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domenica 16 febbraio 2025

Macachi chiusi in laboratorio all’Università di Ferrara: chiediamo la loro liberazione

di Rete dei Santuari di Animali Liberi*


Esistono storie che non troveranno mai posto nei libri di storia, racconti di dolore e speranza soffocati dall’anonimato. Storie che rimangono celate tra le mura fredde degli stabulari, dove migliaia di animali vivono e muoiono nel silenzio di esperimenti a loro imposti. Questi animali diventano numeri e soggetti di ricerca, ma le loro storie restano sconosciute, rinchiuse in un universo di sofferenza senza testimoni.

Tra queste esistenze invisibili, ci sono sei macachi la cui vicenda, ora raccontata, potrebbe sembrare un’eccezione. Ma in realtà rappresenta solo una frazione di un dramma molto più ampio e silenzioso. Le loro storie sono solo una goccia nell’oceano di sofferenza che molti animali devono affrontare ogni giorno.

Questa è la storia di Clarabella, Eddi, Cleopatra, Cesare, Archimede e Orazio, sei primati che da molti anni vivono all’università di Ferrara.
Clarabella è nata nel 1999, ha 26 anni e da 23 anni sopravvive nello stabulario ferrarese. Cleopatra è stata rinchiusa nel 2014, come Cesare, entrambi da 23 anni rinchiusi in quelle mura. Archimede ed Eddi sono nati lì, rispettivamente nel 2005 e 2007, 20 e 18 anni di reclusione. Non conoscono altro mondo se non quello dentro e intorno alla loro gabbia, un metro cubo, al di là delle sbarre una stanza senza cielo, sole, luna, stelle, solo la luce artificiale che si accende e spegne così a differenziare il giorno dalla notte. ⁠

E poi c’è Orazio. Lui non c’è più. E’ stato sperimentato e poi ucciso. Nel 2020 fu aperto un procedimento portato avanti dall’avvocato David Zanforlini per Limav (Lega Internazionale Medici per l’Abolizione della Vivisezione) e dall’associazione Animal Liberation che vede come indagati l’ex rettore dell’università ferrarese, Giorgio Zauli, allora responsabile dello stabulario, l’attuale rettore di Unife, Laura Ramaciotti, il professore Luciano Fadiga, del Dipartimento di Neuroscienze, e il veterinario, Ludovico Scenna, membro dell’organismo che dovrebbe tutelare il benessere degli animali soggetti a sperimentazione, che ha consentito che tutto accadesse nel silenzio, senza opporsi.

Troppo spesso funziona così, in ogni ambito dove chi non può parlare è la vittima, l’oppresso. Briciole di prescrizioni inadeguate non rispettate, ignorate. Chi dovrebbe vigilare si gira dall’altra parte, non interviene, partecipa ad un sistema malato, compiacente verso chi è senza scrupoli e commette dei crimini.

Immaginate ora, provate ad essere lì con loro, in quelle gabbie.
Minuti, ore, giorni, mesi, stagioni, anni che si susseguono sempre uguali, un tempo insostenibile dell’orrore senza confini. In un metro cubo. Come mostrano le immagini catturate e diffuse da Animal Defenders.

Ma al di là dell’aspetto etico e morale che è già di per sé enorme, c’è altro: pare che le condizioni dei macachi siano ingiustificate e in contrasto con la normativa vigente. Infatti, il punto rilevante della vicenda, nonché l’appiglio legale pieno di speranza per le piccole scimmie, risiede proprio nelle condizioni di detenzione e stabulazione ingiustificabili, se non per il breve lasso di tempo dell’esperimento, non per il tempo indefinito del limbo in cui stanno vivendo sospesi, in quella che è una non vita.

Segregati e stabulati in gabbie singole, sepolti e dimenticati dentro ad una stanza dell’Università di Ferrara, senza possibilità di interagire fra loro, socializzare. Come è nella loro natura. Per questo motivo chiediamo di liberare i macachi superstiti detenuti negli stabulari dell’Università di Ferrara, chiediamo venga disposto il loro sequestro e che vengano spostati in un luogo dove vivere il tempo che a loro resta in una libertà che non sarà mai quella vera, ma dove possano arrampicarsi sugli alberi, interagire con i loro simili, vivere quel tempo che rimane scoprendo che un altro mondo esiste oltre quelle sbarre.

