Il dossier
della Fondazione: “Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice
tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6
miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un
divario cumulativo di 32,3 miliardi”
L’aumento nominale della spesa sanitaria pubblica, sbandierato dal governo, non può bastare a fronte dell’invecchiamento del Paese e dell’aumento dei costi dell’energia. Il diritto alla salute è “sempre più condizionato da reddito e residenza”, scrive la Fondazione Gimbe annunciando il suo 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, che viene presentato oggi (7 ottobre) alla Sala della Regina della Camera dei deputati. Gimbe, che ebbe un ruolo determinante nel documentare al grande pubblico i tagli alla sanità dell’epoca pre-Covid, calcola oggi “tagli invisibili” per 18,8 miliardi di euro nel triennio post-pandemia, dal 2023 al 2026. Sono le risorse di cui la sanità pubblica avrebbe potuto disporre se il rapporto tra il Fondo sanitario nazionale e il Pil fosse rimasto costante al 6,27% del 2022, dato comunque significativamente inferiore alle medie dei Paesi dell’Unione e dell’Ocse (7,1%). Invece è sceso verso il 6%, salvo risalire solo quest’anno. L’Italia, ricorda Gimbe, rimane ultima nel G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie (out of pocket) supera la media Ocse del 12,3%. Calcolato a prezzi costanti, il Fondo sanitario nazionale è ai livelli del 2010, ma ovviamente da allora la nacessità di cure è aumentata perché l’età media è cresciuta (da 43,2 a 47,1 anni) e anche i costi salgono.
Nel Rapporto c’è soprattutto un allarme per il triennio a venire
(2027-2029), una vera e propria bomba a orologeria che Gimbe fa emergere
analizzando i dati della legge di bilancio 2026 e del Documento di
programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, approvato il 2 ottobre dal
governo Meloni, che prevede una diminuzione della rapporto Fondo sanitario
nazionale/Pil dal 6,4% al 6,3%: “Nel triennio 2027-2029 – scrive la Fondazione
– si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del
Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028
e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”. Secondo
Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, “il nodo è capire con quali risorse
verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà
interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine
avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In
entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.
Il rapporto di Gimbe fotografa le condizioni della nostra sanità pubblica.
“Il Ssn – sitetizza Cartabellotta – continua a garantire buoni esiti di salute,
in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile,
ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo.
Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e
la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di
universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto
alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre
più condizionata dal Cap di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi
può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami”.
Spesa pro capite: la Campania penalizzata
Nel Paese dei 21 sistemi sanitari regionali, la quota indistinta del Fsn
asegna in media, ricorda Gimbe, 2.218 euro in media per abitante, con valori
compresi tra i 2.319 euro del Molise e i 2.143 euro della Provincia autonoma di
Bolzano. Gimbe segnala che la Campania, con 2.173 euro, riceve la quota
pro-capite più bassa tra le Regioni a statuto ordinario. “Il caso della
Campania – rileva Cartabellotta – è emblematico dei limiti dell’attuale
sistema: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro-capite della
media nazionale, nonostante condizioni socio-economiche sfavorevoli e una
speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia
autonoma di Trento. Le correzioni introdotte a partire dal 2023 restano
marginali: mortalità precoce e deprivazione socio-economica pesano appena lo
0,75% ciascuna”.
Meno spesa privata diretta, più assicurazioni
Un dato che fa riflettere è la leggera diminuzione, nel 2025, della spesa
sanitaria privata out-of-pocket – sostenuta cioè direttamente dalle famiglie –
che in precedenza era cresciuta vertiginosamente dai 28 miliardi di euro del
2010 ai 41,3 del 2024. L’anno scorso è scesa del’1% (meno 434 milioni) a 40,6
miliardi di euro, mentre quella intermediata da fondi, mutue e assicurazioni –
che resta nel complesso inferiore alle medie Ocse e Ue – è aumentata del 10,1%
(+ 642 milioni di euro). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie
volontarie aumenta del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi di euro. “Se il
servizio pubblico arretra – puntualizza Cartabellotta – fondi e assicurazioni
rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una
copertura. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità
integrativa completi le tutele del SSN, senza sostituirle né ampliare le
diseguaglianze”. Probabilmente è aumentato il fenomeno della rinuncia alle
cure, ma il dato Istat per il 2025 non è ancora disponibile e quindi Gimbe
ripubblica quello del 2024. Due anni fa oltre 5,8 milioni di persone, pari al
9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite
o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i
lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare
entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di
residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma
Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione
garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da
solo di fronte al proprio bisogno di salute”. Gimbe sottolinea comunque che “la
spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile delle mancate tutele
pubbliche. Da un lato, non intercetta le prestazioni a cui le persone
rinunciano per indisponibilità economica; dall’altro, include spese per
prestazioni extra-Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr) e per beni e servizi
a basso valore”.
