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giovedì 4 dicembre 2025

Cosa accade alle librerie indipendenti di Parigi e perché il blocco al fondo comunale ci riguarda? - Michela Calledda(1)

A Parigi la destra di Changer Paris ha bloccato i fondi comunali per le librerie indipendenti contestando un libro esposto da Violette and Co. Un precedente che è un allarme per la libertà culturale.

Ci sono storie che, viste da lontano, sembrano riguardare solo le grandi città, i grandi poteri, le loro tensioni interne e le librerie lontane. Ma basta cambiare angolo, guardare da uno dei margini – quelli che la provincia conosce così bene – per accorgersi che ciò che accade altrove parla anche di noi. Sempre. La rubrica “Tutto il mondo è paese” nasce proprio da qui: dalla convinzione che i luoghi periferici non siano posti minori, ma punti d’osservazione privilegiati. Che da una libreria di un paese, da strade che non compaiono nelle mappe del potere, si possa leggere con più chiarezza ciò che succede nelle capitali.

Perché ciò che accade a una libreria di Parigi non resta mai solo a Parigi: attraversa il mare, le pianure, i confini amministrativi e arriva fino a noi, nelle comunità che sanno cosa significa difendere ogni giorno un presidio culturale senza protezioni. Ed è da questa consapevolezza che parte il racconto di oggi: da un fatto apparentemente lontano che, se guardato con attenzione, rivela qualcosa di molto vicino. Perché la cultura è fatta anche di luoghi fragili e questi luoghi, ovunque siano, condividono lo stesso destino.

Parigi e il fondo bloccato per le librerie indipendenti

A Parigi nelle ultime settimane è accaduto qualcosa che non può essere archiviato come un semplice scontro politico. Un fondo comunale destinato alle librerie indipendenti è stato bloccato con un atto del gruppo Changer Paris, formazione della destra parigina legata a Les Républicains, che ha chiesto e ottenuto la sospensione dell’intera sovvenzione per trasformare in caso politico un libro esposto in vetrina da Violette and Co, storica libreria femminista e LGBTQ+.

Non è il gesto in sé a essere anomalo: è il principio, l’idea che un’amministrazione – o una parte politica con sufficiente forza istituzionale – possa intervenire direttamente sulla vita di una libreria a partire da ciò che quella libreria espone, propone, difende.
Una soglia che in una democrazia non dovrebbe mai essere oltrepassata. Ed è qui che la vicenda mostra il suo aspetto più inquietante.

Le librerie non sono negozi come gli altri. Sono snodi di senso, punti di ascolto

Perché ciò che emerge non è solo la volontà di condizionare un settore, ma l’idea che la politica possa intervenire sulla libertà culturale, decidendo quali voci sono accettabili e quali no. È un segnale che attraversa tutte le librerie – e, più in generale, tutti i luoghi indipendenti di cultura – lasciando intendere che una semplice scelta di vetrina possa trasformarsi in un terreno di scontro politico. Un clima che non tutela il pluralismo, ma lo rende vulnerabile.

E questo accade mentre in Francia, proprio nelle settimane precedenti, diverse librerie sono state bersaglio di raid fascisti: irruzioni, intimidazioni, volantini minacciosi, azioni coordinate contro librerie femministe, LGBTQ+ e politiche. Episodi documentati anche nel vademecum diffuso dal Syndicat de la librairie française, che ha invitato le librerie a riconoscere, segnalare e affrontare queste aggressioni. Un contesto che rende ancora più chiaro quanto il terreno culturale sia diventato uno spazio di attacco politico.

Librerie, presidi di complessità

Le librerie non sono negozi come gli altri. Sono snodi di senso, punti di ascolto, luoghi in cui le storie scomode trovano spazio, in cui la complessità può essere nominata. Sono spazi che non rispondono alla logica del consenso, ma a quella della libertà. E proprio per questo sono esposte.

Il fatto che la punizione sia arrivata attraverso un meccanismo economico non la rende meno politica: Changer Paris, in continuità con la linea di Les Républicains, ha usato lo strumento che oggi permette di intervenire senza dichiararlo apertamente – tagliare, bloccare, restringere lo spazio materiale della cultura. Non si discute un libro, si colpisce chi permette ai libri di esistere. Non si attacca un’idea, si mette a rischio il luogo che la ospita.

Il caso di Parigi ci riguarda da vicino. Perché racconta quanto sia fragile la linea di confine tra autonomia culturale e intervento del potere; quanto sia facile trasformare una libreria in un bersaglio; quanto sia pericoloso il precedente che si crea quando un’amministrazione decide che un titolo in vetrina può diventare materia di sanzione politica. E qui, davvero, tutto il mondo è paese. Perché anche altrove – nei piccoli centri, nelle periferie, nelle città dove la cultura non ha protezioni – le librerie indipendenti vivono dentro la stessa esposizione: margini minimi, nessun apparato alle spalle, nessun potere compensativo. Solo la propria coerenza e una comunità che le riconosce come presidi civili.

Quando una libreria viene colpita, è la qualità stessa della democrazia a essere messa in discussione. Perché la libertà culturale non viene mai negata tutta insieme: comincia a incrinarsi ogni volta che un potere – oggi a Parigi, domani altrove – decide che una vetrina è troppo ingombrante, troppo libera, troppo capace di dire ciò che non si vuole ascoltare.

Questo articolo fa parte della rubrica “Tutto il mondo è paese” a cura di Michela Calledda della Libreria La Giraffa di Siliqua2.


Link

https://www.violetteandco.com/

https://www.facebook.com/LaGiraffaLibri

https://www.vistanet.it/cagliari/2025/07/14/la-giraffa-aprire-una-libreria-come-atto-politico-la-storia-di-resistenza-di-michela-calledda/

https://www.italiachecambia.org/sardegna/

Michela Calledda in Bottega

https://www.labottegadelbarbieri.org/i-bambini-che-muoiono-nel-mediterraneo-e-gli-istinti-feroci-delle-piazze/

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-scuola-e-il-margine/

NOTE

1 Michela Calledda, Operatrice culturale, ha scritto per varie riviste fra cui Gli Asini e Sardinia Post, dal 2021 libraia, fondatrice della libreria indipendente La Giraffa a Siliqua, un piccolo centro a 40 km da Cagliari. https://www.italiachecambia.org/author/michela-calledda/

2 https://www.italiachecambia.org/2023/12/siliqua-libreria-indipendente/

da qui

giovedì 7 agosto 2025

Crisi della città e crisi dell’arte - Serge Latouche

 

L’omnimercificazione del mondo, complemento logico della società di crescita, ha conseguenze distruttive sulla qualità della vita in tutte le città. Ma al fallimento della «politica urbana» ha contribuito anche quella che è stata chiamata la «crisi della cultura», una distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita. L’introduzione del libro Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea (elèuthera) di Serge Latouche: una riflessione sull’estetica accompagnati da Baudrillard e Castoriadis

  

All’origine di questo libro c’è anzitutto la pubblicazione, in Italia, di un saggio scritto su impulso e in collaborazione con Marcello Faletra, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Palermo, intitolato Hyperpolis. Architettura e capitale[1]. Il termine «Hyperpolis» che ho suggerito per il titolo allude all’opera Les Géants del grande romanziere francese J.M.G. Le Clézio, che rappresenta una delle critiche più feroci alla società dei consumi. Hyperpolis designa una sorta di città-supermercato gigante, simbolo del mondo della merce nel villaggio globale. «Quando si è dentro Hyperpolis è come se si fosse dentro l’universo. Tutt’a un tratto le mura sono così lontane che non si riesce a vederle, sono sparite ai confini dello spazio. Il soffitto è tanto alto, il pavimento tanto basso, che è come se non ci fossero limiti. Lo spazio si è espanso molto velocemente, ha respinto le superfici dure e piatte, largo, tanto largo, ha spostato i suoi muri e le sue finestre, e ora non se ne vedono più le frontiere. Si è in lui, si fluttua». Questo luogo inumano invoca la sua distruzione. Si presenta allora come un ritornello ossessivo il mantra «Bisogna bruciare Hyperpolis», cosa che il protagonista, Machines, compirà alla fine del romanzo[2]. L’omnimercificazione del mondo, complemento logico della società di crescita, ha conseguenze talmente distruttive sulla qualità della vita che in effetti si può perfino arrivare ad augurarsi la scomparsa di questo mondo. La deterritorializzazione, ovvero la dinamica extra suolo dell’attività umana, devasta sia la campagna sia la città e saccheggia il paesaggio, a dispetto della buona volontà e del talento di architetti, urbanisti e paesaggisti che, spesso consapevoli del disastro, tentano invano di porvi rimedio. Se la megapolis nella quale viviamo non è altrettanto inumana di Hyperpolis è perché eredita una storia e una cultura che hanno preceduto il regno della merce e perché la colonizzazione del nostro immaginario da parte dell’economia fatica a distruggere fino in fondo la nostra capacità di resistenza.

