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venerdì 10 luglio 2026

il Piano “scientifico” per farti ammalare e guadagnarci una MONTAGNA DI QUATTRINI

 


Cobas – Coordinamento Nazionale via Bernardo Celentano 5, Sindacato Intercategoriale 20132 Milano (MI) 04.07.2026

Siamo tutti diffidati.

Solo a dicembre, il sensazionalismo mediatico sembrava gettare luce su condizioni di degrado sanitario ed umano al San Raffaele. Prima che la triste realtà venisse “strillata” la RSU del San Raffaele aveva denunciato già a settembre  l'improvvisazione e caoticità nella gestione delle cure intensive e l’irruzione di un capitalismo sui generis che fa della salute un territorio per le sue scorrerie affaristiche.

L'allarme preventivo  denunciato dalla RSU avvertiva che l'affidamento a cooperative e associazioni di liberi professionisti avrebbe portato a inevitabili rischi  per i pazienti. 

 

Veniva difeso il principio che la  salute va preservata per tutti e soprattutto dei più poveri. Questo principio violato  a Milano come altrove  apre la strada alla  la logica del “ti curi se hai i soldi” ed è così che  la sanità diventa preda di ditte fintamente onlus, fintamente religiose, fintamente cooperative, fintamente umanitarie.

Ed è così che il concentramento, voluto dalla direzione del San Raffaele, delle cooperative nei reparti che si occupano, guarda caso, dei malati “non paganti” ma bisognosi di cure intensive.

Non è un blackout momentaneo è di fatto, un lucido disegno di un capitale che non ha coscienza sociale. La sua coscienza si misura in quote di capitale che devono essere crescenti.

La concorrenza tra i predoni, progressivamente, fa emergere società di taglia sempre più grande. La concentrazione dei capitali opera anche in questo settore e fa emergere colossi come il Gruppo San Donato SPA che controlla a sua volta il San Raffaele.

Man mano che il clamore della caotiche  giornate di dicembre, vissute dai pazienti, andava spegnendosi,  le luci natalizie si accendevano, l’assessore alla Sanità Guido Bertolaso rassicurava che il San Raffaele è “ un vero fiore all’occhiello della sanità italiana ed è fisiologico che ogni giorno possano presentarsi criticità".

Caro assessore alla Sanità le cosiddette criticità sono solo le conseguenze fisiologiche e connaturate  a questo sistema che vive sul  lavoro salariato e mercifica vita e salute.

Altrettanto fisiologico e connaturato al sistema di potere che vive sul profitto e sul sangue della povera gente che a giugno in concomitanza (ma guarda un po) dello sciopero del 25 e 26 venga emessa una diffida e una contestazione disciplinare  alla CUB e alla portavoce della RSU Margherita Napoletano per avere paventato quello che puntualmente stava per accadere.

Anche noi a dicembre avevamo denunciato questa situazione  con un volantino dal titolo: Caos errori ed orrori al San Raffaele. Orrori  che solo grazie all'intercessione della Madonnina non si sono trasformati in tragedia.

Conseguentemente noi del S.I. Cobas della Sanità ci riteniamo diffidati e a maggior ragione  ci associamo alla denuncia  di Margherita 

 


venerdì 30 dicembre 2022

Agnoletto: “C’è la volontà di smantellare la sanità pubblica”

(intervista di Fabrizio Maffioletti)

Abbiamo affrontato con Vittorio Agnoletto alcuni temi che attengono alla salute pubblica

 

La situazione della sanità pubblica è costantemente denunciata dai sindacati dei sanitari: c’è una volontà politica di smantellare la sanità pubblica?

Sì, certo, la volontà è di smantellare totalmente la sanità pubblica, perché in ambito sanitario, dal punto di vista dei privati, è possibile creare un’enorme business e trarne grandissimi profitti. A tal proposito ricordo che WikiLeaks rese pubblico parte del contenuto di un incontro riservato avvenuto nell’ambito del TISA (Trade in Services Agreement – Accordo sugli scambi di servizi, n.d.r.), dove i rappresentanti dei fondi finanziari dicevano che la sanità è l’ambito che può produrre maggiori profitti a vantaggio degli investimenti privati, a patto che gli Stati, gli Enti religiosi e le Fondazioni si ritirino dalla gestione della sanità.
La nostra sanità pubblica viene costantemente smantellata a favore di interessi privati.

Quali sono gli effetti dell’intervento del privato nella sanità?

Nella sanità il privato interviene ovviamente con l’obiettivo di ottenere dei profitti. Il profitto in sanità si ottiene sui malati e sulle malattie. Il privato quindi non è interessato alla prevenzione, che anzi diventa antagonista ai propri scopi. Un’efficace prevenzione diminuisce il numero di malati e quindi i profitti. Per la sanità pubblica invece la prevenzione è una fonte di risparmio di denaro pubblico.
In sanità pubblico e privato hanno quindi obiettivi e interessi completamente diversi.

Durante la pandemia la sanità privata non è stata in grado di far fronte ai bisogni sanitari dettati dalla pandemia, il SSN, seppur con grande fatica, lo ha fatto. Non siamo imparando nulla da questa esperienza?

