Visualizzazione post con etichetta effetto serra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta effetto serra. Mostra tutti i post

sabato 18 aprile 2026

Effetto serra, era già tutto previsto - Renzo Rosso

Uscendo da teatro, un anziano signore mi saluta. “Non si ricorda certo di me, ma sono stato suo studente alla fine degli anni ‘80”. Gli ho sorriso come un vecchio pescatore. “Quando raccontava l’effetto serra e i suoi possibili impatti ci pareva una bizzarria. E invece…”. “Alle volte anch’io temevo di essere troppo…”. Mi chiedevo spesso se ne valesse la pena. Incerto se non rimanere nei ranghi. Se avessi conosciuto allora la circolare Glaser, però, sarei stata meno incerto, più fermo e tenace; oppure, al contrario, avrei desistito? Tra l’altro, il programma del mio corso di Infrastrutture Idrauliche —allora annuale e corposo e non ridotto una periodica serie di quiz— comprendeva perfino un seminario su oleodotti e gasdotti. Un omaggio a tutti i Glaser.

Nel 1982, Marvin B. Glaser, responsabile dei programmi per gli affari ambientali di Exxon, inviò una lettera circolare a 15 dirigenti e manager Exxon, allegando un documento di revisione tecnica intitolato “CO2 Greenhouse Effect, A Technical Review”, un rapporto tecnico, preparato dalla divisione di coordinamento e pianificazione della stessa compagnia (Hall, S., Exxon Knew about Climate Change almost 40 years ago, Scientific American, October 26, 2015).

Glaser affermava come il documento fornisse indicazioni “sull’effetto serra della CO2, oggetto di sempre maggiore attenzione sia dalla stampa scientifica che da quella popolare come questione ambientale emergente”. Egli garantiva ai colleghi che “il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera era motivo di preoccupazione poiché può influire sul clima globale.” E azzardava una stima del raddoppio del contenuto di CO2: “intorno al 2090, in base al fabbisogno di combustibili fossili previsto dalle proiezioni energetiche a lungo termine di Exxon”.

Nel rapporto Glaser c’era pure un bignamino sulla evoluzione del fenomeno: nei 25 anni precedenti al 1982 si era registrato un aumento di circa l’otto percento della CO2 atmosferica, che aveva raggiunto allora 340 parti per milione “una tendenza iniziata a metà del secolo scorso con l’inizio della Rivoluzione industriale”. Disse anche qualcosa di più; e di più sorprendente. Il suo gruppo di lavoro prevedeva che “il raddoppio della concentrazione attuale avrebbe potuto aumentare la temperatura media globale tra circa 1,3°C e 3,1°C”.

Glaser affermava che “il materiale era stato ampiamente circolato alla dirigenza di Exxon allo scopo di familiarizzare il personale sull’argomento”. E riconosceva una “considerevole incertezza” sull’impatto sociale del fenomeno. Il rapporto diceva anche che l’effetto serra avrebbe potuto essere rilevato entro il 1995 o il 2020 se la precisione dei modelli climatici fosse migliorata. Anche qui, erano previsioni azzeccate. Non solo i modelli, ma anche i dati gli stanno dando ragione.

Con buona pace del compianto Antonino Zichichi, negare l’influenza antropica sul riscaldamento globale è un esercizio più difficile che risolvere l’ultimo teorema di Fermat, giacché uno dei maggiori responsabili ne aveva ammesso la responsabilità quasi 50 anni fa. Exxon partecipava alla comprensione scientifica del fenomeno, non nascondendone i rischi. Anzi, aveva approfondito un sapere che la scienza dominante guardava con molto scetticismo. Chi poteva prevedere —incoraggiando la ricerca climatica— e provvedere —delineando strategie di mitigazione e adattamento— era la politica che adottò, invece, la posizione dello struzzo.

Se nel 1990 avessi avuto notizia di questo autorevole rapporto non avrei mai scritto “Effetto Serra: istruzioni per l’uso”, uscito in libreria nel 1994. Era già tutto previsto (cit. Riccardo Cocciante). E, invece…, avrei dedicato più tempo al progetto di gasdotti e oleodotti, anziché a costruire sapere climatico, rivelatosi affatto inutile agli ingegneri ambientali.

da qui

domenica 23 luglio 2023

L’effetto serra - Associazione Marco Mascagna

L’effetto serra ogni anno ci causa danni per decine di miliardi di euro, ma al Governo e a una parte dei cittadini non importa niente

Quanti ricordano l’uragano Florence? Quanti gli uragani Michael, Katryna, Wilma? Quanti la Tempesta Vaia? Crediamo pochi.

L’uragano Florence (venti fino a 220 Km/h) si è abbattuto nel 2018 sugli USA provocando in solo due giorni danni stimati in 22 miliardi di euro e 52 morti. Sempre nel 2018 il Michael (venti a 250 Km/h) in soli 3 giorni ha causato danni per 14 miliardi di euro. Nel 2005 il Wilma (venti fino a 281 Km/h, l’uragano più potente mai conosciuto) ha causato danni per 26 miliardi di euro e, nel medesimo anno, l’uragano Katryna (venti fino a 280 Km/h) danni per circa 145 miliardi di euro e 1896 morti [1].