L’analisi del disastro urbano non pertiene solo alla dimensione territoriale della logica di distruzione materiale compiuta dall’economia di crescita.
Questa costituisce di certo un elemento importante nei disordini che hanno avuto luogo di recente nelle banlieues francesi e che hanno portato il presidente Macron a parlare di «decivilizzazione». Ma al fallimento della «politica urbana» ha contribuito anche quella che è stata chiamata la «crisi della cultura», ovvero una radicale perdita di valori, un’altrettanto radicale distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita. Tale distruzione, che si può qualificare come di natura estetica, deriva in ultima istanza dallo stesso processo di colonizzazione dell’immaginario da parte del fattore economico presente anche nella deterritorializzazione. La capacità di resistenza mentale al processo distruttivo si nutre e si rinforza grazie alle distruzioni materiali. Siamo coinvolti in una lotta titanica – dove è in gioco nientemeno che la sopravvivenza della specie – che a vari livelli e con modalità diverse investe tutti.

Il caso ha voluto che questa riflessione sul disastro urbano sia avvenuta in concomitanza con una riflessione più generale sull’estetica, nata da un invito a partecipare al festival di Trani (cittadina pugliese, non lontana da Bari, ricca di storia), il cui tema era «la Bellezza». Dal momento che l’estetica non sfugge al collasso dei valori generato dal trionfo del valore economico, gli organizzatori del festival hanno pensato, non senza ragione, che la decrescita avesse qualcosa da dire al riguardo. Tanto la crisi dell’arte contemporanea, spesso denunciata, quanto il disastro urbano, risultano incontestabilmente da quel collasso. E il grande caos estetico tocca tutte le belle arti: l’architettura (e il suo prolungamento, l’urbanistica) così come la pittura o la musica, anche se la prima è toccata sia dall’impatto materiale della mercificazione sia dalle sue ricadute sull’estetica. Ecco verosimilmente la ragione per cui, nel progetto della decrescita, architetti e urbanisti sono stati interpellati molto più di pittori, musicisti o danzatori, anche se, in fin dei conti, tutti ne sono stati colpiti. L’ambizione di architetti e urbanisti è di risolvere la crisi sociale con l’utopia delle cités radieuses, mentre quella dei poeti, dei pittori, dei musicisti e degli altri artisti è di farci sognare, dimenticare la miseria del presente e reincantare il mondo.

L’estetica si trova pertanto al crocevia delle riflessioni sulla decrescita. La si incontra sia quando ci si interroga sul ruolo del sacro o sull’arte di vivere, sia quando ci si preoccupa di pedagogia o di colonizzazione dell’immaginario3.

Nonostante ciò, è ancora possibile ritrovare il senso e il gusto del bello? Ci si può inventare un’estetica adatta al progetto di costruire società di abbondanza frugale? Ne esistono già segni premonitori e anticipazioni? La decrescita non sfugge al malinteso dei progetti utopici, incastrati fra la pregnanza del presente e il futuro sognato: città di decrescita, abitazioni di decrescita ecc. Ci sono state anche rivendicazioni di decrescita nella pittura, nella musica, e perfino nella pedagogia. Si tratta di pretese largamente, se non totalmente, ingiustificate.

Si può essere urbanisti, architetti, pittori o musicisti e aderire al movimento della decrescita, e certamente questa adesione può e deve avere un impatto sul modo di praticare la propria arte. Tuttavia, non bisogna mettere il carro davanti ai buoi. L’arte non può essere arruolata per un progetto sociale e politico, proprio come non può essere sottomessa agli imperativi del mercato. «Il tentativo di strumentalizzare l’arte» scrive Castoriadis «porta alla sua pura e semplice distruzione»[4]. Anche se è possibile tratteggiare quelle che potrebbero essere città sostenibili e conviviali alternative alla società di crescita, è un azzardo troppo grande pretendere di anticipare un’estetica del futuro, nonostante essa costituisca una dimensione centrale del progetto della decrescita.

Questa riflessione sull’estetica nei suoi intrecci con il progetto della decrescita non ha la presunzione di presentare un’analisi esaustiva della crisi dell’arte contemporanea, tema che ha suscitato contributi molto approfonditi da parte degli specialisti, del cui novero non pretendiamo di fare parte[5]. Motivata dalla connessione con la decrescita, essa sfrutta largamente la critica poderosa di Jean Baudrillard enucleata nel suo pamphlet sul «complotto dell’arte», ma poggia al contempo sulle analisi della distruzione della cultura nella società capitalista condotte da Cornelius Castoriadis, disseminate nella sua opera e poi raccolte nel libro postumo Fenêtre sur le chaos[6]. Ovviamente l’analisi di Castoriadis, a differenza di quella di Baudrillard, non porta direttamente alla «nullità dell’arte contemporanea»: i giudizi che esprime sull’argomento, molto cauti[7], derivano dalla sua diagnosi della crisi della cultura occidentale, ovvero sostanzialmente dei suoi «valori». Tali valori – «consumo, potere, status, prestigio, espansione illimitata del governo della ‘razionalità’» – hanno esaurito il loro potere creativo e stanno ormai portando la civiltà occidentale al collasso. Seppur in forma diversa, la sua analisi si collega alla nostra sull’autodistruzione della società di crescita e sulla necessità di una «rivalorizzazione», ovvero di un’autentica rivoluzione culturale. Solo che la dialettica della cultura e della base materiale, che alcuni tentano perfino di negare, è tutto fuorché semplice. Nel momento in cui si tocca l’estetica, i giudizi inevitabilmente coinvolgono la soggettività del loro autore. E, per ben argomentati che siano, resteranno pur sempre molto discutibili. Al termine di un’analisi magistrale, in alcune pagine magnifiche nelle quali il suo acuto sguardo filosofico si combina con la finezza di chi ha a lungo frequentato la psicoanalisi, Castoriadis ammette la propria impotenza a penetrare tutti i misteri che l’estetica pone[8]. Noi non pretendiamo di fare di meglio… La rilettura di Castoriadis in occasione della pubblicazione francese dei suoi saggi mi ha portato tuttavia a prendere coscienza delle significative differenze tra le nostre analisi, cosa che mi ha spinto ad aggiungere in conclusione un breve «post scriptum». La decrescita, abbiamo scritto per parte nostra, è un’arte di vivere. L’arte di vivere bene, in sintonia con il mondo. L’arte di vivere con arte. L’obiettore di crescita è al contempo un artista. Qualcuno per il quale il godimento estetico è una parte importante della gioia di vivere. L’etica della decrescita implica dunque necessariamente un’estetica della decrescita, anche se l’etica della decrescita non si riduce a un’estetica. Fare della propria vita un’opera d’arte non è di per sé l’obiettivo primario della decrescita, ma piuttosto una delle sue conseguenze.