Purtroppo non stiamo imparando proprio nulla. Faccio l’esempio della Lombardia perché in quella regione il sistema liberista è più avanti nella privatizzazione della sanità rispetto a tutta l’Italia. Il rischio vero, quindi, è che il modello Lombardia diventi il modello italiano. Se la Lombardia fosse una Nazione indipendente (come voleva Bossi) sarebbe al settimo posto a livello mondiale per decessi da Covid, con oltre 440 decessi attribuiti al Covid ogni 100.000 abitanti.
I problemi sono principalmente due:
– la sanità pubblica (è un dato anche su scala nazionale) è fortemente penalizzata a causa dell’accreditamento dei privati, che, oltre a non intervenire nella prevenzione, non sono interessati alla medicina di emergenza-urgenza perché produce profitti limitati rispetto ad altri settori della sanità;
– siamo soggetti ad una concezione della medicina incentrata esclusivamente sulla cura del malato. L’approccio dovrebbe al contrario essere quello di tenere le persone in salute, prevenire le malattie. Inoltre, l’approccio sanitario è sempre più orientato alla cura attraverso l’utilizzo di strumenti altissima tecnologia destinati ad un numero limitato di interventi, mentre l’insieme del servizio sanitario è del tutto trascurato.
Senza dimenticarsi che nessun Paese al mondo può fermare una pandemia puntando esclusivamente sul sistema ospedaliero. La pandemia si ferma mediante la medicina territoriale, che è stata abbandonata. I medici di famiglia sono abbandonati a sé stessi e sono in numero del tutto insufficiente. Solo in Lombardia mancano circa 1.000 medici di famiglia.

Come si affronta una pandemia?

Con i piani pandemici, con i sistemi di allertamento, con l’assistenza domiciliare, con la prevenzione. Tutto ciò non ha funzionato nella pandemia, le persone quindi si sono riversate nei pronto soccorsi, che di conseguenza sono collassati, i posti letto sono venuti a mancare e ci siamo trovati nel disastro. Nel 1981 c’erano 430.000 posti letto nel SSN, nel febbraio del 2020, periodo d’inizio della pandemia, ce n’erano poco meno della metà. Una situazione gravissima.

Si è molto battuto per la sospensione dei brevetti dei vaccini per il Covid. Si sta inoltre battendo per una produzione farmaceutica da parte di enti pubblici. Il vaccino è un valido strumento di prevenzione contro le pandemie?

Negli ultimi 40 anni I tempi di distanza tra una pandemia e l’altra sono diminuiti. Una pandemia, oltre alla prevenzione e alla medicina territoriale, se si riesce ad individuare velocemente l’agente infettivo e a produrre il vaccino, si affronta con i vaccini. Ciò che in medicina chiamiamo vaccino è un farmaco che blocca la trasmissione dell’agente infettivo. Il problema più grande è che oltre sette miliardi di persone hanno la loro salute affidata ad un gruppo ristrettissimo di consigli di amministrazione di grandi multinazionali farmaceutiche. I quali grazie agli accordi TRIPS mantengono il monopolio nella produzione dei vaccini e dei farmaci per 20 anni. Tale situazione ha condizionato questa pandemia, la pandemia da HIV ed è quello che rischia di ripetersi nel futuro.

Cosa si può fare per risolvere questo stato di cose?

Nell’immediato noi abbiamo appoggiato la proposta avanzata da India, Sudafrica e appoggiata da oltre 100 Paesi, di far scattare una moratoria di tre anni per i brevetti sui vaccini, sui kit diagnostici e di socializzare il know how. Proposta che non è stata approvata in particolare a causa dell’opposizione dell’Unione Europea appoggiata soprattutto da tre Governi: Germania, Francia e Italia. Questa situazione non riguarda solo i vaccini, ma anche i farmaci antiretrovirali. Per quanto riguarda il futuro sosteniamo la necessità di un’Agenzia europea pubblica di ricerca e produzione dei farmaci (anche i vaccini quindi, n.d.r.). Il Parlamento Europeo ha finanziato una ricerca coordinata dal Prof. Massimo Florio per valutare la fattibilità economica di tale progetto.
La prima fase della ricerca è stata conclusa a settembre, è stata presentata davanti a Commissione, Consiglio e Parlamento europei. La tesi si basa su un principio molto semplice: se si destinasse la stessa cifra stanziata annualmente per l’ESA, in pochi anni saremmo in grado di avere un’Agenzia pubblica del farmaco europea in grado di produrre ogni anno alcune decine di farmaci nuovi. Un progetto fattibile e prioritario.

Qual è il ruolo delle startup nella ricerca farmacologica?

La ricerca per i nuovi farmaci, quella biologica, quella di prima fase, è ad oggi raramente condotta dalle grandi aziende. E’ in genere condotta dalle startup che lavorano mediante finanziamenti pubblici. Le grandi aziende intervengono poi con l’acquisto del brevetto, lo sviluppano e lo commerciano forti della loro struttura. Il progetto dell’Agenzia pubblica si può collocare in questo scenario in continuità con l’attività di ricerca – già pubblicamente finanziata – delle startup. Il problema nella realizzazione di questo progetto risiede nei Governi europei.

