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mercoledì 15 luglio 2026

Su Milano l’ombra del modello Doha - Paolo Barbieri

 

C’era una volta il sindaco Giuseppe Sala, che gonfiava il petto a reti unificate per il “modello Milano”, città “attrattiva” soprattutto per i capitali internazionali coinvolti in uno sviluppo edilizio innegabile, che però sta imponendo costi sociali pesanti a vaste fasce di popolazione espulse dalla metropoli in conseguenza della crescita inarrestabile dei valori immobiliari e dei prezzi degli affitti. Ma dopo le ombre sollevate dalla procura su qualche regalo di troppo ai costruttori, e dopo il goffo tentativo di ottenere copertura legislativa retroattiva con il disegno di legge “salva-Milano” arenatosi al Senato, un recente episodio di cronaca rischia di proiettare nel mondo un’immagine ancora peggiore della capitale finanziaria d’Italia – anche se in questo caso l’amministrazione meneghina non c’entra, non direttamente almeno. Un’immagine che ricorda, per certi versi, i “miracoli” edilizi per i mondiali di calcio del 2022 in Qatar, oggetto di drammatiche denunce da parte delle principali organizzazioni globali di difesa dei diritti umani.

Succede che, nell’area dell’ex tiro a segno nazionale di piazzale Accursio, sia in costruzione una sorta di “quartiere diplomatico”, il cui fulcro è la sede del nuovo consolato degli Stati Uniti. Un progetto, manco a dirlo, di “rigenerazione urbana” da centinaia di milioni di euro, per il quale la fetta appaltata alla Caddell Construction (con sede a Montgomery, in Alabama) vale circa 210 milioni di dollari. Le toghe milanesi, che già da un po’ hanno iniziato a svelare i meccanismi dello sfruttamento estremo in altri settori dell’industria e dei servizi, scoprono che, oltre a esportare la democrazia con i metodi tristemente sperimentati in mezzo mondo, gli Stati Uniti esportano anche modelli di business incompatibili con le leggi della Repubblica italiana.

Secondo l’accusa, infatti, centinaia di operai indiani sarebbero stati reclutati attraverso intermediari nel loro Paese di origine, si sarebbero coperti di debiti per pagare i cinquemila euro loro richiesti per avere il visto di lavoro; una volta in Italia, sarebbero stati espropriati in automatico di una quota di salario per pagarsi vitto e alloggio, operazione che consentiva di far figurare paghe contrattuali regolari, mentre di fatto, anche considerando il quasi raddoppio dell’orario effettivo di lavoro (portato abusivamente a sei giorni a settimana, e fra le dieci e le dodici ore giornaliere, fino a sfiorare le 250 ore mensili medie), erano retribuiti con circa due euro l’ora. Per la procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto l’arresto di due responsabili del sistema di caporalato, e ha affidato a un commissario giudiziario la gestione pro tempore della società coinvolta, si tratta di una forma di “para-schiavismo”.

Potrebbe sembrare un’operazione innovativa di management creativo, una situazione eccezionale di banditismo d’impresa. Eppure, proprio il caso della costruzione delle infrastrutture per i mondiali in Qatar, e il boom economico a esse legato, dimostra che esiste un modello organizzativo collaudato. Il rapporto di Amnesty International The Ugly Side of the Beautiful Game (si potrebbe tradurre con “Il lato oscuro del calcio”) denunciava, nel 2016, lo sfruttamento sistematico dei lavoratori migranti impiegati nella ristrutturazione dello stadio Khalifa di Doha. Molti operai, provenienti da India, Nepal e Bangladesh, avevano contratto debiti per pagare commissioni di reclutamento illegali, subendo poi confisca del passaporto, salari inferiori a quelli promessi e minacce in caso di protesta. Amnesty documentò turni molto lunghi, spesso superiori alle dieci-dodici ore giornaliere, per sei o sette giorni alla settimana, in condizioni climatiche estreme. Non è mai stato realmente accertato il numero dei morti sul lavoro negli anni del grande sforzo cantieristico degli emiri: ma alcune stime internazionali parlano di migliaia di vittime; la più celebre, un’inchiesta pubblicata nel 2021 dal quotidiano britannico “The Guardian”, conteggiava in 6.750 le vittime fra il 2010 e l’anno dei mondiali, solo relativamente ai migranti provenienti da nazioni dell’Asia meridionale. Cifra contestata a suo tempo da fonti qatariote, però, che parlavano di morti per cause naturali, perfino per le decine di operai collassati nei cantieri degli stadi, dove prestavano servizio nelle condizioni descritte da Amnesty.

