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giovedì 15 gennaio 2026

Non c’è pace tra gli ulivi. Il glifosato da medicina a veleno - Giuseppe Vinci

 

Crollano le certezze per il comparto agricolo e per il mondo rurale a venticinque anni dalla pubblicazione scientifica che ha governato l’agricoltura del nuovo millennio, rassicurando che l’erbicida della Monsanto, colosso della chimica agricola, fosse innocuo per i terreni e per la salute umana e animale. Si scopre infatti che le pubblicazioni scientifiche che attestavano la bontà del più diffuso pesticida a livello mondiale erano tutte falsificate e sostenute da immensi finanziamenti allo scopo di produrre montagne di utili che avrebbero consentito alla Bayer-Monsanto di diventare un colosso globale in grado di condizionare le sorti dell’agricoltura in tutto il pianeta e rendere il mondo rurale schiavo del sistema agroindustriale con tutte le conseguenze catastrofiche che ne sono conseguite per la salute umana e dei suoli.

“Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani”, è il titolo dello studio, uscito nell’anno 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, che attestava che il glifosato, commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Gli autori concludevano che l’erbicida non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. Questa pubblicazione è stata considerata negli anni una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato, citata a livello globale in oltre ottocento pubblicazioni accademiche e anche da autorità come l’Agenzia per la protezione ambientale. Il fatto è che il caporedattore della rivista scientifica ha di recente ritirato l’articolo a causa di “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”, mettendo in evidenza come “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo”. Lo studio sembra essere stato prodotto o quanto meno orientato dai ricercatori dipendenti della Monsanto e anche la peer review viziata da questa pratica in conflitto con la ricerca indipendente. A detta del caporedattore, gli autori potrebbero aver ricevuto un risarcimento finanziario da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo: “Il potenziale compenso finanziario solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

Lo dice la scienza che il glifosato è un prodotto “biologico”, una panacea contro le “erbacce”: questa era la versione che aveva preso piede sin da quando il glifosato è stato imposto nelle pratiche agricole quotidiane in tutto il mondo. Se per l’agricoltura industriale il principio fondamentale è  l’utile sempre e comunque, allora il glifosato è l’ideale per liberarsi delle erbe “infestanti” perché sbrigativo, efficace e bisognoso di poca manodopera, giusto il trattorista per le irrorazioni. In Puglia, addirittura, tra la fine degli anni Novanta e il 2010 il glifosato della Monsanto, in base a questo dogma riduzionista, è stato diffuso in lungo e in largo per le campagne, con l’accordo e il sostegno delle istituzioni politiche a ogni livello. Nello specifico, il Salento è stato ambiente privilegiato per la sperimentazione massiva di Roundup Gold e Platinum, che non ha risparmiato nessun areale. La tecnologia testata rientra nel programma GIPP (Gestione Infestanti Piante Perenni) della Monsanto iniziato nel 2011 e proseguito fino alla primavera 2013, finalizzato al controllo delle erbe infestanti negli oliveti, attraverso l’utilizzo dell’erbicida contenente glifosato. Il progetto ha avuto il sostegno delle autorità scientifiche regionali e il totale consenso degli amministratori.

Il fatto che molti organismi vegetali, dequalificati come infestanti e invece dotati di qualità microbiologiche e nutrizionali di altissimo pregio, siano stati distrutti dal glifosato, tanto da averne azzerato le specie e la biodiversità, avrebbe dovuto mettere in allarme non solo gli agricoltori ma anche gli amministratori di ogni ordine e grado, teoricamente dotati di un livello di istruzione superiore rispetto al mondo rurale, da sempre definito come ignorante e attardato. Sebbene Bayer, che ha acquisito il Roundup nel 2018, continua a sostenere che la sostanza chimica è sicura se utilizzata secondo le istruzioni, anni dopo ci accorgiamo che il mondo rurale è tra le prime vittime per livello delle insorgenze tumorali in tutto il mondo e il Salento è la prima regione in Europa per insorgenze tumorali nelle vie urinarie e respiratorie. E pensare che tecnici e scienziati assoldati dalla regione Puglia hanno sposato la causa della innocuità del glifosato, sostenendo in incontri pubblici, con sicumera e arroganza, che “il glifosato si può bere”. Per anni abbiamo dovuto subire una sorta di colonizzazione del pensiero scientifico secondo il quale “se lo dice la scienza allora è vero” e di fronte alla verità scientifica, resa sempre più una sorta di dogma inoppugnabile, bisogna arrendersi.

Di fatto, l’overdose pluridecennale di glifosato ha reso le piante più vulnerabili ai patogeni e ha devastato la fertilità dei suoli del Salento già sottoposta alla pressione della desertificazione associata alle cattive pratiche agricole. In letteratura scientifica, la povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e, dunque, la maggiore vulnerabilità delle piante alle malattie, è conosciuta da tempo. Per quanto riguarda il glifosato, sono stati osservati molti problemi: una riduzione significativa di macro e micro nutrienti riscontrata nei tessuti delle foglie e nei parametri fotosintetici, la sua interazione con la disponibilità dei nutrienti della pianta (necessari per conservare la salute della pianta), lo sviluppo di malattie e patogeni delle piante nei raccolti.

Guarda caso, nel Salento, terra di ulivi secolari e monumentali, dal 2013 si comincia a parlare di un batterio colpevole del disseccamento degli ulivi, la xylella fastidiosa. Come abbiamo scritto, l’affare xylella ha fatto leva sulla normalizzazione di uno stato di emergenza per imporre misure arbitrarie non motivate dalla realtà dei fatti e non fondate su evidenze scientifiche. Il risultato: oltre quindicimila alberi abbattuti, il paesaggio devastato, l’agricoltura contadina distrutta, l’imposizione di nuove varietà brevettate che producono olio di bassa qualità e rendono elitario l’olio buono. Infatti, per eradicare l’infezione, vengono disposte drastiche misure di emergenza che prevedono l’estirpazione delle piante positive al batterio. La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati rilevava l’avventatezza nel decretare l’emergenza mentre “ancora non è certa la natura e l’entità del fenomeno e il livello di diffusione” e impegnava il governo ad adottare iniziative che permettessero “l’accertamento della patogenicità di xylella fastidiosa prima di dare seguito a interventi radicali senza cognizione di causa”, nonché “di scongiurare la eradicazione totale di un’area vastissima” e  “allargare il campo di indagine della malattia di disseccamento degli ulivi anche all’eventuale correlazione con l’utilizzo massiccio di glifosato”.

In effetti, osservando la zona focolaio, si era accertato come i disseccamenti fossero a macchia di leopardo con maggiore presenza di sintomi nei terreni che utilizzano in modo massiccio i disseccanti, in particolare il Roundup della Monsanto, rispetto agli uliveti a conduzione biologica. Come mostra Margherita Ciervo, se si considera la relazione tra distribuzione degli erbicidi e superficie agricola utilizzata (SAU), si osserva un’anomalia nella provincia di Lecce, dove sono stati osservati i primi fenomeni di disseccamento degli olivi; la distribuzione degli erbicidi sulla SAU, dal 2003 al 2010, è fino a due volte più alta che nella provincia di Bari, e fino a quattro volte superiore rispetto alla provincia di Foggia.