Un Ente pubblico con queste prerogative esiste a Cuba, l’Istituto Finlay ha peraltro sviluppato un vaccino per adulti, un vaccino pediatrico e un booster, per combattere la pandemia.

Cuba è una società diversa dalla nostra, ma è di tutta evidenza che il progetto dell’Agenzia pubblica europea è assolutamente fattibile. Cuba è peraltro l’unico Paese ad aver sviluppato e prodotto un vaccino pediatrico specifico, sviluppato fin dalla fase iniziale come vaccino destinato ai bambini. Non ha utilizzato un vaccino per adulti tentando di adattarlo per ricavarne un vaccino pediatrico. Lo sviluppo di un vaccino pediatrico specifico risponde pienamente alle linee guida dell’EMA. Quindi Cuba da questo punto di vista rappresenta un esempio. Lavorando in questo modo si può risparmiare moltissimo, il prezzo dei vaccini, che gli Stati acquistano, sarebbe notevolmente più basso.

Vaccinare è quindi utile?

Posto che, come affermato poc’anzi, in medicina chiamiamo vaccini i farmaci che bloccano la trasmissione dell’agente infettivo da un soggetto ad un altro, vaccinare significa mettere in sicurezza il servizio sanitario, perché non vengono messi in crisi i reparti di medicina di emergenza-urgenza e i reparti di cura. Vaccinare significa anche ridurre il numero di persone che s’infettano, ridurre il numero di persone che si ammalano, ridurre, tra l’altro, il numero di persone che a causa del contagio non possono andare a lavorare. Il vaccino ha quindi un impatto positivo sull’insieme della società.


da qui

giovedì 22 dicembre 2022

Elezioni regionali in Lombardia: delusione. Noi continuiamo nel nostro lavoro a difesa della sanità pubblica - Vittorio Agnoletto

  

Un articolo lungo, ma necessario. Vi invito a leggerlo fino in fondo.

Con lo splendido gruppo di Medicina Democratica abbiamo lavorato per oltre un anno per unire tutta l’opposizione attorno ad una piattaforma in difesa della sanità pubblica, con l’obiettivo di cacciare Fontana e Moratti. Il primo incontro con tutte le forze di opposizione, quando tra loro non si parlavano, è avvenuto il 4 novembre all’Arci Bellezza a Milano, proprio alla presentazione dei 23 punti sulla sanità pubblica elaborati da “Dico32 – Campagna per il diritto alla Salute”. Ci siamo impegnati allo spasimo per creare contatti, per “mettere insieme.” E ce l’avevamo quasi fatta!

Successivamente, insieme a centinaia di operatori della sanità pubblica che si erano detti disponibili a dare una mano concretamente, abbiamo costruito la rete “Curiamo la Lombardia”.  C’era un grande entusiasmo. Per molti e molte era la prima volta che decidevano di buttarsi in politica, in nome della difesa di quel Servizio Sanitario pubblico al quale dedicano la loro vita professionale, e dove hanno operato in questi due anni terribili, nonostante i disastri causati dal governo regionale.

E’ stato un percorso complicatissimo, convincere le colleghe e i colleghi medici, infermieri, operatori socio sanitari, ma anche operatori sociali, educatori, avvocati, insegnanti, professori… che potevano avere fiducia in un percorso che si poneva l’obiettivo di garantire davvero a tutte e a tutti la tutela della salute individuale e collettiva in Lombardia.

Poi arriva il macigno. Ci ritroviamo il direttore sanitario del Galeazzi- Sant’Ambrogio del gruppo S. Donato, uno dei principali gruppi della sanità privata a livello nazionale, come capolista della lista del candidato presidente. Non è una cosa da nulla. Di quel gruppo ci siamo occupati spesso con la trasmissione “37e2” a Radio Popolare. Chiedete ai cittadini quanti di loro si sono trovati cancellati – proprio dalle strutture del gruppo S. Donato, delle quali Pregliasco è direttore sanitario – da un giorno all’altro visite ed esami fissati con il Servizio Sanitario pubblico, ricevendo come unica indicazione quella di riprenotare le visite nel nuovo ospedale del gruppo dove allora erano a disposizione solo visite private. Chiedete cosa ne pensano i parenti delle numerosissime vittime decedute al Pio Albergo Trivulzio-PAT che – insieme a “Felicita” Associazione per i diritti nelle RSA – hanno ascoltato il dott. Pregliasco, nominato il 24 aprile 2020 supervisore scientifico del PAT, difenderne l’operato, fino ad arrivare a dichiarare il 7 maggio, a proposito delle denunce dei familiari: “Credo davvero che sia stata creata una panna montata legata alla comprensibile sofferenza e angoscia dei parenti…”

Il giorno della ufficializzazione della sua candidatura Pregliasco dichiara che a suo parere: “La risposta della sanità lombarda alla pandemia è stata buona….”.

Come diavolo è saltato in mente di candidare un tale personaggio? Abbiamo raccolto centomila firme per chiedere il commissariamento della regione per i disastri che la giunta Fontana ha combinato durante la pandemia!