Tornando alle vicende di casa nostra, il singolo caso di cronaca è rilevante perché non isolato. Proprio il magistrato milanese che segue l’inchiesta sul cantiere del consolato, il sostituto procuratore Paolo Storari, in una recente audizione di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro in Italia, ha descritto in questi termini lo scenario illuminato dalle varie inchieste della procura (le più note sullo sfruttamento dei riders e sulle catene di fornitura delle case di moda): “Ci sono fenomeni di sfruttamento del lavoro che sono largamente impuniti e socialmente accettati, tutti noi siamo spettatori di fenomeni di illegalità”. Anche se in edilizia non accadono magari episodi estremi come quello dei braccianti arsi vivi in Calabria, un recente rapporto sullo sfruttamento lavorativo, a cura del Centro di ricerca interuniversitario “L’Altro diritto”, in collaborazione con l’Osservatorio Placido Rizzotto e la Flai Cgil, che si concentra sugli abusi in agricoltura (“terzogiornale” ne parla qui), lancia l’allarme su quelli che definisce i settori dello “sfruttamento sommerso”: appunto edilizia, poi servizi di cura alla persona, ristorazione e turistico-ricettivo.

C’è dunque un problema di sistema, che dovrebbe allarmare non poco la politica, dedita da tempo agli stanchi riti della commemorazione (anche nelle aule parlamentari vengono onorate le vittime degli incidenti sul lavoro, incidenti che però sono spesso figli della diffusione di metodi di sfruttamento selvaggio della manodopera e della mancanza di controlli). Per non affidarsi agli interventi repressivi della magistratura, servirebbe evidentemente rafforzare il sistema dei controlli: secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) il numero di ispettori in forza sul territorio italiano, al 31 dicembre 2025, è pari a 4.366 unità fra Inl, Inps, Inail e carabinieri, che hanno prodotto, nello scorso anno solare, un totale di 157.381 accessi ispettivi, numero sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente, quando erano stati 158.069. Ma la politica, in particolare in questa legislatura a trazione di estrema destra, sembra piuttosto interessata a limitare le interferenze nei confronti delle imprese. Il decreto legislativo 103/2024, sulla semplificazione dei controlli, ha introdotto il principio del preavviso: le pubbliche amministrazioni (incluso l’Inl) devono inviare all’impresa la richiesta della documentazione almeno dieci giorni prima dell’avvio del controllo. Del resto, si tratta della stessa area politica che ha prodotto, sull’ultimo decreto lavoro, l’emendamento dei relatori – poi parzialmente riformulato in extremis, nel corso dell’esame in commissione alla Camera, forse per andare incontro alle rimostranze della Cisl, sindacato tutt’altro che ostile al governo Meloni – finalizzato ad annacquare perfino l’ambiguo concetto del “salario giusto” (vedi qui) e ad aprire, di fatto, ai contratti al ribasso, quando non a veri e propri contratti-pirata, siglati dai sindacatini tradizionalmente vicini ai partiti di destra.

Il caso Caddel, insomma, illumina, è vero, una situazione estrema. Ma anche senza le manifestazioni esasperate del modello Doha nel cuore economico dell’Italia, il tema delle condizioni dei lavoratori nel nostro Paese (salario, diritti, sicurezza) rimane probabilmente la prima emergenza da affrontare nella costruzione di un’ipotetica alternativa di governo. Sempre che le contorsioni interne alla coalizione di centrosinistra, e alle sue correnti interne, lascino il tempo, a leader e strateghi, di occuparsi del mondo reale.

