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sabato 1 aprile 2023

La distruzione della foresta amazzonica destabilizza il mondo - Robert Hunziker

 

Un nuovo studio durato 40 anni ha scoperto che ciò che accade nella foresta pluviale amazzonica influisce sull’intero sistema terrestre. Il che avvalora il fatto che la foresta amazzonica, la fonte più cruciale per il supporto vitale del pianeta, è in guai seri principalmente a causa della massiccia deforestazione.

 Il bacino del Rio delle Amazzoni è la più grande foresta pluviale del mondo, più esteso dell’insieme delle due più grandi foreste pluviali che vengono immediatamente dopo, il bacino del Congo e quello dell’Indonesia, e pari all’incirca agli Stati Uniti. La sua superficie copre il 40% del Sud America, comprese parti del Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana Suriname e Guyana francese.

Secondo il World Wildlife Fund (WWF): “L’Amazzonia è di vitale importanza perché le persone in tutto il mondo, così come a livello locale, dipendono dalla foresta pluviale. Non solo per cibo, acqua, legno e medicine, ma per contribuire alla stabilizzazione del clima: circa 76 miliardi di tonnellate di carbonio sono immagazzinate nella foresta pluviale amazzonica. Gli alberi in Amazzonia rilasciano nell’atmosfera fino a 20 miliardi di tonnellate di acqua al giorno, svolgendo un ruolo fondamentale nei cicli globali e regionali del carbonio e dell’acqua.”

Questo studio quarantennale collega la deforestazione amazzonica alla riduzione delle nevi tibetane e alla perdita di ghiaccio antartico. Entrambi comportano rispettivamente gravi conseguenze, in termini di perdita dei serbatoi idrici della natura per milioni di persone mentre il livello del mare aumenta ovunque.

Lo studio ha analizzato 40 anni di temperature dell’aria, concludendo che il clima del pianeta è una funzione di diverse forze disparate che interagiscono in modo tale che un nuovo stato planetario ostile alla vita potrebbe essere in corso. Lo studio ha analizzato le temperature orarie in prossimità della superficie accumulate dal European Center for Medium-Range Weather Forecast su una griglia globale di 65.000 località per un ciclo di 40 anni.

In particolare, lo studio ha dimostrato come le variazioni di temperatura dell’aria in una regione si sono propagate attraverso il sistema climatico per influenzare le temperature in altre parti del globo. Per esempio: “E’ probabile che la deforestazione in Amazzonia influenzi l’altopiano tibetano attraverso un complicato percorso di 20.000 chilometri determinato da modelli di circolazione atmosferica e oceanica. Lo studio suggerisce che un’Amazzonia sana e funzionante è cruciale non solo per il clima regionale in Brasile, ma per l’intero sistema terrestre.” (Fonte: Claire Asher, Amazon Deforestation Linked to Reduced Tibetan Snows, Antarctic Ice Loss: Study, Mongabay Series, 8 marzo 2023).

Hanno identificato potenziali punti di non ritorno dei principali ecosistemi planetari che potrebbero innescarsi uno dopo l’altro, modificando così la vita in una quantità di modi indesiderabili. Il catalizzatore sembra essere la foresta pluviale amazzonica.

Secondo Jingfang Fan, scienziato del sistema terrestre presso la Beijing Normal University e il Potsdam Institute, diversi elementi di ribaltamento del pianeta potrebbero innescarsi uno dopo l’altro in una massiccia cascata di eventi incontrollabili, cioè il bioma della foresta pluviale amazzonica, le calotte glaciali antartiche est e ovest, il permafrost artico e la grande barriera corallina. Secondo Teng Lui, Dottore di Ricerca della Beijing Normal University: “Questa è la prima volta che la teoria (matematica) delle reti complesse è stata applicata nel contesto di (estremamente lontani) punti di non ritorno… Abbiamo scoperto che la foresta pluviale amazzonica mostra una significativa teleconnessione con altri elementi di ribaltamento,” (ibidem).

Lo studio ha identificato una “forte correlazione” tra le anomalie di temperatura in Amazzonia e l’altopiano tibetano, a circa 15.000 chilometri di distanza. I dati confermano la coincidenza di temperature anomale sia in Amazzonia che in Tibet negli ultimi 40 anni. Inoltre, lo studio ha identificato la stessa relazione tra l’Amazzonia e l’Antartide. (Fonte: TC Liu, et al, Teleconnections Among Tipping Elements in the Earth System, Nature Climate Change, 2023)

“Le teleconnessioni descrivono relazioni remote tra componenti del complesso sistema climatico e riflettono il trasporto di energia o materie su scala globale. Le distanze del grande cerchio delle teleconnessioni sono in genere migliaia di chilometri “ (ibidem).