Cosa ci dice questo accadimento per niente nuovo, che cala ombre sulla qualità della ricerca scientifica e le sue ricadute pubbliche? Che scienza e scienziati, lungi dall’essere immuni da passioni, conflitti e interessi di vario genere, sono a tutti gli effetti sottoposti a pressioni talvolta addirittura maggiori rispetto a quelle della politica, e il ruolo e la posizione sociale che ricoprono può essere più determinante rispetto, come in questo caso, a problematiche che coinvolgono la salute delle persone e dell’ambiente; che la peer review può essere aggirata e inficiata in diversi modi e da diversi fattori, per esempio dal meccanismo perverso delle citazioni e auto-citazioni che diventano una garanzia per il successo, spesso commerciale, prima che scientifico, di alcuni prodotti, tecnologie e personalità afferenti al mondo scientifico. Le pubblicazioni relative a xylella (test di patogenicità, brevetti relativi a presunte piante, immuni, resistenti e tolleranti a patogeni vari) sono emblematiche di questa crisi della scienza e della ricerca sempre più esposta a interessi industriali, legati alle esigenze di carriera e affermazione bibliometrica di taluni scaltri ricercatori sollecitati dalla prospettiva degli affari.

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lunedì 8 dicembre 2025

Glifosato, ritirato dopo 25 anni lo studio diventato “pietra miliare” che difendeva l’erbicida Roundup - Luisiana Gaita

Il caporedattore della rivista che lo pubblicò, Martin van Den Berg, spiega le ragioni della scelta: "I dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo" senza essere citati

A 25 anni dalla sua pubblicazione, la rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ritira lo studio, pubblicato nel 2000, secondo cui il glifosato, potente erbicida commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Autori dello studio, intitolato ‘Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani’ sono Gary Williams del New York Medical College, l’unico tuttora in vita, Robert Kroes dell’Università di Utrecht (Olanda) e Ian Munro, che lavorava per la società di consulenze canadese Cantox, oggi Intertek. Nel documento, giungevano alla conclusione che l’erbicida a base di glifosato della Monsanto non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. E quel documento è stato citato, negli anni, da centinaia di ricerche successive (ma anche da autorità di regolamentazione come l’Agenzia per la protezione ambientale, ndr). Tanto da diventare, come dichiarato dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato “una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato”. Dopo “un’indagine approfondita”, il caporedattore della rivista, Martin van Den Berg, ha ritirato lo studio e ha spiegato le ragioni di questa scelta. In sintesi, “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”.

Il nodo dell’autorizzazione in Unione Europea

Resta, ora, il dubbio sul peso che ha avuto per un quarto di secolo anche nelle valutazioni delle autorità che hanno regolato l’utilizzo del glifosato per il quale l’Unione europea ha rinnovato nel 2023 l’autorizzazione (Leggi l’approfondimento). Giova ricordare, inoltre, che il 19 novembre scorso, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la Commissione Ue non può concedere proroghe delle autorizzazioni per i pesticidi in modo automatico, in caso di ritardi nel processo di rivalutazione. La Corte si è espressa sui ricorsi presentati dalla ong Pollinis France contro la proroga del periodo di approvazione del boscalid, da Pan Europe per la dimossistrobina e da Aurelia Stiftung per il glifosato. In questo contesto, arriva la decisione presa da Regulatory Toxicology and Pharmacology di ritirare lo studio, indicando le motivazioni, anche alla luce del fatto che il co-autore Gary M. Williams non ha fornito alcuna spiegazione alle domande poste da Martin van Den Berg. Tra le ragioni (e le relative domande rimaste senza alcuna risposta), anche documenti aziendali della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni, durante i contenzioni intentati da cittadini statunitensi che si sono ammalati di cancro.

Studio incompleto e dubbi sull’indipendenza degli autori

Come riportato nella nota del capo redattore della rivista, le conclusioni dell’articolo ora ritirato si basano esclusivamente su studi inediti della Monsanto. Nel corso della stesura, tra l’altro, sono stati ignorati diversi studi sui temi della tossicità cronica e della cancerogenicità pure già disponibili. Non solo: alcuni documenti e e-mail inviate da dipendenti della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni “suggeriscono che gli autori dell’articolo non erano gli unici responsabili della scrittura del suo contenuto”. Quella corrispondenza, anzi, rivela che “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo” senza essere citati come coautori. E la mancanza di chiarezza su quali parti sono state scritte dai dipendenti della Monsanto crea incertezza sull’integrità delle conclusioni tratte. Non è poco, dato che l’articolo afferma l’assenza di cancerogenicità associata al glifosato o alla sua formulazione tecnica, Roundup. Ergo: “Non è chiaro quanto delle conclusioni degli autori siano state influenzate da contributi esterni di Monsanto”. “Questa mancanza di trasparenza – scrive Martin van Den Berg – solleva serie preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”. Di fatto, esiste altra corrispondenza divulgata durante un contenzioso che indica come gli autori potrebbero aver ricevuto un “risarcimento finanziario” da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo. “Il potenziale compenso finanziario – scrive sempre il caporedattore della rivista – solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

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venerdì 12 gennaio 2024

Ancora condanne per Bayer - Silvia Ribeiro

 Alla fine del 2023 i tribunali del Missouri e di Filadelfia hanno nuovamente condannato Bayer-Monsanto a risarcimenti per milioni di dollari nei confronti di cittadini statunitensi che si sono ammalati di cancro a causa del nefasto pesticida il cui utilizzo limitato è stato consentito in Europa per altri 10 anni. Da quando la Bayer ha acquistato Monsanto, il gigante dei veleni e degli OGM, nel 2018, negli Stati Uniti sono state intentati contro di lei più di 165mila procedimenti legali per i danni causati dal glifosato alla salute dei querelanti o dei loro familiari


Bayer-Monsanto è stata condannata nuovamente nei mesi di novembre e dicembre 2023, nei tribunali del Missouri e di Filadelfia, a pagare un risarcimento milionario a cittadini statunitensi che hanno contratto il cancro a causa dell’uso del glifosato agrotossico, una sostanza chimica brevettata dalla Monsanto nel 1974. La sentenza del Missouri ha imposto all’impresa il pagamento di 1,5 miliardi di dollari. Oltre il 90% del mais (e della soia) geneticamente modificati sul mercato è tollerante ai pesticidi, la maggior parte dei quali al glifosato. L’aumento esponenziale dell’uso di questo agrotossico è direttamente collegato alla semina di OGM.

Da quando la Bayer ha acquistato il gigante dei veleni e degli OGM Monsanto, nel 2018, negli Stati Uniti sono state intentati contro di lei più di 165mila procedimenti legali per i danni causati dal glifosato alla salute dei querelanti o dei loro familiari. Dopo aver perso nei primi tre casi emblematici – nel 2018 e nel 2019 – per oltre 2,5 miliardi di dollari (poi Bayer è riuscita a far ridurre quella somma in appello, ma le sentenze sono state riaffermate), il colosso transnazionale ha deciso di stipulare accordi extragiudiziali con circa 100mila ricorrenti, per una cifra superiore a 10 miliardi di dollari. Decine di migliaia di casi restano però pendenti. Nel 2020 la Bayer aveva stanziato 16 miliardi di dollari per coprire le cause legali, una cifra bassa alla luce delle nuove sentenze.

Un punto chiave è che le sentenze erano schiaccianti perché i giudici hanno dimostrato con centinaia di documenti presentati da avvocati (e resi pubblici da uno dei giudici) che la Monsanto sapeva da decenni che il glifosato causava gravi danni, compreso potenzialmente il cancro, ma lo ha nascosto, oltre a fare pressioni e/o corrompere scienziati e agenzie di regolamentazione in quel paese (e in altri, come poi mostrato in separata sede) affinché ignorassero tali dati e presentassero dati di presunta innocuità o “lieve” tossicità (https://usrtk.org/monsanto-papers/).

Nel 2023, inoltre, Bayer-Monsanto è stata condannata a pagare 6,9 ​​milioni di dollari di multa allo stato di New York per aver utilizzato pubblicità ingannevole. Secondo l’ufficio del procuratore generale di quello Stato, Bayer e Monsanto “hanno ripetutamente affermato nelle pubblicità che i prodotti a marchio Roundup, che contengono il principio attivo glifosato, erano sicuri e non tossici, senza fornire prove sufficienti (http://tinyurl.com/znn4akx9 ).

