitate da comunità indigene o contadine, che si trovano a dover scontare non solo il costo sociale ed ambientale del climate change, ma anche le ricadute devastanti dell’espansione della frontiera estrattiva. E non solo in termini ambientali.
Non a caso, la stragrande maggioranza dei difensori e difensore della Madre Terra uccisa o minacciata, è rappresentata da chi si oppone alle grandi infrastrutture o all’avanzata del agribusiness o dell’estrazione di petrolio e affini. Un dato che va letto in termini di capacità rinnovata dei movimenti che “dal basso” resistono all’espansione delle infrastrutture e delle attività di estrazione di combustibili fossili, quella che Naomi Klein ha definito Blockadia. Una sorta di entità globale i cui cittadini sono coloro che mettono i loro corpi a difesa del clima e della terra, dal Salento come in Amazzonia, a Standing Rock come nelle foreste canadesi, nella foresta di Hambach in Germania sede di un presidio contro l’espansione della miniera di carbone di Ende Gelaende, di recente teatro di una forte repressione da parte della polizia tedesca. Così il circolo vizioso tra estrattivismo e climate change crea anche nuove geografie di repressione e di diniego progressivo degli spazi di agibilità democratica, evidenziando ancora una volta il nesso indissolubile tra clima e diritti umani.
A Parigi la Conferenza delle Parti ONU aveva riconosciuto questa stretta correlazione, ricordando che i cambiamenti climatici generano effetti devastanti sul godimento dei diritti umani fondamentali, e che ogni politica climatica dovrà essere centrata su un approccio fondato sui diritti umani, sulla lotta alla povertà, i diritti dei popoli indigeni, la partecipazione pubblica, l’eguaglianza di genere, la giustizia climatica ed intergenerazionale. Parole che alla Conferenza di Katowice sono rimaste tali, mentre per un paradosso, proprio coloro che oggi rischiano la vita per proteggere le foreste o resistere all’avanzata della frontiera estrattivista vengono riconosciuti – grazie alla loro conoscenza tradizionale – come attori rilevanti per l’adattamento e la mitigazione ai cambiamenti climatici.
Secondo alcune analisi svolte dal Rights and Resources Institute, ad esempio, le comunità indigene e locali che oggi gestiscono foreste e territori contribuiscono a immagazzinare 300,000 milioni di tonnellate di CO2, che quindi non vengono immesse nell’atmosfera. Una cifra pari a ben 33 volte le emissioni del settore energetico globale dal 2017. Dati che indicano l’urgenza di un’inversione di prospettiva non solo in termini di spazio e tempo, ma anche di “alto” e “basso”, oltre che di abbandono progressivo di una visione antropocentrica del mondo. Spazi e territori che non solo subiscono gli effetti fisici, politici, culturali e sociali dei cambiamenti climatici o delle infrastrutture dell’estrattivismo, ma che sempre più sono luoghi di resistenza e di pratiche alternative. Spazi e territori i quali, proprio come le generazioni future, non hanno mai avuto udienza nei fori ufficiali, nei negoziati internazionali, se non come omaggio al politicamente corretto.
Per questo è essenziale connettere la questione generale dei cambiamenti climatici e dell’estrattivismo alle vertenze e mobilitazioni dei movimenti italiani contro le grandi opere imposte e per la giustizia climatica che si sono dati appuntamento a Roma il 23 marzo prossimo per una grande manifestazione nazionale. Ed ecco perché la mite determinazione di una ragazza svedese, Greta Thunberg, il suo grido di accusa verso la società degli “adulti” incapace di consegnare alla sua generazione una Terra vivibile, oggi assume un significato unico nel suo genere. Giacché lei, ed i suoi coetanei e coetanee che scioperano ogni venerdì e che il 15 marzo prossimo scenderanno nelle piazze di mezzo mondo per i “Fridays for the future”, sono i soggetti incarnati di quella che nei negoziati internazionali è stata accettata sulla carta come giustizia intergenerazionale. Greta e le migliaia di ragazzi e ragazze che gridano alla società degli adulti, che decidono di prendersi carico della Madre Terra, che quegli adulti stanno loro consegnando in stato catatonico, spostano i termini del dibattito dal qui ed ora, inteso come urgenza di fare subito qualcosa, al futuro, alla sopravvivenza della specie e del Pianeta.
