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giovedì 8 ottobre 2026

L’Italia invasa dai data center - Alessandro Vecchio

 Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”. 

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

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mercoledì 26 agosto 2026

Cosa ci insegnano i black out sull’energia (e perché non possiamo andare verso il modello Dubai) - Elisabetta Ambrosi

Sono stata in vacanza in un villaggio turistico per alcuni giorni. Ad un certo punto, era il giorno di Ferragosto, probabilmente il picco dei consumi energetici dell’anno, c’è stato un black out lungo alcune ore. Il villaggio aveva ovviamente grandi generatori, ma consumando una quantità enorme di energia, 20.000 kilowatt, così mi è stato detto, non riuscivano a riattivare la luce in tutte le casette e in tutti i camper.

Nei giorni successivi, la luce andava e veniva e insieme anche a lei l’acqua, visto che le pompe per diffonderla non funzionavano allo stesso tempo. Le persone cominciavano ad essere nervose, avevano pagato per stare lì, l’intermittenza continua era irritante e non permetteva alcun programma – “Noi quando andiamo via lasciamo il cane nel camper con l’aria condizionata, se va via l’elettricità muore”, diceva una coppia irritata. D’altronde, la richiesta di energia era ai massimi livelli, quindi i guasti erano possibili.

Visto che il clima continuerà a peggiorare, e la richiesta di energia continuerà ad aumentare d’estate, soprattutto per la domanda di raffrescamento, non possiamo che cominciare a fare i conti con questi black out. In due modi: anzitutto, bisognerebbe imparare ad attrezzarsi. Anche partendo da cose piccole. Ad esempio io viaggio ovunque con almeno un paio di torce grandi con batteria, utilissime molto più dei cellulari se è buio, perché fanno un fascio di luce.

Poi, bisognerebbe sempre avere con sé dell’acqua, in tanica e in bottiglia perché a volte, anche se non sempre, se non c’è luce non c’è anche l’acqua. Se possibile, inoltre, utilissimo sarebbe un generatore a benzina oppure caricabile con dei pannelli solari, per attaccarci appunto computer, cellulare oppure, se di numerosi kilowatt, anche forno, frigorifero, dove il cibo rischia di marcire.

Ma soprattutto dovremmo fare un cambiamento a 360 gradi sull’energia, cominciando a ragionare sulla difficoltà di produrla e sui legame tra quantità di energia e ciò che quella quantità ci consente di fare. Per “accendere” un villaggio con centinaia di piazzole e case, piscina, area ristorante, teatro, giochi etc servirebbero almeno decine di ettari di spazio e decine di migliaia di pannelli solari. Questo solo per alimentare, appunto, un resort/campeggio tra i tanti ormai nel nostro paese.

 

In altre parole, per ogni nostro “lusso” vacanziero, dalla piscina pulita all’aria condizionata nelle case in affitto agli asciugamani puliti lavati in enormi lavatrici, serve una enorme quantità di energia fossile o rinnovabile. Che va faticosamente prodotta. Non siamo abituati a fare questo calcolo mentale. Aiuta molto avere un mezzo di trasporto elettrico, perché allora bisogna premurarsi di caricare la batteria e calcolare con esattezza i chilometri che possiamo fare con tot di batteria. Ed è un esercizio utile per capire che la sostenibilità non è compatibile con il lusso estremo.

In questo senso, non possiamo andare verso il modello energetico “Dubai”. Ho molti amici che sostengono che sì, la crisi climatica è tremenda, ma se a Dubai vivono e anche bene con oltre 40 gradi alla fine possiamo sperare almeno di finire in quel modo. Ma non è esattamente così. Ci attrae il lusso e l’ipertecnologia di Dubai, ma per vivere in quel modo servono tonnellate di petrolio che non solo non abbiamo, ma che contribuiscono ad alimentare ancora di più la crisi climatica in un circolo senza fine.

E non abbiamo neanche, a dire la verità, l’energia rinnovabile necessaria per cascate d’acqua ovunque e parchi tematici al chiuso. Il modello Dubai è inarrivabile e al tempo stesso assolutamente deprecabile, perché distrugge il clima e il pianeta.

E’ ovvio che chi fa qualche giorno di vacanza all’anno dopo un mese di ondata di calore in città e prima di tornare al lavoro vuole un po’ di lusso, dalla piscina con gli scivoli dove portare il bambino e rilassarsi un po’ all’aria condizionata in casa. Va anche bene, non dobbiamo per forza tutti mangiare panini vegetariani in una casetta spartana sull’Appennino, però almeno dovremmo:

1) sopportare i black out sapendo che purtroppo sono fisiologici e attrezzarci noi per vivere bene durante l’assenza di luce;

2) cominciare a pensare che l’energia non è infinita, proprio per nulla, anzi è finita e limitata e produrne in quantità infinita è impossibile. Ecco perché dovremmo quanto meno sempre più sapere quanta energia consumano i nostri comportamenti e le nostre scelte.

Cominciare a conoscere il lessico dell’energia, materia che andrebbe assolutamente studiata a scuola (ma non a fisica, come materia obbligatoria per tutti), a maneggiare le quantità, a conoscere il rapporto tra quantità e cosa ci permette di fare quella quantità di energia/elettricità, a imparare come si produce l’energia e quali i costi per averla. Avremmo così delle competenze utilissime per capire cosa fare, dove andare in vacanza, come attrezzarci, cosa aspettarci, anche. Per non essere, insomma impreparati.