In effetti questo studio conferma studi precedenti che suggeriscono che un ecosistema sano, o viceversa malsano, in Amazzonia non soltanto è di impatto per la regione, ma in pari misura per l’intero sistema terrestre.

Secondo il World Wildlife Fund, è molto preoccupante che a partire dal 2022 il 35% della foresta pluviale amazzonica sia totalmente perso o altamente degradato. Sulla base di questo fatto dovrebbe crescere la richiesta di uno sforzo cooperativo a livello mondiale per adottare tutte le misure correttive necessarie, compresa la cessazione della deforestazione da parte dell’uomo.

Un altro studio: Amazon Against the Clock: A Regional Assessment on Where and How to Protect 80% by 2025 pubblicato dalla Amazon Network of Georeferenced Socio-Environmental Information, ancor più inclusivo dello studio del WWF, sostiene che il 26% dell’intero territorio amazzonico mostra prove di deforestazione e degrado di cui il 20% è classificato come irreversibile e il 6% altamente degradato. Secondo lo studio: “Dei nove paesi che compongono il bacino amazzonico, il Brasile e la Bolivia presentano le quantità maggiori di distruzione e di conseguenza, l’avanzamento della savana è già in atto in entrambi i paesi”.

“Nel numero di febbraio 2020 di Science Advances, il professor Thomas Lovely, membro senior della United Nations Foundation, e Carlos Norbre, esperto climatico dell’Institute of Higher Studies dell’Università di San Paolo, hanno segnalato che la perdita tra il 20 e il 25 % della foresta pluviale potrebbe segnare il punto di non ritorno per l’Amazzonia, inaugurando un’irreversibile transizione a un ecosistema più secco tipico appunto della savana.” (Fonte: The Amazon Approaches Its Tipping Point, The Nature Conservancy, 20 agosto 2020). Il Dr. Thomas Lovejoy (1941-2021) e il Dr. Carlos Nobre sono stati a lungo considerati i maggiori esperti mondiali sull’Amazzonia.

“Ci sono già alcune soluzioni implementate in base al principio che la natura e le persone possono prosperare insieme. Ad esempio, a São Félix do Xingú nello Stato brasiliano del Pará, TNC (The Nature Conservancy, un’organizzazione ambientalista statunitense, N.d.R), sostiene un progetto chiamato Cacau Mais Sustentável. Uno dei suoi obiettivi è aiutare gli agricoltori locali ad adottare pratiche più sostenibili, come piantare alberi di cacao autoctoni in terreni recuperati dal degrado per evitare ulteriori deforestazioni. Tali sistemi agroforestali comportano la piantumazione di colture e alberi autoctoni fianco a fianco, per riforestare le terre degradate”. (ibidem)

Nel frattempo, in netto contrasto con le forze della natura, la massiccia foresta pluviale sta subendo un’enorme commercializzazione: 600 progetti infrastrutturali sui fiumi, 20 nuove autostrade già pianificate, 400 dighe già operative o in fase di pianificazione e operazioni minerarie su larga scala. (Fonte: WWF)

Secondo il Living Amazon Report 2022 pubblicazione del World Wildlife Fund, 8 novembre 2022: “La situazione ha iniziato ad evidenziare che il punto di non ritorno è sempre più vicino: (1) le stagioni stanno cambiando; (2) le acque superficiali si stanno perdendo; (3) i fiumi stanno diventando sempre più scollegati e inquinati e (4) le foreste subiscono un’immensa pressione da ondate sempre più devastanti di deforestazione e incendi”.

Secondo il portale Statista.com: “Nel 2022, più di 145.000 focolai di incendi sono stati segnalati nella regione legale dell’Amazzonia in Brasile.” Di norma, gli incendi non si verificano naturalmente nelle foreste pluviali umide e bagnate.

Gli incendi e l’impronta umana che sono causa di tutto ciò stanno sfidando il 30% delle specie più preziose del mondo, sconvolgendone l’equilibrio naturale e degradando arbitrariamente la più grande foresta del pianeta.

Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro. Revisione di Daniela Bezzi.

da qui

 

 

mercoledì 6 gennaio 2021

ALBERI

 

Alberi senza dei - Guido Ceronetti

Un albero senza Dei, senza fate, senza significati trascendenti, è già un albero morto. Contro la passione distruttiva dell’uomo dissacrato non ha difesa.

Se c’è, in un cortile, un cedro del Libano più vecchio delle Piramidi che impaccia la sosta delle vetture di undici avvocati, nove commercianti, tre dentisti, un fotografo, una pediatra, lo si taglia subito. Ma se al cedro del Libano è legata la credenza che, tagliandolo, tutto il casamento crolla, perché morrebbe con l’albero il genio protettore del luogo, un rispettoso terrore impedirà il taglio; sbarrato da Psiche, il cortile resterebbe vuoto. Ai piedi dell’albero, velata, una prostituta sacra raccoglie monete dai balconi.

