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lunedì 8 settembre 2025

La speculazione energetica degrada il paesaggio, sbanca le casse pubbliche, danneggia la transizione energetica - Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

Quanto sta accadendo negli ultimi anni in Italia nell’ambito della politica energetica è decisamente molto preoccupante.

In realtà, stenta a esser realizzata un’autentica transizione energetica, che ci porti alla sostituzione delle fonti energetiche fossili tradizionali (fondamentalmente carbone e petrolio) alle fonti rinnovabili (fondamentalmente sole, acqua, vento), senza stravolgere paesaggio, storia, cultura, identità dei territori, contesti economico-sociali.

Ciò sta accadendo per l’assenza di una vera e propria pianificazione energetica integrata con quella di gestione territoriale: sarebbe necessario, in primo luogo, sapere di quanta energia abbiamo effettivamente bisogno, considerando anche le tante forme di risparmio ed efficienza energetici, e come produrla senza danneggiare i valori territoriali del Bel Paese.

Invece, attualmente, la materia è sostanzialmente lasciata in mano alle continue e diffuse spinte da parte dei soggetti privati che, per loro natura, legittimamente puntano al proprio massimo introito.

Proviamo a vedere che accade.

 

La speculazione energetica.

Il ricorso all’energia prodotta da fonti rinnovabili è fondamentale per il contrasto ai cambiamenti climatici, tuttavia non versiamo il cervello all’ammasso dell’ideologia dell’ambientalmente corretto che scivola troppo spesso nell’oggettivo favore verso un’ipocrita speculazione energetica, che danneggia ambiente e soldi dei cittadini. 

Qualche sintetica considerazione sull’attuale situazione di speculazione energetica arrembante, con particolare riferimento alla Sardegna.

Appare piuttosto evidente la prevista trasformazione della Sardegna in piattaforma produttiva destinata alla servitù energetica, come esplicitato chiaramente da Terna s.p.a. e avallato dall’allora Ministro della Transizione Ecologica Antonio Cingolani (2021).

 

La Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “nella regione Sardegna è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) tale da superare già oggi di ben 7 volte quanto previsto come obiettivo da raggiungersi al 2030 sulla base del FF55, tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023 e nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria. 

Ma questo vale per tutto il territorio nazionale: “tale prospettiva si potrebbe attuare anche a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici..

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultano complessivamente ben 6.133, pari a 336,11 GW di potenza, suddivisi in 3.912 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 155,40 GW (44,90%), 2.063 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 110,18 GW (31,83%), 117 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 77,72 GW (22,46%), 24 richieste di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 2,49 GW (0,72%), 11 richieste di impianti di produzione energetica da biomasse per 0,24 GW (0,07%) e 6 richieste di impianti di produzione energetica da fonte geotermica per 0,08 GW (0,02%).

 

In Sardegna, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultavano complessivamente ben 695, pari a 50,14 GW di potenza, suddivisi in 455 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 19,38 GW (38,64%), 211 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 14,44 GW (28,79%), 28 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 16,33 GW (32,56%) e 1 richiesta di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 0,01 GW (0,01%),.

50,14 GW significa quasi 26 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna, aventi una potenza complessiva di 1,93 GW (i 1.926 MW esistenti, di cui 1.054 MW di energia eolica a terra + 872 di energia solare fotovoltaica, dati Terna, 2021).

Per quale motivo un’azienda presenta comunque la propria istanza di connessione alla rete elettrica pur non avendo certezza dell’accoglimento?

Perché vale comunque la pena tentare: in caso di accoglimento, congrui introiti sono garantiti.

Anche in caso di energia inutilizzabile.

 

Sarebbe potenzialmente prodotta un’overdose di energia che non potrebbe esser consumata sull’Isola (che già oggi ha circa il 38% di energia prodotta in più rispetto al proprio fabbisogno), non potrebbe esser trasportata verso la Penisola (quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di circa 2 mila MW), non potrebbe esser conservata (a oggi gli impianti di conservazione approvati sono molto pochi e di potenza estremamente contenuta).

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre ai precedenti certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Terna invia specifici ordini per ridurre o aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata. 

 

I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.

Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.

 

Che cosa si potrebbe fare.

Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A. (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/2023), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati.

In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”.

 

L’I.S.P.R.A. ha stimato l’energia producile dai tetti fotovoltaici Comune per Comune: qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano. 

ISPRA, tabella stima superfici tetti fotovoltaici (elaborazione L’Unione Sarda, 4 settembre 2025)

 Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali., su Nuova Energia 3/2023) dal Prof.Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza,

Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade).