È quindi naturale che, avendo presentato Castoriadis e Baudrillard come precursori della decrescita, questi saggi si iscrivano nel loro solco, come, in misura minore, in quello di altri precursori quali William Morris, Jacques Ellul o Pier Paolo Pasolini, nel tentativo di portare un po’ di luce «decrescente» sui misteri dell’estetica[9].


Note all’Introduzione

1.      Serge Latouche e Marcello Faletra, Hyperpolis. Architettura e capitale, Meltemi, Milano, 2019.

2.      Ivi, p. 116. «All’ingresso di Hyperpolis non c’è nessuno. L’uomo che si chiama Machines avanza verso il centro e rovescia il primo bidone al suolo, vicino a una colonna. Accende un fiammifero e la fiamma gialla divampa alta. Un po’ più in là l’uomo Machines rovescia il secondo bidone. Già risuonano le sirene. L’uomo accende un secondo fiammifero e la fiamma divampa alta verso il soffitto. Poi l’uomo chiamato Machines arretra un po’, si siede, la schiena contro un pilastro. Guarda le fiamme che formano grandi onde verticali verso il soffitto, sente le sirene e i fischietti. Ma per lui fa lo stesso, attende» (Les Géants, Gallimard, Paris, 1973, p. 333).

3.      Si vedano i nostri saggi: Penser un nouveau monde. Pédagogie et décroissance. Entretiens avec Simone Lanza, Payot & Rivages, Paris, 2023 [trad. it. Il tao della decrescita. Educare a equilibrio e libertà per riprenderci il futuro, Il margine, Trento, 2021]; L’Abondance frugale comme art de vivre. Bonheur, gastronomie et décroissance, Payot & Rivages, Paris, 2020 [trad. it. L’abbondanza frugale come arte di vivere. Felicità, gastronomia e decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2022]; Comment réenchanter le monde. La décroissance et le sacré, Payot & Rivages, Paris, 2019 [trad. it. Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, Torino, 2020].

4.      Cornelius Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, Seuil, Paris,15 2007, p. 45 [trad. it. Finestra sul caos, scritti su arte e società, elèuthera, Milano, 2007].

5.      I curatori dei testi di Castoriadis [Fenêtre sur le chaos, cit.] includono una bibliografia sulla questione, di cui si segnala in particolare l’opera di Yves Michaud La Crise de l’art contemporain, puf, Paris, 1997. Bisogna inoltre menzionare il libro
più recente di Marc Jimenez, La Querelle de l’art contemporain, Gallimard, Paris, 2005.

6.      Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, cit.

7.      «La riflessione è dunque piena di trappole e di rischi»; ivi, p. 12.

8.      «Sono quarant’anni che questo interrogativo mi assilla: perché lo stesso pezzo, diciamo la Sonata n. 33 di Beethoven, composta da qualcuno oggi sarebbe considerata una sorta di scherzo, ma scoperta per caso in un solaio di Vienna sarebbe considerata un capolavoro immortale? […] Non ho visto nessuno riflettere seriamente sulla questione»; ivi, p. 33.

9.      Si vedano questi autori nella collana Les précurseurs de la décroissance da me curata per le Éditions Le Passager clandestin.

https://comune-info.net/crisi-della-citta-e-crisi-dellarte/

 

lunedì 17 marzo 2025

Tiritere sulla mancata vendita dei libri - Antonio Cipriani

Le persone non leggono libri. È un problema sociale, anche personale, visto che di professione faccio il libraio. Sul tema ci sono montagne di analisi, tutte giuste. Non aggiungerò cose particolarmente profonde al dibattito mediatico che, come spesso accade, vive lontano dalla realtà di tutti i giorni. La solfa dominante è che se ne stampano troppi, che durano poco sugli scaffali e poi diventano carta da macero, e che ci sono eccezioni librarie che tengono in vita il mercato.

Vero, ma chi vive il mondo dell’editoria aggiunge un particolare non secondario: i piccoli editori sono mortificati da condizioni di vendita assurde, in un sistema di distribuzione e vendita che è in buona misura gestito da pochi e grandi gruppi editoriali. Per essere distribuiti, i piccoli, pagano uno sproposito e poi non è detto che vengano venduti, perché nei supermercati dei libri finiscono nelle parti meno visibili per il cliente.

Quindi i troppi libri prodotti entrano spesso nella categoria invenduti. Talvolta ingiustamente, perché ci sono vere e proprie chicche stampate da case editrici di nicchia.

Quindi, chiede il barbiere anarchico, non si leggono libri perché il sistema industriale, mediatico-editoriale è un sistema chiuso e autoreferenziale? Può essere, si risponde da solo. Per esempio scorrendo le classifiche dei più venduti, o i fenomeni letterari in auge, mi rendo conto che non solo non leggerei (e non leggo) la maggior parte di quei volumi editati. Ti pare che perdo tempo a leggere un prodotto cartonato dei giornalisti famosi da salottino mediatico televisivo o peggio ancora quelli di psicologi, analisti nel dettaglio dei delitti i nazional popolare?

Quindi, facendo una sintesi, tu che faresti? Chiede il geometra Cerbetti, detto Benaltro. Io? Taglio i capelli a forbice antica e rado la barba con il mio rasoio speciale. E converso con gli astanti cercando di farvi capire, illetterati e frettolosi, che non può funzionare un sistema culturale a due facce: elitario e in mano a pochi, di intrattenimento pensoso o giocoso per abbeverare l’ignoranza arrogante abissale che sta frantumando qualunque principio di bene comune.

Prende il rasoio e traccia la linea: occorre invertire il senso, per restituire umanità e conoscenze alle comunità, cercando di mettere insieme i fili sparpagliati della cultura che dovrebbe innervare positivamente la società in cui viviamo, per non finire inghiottiti nelle fauci della cultura con la Q maiuscola che ahimè domina.

Eh, serve ben altro… azzarda il geometra. E chiosa: tocca a me?

da qui

sabato 1 marzo 2025

L’incredibile storia del ladro di libri - Vincenzo Latronico

 

Nell’estate del 2023 uno sconosciuto mi ha scritto mandandomi un estratto di un mio libro e un messaggio di complimenti. È una cosa che ogni tanto capita a chi scrive, e sul momento mi ha fatto piacere. Il piacere però è durato pochissimo, perché dopo un istante mi sono reso conto che si trattava di un brano inedito. Lo avevo scritto poche settimane prima, nell’ultimo capitolo di un libro che sarebbe uscito vari mesi dopo. E così anche io mi sono ritrovato coinvolto in uno dei più assurdi misteri dell’editoria internazionale. Un mistero, in parte ancora irrisolto, dal fascino sconfinato e dai risvolti pratici sostanzialmente inesistenti – il che potrebbe essere una buona sineddoche per la letteratura in generale.

Era la storia del “ladro di libri”, che per anni ha truffato centinaia di editori e agenti letterari per mettere le mani su migliaia di manoscritti inediti senza nessuna ragione apparente – e che, poco prima di contattare me, era stato rocambolescamente arrestato dall’Fbi e condannato da un tribunale statunitense.

Per capire il furto subìto da me – che non sarebbe stato l’ultimo – occorre capire i primi, e per comprendere i primi bisogna necessariamente conoscere qualcosa del mondo in cui si sono svolti, un po’ come quando un detective studia la scena di un crimine. Quel mondo è l’editoria letteraria internazionale.

Quando non è ancora un volume ma non è più solo un’idea, un libro è un file di testo che circola lungo la filiera di produzione e commercializzazione del settore, che con caratteristico passatismo lo chiama “manoscritto”. Spesso autori e autrici sono rappresentati da agenti, a cui mandano i propri lavori perché li diffondano tra gli editori che potrebbero essere interessati a pubblicarli. Quando sono in molti, i diritti sono venduti in aste che possono raggiungere cifre milionarie. In parallelo a questo processo operano gli scout, professionisti pagati dalle case editrici per seguire il mercato internazionale e segnalare i titoli promettenti, trovare scritti in lingue che non conoscono o arrivare su un libro di grande potenziale prima che generi un’asta.