Capiremmo molto bene anche le ragioni della crisi climatica, che risiedono, quasi banalmente, in uno squilibrio tra energia prodotta in maniera pulita e azioni necessarie con quell’energia (e dunque nel conseguente ricorso alle energie inquinanti fossili). Capiremmo molto meglio, infine, chi e come votare. E non per andare per forza verso una decrescita infelice, ma verso vacanze un po’ più sostenibili e magari persino con meno black out.

da qui

venerdì 19 dicembre 2025

Se volete dare un occhio al futuro verde del pianeta, fatevi un giro in Cina - Loretta Napoleoni

Chi avesse voglia di dare un’occhiata al possibile futuro verde del pianeta e alla transizione ecologica prodotta dall’innovazione tecnologica, dovrebbe farsi un giro in Cina.

La Cina, va detto, consuma più energia di qualsiasi altro paese al mondo. Ha un appetito vorace, alimentato per decenni dal carbone, che l’ha resa il più grande emettitore di CO₂ del pianeta. Ma da almeno dieci anni, questo gigante con una popolazione di un miliardo e 400 milioni di persone è impegnato in una svolta epocale. Il motivo? Raggiungere un obiettivo ambiziosissimo, il cosiddetto “doppio carbonio”: arrivare al picco delle emissioni entro il 2030 ed ottenere la neutralità carbonica entro il 2060. A che punto siamo? Nel 2024, per la prima volta, la capacità di energia non fossile installata in Cina ha superato il 60 per cento del totale nazionale, toccando i 2,2 miliardi di kW. Il resto, circa il 40 per cento, proviene ancora da fonti tradizionali, in primis il carbone, che rimane un pilastro per la stabilità della rete elettrica.

Si tratta di una transizione dove le tecnologie avanzate vanno a braccetto con un ripensamento radicale dell’intero sistema, una vera e propria rivoluzione energetica in casa. E per capire come questo futuro stia prendendo forma, bisogna guardare a una provincia lontana dai centri del potere finanziario e politico cinese, lo Xinjiang: 450 miliardi di tonnellate di riserve di carbone (il 40 per cento del totale cinese), un potenziale di energia solare pari al 40 per cento del potenziale tecnico nazionale e uno eolico di 1 miliardo di kW.

 

Siamo ad Urumqi, una cittadina vicina al confine nordoccidentale della Cina, sotto la Mongolia, a pochi kilometri dal deserto del Gobi. In una sala di controllo circondata da schermi olografici dove scorrono flussi di dati in tempo reale, pochi tecnici supervisionano 66 centrali energetiche sparse in una regione grande cinque volte l’Italia. È il Centro Operativo Intelligente di Urumqi, avamposto tecnologico e cervello operativo della più audace transizione energetica del pianeta. È infatti qui, in questa provincia remota battuta dai venti e bruciata dal sole, che si gioca una partita che potrebbe tra qualche decennio ridefinire gli equilibri energetici globali e per ora la Cina ha in mano tutti i jolly.

La Cina, a differenza delle nazioni occidentali, ha infatti capito da tempo una verità semplice ma rivoluzionaria: chi controllerà l’energia del futuro controllerà l’economia del XXI secolo e l’energia del futuro sono le rinnovabili. Xinjiang, con le sue distese assolate dove soffia vento costantemente, è il Texas cinese e le rinnovabili il suo petrolio verde.

Mentre l’Occidente dibatte sul costo della transizione ecologica, la Cina agisce and leads by example producendo una visione sistemica e comprensiva dello sfruttamento di diverse risorse. Il progetto “Energia dallo Xinjiang al resto della Cina” trasforma così l’abbondanza locale in uno strumento di politica nazionale. Corridoi a ultra-alta tensione (UHV) – come Hami-Zhengzhou e Zhundong-Anhui – sono le moderne arterie di un sistema circolatorio che pompa energia pulita verso le fabbriche e le città della costa orientale. Fino al 2024, hanno esportato oltre 800 miliardi di kWh, alimentando 22 province. È una strategia win-win: le regioni orientali ricevono energia a basse emissioni, lo Xinjiang si sviluppa e Pechino consolida il controllo su un’area strategicamente sensibile.

Il Centro di Urumqi è il simbolo di questa regia centralizzata. Non è una semplice sala controllo, è un sistema nervoso digitale che, attraverso un’intelligenza artificiale avanzata, gestisce 170 impianti per una capacità di 11,12 milioni di kW. Trenta di questi funzionano già in modalità “presenza zero” o semiautomatica. Questo modello risponde a un’esigenza duplice: massimizzare l’efficienza e minimizzare l’errore umano in un territorio sterminato. È l’applicazione pratica di un principio di sviluppo: la fusione tra pianificazione statale e tecnologie d’avanguardia che crea un acceleratore di sviluppo senza pari.

 

Perché la Cina ci riesce mentre l’Occidente arranca? La risposta non è solo tecnologica. È politica e sociale. Il vantaggio del ritardatario: la Cina si è industrializzata tardi, saltando fasi inquinanti che per l’Occidente sono state un costo irrecuperabile. La pressione sociale: i cinesi vogliono aria pulita. L’inquinamento non è più un prezzo accettabile per la crescita. Il calcolo economico dello Stato: l’inquinamento ha un costo sanitario enorme. Investire nel verde non è solo una questione ambientale, ma un modo per ridurre la spesa pubblica sanitaria.

L’Occidente, d’altro canto, è intrappolato in un paradosso: ha firmato gli Accordi di Parigi, ma manca la volontà politica di affrontare i costi di una riconversione industriale radicale. Qui, invece, la transizione è una priorità nazionale assoluta.

La lezione di Urumqi non è solo per la Cina. Questo modello è un prodotto esportabile nell’ambito della Belt and Road Initiative e per i partner dei Brics. Immaginate questo sistema applicato ai deserti dell’Arabia Saudita, dell’Iraq o del Nord Africa.