E chiediamo giustizia per Orazio. Che sia fatta chiarezza sulla sua tragica fine. E chiediamo ancora di porre fine alla sperimentazione animale, di finirla con quelle metodologie medievali mascherate da ricerca scientifica, di investire in metodi alternativi.

Nel 2025, con il progresso tecnologico e del sapere scientifico, non possiamo più accettare procedure obsolete e crudeli. Pensiamo che la scienza possa fare di meglio. Ricordiamo il recente caso di cronaca relativo all’Università di Catanzaro dove il mondo della ricerca non ha esitato a delinquere, utilizzando fondi pubblici per i propri tornaconti personali. Anche in questo caso sono indagati il rettore e altre personalità di rilievo.

Il 22 febbraio a Ferrara ci sarà un Corteo organizzato da Limav e Animal Liberation per esprimere dissenso e chiedere la liberazione dei macachi che alla luce di quanto sopra è sacrosanta e innegabile.
La Rete dei Santuari sarà presente. In nome della giustizia. In nome della libertà.

* La Rete dei Santuari di Animali Liberi è un network che riunisce e coordina rifugi per animali così detti da reddito, scampati all’industria della carne. Attualmente conta 26 santuari aderenti, disseminati per tutto il Paese, isole comprese. In essi, in questo preciso momento, risiedono più di 3400 animali, liberati dalla politica di dominio che agisce sugli animali nella nostra società e dall’industria zootecnica. I santuari della Rete non sono solo semplici rifugi. Sono antispecisti. Antifascisti. Per tanto si trasformano in spazi politici di resistenza, pace e libertà, in cui ogni animale torna ad essere ciò che è: ovvero una persona. Un individuo, unico al mondo.
Nei santuari si pratica la Cura e ha luogo un’economia al contrario, in cui quelli che, da tutto il mondo, sono considerati animali da reddito, diventano animali da “debito”, in quanto cessano di creare profitto e devono essere mantenuti (per cui costituiscono un impegno, un debito) da chi gestisce i santuari. E, così, gli animali che, per millenni di domesticazione, sono stati costretti a lavorare per l’uomo, si riposano e sono gli umani a lavorare per loro.

www.anmaliliberi.org, ig@retedeisantuari_official, fb @retesantuari

da qui

sabato 20 febbraio 2021

Uganda, la guerra civile degli scimpanzé - Enrico Alleva

(Testo di ENRICO ALLEVA - Foto di ANNE BERRY)

Un gruppo di 150 scimmie è vissuto in pace per decenni. Quando gli individui sono diventati 200 è successo qualcosa: si sono divisi in fazioni e han cominciato a uccidersi. Dunque la violenza di cui l’uomo è capace è “naturale”? Un etologo invita a non tirare conclusioni affrettate

Da trenta anni esperti primatologi statunitensi (gli etologi specializzati in scimmie) osservano in Uganda, al Kibale National Park, una gigantesca colonia di scimpanzé. Questo enorme gruppo sociale, circa 150 individui, è irritualmente numeroso dato che di solito questi nuclei consistono di una cinquantina di individui. Gli studiosi, coordinati da John Mitani e David Watts, distinguono con facilità i singoli scimpanzé, le vicende comportamentali nel tempo, il loro continuo dipanarsi, la ripartizione delle risorse di spazio territoriale e di cibo. E i rumorosissimi conflitti. Molto probabilmente grazie ad annate ricche di cibo e altre condizioni ambientali favorevoli dai circa 150 individui iniziali si è arrivati a duecento. Con il crescere del numero, sono aumentati gli eventi aggressivi.

Nel tempo gli scontri individuali si sono fatti sempre più violenti, come fedelmente registrato da Mitani e allievi a partire dal 2015. La crescente aggressività all’interno della specie (intraspecifica) in questa località è aumentata fino ad alcuni scontri così sanguinosi da risultare mortali. Al momento attuale, il grande gruppo iniziale si è suddiviso in tre distinti e belligeranti gruppi separati: uno occidentale, uno centrale, uno orientale.

Stanno facendo il giro del mondo le foto toccanti dello scimpanzé Basie, ben prima di essere attaccato e ucciso, mentre mostra i denti, a metà tra sorriso forzato e gesto di rituale minaccia, al fotografo che lo disturba tra le fronde ombreggianti della foresta ugandese. A Basie hanno strappato il pene.

