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giovedì 26 dicembre 2024

Dieta e salute mentale: evitare i cibi industriali vuol dire non cadere nella ‘trappola’ - Federico Mascagni

           

Nel 2022 un gruppo di scienziati in un articolo (Nutrition and mental health: A review of current knowledge about the impact of diet on mental health) ha selezionato gli studi dedicati all’influenza dell’alimentazione sulla salute mentale cercandoli sul database Pubmed. Fra quelli con il maggiore valore scientifico e le citazioni ricevute hanno scoperto che i più autorevoli sono oltre un centinaio. Da allora il numero è ulteriormente cresciuto.

Consultandoli è risultato ormai evidente che la cosiddetta dieta mediterranea, che si potrebbe definire un canone medico basato sull’alimentazione tradizionale italiana, fondata su ingredienti come cereali integrali, legumi, verdura, frutta, olio extra vergine di oliva e pesce, combatte le infiammazioni che influiscono sull’umore, come ansia e depressione. Al contrario della cosiddetta dieta occidentale, nella quale predominano cibi ultraprocessati a carattere industriale, un elevato consumo di carne rossa, specie alla griglia, cibi fritti, prodotti a base di latte e latticini ricchi di grassi saturi, dolci, cibi molto grassi e bevande dolcificate e gassate.

Una cattiva alimentazione (che ribadiamo è quella della dieta occidentale, detta anche americana) provoca infiammazione cronica di basso grado, un disturbo che ha a che fare con malattie come diabete e tumori, e in generale velocizza il processo di invecchiamento psicofisico, con debolezza e disturbi del sonno, come sottolineato anche dal dottor Erzegovesi, psichiatra e primario del Centro per il Disturbi Alimentari dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Evitare i cibi industriali processati vuole dire non cadere nella “trappola” provocata da zuccheri e altre sostanze gratificanti. Questi alimenti infatti muovono le vie dopaminergiche causando l’effetto di “ricompensa”, alla base del fenomeno della dipendenza.

Inoltre il famoso rapporto che esiste fra salute mentale e microbiota intestinale attraverso l’asse che connette intestino a cervello (la carne rossa è il suo peggior nemico, “Effect of Consumption of Animal Products on the Gut Microbiome Composition and Gut Health”) è collegato alla ricchezza di nutrienti che i cibi coltivati perdono a causa dei pesticidi, che impoveriscono la qualità del suolo. Quest’ultimo rilievo è tratto dal dossier “Stop pesticidi nel piatto” di Legambiente, presentato il 3 dicembre 2024, stilato da esperti nell’ambito agroalimentare e accademici, che in generale mostra come i fertilizzanti e i pesticidi usati nell’agricoltura convenzionale abbiano ricadute sulla salute dell’uomo (endocrinologiche, tumorali, neurologiche) attraverso non solo il consumo di frutta, verdura e cereali con residui dei trattamenti, ma soprattutto con la dispersione dei pesticidi nell’ambiente, diventando così sostanze respirabili e ingeribili attraverso le acque contaminate.

La politica deve concedere le stesse opportunità degli agricoltori intensivi anche a chi sceglie la via del biologico, vale a dire ai tanti giovani che stanno decidendo di tornare alla coltivazione utilizzando sistemi più rispettosi della salute, attraverso pari opportunità di accesso a incentivi e facilitazioni. Che vorrebbe dire aumentare le iniziative di impresa agricola, e conseguentemente l’occupazione, e la garanzia al consumatore dell’accesso ad alimenti sani a prezzi competitivi.

Il ministero dell’Agricoltura ha aggiunto al dicastero il termine sovranità alimentare, giocando sull’ambiguità che può suscitare evocando l’idea di uno nazione forte nel proteggere la propria italianità contro i competitor internazionali, suggerendo sentimenti ideologici sovranisti. In realtà per sovranità alimentare si intende il diritto delle comunità a definire le proprie politiche di produzione, distribuzione e consumo di cibo, basandole sulla piccola e media produzione. Rivedendo in maniera corretta la definizione bisognerebbe coerentemente premiare non le grandi realtà intensive, ma le filiere corte che si rivolgono appunto alla comunità del territorio, favorendo un rapporto di consapevolezza del consumatore e di rapporto diretto e solidale con il produttore.

Un discorso ulteriore che va aggiunto è quello delle micro e nanoplastiche, che inquinano pesantemente soprattutto il comparto della pesca, e che attraverso il consumo ittico si propagano nell’organismo umano. Molte ricerche (Exposure to Microplastics during Early Developmental Stage: Review of Current Evidence, per fare un esempio) hanno individuato microplastiche nel latte materno, nella placenta, nei testicoli, nel cuore, nel fegato e nei reni, causando tumori, disordini metabolici, disordini mentali, come l’ADHD, e infertilità. Nel mare mediterraneo sono presenti dalle 1000 alle 3000 tonnellate di materiali plastici galleggianti (Plastics in the Mediterranean, iucn.org); andrebbe affrontato il problema della pulizia dei mari, nella speranza di una prospettiva per una maggiore diffusione delle plastiche interamente biodegradabili.