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sabato 30 agosto 2025

Milano secondo il Ft: “Nuova capitale mondiale dei super-ricchi. Sempre più inaccessibile per i cittadini comuni”

Milano è diventata la nuova calamita dei grandi patrimoni internazionali e questo sta spingendo i cittadini comuni sempre più lontano dal “cuore” della città. Lo racconta il Financial Times in un’analisi che descrive come, negli ultimi anni, il capoluogo lombardo abbia attirato figure di spicco della finanza globale: dal vicepresidente di Goldman Sachs Richard Gnodde al magnate egiziano Nassef Sawiris, fino a Rolly van Rappard, cofondatore del fondo Cvc Capital, già molto attivo negli affari italiani.

Secondo l’approfondimento del quotidiano britannico, titolato Milan’s expat ‘explosion’ brings new buzz to Italy’s financial centre (L’esplosione degli espatriati a Milano porta nuovo fermento nel centro finanziario italiano), la ragione non è solo il fascino della “dolce vita”, ma soprattutto un regime fiscale cucito su misura per i super-ricchi. Grazie alla flat tax da 200mila euro annui, i nuovi residenti stranieri possono blindare i loro redditi e asset all’estero per 15 anni, senza pagare un euro in più e con in aggiunta l’esenzione dalle imposte di successione sui beni non italiani.

Un meccanismo introdotto dal governo Renzi – e rivisto al rialzo nel 2024 dal governo Meloni – come incentivo per attrarre nuovi capitali che, di fatto, si è tradotta anche in un regime di favore per pochi privilegiati. E che a Milano sta avendo un effetto travolgente sull’immobiliare, settore finito anche nel mirino della magistratura con l’inchiesta che ha coinvolto i big del settore e le strutture amministrative di Palazzo Marino.

Inoltre, ricorda il Financial Times, l’Italia è competitiva rispetto a Londra anche sotto il profilo delle rendite finanziarie che attirano i fondi di private equity: l’aliquota del 26% sulle plusvalenze è ben più bassa del 34% introdotto di recente nel Regno Unito. Non sorprende quindi che Milano si stia trasformando in un hub dorato per banchieri e manager, con stipendi “londinesi” che fanno schizzare in alto il costo della vita.

L’effetto sul mercato immobiliare è già sotto gli occhi di tutti. In dieci anni i prezzi delle case a Milano sono aumentati del 60%, con una media di 5.540 euro al metro quadrato, mentre Roma è rimasta ferma a 3.600. Gli affitti hanno seguito lo stesso trend, passando da 15 a 22,5 euro al metro quadro: +50%. Questo afflusso di ricchezze e i prezzi in costante aumento, ammette il Ft, sta generando forti tensioni sociali. Il risultato? I cittadini comuni vengono espulsi dai quartieri centrali e di tendenza, sostituiti da manager e investitori stranieri che possono permettersi cifre altrimenti inaccessibili.

Il Financial Times segnala anche un altro fenomeno: l’apertura di club esclusivi “all’inglese” come Casa Cipriani e la prossima Soho House, percepiti dai milanesi come corpi estranei al tessuto tipico della città. Spazi riservati dove si ritrovano quasi solo banker e manager del private equity, mentre fuori la popolazione deve fare i conti con una città sempre più cara e “ostile” alla vita quotidiana.

Il malumore cresce anche dentro gli stessi uffici finanziari: i banchieri italiani lamentano l’arrivo di colleghi dall’estero con salari sproporzionati, che alimentano squilibri interni. E sullo sfondo pesa l’inchiesta della magistratura sulle presunte tangenti legate alla riqualificazione urbana: un ulteriore segnale che la “Milano da bere” dei miliardari rischia di diventare un laboratorio di disuguaglianze e rendite, dove i cittadini finiscono relegati ai margini.

