sabato 1 marzo 2025

L’incredibile storia del ladro di libri - Vincenzo Latronico

 

Nell’estate del 2023 uno sconosciuto mi ha scritto mandandomi un estratto di un mio libro e un messaggio di complimenti. È una cosa che ogni tanto capita a chi scrive, e sul momento mi ha fatto piacere. Il piacere però è durato pochissimo, perché dopo un istante mi sono reso conto che si trattava di un brano inedito. Lo avevo scritto poche settimane prima, nell’ultimo capitolo di un libro che sarebbe uscito vari mesi dopo. E così anche io mi sono ritrovato coinvolto in uno dei più assurdi misteri dell’editoria internazionale. Un mistero, in parte ancora irrisolto, dal fascino sconfinato e dai risvolti pratici sostanzialmente inesistenti – il che potrebbe essere una buona sineddoche per la letteratura in generale.

Era la storia del “ladro di libri”, che per anni ha truffato centinaia di editori e agenti letterari per mettere le mani su migliaia di manoscritti inediti senza nessuna ragione apparente – e che, poco prima di contattare me, era stato rocambolescamente arrestato dall’Fbi e condannato da un tribunale statunitense.

Per capire il furto subìto da me – che non sarebbe stato l’ultimo – occorre capire i primi, e per comprendere i primi bisogna necessariamente conoscere qualcosa del mondo in cui si sono svolti, un po’ come quando un detective studia la scena di un crimine. Quel mondo è l’editoria letteraria internazionale.

Quando non è ancora un volume ma non è più solo un’idea, un libro è un file di testo che circola lungo la filiera di produzione e commercializzazione del settore, che con caratteristico passatismo lo chiama “manoscritto”. Spesso autori e autrici sono rappresentati da agenti, a cui mandano i propri lavori perché li diffondano tra gli editori che potrebbero essere interessati a pubblicarli. Quando sono in molti, i diritti sono venduti in aste che possono raggiungere cifre milionarie. In parallelo a questo processo operano gli scout, professionisti pagati dalle case editrici per seguire il mercato internazionale e segnalare i titoli promettenti, trovare scritti in lingue che non conoscono o arrivare su un libro di grande potenziale prima che generi un’asta.

Tutto ciò sembra molto codificato, e in parte lo è; ma – specie prima che si diffondesse la consapevolezza della frequenza dei furti – si concretizza in larga misura in una rete fatta di scambi fiduciari e contatti personali. Tranne che per rarissimi casi (i traduttori di Dan Brown lavoravano da computer senza collegamento a internet, sotto sorveglianza armata), i manoscritti sono gestiti senza particolari precauzioni, scambiati come allegati privi di password in email personali o messaggi su Whatsapp. Pubblicarli senza autorizzazione è un crimine impossibile da portare a termine restando impuniti; e la diffusione in rete di un inedito non fa che danneggiare un settore intero – ossia quello da cui trae la propria sussistenza chiunque abbia accesso al testo – senza portare guadagno a nessuno. Insomma: per molto tempo (e in parte tuttora) la difesa principale contro i furti di manoscritti è stata la domanda: perché qualcuno dovrebbe mai farlo?

Però qualcuno lo ha fatto. È cominciato tutto nella seconda metà del 2016, ma per molto tempo non è stato neppure chiaro che fosse successo qualcosa. Un agente riceveva un’email in cui un editor chiedeva un dato manoscritto, ma poi si incontravano di persona e quest’ultimo non ricordava di averglielo chiesto. Oppure il nuovo assistente di un agente lo richiedeva a una scout che lo spediva, e poi si ricordava di averlo già fatto. Ma si tratta di sviste, piccole frizioni del tutto cornprensibili in una rete di scambi informali. In realtà non lo erano: se chi riceveva quelle email le avesse studiate con attenzione, avrebbe notato che nei nomi dei mittenti c’erano strani errori – “g” al posto di “q”, suffissi “.com” al posto di “.it”, o “rn” al posto di “m”. Discrepanze che non nota quasi nessuno, se non è all’erta: ne ho messa una anche io, poche righe fa. E infatti nessuno le ha notate, anche perché nel caso di un furto digitale, la vittima è ancora in possesso di ciò che le è stato rubato.

Nel 2017 qualcuno ha provato – con sistemi simili – a mettere le mani sul manoscritto di un volume della serie Millennium, di Stieg Larsson. Viste le cifre in gioco – la trilogia ha venduto più di cento milioni di copie – il testo era protetto da una password, che l’editor ha preferito dare telefonicamente alla collega che l’aveva chiesta per email, scoprendo così che non l’aveva mai chiesta. A questo punto la voce ha cominciato a circolare e l’attenzione ad alzarsi, e agenti, editor e scout di tutto il mondo si sono resi conto che tante piccole sviste e frizioni subite nell’anno passato erano in realtà tentativi di furto: e che erano andati a buon fine.