Affinché quest’ inedita capacità di mobilitazione non inneschi risposte equivoche da parte di chi ha il potere, visto che legittimamente non è nelle sue corde la critica radicale al potere ed al modello dominante, sarà necessario contestualizzarla nel quadro più ampio di mobilitazioni dal basso che da anni attraversano ogni angolo del pianeta. Giacché spesso –  si veda ad esempio in passato il caso di Live Aid, e della figura di BonoVox come paladino della lotta alla povertà –  è la modalità di mobilitazione ed il messaggio che prefigurano la risposta che alla stessa verrà data. Nel caso di BonoVox e Live Aid il capitalismo compassionevole e filantropico di Bill Gates. Nel nostro caso una sorta di Green Economy compatibile con il modello capitalista. L’assenza di critica radicale a quel modello  è anche uno dei rilievi mossi “da sinistra”, o per lo meno da una parte,  all’altro importante fenomeno di mobilitazione popolare sul tema del climate change, quello di Extinction Rebellion, nato in Inghilterra ed ora in crescita in ogni parte del mondo, Italia inclusa, e che chiamerà alla mobilitazione globale il prossimo 15 aprile.  Anch’esso come i Fridays for the Future parla di un futuro a rischio, dell’urgenza di evitare ora e subito l’estinzione futura, facendo leva su messaggi non rassicuranti ma, anzi, quasi apocalittici. Attraverso le pratiche della disobbedienza civile e dell’azione diretta vengono articolate tre parole d’ordine semplici e chiare: che i governi dicano la verità sullo stato del pianeta, che si impegnino a ridurre le emissioni allo zero netto entro il 2025 e che si convochi un’assemblea dei cittadini per decidere democraticamente il da farsi. 
E’ interessante notare che anche in quello che pareva il monolite del modello capitalista si stanno aprendo crepe importanti. Da chi decide di decarbonizzare i propri cicli produttivi, a chi decide di disinvestire dal fossile. Questo è forse il dato più rilevante che illustra un cambiamento radicale di rotta nel settore finanziario, e soprattutto quello assicurativo.  Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Indubbiamente la parte del leone la gioca il settore delle assicurazioni, seguito però da paesi come l’Irlanda, o la Nuova Zelanda, o da città come New York, Londra. Di recente dal fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con un valore di un trilione di dollari, alimentato dalle rendite petrolifere de giacimenti del Mar del Nord ha deciso di disinvestire dal fossile, escludendo però multinazionali quali la Shell o la BP, per sostenere la loro transizione verso le rinnovabili. Fatto sta che Shell e BP assieme ad altre imprese petrolifere si sono aggiudicate nuovi permessi di estrazione nel Mar Artico norvegese, mentre la Norvegia aumenta i suoi fondi per la protezione delle foreste tropicali per mitigare le sue emissioni. A suo tempo alcune associazioni ambientaliste provarono a portare in giudizio il governo norvegese per violazione dei diritti delle generazioni future a vivere in un ambiente sano, perdendo a causa. Centinaia di altri casi di “litigation” si sono però susseguiti nel corso degli anni con l’obiettivo di  condannare stati ed imprese per crimini ambientali connessi ai cambiamenti climatici.
Last, but not least,  il dibattito sul Green New Deal che sta prendendo quota negli Stati Uniti grazie all’iniziativa di un’altra donna, Alexandra Ocasio-Lopez che ha voluto così caratterizzare il suo mandato al Congresso, coniugando una forte matrice socialista con un approccio ecologista, che potremmo definire eco-laburista. Un Green New Deal che prevede la transizione giusta verso l’economia decarbonizzata, grosso modo quel che i sindacati globali chiedono da anni ormai ai governi che ritualmente si incontrano alla Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici per fare il punto sullo stato di salute del pianeta e mettere a punto strategie di azione. E che oggi torna con forza nelle agende politiche non solo di oltre oceano ma anche nel percorso verso le prossime elezioni europee. Sul Green New Deal ci sarà molto da approfondire, come già evidenziato dall’interessante dibattito che si è sviluppato negli States e che ha messo d’accordo centinaia di organizzazioni ed associazioni che in questa proposta hanno trovato finalmente il grimaldello che potrebbe scardinare l’ostinata resistenza delle lobby petrolifere ora rappresentate dall’amministrazione Trump di avviarsi verso l’abbandono del fossile.     
Non si parte quindi da zero. I “Fridays for the future” non nascono dal nulla, ma si innestano su uno scenario in continuo movimento, pieno di contraddizioni, ma anche di opportunità. E per saper cogliere quelle opportunità, per insinuarsi in quelle contraddizioni, sarà necessario connettere le mobilitazioni del 15 e del 23 marzo e quelle del 15 aprile ad una visione diversa della questione climatica, improntata sulla giustizia, sul superamento del modello capitalista estrattivista, sul ruolo centrale delle comunità e dei movimenti che resistono e creano alternativa, sulla decarbonizzazione dell’economia e delle menti, e sul superamento dell’antropocentrismo. Ce lo chiede la Madre Terra, e ce lo chiedono con forza le generazioni a venire.