Nel frattempo, le organizzazioni agricole negli Stati Uniti, rappresentate dal Center for Food Safety (CFS), hanno intentato una causa il 13 dicembre 2023, chiedendo che l’EPA (United States Environmental Protection Agency) riconosca che per il glifosato non c’è un registro in vigore, che cancelli quello precedene e proceda a vietare questo pesticida a causa dei suoi elevati rischi (http://tinyurl.com/3kxmt94v ).

Si tratta di un’azione legale significativa, non solo in sé, perché in difesa della salute e dell’ambiente, ma anche perché la causa che gli Stati Uniti stanno portando avanti contro il Messico per obbligarlo a non limitare l’uso e il consumo di mais geneticamente modificato e il glifosato – come indicato da un decreto governativo del 2023 – si basa in parte sul fatto che l’EPA afferma che l’uso del glifosato “non presenta rischi preoccupanti per la salute quando il glifosato viene utilizzato secondo le modalità indicate dall’attuale etichettatura“.

La revisione della registrazione del glifosato presso l’EPA deve essere effettuata ogni 15 anni. Dopo la dichiarazione del 2015 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui il glifosato è un probabile cancerogeno, l’EPA affermò invece che questa sostanza, “nelle misure rilevanti per la salute umana“, non è pericolosa. L’EPA convocò un gruppo di esperti e un processo di revisione e mantenne la sua conclusione iniziale, nonostante nel 2019 altri organismi ufficiali e autorizzati, come il Registro delle sostanze tossiche e delle malattie degli Stati Uniti (ATSDR), in inglese) avessero fatto una valutazione che si concludeva affermando che esiste un rischio di cancro associato al glifosato, in particolare quello di linfoma no-Hodgkins e di mieloma multiplo. Eppure, ancora una volta, nel 2020, l’EPA ha pubblicato “una decisione di revisione provvisoria di registrazione” del glifosato, ritenendo che esso non è un probabile cancerogeno.

La petizione presentata dalle organizzazioni e dal CFS a dicembre fa seguito a precedenti cause legali, che hanno dimostrato che l’EPA durante questi processi si è divisa in due schieramenti di opinioni, ma che la decisione finale per la registrazione ha intenzionalmente ignorato aspetti critici di altre istanze, di vari degli scienziati da lei convocati e anche dei suoi stessi documenti sull’argomento. Per tutti questi motivi, nel giugno 2022, la Corte d’Appello del Nono Circuito ha respinto la decisione provvisoria dell’EPA che ha dovuto dunque ritirarla nel settembre 2022 e avviare una nuova revisione della registrazione. Ciò significa di fatto che il glifosato viene ancora venduto negli Stati Uniti senza avere una registrazione valida o “scientificamente fondata“, come paradossalmente chiede il governo Usa al Messico nella causa in corso (http://tinyurl.com/3kxmt94v).

Sull’ampia revisione degli studi condotti da scienziati di 11 paesi che ha portato l’OMS IARC nel 2015 a concludere che il glifosato è cancerogeno negli animali e probabilmente cancerogeno negli esseri umani, ogni anno sono stati pubblicati dozzine di nuovi studi che confermano la sua pericolosità, così come l’azione distruttiva in ambito endocrinologico e neurologico, che causa depressione, distrugge il microbioma e provoca altri danni alla salute umana e animale (USRTK, dicembre 2023 http://tinyurl.com/2bmayz4n ).

*Ricercatrice presso il Gruppo ETC


Fonte e versione originale in La Jornada


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mercoledì 24 agosto 2022

Cento anni da ricordare - Silvia Ribeiro

 

Nei giorni scorsi il direttore globale di Bayer (proprietaria della Monsanto) è venuto in visita in Messico. Ha annunciato – come si trattasse di concedere un favore e non di far maggiori profitti – che stanno valutando la possibilità di investire 361 milioni di dollari, “sebbene [il Messico] dovrebbe migliorare le condizioni per favorire investimenti nel suo territorio”, per poi sottolineare che dunque chiederanno di modificare a favore dell’investimento le normative esistenti.

L’occasione della visita era di commemorare i 100 anni della presenza in Messico. In un secolo la Bayer ha accumulato ogni tipo di ignominia a livello globale. Ad esempio, la vendita di eroina come rimedio per la tosse, con la creazione del consorzio tedesco IG Farben (in seguito scorporato in Bayer, BASF e Hoechst), che ha inventato e venduto anche un pesticida altamente tossico, meglio noto come Zyklon B gas.

IG Farben ha collaborato con il nazismo e ha fornito quel gas per l’utilizzo nelle camere di sterminio dell’olocausto, mentre si arricchiva con il lavoro schiavo dei campi di concentramento. Al di là di un noto analgesico, il core business della Bayer è stato la vendita di veleno caratterizzata da un’assoluta mancanza di scrupoli.

Anche la Monsanto ha una storia tremenda: fabbricazione di armi chimiche, come il noto Agent Orange; imbrogli per trarre profitto dalla vendita di sostanze tossiche, dai PCB al glifosato, dicamba e altri. L’utilizzo dei veleni non è riservato solo all’agricoltura, ci sono anche gli ormoni transgenici per il bestiame e i discussi additivi per mangimi. L’acquisto di Monsanto da parte di Bayer ha messo insieme la storia nera di ciascuna di esse e reso più evidente l’etica che le anima.

Sarebbe una vergogna per chiunque ricordare 100 anni così, tutto indica invece che il motivo di questa visita di Bayer sia piuttosto fare una dichiarazione, lanciare un avvertimento in difesa del mais transgenico e dei veleni agricoli come il glifosato e fare una velata denuncia sui cambiamenti che hanno autorizzato in Messico l’acquisto ufficiale di medicinali attraverso l’ONU.

Nell’autunno del 1941, ad Auschwitz, venne messa a punto, quasi per caso, una nuova tecnica per lo sterminio sistematico. L’idea, molto semplice, venne al comandante del campo, Rudolf Höss e tecnicamente realizzata dall’ufficiale SS Kurt Gerstein: poiché nel campo erano presenti ingenti scorte di un gas a base di acido prussico, denominato Zyklon B, che serviva per disinfestare le baracche e le divise dei prigionieri dai parassiti, si pensò che avrebbe potuto servire anche per l’eliminazione dei prigionieri (tratto da “Le camere a gas nel lager di Auschwitz” http://www.lanzone.it). L’immagine è
tratta invece da https://www.oorlogsmuseum.nl/en/news/zyklon-b/

Bayer-Monsanto è attualmente la più grande azienda al mondo nella vendita di sementi industriali, la prima nella vendita di semi transgenici, la seconda nelle vendite globali di prodotti chimici per l’agricoltura e una delle 10 maggiori aziende farmaceutiche mondiali. Il Messico è un mercato importante per Bayer-Monsanto. Ad esempio, insieme a Corteva (fusione delle società DuPont e Dow) controlla oltre il 90 per cento della vendita industriale di semi di mais.

Nel luglio scorso, il giudice Francisco Javier Rebolledo ha concesso alla Monsanto una proroga nei confronti di un decreto presidenziale del dicembre 2020 che ordina alle agenzie corrispondenti di non approvare la semina di mais transgenico e di sostituire l’uso del glifosato in vista della sua eliminazione nel 2024. Sebbene questo decreto consenta di utilizzare degli escamotage per continuare a importare mais transgenico e utilizzare il glifosato, l’industria agrochimica vuole impedire qualsiasi cambiamento, motivo per cui sono stati presentati più di 40 amparos contro di esso.

Quelle eccezioni concesse alla Bayer-Monsanto prendono in esame solo dati forniti dalla transnazionale e non tengono conto del gran numero di documenti scientifici che mostrano invece l’elevata tossicità del glifosato, compreso il suo potenziale cancerogeno, così come stabilito dall’OMS nel 2015 e come mostrato in altri studi scientifici recenti.