La vicenda aveva vari aspetti inspiegabili. Innanzitutto, perché? Se nel caso di Larsson – uno dei più grandi successi editoriali del ventunesimo secolo – si poteva immaginare un interesse economico di qualche tipo, non si poteva dire altrettanto per quasi tutti gli altri: erano stati rubati riassunti di libri in corso di scrittura, note di lettura, e decine e decine di manoscritti di autori relativamente o completamente sconosciuti (come sarebbe stato il mio caso). Era impossibile che qualcuno sperasse di ricavarne qualcosa. E infatti non ci provava: il secondo aspetto inspiegabile era che, di tutti i testi trafugati, nessuno è mai uscito dal computer del ladro.

Un terzo mistero poi era legato allo sforzo dietro a tutto ciò. I falsi domini registrati per simulare gli indirizzi degli addetti ai lavori erano più di cento, i soggetti impersonati varie centinaia. Gli scambi, per credibilità, non si limitavano a richieste di manoscritti, ma contenevano gossip di settore, chiacchiere personali, aggiornamenti. A volte, l’indirizzo falso di una persona nota era usato per presentare alla vittima un segretario inesistente, che poi avrebbe richiesto i manoscritti, in un gioco di specchi possibilmente senza fine. Questo tipo di attacchi, noti come social engineering, non richiede particolari competenze di programmazione o di informatica; ma solo tanto tempo, tanta pazienza, tanti tentativi. Chi mai poteva avere interesse a farli?

Ce lo si è chiesto per anni con un misto di agitazione e curiosità, in un settore in cui la passione per le storie di detective non è un hobby, ma una qualifica professionale. Chiunque fosse il responsabile, doveva avere una profonda dimestichezza con l’ambiente: conosceva modi di dire e idiosincrasie, ricordava dove andava in vacanza la tale scout e come si chiamava il partner della tale editor, e soprattutto sapeva imitare lo stile di scrittura delle vittime che impersonava (in un solo caso è stato smascherato, perché la persona a cui aveva scritto era certa che il suo capo non avrebbe mai detto “grazie” o “per favore”). Qualcuno temeva che fosse un’agenzia legata al cinema di Hollywood. Altri ipotizzavano che fosse un programma di addestramento per hacker in erba, che poi avrebbero usato le stesse tecniche per carpire segreti industriali veri. Altri ancora erano convinti che fosse una persona in particolare, un professionista noto per essere sgarbato e un po’ strambo.

Un giornalista del New York Magazine ha indagato ossessivamente sulla vicenda per anni, costruendo un database con centinaia di voci simile alle pareti coperte di foto dei complottisti. Una sua collega, giunta quasi al colpevole, ha ricevuto email di minaccia scritte tutte in maiuscolo. Era il 2020, o il 2021. Ci si chiedeva chi fosse da anni, ma nessuno sapeva niente.

L’arresto

Poi arriva il 2022. Il 6 gennaio un italiano di neanche trent’anni atterra all’aeroporto JFK di New York e prima che ne possa uscire lo arresta l’Fbi, con l’accusa di truffa telematica e furto d’identità. La notizia gira rapidamente nell’ambiente editoriale di tutto il mondo: è lui, hanno preso il ladro di libri. Si chiama Filippo Bernardini. E la risposta di quasi tutti è stata: Filippo chi?

Bernardini era effettivamente un addetto ai lavori. Aveva fatto uno stage in un’agenzia letteraria inglese e poi si era occupato di contratti internazionali per un gruppo editoriale, due posizioni che gli avevano permesso di imparare rapidamente i canali percorsi dai manoscritti, i toni e le abitudini di chi ne gestisce i flussi. Ha cominciato con le truffe per gioco, o forse per frustrazione, dopo che il suo stage non era stato rinnovato: voleva dimostrare a se stesso di essere ancora in grado di mettere le mani su testi inediti, sentirsi ancora “nel giro”. Ma anche dopo aver ripreso a lavorare nel settore non ha smesso, anzi.

Perché lo ha fatto? Perfino la memoria difensiva depositata dal suo avvocato d’ufficio si apre con questa domanda, ma come nelle deposizioni di Bernardini e nelle carte processuali non c’è una risposta univoca. A volte si parla, appunto, di un bisogno di rivalsa contro il settore in cui sognava di lavorare (che però è perdurato anche quando in quel settore ci è tornato). A volte invece del piacere intimo di avere fra le mani un libro che quasi nessuno al mondo ha letto. In altri casi si dice, genericamente, che si trattava di una “compulsione”, o di un’ossessione per il collezionismo nata nell’infanzia e imputata a una mai diagnosticata neurodivergenza.

Ciò che è certo è che ha impersonato centinaia di uomini e donne mettendo le mani su più di mille inediti – di nomi del calibro di Margaret Atwood o Ian McEwan, ma in larghissima misura di scrittrici e scrittori semisconosciuti.

Data la quantità, risulta improbabile che li abbia letti tutti. Di certo non li ha mai diffusi. Solo per registrare tutti quei falsi domini avrà speso migliaia di euro. “Non ho idea di cosa farmene di questo caso”, dirà la giudice prima di pronunciarsi al riguardo. “Non c’è niente che abbia senso”.

da qui

Nessun commento:

Posta un commento