sabato 3 novembre 2018

L’inferno - Rebecca Rovoletto



Nella giornata di domenica arrivano i comunicati di Prefetture e Protezione Civile delle province del Veneto. È allerta rossa per maltempo. Seguono immediate le ordinanze dei moltissimi sindaci che chiudono in via precauzionale le scuole di ogni grado per le due giornate successive. A sera leggo un bollettino del Centro Meteorologico Lombardo:
“Dopo la temporanea attenuazione delle precipitazioni in queste ultime ore di domenica, nella giornata di lunedì 29 ottobre 2018 è attesa la fase più acuta e potenzialmente critica di questo severo episodio perturbato. Siamo particolarmente in imbarazzo nell’emettere questa previsione, perché è la prima volta che la modellistica numerica ci mostra una sinottica così impressionante per intensità dei contrasti e soprattutto per estensione della fenomenologia. Da sempre condanniamo nel modo più assoluto l’allarmismo sensazionalistico, vera piaga dell’informazione meteorologica sul web. In questa particolare situazione, tuttavia, non possiamo nascondere la nostra seria preoccupazione per l’evoluzione meteorologica attesa lunedì sul Nord Italia”-
La situazione è seria e le proiezioni meteo fanno paura: le condizioni sono sovrapponibili a quelle del novembre 1966, dicono, l’anno delle terribili alluvioni in Toscana e nel Triveneto.
Normali, in Veneto le perturbazioni arrivano tra ottobre e novembre e segnano il passaggio di stagione. Normali sono le prime forti piogge e le nebbie. Normale è lo scirocco che da sudest solleva i tabarri e le maree. È il momento in cui accendi i primi fuochi di legna e ci arrostisci le castagne. Mal’enorme energia che i familiari flussi atmosferici accumulano per effetto delle temperature fuori controllo in terra e in mare, no, quella non è normale. Quella è opera dell’uomo, della sua dissennatezza.
Giusto i primi di ottobre è uscito il rapporto Speciale IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Il rapporto indica in dodici anni, il 2030, il punto di non ritorno per non oltrepassare la soglia di 1,5°C di surriscaldamento globale – dovuta principalmente alle emissioni antropiche di gas climalteranti come la CO2 – oltre la quale non sarebbe più possibile una inversione di trend, oltre la quale non sono nemmeno prevedibili gli scenari di rischio.
“Uno dei messaggi chiave che emerge con molta forza da questo rapporto è che stiamo già vedendo le conseguenze di un riscaldamento globale di 1°Cquali, tra gli altri, l’aumento di eventi meteo estremi, innalzamento del livello del mare, diminuzione del ghiaccio marino in Artico”, ha detto Panmao Zhai, co-presidente del Working Group I dell’IPCC.
Tra la notte di domenica 28 e l’alba di martedì 30 due masse d’aria potentissime e antagoniste si scontrano nei cieli del Mediterraneo: una cascata d’aria di provenienza artica e una massa tropicale formano una specie di dorsale di risucchio-e-rilascio, la cresta di un’onda supercarica di umidità che punta veloce e dritta sulla penisola. Piogge torrenziali e venti localmente fino ai 200 km/h spazzano l’Italia intera.
Ma sono il centro e soprattutto il nord Italia i più diffusamente colpiti. Perché dopo una corsa spaventosa che ha distrutto tratti di costa e paesi, l’onda trova le Alpi che fanno da diga, ammassando il vapore condensante a ridosso dei pendii, in prossimità dei quali le piogge vengono concentrate ed esaltate nella loro intensità. Venezia, la mia Venezia, va sotto la sua quarta ‘aqua granda’ di sempre, 156 cm: in Basilica si sbriciolano gli intonaci, si staccano i mosaici.

Paesaggi spettrali cominciano a diffondersi nel web e vediamo cosa ne è stato del bellunese e dei suoi borghi, dell’Altopiano di Asiago, delle zone pedemontane e dolomitiche e, più su, del Trentino, della Carnia friulana… Paesi franati, interi boschi abbattuti, strade che non esistono più, reti elettriche e idriche compromesse, non c’è corrente, l’acqua non è più potabile. Ci sono morti e sfollati.
E poi guardiamo i fiumi. “Spetemo a veder cossa riva dalla montagna” diciamo qui in pianura. Perché tutta quell’acqua deve venire giù, ma il mare non riceve per il violento scirocco. I nostri grandi fiumi – il Bacchiglione, la Brenta, l’Adige, il Piave, il Tagliamento – sono alti, grossi, oltre la soglia di guardia, a tratti tracimati. La Brenta viaggia al contrario per 25 km. Il Piave è furibondo, mai visto il Piave così.
I corsi d’acqua minori sbracano, invadono le strade e le case troppo vicine. Acqua, fango e vento flagellano più di tutte la provincia di Belluno. Molti i comuni del Medio Alto Agordino pesantemente colpiti: Rocca Pietore, Alleghe, Cencenighe, Colle Santa Lucia, Livinallongo del Col di Lana, San Tomaso e Taibon, quest’ultimo ha appena perso 700 ettari di bosco per un incendio dovuto a temperature eccessivamente alte e vento. E poi il Comelico e il Cadore. Interi boschi del Cansiglio e del Feltrino rasi al suolo. Il bellunese che conoscevamo per averlo vissuto da vicino non esiste più, un prezioso patrimonio naturale e ambientale distrutto, la memoria cancellata.