Regioni: le pagelle dei Lea non bastano
Secondo i dati del ministero della Salute per il 2024, 18 Regioni e
Province autonome su 21 risultano adempienti ai Lea, contro le 13 del 2023.
Tuttavia, rileva Gimbe, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una
macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 e, nello stesso anno, aumenta
la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “La pagella ministeriale
migliora – sottolinea Cartabellotta – ma non misura l’effettiva esigibilità dei
Lea. Una Regione può così risultare formalmente adempiente, mentre una parte
dei cittadini incontra difficoltà nell’accesso alle cure. Per questo bisogna
misurare anche chi resta fuori, riceve risposte tardive o incomplete oppure
rinuncia alle prestazioni”. Le diseguaglianze territoriali sono confermate
anche dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2023 ha raggiunto 5,15
miliardi di euro, il valore più elevato dal 2010. “Finalmente – ricorda
Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo
un’attesa di quasi 10 anni”, per quanto poi “inserire una nuova prestazione nei
Lea – precisa – non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire
che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e
uniforme”.
Medici e infermieri in fuga dal Ssn
Il rapporto Gimbe rileva anche che la spesa per il personale assorbe una
quota sempre minore della spesa sanitaria pubblica: “Nel 2025 ammonta a
€ 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è
scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Se questa quota negli anni fosse rimasta
invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8
miliardi in più, di cui 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025. “Il capitale umano
è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza – spiega
Cartabellotta – ma il SSN ha perso attrattività: i professionisti non si
trattengono con gli appelli. Servono retribuzioni competitive, condizioni di
lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera”. Secondo
l’Ocse, l’Italia dispone di 5,8 medici per 1.000 abitanti, più della media dei
Paesi aderenti all’organizzazione (4,0) e si colloca al 2° posto tra i 34 Paesi
che forniscono il dato. Tuttavia, dei 339.256 medici censiti dall’Ocse, almeno
88.258 (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi
post-laurea. «Se oltre 1 medico su 4 – afferma Cartabellotta – non lavora nel
SSN né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio
pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti
nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici al SSN, in
particolare nelle specialità e nei territori dove servono
Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2024 i
medici dipendenti del SSN sono 108.243, pari a 1,84 medici per 1.000 abitanti,
con valori compresi tra 1,35 del Molise e 2,56 della Sardegna. Le carenze si
concentrano in alcune specializzazioni e nell’assistenza primaria: al 1°
gennaio 2025 la Fondazione GIMBE stima un deficit di 5.716 medici di medicina
generale (MMG), assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico
ogni 1.200 assistiti, e di 497 pediatri di libera scelta (PLS), il 78,7% dei
quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto. E’ appena uscita la ricerca
dell’Anaao, il principale sindacato dei medici, che per la prima volta nella
storia ha rilevato che le dimissioni volontarie dei medici superano le uscite
per pensionamento. La mancanza di infermieri è notoriamente drammatica.
L’Italia, ricorda Gimbe, ne conta 6,9 ogni 1.000 abitanti contro 9,7 della
media Ocse, una dotazione inferiore del 29%. Ma anche qui, dei 407.750
infermieri censiti dall’Ocse, almeno 79.926 (19,6%) non lavorano nel SSN. ”Alla
grave carenza di personale infermieristico – spiega Cartabellotta – si aggiunge
il fatto che un infermiere su 5 non lavora nel SSN: un ulteriore segnale delle
difficoltà del servizio pubblico ad attrarre e trattenere questi
professionisti». Secondo i dati della RGS, nel 2024 gli infermieri dipendenti
del SSN sono 279.990, pari a 4,75 per 1.000 abitanti, con valori compresi tra
3,75 della Lombardia e 6,78 della Liguria. Anche formazione e retribuzioni
restano indietro: 19,5 laureati in infermieristica ogni 100 mila abitanti
contro 43,6 della media Ocse e retribuzioni degli infermieri ospedalieri
inferiori del 27% a parità di potere d’acquisto. Il risultato è uno squilibrio
strutturale tra le due professioni: 1,2 infermieri per medico, la metà della
media Ocse (2,4), con l’Italia al 30° posto su 33 Paesi.
Nel 2025 i “gettonisti” aumentano
I medici cosiddetti “gettonisti” sarebbero dovuti sparire, secondo gli
annunci del governo, ma almeno nel 2025 il loro costo è aumentato. Nel biennio
2024-2025, rileva Gimbe, il valore dei contratti per servizi di fornitura di
personale ha raggiunto quota 1,06 miliardi di euro; nel 2025 la spesa è
cresciuta del 15% e il valore dei contratti specificamente riferiti al
personale medico è aumentato del 62% rispetto al 2024. Insomma, “lo stop normativo
ai ‘gettonisti’ – osserva Cartabellotta – non riporta automaticamente medici e
infermieri nei reparti: deve essere accompagnato da misure capaci di reclutare
e trattenere i professionisti nel SSN, altrimenti si rischia di lasciare
scoperti servizi essenziali”.