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.

Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.

Qui un approfondimento del complesso rapporto fra energia e territorio e sulle proposte del GrIG: Quali soluzioni per una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?

 

Che cosa può fare ognuno di noi.

Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.

E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!

 

La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo più di 22 mila ad averlo già fatto.

 

Fra le migliaia di sottoscrizioni, quelle di personalità della cultura impegnate nella tutela del Bel Paese (fra queste Caterina Bon Valsassina, dirigente del Ministero della Cultura e Direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, Margherita Eichberg, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, Gino Famiglietti, dirigente del Ministero della Cultura), archeologi (fra loro Carlo Tronchetti, Angela Antona, Margherita Corrado), uomini di scienza (come l’antropologa Maria Gabriella Da Re, lo psicoterapeuta Alberto Schön, il biologo ed etologo Sandro Lovari), personalità impegnate nella società, in politica e nell’economia, come Renato Soru, Vannozza Della Seta, Cesare Baj, anche personaggi dello spettacolo, come l’attrice Caterina Murino e la notissima cantante Nada, impegnata da tempo per contrastare la speculazione energetica nella sua Maremma.

Soprattutto migliaia e migliaia di cittadini che vogliono esser ascoltati.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui

martedì 3 gennaio 2023

No al Far West calibro 12 in Italia

 

Stefano Deliperi ha lanciato questa petizione

Alla Commissione Europea,

al Presidente del Consiglio dei Ministri,

al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica,

al Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste,

Egregia Commissione, Signora Presidente del Consiglio, Signori Ministri,

la legge n. 197 del 2022 (art. 1, commi 447-448) ha previsto l’adozione di piani di abbattimento della fauna selvatica da parte delle Regioni e delle Province autonome e di un piano straordinario nazionale di abbattimenti faunistici in assenza di un parere tecnico-scientifico vincolante da parte dell’I.S.P.R.A. 

Tali piani di abbattimento faunistico dovrebbero essere predisposti per la tutela della biodiversità, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali e ittiche e per la tutela della pubblica incolumità e della sicurezza stradale.

Al di là di generiche assicurazioni che indicano la finalità di detti piani nella crescente presenza e danni all’agricoltura del Cinghiale, tuttora non ufficialmente calcolati o stimati, tali piani di abbattimento potranno riguardare qualsiasi specie faunistica, anche quelle rientranti nel regime di tutela assoluta (es. Orso, Lupo) da parte delle direttive n. 92/42/CEE (Allegati II e IV) sulla salvaguardia degli habitat naturali e seminaturali, la fauna e la flora e n. 09/147/CE (Allegato I) sulla tutela dell’avifauna selvatica, nonché della Convenzione internazionale di Berna (1979), esecutiva in Italia con la legge n. 503/1981.

Inoltre, i piani di abbattimento potranno avere esecuzione anche nelle aree naturali protette, anche nelle zone urbane, con l’intuitivo grave pericolo per la sicurezza pubblica derivante dall’uso di armi da fuoco nei centri abitati, in qualsiasi periodo dell’anno, con i conseguenti gravissimi riflessi sulle fasi riproduttive delle popolazioni faunistiche e, non ultimo, sulle attività turistiche nelle aree d’interesse naturale.

Pertanto, i sottoscritti cittadini

                                     CHIEDONO

- alla Commissione Europea di valutare ai sensi dell’art. 258 del Trattato UE (TFUE, versione consolidata) il rispetto del diritto comunitario da parte della previsione normativa dei suddetti piani di abbattimento;

- al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri dell’Ambiente e Sicurezza Energetica, dell’Agricoltura, Sovranità Alimentare e Foreste l’adozione degli opportuni provvedimenti perché vengano modificate le disposizioni normative, eliminando la possibilità di abbattimento di specie faunistiche protette, di attuazione di detti piani nelle aree naturali protette, nelle aree urbane, nei periodi di chiusura della caccia.

Si ringrazia per l’attenzione.

La petizione si può firmare qui

giovedì 25 febbraio 2021

Fermiamo il trattato UE-Mercosur!

 

L’Amazzonia chiama, il mondo risponde: fermiamo il trattato UE-Mercosur

 

Indigeni, Sem Terra, Greta con i FFF e i movimenti italiani incassano il supporto di sindacati e Parlamento Ue, rilanciando la mobilitazione contro l’accordo commerciale che minaccia l’Amazzonia e l’agricoltura europea

Domani e il 26-27 febbraio i movimenti indigeni, il Movimento Sem terra, i Fridays for future e tutte le campagne per la giustizia economica, climatica e sociale, come, in Italia, la Campagna Stop TTIP Italia lanciano azioni online per ottenere dalla Commissione europea e dai governi dell’area Mercosur – Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – di rinunciare al trattato di liberalizzazione commerciale EU-Mercosur che mette a rischio l’esistenza stessa della foresta amazzonica e il suo ruolo insostituibile d polmone verde del pianeta.