Il centro di Urumqi è il prototipo di una futura rete energetica continentale, una “Via della Seta dell’elettricità” che potrebbe unire l’Eurasia con flussi di energia pulita. In un mondo dove Europa e Asia sono fisicamente un unico continente, questa non è fantascienza. È geopolitica.
Mentre da noi si negozia e si rimanda, qui, nel deserto del Gobi, il futuro energetico del mondo è già in funzione. E dall’Occidente non arriva la concorrenza, ma solo i visitatori, come me, a guardare e a prendere appunti.

da qui

sabato 1 novembre 2025

L’ombra del gas sulla Sardegna - Paola Matova (ReCommon)

Con una sentenza definitiva emessa lo scorso maggio, il Consiglio di Stato ha posto la parola fine al ricorso della Regione Sardegna contro il cosiddetto “DPCM Draghi” del 2022. Ovvero il decreto del Presidente del Consiglio, in sé un atto amministrativo, che aveva come scopo quello di individuare le infrastrutture necessarie per la sicurezza energetica e per il superamento del carbone sull’isola. La Regione Sardegna aveva presentato un ricorso contro il decreto, lamentando l’assenza di un vero confronto con il territorio e chiedendo maggiori garanzie su perequazione tariffaria e centralità nelle scelte energetiche. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che non serve alcun accordo con le Regioni per decidere su opere di questo tipo, persino quando hanno impatti diretti sul territorio e sulle comunità locali. Un pronunciamento atteso oramai da tempo, che sblocca formalmente l’iter per un nuovo DPCM, ma che di fatto conferma una linea politica ed energetica che ha ben poco a che vedere con la decarbonizzazione.

 
 La nuova bozza in circolazione non mostra alcun cambio di rotta: sparisce solo una delle tre navi rigassificatrici previste (quella di Portovesme), mentre restano intatti gli altri impianti: una FSRU a Porto Torres, un’altra a Oristano e la cosiddetta “mini dorsale”, una rete di metanodotti che collegherebbe Oristano con il Sulcis. A gestire tutto sarà Snam, con pieni poteri su progettazione, realizzazione e gestione delle opere.

Durante l’assemblea degli azionisti dello scorsomaggio, Snam ha dichiarato apertamente di non essere promotrice della metanizzazione in Sardegna, ma una semplice esecutrice su richiesta di governo, Regione e industrie. Una presa di distanza che suona tanto come una clausola di non responsabilità. Un atteggiamento che appare ancora più problematico se si considera che l’azienda trae profitti garantiti grazie al meccanismo del “ricavo remunerato” sugli investimenti nelle infrastrutture, che gli assicurerà guadagni anche se l’infrastruttura dovesse rivelarsi inutile. Il ricavo remunerato è il guadagno che un operatore come Snam ottiene dalle sue attività regolamentate, come il trasporto, lo stoccaggio e la rigassificazione del gas. Questo ricavo viene stabilito dall’ autorità di regolazione, che in Italia è denominata ARERA, e serve a coprire i costi operativi degli investimenti e a garantire un rendimento.  Non a caso, Snam ha chiaramente ammesso di non aver mai prodotto una propria stima sulla domanda di gas in Sardegna. Si è limitata a citare vecchi e oramai obsoleti studi di RSE, che già nel 2022 prediligevano l’elettrificazione dell’isola piuttosto che il gas. Snam si defila, ma in ogni caso incassa e nessuno ci sa dire a cosa servirà quel gas.

Il tassello mancante per ricostruire la fotografia attuale è Fiume Santo. Al centro del piano gas nel nord Sardegna c’è infatti l’omonima centrale a Porto Torres, impianto a carbone oggi attivo solo al 50% della propria capacità, di proprietà di EP Produzione, società del gruppo EPH controllato dall’oligarca ceco Daniel Křetínský. Già nel 2021 EP aveva proposto la riconversione a gas della centrale, poi messa in stand-by con lo scoppio della crisi energetica e i costi elevatissimi del gas. Oggi il progetto è tornato in pista ed è stata riaperta la valutazione d’impatto ambientale. Qui emerge la grande contraddizione: si parla di rigassificatori e gasdotti prima ancora di sapere se e quando la centrale verrà riconvertita. Se Fiume Santo non diventerà una centrale a gas, l’intera infrastruttura a nord dell’isola rischia di restare un’opera vuota e doppiamente insensata.
 
Le motivazioni avanzate per giustificare la costruzione di queste infrastrutture, ovvero la sicurezza energetica, l’indipendenza dal gas estero e il rilancio dell’industria sarda, non reggono. La centrale di Fiume Santo, per esempio, non è nemmeno considerata strategica dal piano europeo RepowerEU per la sicurezza energetica, mentre l’Italia dispone già di una sovrabbondante capacità installata a gas e continua paradossalmente a investirci nonostante la domanda nazionale sia in costante calo.

In questo contesto, approvare nuove infrastrutture fossili in Sardegna significa incatenare l’isola a una dipendenza strutturale dal gas, proprio mentre il mercato globale, si fa sempre più instabile. Altro che indipendenza e autonomia, si rischia di consegnare la Sardegna a una vulnerabilità energetica ancora maggiore, basata su importazioni di GNL la cui filiera è inquinante, costosa e incerta. I costi non saranno solo economici, ma anche sociali e ambientali.

https://www.recommon.org/lombra-del-gas-sulla-sardegna

mercoledì 27 agosto 2025

Italia maglia nera Ue per prezzi dell’elettricità: perché i consumatori pagano più che nel resto della Ue - Chiara Brusini

  

A luglio il Prezzo unico nazionale è stato in media di 113,3 euro al MWh: oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Dietro ci sono la dipendenza dal gas, il funzionamento del mercato, le ondate di calore. E lo spettro della manipolazione

Mentre il governo festeggia la riduzione dello spread e un presunto (inesistente) boom del turismo a Ferragosto, un altro dato è rimasto sotto silenzio. Anche a luglio il prezzo medio dell’elettricità in Italia si è piazzato al livello più alto dell’Unione europea. Il cosiddetto Prezzo unico nazionale, base di riferimento per il prezzo all’ingrosso dell’energia che poi viene rivenduta agli utenti finali, è stato in media di 113,3 euro al MWh contro i 90 della media Ue. Oltre 20 euro sopra quello della Francia, 40 sopra quello spagnolo, il quadruplo di quello svedese. Nell’intero 2024 il prezzo medio italiano è stato di 108,5 euro/MWh contro i 58 della Francia e i 63 della Spagna. Non è più considerata un’emergenza perché fortunatamente sono lontani i picchi del 2022 quando ha superato i 550 euro. Resta una zavorra per le famiglie e il sistema produttivo. Vale la pena fare il punto su cosa c’è dietro questa non invidiabile specialità italica.