Tutto ciò sembra molto codificato, e in parte lo è; ma – specie prima che si diffondesse la consapevolezza della frequenza dei furti – si concretizza in larga misura in una rete fatta di scambi fiduciari e contatti personali. Tranne che per rarissimi casi (i traduttori di Dan Brown lavoravano da computer senza collegamento a internet, sotto sorveglianza armata), i manoscritti sono gestiti senza particolari precauzioni, scambiati come allegati privi di password in email personali o messaggi su Whatsapp. Pubblicarli senza autorizzazione è un crimine impossibile da portare a termine restando impuniti; e la diffusione in rete di un inedito non fa che danneggiare un settore intero – ossia quello da cui trae la propria sussistenza chiunque abbia accesso al testo – senza portare guadagno a nessuno. Insomma: per molto tempo (e in parte tuttora) la difesa principale contro i furti di manoscritti è stata la domanda: perché qualcuno dovrebbe mai farlo?

Però qualcuno lo ha fatto. È cominciato tutto nella seconda metà del 2016, ma per molto tempo non è stato neppure chiaro che fosse successo qualcosa. Un agente riceveva un’email in cui un editor chiedeva un dato manoscritto, ma poi si incontravano di persona e quest’ultimo non ricordava di averglielo chiesto. Oppure il nuovo assistente di un agente lo richiedeva a una scout che lo spediva, e poi si ricordava di averlo già fatto. Ma si tratta di sviste, piccole frizioni del tutto cornprensibili in una rete di scambi informali. In realtà non lo erano: se chi riceveva quelle email le avesse studiate con attenzione, avrebbe notato che nei nomi dei mittenti c’erano strani errori – “g” al posto di “q”, suffissi “.com” al posto di “.it”, o “rn” al posto di “m”. Discrepanze che non nota quasi nessuno, se non è all’erta: ne ho messa una anche io, poche righe fa. E infatti nessuno le ha notate, anche perché nel caso di un furto digitale, la vittima è ancora in possesso di ciò che le è stato rubato.

Nel 2017 qualcuno ha provato – con sistemi simili – a mettere le mani sul manoscritto di un volume della serie Millennium, di Stieg Larsson. Viste le cifre in gioco – la trilogia ha venduto più di cento milioni di copie – il testo era protetto da una password, che l’editor ha preferito dare telefonicamente alla collega che l’aveva chiesta per email, scoprendo così che non l’aveva mai chiesta. A questo punto la voce ha cominciato a circolare e l’attenzione ad alzarsi, e agenti, editor e scout di tutto il mondo si sono resi conto che tante piccole sviste e frizioni subite nell’anno passato erano in realtà tentativi di furto: e che erano andati a buon fine.

La vicenda aveva vari aspetti inspiegabili. Innanzitutto, perché? Se nel caso di Larsson – uno dei più grandi successi editoriali del ventunesimo secolo – si poteva immaginare un interesse economico di qualche tipo, non si poteva dire altrettanto per quasi tutti gli altri: erano stati rubati riassunti di libri in corso di scrittura, note di lettura, e decine e decine di manoscritti di autori relativamente o completamente sconosciuti (come sarebbe stato il mio caso). Era impossibile che qualcuno sperasse di ricavarne qualcosa. E infatti non ci provava: il secondo aspetto inspiegabile era che, di tutti i testi trafugati, nessuno è mai uscito dal computer del ladro.

Un terzo mistero poi era legato allo sforzo dietro a tutto ciò. I falsi domini registrati per simulare gli indirizzi degli addetti ai lavori erano più di cento, i soggetti impersonati varie centinaia. Gli scambi, per credibilità, non si limitavano a richieste di manoscritti, ma contenevano gossip di settore, chiacchiere personali, aggiornamenti. A volte, l’indirizzo falso di una persona nota era usato per presentare alla vittima un segretario inesistente, che poi avrebbe richiesto i manoscritti, in un gioco di specchi possibilmente senza fine. Questo tipo di attacchi, noti come social engineering, non richiede particolari competenze di programmazione o di informatica; ma solo tanto tempo, tanta pazienza, tanti tentativi. Chi mai poteva avere interesse a farli?

Ce lo si è chiesto per anni con un misto di agitazione e curiosità, in un settore in cui la passione per le storie di detective non è un hobby, ma una qualifica professionale. Chiunque fosse il responsabile, doveva avere una profonda dimestichezza con l’ambiente: conosceva modi di dire e idiosincrasie, ricordava dove andava in vacanza la tale scout e come si chiamava il partner della tale editor, e soprattutto sapeva imitare lo stile di scrittura delle vittime che impersonava (in un solo caso è stato smascherato, perché la persona a cui aveva scritto era certa che il suo capo non avrebbe mai detto “grazie” o “per favore”). Qualcuno temeva che fosse un’agenzia legata al cinema di Hollywood. Altri ipotizzavano che fosse un programma di addestramento per hacker in erba, che poi avrebbero usato le stesse tecniche per carpire segreti industriali veri. Altri ancora erano convinti che fosse una persona in particolare, un professionista noto per essere sgarbato e un po’ strambo.

Un giornalista del New York Magazine ha indagato ossessivamente sulla vicenda per anni, costruendo un database con centinaia di voci simile alle pareti coperte di foto dei complottisti. Una sua collega, giunta quasi al colpevole, ha ricevuto email di minaccia scritte tutte in maiuscolo. Era il 2020, o il 2021. Ci si chiedeva chi fosse da anni, ma nessuno sapeva niente.

L’arresto

Poi arriva il 2022. Il 6 gennaio un italiano di neanche trent’anni atterra all’aeroporto JFK di New York e prima che ne possa uscire lo arresta l’Fbi, con l’accusa di truffa telematica e furto d’identità. La notizia gira rapidamente nell’ambiente editoriale di tutto il mondo: è lui, hanno preso il ladro di libri. Si chiama Filippo Bernardini. E la risposta di quasi tutti è stata: Filippo chi?

Bernardini era effettivamente un addetto ai lavori. Aveva fatto uno stage in un’agenzia letteraria inglese e poi si era occupato di contratti internazionali per un gruppo editoriale, due posizioni che gli avevano permesso di imparare rapidamente i canali percorsi dai manoscritti, i toni e le abitudini di chi ne gestisce i flussi. Ha cominciato con le truffe per gioco, o forse per frustrazione, dopo che il suo stage non era stato rinnovato: voleva dimostrare a se stesso di essere ancora in grado di mettere le mani su testi inediti, sentirsi ancora “nel giro”. Ma anche dopo aver ripreso a lavorare nel settore non ha smesso, anzi.

Perché lo ha fatto? Perfino la memoria difensiva depositata dal suo avvocato d’ufficio si apre con questa domanda, ma come nelle deposizioni di Bernardini e nelle carte processuali non c’è una risposta univoca. A volte si parla, appunto, di un bisogno di rivalsa contro il settore in cui sognava di lavorare (che però è perdurato anche quando in quel settore ci è tornato). A volte invece del piacere intimo di avere fra le mani un libro che quasi nessuno al mondo ha letto. In altri casi si dice, genericamente, che si trattava di una “compulsione”, o di un’ossessione per il collezionismo nata nell’infanzia e imputata a una mai diagnosticata neurodivergenza.

Ciò che è certo è che ha impersonato centinaia di uomini e donne mettendo le mani su più di mille inediti – di nomi del calibro di Margaret Atwood o Ian McEwan, ma in larghissima misura di scrittrici e scrittori semisconosciuti.