Allo stesso modo, ignorano del tutto il fatto che in varie zone rurali dello Stato di Jalisco (e in altri Stati della federazione del Messico) sono stati trovati residui di glifosato e altri pesticidi nelle urine di tutti i bambini delle scuole prelevati, una situazione gravissima che richiede cambiamenti immediati.

Dopo l’acquisto della Monsanto, Bayer ha dovuto affrontare più di 138mila procedimenti giudiziari relativi al glifosato solo negli Stati Uniti, sono stati intentati da parte di vittime di cancro o delle loro famiglie. Da allora, la Bayer ha perso tre cause legali emblematiche – promosse da Dewayne Johnson, Edwin Hardeman e dalla coppia Pilliod – in cui è stato dimostrato che la Monsanto sapeva che il glifosato era altamente pericoloso e potenzialmente cancerogeno e lo nascondeva. È stato questo l’elemento decisivo per i giudici per concordare con i promotori delle cause e decidere per ciascuno dei casi presi in esame di pagare decine di milioni di dollari di danni e risarcimenti. Bayer ha portato il caso alla Corte Suprema, che si è pronunciata nel 2021 a favore delle vittime.

Nel processo, un giudice della California ha ordinato di rendere pubbliche migliaia di pagine di documenti che la Monsanto manteneva riservati. Dimostrano che l’azienda sapeva della pericolosità del glifosato, che falsificava documenti scientifici, che cercava di influenzare con metodi dubbi, fuorvianti o probabilmente illegali le decisioni delle agenzie di regolamentazione e di altri.

Questa valanga di prove è diventata Monsanto Papers ( https://usrtk.org/monsanto-papers/ ), parte dei dossier si può leggere anche in spagnolo (https://monsantopapers.lavaca.org/ e qui una copertina di Internazionale dedicata al caso nel 2017).

Per cercare di fermare la pubblicità negativa, Bayer ha accettato un accordo in via extragiudiziale per la quale ha stanziato finora 16,5 miliardi di dollari. Ci sono tuttavia ancora circa 30mila cause pendenti. Allo stesso tempo, Bayer ha annunciato che nel 2023 avrebbe smesso di vendere il glifosato per uso domestico e giardinaggio negli Stati Uniti.

Si tratta, con ogni evidenza, di un altro esempio dell’etica della Bayer-Monsanto: si dimostra che conosce i danni, smette persino di vendere negli Stati Uniti in alcuni settori, ma vuole che il Messico non possa decidere liberamente come proteggere la salute dei suoi abitanti.

Fonte: La Jornada

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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lunedì 29 gennaio 2018

Il riso che doveva salvare il mondo - Silvia Ribeiro

Non potete non riconoscere i risultati degli studi scientifici! Ve lo ricordate l’appello di 110 premi Nobel per promuovere il golden rice Ogm che, con un’alta percentuale di vitamina A, avrebbe risolto per sempre il problema mondiale della malnutrizione? Da quell’appello sono trascorsi quasi due anni ma né gli scienziati, né la Syngenta che lo ha brevettato, sono riusciti a produrre una linea stabile di “riso dorato” che soddisfi i benefici che gli erano stati attribuiti. C’è di più: gli esperimenti sul campo realizzati lo scorso anno in India, la costruzione transgenica trasferita in una delle migliori varietà [di riso] del paese, ha danneggiato in maniera significativa la produttività e la qualità del riso. Il riso che ne è risultato atrofizza le coltivazioni, presentava sì la pro-vitamina A, ma la resa è diminuita drasticamente, con piante nane, foglie pallide, pochissimi grani e radici laterali anormali. Non sempre l’esperienza “scientifica” concreta si piega alle ragioni della propaganda, nemmeno di quella più insigne.

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Il cosiddetto “riso dorato” è uno dei miti più costosi dell’industria biotecnologica, utilizzato per tentare di cambiare il rifiuto generalizzato nei confronti degli OGM. Lo presentano come l’archetipo del “transgenico buono” perché è un riso che presenta un precursore della vitamina A, la cui mancanza è una significativa carenza per molte persone che soffrono di malnutrizione e che, in casi estremi, può portare alla cecità. I suoi promotori non sono riusciti a provare che nella pratica serva realmente ad apportare la vitamina A. Inoltre, nel 2017, in India gli scienziati hanno dato conto di un esperimento sul campo che ha dimostrato come l’inserimento nel riso di questa costruzione transgenica, abbia fatto calare il rendimento e la qualità della coltivazione tanto che il raccolto è risultato inutilizzabile.
Il cosiddetto “riso dorato” è stato abbondantemente usato come arma di propaganda. Nel 2016, una lettera – per nulla scientifica – firmata da un centinaio di Premi Nobel è stata forse l’esempio più significativo della manipolazione fatta dall’industria dei transgenici con questo riso. La lettera è piena di falsità, che dovrebbero far vergognare quelli che l’hanno firmata e quelli che continuano a citarla come se fosse un documento serio.
Non sorprende questo tipo di campagne da parte dell’industria agro-biotecnologica, dove ci sono imprese come la Monsanto, nei cui confronti sono stati provati anche casi di corruzione al fine di far approvare i suoi prodotti, ad esempio in Indonesia. Ciò che in questo caso sorprende, è che il “riso dorato” sotto l’aspetto funzionale non esiste, poiché né gli scienziati che lo promuovono, né la Syngenta che lo ha brevettato, sono finora riusciti a produrre una linea stabile di “riso dorato” che soddisfi i benefici che gli si attribuiscono.

A questo va aggiunto che, nel 2017, in esperimenti sul campo realizzati in India, la costruzione transgenica trasferita in una delle migliori varietà [di riso] di questo paese, ha danneggiato in maniera significativa la produttività e la qualità del riso. Un team di scienziati ha realizzato uno studio introducendo i tratti transgenici per ottenere “riso dorato” con la varietà Swarna, una delle varietà più produttive dell’India. Il riso che ne è risultato, presentava la pro-vitamina A, ma la resa è diminuita drasticamente, con piante nane, foglie pallide, pochissimi grani e radici laterali anormali.
Dopo dettagliate analisi, il team ha concluso che l’atrofia delle piante era dovuta all’interferenza della costruzione transgenica del “riso dorato” con la produzione delle auxine, ormoni vegetali propri del riso che ne favoriscono la crescita.
A questo proposito, la Dott.ssa Allison Wilson, in un articolo sull’Indipendent Science News dell’ottobre 2017, ritiene che con impatti imprevisti di tale gravità, sia ora di dire addio a questo costoso e fallimentare esperimento.
Quelli che promuovono i transgenici assicurano che, se non si è riusciti a commercializzare questo riso, è stato per l’opposizione delle organizzazioni ambientaliste verso i transgenici, che avrebbe impedito ai bambini del terzo mondo di accedervi. La realtà, afferma Wilson, è che dopo due decenni e malgrado un’enorme quantità di risorse, tempo e sostegno finanziario, inusitati per qualsiasi ricercatore pubblico, risulta chiaro che “sono i problemi intrinseci allo sviluppo degli OGM” che ne hanno impedito la commercializzazione. Secondo il Dott. Jonathan Latham, direttore del Bioscience Resource Project e citato nello stesso articolo, “il “riso dorato” della Syngenta ha causato un collasso metabolico [nel riso dell’India]…Le classiche critiche verso l’ingegneria genetica nello sviluppo delle coltivazioni si basano da un lato sul fatto che il DNA estraneo introdotto altera le sequenze genetiche originarie e dall’altro sul fatto che ci saranno delle interferenze imprevedibili del normale metabolismo delle piante. L’esperienza con il “riso dorato” esemplifica alla perfezione entrambi i difetti”.
Questo è il problema fondamentale dell’ingegneria metabolica, afferma Wilson. Sembra essere più facile alterare artificialmente il metabolismo delle piante -per esempio affinché producano il precursore della vitamina A- anziché controllare che, allo stesso tempo, non si verifichino alterazioni impreviste, con effetti negativi sullo sviluppo delle coltivazioni.
Il denominatore comune degli esperimenti con l’ingegneria genetica, i transgenici e il cosiddetto “editing genomico” è l’approccio straordinariamente e intenzionalmente ristretto nel valutare sia i problemi che si presume vogliano risolvere che i mezzi per raggiungere tale obiettivo.
Per esempio, ci si concentra solo sulla carenza di vitamina A, isolandola dalla situazione generale di povertà e malnutrizione (che provoca molte altre carenze) di coloro che ne soffrono. Nelle Filippine -paese in cui si coltiva il “riso dorato”- , le campagne per migliorare l’alimentazione, tornando a integrare verdure e riso tradizionali nella dieta, hanno dato eccellenti risultati nel coprire in modo duraturo la carenza di vitamina A, con un costo di gran lunga inferiore. Non è nemmeno più considerato un problema di salute pubblica.
La “soluzione tecnologica” proposta dall’industria e dai biotecnologi, ignora per di più (oppure, ovviamente, in maniera intenzionale) la complessità dei genomi e le loro interazioni all’interno degli organismi e nella coevoluzione con gli agrosistemi e gli ecosistemi, producendo aberrazioni, come è successo con una delle più produttive varietà di riso dell’India.
Per tutto questo, è assurdo che in Messico, imprenditori-biotecnologi come F. Bolívar Zapata, Luis Herrera Estrella e A. López Munguía, utilizzino il mito del “riso dorato” come esempio per difendere la semina, in Messico, di mais transgenico. Non convincono nessuno -o forse qualche disinformato - però fanno un buon servizio a Monsanto e Syngenta (https://tinyurl.com/y8auu5qq).