La dipendenza dal gas naturale

Il primo fattore è la forte dipendenza dal gas naturale. In Italia, quasi il 45% dell’energia elettrica (contro il 15% della Germania, il 17% della Spagna e il 3% della Francia) è prodotta da impianti a gas. E il combustibile viene quasi interamente importato dall’estero, rendendo il prezzo finale dell’energia molto sensibile alle oscillazioni dei mercati, come tutti i consumatori hanno dolorosamente imparato durante i mesi orribili seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. All’epoca la Penisola era fortemente dipendente da Mosca (oltre 30 miliardi di metri cubi l’anno, 40% del totale delle importazioni). Dopo quello choc, il governo Draghi decise di diversificare gli approvvigionamenti in favore del Nord Africa: nel 2023 la quota di gas in arrivo dall’Algeria è salita poco sotto il 38% mentre quella russa è scesa sotto il 5% ed è aumentato il ricorso al gas naturale liquefatto. Ma l’anno scorso la tendenza si è marginalmente invertita e gli acquisti dalla Russia sono risaliti a oltre 6 miliardi di metri cubi.

Questa dipendenza ha fatto sì che l’anno scorso, quando i prezzi si sono normalizzati in tutta Europa rispetto ai picchi del 2023, l’Italia ne beneficiasse di meno. La relazione annuale dell’Autorità per l’energia (Arera), presentata a giugno, ricorda che il Pun medio italiano è sceso del 14%, contro il -40% di quello francese, il -36% registrato sulla borsa scandinava, il -28% di quella spagnola e il -18% di quella tedesca.

Il funzionamento del mercato

Il funzionamento del mercato elettrico contribuisce ad amplificare le differenze. Il Prezzo unico nazionale si forma con il meccanismo del “prezzo marginale”: ogni giorno i produttori di energia fanno le loro offerte sul cosiddetto Mercato del giorno prima. Vengono chiamate a produrre prima le centrali più economiche, alimentate a rinnovabili e idroelettrico, poi quelle più care come le centrali a gas. Ma il prezzo finale non è una media. Si allinea al costo dell’ultima centrale – la più cara – necessaria per coprire tutta la domanda. Per questo, quando il gas diventa molto costoso anche l’elettricità prodotta da fonti più economiche viene pagata a quel prezzo alto. Funziona così in tutta la Ue, ma in Italia è più penalizzante perché come visto il gas è più spesso la fonte “decisiva” che fissa il prezzo. In Francia quel ruolo è svolto dal nucleare, in Spagna e Germania dalle rinnovabili (anche se nel mix energetico di Berlino ha ancora un peso non indifferente anche il carbone).

Il ruolo delle ondate di calore

In estate, il mercato diventa particolarmente vulnerabile. Il fabbisogno di energia cresce sensibilmente per effetto della climatizzazione, che porta milioni di famiglie e imprese ad accendere i condizionatori nelle ore più calde della giornata. Al tempo stesso la produzione da idroelettrico, che vale in media fino al 20% del mix italiano, cala drasticamente a causa della siccità e della ridotta disponibilità di acqua negli invasi, mentre l’eolico è spesso condizionato da periodi di scarsa ventosità. In questo contesto, le centrali a gas diventano indispensabili per coprire la domanda residua spingono verso l’alto il Pun. Non a caso l’anno scorso il prezzo unico medio di luglio è stato di 112 euro/MWh mentre quello di gennaio, il mese più freddo, di 99.

Gli indizi di manipolazioni dei prezzi

A complicare il quadro c’è un elemento preoccupante emerso da un’indagine conoscitiva di Arera: nel biennio 2023-24, a valle dello choc seguito all’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina, molti operatori avrebbero adottato strategie di offerta anomale sul mercato elettrico. In pratica avrebbero ridotto la capacità realmente disponibile per spingere i prezzi verso l’alto. L’Autorità parla di “probabili condotte di trattenimento economico di capacità”, che avrebbero comportato “differenze medie di prezzo” nell’intervallo di 4-7 €/MWh nel 2023 e 1 €/MWh nel 2024. Per ora non si parla esplicitamente di abuso perché l’indagine si basa su ipotesi semplificatrici e occorre “accertare l’assenza di legittime giustificazioni”, ma di sicuro gli indizi di una corposa manipolazione del mercato non possono essere ignorati.

Le maggiorazioni sul mercato libero

Dal Prezzo unico alla bolletta il passo non è breve. Per arrivarci occorre tener conto di costi di dispacciamento e di commercializzazione e degli oneri di sistema destinati per esempio a sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dal gas (lo scorso anno hanno sfiorato i 9 miliardi di euro). Nel mercato libero, su cui i clienti domestici non vulnerabili sono stati fatti definitivamente migrare entro il luglio 2024, contano poi le maggiorazioni decise dal fornitore. È sempre la relazione dell’Arera a quantificarle: lo scorso anno il prezzo finale al netto delle tasse sul mercato libero presentava “valori notevolmente superiori al servizio di maggior tutela per tutte le classi di consumo”: dal 37% in più per i grandi clienti al 55% per chi ha consumi tra 1.000 e 2.500 kWh all’anno.
Dulcis in fundo, ci sono le imposte, che aggiungono un 10% all’esborso.