Questa candidatura ha fatto saltare in aria tutto il nostro lavoro di mesi. Un segnale pessimo. Immediatamente siamo stati sommersi da decine di messaggi di colleghi e colleghe della rete che avevamo costruito: così non ci stiamo più. Candidano un simbolo di quelle scelte che quotidianamente, nel nostro lavoro, mortificano i principi della sanità pubblica.

E’ un errore clamoroso ed inaccettabile, una scelta sbagliata e anche perdente per i danni che fa, riducendo le possibilità di coinvolgere molte e molti che a fatica si stavano avvicinando.

Ai tanti e tante che mi dicono: ma tu candidati comunque, nella coalizione o fuori dalla coalizione, abbiamo bisogno delle tue competenze, rispondo di no. Sono stato parte di un percorso comune che purtroppo è stato contraddetto, in modo improvviso e folle. Un percorso che aveva messo a disposizione di tutti incredibili risorse che potevano rappresentare una grande opportunità per arrivare ai molti e molte che non credono più alla politica. Inoltre, anche sul piano personale, non posso essere candidato a fianco di Pregliasco e di chi sostiene che la Regione Lombardia ha lavorato bene durante la pandemia. Mi spiace.

Io non credo ai salvatori della Patria. E’ stato un percorso collettivo e purtroppo é stato bloccato. Io continuerò con il mio lavoro quotidiano a difesa della sanità pubblica, di denuncia e informazione. Anche da fuori del Consiglio regionale, come ho fatto in tutti questi anni.

Confermo la mia stima per molti e molte che rimangono impegnati direttamente nella campagna elettorale, dentro o fuori dalla coalizione.

A chi sarà coinvolto in prima persona nella campagna elettorale contro Fontana e Moratti, continuerò a mettere disposizione tutte le informazioni, denunce, ricerche e indagini fatte in questi anni da tutte le nostre reti.

L’articolo originale può essere letto qui

sabato 23 luglio 2022

Dissenso informato. Il dibattito mancato e le possibili alternative - Prefazione di Vittorio Agnoletto

 

Pubblichiamo la prefazione di Vittorio Agnoletto al libro, da poco uscito, “Dissenso informato. Il dibattito mancato e le possibili alternative” a cura di Elisa Lello e Niccolò Bertuzzi (Castelvecchi Editore). “Durante la pandemia – e più di recente anche sul conflitto russo-ucraino – si è assistito a una riduzione del pluralismo informativo e all’espulsione delle voci critiche, fenomeni che hanno pericolosamente spinto il dissenso verso percorsi di radicalizzazione. Il “dibattito mancato” ha impedito una reale discussione su questioni cruciali che riguardano le politiche sanitarie e le loro conseguenze, così come i molteplici intrecci tra medicina, scienza, economia e politica. Tramite analisi rigorose e documentate, questo libro contribuisce ad aprire un dibattito plurale, per elaborare strumenti utili a orientarsi nel nuovo scenario e per immaginare modalità alternative, inclusive e democratiche, di gestione delle crisi”. Il testo si avvale dei contributi di: Stefano Boni, Enrico Campo, Francesca Capelli, Ivan Cavicchi, Thomas Fazi, Sara Gandini, Giampietro Gobo, Maria Laura Ilardo, Elisa Lello, Nicola Matteucci, Andrea Miconi, Eduardo Missoni, Barbara Osimani, Luca Raffini, Andrea Saltelli, Luca Serafini.

Segnaliamo molto volentieri il volume proprio perché Effimera.org ha dedicato alla questione svariati articoli e organizzato due seminari, nel 2020 e nel 2022 (più un terzo momento di discussione, nel 2021, “Prendiamo corpo. Ripensare l’azione, la politica, l’etica“) sui problemi legati alla pandemia: il primo relativo all’impatto della “malattia” sulle soggettività e sui corpi, alle trasformazioni produttive conseguenti, alle carenze gestionali connesse alla assistenza sanitaria; il secondo più specificamente centrato sulla privatizzazione della sanità pubblica e dei brevetti sui vaccini e sull’accesso, in generale, diseguale alle cure, con i profitti conseguenti. Si è trattato di un intervento che è cominciato dall’inizio della sindemia, anche per contrastare l’idea che l’uscita di tale profondissima crisi si dovesse basare quasi esclusivamente sul senso di responsabilità dei singoli individui, senza denunciare invece i fattori di impreparazione e precarizzazione, inefficienza, iniquità sociale e distorsione generati dalle condizioni della sanità nella varie regioni, dalla riduzione dei contributi pubblici e dal conseguente smantellamento dei presidi sanitari territoriali.

*****

«Non in televisione e non in prima serata, professore». Con queste parole Beppe Severgnini interrompe il prof. Andrea Crisanti che la sera del 26 novembre 2021 durante la trasmissione Otto e mezzo espone le sue perplessità sulla vaccinazione anti Covid per i bambini, perplessità dovute alle limitate informazioni allora a disposizione della comunità scientifica.  Severgnini insiste: «Ci sono i convegni e i congressi per dire certe cose; se voi le ripetete in prima serata, la gente si spaventa e non capisce più niente, mi creda».