La Tempesta Vaia si è abbattuta sull’Italia del Nord-Est nel 2018 causando danni per 5 miliardi di euro e 37 morti [1].

La siccità dell’anno scorso, che forse abbiamo già dimenticato, si stima abbia causato in Italia danni per 6 miliardi di euro [2].

Il cambiamento climatico non è qualcosa che forse avverrà: è già iniziato da vari anni e, pur essendo solo all’inizio, già causa ingentissimi danni e non solo agli ecosistemi, alle piante, agli animali, ma all’uomo. Non solo determina morti, feriti, malati, peggioramento della qualità della vita e disagi, ma consistenti danni economici.

Per la nostra società l’economia è tutto. Questo viene affermato in continuazione a parole e con i fatti: bisogna aumentare il PIL (prodotto interno lordo) sempre di più, ridurre gli sprechi di denaro, farlo fruttare di più, aumentare i profitti, tagliare le spese, ecc. L’effetto serra causa all’Italia decine di miliardi di danni ogni anno eppure sembra che ciò non interessi alla gran parte di politici e amministratori e anche alla gran parte dei cittadini.

Equipe di scienziati ed economisti da vari decenni compiono studi per stimare il costo economico di una tonnellata di CO2 emessa (cioè il costo dei danni determinati da un quantitativo di gas serra equivalente a una tonnellata di CO2). Sono studi difficili e le stime prodotte hanno un notevole margine di incertezza. Secondo uno dei più autorevoli studi (pubblicato su Nature nel 2022) il costo dei danni per ogni tonnellata di CO2 prodotta è di 165 euro (con un range di 39-367 euro) [3]; secondo un altro studio il costo è di 372 euro (con un range di 157-716 euro) [4].

Avere una stima del costo per la società di un’ulteriore tonnellata di CO2 aggiunta all’atmosfera è di estrema importanza. Secondo la “logica” dell’economia dominante (quella capitalistica, di mercato) se una tonnellata di CO2 provoca danni per 372 euro non vale la pena che uno Stato spenda più di tale cifra per cercare di non farla emettere, ma vale la pena spendere meno di quella cifra per ogni tonnellata di CO2 evitata. La stima, cioè, è un parametro fondamentale per i governi per calcolare la convenienza economica degli interventi contro l’effetto serra.

La stima ha anche un’altra funzione: permette di sapere quanto dovrebbero pagare i produttori di gas serra se si volesse applicare il principio “chi inquina paga”. E’ giusto infatti che i danni li paghi chi li produce e non chi li subisce o l’intera società. Se si applicasse una tassa pigouviana (da Pigou, l’economista che per primo la ha teorizzata) lo Stato avrebbe le risorse necessarie per “neutralizzare” ogni tipo di inquinamento. Inoltre poiché i prodotti più inquinanti costerebbero molto di più ciò porterebbe molti consumatori a non comprarli e i produttori sarebbero stimolati a trovare modalità produttive e prodotti meno inquinanti. Tutto ciò, secondo gli economisti pigouviani, darebbe un grandissimo contributo alla lotta contro l’inquinamento e il degrado dell’ambiente.

Purtroppo tutti questi ragionamenti così logici, giusti, razionali non sono seguiti e i governi se ne impippano dei risultati dei complessi studi condotti da scienziati ed economisti.

Infatti negli USA la stima che il Governo utilizza per definire la convenienza economica degli interventi contro i gas serra è di 33 euro per tonnellata di CO2, cioè 5 volte meno di quanto corrisponde alla realtà secondo lo studio pubblicato su Nature e 11 volte di meno di quanto stima il secondo studio [4]. Con una stima così bassa gran parte degli interventi contro l’effetto serra sono dichiarati non convenienti (dal punto di vista economico) e quindi messi da parte.

Per quanto riguarda la tassa sui gas serra prodotti (cosiddetta carbon tax) in Italia è stata introdotta con legge 448 del 23 dicembre 1998 (ma nessuno dei numerosi governi succedutisi dal 1998 a oggi ha dato concretezza a tale legge. Va detto che siamo in ottima compagnia, perché sono pochi gli Stati in cui realmente esiste una tassa sulle emissioni di gas serra (Paesi scandinavi, Olanda, Irlanda, Sud Africa e pochi altri) e la tassa quasi sempre non è dell’ordine di grandezza degli studi prima citati.

I detrattori della carbon tax dicono che può essere introdotta solo se viene accettata in tutti i Paesi del mondo, altrimenti succederebbe che le produzioni inquinanti sarebbero trasferite nei Paesi dove non esiste una tale tassa, vanificando la sua efficacia e determinando un depauperamento degli Stati che l’adottano. In realtà ciò può essere evitato tassando con una carbon tax i prodotti importati dai Paesi che non l’adottano. L’UE solo pochi mesi fa ha approvato una legge in tal senso, che però deve ancora avere l’approvazione del Consiglio e che entrerà in vigore tra vari anni.