giovedì 14 dicembre 2017

Il pesticida sia benedetto e (Mon)santo nei secoli - Saverio Pipitone


Discutendo ancora di glifosato e delle contraddizioni di Repubblica e della Ue con alcune indicazioni per la dieta dei molti colori
Per iniziare un breve riassunto. Il 27 novembre l’UE ha deciso il rinnovo per altri 5 anni dell’autorizzazione per l’utilizzo del glifosato. È l’ingrediente chimico alla base dei pesticidi sintetizzato nel 1950 da Henry Martin dell’industria farmaceutica svizzera Cilag e ripreso nel 1974 dai laboratori della multinazionale agrochimica statunitense Monsanto che lo brevetta come erbicida con il prodotto ROUNDUP.
Nel 2001 la licenza scade e un centinaio di produttori entrano nel business, verificandosi una esponenziale diffusione globale del diserbante che raggiunge un attuale impiego intorno alle 900.000 tonnellate all’anno. Di basso costo e di facile utilizzo, è considerato un efficiente killer che in dieci giorni elimina radicalmente le erbe infestanti nelle coltivazioni agricole, giardinaggio e manutenzione del verde, ma con disastrosi effetti sull’ambiente e sulla salute umana.
L’Italia ne ha limitato l’uso in agricoltura e lo ha vietato in determinate zone vicine ai centri abitati; ha votato contro il rinnovo “europeo” insieme ad altri 8 Paesi (il Portogallo si è astenuto) mentre 18 Stati si sono espressi a favore. Il voto determinate è stato quello della Germania che, nonostante sia uno dei territori più green dell’UE, ha scelto l’interesse economico e industriale, anziché della precauzione ambientale, ricevendo il ringraziamento del colosso farmaceutico tedesco Bayer che a settembre 2017 ha siglato un accordo di acquisizione per 66 miliardi di dollari della Monsanto e per altri 5 anni il diserbante (prodotto di punta) darà enormi profitti agli azionisti: in entrambe investono le spietate istituzioni finanziarie Vanguard Group, Blackrock e State Street.
L’1 dicembre 2017 sul cartaceo (e non online) di «Repubblica» (*) – nella sezione “Commenti” – esce l’articolo «Gli equivoci sul glifosato» della farmacologa e senatrice a vita Elena Cattaneo, in doppia veste di scienziata e politica, che difende a spada tratta l’erbicida.
Come l’Ue, la Cattaneo sminuisce il parere dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) che nel 2015, in seguito a un’analisi indipendente, ha definito il glifosato un genetossico capace di danneggiare il dna con conseguenze cancerogene per gli animali e probabilmente per gli esseri umani, che potrebbero rischiare il linfoma tumorale non-Hodgkin. Viceversa la Cattaneo fonda le sue convinzioni sull’improbabile cancerogenicità dichiarata dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare EFSA che ha però valutato l’erbicida sui dati ricevuti dalla stessa Monsanto e addirittura copiandone intere parti, come scoperto dai “Monsanto Papers” e dalle inchieste del quotidiano francese «Le Monde», con un brutto caso di informazione manipolata (**). Spara a zero sul biologico e sulla sua irrealizzabilità per il futuro dell’agricoltura, in cui vede invece l’uso di piante migliorate geneticamente: «[…] i prodotti bio nella grande distribuzione – scrive Cattaneo – presentano un ingiustificato ricarico di prezzo, non differendo in qualità al consumo rispetto ai corrispettivi non biologici; non solo perché le procedure del biologico su larga scala sono piene di deroghe e truffe. Ma soprattutto perché con tali procedure si produce pochissimo, consumando il 40% di suolo in più degli altri modelli di agricoltura».
A tali affermazioni ribatte dopo qualche giorno l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE) con una nota ufficiale nelle pagine web della rivista ecologista «Terra Nuova» dove fra l’altro si legge: «[…] Il commento a firma di Elena Cattaneo elenca una serie di pregiudizi e di semplici opinioni sugli effetti sanitari e ambientali dell’erbicida più diffuso al mondo che non coincidono nel modo più assoluto con le conoscenze attualmente disponibili; il tutto, accompagnato da un concentrato di nozioni sull’agricoltura sostenibile (biologica e biodinamica) che lascia francamente sconcertati. L’innovazione del futuro, sostiene l’autrice, coinciderebbe con l’impiego universale di OGM, capaci di risolvere in un colpo solo la moltitudine di temibili sfide con cui l’agricoltura dovrà fare i conti, dal cambiamento climatico all’erosione della biodiversità, fino alla piaga della denutrizione e chissà cos’altro ancora. […] È evidente che l’eventuale eliminazione del glifosato dal mercato globale dei pesticidi spingerebbe l’industria a sostituirlo con altri prodotti, sulla carta anche più tossici dell’originale. Ma il nodo della questione è proprio questo: il bando del glifosato dovrebbe rappresentare un primo passo verso la progressiva rimozione dei veleni di sintesi dalle pratiche agricole e zootecniche, così come da ogni altro settore in cui i parassiti possono essere controllati con metodi alternativi, non tossici e meno costosi. […] Poiché nessuno dubita – prosegue ISDE – della buona fede con cui è stato scritto il commento, c’è da dubitare della reale conoscenza degli argomenti cruciali che in esso vengono trattati, sui quali la senatrice-farmacologa continua a dispensare opinioni personali e ricette risolutive del tutto infondate».
Che la GDO – cioè la grande distribuzione organizzata – rincari in modo sproporzionato il biologico è verissimo: un cavolfiore di Alce Nero costa 3,99 al kg e mezzo chilo di pasta secca della stessa marca più di € 2 anzi fino a € 4,10 per quella integrale al kamut. Ci sono però numerosi altri prodotti biologici a prezzi più bassi – è sempre importante leggere l’etichetta per una migliore scelta – e hanno sicuramente un’elevata qualità di odore, sapore e nutrimento rispetto al non-bio.
Che i prodotti bio siano salutari lo dice pure – con un eccesso di trionfalismo? – l’articolo di Antonio Canciullo «I pesticidi? Anche nelle urine. Ma con la dieta bio spariscono» riportato il 30 novembre 2017 sul sito internet (e non sul cartaceo) nella sezione “salute” di «La Repubblica» con la notizia di un test fatto su una famiglia (genitori quarantenni e figli piccoli) a dimostrare che attraverso la dieta un’alta percentuale di pesticidi – tra cui il glifosato (che troviamo in moltissimi alimenti) – è assorbito dal corpo umano ma dopo 15 giorni di biologico gli inquinanti chimici scompaiono (o dsembrano scomparire) quasi del tutto.
Ma che fa «Repubblica»? Perché inserisce solo online la notizia contro il glifosato e l’indomani solo sul cartaceo quella a favore? Cerca di raggiungere due diversi target di lettori? Magari vuole tastarne lo spirito critico? O si rivolge alle multinazionali per tranquillizzarle che non si metterebbe mai totalmente contro di loro e possono continuare a farsi pubblicità sul quotidiano? Sarà utile ricordare che il costo degli “spot” sulla carta è molto più alto rispetto al web. Chissà. Ne potrebbero fare un corso di formazione continua per giornalisti con il titolo «Contraddizioni nelle testate giornalistiche tra web e carta».
Tornando al pesticida, il cibo infettato e geneticamente modificato lasciamolo alla senatrice: io la vedo uguale alla donna nella vignetta qui sopra di Joe Dator del «The New Yorker» che al supermercato davanti al banco ortofrutta chiede alla commessa: «qual è il mais geneticamente modificato?» e spunta una pannocchia sorridente che alza la manina come per dire sono qui, comprami e mangiami.
Al contrario è la dieta “arcobaleno” – o se preferite dei molti colori naturali – con frutta e verdura biologica, di stagione e il più possibile a km0 che fa bene, abbassando del 30% circa il rischio di malattie (anche gravi).
Partiamo dal rosso con pomodoro, ravanello, anguria, ciliegia, fragola, arancia, barbabietola: contengono licopene che, agendo in maniera antiossidante, riduce le patologie cardiovascolari e combatte i tumori al seno o alle ovaie nelle donne, alla prostata negli uomini. In particolare, il pomodoro è pieno di questa sostanza; l’anguria con la sua acqua (93,5%) è ricca di enzimi che idratano e depurano; le ciliegie contengono fibre contro la stitichezza e le emorroidi; la fragola, con un’elevata presenza di vitamina C e sali minerali, oltre alle sue proprietà ipotensive, antiaterosclerotiche e diuretiche, cura la tosse, rinforza le gengive e protegge dalle scottature solari.
I colori giallo e arancio con carote, albicocche, kaki, peperoni, zucche, meloni, arance e limoni che includono vitamina C, flavonoidi e betacarotene per proteggersi dai tumori, prevenire l’invecchiamento cellulare e tutelare la vista. I caroteni e la vitamina A della zucca migliorano la funzionalità polmonare; l’arancia è nutritiva, tonica, disintossicante e antinfiammatoria; l’albicocca è anti-aging, in quanto frutto della longevità.
Nel verde ci sono broccoli, cavoli, bietole, spinaci, cime di rape, rucola e insalate, che con la clorofilla e il magnesio purificano il sangue, tonificano il cuore, neutralizzano le tossine, regolano la pressione dei vasi sanguigni e il tasso di colesterolo. Il cavolo pone rimedio a tosse, raffreddore, ulcera gastrica e depressione; il cuore del carciofo è un buon regolatore dell’apparato circolatorio.
Il colore viola include melanzane, radicchio, frutti di bosco, mirtilli, uva rossa, prugne e fichi. Pieni di fibra e antiossidanti prevengono l’aterosclerosi, ictus, patologie neuro-degenerative, curano gambe gonfie o vene varicose e proteggono l’intestino. La melanzana, mangiata con la buccia, è indicata per le insufficienze cardiache, abbassa il colesterolo, favorisce la digestione, difende il fegato e le sue foglie preparate in impacchi sollevano da scottature o ascessi; l’uva è un concentrato di vitamine, depura la pelle, fortifica i capelli, rinforza i muscoli e un grappolo al giorno è consigliato per donne in gravidanza o bambini in crescita.
Il colore bianco racchiude aglio, cavolfiore, finocchi, funghi, mele e pere composti da solforati, flavonoidi, selenio, potassio per combattere l’invecchiamento cellulare, fluidificare il sangue, rafforzare il tessuto osseo e i polmoni. L’acido folico del cavolfiore previene il rischio della spina bifida del nascituro; una mela dopo cena protegge le gengive, sbianca i denti, regola l’intestino e previene l’invecchiamento della pelle. La pera aiuta a perdere peso, riduce il rischio di tumore del colon, regola l’intestino ed è suggerita per la terza età o nell’alimentazione infantile. E teniamo a mente Pinocchio che da capriccioso mangiò solo la polpa della pera, ma poi per gran fame ingerì buccia e torsolo. «Ora sì che sto bene!» disse il burattino e Geppetto rispose: «vedi dunque che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!!…». Tanti, forse troppi e contraddittori: fra inquinamento, disinformazione e inconsapevolezza.
(*) vedi Pesticidi e bio, che bella coppia dove si auspicava che fosse una “prima puntata” perciò considerate questa la seconda.
(**) cfr Monsanto: l’inchiesta di Le Monde e Monsanto: l’inchiesta di Le Monde/2 ma di glifosato ovviamente abbiamo scritto in altre occasioni.
da qui