Il giovane primatologo Aaron Sandel (Università del Texas), era fortunosamente presente allo scimpanticidio. Brutta fine anche per Erroll, (un testicolo divelto), maschio di basso “rango” sociale dunque più vulnerabile nell’economia sociale del gruppo, e forse periferico durante gli spostamenti del branco, nonostante la spiccata coesione e cooperazione che caratterizza la specie: che in effetti è continuamente dedita a risse chiassose e a rabbiosi rituali di minaccia, come afferrare un lungo ramo fogliuto e sbatterlo per terra emettendo una varietà di suoni (tra l’urlo rauco e l’abbaiamento) che segnalano ai conspecifici intenzioni, emozioni, e dunque propensione all’attacco: tutte strategie di solito intese a far sì che uno dei due contendenti arretri o più definitivamente si allontani dall’altro.

Nel gennaio del 2018, tre maschi del gruppo occidentale hanno inseguito e ucciso un giovane di 15 anni (lo scimpanzé vive in cattività fino a più di 60 anni). Alcuni maschi del gruppo occidentale hanno attaccato e soppresso tre maschi del centrale. Killer e vittime sono tutti maschi che in passato avevano verosimilmente condiviso scorribande a caccia di frutta e nidi, risse adolescenziali più o meno giocose e reciproci delicati spulciamenti che ne vincolavano affinità e alleanze. Parti degli organi sessuali maschili sono stati estirpati. Il dibattito arde nel mondo degli esperti…

L’aggressività dello scimpanzé era stata pittorescamente descritta dalla mitica pioniera etologa e primatologa Jane Goodall a cui l’antropologo Leakey affidò il compito di infiltrarsi con grazia silenziosa e infinitevole perseveranza in un gruppo sociale di scimpanzé tanzanesi, alla Gombe Stream National Reserve. Un laboratorio a cielo aperto divenuto nei decenni fonte di osservazioni dettagliate e continuative sulle vicende famigliari e di gruppo di queste scimmie antropomorfe: farsi accettare dal gruppo animale finché la presenza dell’etologo divenisse del tutto indifferente divenne requisito professionale di base.

continua qui

giovedì 21 marzo 2019

NON E' UN PIANETA PER SCIMMIE: SPERIMENTAZIONE UNLIMITED - Annamaria Manzoni




Tutte le torture, i patimenti, i terrori
 inflitti agli animali
appartengono legittimamente  al dolore infinito della storia
e ne modificano il senso, se ne abbia uno” - Guido Ceronetti