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domenica 29 giugno 2025

Meta e il mega data center in Louisiana: così la “fame d’energia” dell’IA rischia di gonfiare le bollette dei cittadini Usa - Michelangelo Mecchia

 

 

Bollette più alte e nuove centrali a gas per soddisfare la fame d’energia di Meta, il colosso tech di Mark Zuckerberg. La multinazionale sta costruendo un gigantesco data center in Louisiana, nelle campagne di Holly Ridge (una vasta area rurale nel nord-est dello stato). Sono infrastrutture strategiche per Big Tech: i data center contengono migliaia di server che, a loro volta, effettuano miliardi di calcoli al secondo, lavorando senza sosta. È il “cervello” dell’intelligenza artificiale, che se ne serve per eseguire i compiti che gli vengono commissionati o, più banalmente, per fornirci le risposte richieste. Ma proprio perché i computer lavorano ininterrottamente in condizioni normali si surriscalderebbero; dunque, per evitare guasti tecnici, vanno raffreddati artificialmente (ad esempio, tramite aria condizionata industriale ad alta potenza). Bisogna poi alimentare la potenza di calcolo e sostenere i costi energetici relativi ai sistemi d’illuminazione o di sicurezza dell’infrastruttura. In definitiva, il fabbisogno complessivo di energia dei data center è già di per sé molto elevato.

Ma Zuckerberg vuole costruire un arcipelago informatico che si estenderà su 370.000 metri quadrati (a grandi linee, un’area coperta da cinquantadue campi di calcio regolamentari). E secondo le stime di una Ong locale, Alliance for Affordable Energy, avrà bisogno del doppio dell’energia di cui vive New Orleans, una città che conta quasi quattrocentomila abitanti. Per l’approvvigionamento energetico dell’infrastruttura Meta ha siglato un accordo con Entergy Louisiana, il principale fornitore di elettricità dello Stato. Secondo l’Alliance for Affordable Energy il data center – dunque, un solo edificio – consumerebbe il 25% dell’elettricità che attualmente Entergy eroga per case, scuole, fabbriche, ospedali e negozi lungo tutto il territorio della Louisiana. Questo significa che, per “sfamare” Meta, Entergy dovrebbe aumentare di un quarto la quantità d’energia che fornisce attualmente. Ma i costi potrebbero ricadere sulla popolazione dello Stato. E anche se il progetto è ancora ad uno stato embrionale già sono arrivati i primi rialzi in bolletta.

La partnership tra la multinazionale e Entergy, infatti, prevede la costruzione di tre nuove centrali a gas e una linea di trasmissione. Tuttavia, Meta si è impegnata a coprire i costi delle tre centrali solo per i primi 15 anni (il progetto è spalmato su 30 anni). Se a metà del percorso l’azienda dovesse disinvestire, abbandonare il sito o ridurre le attività Entergy Louisiana si dovrebbe far carico del resto dei costi. Attingendo fondi dai suoi clienti, i cittadini dello Stato. Inoltre l’accordo con Meta non è stato allargato alla linea di trasmissione; se n’è dovuta occupare Entergy, finanziandone la costruzione con un aumento di 1,66 $ in bolletta. La cifra di per sé non è consistente, ma va calata in un quadro più ampio segnato da rialzi continui (dal 2018, +90%). Tuttavia, può essere un’importante iniziativa per rilanciare un’area economicamente depressa: Meta promette 500 posti di lavoro con stipendi medi di 82.000 dollari. Ma i data center, lamentano alcune associazioni locali, sono strutture fortemente automatizzate, che richiedono poco personale stabile. Molti impieghi sono temporanei (limitati alla costruzione della struttura) o a scarsa qualificazione (sicurezza, pulizie). Eppure il governo statale, guidato da Jeffrey Martin Landry – un trumpiano di stretta osservanza – ha fatto di tutto affinché Meta investisse, riscrivendo leggi urbanistiche, abolendo l’obbligo di aste pubbliche per vendere terreni di proprietà dello Stato e modificando le regole relative agli incentivi per la banda larga – circoscrivendoli ai data center.

La vicenda apre uno squarcio sul grande tema dei costi energetici (e ambientali) di questa rivoluzione industriale. In Kentucky una compagnia elettrica sta progettando nuove centrali a gas per alimentare data center che, almeno per il momento, ancora non esistono. L’intelligenza artificiale è vorace d’energia. E all’aumentare dell’intelligenza – sulla scia dei progressi tecnologici in questo campo – cresce la sua “fame”. Compresi i costi per placarla. È il prezzo del progresso, sibilano gli esegeti della quarta rivoluzione industriale. Ma ne può derivare un problema, e anche molto serio, se, da ultimo, a pagarlo saranno l’ambiente e i cittadini comuni.

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lunedì 3 marzo 2025

Energia: il mercato libero che rende poveri - Giovanni Caprio

 

Le bollette italiane sono le più care d’Europa: il 30% più alte di quelle della Germania e il doppio di quelle della Spagna. “Da ormai tre anni, denuncia la CGIL, mentre le grandi aziende del settore energia registrano bilanci stellari, circa 2,2 milioni di famiglie italiane sperimentano il dramma della povertà energetica. Si tratta quasi dell’8% della popolazione del Paese. A essere specialmente colpiti sono gli anziani: il 47% di loro è a rischio o in povertà energetica. Per di più, complice anche la fine del mercato tutelato, la spesa media annuale di una famiglia tipo è destinata ad aumentare ulteriormente, sfiorando i 3mila euro l’anno.”