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mercoledì 30 luglio 2025

La resa di Milano al cemento - Sarah Gainsforth

 

Quando hanno cominciato a costruire un edificio nel cortile del suo palazzo, Simona Franchetti ha chiesto spiegazioni. “Signora, si può arrabbiare quanto vuole ma Milano sarà tutta così”, le ha detto l’ingegnere responsabile del cantiere. Quando lei ha minacciato di presentare un esposto alla guardia di finanza, cosa che poi ha fatto, l’amministratore del condominio vicino le ha detto: “Ma cosa si è messa in testa, qui siamo a Milano, mica a Catanzaro, dove si costruisce abusivamente”. Lei ha risposto che la cosa non la convinceva e che sarebbe andata avanti. Aveva ragione.

Nel maggio 2024 il cantiere in via Lepontina, nel cortile interno tra i civici 7 e 9, è stato sequestrato dalla procura di Milano. Gli oneri urbanistici, cioè i contributi per finanziare i servizi, erano stati sottostimati, i volumi e le superfici non erano a norma e mancava un piano di opere pubbliche: dalle fognature al servizio idrico, agli spazi verdi. È stata una violazione “dell’abc dei principi costituzionali di legalità”, ha scritto il giudice per le indagini preliminari, Mattia Fiorentini.

Quello di via Lepontina è uno dei 150 cantieri finiti nell’inchiesta della magistratura sugli edifici tirati su senza permessi di costruzione a Milano. I costruttori hanno infatti presentato solo una segnalazione certificata di inizio attività (Scia), cioè una richiesta di autorizzazione che non prevede un assenso esplicito da parte del comune. L’inchiesta ha svelato le responsabilità di diversi dirigenti del comune di Milano.

Franchetti scorre i rendering del progetto nel cortile interno del suo palazzo. Lo hanno chiamato Giardino segreto e prevede la costruzione di 61 appartamenti al posto di un fabbricato un tempo usato come deposito di medicine delle farmacie comunali, ora demolito. “Le case in sé non sembrano neanche male”, commenta. “È il contesto che è sbagliato. Quelli dei piani alti avrebbero avuto sotto gli occhi un panorama di pannelli solari e bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. Il verde sarebbe stato decorativo. Ho chiesto se fossero previsti dei servizi, un asilo, un parco. Niente, non era previsto niente”.

Nel quartiere c’è un asilo con diverse classi, spiega Franchetti, ma da alcuni anni i posti non bastano per soddisfare la domanda. Presentando la costruzione di edifici di decine di piani come ristrutturazioni, costruttori e fondi immobiliari hanno evitato di pensare ai servizi, risparmiato milioni di euro di contributi per realizzarli e aumentato i possibili guadagni. I cittadini, di contro, rischierebbero di ritrovarsi proporzionalmente con meno parcheggi, scuole, piscine, biblioteche, parchi, e tutto quello che distingue una città da un aggregato di case abusive. È questo il prezzo pagato da Milano per attirare capitali finanziari privati. Secondo il giornalista Gianni Barbacetto, il danno erariale potrebbe ammontare a un miliardo e mezzo di euro, tra contributi per i servizi scontati e non incassati dal comune.

“Costruivano alla velocità della luce, in un anno hanno tirato su di tutto”, racconta Maria Castiglioni dell’associazione Parco piazza d’Armi, indicando un complesso edilizio che affaccia sul lago Cabassi nel parco delle Cave. Qui la multinazionale francese Nexity stava costruendo tre torri residenziali tra i 27 e 43 metri di altezza, in grado di ospitare più di duecento nuovi inquilini. “Abitare in armonia con la natura” è lo slogan sul sito del progetto immobiliare Residenze lac. Quella proposta è una “Milano vista lago”.