La storia continua: giusto un anno fa, il 24 gennaio 2018, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia Cinese delle Scienze di Shanghai, aveva comunicato la nascita  di Zhong Zhong e Hua Hua, due cucciole di macaco, frutto di clonazione. Termine, quello di clonazione, familiare già dal  1996 quando aveva “prodotto” la pecora Dolly  ( “abbattuta”, nonostante la sua fama,  a circa 7 anni di età a causa delle complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland), e poi, a seguire, mammiferi di  altre 23 specie: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  con il toro Galileo, la cavalla Prometea e  un rinoceronte bianco. Ma la “tecnica” cinesa era stata la prima ad avere successo con i primati, entusiasti della possibilità di creare un “esercito di scimmie”, secondo la loro espressione, su cui fare tutto ciò che avessero ritenuto opportuno su un Animale “così vicino all’uomo”. Gioia  e delizia per gli scienziati, ma viva preoccupazione per i cattolici, che paventavano il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, in una sorta di  “delirio di onnipotenza” , diceva il cardinale, Angelo Bagnasco,  mentre  altri, quali il ricercatore Cesare Galli, lamentavano astiosamente  le restrizioni (sic!) vigenti in Italia. 
Come previsto, la ricerca è proseguita a spron battuto e  il 23 gennaio di quest’anno dallo stesso Istituto cinese arriva la festosa notizia: nuova clonazione e questa volta le scimmie sono cinque e, udite udite,  tutte malate di insonnia.
In breve: degli Animali sono stati modificati geneticamente in modo da silenziare un fattore che regola il ritmo biologico e quindi l’alternarsi del sonno e della veglia; da loro sono state  prelevate delle cellule, a partire dalle quali i ricercatori hanno completato la clonazione: il risultato sono le cinque nuove scimmiette con lo stesso difetto genetico, destinate a  non dormire mai, fino alla fine della loro miserabile vita.  
Davvero un successone, spiegano, visto che mai prima si era riusciti  a clonare Animali affetti da insonnia,  disturbo capace di generare a propria volta squilibri ormonali, ansia, depressione,  schizofrenia: di tutto questo soffriranno i cinque piccoli primati nati in laboratorio, ma non poniamo limiti, perché, secondo il parere di Hung-Chun Chang,  coordinatore dello studio pubblicato su National Science Review, potrebbero insorgere anche altre patologie neurodegenerative, riprodotte in laboratorio.
Apprezzamento anche dagli scienziati di casa nostra, tra cui  Carlo Alberto Redi (accademico dei Lincei e direttore del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università di Pavia), che, sottolineando la “serietà” dell’esperimento, afferma che in questo modo "si sono ottenuti 'avatar' suscettibili di malattia nelle scimmie, gli animali più vicini all’uomo"; e di Giuseppe Novelli (rettore dell'Università di Roma Tor Vergata), che pregusta possibili progressi nella cura del diabete nonché dell’invecchiamento precoce, “perché finalmente abbiamo ciò che mancava, vale a dire un animale modello di malattia così vicino a noi.” Senza doverci più accontentare, quindi, dei topi, da sempre martoriati in numero oceanico, ma ahimè più lontani da noi quali “modelli”, quindi poco utili, come si deduce dalle parole degli stessi ricercatori, che pure con accanimento si sono prodigati ad usarli e abusarli, in spregio dell’opposizione di parte del mondo scientifico che da tempo ne sostiene la non validità. Ma tant’è: con tutti i topi che ci sono, ed esseri spregevoli quali noi li consideriamo, non è il caso di porsi tanti problemi al loro impiego, pur se inutile. 
Mentre il dibattito continua a snodarsi tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, restano escluse dal perimetro dell’interesse le piccole scimmiette, protagoniste perplesse e inconsapevoli, nonostante sia su di loro che si gioca tutta la partita, partita tragica, di perenne sofferenza: le prime destinate allo studio di malattie ( Parkinson, Alzheimer, tumori…), da fare insorgere sui loro corpicini; le altre già malate ancora prima di aprire gli occhi su un mondo il cui orizzonte sarà per sempre delimitato dalle pareti asettiche di un laboratorio e su cui neppure per un attimo potranno chiudere gli occhi per un po’ di riposo vista la loro condanna senza appello ad una veglia perenne.  Esserini da far crescere per un po’ in ambienti protetti e sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcuna malattia imprevista, perché malate devono essere e tanto, ma solo di quei morbi che animano l’interesse dei  loro studiosi, e che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. In ogni caso se qualche imprevisto dovesse malauguratamente rovinare il “modello” da loro rappresentato, non ci sarà da preoccuparsi oltre misura, dal momento che l’auspicato “esercito” di loro omologhe giustificherà un uso rilassato, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale” abbondante.
Il richiamo allo psicologo statunitense  Harry Harlow (1905-1981) e ai suoi macabri esperimenti è potente: intorno agli anni ’60 del secolo scorso, intenzionato  a studiare le conseguenze della deprivazione materna, cominciò ad utilizzare piccoli macachi, che staccava dalle madri a solo poche ore di vita, e poi chiudeva in gabbie, in cui inseriva “madri finte”, di stoffa e di metallo. I piccoli cercavano  un disperato contatto con la “mamma morbida”, preferendola a quella di metallo pur se era quest’ultima a fornire il latte. Il bisogno di contatto era talmente forte che i piccoli si avvicinavano a queste madri surrogate anche quando queste erano dolorosamente respingenti, come dimostrò il dr. Harlow, che usò “madri” progressivamente sempre più minacciose:  capaci di emettere aria compressa ad alta pressione, poi in grado di oscillare violentemente al punto di far tremare i denti e il capo del cucciolo, di buttare fuori una struttura metallica, che lo allontanava violentemente, fino ad arrivare alla “madre porcospino” emetteva” aculei metallici. Niente da fare: i cuccioli, benchè angosciati,  non smettevano di aggrapparsi alla “madre”  “perchè un bambino spaventato  si attacca a tutti i costi alla madre. Non ottenemmo come risultato alcuna psicopatia, ma non desistemmo.”  La successone orrenda delle fasi dell’esperimento risulta struggente persino da descrivere; ma  non per il dr. Harlow da ideare , dal momento che proseguì facendo costruire un suo personale  "pozzo della disperazione", in cui teneva in totale isolamento dalla nascita e per molti mesi dei piccoli di macaco, per studiare le loro reazioni: per la cronaca non sorprenderà sapere che erano di paura. Lecito qualche interrogativo sulla personalità del dr. Harlow, su cui risulta illuminante una sua dichiarazione (1974): "L'unica cosa che mi interessa è se una scimmia rivelerà qualcosa che posso pubblicare. Non ho alcun amore per loro. Mai averne. Non mi piacciono gli animali. Disprezzo i gatti. Odio i cani. Come potrebbero piacermi le scimmie?" Appiattimento emotivo, sentimenti negativi, utilitarismo come unica bussola del comportamento.