Di giorno in giorno si comincia ad avere la percezione reale di cosa ha prodotto diffusamente un fatto climatico estremo. Perché, sì certo, è stato estremo: chi ha seguito i bollettini e le immagini radar ha visto l’ampiezza e l’intensità del mostro che si stava formando. Ma sbagliamo a pensare che estremo significhi eccezionale, cioè che possa capitare ‘eccezionalmente’. Forse un tempo era così, ora non più, ora parlano i fatti.
Negare i cambiamenti climatici è da dementi. Negare la complicità dei comportamenti umani e delle scelte politiche che assurdamente continuano a perseguire questo modello di sviluppo è irresponsabile e pericoloso.
I fenomeni sistemici complessi, com’è la biosfera, funzionano per progressioni esponenziali, funzionano con meccanismi come il collasso ad esempio. Per rallentare e invertire processi fisici e biochimici già ampiamente in atto, e in parte compromessi, bisognerebbe avere una prospettiva di almeno trenta/cinquant’anni. Gli scienziati ce ne danno dodici, che in questa materia vuol dire zero. Vuol dire adesso.
Secondo l’IPCC le emissioni di CO2 nette globali prodotte dall’attività umana dovrebbero diminuire di circa il 45 per cento rispetto i livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050. “Limitare il riscaldamento a 1,5°C è possibile per le leggi della chimica e della fisica, ma richiederebbe cambiamenti senza precedenti”, dice Jim Skea, co-presidente del Working Group III.
Stiamo alimentando una progressione incontrollata di fenomeni climatici estremi e al contempo ci siamo resi vulnerabili con una gestione dei territori e degli ecosistemi scellerata: abbiamo una fragilità idrogeologica enorme, rischi sismici elevati, abbiamo distrutto interi ambiti di mitigazione. Continuiamo imperterriti a costruire, a impermeabilizzare i suoli, a disboscare, a occludere reti di scolo delle acque, a creare isole di calore con cemento e asfalto. Continuiamo a preferire le fonti fossili, a spolpare risorse dagli ecosistemi con mega estrazioni e mega infrastrutture, per mantenere una macchina di consumi insostenibile, globalmente e localmente.
L’11 ottobre a Padova è stato presentato il primo studio “Veneto Adapt – Central VENETO Cities netWorking for ADAPTation to Climate Change in a multi-level regional perspective”, progetto finanziato dal programma comunitario LIFE per circa 3 milioni di euro, che vede la collaborazione di numerosi e partner: dal Coordinamento Agende 21 Locali Italiane, all’Università Iuav di Venezia, alle principali istituzioni metropolitane. Si tratta di un’indagine sulla capacità adattativa locale rispetto ai rischi, specie quello idrogeologico, e l’analisi delle vulnerabilità del Veneto Centrale al cambiamento climatico.
È almeno dagli anni Settanta – dai tempi del Club di Roma, di cui ricorre il 50° anniversario della sua fondazione, ma ricordo anche la pietra miliare di Rachel Carson Primavera silenziosa del ‘62 – che scienziati, economisti e attivisti, diffondono studi e mettono in guardia sui pericoli concreti, sui processi suicidiche abbiamo innescato e che il pianeta non è in grado di sopportare. La questione è sistemica e globale, è in gioco la vita sul pianeta, e a nessun paese al mondo può essere concesso di fare ostruzionismo su scelte e politiche di sopravvivenza.
Perché un disastro sia tale ha bisogno di due fattori contemporaneamente: un evento violento e una vulnerabilità intrinseca strutturale. Si parla tanto di ‘resilienza’, quella che Carlo Infante chiama “intelligenza capace di rimodellarsi alla complessità degli eventi” [(Ri)generazioni urbane, in La nuova ecologia 2013] Ora gli eventi complessi e violenti ce li abbiamo. Non resta che usare questa ‘intelligenza’ e lavorare, rapidamente, sul rafforzamento della capacità di risposta di territori e persone. Questa, e solo questa ora, è l’assoluta emergenza, l’assoluta priorità.


Fonti:
Grazie a tutti gli amici che stanno lavorando, monitorando e informando

da qui