giovedì 9 novembre 2017

Monsanto: l’inchiesta di Le Monde - Stéphane Foucart, Stéphane Horel (seconda parte)

È difficile far passare la Iarc (International Agency for Research on Cancer) per un’istituzione discutibile, caratterizzata da un atteggiamento “contrario all’industria” e contestata all’interno della stessa comunità scientifica.
Per la grande maggioranza degli scienziati, l’agenzia legata all’Oms è un baluardo d’indipendenza e integrità.
“Sinceramente faccio fatica a immaginare un modo più rigoroso e obiettivo di realizzare esperimenti scientifici collettivi”, dice l’epidemiologo Marcel Goldberg, ricercatore dell’Istituto nazionale francese per la salute e la ricerca medica (Inserm), che ha partecipato a diverse monografie della Iarc.
Per ogni monografia la Iarc riunisce una ventina di ricercatori di diversi paesi, selezionati in funzione delle loro esperienze e delle loro competenze scientifiche, ma verifica anche che non ci sia il minimo conflitto d’interessi.
La Iarc, inoltre, fonda i suoi pareri su studi pubblicati su riviste scientifiche ed esclude le ricerche commissionate dalle aziende. Per questo si distingue dalla maggior parte delle agenzie, che accordano invece un’importanza decisiva agli studi realizzati e forniti dalle imprese per valutare i loro prodotti.
È il caso dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa, con sede a Parma). Nell’autunno del 2015 il parere di quest’agenzia dell’Unione europea sul glifosato è molto atteso. In base alle sue conclusioni Bruxelles deve decidere se rinnovare per almeno dieci anni l’autorizzazione a usare il glifosato.
Il parere arriva a novembre, e la Monsanto può rifiatare, perché contraddice quello della Iarc: l’Efsa non considera il glifosato né genotossico né cancerogeno.
Ma la boccata d’ossigeno dura poco.