Non stupisce che i suoi esperimenti siano ricordati tra quelli più sadici e crudeli, tali, si ritiene, da avere alimentato per reazione la crescita della sensibilità animalista, insieme alla convinzione autoconsolatoria che siano stati  possibili  solo in un’epoca in cui, liberi da vincoli etici, gli scienziati potevano permettersi di tutto. Ma davvero gli esperimenti a cui sono oggi sottoposte le scimmiette cinesi risultano meno spietati?
Sarebbe rassicurante poterlo credere, non sembra proprio. Anche loro  sono immediatamente separate dalle madri (per inciso: surrogate) e questa separazione forzata è fonte di quell’angoscia, di cui già Harlow prendeva atto affermando di non stupirsi della drammatica ricerca di contatto, anche pagato al prezzo di  respingimenti dolorosi,  perché ”l’unica risorsa di un piccolo colpito o respinto –sia esso umano o rhesus- consiste nel creare a tutti i costi uno stretto contatto con la madre”. Ma, mentre Harlow divulgava queste osservazioni, che erano l’oggetto dei suoi esperimenti, delle reazioni, che possiamo immaginare ugualmente sconvolte, inconsolabili, terrorizzate, delle scimmiette cinesi non troviamo menzione, non interessano, non sono oggetto di studio.  E che dire della depressione? Harlow  la innescava mettendo gli Animali nel pozzo della disperazione, oggi gli scienziati la provocano come effetto della privazione del sonno: difficile pensare che per le scimmiette faccia differenza l’origine della loro sofferenza, dei dolori fisici e psichici a cui solo la morte darà sollievo.  
Quanto agli autori degli esperimenti, il dr. Harlow rivendicava orgogliosamente indifferenza, insensibilità,  odio nei confronti degli Animali che torturava:  altri tempi. Oggi i suoi epigoni se ne guarderebbero bene: si sono evoluti psicologicamente e sono ben consapevoli di dover  neutralizzare le proteste di una parte dell’opinione pubblica con metodi ben più efficaci di un provocatorio ed ostentato menefreghismo: molto più efficace ricorrere ad un meccanismo ben collaudato quale quello della giustificazione morale: se il male inflitto è funzionale ad avere la meglio sulla sofferenza umana, a lenire il dolore nostro e delle persone care, dei nostri figli (!!!), allora è giustificato, anzi lecito: di più: doveroso. Non occorre neppure argomentare tanto:  basta distogliere l’attenzione dalle vittime e concentrarla sull’obiettivo, sulle ricadute preziose sul benessere umano. Insomma, l’ assioma per cui il fine giustifica i mezzi è di incredibile presa e, come sempre nella storia dell’umanità, giustifica qualsiasi oscenità.
Un’attenzione particolare in tutta la vicenda merita l’informazione mediatica, in grandissima parte ancella fedele della sperimentazione animale come di ogni pratica funzionale a sostenere il sistema di valori dominante: negli articoli, a fare inizio dai titoli ad effetto,  si sottolineano gli orizzonti ottimistici che vedrebbero la sconfitta di malattie, che invadono con il loro carico ansiogeno l’universo delle nostre paure; si parla di nuove frontiere della scienza; si lodano i successi della ricerca.  Ogni pensiero rivolto a Zhong Zhong, Hua Hua e alle loro sorelle minori viene  sterilizzato: loro semplicemente scompaiono, non ci sono più: non ci si occupa della loro orribile sofferenza, derubricata a puro accidente, ininfluente in tutta la vicenda. Il linguaggio è al servizio della comunicazione: non si parla di Animali, ma di   “campioni” o di “modelli”, entità incapaci di  suscitare emozioni. Ciliegina sulla torta, non manca il trito riferimento al “sacrificio” animale, termine che rimanda ad    una sorta di libera scelta all’autoimmolazione da parte delle vittime, a cui vengono improvvisamente attribuite capacità di valutazione e di scelta, sulla scorta di spinte altruistiche. Ma come? Non sono erano solo “modelli animali”?!? Tornano subito ad esserlo con  il riferimento a quell’”esercito” messo a disposizione della ricerca, orrido preludio a quello che avverrà nel chiuso dei laboratori, rimarcato per salutare una  scienza “finalmente” dotata di tutto il “materiale” che serve:  e se saranno un esercito le scimmie “usate” vorrà dire che  sarà stato necessario….
Siamo di fronte ad una vera e propria mistificazione dei fatti: mentre l’esistenza delle piccole  e terrorizzate  Zhong Zhong e Hua Hua va sfumando, con le loro sorelle minori, gli scienziati e i giornalisti all’unisono pare abbiano rimediato ad un errore comunicativo del passato, evitando di riferirsi a loro con un nome proprio: dare un nome equivale a riconoscere un’identità all’individuo, renderlo riconoscibile e collegarlo ad un’intera vicenda di vita (e di morte), come fu per esempio con la pecora Dolly, che rivive ancora nel nostro immaginario quando il suo nome ne rievoca le vicende.  Prudentemente i nuovi piccoli primati sono soltanto le “scimmie clonate”, sorta di marziani irraggiungibili dalla nostra empatia, destinate a confondersi nella nostra mente con tutte le altre loro conspecifiche senza identità.  L’oblio è già in corso: se di Zhong Zhong e Hua Hua si era parlato per qualche giorno, l’interesse sulle nuove “scimmie clonate” è stato immediatamente racchiuso nel perimetro del mondo scientifico, non accessibile al vasto  pubblico, all’interno del quale è sempre possibile trovare fastidiosi contestatori. La vita continua e tutto si dimentica, soprattutto se non se ne parla.
Per il momento davanti agli occhi ci sono le immagine di scimmiette abbracciate, vicine, a cercare rassicurazione in altre uguali a sè, ugualmente fragili, pollice in bocca e sguardo mobile su  una realtà ancora sconosciuta. Intorno tutta una miriade di peluches colorati, risarcimento a prezzi di realizzo delle loro vite scippate. La più vecchia delle due immagini è già icona del passato perché Zhong Zhong e Hua Hua, un anno dopo, sono forse solo corpi deturpati, torturati e malati: se ancora sono vive.
Nel mare di indifferenza e nell’asservimento al pensiero dominante, che sono la cifra della grandissima parte dei mezzi di comunicazione, muti davanti alla sofferenza di esseri indifesi e senza colpa, ancora risuonano dall'Huffington Post, perché mai smentite, le parole  dell’allora senatore Marco Perduca che si augurava che le scimmiette clonate  prendessero il posto dei tanti gattini che infestano i social “perché sono i veri migliori amici dell’uomo”: detto da chi vanta nel proprio curriculum la partecipazione non a gruppi di facinorosi violenti, amanti di spedizioni punitive contro clochard indifesi, ma  ad associazioni quali Nessuno tocchi Caino, Certi diritti, Non c’è pace senza giustizia, lascia disperati perchè interroga ferocemente sul concetto di amicizia: se è l’universo di dolore che stiamo approntando per le scimmiette ciò che riserviamo ai nostri migliori amici, bisognerà convincersi che davvero non ci sono più speranze per l‘umanità.