Infine per gli allevamenti intensivi di carne basta vedere le testimonianze raccolte da alcuni documentari e servizi giornalistici per capire le condizioni igieniche e l’uso di antibiotici che, soprattutto a causa delle deiezioni che rientrano nell’ambiente attraverso suolo e acque (Potential of Biological Processes to Eliminate Antibiotics in Livestock Manure: An Overview), contribuiscono massicciamente a causare nell’uomo quell’antibiotico resistenza che, soprattutto nelle campagne delle amministrazioni pubbliche, viene imputata esclusivamente all’uso scorretto dei medicinali da parte delle persone.

Ma torniamo alla Salute Mentale considerando l’impatto che le sostanze inquinanti hanno anche su cervello e sistema neurologico. Alla luce di quanto scritto, per chi vive una condizione di sofferenza è di primaria importanza rivolgersi a un medico professionista ma è sicuramente consigliabile avere una cura attenta anche della propria alimentazione. La dieta mediterranea, soprattutto se esclusivamente vegetariana, è la scelta più corretta, se possibile privilegiando i prodotti di natura biologica, privi di residui chimici. Anche perché la farmacologia psichiatrica sottopone l’organismo a controindicazioni che in parte proprio una dieta attenta può contribuire a bilanciare. La salute si costruisce con la prevenzione, in tutti i campi, anche quelli agricoli.

da qui

domenica 21 gennaio 2024

Serve una rivoluzione per la salute mentale - Peppe Dell’Acqua

Peppe Dell’Acqua è uno psichiatra, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, ha scritto questa lettera a nome dell’associazione Forum Salute Mentale, una lettera aperta al ministro della salute, ai presidenti delle regioni, ai direttori generali e ai sindaci.

Da tempo avrei voluto scrivervi. Non certo per parlarvi ancora delle risorse, della fuga e della carenza di personale, della miseria delle politiche regionali, degli ultimi posti che occupa in Europa il nostro paese in ordine agli stanziamenti per la salute mentale; e certamente non voglio dirvi  dello spoil system e dell’oscuro impianto degli atti aziendali. 

Di tutto questo già sapete.

Voglio parlarvi – perché da tempo se ne discute nei nostri numerosi ed affollati incontri – delle quotidiane fatiche che fanno le persone, i cittadini, gli individui per curare la loro salute vivendo senza timori superflui la minaccia della malattia. Non so con quanta consapevolezza si parla di medicina territoriale, di distretti, di medici di famiglia, di infermieri di comunità, di cure domiciliari in un momento come questo dove non possiamo non cogliere il bisogno di una singolare vicinanza, di una cura sollecita a un capitale prezioso che è la comunità partecipante. 

È della cura che bisogna ricominciare a parlare.

Mi occupo di matti da ormai troppo tempo e ho avuto modo di incontrare, in momenti e in regioni diverse, amministratori, assessori, accademici. I più facevano e fanno fatica a comprendere che salute mentale non è psichiatria e che curare una persona che vive l’avventura del disturbo mentale, non è predisporre letti, sistemi di controllo e di sicurezza; e di servizi di salute mentale aperti 24h/7g neanche a parlarne. Nei tanti anni di lavoro, più di 50, ho trovato pochi parlamentari e amministratori disposti a mettere in crisi le loro certezze per cercare di comprendere. 

Molti amministratori, anche nella mia  regione, purtroppo, il FVG, continuano a pensare che un centro di salute mentale nella comunità sia poco più di un servizio ambulatoriale specialistico di psichiatria dove uno psichiatra, in camice bianco, impegna le sue ore di servizio per fare diagnosi, per prescrivere farmaci, per inviare lontano, in “strutture”, quelli che sono di peso, di fastidio, poveri e perciò inguaribili. Gli scarti direbbe Papa Francesco. 

Ma anche per ricoverare in ospedale quelli più recalcitranti, “violenti”, riottosi dove possono essere sedati, legati, impediti; e perché no, scomparire nelle cliniche private e in luoghi misteriosi “ad alta protezione”. E pure fino a qualche anno fa i nostri amministratori, “di destra e di sinistra” si sforzavano di comprendere che un servizio di salute mentale non può che essere un luogo attraversabile, un passaggio, uno spazio di accoglienza e di ristoro. Un luogo familiare dove le persone del rione possono andare per dire, per far sentire il proprio male e trovare qualcuno che si prendesse cura di loro. 

Cercavano quanto meno di cogliere il significato di servizi aperti e accessibili 24h.  Ventiquattro ore perché il servizio può disporre di ospitalità notturna e le persone possono essere accolte per periodi di tempo estremamente variabili. Nei luoghi dove organizzazioni e dispositivi di questa natura sono stati attivati i buoni risultati non si sono fatti attendere e sono evidenti.