Data la quantità, risulta improbabile che li abbia letti tutti. Di certo non li ha mai diffusi. Solo per registrare tutti quei falsi domini avrà speso migliaia di euro. “Non ho idea di cosa farmene di questo caso”, dirà la giudice prima di pronunciarsi al riguardo. “Non c’è niente che abbia senso”.

da qui

domenica 15 dicembre 2024

Chiara Valerio, l’amichettismo e il teatrino morale (crollato) su Leonardo Caffo: ora dimissioni - Fulvio Abbate

Dopo la condanna del filosofo Caffo per maltrattamenti e violenza sulla compagna, crolla il teatrino morale che la scrittrice e la sua corte hanno allestito in nome del puro amichettismo


E ora, dopo la condanna al filosofo Leonardo Caffo, accusato di maltrattamenti e violenza ai danni della sua ex compagna, siano attese, pretese, le dimissioni di Chiara Valerio, direttrice della rassegna romana destinata alla piccola e media editoria, “Plpl”. Sia non meno chiaro chi ha mistificato per interesse e interessata ipocrisia. Il silenzio protervo di un clan che in nome della complicità piccina mostra un silenzio destinato in modo mistificatorio a colpevolizzare chi abbia invece da subito detto quanto fosse inopportuno l’invito all’“amico” Caffo. Imbarazzante non meno la difesa d’ufficio di Roberto Saviano: “Da Chiara Valerio c’è solo da imparare” (sic).

Resta però, fatto salvo ogni principio garantistico, che il nodo dell’intera questione va oltre il caso giudiziario, la presunzione d’innocenza, utilizzata da Valerio e dalla sua corte silente, complice, per tacitare le opinioni dissonanti, facendo ricorso al ricatto del presunto “linciaggio”, della “gogna”, di una non meno presunta “piazzale Loreto”. “Sepolcri imbiancati”, interessati a che il sistema della cooptazione non subisse scosse e il controllo del territorio della produzione e dello scambio letterario ed editoriale, fieristico e spettacolare continuasse a esistere, a lavorare, intatto, senza scosse tra emoticon e video risibili dalla Nuvola di Fuksas all’Eur, dove si è svolta la rassegna “Più libri più liberi”, destinata, solo sulla carta, alla “piccola e media editoria”. Il video di “scatolino” apparso sulla pagina Instagram di Plpl risibilmente vergognoso, ipocritamente, adolescenzialmente edificante.

Presunzione di autorità morale, quasi che Chiara Valerio, per dogma amichettistico, potesse garantire per il filosofo afferente al suo mondo di relazioni – i curricula di entrambi speculari, sovrapponibili: Radiotre, Scuola Holden e ogni altro luogo non meno da essi controllato con la protervia propria di una setta edificante – che, si è detto, adesso tace, nonostante, da subito, molte voci del femminismo avessero denunciato quanto fosse irricevibile la protervia di Valerio, supportata dall’amico Diego Bianchi che a Propaganda live le aveva concesso l’ennesimo spazio autoassolutorio. Il comunicato diramato da Plpl parla di risultati in linea con lo scorso anno. Falso. Sono i costi del biglietto e gli studenti che avrebbero gonfiato la partecipazione.

Dimenticavo: la direttrice artistica aveva invitato Caffo a parlare dei suoi libri nonostante il processo per maltrattamenti nei suoi confronti e la dedica della kermesse a Giulia Cecchettin. Inaccettabile che, nonostante l’evidenza del fallimento anche etico, Valerio sia stata confermata alla direzione dell’edizione 2025. I piccoli editori? Intanto, relegati nel sotterraneo della Nuvola, nero su bianco, lamentano una contrazione tra il 25 e il 40% delle vendite. Che avrebbe risparmiato – leggiamo – le più grandi case come Sellerio e Adelphi. Per oggettivi limiti e errori organizzativi.

Luca Briasco, editor di Minimum Fax, ha pubblicato su Facebook un lungo atto d’accusa: “So bene da cosa dipende il numero di presenze invariato: mai viste tante scuole in Fiera, dal mercoledì al venerdì. E però la facilità con la quale, il sabato e la domenica, si girava per Più libri più liberi mi è sembrata altrettanto (tristemente) senza precedenti”. Aggiungendo che “i dati sono semplicemente falsi (…). Infine, molti eventi sold out sono stati legati alla partecipazione di autori o personaggi pubblici che nulla hanno in comune con la maggioranza schiacciante degli editori presenti in Fiera”. La conferma dell’amichettismo sarà la tomba di una presunta egemonia letteraria “di sinistra”. Si sappia pure che le doverose, se mai arriveranno, dimissioni di Chiara Valerio non cancelleranno il vulnus in atto. Il silenzio del clan non meno irricevibile.

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lunedì 11 dicembre 2023

Crescono i lettori, ma più della metà legge meno di due ore a settimana - Giovanni Caprio

 

Crescono i lettori al 74%, ma più della metà legge meno di due ore a settimana

Crescono gli italiani che leggono: secondo l’indagine di Pepe Research per l’Associazione Italiana Editori (AIE), nel 2023 sono il 74% le persone tra i 15 e i 74 anni che hanno letto almeno un libro a stampa (anche solo in parte), un e-book o ascoltato un audiolibro nei 12 mesi precedenti. Si tratta in valori assoluti di 32,8 milioni di persone.
Nel 2022 l’indice di lettura era del 71%, del 68% nel 2019 prepandemia.
Ma mentre cresce il numero assoluto di lettori, cala la percentuale di chi legge con frequenza almeno settimanale.
I dati sono stati presentati durante “Più libri Più liberi”, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, che a Roma ha chiuso i battenti in queste ore.

“Più che il numero di lettori stanno diventando rilevanti altri elementi che qualificano l’atto del leggere, ha spiegato Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi di AIE.

Rispetto al 2022, ed è una tendenza che già si era vista negli anni precedenti, cala la percentuale di lettori che legge almeno una volta a settimana (erano il 72% dei lettori, adesso sono il 67%), mentre parallelamente aumenta la percentuale di chi legge solo qualche volta all’anno, dall’8% al 13%”.

Il tempo medio di lettura durante la settimana è di 4 ore e 18 minuti, ma un quarto degli intervistati (24%) dichiara di non avere letto nulla nella settimana precedente l’indagine e un altro 30% lo ha fatto per meno di due ore.

In sintesi, più della metà degli italiani che si dichiarano lettori, legge per meno di due ore a settimana. Se invece guardiamo ai nuovi modi della lettura, vediamo che un quarto degli utenti delle piattaforme social ha fruito di contenuti narrativi presenti sulle stesse piattaforme social o su piattaforme di condivisione di storie, ovvero 10,2 milioni di italiani. Tra questi, una percentuale del 15% non legge libri, e-book o ascolta audiolibri: equivale a dire che un 3% della popolazione si approccia alla narrazione fuori dalla forma libro, a stampa o digitale.

Per quanto riguarda specificamente i lettori di fumetti, questi sono il 21% degli italiani e rappresentano un insieme mediamente con consumi culturali più articolati dell’insieme dei lettori italiani. In particolare, i lettori di fumetti leggono più frequentemente (il 35% lo fa tutti i giorni contro il 31% dell’universo complessivo dei lettori), utilizzano di più i social network (il 95% lo fa tutti giorni contro il 90% dell’universo dei lettori), in un numero maggiore di casi possiedono e usano un e-reader (40% contro 24%), in un numero maggiore di casi ascoltano audiolibri (29% contro 16%).