sabato 1 luglio 2017

i nostri cugini muriqui



The Muriqui: Brazil’s critically endangered “hippie monkey” hangs tough
·         Less than 2,000 northern and southern muriqui live on in the remaining fragments of Brazil’s Atlantic forest.
·         Karen Strier and other researchers — many of them her former students — have taken up the cause of protecting these unique primates, with a good deal of success.
·         For $150,000 US, “the equivalent of a few SCUD missiles, we could save the largest population of northern muriquis for posterity,” says Strier. Another $300,000 would protect critical habitat for the southern species.
Northern muriqui monkeys from the wild population in RPPN Feliciano Miguel Abdala, previously known as the Estação Biológica de Caratinga. This privately owned ranch is the site of the longest-running large mammal research project in Brazil, led by University of Wisconsin-Madison anthropologist Karen Strier for 33 years. Photo courtesy of Carla B. Possamai/Universidade Federal de Espirito Santo
Muriquis often start their day by hugging one another. The Brazilian monkeys can become so entwined in lanky arms and prehensile tails, around tree limbs and each other, that it’s hard to tell them apart. Their sociability doesn’t end there. These primates don’t fight over food, sex or sleeping arrangements — an easygoing lifestyle that earned them the moniker “hippie monkeys.”
However, such peaceful ways belie the muriqui’s fight for survival…