Sono circa 13.200 i possibili contratti del libero mercato di energia tra i quali una famiglia dovrebbe scegliere il più adeguato alle proprie esigenze. E in molti casi, oltre al costo di luce o gas, questi contratti obbligano ad acquistare servizi accessori: assicurazioni, canoni di manutenzione delle caldaie, servizi di telemedicina oltre costi occulti in caso di recesso anticipato e cambi tariffe. Costi e servizi accessori che spesso nulla hanno a che vedere con l’erogazione del gas o dell’elettricità. E’ l’amara constatazione che arriva dalla Caritas di Roma, che denuncia con forza le ipocrisie e i paradossi del “mercato libero” nei contratti, “le cui offerte economiche sono consultabili sul Portale ARERA, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, che risultano incomprensibili ai più e soprattutto quasi mai effettivamente convenienti.” Anche per gli anziani, i disabili e i percettori di redditi bassi, i clienti “vulnerabili” che sono rimasti gli unici ad aver diritto al mercato “tutelato”, la situazione appare critica: al momento, per il complesso meccanismo della formazione del prezzo, stanno pagando circa il 18% in più rispetto ai clienti non vulnerabili approdati al Servizio di Tutele Graduali (STG). I vulnerabili adesso hanno tempo fino al 30 giugno 2025 per accedere al STG cercando di risparmiare così qualche centinaio di euro su base annua. Al momento, il libero mercato si sta traducendo in grandi profitti per le imprese e in un crescente rischio di povertà per le famiglie. Un rischio più volte segnalato, che oggi è diventato realtà.

“E come se non bastasse, denuncia la Caritas di Roma, il mercato si è arricchito di offerte con vendite abbinate: nella bolletta il cliente trova costi di assicurazioni improbabili o ancora servizi di telemedicina dal costo di 150 euro annui, più o meno l’equivalente su base annua del bonus sociale. Tutto questo non è tollerabile. Alle offerte del libero mercato poco convenienti si aggiungono i costi di servizi accessori non richiesti che erodono i tentativi di calmierare il costo della bolletta. Una situazione che, come spesso accade, sta mettendo in crisi soprattutto le famiglie più fragili e gli anziani, che sempre più si rivolgono ai centri di ascolto parrocchiali per chiedere un aiuto per il pagamento delle bollette.” La Caritas di Roma dal 2022 ad oggi si è attivata con iniziative come la “Bolletta sospesa” e “Fondo famiglia” in aiuto di oltre 200 mila euro per consentire il pagamento delle bollette ed evitare i distacchi per morosità e ha diffuso un Manuale operativo dei diritti per accompagnare le parrocchie (e non solo) nella tutela delle famiglie fragili.

La Caritas di Roma ha anche chiesto un intervento urgente su più fronti per: 1. Stabilizzare bonus sociali elevando le soglie ISEE a euro 15.000 e rivedendo la soglia di età dei beneficiari abbassandola dall’attuale 75 a 70 anni. A copertura della misura può contribuire anche quanto ricavato dalle truffe del 110% in considerazione del fatto che l’efficientamento energetico degli edifici doveva e poteva essere pensato come leva principale per contrastare la povertà energetica con una seria riqualificazione dell’edilizia popolare; 2. Ripulire da bolletta da costi impropri vietando la vendita abbinata di servizi estranei alla fornitura di energia elettrica e gas almeno per i clienti definiti vulnerabili, introducendo idonee sanzioni in caso di violazioni, da destinare al sostegno delle famiglie in difficoltà; 3. Introdurre una valutazione (Rating) di legalità obbligatoria e specifica per le aziende che operano nel settore della vendita di energia elettrica e gas per estirpare il fenomeno delle truffe telefoniche e delle diverse pratiche commerciali scorrette; 4. Rafforzare la campagna di comunicazione per avvertire i clienti vulnerabili della possibilità di accesso al Servizio a Tutele Graduali entro il 30 giugno 2025; 5. Semplificare e rafforzare gli strumenti di tutela rendendo maggiormente accessibile il servizio conciliazione energia predisposto da ARERA adottando anche strumenti di moral suasion e leve reputazionali per favorire la risoluzione delle controversie.

“Non si può pensare, ha dichiarato dichiara Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, di gestire il “libero mercato” permettendo ingiustizie sociali e confidando nel sostegno del mondo del volontariato. Chiediamo invece, anzitutto al Governo e al Parlamento, di garantire la dignità delle persone a partire dal riconoscimento dei bisogni essenziali quali la fornitura di acqua, energia elettrica e gas in un contesto di fiducia reciproca e legalità”.

 

Qui il Manuale della Caritas

 

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domenica 26 gennaio 2025

Il "sole artificiale" cinese ha appena distrutto i record di fusione, generando plasma per oltre 17 minuti

 

(di Xinhua)

Ci siamo appena avvicinati a un'energia pulita quasi senza limiti.

 

Il reattore Experimental Advanced Superconducting Tokamak (EAST) ha sostenuto plasma super caldo per 1.066 secondi, più del doppio del suo precedente record di 403 secondi.

 

La fusione, che imita il processo di produzione di energia del Sole fondendo atomi di luce in quelli più pesanti, potrebbe fornire una fonte di energia praticamente inesauribile senza emissioni di gas serra o scorie nucleari significative.

 

Nonostante questa svolta, la tecnologia della fusione è ancora nelle sue fasi di sviluppo, richiedendo decenni più ricerche prima di diventare una soluzione energetica praticabile.

 

I progressi di EAST, tra cui un sistema di riscaldamento aggiornato, sono un passo fondamentale verso gli anelli di plasma autosufficienti necessari per le future centrali elettriche a fusione. Attualmente, tutti i reattori a fusione consumano più energia di quanta producano, ma sforzi come EAST contribuiscono a progetti internazionali come ITER, un reattore a fusione su larga scala in costruzione in Francia.

 

Mentre le sfide rimangono, queste pietre miliari avvicinano l'umanità a sfruttare il "Santo Graal" dell'energia pulita. I ricercatori sottolineano l'importanza della collaborazione internazionale per realizzare il potere della fusione.