27 novembre 2021. Il senatore a vita Mario Monti durante la trasmissione In Onda dichiara: «E’ una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun Paese una politica di comunicazione adatta alla guerra e forse oggi non si riesce più, anche se ci fosse una guerra vera, ad avere una comunicazione come quella che si aveva nel caso di guerre…»; «…la comunicazione di guerra significa che c’è un dosaggio dell’informazione […] bisogna trovare delle modalità meno, posso dire meno democratiche secondo per secondo…..»; «In una situazione di guerra […] si accettano delle limitazioni alla libertà». La conduttrice Concita De Gregorio gli domanda chi dovrebbe decidere come dosare l’informazione; la risposta è netta: «…Il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie».

Nei giorni successivi il senatore Mario Monti cercherà di attutire l’impatto delle sue dichiarazioni, ma questi due brevi passaggi televisivi ben riassumono la logica con la quale è stata (ed è) gestita la comunicazione mainstream durante la pandemia e le valutazioni che la ispirano. Il popolo va trattato come un bambino, devono essergli dispensate delle certezze indipendentemente dalla loro veridicità. La scienza non può mostrare incertezza, non ha diritto di chiedere tempi supplementari per poter concludere le proprie ricerche, deve avere sempre la risposta pronta; Galileo Galilei è cancellato, il dubbio, da motore della ricerca scientifica diventa eresia da silenziare.

Il potere politico non ha responsabilità sulle scelte da compiere perché queste sono garantite dall’oggettività della scienza: soggetto che si colloca super partes e che agisce al di fuori di qualunque condizionamento.

I media devono essere i megafoni delle decisioni prese da chi governa, non devono sollevare dubbi, possono raccontare storie tristi, meglio se drammatiche, così aumenta la tiratura e lo stress collettivo, ma non devono scavare troppo sulle cause; c’è sempre il rischio di disturbare qualche potente.

In una guerra, più il nemico è forte e mette a repentaglio l’esistenza collettiva, più è semplice invocare la massima disciplina, l’obbedienza per i cittadini e per gli operatori dell’informazione, più è facile far dimenticare le responsabilità di chi governa in relazione alla gestione e alle cause e concause dell’emergenza che si sta affrontando. In una guerra non sono ammesse domande, né critiche, chi si permette questi lussi è accusato di connivenza con il nemico.

Ma la realtà è un po’ più complessa. I bambini sono facili da incantare, ma se scoprono che gli hai raccontato una bugia non ti crederanno mai più e la fiducia, anche quella di un bambino, è molto difficile da recuperare.

Se veniamo bombardati da rassicurazioni che i vaccini ci proteggeranno dall’infezione, diventa difficile spiegare perché è necessario, anche se sei vaccinato, utilizzare comunque la mascherina e quando, dopo qualche settimana, un medico vaccinato si infetta tutta la narrazione crolla insieme alla credibilità istituzionale. Eppure, le informazioni erano disponibili; il 20 novembre 2020 sul «Corriere della sera» Andrea Carfi, responsabile della ricerca sui vaccini per Moderna, quando Giuseppe Sarcina gli chiede «Il vaccino sarà efficace anche per prevenire la trasmissione del virus?» risponde: «Per il momento sappiamo che il vaccino previene l’insorgere della malattia, lo sviluppo dei suoi sintomi. Dobbiamo ancora capire se potrà prevenire anche l’infezione e quindi evitare che ci siano persone vaccinate che contraggono comunque il virus, rimanendo asintomatici e potenzialmente contagiosi per gli altri». Più chiaro di così!

Perché non è stata data la corretta informazione? L’importanza dei vaccini sarebbe comunque apparsa evidente nel ridurre fortemente l’evoluzione della malattia e i decessi. Invece man mano che le persone vaccinate si infettavano è stata tutta una rincorsa, a precisare, a spiegare quello che politici e tecnici sapevano da tempo ma che avevano taciuto. Regalando un assist a chi era contrario alla vaccinazione. Così come ha poco senso tacere eventuali decessi o minimizzare gli effetti collaterali dei vaccini, quando l’esperienza di tante persone è differente; più corretto è illustrare anche i limiti delle attuali vaccinazioni e contemporaneamente spiegare la somma positiva del confronto tra rischi/benefici. Così come è stato un errore – che ha prodotto comportamenti che hanno facilitato la diffusione del virus – illudere che l’uso del green pass avrebbe garantito zone di sicurezza, covid free, anziché spiegare che era una misura scelta dal governo per spingere le persone a vaccinarsi; scelta della quale l’esecutivo si assumeva la responsabilità.

La scelta di non comunicare pezzi importanti di verità che si intrecciano con la nostra quotidianità ha favorito il muro contro muro sulle vaccinazioni, ha impedito di discutere con coloro, e non sono pochi, che non sono contrari in via di principio alle vaccinazioni (e nemmeno specificamente a quella contro la Covid-19), ma che hanno dubbi e domande che meritano risposte. Ma forse questo non è un fatto casuale, ma un risultato ricercato secondo la logica di guerra già citata; d’altra parte, a dirigere le operazioni non è stato chiamato un medico esperto di sanità pubblica e di medicina preventiva, categoria del tutto ignorata dalla politica e dai media, ma un generale perennemente in divisa: l’ormai noto generale Figliuolo.