Il doppio binario del privato
Gimbe invita anche a distinguere gli operatori sanitari privati
accreditati, cioè convenzionati con il Ssn, dal “privato puro”. Nel 2023, delle
29.386 strutture sanitarie censite dal ministero della Salute, il 58% (n.
17.042) sono private accreditate e il 42% pubbliche (n. 12.344). Il peso del
privato accreditato, scrive Gimbe, è particolarmente rilevante nell’assistenza
residenziale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e
specialistica ambulatoriale (59,7%). Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica
destinata al privato convenzionato ha raggiunto i 29,4 miliardi di euro, con un
aumento del 25,9% rispetto al 2012. Tuttavia, nel 2025 la sua incidenza sulla
spesa sanitaria pubblica è scesa al 20,8%, il valore più basso del periodo
2012-2025. “Il privato convenzionato – spiega Cartabellotta – è parte
integrante del Ssn, ma bisogna rafforzare la governance pubblica per allineare
accreditamento, volumi e remunerazione ai bisogni di salute e alla qualità dell’assistenza».
Diversa è la dinamica del “privato puro”: la spesa out-of-pocket tracciata dal
Sistema Tessera Sanitaria presso le strutture non accreditate è aumentata del
169%, passando da 3,05 miliardi di euro nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024. Nello
stesso periodo quella presso le strutture accreditate ha raggiunto anch’essa
8,2 miliardi di euro. “Numeri che documentano la progressiva espansione di un
“secondo binario” dell’offerta sanitaria – precisa Cartabellotta – riservato a
chi può pagare o dispone di un fondo sanitario o di una polizza assicurativa”.
Pnrr: obiettivi reali non verificabili
Un capitolo del Rapporto è dedicato alla realizzazione del degli obiettivi
del Pnrr. Il 29 settembre 2026, ricorda Gimbe, il governo ha trasmesso alla
Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del Pnrr, che per
la Missione 6 Salute include nove target e una milestone, ora in attesa della
validazione europea. Il monitoraggio indipendente Gimbe sulle evidenze
pubblicamente disponibili, scrive la Fondazione, mostra che il raggiungimento
degli obiettivi non è integralmente verificabile: per tre di essi è
verificabile il rispetto dei requisiti previsti, mentre per gli altri sette
mancano evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate. Ciò non implica, precisa
Gimbe, il mancato raggiungimento dei target, ma non consente di verificarne
integralmente il conseguimento. “In ogni caso – afferma Cartabellotta – la
validazione europea di tutti i target non potrà dimostrare, da sola, che il
Pnrr abbia migliorato l’assistenza sanitaria. Dal 2027 bisognerà verificare se
i servizi sono realmente operativi, se dispongono di personale adeguato e quale
impatto producono su accesso, esperienza dei pazienti, esiti di salute ed
efficienza del SSN». Conclusa la rendicontazione amministrativa, la Fondazione
Gimbe invita le Istituzioni a garantire un monitoraggio pubblico continuo
dell’impatto della Missione 6 Salute, con pubblicazione almeno semestrale di
dati in formato aperto.
Il Piano di Gimbe
Infine, il Rapporto aggiorna il Piano di Rilancio del Ssn della Fondazione
Gimbe: 16 linee di intervento per orientare e monitorare le politiche di
Governo e Regioni. Serve, sostiene Gimbe una strategia organica che integri un
finanziamento pubblico adeguato ai bisogni di salute, una governance
Stato-Regioni capace di ridurre i divari, l’aggiornamento continuo e l’uniforme
esigibilità dei Lea, il rilancio delle politiche sul personale sanitario, il
potenziamento del territorio e l’integrazione con ospedale e servizi sociali,
la riduzione di sprechi e inefficienze, la governance del rapporto
pubblico-privato, il riordino della sanità integrativa e gli investimenti in
prevenzione, ricerca e digitalizzazione. Il Piano rafforza inoltre l’attenzione
alla sicurezza e alla manutenzione del patrimonio edilizio e tecnologico, ai
dati aperti e alla partecipazione dei cittadini. “La crisi del Ssn – ha detto
Cartabellotta – non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla
tenuta economica e sociale del Paese. La politica deve quindi chiarire quale
modello di sanità intende lasciare alle future generazioni e con quali risorse
e riforme renderlo concreto. È attraverso il Ssne che la Repubblica rende
concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un
privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che
deve essere garantito a tutti”.
Versione integrale del 9° Rapporto GIMBE: www.salviamo-ssn.it/9-rapporto
Piano di Rilancio del SSN: www.salviamo-ssn.it/salviamo-ssn/piano-di-rilancio
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