“All’inizio del novecento da questi terreni si estraeva la sabbia e la ghiaia per costruire il duomo, le strade e i palazzi del centro”, racconta Amelia Rinaldi, dell’associazione Le giardiniere. Poi nelle cave sono finiti i rifiuti. Negli anni novanta, grazie alle battaglie dei cittadini, l’area è diventata un parco e le cave, che intanto si erano riempite d’acqua, dei laghi. A dicembre del 2023 Le giardiniere e Parco piazza d’Armi hanno presentato un esposto contro la Nexity e a luglio del 2024 il cantiere è stato sequestrato: anche le Residenze lac sono state tirate su con una Scia e senza un piano per i servizi. La convenzione urbanistica tra i costruttori e il comune non è passata dalla giunta o attraverso il consiglio comunale, ma è stata firmata nello studio di un notaio, come se la trasformazione della città fosse un fatto privato.

 “C’è stata una resa del pubblico, che non ha spinto le aziende immobiliari a costruire per realizzare anche qualcosa per la collettività, con un senso per la città”, commenta Christian Novak, professore di progettazione urbanistica al Politecnico di Milano.

A Milano, come altrove, è possibile costruire entro certi limiti in base alle zone, ma ci sono delle eccezioni, spiega Novak. Se il proprietario di un’area non può costruire perché il terreno è destinato a servizi, può vendere il suo diritto edificatorio. Chi compra lo può sommare ad altri diritti fino a raggiungere cubature molto grandi e costruire un grattacielo. La legge nazionale, però, stabilisce dei limiti: non si può costruire un edificio di più di 25 metri senza un cosiddetto piano attuativo dei servizi, cioè un progetto dettagliato che spiega come saranno creati i servizi pubblici.

Il comune di Milano non solo ha ignorato questa legge, ma nel 2023 ha pubblicato una circolare affermando che non c’era bisogno di piani attuativi, soprattutto nelle aree storiche della città, quelle con una struttura stabile, costruite secondo i piani del passato. “Vuol dire che si può passare direttamente da un garage a un grattacielo residenziale, senza valutare le conseguenze di un’operazione simile”, commenta Novak. “Dal Bosco verticale in poi a Milano si è puntato tutto sullo sviluppo in altezza. Stiamo diventando come New York, con grattacieli strettissimi e altissimi perché, a parità di suolo occupato, il valore di un edificio aumenta”, spiega Novak.

Le case sono concepite come strumenti finanziari. “È tutto pensato per sfruttare al massimo lo spazio libero. Lo scopo è quello di guadagnare e basta”, sostiene Simona Franchetti. Il problema è che anche chi compra spesso lo fa per questo: “Le persone acquistano soprattutto appartamenti piccoli e poi rivendono al doppio del prezzo. Stanno facendo tutti così”, racconta. Una città senza servizi, con case piccole, buie e costose sta diventando la norma. “La gente si abitua e non protesta”, commenta Franchetti.

Per alcuni però il cambiamento è violento. In via Melchiore Gioia quattro torri nere di uffici, chiamate Portali, stanno soffocando il cortiletto di un complesso residenziale costruito negli anni quaranta. Una torre nera sta letteralmente privando di tutto gli abitanti di uno degli edifici, togliendo loro aria, luce e la vista del parco.

Grazie al risparmio sui contributi per i servizi pubblici, i guadagni immobiliari sono triplicati. Una piattaforma online di raccolta fondi immobiliare, che raccoglieva capitale immobiliare da piccoli investitori che speculano sull’aumento del valore delle case, prometteva un ritorno annuo di più del 16 per cento (contro la media italiana del 5 per cento) per il complesso in via Lepontina.

Con il crowdfunding chiunque può diventare azionista di una società immobiliare: investe, aspetta e incassa. E alimenta la crisi abitativa: a Milano i prezzi delle case sono aumentati del 58 per cento tra il 2015 e il 2023. A crescere di più sono stati i prezzi delle abitazioni nuove: più del 10 per cento in un solo anno, tra il 2022 e il 2023. I salari invece sono aumentati molto meno, secondo l’Osservatorio casa abbordabile del Politecnico di Milano. Ora che le inchieste hanno bloccato il meccanismo, in molti si lamentano: “Chi ha investito, chi ha comprato: vanno tutti a piangere in televisione”, dice Franchetti, “ma questo modo di costruire e comprare case, basato solo sulla speculazione, dovrebbe essere vietato. E noi che abitavamo già qui, chi ci tutela?”.