Il tasso di lettura degli italiani rilevato da AIE differisce però profondamente da quello rilevato dall’ ISTAT a causa del tipo di domanda diversa che è stato posta ai due campioni intervistati, a loro volta espressione di fasce di popolazione differenti. Di fatto, le due indagini rilevano fenomeni diversi.
L’indagine ISTAT, che stima i lettori italiani al 39,3% nel 2022, popolazione di sei anni e più, chiede al campione “Negli ultimi 12 mesi ha letto libri (cartacei, ebook, libri online o audiolibri)? Consideri solo i libri letti per motivi non strettamente scolastici o professionali”. La domanda dell’indagine AIE rivolta alla popolazione tra i 15 e i 74 anni – dopo aver premesso all’intervistato che l’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionale – invece, è “Pensando agli ultimi 12 mesi le è capitato di leggere, anche solo in parte, un libro di qualsiasi genere, non solo di narrativa (come un romanzo, un giallo, un fumetto, un fantasy…) ma anche un saggio, un manuale, una guida di viaggio o di cucina, ecc. su carta o in formato digitale come un e-book, o di ascoltare un audiolibro?”.
“La formulazione della domanda – spiega Giovanni Peresson – vuole eliminare nel rispondente ogni ambiguità su cosa si deve intendere con lettura di un libro, considerando i comportamenti di lettura nel modo più ampio possibile e indicando nella domanda all’intervistato generi che potrebbero non venir immediatamente considerati come «libri» o come letture”.
Interessanti anche i dati e i numeri della piccola e media editoria in Italia, che nel 2022 ha pubblicato 47.850 novità, in lieve calo rispetto all’anno precedente (-0,6%) e pari al 59,3% dell’offerta editoriale complessiva. Le case editrici attive, micro, piccole e medie, sono 5.022, -0,9% rispetto al 2021. La quota di mercato nei canali trade (librerie fisiche e online e supermercati) nel 2022 è stata pari al 49,2%.

L’Osservatorio AIE sulla lettura e i consumi culturali a cura di Pepe Research viene realizzato continuativamente a partire dal 2017 e viene condotto attraverso due rilevazioni annue di circa 2 mila casi ciascuna, per attenuare fenomeni di stagionalità nei comportamenti, con una numerosità campionaria di 4 mila casi complessivi. Si compone anche di una rilevazione annua di mille casi su lettura e consumi culturali nel comune di Milano e di una rilevazione biennale Kids (+ 0-14 anni, con altre 1.000 interviste).

L’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionali. La raccomandazione all’intervistato viene espressa all’avvio dell’intervista. La formulazione della domanda vuole eliminare nel rispondente ogni ambiguità su cosa si deve intendere con “lettura di un libro” considerando i comportamenti di lettura nel modo più ampio possibile e indicando nella domanda all’intervistato generi che potrebbero non venir immediatamente considerati come “libri” o come “letture” (ad es. per un editore di manualistica sapere che una parte delle forme tradizionali di lettura si spostano sui tutorial e su YouTube, riveste un’importanza fondamentale nella sua progettazione editoriale).

Qui la ricerca dell’Osservatorio AIE: https://www.aie.it/Portals/_default/Skede/Allegati/Skeda105-9484-2023.12.8/11_30_PLPL_(7)_Lettura.pdf?IDUNI=etr1kfbd1n2gw1ccfrkzrzm44310.

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venerdì 18 settembre 2020

Il costo della libertà - Miguel Martinez

  

Un paio di mesi fa, la Libreria Tatatà – alcune amiche che hanno messo insieme con molta grinta uno spazio qui in Oltrarno (borgo di Firenze) – ha organizzato un incontro nel Giardino, con Francesca Volpe, che ho potuto conoscere così. Francesca, un paio di anni fa, ha fatto un giro per la Toscana, nella sua vecchia Renault 4, e ne ha ricavato un libro per una minuscola casa editrice, un libro che si chiama per l’appunto La Toscana in Renault 4. Viaggio sui sentieri dell’ecofilia e della libertà.

Francesca di mestiere fa la contadina. Che in questi tempi di devastazione universale, è la scelta più radicale che si possa fare. Nell’arco di tre mesi, ha visitato circa 150 luoghi vivi in tutta la Toscana, raccontandone le storie.

Un commentatore di kelebeklerblog.com, che si firma Peucezio, mi aveva scritto in privato una volta: “La Toscana comunque è sempre un mondo a sé: è talmente rappresentativa dell’Italia da essere, per paradosso, poco italiana. Lo stesso spirito ribelle e creativo che ha prodotto le meraviglie del passato, fa sì che oggi siano gli unici italiani ribelli a tutte le pastoie, le mediocrità, le forme di servilismo, gli atteggiamenti corrivi, manierati, un po’ fasulli tipici degli italiani”. Ora, non esageriamo, la Toscana ha prodotto pure Renzi. Però c’è del vero: di ogni luogo, di ogni persona, di ogni pianta, dobbiamo cogliere quel minimo accenno di virtù. E Francesca coglie come nessun altro, le virtù della Toscana.

Non sono bravo a fare recensioni distaccate: posso solo dire che sono rimasto colpito dal vasto mondo segreto, sotterraneo, che lei ha portato alla luce, di piccole persone che hanno rinunciato al mondo moderno, hanno scelto di vivere tra pievi romaniche e mani sporche e rovi, e semi che stanno per scomparire, e legno e cani, cercando di essere meno.

Francesca intervista Rita che ha una bancarella qui alla Fierucola a due passi da casa mia, che abbandonò il suo lavoro in città per farsi contadina:

“La libertà si paga ma è l’unica cosa per la quale valga la pena di pagare. Si paga con la fatica, con lunghe giornate di lavoro, con le levatacce per partecipare ai mercati, e con conti che a fine mese arrivano corti. Ma vivendo in città non avendo più alcun contatto con la terra, si perde il contatto con la vita. Se non viviamo di bellezza, di comunità, di terra, allora di cosa viviamo?

Francesca racconta storia su storia, e più ne leggevo di queste storie di piccole persone, a volte buffe, sognatrici, che hanno scelto di remare contro la modernità, a volte perché erano nate in campagna loro stesse, oppure perché avevano imparato a rinunciare alla città, più capivo che era lì la questione dei nostri tempi.

Francesca conclude con queste parole. Il suo libro, dice,

“è un piccolo tributo al grande lavoro che tutte le persone incontrate, ognuna a suo modo, stanno compiendo. Perché quello che stanno facendo non è semplicemente ‘lavorare in campagna’, è prendersi cura della terra e delle sue creature, curarne le ferite causate dall’industrializzazione selvaggia, dall’agricoltura convenzionale, dagli allevamenti intensivi e dall’alienazione umana, restituendo fecondità.

Non è soltanto ‘fare il proprio interesse personale’, è sfidare – da piccole realtà – le pastoie della burocrazia pensata per le grandi attività, affrontare le difficoltà economiche, contrastare tanto l’erosione dei suoli quanto quella dell’etica per contribuire al bene di tutti. E creare delle isole salubri con terra fertile, cibo sano, relazioni autentiche, braccia stanche e cuori pacificati delle quali beneficia – consapevolmente o inconsapevolmente – l’intera comunità dei viventi.

E queste isole luminose fluttuano tra chiazze di grigiore, ogni volta che ne sorge una nuova i loro confini fisici si avvicinano, le loro anime toccano e l’ordito dell’ecofilia si fa più saldo e più bello”.

La Toscana è una terra in cui molte persone si sono fatte piccole e umili, e si sono messe al servizio della mela panaia e della pera coscia; o hanno fatto come il mio amico che ha celebrato le nozze in stalla, perché non voleva abbandonare le bestie.

Nel naufragio universale, la vecchia contadina tramanda i semi alla ragazza con la Renault 4, e l’ultimo artigiano del quartiere insegna alla ragazza giapponese come rilegare i libri.

Pubblicato su kelebeklerblog.com con il titolo “Se non viviamo di bellezza, di comunità, di terra, allora di cosa viviamo?” e con l’invito ad acquistare il libro presso la Libreria Tatatà, “pur sapendo che le spese di spedizione saranno minori se decidete di arricchire Bezos invece di Fiamma e Silvia…”.