L’uomo tolto alle manette del sacro può fare soltanto quello che sta facendo; non chiedetegli di rispettare quel che non gli si presenta come una realtà oscura, funesta e imprevedibile. Si pensi al padre, al facile parricidio se padre significa una cosa qualunque, un atto, un’abitudine. L’opinione di Haudricourt e Hédin che tutte le piante attualmente coltivate sono state in origine sacre, e solo per questo sono sopravvissute, è da ritenere. Al culmine della secolarizzazione, c’è soltanto la distruzione.

E la ragione può così poco, nei fatti umani, che la distruzione degli alberi procede anche se la ragione, uscita dal suo sonno, si è messa a gridare che bisogna impedirla. Il razionalismo ecologico sostiene che bisogna salvare il verde (che cos’è il verde?) perché altrimenti l’aria diventa irrespirabile, e il suo stupore è grande, vedendo che un consiglio per sopravvivere non ha nessun effetto. La sopravvivenza non interessa concretamente l’anima umana; la risposta del cuore è glaciale. Quel che cerchiamo non è la sopravvivenza della specie (che cos’è la specie?), è un senso alla vita.

Gli alberi non sono il verde, sono «i nostri grandi fratelli immobili», una gente pelosa, umida e cornuta la cui caratteristica, inconcepibile per l’uomo, è una bontà infinita. Gli è impossibile vivere senza devozione disinteressata; li abbiamo lordati di sufficienza e di terrori. E l’ecologia fallirà, perché il suo orizzonte mentale non è diverso, in profondo, da quello del distruttore.

 

 Di più dirò: ch’a gli alberi dà vita

spirito uman che sente e che ragiona.

Per prova sollo: io n’ho la voce udita

che nel cor flebilmente anco mi suona.

(Tasso, Ger. Lib., 13, 49)

 

Virgilio, incominciando a parlare della peste del Norico, dice: Nec via mortis erat simplex, cioè la morte non arrivava per una sola strada. La morte degli alberi arriva per molte strade.

Una calvizie inesorabile, per la quale non ci saranno parrucche, va denudando dappertutto il cranio del pianeta. L’eccesso di popolazione umana divoratrice di mondi è un terribile contagio; tutti questi respiranti sono nemici del respiro; l’aria è consumata da loro. Le cliniche da cui i piccoli roditori umani escono in processione senza fine, sono grandi disboscatrici, dissimulate tra i pini e gli eucalipti. I gas tossici procreati senza misura da una città o da un impianto industriale partecipano, anche da grandi distanze, a tutte le stragi vegetali. Anidride solforosa, acido fluoridrico, organoclorati, viaggiano senza bisogno di passaporti falsi. La civiltà uccide gli alberi col fiato, come l’odore della tarasca, il drago di santa Marta, uccideva i tarasconesi.

Sotto il miasma, l’uomo (forse perché miasma lui stesso) resiste meglio: vive e delira anche dove la pianta, orfana di umidità sacrale, muore. L’uomo può scendere nel sottosuolo; la pianta può solo salire. Attraverso la nostra agricoltura avvelenata dalla peste chimica, la via mortis assume i frastagli, i meandri e le illusioni lugubri di un labirinto. «Il mondo, vaso spirituale, non può essere modellato. Chi lo modella lo distrugge» (Tao tê ching, 29).

Dappertutto immagini dell’epidemia: giungle asiatiche spiantate dai defolianti; macchia mediterranea e pinete fra i tentacoli di morte del miasma marino, untuosa garza in cui si combinano le schiume detergenti portate dai fiumi infetti e colatura di petroliera; l’Amazzonia brasiliana, di cui piani forsennati di sfruttamento imprenditoriale e governativo hanno decretato la distruzione; fondi marini senza vita. Ho sovente l’impressione, passando per certe nostre campagne, di trovarmi in un quartiere storico in demolizione, non ancora tutto abbandonato, ma istupidito, ubriacato dai crolli, dove i superstiti fissano il vuoto che cammina.