Qualche settimana dopo, le conclusioni dell’Efsa sono severamente criticate su una famosa rivista da un centinaio di scienziati, secondo i quali sono piene di lacune.
La stesura dell’articolo è coordinata da uno scienziato statunitense che ha assistito al lavoro sulla monografia della Iarc in qualità di “specialista invitato”.
Su di lui si concentrano subito le critiche. Si tratta di Chris Portier.
“Ho letto in giro che Portier non sarebbe competente. È la cosa più ridicola che abbia mai sentito”, dice divertita Dana Loomis, la vicedirettrice delle monografie della Iarc. “È lui che ha sviluppato molte delle tecniche d’analisi usate in tutto il mondo per interpretare i risultati degli studi tossicologici”.
Portier è uno di quegli scienziati con un curriculum di oltre trenta pagine.
Autore di più di duecento pubblicazioni scientifiche, è stato responsabile della sanità ambientale dei Centers for disease control and prevention (Cdc statunitensi) e ha diretto i Niehs e il National toxicology program.
“Ha un’esperienza professionale eccezionale”, dice Robert Barouki, direttore di un’unità di ricerca in tossicologia all’Inserm.
Ormai in pensione, oggi Portier lavora come esperto e consulente di diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’ong statunitense Environmental defense fund.
Il 18 aprile 2016 l’agenzia di stampa Reuters pubblica un lungo articolo sulla Iarc, presentato come un’agenzia “semi-autonoma” dell’Oms colpevole di creare “confusione tra i consumatori”.
L’articolo evoca “la preoccupazione per i potenziali conflitti d’interesse che coinvolgerebbero un consulente dell’agenzia strettamente legato all’Environmental defense fund, un gruppo di pressione statunitense contrario ai pesticidi”.
Alcuni “critici”, scrive la Reuters, “sostengono che la Iarc non avrebbe dovuto autorizzarlo a partecipare alla valutazione del glifosato”.
L’agenzia di stampa – che non ha voluto rispondere alle domande di Le Monde – dà la parola a tre scienziati che attaccano la Iarc, senza mai dire che tutti e tre sono consulenti delle aziende coinvolte.
L’articolo cita l’oscuro blog di David Zaruk, un ex lobbista dell’industria chimica che ha lavorato per l’agenzia di relazioni pubbliche Burson-Marsteller.
A Bruxelles, dove vive, Zaruk è conosciuto per la sua aggressività e le sue frequenti invettive (anche gli autori di questo articolo ne sono stati l’oggetto in più di un’occasione). È stato lui il primo a protestare per il conflitto d’interessi di Portier, e ancora oggi continua a perseguitare lo scienziato statunitense.
In totale Zaruk ha pubblicato una ventina di lunghi articoli sul glifosato, senza contare i tweet. Ha definito Portier “militante”, “topo”, “demone”, “erbaccia”, “mercenario” e anche “una merda” e uno che si è “introdotto come un verme” nel frutto rappresentato dalla Iarc. Ha paragonato la Iarc a una “crosta” da cui si può vedere uscire il “pus” quando si “gratta” tanto è “infettato dalla sua arroganza”, dalla “sua scienza militante politicizzata” o dalla “sua posizione contraria all’industria”.
Zaruk ha detto di aver avuto “tre contatti” con la Monsanto, ma smentisce formalmente di essere stato pagato per scri­vere. “Non ho ricevuto un centesimo per i miei articoli sul glifosato”, ha assicurato in una email a Le Monde.
Ad aprile del 2017 Zaruk pubblica anco­ra un articolo contro le ong, Portier e diver­si giornalisti, illustrandolo con una foto dei nazisti che bruciano i libri sull’Opernplatz di Berlino nel 1933.
I vaneggiamenti di Zaruk potrebbero essere facilmente sconfessati, ma la cita­zione da parte di un’agenzia di stampa au­torevole come la Reuters dà il via libera alla loro difusione.
In poche settimane le sue accuse sono riprese dal Times di Londra, dal quotidiano The Australian e negli Stati Uniti dalla National Review.
Su The Hill lo fa Bruce Chassy, un professore emerito dell’università dell’Illinois finanziato dalla Monsanto, come mostrano i documenti ottenuti nel settembre del 2015 dall’organizzazione non profit Us right to know.
Il “lavoro” di Zaruk è anche citato sulla rivista Forbes da un biologo della Hoover institution, un centro studi vicino al Partito repubblicano e di cui si trova traccia negli archivi delle aziende del tabacco.
All’epoca il biologo proponeva di far pubblicare degli articoli o di sfruttare le sue iniziative sui mezzi d’informazione per “parlare dei ri­schi della scienza”, pagando tariffe com­prese fra cinque e quindicimila dollari.
Gli attacchi di Zaruk sono ripresi anche da siti di propaganda come l’American council on science and health e il Genetic literacy project, animati da persone molto vicine alle aziende di pesticidi e biotecnologie.
Un articolo che attacca Portier e la Iarc è firmato da Andrew Porterield, che si definisce un “esperto di comunicazione dell’industria delle biotecnologie”.
Ma quale sarebbero esattamente i conflitti d’interessi di Portier?
Secondo i suoi avver­sari, attraverso di lui l’Environmental de­fense fund avrebbe influito sulla decisione della Iarc di classificare il glifosato come probabilmente cancerogeno.
“Ma Portier aveva lo status di ‘speciali­sta invitato’ proprio perché era legato a quest’associazione”, spiega Kathryn Guyton, la scienziata della Iarc responsabile della Monografia 112.
“Questo significa che il gruppo di lavoro l’ha consultato, ma Por­tier non ha contribuito alla decisione di classificare la sostanza in questa o quella categoria”.

Conflitto d’interessi
In realtà di conflitti d’interessi ce ne sono, ma vanno cercati altrove.
Nel maggio del 2016, mentre la stampa e i vari blog parlano dei dubbi sollevati a proposito della Iarc, un altro gruppo di esperti delle Nazioni Unite dà il suo parere sul glifosato.
Il Joint meet­ing on pesticides residues (Jmpr), un grup­po congiunto dell’Oms e dell’Organizza­zione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che s’interessa solo dei rischi legati all’esposizione alimentare (e non per inalazione, per contatto dermatologico e così via), assolve il glifosato.
Circa un anno prima, però, un gruppo di ong ave­va avvertito l’Oms sui conflitti d’interessi del Jmpr.
Tre dei suoi ricercatori, infatti, collaborano con l’International life science institute (Ilsi), una lobby scientifica finan­ziata dalle grandi industrie del settore agroalimentare, delle biotecnologie e della chimica: dalla Mars alla Bayern, dalla Kel­logg alla Monsanto.
Si trattava del tossico­logo Alan Boobis, dell’Imperial College, Regno Unito, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ilsi e uno dei presi­denti del Jmpr; di Angelo Moretto, dell’uni­versità di Milano, relatore del Jmpr, consu­lente e consigliere d’amministrazione di una struttura creata dall’Ilsi; e infine di Vic­ki Dellarco, consulente in diversi gruppi di lavoro dell’Ilsi e componente del Jmpr.
In teoria gli esperti del Jmpr sono sotto­posti alle stesse regole d’indipendenza della Iarc, cioè quelle dell’Oms, tra le più severe al mondo.
Di fatto un conflitto d’interessi apparente, proprio perché può alterare la credibilità dell’istituzione e delle sue decisioni, è grave quanto un conflitto d’interessi accertato. Tuttavia, interpellata da Le Monde, l’Oms ha assicu­rato che “nessun esperto era in una situa­zione di conflitto d’interessi tale da impe­dirgli di partecipare al Jmpr”.