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martedì 10 dicembre 2019

«Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo» - Maurizio Pagliassotti



Il libro di Fabio Balocco, come tutti i suoi libri, è un testo che dovrebbe muoversi sulle onde del destino. Quando leggo i lavori di questo ambientalista già avvocato, mi viene sempre in mente la metropolitana, in particolare quelle schiene curve e quelle teste sui telefoni che imperano con le loro immagini. Immagino questo breve e denso libro abbandonato su un vagone, sfogliato per caso da gente comune che sta correndo verso la sua vita, e che per la forza del destino si imbatte nelle storie e nei numeri che Balocco allinea con asettica linearità.
L’autore, quando presenta i suoi lavori, sottolinea sempre un concetto: «mi piace dare voce a chi non ha voce». E questo è lampante, se si scorre la sua produzione letteraria: si va dalle piante che stanno silenziosamente colonizzando i nostri centri urbani demoliti dal cemento, ai poveri dimenticati da tutti, alle coste dei nostri mari trasformate in spianate di cemento e, ultimi ma non meno importanti, ai giocatori compulsivi de “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo”, pubblicato da Neos edizioni. Ignoro le ragioni per cui Balocco si occupa di questi mondi dimenticati, di queste voci che nemmeno chiedono di essere raccontate. Questo, per altro, mi sorprende sempre: in questo mondo ego maniacale, esistono esseri umani che sebbene al centro di storie epocali vivono nell’invisibilità e nel silenzio. Lui invece le raggiunge e le fa parlare le loro voci, che a volte emergono come fenomeni carsici che poi nuovamente scompaiono.
Nemmeno ottanta pagine quelle di Balocco, che però contengono tutto: cifre, testimonianze, devianze dello Stato, perfino un interessante digressione sulla ludopatia come possibile causa di esclusione da reato. Pagine per tutti, che credo finiranno nelle mani dei soliti: e questo credo sia un vero peccato. Eppure questo agile libro parla direttamente e in modo molto semplice a quel grande popolo che gioca, gioca, e gioca ancora. Anzi, che è proprio indotto dallo Stato e puntare sempre di più e sempre più spesso.
Cose note, seppur mai abbastanza ripetute. Ma dalle pagine di Balocco emerge un quadro singolare, in cui questo meccanismo voluto prende le forme di una vera tassa sulla debolezza e sulla solitudine.
Una tassa sugli oppressi: ecco cosa è il gioco oggi in Italia. Le testimonianze che l’autore riporta lo mettono chiaramente in luce: al di là delle drammatiche storie molto simili, dalle parole di questi poveri testimoni dell’abisso emerge una rete dalle maglie sottili e dalle dimensioni enormi. Una rete che ha il compito di prenderli e spolparli. Storie molto simili di uomini e donne che, come in meccanismo, iniziano giocando poco, poi un’improvvisa vincita – questo è un elemento fondamentale – poi l’euforia, poi la compulsione, poi la discesa all’inferno. Nel mentre, lo Stato offre, offre, sempre di più, avvolge come una spira delicata. Da cui si esce con grande fatica, e probabilmente mai definitivamente.
In un desolante panorama rimane questo libro, uno dei molti che dovrebbe esser letto nelle scuole e in generale ovunque vi sia il grande esercito di coloro che ignorano, prede perfette di un mondo senza pace.

venerdì 21 giugno 2019

Leggere ai bambini - Giovanna Mulas




Quanti di noi, ancora, leggono le favole ai bambini? Non si finisca di farlo, amici miei… di odorare la carta, di farci l’amore e riporre quel libro con cura, sapendo che crescerà con noi e ci attenderà tutte le volte che vorremo.
In tante di quelle favole, sovente sottovalutate, si nasconde il senso della vita, le difficoltà che fisiologicamente s’incontreranno lungo i cammini, il coraggio e la gioia di superarle o semplicemente accettarle, lasciare che scorrano, come acqua che le rocce non possono arginare. E anche qui sta l’autentico maturare: il comprendere che non si può combattere il tutto e sempre, che è sterile e controproducente il farlo; saggezza sta nel cercare di navigare l’oceano dell’esistere, e grande godimento interiore nel bramare a farlo con la maggiore dignità possibile.
Che ognuno possa scoprire l’incanto dell’infanzia, la magnificenza del chiaroscuro in tocchi sapienti, e i volti sorpresi, spaventati dei bambini, dinanzi all’imprevisto della narrazione. Cosa accadrà durante il prossimo capitolo? Cosa accadrà, nel domani della nostra vita?
A volte scriveremo noi stessi, ipotizzando già una fine degna di quel romanzo, a volte invece attenderemo, con ansia oppure no – e sarà giusto così – ciò che sarà giacché forse, forse, come dice qualcuno “È tutto già scritto”, o forse qualcosa più in alto dell’umana comprensione farà in modo che il capitolo scorra come deve, e soltanto il tempo lo renderà chiaro.

martedì 11 giugno 2019

Il clima giusto per leggere



Percorso di lettura sul clima e l’ambiente
(A cura del Nodo romano della decrescita)

I volumi raccolti e selezionati sono stati inseriti in quattro parti diverse per contribuire ad un primo orientamento del lettore.
Nella prima parte sono stati inseriti alcuni testi che permettono di avere subito un quadro dell’intero pensiero scientifico e analitico relativo al clima e più in generale all’ambiente e di cogliere l’importanza dei diversi problemi connessi. Sono tutti testi che non richiedono conoscenze specialistiche particolari, che offrono analisi organiche e complete, che non nascondono difficoltà e problemi relativi al passaggio ad un sistema economico completamente diverso da quello in cui siamo immersi e che invece fanno emergere con chiarezza i motivi profondi e talvolta drammatici che spingono verso il cambiamento. Non devono essere letti tutti per conseguire un buon livello conoscitivo e il lettore è libero ovviamente di scegliere quei testi che gli appaiono più attraenti.
Nella seconda parte sono compresi i testi che hanno dato origine al pensiero ambientalista ed ecologico e che possono essere considerati dei “classici” di questo filone di analisi sociale ed economica. Sono un po’ più impegnativi rispetto alle precedenti indicazioni e in alcuni casi dovrebbero essere inseriti in qualche conoscenza storica e culturale più approfondita. Sono invece più attraenti per un lettore che ama essere introdotto in modo più sistematico nella evoluzione di una linea di pensiero fortemente alternativa, partendo dalle fonti principali che hanno poi dato origini a linee complesse di pensiero economico e politico. Le ultime indicazioni, inoltre, aprono la strada alla fase della transizione, del tentativo, forse solo avviato, di realizzare un effettivo cambiamento delle società più in crisi e delle situazioni più gravemente compromesse.
Nella terza parte sono stati inseriti molti testi che permettono di approfondire aspetti particolari della situazione climatica e ambientale, che ha ormai alle spalle oltre 40 anni di storia evolutiva. Il lettore dovrà ovviamente scegliere secondo i suoi interessi, le sue linee di ricerca personali, la selezione garantisce solo il livello qualitativo delle opere indicate, che hanno tutte contribuito allo sviluppo complessivo del pensiero ecologico nelle diverse fasi di crescente gravità della situazione e degli equilibri del pianeta.
Infine, nella quarta parte, sono stati inseriti testi che provano, in alcuni campi, la necessità di procedere a cambiamenti radicali in tempi molto ristretti oppure documentano delle prime esperienze concrete di modifica della situazione climatica. La selezione è indubbiamente molto “parziale” e ha quindi carattere solo indicativo, in quanto mira solamente a far emergere particolari problematiche giudicate gravi e urgenti. Però il lettore più attento potrà effettuare i necessari collegamenti con altre esperienze e ricerche in corso, approfondendo le fonti giornaliere di una informazione qualificata e ricercando saggi e articoli significativi su siti aggiornati e pubblicazioni più recenti.
Infine, sempre per comodità del lettore, nelle prime due parti i volumi si susseguono secondo la data di pubblicazione, dalla più lontana alla più vicina; nella terza parte sono accostati per temi in modo che il lettore può reperire subito il tema che intende approfondire; nell’ultima parte non si è seguito alcun ordine, poiché i volumi sono stati selezionati con criteri solo qualitativi.