Joao Pedro Stedile, leader del Movimento Sem Terra Brasiliano ha chiesto, in un accorato appello ai cittadini di Italia, Spagna e tutta Europa di “unire le forze contro una mossa delle grandi corporation europee e multinazionali, che condanneranno i cittadini d’Europa a mangiare porcherie piene di veleni, e noi popoli dell’America del Sud perderemo le nostre risorse naturali e il lavoro”.

I movimenti indigeni e i Fridays for Future lanceranno con un tweetstorm ripetuto domani 19 febbraio e il 26 febbraio ai capi di Governo dei Paesi Ue e alla Commissione la due giorni di mobilitazioni online “El Grito de la Selva: Voces de la Amazonía”. L’iniziativa è organizzata dall’Asamblea Mundial por la Amazonía con la partecipazione di rappresentanti della Coordinadora de Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica (COICA), la Red Eclesial Panamazónica (REPAM) e il Foro Social Panamazónico (FOSPA) insieme a attivisti, scienziati e alleati a Sud e a Nord nel Mondo[2].

I giovani di Fridays for Future dell’area amazzonica, ma anche in Italia, lanciano l’attività con un video[3] in cui Greta Thumberg interviene, insieme alla leader indigena Sonja Guyara e a giovani attiviste e attivisti delle due sponde dell’oceano, denunciando che “l’Amazzonia brucia di nuovo, dobbiamo proteggerla, impedire che vada in cenere il nostro futuro: questa è una battaglia che dobbiamo vincere, e dobbiamo vincere insieme”.

L’attenzione rispetto al trattato sta crescendo ora dopo ora, e il supporto all’azione della campagna internazionale s fa sempre più rilevante.

I sindacati europei (ETUC) e del Cono Sud (CCSCS) hanno scritto una dichiarazione comune contro il trattato, in cui annunciano la creazione di un “Forum del lavoro” congiunto con il quale chiedono a Commissione Ue e Governi del Mercosur di “rinegoziare da capo l’Accordo perché allo stato non presenta sufficienti garanzie sul rispetto dei lavoratori e del commercio intra-Mercosur, fondamentale volano di sviluppo dell’area”[4].

Anche i gruppi parlamentari europei Verdi e Gue, compresi gli italiani, hanno scritto al Governo Portoghese, presidente di turno dell’Unione, e alla Commissione chiedendo formalmente di riaprire la trattativa: “Importanti preoccupazioni per l’accordo UE-Mercosur provengono non solo da organizzazioni ambientaliste, popolazioni indigene ed esperti, ma anche da molti capi di Stato e parlamenti. Così com’è, l’accordo porterà a un aumento significativo della deforestazione nella regione del Mercosur. Esiste un ampio consenso scientifico e politico sulla necessità di integrare pienamente gli obiettivi ambientali e sociali al centro dell’accordo e il Parlamento europeo ha dichiarato che l’accordo non può essere ratificato nella sua forma attuale”, constatano nella missiva[5].

“In un momento in cui la crisi climatica e sociale è più grave che mai, per noi è del tutto inaccettabile che si propongano ricette economiche e commerciali improntate all’abbattimento di regole e controlli su prodotti e metodi di produzione devastanti per gli ecosistemi e le comunità – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop EU-Mercosur, che in Italia coordina associazioni ambientaliste, sindacati, organizzazioni contadine, produttori e comitati locali – L’Italia, che opera nell’area con oltre 500 aziende[6], deve scegliere se stare dalla parte della distruzione o della cooperazione e della costruzione di un futuro migliore per tutti. Come Paese ospite del G20 dobbiamo dimostrare con i fatti di essere coerenti con gli impegni confermati anche dal nuovo governo verso la transizione ecologica, la protezione sociale e evitare che le imprese che lavorano in qualità e nel rispetto degli standard ambientali e sociali in Europa come nel Mercosur vengano ulteriormente danneggiate da una liberalizzazione non accompagnata da adeguate valutazioni e analisi, anche alla luce del nuovo quadro determinato dalla pandemia. Chiediamo la riapertura di un tavolo sul trattato con i dicasteri competenti per un dialogo costruttivo con la società civile che ascolti anche le voci e le richieste di indigeni e associazioni dell’area Amazzonica”.