Quando la guerra evocata ha lasciato il posto alla guerra combattuta con missili e bombe, le dinamiche da pensiero unico, fin qui descritte, hanno trovato ulteriore dispiegamento e l’esercizio del pensiero critico viene sempre più considerato qualcosa dal quale rifuggire, da condannare e colpevolizzare, come precisano anche i curatori del volume nella loro introduzione.

In questa situazione diventa sempre più attuale il dibattito sul ruolo della scienza, o meglio degli scienziati e il loro rapporto con la politica. Agli scienziati spetta spiegare quali siano i dati verificati e accertati che quindi possono essere considerati, fino a prova contraria, delle “verità”; quali siano le ipotesi sottoposte ancora a ricerca che necessitano di ulteriori verifiche; quali siano le domande alle quali per ora la scienza non è ancora in grado di rispondere. È compito della politica assumersi la responsabilità di compiere delle scelte basandosi sulle informazioni che, in quel momento, la ricerca scientifica è in grado di fornire.

In questi due anni abbiamo invece assistito ad un continuo trincerarsi dell’esecutivo dietro la fatidica frase «ce l’ha ordinato il dottore (CTS)», sfuggendo in tal modo al dovere di rispondere delle scelte compiute anche quando è evidente che alcune decisioni sono state assunte sulla base di pressioni economiche ed equilibri politici che nulla hanno a che vedere con ragioni sanitarie. Questa presunta assenza di responsabilità da parte dei decisori politici ha raggiunto il punto più alto, o forse sarebbe meglio dire più basso, almeno moralmente parlando, in occasione della mancata realizzazione della zona rossa nel bergamasco.

Questa strategia è stata possibile anche per il ruolo del CTS, Comitato Tecnico Scientifico, che, con il passare del tempo, più che svolgere un ruolo di informazione scientifica verso il governo, si è trasformato in uno strumento utilizzato per fornire una giustificazione tecnica alle scelte dell’esecutivo, attraverso dichiarazioni o silenzi, non per questo meno gravi. Il fatto che gli Open Day per AstraZeneca non abbiano incontrato fin dall’inizio una dura ed esplicita opposizione da parte del CTS è solo un esempio che ben ricordo per essere rimasto praticamente isolato, nell’euforia generale, a spiegare da Radio Popolare che una vaccinazione è un atto medico che necessita della raccolta dell’anamnesi individuale e di un’eventuale verifica di documentazione sanitaria, pratiche che richiedono tempo e che non si addicono ad un evento più simile ad una festa della birra.

La presenza degli “scienziati” sui nostri teleschermi poteva essere anche una logica conseguenza del periodo emergenziale, ma questo è avvenuto nel caos più totale, come in una fiera paesana, dove il banditore passa, presenta la sua merce, in questo caso il proprio sapere, la vende (e qui stendiamo un pietoso velo sui cachet) e se ne va fino alla prossima occasione, senza che nessuno possa chiedergli conto della qualità della merce acquistata. Ed infatti i nostri “scienziati” potevano tranquillamente sostenere un giorno una cosa e, pochi giorni dopo, l’esatto contrario senza che alcun conduttore/conduttrice si permettesse di fargli notare l’incongruenza delle loro affermazioni con quelle precedenti; anzi, alcune volte, sembrava che l’averla sparata grossa e non averla azzeccata costituisse un titolo di merito per tornare in televisione, ovviamente senza mostrare alcun imbarazzo.

È ormai norma consolidata che in ogni pubblicazione scientifica un ricercatore debba dichiarare i propri conflitti d’interesse. Certamente i media generalisti sono diversi, per ruolo e per destinatari, dalle riviste scientifiche, ma quando viene presentato al pubblico, con tutti gli onori, un esperto che, in una fase complicata come quella pandemica, fornisce indicazioni su quali farmaci assumere o non assumere e su quale vaccino sia più efficace, forse non sarebbe stato sbagliato chiedere notizia di eventuali conflitti d’interesse, non per cacciarlo, ma per informare il cittadino in modo che ognuno abbia tutti gli strumenti necessari per farsi un’opinione. In Italia se si sollevano questioni simili, si rischia di essere guardati come un marziano. Eppure, se si andasse a vedere qualche curriculum vitae o qualche sito di società scientifiche qualche domanda in più sorgerebbe.

Di tutti i temi fin qui menzionati, e di altro ancora, si occupa questo volume. Il testo è un invito alla riflessione critica rispetto al ruolo della politica, della comunicazione e della scienza nella società contemporanea (e nell’Italia contemporanea in modo particolare), ma è anche lo spazio per visioni complesse (e anche fra loro differenti) di corpo, cura e medicina.  Visioni nelle quali chi scrive può anche non sempre identificarsi, ma la cui dignità è fondamentale riconoscere in un dibattito plurale e articolato, troppo spesso mancato negli ultimi due anni.