Nella UE invece della carbon tax esiste il sistema ETS (Emissions Trading Scheme), che fissa un limite alle emissioni di gas serra per i vari settori produttivi e, quindi, per le varie aziende di quel settore; se un’azienda supera tali limiti è costretta a comprare permessi di emissione da aziende che hanno emesso meno gas serra di quello che era loro consentito.

La differenza tra carbon tax e ETS è sostanziale: nel primo caso è lo Stato che incamera i proventi della tassa ed essa può effettivamente essere pari al danno provocato dalle emissioni (cioè le esternalità negative sono del tutto internalizzate, come dicono gli economisti), nel secondo sono le aziende più virtuose che incamerano soldi dalla vendita dei certificati di emissione e l’ammontare della tassa è soggetta solo al mercato.

Entrambi i provvedimenti tendono a far aumentare il prezzo dei prodotti o servizi perché la tassa o i certificati comprati sono un costo in più per le aziende. Per esempio il Fondo Monetario Internazionale ha proposto una carbon tax di 67 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa. L’FMI ha calcolato di quanto aumenterebbero i prezzi di metano, elettricità e benzina nei vari Paesi con una tale tassa. Per l’Italia il prezzo del metano aumenterebbe del 50%, quello dell’elettricità del 18% e della benzina del 9% [5].

Ovviamente chi risentirebbe maggiormente di tali aumenti (e ancora di più se si applicasse una carbon tax di 165 o di 372 euro) sarebbe la popolazione più povera. Se si vuole evitare ciò e le giuste proteste che inevitabilmente sorgerebbero contro la carbon tax (vi ricordate i gilet gialli?) si dovrebbe destinare una parte del ricavato della carbon tax per sostenere le fasce di popolazione meno abbiente. Secondo l’FMI per compensare il 40% della popolazione (quella più povera) basterebbe solo un terzo dell’importo incassato con la carbon tax (per l’Italia cioè circa 5 miliardi dei 15 incassati) [5, 6]. Allo Stato resterebbero 10 miliardi che potrebbero essere utilizzati per finanziare la Sanità, i trasporti pubblici, la mobilità sostenibile, asili nido e scuole dell’infanzia ecc. creando anche occupazione in settori socialmente utilissimi e in attività ecosostenibili, con i conseguenti vantaggi per l’economia. E’ quello che ha fatto la Svezia, che ha una carbon tax di 113 euro per tonnellata di CO2 emessa (anche sui prodotti importati) e che ha destinato gran parte del denaro così raccolto a favore delle fasce di popolazione meno abbiente [7].

Purtroppo l’attuale maggioranza di governo la pensa tutto al contrario. Lo dimostrano non solo le dichiarazioni dei suoi esponenti (per esempio le ripetute dichiarazioni di Meloni che la transizione ecologica deve realizzarsi solo se non in conflitto con l’economia e con le imprese o l’impegno del ministro Urso di aiutare l’industria automobilistica così che raddoppi la produzione di auto [8]), ma le scelte che compie: per esempio quella di votare al Parlamento Europeo contro la legge per il ripristino della natura, la battaglia per annacquare il più possibile la legge sulla carbon tax della UE (una legge che secondo la Lega “danneggia vergognosamente il nostro tessuto economico e occupazionale”), l’opposizione alla legge europea che riduce i limiti consentiti di inquinanti nell’aria, ecc.

Una tale politica è una politica dello struzzo: mettere la testa sotto terra per non vedere il pericolo che si avvicina sempre più. Ogni giorno di ritardo nel prendere gli opportuni provvedimenti contro l’effetto serra determinerà più morti, feriti, disagi, ma anche gravissime perdite economiche per gli Stati e i cittadini. Più tardi si prendono i provvedimenti e più saranno costosi, in tutti i sensi.

Diffondi queste informazioni, condividi questo post sulla tua pagina e suoi tuoi social-

Note: 1) Wikipedia; 2) Siccità, danni per 6 miliardi alle imprese, Sole 24Ore 22/3/23; 3) Rennert K et al.: Comprehensive evidence implies a higher social cost of CO2, Nature, 210/2022; 4) Ricke K, Drouet L, Caldeira K, Tavoni M: Country-level social cost of carbon, Nature Climate Change, 8/2018; 5) Università Cattolica, Osservatorio Conti Pubblici Italiani: Carbon tax: il prezzo da pagare per salvare il pianeta, 15/11/19; 6) Malocchi A: Chi inquina, paga? Tasse ambientali e sussidi dannosi per l’ambiente. Ipotesi di riforma alla luce dei costi esterni delle attività economiche in Italia, Documento di Valutazione N. 6, 2017; 7) Wikipedia: Carbon tax; Per esempio si vedano le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Meloni all’assemblea della Coldiretti e a quella di Assolombarda e le dichiarazioni del Ministro delle Imprese Urso all’incontro con Stellantis il 9/7/23.

da qui