Le organizzazioni di servizi disposti a essere attraversati in tutto l’arco delle 24 ore sono diventati, là dove in funzione,  gli strumenti più efficaci di risposta alla crisi, per periodi in cui c’è la necessità di dare protezione o tutela, per offrire aiuto e distanza, talvolta necessaria, sia al paziente che alla sua famiglia e dove senza ricorrere a violenze e mortificazioni si possa negoziare il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso); si possa finalmente abolire e dimenticare la inumana pratica della contenzione e delle porte chiuse. Programmi di questa natura  restano tuttavia pochi e a rischio di essere devastati da politiche regionali  attente ad altre scelte di campo e che tra pubblico e privato non mostrano più alcun dubbio.     

Si dice sempre dei riconoscimenti internazionali per questi dispositivi e per la legge italiana. Ma più che le medaglie, la soddisfazione che esprimono prima di tutto le persone che vivono l’esperienza, la loro rimonta, i familiari, le associazioni dovrebbero confortare, spingere ad andare avanti e sostenere nuove sperimentazioni. Altro che ambulatori! 

Un servizio territoriale è un dispositivo che pretende la presenza di diverse figure professionali e di attenzione consapevole degli amministratori, dei sindaci, degli assessori, e della presenza di un governo centrale. Un servizio di salute mentale non può sfuggire a una scelta di campo ruvida e rischiosa se vuole rispondere a domande, talvolta drammatiche, di persone, in specie giovani, che vivono o hanno superato non senza cictrici problemi di disturbo mentale, anche molto severo e che hanno bisogno di infinite e umane attenzioni.  E vuole farsi carico insieme ai familiari del peso talora insopportabile di un figlio o di una figlia che sembra fatalmente perduta.

Sembra che le nostre amministrazioni, oggi, in assenza di un governo centrale e in una sorte di ostilità ideologica, non sappiano più che chi ha vissuto la sofferenza mentale, chi per un momento della sua vita ha perduto il contatto con la realtà, chi si è sentito irrimediabilmente sconfitto o al contrario onnipotente vincitore, chi ha sentito il mondo ostile e nemico, chi si è visto costretto a rinunciare per questa e per altre ragioni ai suoi sogni, ai suoi progetti e ha dovuto imparare a soffocare la sua inquietudine, ad annullare la sua curiosità, a cancellare la sua creatività, a rinunciare alle relazioni ha bisogno di ogni cosa per rimontare, per riprendersi la vita. Dopo esperienze di tal genere si trova il vuoto intorno. Gli strumenti culturali si sono impoveriti. Si fa fatica a leggere la realtà. Si è distanti dai luoghi dello scambio e delle relazioni.

Il linguaggio, le capacità comunicative, le abilità lavorative si sono ristrette o non sono più adeguate. E malgrado queste evidenze, molte psichiatrie delle accademie, “della distanza e della pericolosità”, che abbiamo cercato di tenere lontano  con fatiche indicibili, sembrano ora gradite e attraenti per riformulare  servizi distanti, posti letto privati, ambulatori specialistici.   

Parlare, abitare, ritornare nelle relazioni. riprendere con curiosità diversa i libri abbandonati, lavorare ma anche scrivere, cantare, fare teatro, giocare a calcio, riprendere in mano il violino o la fisarmonica. Osare persino di innamorarsi. E di guarire.

I programmi di un servizio di  salute mentale vogliono prestare attenzione a questi momenti intensi  e singolari e cercano di dare valore alla fatica del vivere quotidiano, si impegnano a non tradire le aspettative, le attese che ancora e sempre resistono. Programmi che servono a scoprire strumenti sempre singolari per leggere la realtà intorno, costruire opinioni proprie, cercare assieme agli altri il coraggio per schierarsi.

Sopportare le ferite del conflitto che è nelle cose, nelle relazioni, nel rischio mortale dell’incontro. Avere consapevolezza della propria realtà, della propria storia, dei propri limiti è di per sé un elemento che genera capacità nuove, risorse utili per raggiungere la propria indipendenza, identificare un proprio stile di vita e il piacere della comunicazione. E infine signor ministro, una cosa che non si può più tacere ed è la più grave di tutte: la condizione di lavoro degli operatori che non più coinvolti in una progettazione comune, lontani dalla dimensione etica del loro lavoro, costretti all’indifferenza fanno fatica a resistere, perdono entusiasmo e appartenenza. 

Giovani operatori e operatrici scelgono i mestieri della cura con entusiasmo e aspettative, per essere poi delusi e trascurati tanto da desiderare di andar via.  Ormai ridotti al silenzio in un clima di censura che colpisce tutto il sistema sanitario.

Signor Ministro,  signori Presidenti, signori Direttori generali, signori Sindaci, forse voi non sapete che lo scorso giugno l’associazione Forum Salute Mentale Nazionale ha voluto riproporre, per la terza volta, il disegno di legge “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180 (1113)”.  Il testo è stato presentato alla Camera e al Senato dagli onorevoli Serracchiani, Sensi e dall’on. Magni. Non si tratta dell’ennesima proposta di riforma della legge 180.

Il Ddl vuole riaffermare il valore del cambiamento che comunque ha realizzato il nostro paese e riaccendere attenzione e parole sensate a sostegno delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale e indicare percorsi e modalità organizzative capaci di indicare vie d’uscita dalla dannosa confusione e  miseria cui sono ridotti i servizi di salute mentale oggi.

da qui