Insieme ad altre otto personalità europee – professori e attivisti di lunga data nel campo della salute, ho lanciato la campagna «Nessun profitto sulla pandemia!» (www.noprofitonpandemic.eu/it) per sostenere la proposta di sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini per la Covid-19, sui kit diagnostici e per la socializzazione del know-how avanzata in sede OMC, Organizzazione Mondiale del Commercio, da India, Sudafrica e sostenuta da oltre cento Paesi.  L’obiettivo è quello di rendere disponibili nel minor tempo possibile un numero di dosi di vaccino sufficienti per tutto il genere umano. Per sostenere in Europa questa iniziativa abbiamo scelto di ricorrere ad un’ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, uno strumento istituzionale previsto dall’UE per facilitare la partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardano.

La campagna, che va ben oltre la raccolta di firme, insieme alla società civile di tutto il mondo ha contribuito a suscitare un movimento globale con documenti firmati da oltre cento tra premi Nobel ed ex capi di stato, il ripetuto pronunciamento di papa Francesco e le dichiarazioni dell’OMS; iniziative che sono riuscite a modificare, almeno parzialmente, la posizione di alcuni governi tra i quali quello USA, ma che non hanno minimamente scalfito, al di là di qualche tardiva proposta d’immagine, i convincimenti di UE, UK e Svizzera che continuano ad opporsi alla moratoria per la quale in sede OMC è necessaria l’unanimità. Germania, Francia e Italia sono le massime sostenitrici della rigida posizione assunta dalla Commissione Europea. In questo libro, la vicenda dei brevetti non è affrontata (per lasciar spazio ad altri aspetti ancor meno dibattuti a livello pubblico durante la pandemia), ma molte delle considerazioni fin qui svolte hanno trovato su questo tema un’ennesima conferma e rilanciato alcune domande.

Nonostante la campagna «Nessun profitto sulla pandemia!» abbia radunato nel nostro paese il più grande comitato di sostegno con oltre centoventi realtà nazionali, dai sindacati a tutte le maggiori associazioni e annoveri tra i suoi testimonial personaggi come Silvio Garattini, don Luigi Ciotti oltre al compianto Gino Strada, il nostro sistema politico-mediatico, tranne poche ma importanti eccezioni, da quasi due anni continua ad ignorare questo tema con una chiusura che non ha paragoni con altri paesi occidentali. Il mondo politico appare totalmente subalterno, dai ministri in giù, al potere di Big Pharma, così come molti dei principali media. Una conferma viene da un’indagine, alla quale abbiamo contribuito come “37e2” (trasmissione sulla salute di Radio Popolare), realizzata da Lorenzo Cassi, professore associato di Economia alla Sorbona; mentre il mondo chiede a gran voce la sospensione temporanea dei brevetti per i vaccini anti Covid, come uno degli strumenti fondamentali per aumentarne la produzione, abbassarne il costo e bloccare la pandemia, in Italia accade il paradosso: nel 2021, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), che è collocato presso il Ministero dello Sviluppo Economico, ha accordato l’estensione, in un caso fino a 5 anni, oltre i 20 canonici, per i brevetti relativi a due vaccini di due società: l’inglese Oxford University e la tedesca Curevac, la prima  relativamente al vaccino AstraZeneca e la seconda per i vaccini Pfizer e Moderna. Ogni commento è superfluo.

Questo appiattimento sugli interessi delle grandi case farmaceutiche nel nostro Paese ha ulteriormente rafforzato il rifiuto di discutere di qualunque critica alla campagna vaccinale ed essendo impossibile, nel nostro caso, accusarci di essere no vax, si è scelto il silenzio, un silenzio assordante.

La speranza è che dall’enorme sofferenza che la pandemia non ha ancora terminato di spargere anche nel nostro Paese, possa svilupparsi una riflessione collettiva che unisca gli specialisti del settore agli attivisti sociali e ad una più ampia comunità capace di interrogarsi in profondità su come la Covid-19 ha evidenziato gli enormi limiti del nostro sistema sanitario, ha mostrato la necessità di modificare in profondità il paradigma della medicina degli ultimi quarant’anni e ci ha resi consapevoli di come neanche questo sia sufficiente. È da qui ed ora che può cominciare un cambiamento significativo e costruttivo. Questa tremenda lezione possa almeno essere utile a noi e di monito per le future generazioni.

 

Vittorio Agnoletto, medico, insegna Globalizzazione e Politiche della Salute” all’Università degli Studi di Milano, responsabile scientifico dell’Osservatorio Coronavirus attivato da Medicina Democratica e autore e co-conduttore di “37e2” la trasmissione sulla salute di Radio Popolare. Coordina in Italia la campagna europea «Nessun profitto sulla pandemia!» per la moratoria dei brevetti sui vaccini contro la Covid-19.

da qui

lunedì 14 marzo 2022

Vaccini anti-Covid, l’Italia proroga i brevetti e fa un enorme regalo alle multinazionali - Vittorio Agnoletto

 