1. Testi essenziali
William Ruddimann, L’aratro, la peste, il petroliol’impatto umano sul clima, UBE Paperback, Milano 2007
Luca Mercalli, Che tempo che faràbreve storia del clima con uno sguardo al futuro, Rizzoli, Milano, 2009
Daniel Tanuro, L’impossibile capitalismo verdeil riscaldamento climatico e le ragioni dell’eco-capitalismo, Edizioni Alegre, Roma 2010
James HansenTempesteEdizioni Ambiente, Milano, 2010
AA.VV. Il pianeta roventecome salvarsi dal riscaldamento globale, National Geographic,
Charles Moore, L’oceano di plasticala lotta per salvare il mare dai rifiuti della nostra civiltà, Serie Bianca Feltrinelli, Milano, gennaio 2013
Alessandro Pilo, La strategia del colibrìmanuale del giovane eco-attivista, edizioni Sonda, Casale Monferrato, novembre 2013
Johan Rockstrom e Anders Vijkman, Natura in bancarottaperché rispettare i confini del pianeta, Edizioni Ambiente, Milano , 2014
James R. Flynn, Senza alibiil cambiamento climatico, impedire la catastrofe, Bollati Boringhieri, Torino, aprile 2015
AA.VV. La sfida del climaspeciale cambiamento climatico, manuale di sopravvivenza per un pianeta sempre più caldo, National Geographic, novembre 2015
Peter Wadhams, Addio ai ghiacciRapporto dall’Artico, Bollati Boringhieri, Torino, ottobre 2017
Luca Mercalli, Non c’è più tempocome reagire agli allarmi ambientali, Einaudi, Torino, 2018
Marina Forti, Malaterracome hanno avvelenato l’Italia, Laterza, settembre 2018

2. Testi base
Lester Brown, Bilancio Terragli effetti ambientali dell’economia globalizzata, Edizioni Ambiente, Milano, giugno 2003
Nicholas Stern, Clima è vera emergenzaFrancesco Brioschi editore, Milano, marzo 2009
Alan Weisman, Il mondo senza di noicosa succederebbe sul nostro pianeta dopo giorni o anni dalla scomparsa dell’uomo? Einaudi, Torino, 2010
Luca Mercalli, Prepariamocia vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza…e forse più felicità, ChiareLettere, Milano, maggio 2011
Paul Hawken, Amory Lovins, L. Hunter Lovins, Capitalismo naturalela prossima rivoluzione industriale, Edizioni Ambiente, settembre 2011
Ugo Bardi, La terra svuotatail futuro dell’uomo dopo l’esaurimento dei minerali, Editori Riuniti, Roma, novembre 2011
Jean-Pierre Dupuy, Per un catastrofismo illuminato, Medusa, Milano 2011
William Mcdonough e Michael Braungart, Dalla culla alla cullacome conciliare tutela dell’ambiente, equità sociale e sviluppo, Blu edizioni, gennaio 2013
Giancarlo Sturloni, Il pianeta tossicosopravviveremo a noi stessi? Zeitgeist, Prato, ottobre 2014
Jason W. Moore, Ecologia-mondo e la crisi del capitalismola fine della natura a buon mercato, Ombre Corte, Verona, giugno 2015
Gabriella Corona, Breve storia dell’ambiente in ItaliaIl Mulino, Bologna, settembre 2015
Gianni Silvestrini, 2 C (Due gradi)innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia, Edizioni Ambiente, Milano, novembre 2015
Paolo Ermani e Andrea Strozzi, Solo la crisi ci può salvarebasta con la follia della crescita!, Edizioni Il punto d’incontro, Vicenza, maggio 2016
Stefano Righetti, La ragione ecologicasaggi intorno all’etica dello spazio, Mucchi editore, Modena, ottobre 2017
Muhammad Yunus, Un mondo a tre zericome eliminare definitivamente povertà, disoccupazione e inquinamento, Serie Bianca Feltrinelli, Milano, aprile 2018

3. Letture di approfondimento
Gabriella Corona e Daniele Fortini, Rifiuti una questione non risoltaXL edizioni, Roma, aprile 2010
Linda Maggiori, Impatto zero, vademecum per famiglie a rifiuti zero, Dissensi, gennaio 2017,
Guido Viale, Azzerare i rifiutivecchie e nuove soluzioni per una produzione e un consumo sostenibili, Bollati Boringhieri, Torino, 2009
Antonio Massarutto, Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell’economia circolare, Il Mulino, Bologna ,febbraio 2019
Nicolò Carmineo, Come è profondo il marela plastica, il mercurio, il tritolo e il pesce che mangiamo, ChiareLettere, Milano, gennaio 2014,
Matteo Meschiari, Artico nerola lunga notte dei popoli dei ghiacci, Exorma, Roma, 2016
AA.VV. Partita al Polol’Artico più caldo apre un nuovo mondo, Limes Quaderni, supplemento al n.3 del 2008
P.M. Mannucci e Margherita Fronte, Cambiamo aria! Come difenderci dai danni dell’inquinamento. I dati della medicina, Baldini e Castoldi, Milano, 2017
Pippo Ranci, Matteo Leonardi, Laura Susani, Poveri d’energiaIl Mulino, Bologna, settembre 2016
Stefano Casertano, La guerra del climageopolitica delle energie rinnovabili, Francesco Brioschi editore, Milano, 2011
Erasmo D’Angelis, Un paese nel fangofrane, alluvioni e altri disastri annunciati, i fatti, i colpevoli, i rimedi, Rizzoli, Milano, ottobre 2015,
Elena Tioli, Vivere senza supermercatostoria felice di una ex consumatrice inconsapevole, Aam-Terra Nuova, Firenze, gennaio 2017
Mario Salamone, Al verde! La sfida dell’economia ecologicaCarocci editore, Roma, aprile 2014

4. Altre letture utili
Serge Latouche, Per una abbondanza frugalemalintesi e controversie sulla decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, gennaio 2012
Naomi Klein, Una rivoluzione ci salveràperché il capitalismo non è sostenibile, Rizzoli, Milano, gennaio 2015
Dyer, La guerra del climaMarco Tropea Editore, Milano, 2012
Luca Mercalli e Alessandra Goria, Clima bene comuneBruno Mondadori, Milano-Torino, 2013
Tonino Perna, Eventi estremi, come salvareil pianeta e noi stessi dalle tempeste climatiche e finanziarie, Altreconomia Edizioni, Milano, maggio 2011
Anthony Giddens, La politica del cambiamento climaticoIl Saggiatore, Milano, 2011
Edward O. Wilson, Metà della terrasalvare il futuro della vita, Codice editore, Torino, 2016
Luca Manes e Giulia Franchi, Il Delta del Niger italiano? Le mille ombre dello sfruttamento petrolifero in Basilicata, Re:Common, Roma, aprile 2018

Note
Suggerimenti, aggiornamenti e richieste di informazioni possono essere inviati alla mail del Gruppo Romano Decrescita: azione@tiscali.it
Articoli e saggi sono reperibili sul sito di Comune-info.net, nello spazio “clima” e in “Cerca” inserendo il nome degli autori più noti (ad esempio Serge Latouche, George Kallis, ecc.)
A Roma i testi indicati possono essere reperiti tramite la Libreria Odradek, via dei Banchi Vecchi, 53 Roma, mail odradek@tiscali.it, tel. 06 6833451