Non si creda che la perdita del Mato amazzonico sia inoffensiva per i bambini di Pinerolo o per gli studenti di Urbino. Non lo sarà che per quelli che non ne vedranno la fine. Senza conseguenze per tutti è soltanto la morte sicura di quelle poche migliaia di Indios che sopravvivono, nudità tristi, ombre piumate, coi latrati d’infinito della nostra rabbia intorno alle loro capanne, laggiù, nelle foreste amazzoniche. Tutti li hanno, tacitamente, condannati a morte. I superstiti dentro, forse, ai sarcofaghi ministeriali delle riserve. Ma prima, almeno, tirate tutte le vostre frecce avvelenate, ci sia per ogni punta una gola bianca! Anche per loro, come per gli alberi l’Ecologo, c’è l’Etnologo protettore, che li vuole vivi per portare in visita nella foresta i suoi schiamazzanti scolari: ecco il Popolo Primitivo! Date l’Etnologo ai coccodrilli, buona gente, non lasciate che scrivano libri, non lasciatevi capire da loro…

Ma una terroristica rete di autostrade calata sopra l’Inferno Verde demolito, enorme altare nero dell’ingegneria sadica e della Megera pioniera, non darà più soddisfazioni di quell’ottusa foresta piena di mostri e di preistoria? Il safari all’anaconda, senza neanche il modesto rischio di una freccia negli occhiali! Dov’è il freno capace di frenare? Perché un qualche terribile prodigio non paralizza le nostre mani? Perché non colano sangue i tronchi abbattuti?

L’untore, in questa pestilenza, uno dei gomiti della via mortis, esiste veramente. Ogni velenoso che al cinema catapulta tra le file di sedie vuote la sua cicca accesa, cova in sé la bragia di molti incendi. La stessa mano ignobile, in una collina asciutta, farà di un grande bosco carboni spenti.

Ogni nostra estate, per i boschi delle coste e delle colline, è una lunga corsa tra le fiamme. Cicca buttata, latta di petrolio, abulia della legge, sono tre facce e una testa sola: la miseria di un popolo che ignora, in alto e in basso, il rispetto della bellezza e della vita. È possibile avvicinarsi al distruttore e dirgli: «Quel che distruggi è il simbolo della Vita cosmica, e col simbolo avrai bruciato anche la vita» senza avere in risposta una coltellata?

Leopardi (Alla Primavera) usa, parlando di boschi, una parola che oggi si può intendere in due sensi: vissero. Voleva dire che i boschi vissero perché il dio Pan e le ninfe li abitavano, ma non è sbagliato intendere, insieme a questo, che vissero, come forma vivente, finché gli Dei e le ninfe li abitarono. Rimando il lettore a questo testo leopardiano e anche alla chiusa e all’abbozzo in prosa dell’Inno ai Patriarchi (da applicare agli ultimi Indios) come esempi non di scrittura poetica, ma di autentico vaticinio. Vissero è una piccola chiave per capire l’attuale peste della vegetazione, nella sua fatalità e nella sua sconcertante dipendenza umana. Un albero diventato semplice cosa, utilità, ornamento, dopo che fu abitazione vivente di esseri divini, sede di una forza soprannaturale, traccia visibile di una divinità, non è più salvabile. Vissero. Il petrolio dell’incendiario, la nube tossica, il dente del dozer non trovano ostacoli.

Nelle campagne meridionali, uno dei più orrendi e sfrontati delitti di mafia è la distruzione di uliveti: li segano di notte, per rappresaglia e per avvertimento. È un delitto che, se si avesse un’idea giusta del rapporto uomo-terra-ulivo-cielo, dovrebbe essere spietatamente punito con la morte. Sappi, uomo vile, che per un ulivo tagliato cadrà la tua testa. Divina legge, la legge che parlasse questo linguaggio forte.

Nell’Attica l’ulivo era sacro ad Atena, era Atena. Niente di più degno, nel momento grave in cui gli alberi prendono congedo dalla terra, di quel coro dell’Edipo a Colono, congedo del vecchio Sofocle dalla vecchiaia e dall’Attica, dove si canta la vegetazione che fiorisce alle porte di Atene. È l’incantato inno all’ulivo di Sofocle, all’ulivo che protegge la città dalla distruzione: «… una pianta di cui non so se mai ne sia nato l’uguale, in terra d’Asia o nella grande isola dorica di Pelope, una pianta indomabile, che si rifà da sola … l’ulivo dalle foglie cerulee, che nutre i nostri figli, l’albero che nessuno, né giovane né vecchio, può brutalmente distruggere o saccheggiare». Custodi dell’ulivo, dice Sofocle, sono Zeus e Atena, i cui sguardi mai l’abbandonano.

Da molto tempo lo hanno abbandonato, e i nostri ulivi non rinascono il giorno dopo, come quello dell’Eretteion bruciato dai Persiani. Li avvolge la via mortis nei suoi lenti giri. L’ulivo, finché vivrà, nutrirà, ma senza interdetto sacro, senza quegli occhi nascosti, è nelle mani del distruttore. 

Tratto da Guido Ceronetti, La carta è stanca

da qui





QUI un intervento di Laura Conti (del 1997)