L’Italia, con una decisione dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), che dipende dal ministero dello Sviluppo Economico guidato dal ministro Giancarlo Giorgetti, ha prolungato la durata di alcuni brevetti connessi ai vaccini AstraZeneca, Pfizer e Moderna di un ulteriore periodo di monopolio che va dai tre anni e mezzo ai cinque e che si aggiungono ai vent’anni già stabiliti dagli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale definiti all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo è stato scoperto e segnalato da Lorenzo Cassi, professore associato in Economia alla Sorbona, l’Università Parigi 1 ed è stato presentato a “37e2”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare (dal min. 4,05)

Tutto questo avviene mentre oltre 100 Paesi, migliaia di associazioni, centinaia di premi Nobel e di ex capi di stato, oltre a papa Francesco, chiedono di sospendere per tre anni i brevetti sui vaccini per il Covid. Pfizer ha annunciato in questi giorni di aver realizzato ricavi per 81 miliardi di dollari nel 2021, quasi il doppio rispetto al 2020.

Ogni farmaco è coperto da decine o più brevetti di prodotto o di processo; brevetti che tutelano le scoperte ed impediscono ad altri di utilizzarle, alcuni di questi brevetti possono essere stati depositati vari anni prima e talvolta bloccano l’accesso a metodiche che si sono dimostrate efficaci in differenti ambiti

Per fare un esempio: immaginiamo di percorrere l’autostrada del Sole da Milano a Roma; vi sono vari caselli a Lodi, Piacenza, Bologna, Firenze ecc. attraverso i quali è obbligatorio passare; se quei caselli sono chiusi ci si ferma, altrimenti si può proseguire fino al prossimo casello chiuso, avvicinandosi alla meta, da lì in poi sarà necessario trovare altre strade. Se invece i caselli sono tutti chiusi l’autista rimane al punto di partenza e deve trovare un percorso completamente alternativo.

Afferma il prof. Cassi:

“I due certificati di proroga concessi dall’UIBM non hanno ragione economica avendo le imprese produttrici dei brevetti realizzato profitti ampiamente sufficienti a ripagare gli investimenti e beneficiato di una procedura eccezionale per tempi e modalità.

Mi concentro sul brevetto Curevac che riguarda la metodica MRNA e che coinvolge Pfizer e Moderna. Si tratta di un brevetto del 2002 e che quindi sarebbe andato in scadenza nel 2022 mentre è stato prorogato fino al 2027. Curevac ha fatto richiesta in vari stati europei di un supplemento di protezione in base all’autorizzazione ottenuta dai farmaci di Pfizer e Moderna. Fino ad ora solo Italia, Germania e Svizzera l’hanno concesso, mentre la Francia l’ha rifiutato ed altri Paesi non hanno ancora dato risposta. L’UIBM ha fatto quindi da apripista dando risposta positiva per primo.

Oltre questioni economiche e di opportunità umanitaria e politica vi sono almeno due anomalie tecniche.

Prima: senza la procedura accelerata concessa dall’Ema, l’Agenzia Europea del Farmaco e della quale le aziende hanno beneficiato, il brevetto sarebbe probabilmente scaduto e non sarebbe stato possibile ottenere la proroga: infatti, uno dei pre-requsiti è che il brevetto sia ancora in essere. Anche qui sarebbe stato meglio essere più prudenti anziché rispondere in meno di un mese.

Seconda: questo è un brevetto molto ampio per copertura (oltre i vaccini sono menzionati la rigenerazione dei tessuti, come possibile applicazione) e non è necessariamente collegato al principio attivo contenuto nei vaccini autorizzati. Almeno questa è l’interpretazione dell’Inpi, ufficio brevetti francese, che con questa argomentazione ha rifiutato di concedere il supplemento di 5 anni. Hanno semplicemente applicato una pratica ordinaria: studiato il brevetto e detto che non aveva diritto al supplemento di protezione”.

Bloccare per ulteriori cinque anni un brevetto del 2002 significa ridurre le possibilità di ricerca, facendo un enorme regalo alle multinazionali del farmaco, come spiega il prof. Silvio Garattini. Inoltre, qualora nei prossimi anni in un altro Paese venga prodotto un vaccino o un farmaco che utilizzi questo brevetto in Italia non potrà essere utilizzato fino al 2027

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha risposto a Radio Popolare prima cercando di allontanare da sé ogni responsabilità scaricando tutto sull’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, poi sostenendo che si tratta di prassi ordinaria e che l’Italia non si è comportata diversamente da quanto hanno fatto gli altri paesi. Ma come ha spiegato il prof. Cassi la realtà è ben diversa.

La concessione dell’estensione temporale del brevetto è avvenuta il 18 marzo 2021 pochi giorni prima che il parlamento italiano votasse una risoluzione nella quale chiedeva al governo di sostenere la sospensione temporanea dei brevetti. Non solo il governo ignorò totalmente tale risoluzione, ma non ci risulta che abbia comunicato al parlamento l’ulteriore proroga concessa.

E’ difficile pensare che una simile decisione sia avvenuta all’insaputa dei ministri dello Sviluppo Economico e della Sanità e dello stesso Presidente del Consiglio. Chiedo spiegazioni al governo italiano. Tali estensioni devono essere rimosse, nell’interesse prioritario della salute, della ricerca e dell’economia pubblica.

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