C'è una scimmia, sull'orlo dell'estinzione, che parla quasi
come gli uomini e che vive in gruppi organizzati non sulla predominanza del più forte ma del più amato: tra i muriquì - brachyteles arachnoides
il nome scientifico - fratellanza e amore libero hanno estromesso
aggressività e litigi. Lo hanno rivelato in questi giorni ricercatori
brasiliani che hanno studiato per la prima volta il comportamento di
questa loquace «scimmia della pace». Ne restano meno di mille esemplari nella Mata Atlantica (la giungla costiera brasiliana) di Minas Gerais, a nord-ovest di Rio de Janeiro.
Alto un metro e mezzo coda compresa, con un pelame beige a contrastare col viso nero che gli ha procurato il nome popolare di scimmia carbonaia, il muriquì è il maggior primate del nuovo continente, ma nessuno aveva fino ad oggi scoperto le sue caratteristiche eccezionali.
LINGUAGGIO EVOLUTO - «Non esiste nessun'altra specie di
scimmia al mondo che arrivi ad un linguaggio così simile al nostro - spiega Eleonora Cavalcante Albano, ricercatrice della Unicamp di
Campinas (presso San Paolo), la più prestigiosa università brasiliana - Il muriquì è ben superiore allo scimpanzè africano. Quasi 140 ore di registrazioni hanno rivelato che il muriquì, al di là delle normali espressioni vocali usate da altre specie per situazioni di pericolo, soddisfazione, richiamo e così via, adopera almeno 534 sequenze foniche differenti per «chiacchierare» con i suoi simili. E lo fa specialmente al mattino appena svegliato, o sul far della sera prima di 
addormentarsi. Sono una serie di anomali nitriti e di suoni staccati, con un'inventiva sonora mai registrata in altri primati.
I DIALOGHI - Le scimmie dialogano fra loro, lasciando parlare
l'interlocutore e rispondendo ordinatamente dopo una pausa che può arrivare ai dieci secondi: si tratta di una comunicazione vocale
raffinata dove nessuno ripete mai lo stesso suono che l'altro ha
pronunciato. La straordinaria scoperta scientifica, annunciata
nell'ultimo numero della rivista «Pesquisa», equivalente brasiliano di «Nature».
AMORE E PACE ALLA BASE DELLA VITA SOCIALE - Un'altra caratteristica che rende unici i muriquì, è legata alla loro vita sociale. «I gruppi di muriquì, formati in genere da 15 a 50 scimmie, sono organizzati in base al contatto amoroso e non su gerarchie di potere - spiega Francisco Cardoso Mendes, ricercatore capo dell'Università di Goias, che ha studiato per due anni gli ultimi muriquì nella fitta foresta pluviale della riserva biologica di
Caratinga - A capo del gruppo non sono i più forti ma i più amati,
coloro che ottengono più abbracci dai compagni».
LA PRATICA DEGLI ABBRACCI - Abbracciarsi è una specialità di questa scimmia della pace che non conosce lotte per aggiudicarsi le femmine o competizione per distribuire il cibo: i muriquì si abbracciano anche per molti minuti di seguito, in media una volta ogni due ore e mezza. Spesso restano in cinque o sei ad 
abbracciarsi lungamente, in un solo groviglio appeso a un ramo con le lunghe e robuste code. I ricercatori brasiliani, appoggiati da colleghi americani dell'Università del Wisconsin, spiegano
in parte il fenomeno col fatto che le femmine di muriquì, quando sono in calore, emettono continui trilli di richiamo concedendosi a tutti i maschi, senza esclusioni. Il fatto poi che nessun muriquì sappia in pratica di che padre sia figlio non sembra creare problemi al branco, retto da un'inedita fraternità collettiva. Anzi potrebbe addirittura rafforzarne l'affettuosa coesione attraverso i prolungati abbracci della prole giovane e adulta con tutti i possibili papà.
11 marzo 2003