Diritto all’alimentazione
Questa risposta lascia insoddisfatti Hilal Elver e Baskut Tuncak, rispettivamente relatrice speciale sul diritto all’alimenta­zione e relatore speciale sui prodotti e i ri­fiuti pericolosi delle Nazioni Unite.
“Chie­diamo rispettosamente all’Oms di spiegare come, in base alle sue regole, è arrivata alla conclusione che i rapporti degli esperti con l’industria non rappresentassero alcun 
conlitto d’interessi, apparente o potenzia­le”, hanno detto i due esperti a Le Monde.
“Processi di veriica adeguati, chiari e tra­sparenti sui conflitti d’interessi sono fon­damentali per l’integrità del sistema”, pre­cisano prima di “incoraggiare” le organiz­zazioni delle Nazioni Unite a “rivederli”.
“Gravi sospetti” esistono sul “fatto che le aziende ‘comprerebbero’ degli scienzia­ti per spingerli a confermare le loro posi­zioni”, hanno scritto i due esperti nel loro rapporto sul diritto all’alimentazione.
“Gli sforzi fatti dall’industria dei pesti­cidi”, si legge in questo testo consegnato al consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso marzo, “hanno ostacolato le riforme e bloccato le iniziative dirette a ridurre l’uso dei pesticidi su scala mondia­le”.
Gli “sforzi” a cui si riferiscono sono quelli fatti dalla Monsanto per screditare la Iarc, gli esperti del suo gruppo di lavoro e la qualità del suo lavoro scientiico.
Per il colosso dell’industria chimica è una que­stione di sopravvivenza.
Diversi studi legali statunitensi difen­dono gli interessi dei malati o dei parenti delle vittime morte per un linfoma non Hodgkin (Lnh), un raro tumore che colpi­sce i globuli bianchi ed è attribuito all’espo­sizione al glifosato.
Per loro la Monografia 112 della Iarc è una prova fondamentale. E per la Monsanto rischia di essere un ele­mento capace di influenzare le sentenze dei giudici.
Secondo i documenti legali, i risarcimenti e gli interessi da versare negli Stati Uniti alle ottocento persone che han­no denunciato la Monsanto potrebbero arrivare a un totale di diversi miliardi di dollari.
Entro la fine del 2017, inoltre, que­ste denunce dovrebbero diven­tare duemila, spiega Timothy Litzenburg, un avvocato dello studio Miller.
Appunti confidenziali, tabelle piene di cifre o rapporti interni, in tutto dieci milioni di pagine recuperate dagli archivi e dai computer della Monsan­to: sono i documenti che l’azienda è stata costretta a trasmettere finora alla giustizia.
Negli Stati Uniti la cosiddetta procedura di discovery (scoperta) autorizza queste operazioni.
Attraverso questa massa di documenti, i cosiddetti Monsanto papers, è possibile ricostruire il piano di risposta della multi­nazionale.
Una presentazione PowerPoint dell’11 marzo 2015, per esempio, illustra una strategia per influenzare l’opinione pubblica attraverso “progetti scientiici”.
Viene evocata una “valutazione completa del potenziale cancerogeno” del glifosato da parte di “scienziati attendibili”, “even­tualmente attraverso la formula di gruppi di esperti”. Questa strategia è stata effetti­vamente messa in atto.
Nel settembre del 2016 una serie di sei articoli apparsi sulla rivista scientiica Cri­tical Reviews in Toxicology assolve il glifo sato.
Ma la pubblicazione è apertamente “finanziata e sostenuta dalla Monsanto”.
Gli autori degli articoli sono i sedici ricer­catori del “gruppo di esperti di glifosato” a cui la Monsanto ha affidato la missione di “riesaminare la monografia della Iarc”.
La loro selezione è stata aidata all’Intertek, uno studio specializzato nella produzione di materiale scientiico per le imprese che hanno delle diicoltà legali per i loro pro­dotti.
La Monsanto e i suoi alleati si rivol­gono anche a Exponent e Gradient, altri due studi specializzati nella cosiddetta “di­fesa dei prodotti”.

Nessuna risposta
Nella presentazione PowerPoint del marzo 2015 si parla anche di pubblicare un articolo
sulla Iarc: “Com’è stato formato, co­me funziona e la sua scarsa evoluzione nel corso del tempo. È un’istituzione arcaica e ormai inutile”.
Ma poi lo scienziato che do­vrebbe scriverlo non pubblica niente sull’ar­gomento.
In compenso un articolo che corrispon­de perfettamente a questi requisiti appare nell’ottobre del 2016 su una rivista minore.
Il sistema di classiicazione della Iarc, “di­ventato obsoleto”, “non serve gli interessi né della scienza né della società”, scrivono i dieci autori dell’articolo: “Così la carne lavorata finisce per ritrovarsi nella stessa categoria del gas mostarda”.
L’approccio della Iarc, affermano gli autori, provoca “ti­mori sanitari, inutili costi economici, la perdita di prodotti salutari, l’adozione di strategie più costose per la sanità, il dirottamento di finanziamenti pubblici verso la ricerca inutile”.
Il tono è piuttosto insolito per una rivi­sta scientiica, ma questo forse si spiega con il carattere un po’ particolare della pubblicazione, la Regulatory Toxicology and Pharmacology.
Infatti nel suo comita­to editoriale ci sono molte aziende e con­sulenti aziendali, mentre il direttore, Gio Gori, è una figura storica dell’industria del tabacco.
Di proprietà del potente gruppo edito­riale scientifico Elsevier, è la rivista ufficia­le di una “società” che si dice scientifica, l’International society of regulatory toxi­cology & pharmacology (Isrtp).
Nessuna informazione è disponibile sul suo sito e né Gori né l’Isrtp né Elsevier hanno risposto alle domande di Le Monde.
Di conseguen­za non è stato possibile identiicare i re­sponsabili né tanto meno le sue fonti di finanziamento.
Tuttavia, l’ultima volta che l’Isrtp ha pubblicato l’elenco dei suoi finanziatori, nel 2008, compariva anche la Monsanto.
Per quanto riguarda i dieci autori dell’ar­ticolo, alcuni hanno lavorato o lavorano ancora per il gruppo svizzero Syngenta, che fa parte della “glyphosate task force”, l’organizzazione delle aziende che vendono prodotti a base di glifosato.
Altri invece sono consulenti privati, per lo più scienziati legati all’Ilsi, la lobby scientifica.
Tra questi ci sono Samuel Cohen, professore di oncologia all’università del Nebraska, Alan Boobis e Angelo Moretto.
Cohen, Boobis e Moretto non si limitano a questo articolo.
Qualche mese dopo pubblicano su Genetic Literacy Project un testo in cui si chiede “l’abolizione” della Iarc.
L’agenzia è accusata di diffondere la “chemiofobia” nell’opinione pubblica.
Se non fosse possibile riformarla, si legge nell’articolo, “dovrebbe comunque essere relegata in un museo, come la Ford modello T, l’aereo biplano e il telefono a disco”.
Nell’ambiente scientifico, di solito, l’autore che ha scritto la prima versione di un testo si fa carico anche delle modifiche fino alle ultime correzioni.
Chi dei tre ha scritto questi due testi, quello pubblicato sulla Regulatory Toxicology and Pharmacology e quello pubblicato sul sito Genetic Literacy Project?
“Non ricordo”, risponde Boobis, che a Le Monde ha parlato di un “lungo processo” di redazione e di “revisione nel corso dell’anno”.
Le idee sostenute nel secondo articolo rappresentano di fatto “una sorta di terapia d’urto”, riconosce Boobis.
Perché l’articolo è stato pubblicato su Genetic Literacy Project?
Boobis ammette che il sito non è molto noto per il suo rigore, ma spiega che il testo era stato rifiutato da una rivista scientifica.
Curiosamente gli argomenti degli autori sono identici a quelli della Monsanto e dei suoi alleati.
“Ci troviamo ormai in una situazione singolare, in cui ogni legame con l’industria è immediatamente considerato un indice di parzialità, di corruzione, di confusione, di distorsione e di non so cos’altro ancora”, ribatte Boobis.
L’obiettivo della Monsanto è “l’abolizione” pura e semplice della Iarc?
Alle domande di Le Monde l’azienda non ha voluto rispondere.

(*) Tratto da Le Monde. Tradotto e pubblicato da Internazionale.