Per approfondire

La deregolamentazione degli scambi fra i due blocchi ha l’intento di creare la più grande area di libero commercio del mondo, che riguarderà 800 milioni di persone. In un momento in cui la crisi climatica e sociale è più grave che mai, per noi è del tutto inaccettabile che si propongano ricette economiche e commerciali improntate all’abbattimento di regole e controlli su prodotti e metodi di produzione devastanti per gli ecosistemi e le comunità. Il trattato UE-Mercosur promuove un aumento delle importazioni europee di carne bovina, soia e biocarburanti, in cambio di maggiori esportazioni di automobili nei Paesi sudamericani. Uno scambio fra agroindustria e automotive le cui pesanti esternalità ricadranno sulle condizioni della foresta amazzonica, già gravemente colpita da incendi e deforestazione guidata dai grandi allevatori e agricoltori con l’appoggio del governo brasiliano, in prima linea nella cancellazione dei vincoli ambientali.

Ad oggi, infatti, è virtualmente impossibile tracciare le importazioni provenienti dall’area del Mercosur, e in particolare dal Brasile. Il sistema di controlli europeo non pone sanzioni sostanziali sulle importazioni di materie prime collegate alla deforestazione, mentre la scarsa trasparenza delle imprese che operano nella zona rende difficile anche solo individuarle. Le stime dicono che l’80% della distruzione dell’Amazzonia è collegato al settore della carne bovina. L’Unione europea è il primo partner commerciale del in questa filiera, e l’Italia il primo mercato di sbocco: stringendo un accordo che indebolisce ulteriormente ispezioni e controlli, l’UE e i paesi membri rischiano di rendersi complici della definitiva distruzione di un bioma fondamentale per la vita sul pianeta, una foresta in grado di assorbire il 9% del carbonio globale. Non solo: accanto al disastro ambientale e climatico, ci sono le crescenti violazioni dei diritti umani: violenze e minacce nei confronti delle comunità native abitano la foresta stanno aumentando, con persone espulse e famiglie decimate da paramilitari al soldo delle imprese.


[1] Il videomessaggio di Joao Pedro Stedile https://bit.ly/3shjNg7

[2] I dettagli dell’iniziativa http://bit.ly/ElGritoDeLaSelva

[3] Il video di Greta Thunberg, dei Fridays For Future e dei movimenti indigeni https://bit.ly/3dohWSr

[4] La lettera dei sindacati https://bit.ly/37j1cYU

[5] La lettera degli eurodeputati https://bit.ly/3diHOPm

[6] Le elenchiamo nel report “Colpevoli di ecocidio” https://bit.ly/3qsQQNw

 

da qui


CA: Alla Commissione Europea e ai governi degli Stati membri della UE

Gentili Signore, Egregi Signori,

La UE vuole firmare un accordo di libero scambio con gli stati del Mercosur. L'accordo mira a facilitare le esportazioni, in particolare di carni bovine e pollame, zucchero ed etanolo verso l’ Europa. Questo accordo comporta l'intensificazione dell'agricoltura con ripercussioni negative sulla natura e sulla popolazione indigena e rurale.

Conosciamo bene i possibili rischi:

- Le quote più elevate di carni bovine porteranno ad un aumento della produzione di carne bovina in Sud America, all'aumento dell’estensione dei pascoli e quindi alla sostituzione delle foreste e delle savane. Allo stesso tempo, la pressione sugli agricoltori europei porterà ad intensificare la loro produzione, a scapito del benessere degli animali.

- Un'agricoltura sempre più intensiva in Sud America spesso si associa a conflitti territoriali e violazioni dei diritti umani che possono persino portare allo sfruttamento del lavoro in schiavitù. L'uso su larga scala di prodotti tossici come il glifosato mette in pericolo la salute di molte persone, avvelenenando i terreni e le falde acquifere.

- I regolamenti sulle barriere non tariffarie minacciano le norme ambientali europee nonché i diritti dei lavoratori e dei consumatori. Il principio di precauzione definito nella UE è minacciato, i principi democratici sono indeboliti.

Nel condurre negoziati a porte chiuse, la Commissione Europea seguirebbe la stessa strategia stabilita per gli accordi TTIP e CETA, contro i quali milioni di cittadini hanno protestato. La UE non sembra prendere sul serio queste critiche e continua, con l'FTA (Free Trade Agreement) del Mercosur, una politica commerciale altrettanto dannosa, a scapito delle persone e dell'ambiente su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Vi chiediamo di porre fine a questo accordo.

Cordiali saluti

da qui