 

(Traduzione di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli)

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lunedì 13 maggio 2024

Contro quella sproporzione “normale” che si mangia montagne, suoli e cittadinanza - Paolo Pileri

 

Due notizie apparentemente diverse sono invece assai simili. La prima è quella dell’inchiesta giornalistica di Report sullo sfruttamento delle cave di marmo delle Apuane che ha sollevato un polverone (Altreconomia se ne era occupata già tempo fa). La seconda è quella diffusa da UnioneSarda.it riguardante la vendita di ben mille ettari di suolo dell’isola a un’azienda cinese per farci il più grande impianto fotovoltaico d’Europa (l’ennesima colonizzazione energetica).

Che cosa hanno in comune le due notizie? Il suolo e il paesaggio rubato all’ambiente e alle comunità locali? Certamente sì, ma non solo. La speculazione finanziaria dietro tutto questo? Certamente sì, ma non solo. La finzione della sostenibilità o la pretestuosa equazione per la quale ciò che è rinnovabile è automaticamente sostenibile (falso)? Certamente sì, ma non solo.

L’ipocrita teatrino dei politici che, solo dopo il clamore suscitato da Report, si sono fatti vivi in carne e ossa mettendo in scena improbabili indignazioni e stupori per quel che accade nelle cave (ma non sono loro e le istituzioni che amministrano a dare le concessioni?)? Oppure il silenzio ancora eccessivo e imbarazzante di troppi politici sardi che ricorda l’astuta tattica di chi costruisce ritardi burocratici ad hoc così che le cose poi diventano irrecuperabili? Certamente sì, ma non solo. La negazione di sovranità (parola che piace più tradire che pronunciare) delle comunità locali, scippate delle risorse naturali per ingrassare le tasche di pochi finanzieri disinteressati alle sorti delle genti locali e che poco o nulla restituiscono al territorio? Certamente sì, ma non solo. Il fatto che i marmi si cavano dalla terra toscana per arredare i bagni di qualche magnate del petrolio chissà dove o che l’energia solare su suoli sardi finisca nei portafogli cinesi? Certamente sì, ma non solo.

E allora che cosa accomuna le due notizie? La loro sproporzione. Si, è la sproporzione a renderle così simili e odiose facendone una rappresentazione viva e bruciante del neoliberismo e della sua enorme ferocia artificializzatrice e speculativa a danno del territorio. “È quando l’insediamento si espande e inizia a coprire ettari; è quando il governo del territorio si fa così capillare da escludere sistematicamente tutte le specie che sono riconducibili alla utilità umana; è con l’imporsi di questa forma totalitaria dell’essere al mondo, che la presenza umana diventa artificiale”, come hanno spiegato Francesco Boer e Andrea Pilloni (2023). La sproporzione è pervasiva ed è ciò che artificializza tutto senza pietà, spesso legittimata da norme ingiuste o assenti, sostenute in modo palese o velato da una politica compiacente fin quando ci scappa il morto o quando il Report di turno scoperchia il caso.

Eppure, fino a poco prima della puntata, la sproporzione con cui intere montagne sparivano a morsi sempre più rapidi e voraci era “normale”, proprio come ora è di nuovo “normale” vedere un’isola letteralmente colonizzata oltre ogni ragionevole misura da pale e pannelli, i nuovi strumenti di espropriazione della natura e delle genti. La sproporzione tra intenzione e atto è ciò che rende indigeribile sia le cave di marmo sia il futuro parco fotovoltaico cinese e i relativi annessi e connessi. La sproporzione dell’indifferenza di chi governa senza prendere una posizione netta e forte che cambia per davvero il corso delle cose e ferma le rapine. La sproporzione con la quale le tecnologie (estrattive entrambe) si propongono come salvifiche a priori quando invece sono un moltiplicatore di impatti ambientali. Lo squilibrio quantitativo è simbolicamente ciò che accomuna questi due casi. Ma è anche, a pensarci bene, la cifra con la quale l’immarcescibile modello neoliberista continua a trasfigurare i luoghi dove viviamo, spaesandoci.

Sproporzionati sono anche i capannoni della logistica e del commercio online che in meno di dieci anni hanno letteralmente stravolto i paesaggi: e non capiamo più noi chi siamo. Sproporzionati sono i piccoli e grandi palazzi multipiano che sorgono a Milano o a Bologna al posto di piccole officine o edifici dentro i cortili, mandando all’aria le viste di chi da decenni viveva lì attorno. Sproporzionato è il ponte sullo Stretto di Messina, il progetto di arretramento della linea ferroviaria nel ponente ligure, l’alta velocità in Irpinia, la mega-ciclabile del Lago di Garda, la trasformazione del parco del Meisino a Torino in cittadella dello sport, i grattacieli a Milano, Torino e dove vogliono farli, i progetti di interporti ad Alessandria, Novara, Parma e chissà dove ancora, l’ampliamento della tangenziale di Bologna, il porto fluviale a Monticelli di Ongina sul Po, il Tyirrhenian link, ma anche l’assurda area parcheggio fuori dalla stazione di alta velocità di Reggio Emilia Mediopadana, le mega rotonde viarie e così via.

E poi ci sono tutte le piccole sproporzioni urbanistiche che si depositano nei piccoli e medi Comuni: in termini assoluti possono sembrare poca cosa, ma rispetto alla trama sottile di quei centri diventano un fuori scala che rende stranieri tutti gli abitanti. L’elenco delle sproporzioni che gettano artificializzazione e spaesamento nei nostri occhi è lunghissimo e tristissimo. Ma è proprio questa la cifra con la quale ci stanno mangiando l’orizzonte e “de-cittadinizzandoci”. Oggi più di ieri. È un processo che ha preso la rincorsa negli anni Settanta, si è irrobustito negli anni Novanta abbruttendo il Paese e rubando terre che erano di tutti, ma ora sta letteralmente superando qualsiasi previsione e qualsiasi soglia di rispetto. La sproporzione è oggi quel che accomuna gran parte delle opere pubbliche e private che consumano suolo e artificializzano i territori rendendoli irriconoscibili con una velocità alienante, mai conosciuta prima.

Come se non bastasse, tutto questo viene perpetrato con maggior furbizia di ieri, usando pretestuosamente la sostenibilità e la tecnologia come grimaldelli e bersagliando preferibilmente le comunità che abitano le terre più fragili -dalla Val Susa all’entroterra pugliese, campano e sardo- contando forse sul fatto che, prese dalla preoccupazione di sopravvivere nella dura quotidianità o sprovviste delle capacità culturali ed economiche, non sono in grado di opporsi o tardano a capire cosa sta accadendo o sono più facili da abbagliare. È sempre più urgente una reazione che, prima dei cortei e delle manifestazioni, prepari le comunità a diventare epistemiche, ovvero sempre più capaci di anticipare le loro prese di posizione basandole su consapevolezze e conoscenze sempre più solide, evitando di scivolare nella sola contrapposizione ideologica, pur ragionevole ma troppo facilmente criticabile dagli speculatori e dai loro compiacenti politici.

Bisogna anticipare le reazioni, evitando che quelle sproporzioni inizino a essere pensate, facendo capire che i territori non sono né riserve di caccia per speculatori dove trovare un ambiente dal ventre molle che possono bucare come gli pare e piace, nè abitati da genti che sono muti codici fiscali da mettere su una lista di espropri o che possono spostare qua e là come gli va. In un contesto dove le forze politiche sono perse nei loro giochi elettorali, disinteressate e distanti dalla concretezza dell’intreccio tra questioni ecologiche e sociali, dove non vedono queste sproporzioni e non sono capaci di metterne assieme due solo perché geograficamente e tipologicamente distanti, è più che mai urgente riannodare e irrobustire le alleanze tra saperi scientifici e azioni locali per superare la mentalità incentrata sull’interesse privato, sul solo profitto finanziario che può sventrare qualsiasi cosa.

L’impegno civile oggi deve lavorare molto di più a monte e non solo a valle, così da prevenire la violazione di territori e comunità, come suggerisce Adriano Zamperini nel suo “Violenza invisibile”. Stare a valle e opporsi agli scempi è sacrosanto, ma non più sufficiente. È urgente andare a monte per disegnare le condizioni culturali per cui certe cose, certe sproporzioni, certe predazioni di suoli e paesaggi, certe prevaricazioni alle popolazioni locali spariscano per sempre e si impari a immaginare alternative condivise, proporzionate e super rispettose degli ecosistemi. Un grande lavoro culturale ed ecologico, necessario e urgente. Non può che partire da chi, in questo momento, riesce a vedere quelle sproporzioni e quelle prevaricazioni vuoi perché ci è accanto, vuoi perché ne conosce gli effetti teorici. Occorrono nuove alleanze di impegno civile, basate sulla consapevolezza: teoria e azione insieme. Si può fare, si sta già in parte facendo.

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martedì 23 aprile 2024

I più fessi d'Europa - Gilberto Trombetta


In Italia l'elettricità è più cara che in tutto il resto d'Europa. Perché? Le cause sono molteplici.


Innanzitutto la privatizzazione del settore energetico avvenuta durante gli anni 90, quelli della svendita dell'IRI: tra il 1992 e il 1995 l’ENI è stata prima trasformata in S.P.A. e poi privatizzata per il 70%, l’ENEL è diventata S.P.A. nel 1992 e privatizzata per il 75% nel 1999.


Poi è arrivata la liberalizzazione del mercato dei prezzi energetici imposta dall'Unione Europea a partire dal 1996, quando è stato approvato il primo "Pacchetto energia". In Italia sono stati i decreti Bersani del 1999 e Letta del 2000.


Poi ci sta il perverso meccanismo dell’asta marginale del mercato del giorno prima che fa si che tutta l'energia elettrica venga pagata al prezzo massimo offerto dai produttori energetici che partecipano all’asta.


Poi ci sono le pratiche scorrette di molti fornitori energetici che per aumentare i profitti non vendono l'elettricità nel mercato principale (quello del giorno prima) ma in quello del Servizio di Dispacciamento che può raggiungere prezzi anche del 600% superiori a quelli del mercato principale.


Ovviamente un contributo all'aumento dei prezzi lo hanno dato anche la transizione energetica targata UE (i costi dei permessi per l'emissione della CO2 sono passati dai 5,96 euro a tonnellata di 20 anni fa agli 83,5 del 2023) e le sanzioni alla Russia (che era il nostro maggiore fornitore di materie prime energetiche a basso costo).


Senza dimenticare che il peso di IVA e accise sulle bollette elettriche degli italiani vale tra il 10% e il 15%.

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domenica 11 febbraio 2024

La rivoluzione green - Grig

La rivoluzione green è quella cosa affascinante che trasformerà i terreni agricoli, le macchie, i boschi in centrali di produzione energetica da fonte rinnovabile per fornire energia alle industrie che produrranno cibo sintetico.

Sparisce la fauna selvatica, di fatto non si coltiva più.

Non è ancora realtà, ma è proprio un pericolo incombente.

E’ qui che vogliamo finire?

Chi l’ha democraticamente deciso?  Pare nessuno.

Eppure, la Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “nella regione Sardegna è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) tale da superare già oggi di ben 7 volte quanto previsto come obiettivo da raggiungersi al 2030 sulla base del FF55, tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023).

Altro che la vaneggiata sostituzione etnica di Lollobrigidiana memoria, qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria. 

E questo vale per tutto il territorio nazionale: “tale prospettiva si potrebbe attuare anche a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 318 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023).

Noi del GrIG non siamo per niente d’accordo.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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