“Chi è più furbo costruisce di più”, commenta Novak. “Ed è sempre una torre, una torre di lusso. Nelle pubblicità delle case spesso non si capisce neanche dove siano. La torre è una narrazione, la narrazione dell’attico, del lusso, dell’essere staccati da terra. Poi che nella torre ci sia chi abita al primo e al secondo piano non importa. Ti vendono un sogno”.

È un sogno di esclusività e isolamento. “Le ricadute sulla città sono diverse, con edifici fuori scala e in contrasto con il contesto circostante”, spiega Novak, mentre sullo schermo del computer zooma su un edificio più alto di diversi piani rispetto a quelli vicini.

Quando la magistratura ha cominciato a indagare, il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha sostenuto che il modo in cui si costruisce in città è corretto. Come hanno rivelato le indagini, su diretta richiesta dei dirigenti indagati, per bloccare le inchieste è nata la proposta della cosiddetta legge Salva Milano, che amplia il concetto di ristrutturazione edilizia, con una validità retroattiva.

Approvata alla camera il 21 novembre 2021 e passata al senato, è una proposta di legge secondo cui le determine dirigenziali milanesi avrebbero interpretato correttamente la legislazione urbanistica nazionale, consentendo trasformazioni rilevanti senza una pianificazione attuativa, senza oneri e senza un’offerta di servizi.

Dopo la pubblicazione di un appello, partito dal Politecnico di Milano e firmato da numerosi urbanisti, in senato il disegno di legge non è passato. “Se fosse approvato il Salva Milano, molte delle nuove costruzioni sarebbero classificate come ristrutturazioni, che per legge prevedono il pagamento di contributi ridotti. Ogni comune in Italia avrebbe il 60 per cento in meno di soldi da spendere per realizzare i servizi. Tra 15 o 20 anni ci troveremo con amministrazioni che non avrebbero più soldi per tenere aperte le piscine, le biblioteche, i parchi”.

Milano già oggi è così. Nell’estate 2024 funzionavano solo tre delle otto piscine pubbliche. “Stiamo assistendo alla riduzione e privatizzazione di tutti i servizi pubblici”, dice Luca (nome di fantasia), attivista del comitato Amici della Scarioni che si batte contro la privatizzazione dell’omonimo centro balneare, progettato dagli architetti del comune e inaugurato nel 1957.

Nel 2003 la giunta di centrodestra ha speso dodici milioni di euro per ristrutturare la Scarioni, affidandola in gestione alla Milano sport, una partecipata del comune, che non ha fatto la manutenzione, l’ha dichiarata inagibile e l’ha chiusa, spiega Luca. Tre anni dopo una multinazionale spagnola, la Ingesport, poi denominata Go Fit Life, ha proposto al comune di prenderla in gestione. La Ingesport è finanziata da capitali finanziari in cerca di un ritorno economico. Oltre alla Scarioni ha preso di mira anche le piscine Lido e Argelati.

Alla Scarioni il progetto prevede l’eliminazione della piscina per bambini e la divisione della vasca grande in due piccole. “Lo spazio è ridotto per spendere il meno possibile per l’acqua: è tutto orientato al profitto. Si vuole fare l’ennesimo centro fitness. È il concetto di svago, di ricreazione, di riposo, che è cancellato”, dice Luca. Non ci sono stati confronti con le associazioni sportive, con i cittadini, né ipotesi alternative da parte del comune o studi sui costi per dimostrare la convenienza della gestione privata della Scarioni, che durerebbe quarant’anni.

Il comitato Sai che puoi ha pubblicato un report sui centri balneari, redatto insieme a due urbanisti, per spiegare come il modello di gestione adottato dal comune, il partenariato pubblico-privato, vada tutto a favore del privato. “Il contributo pubblico è un ‘aggravio per le casse del comune’ o un investimento sociale?”, si legge nella ricerca. A Parigi, in Francia, l’ingresso in una piscina pubblica costa 3,50 euro; a Berlino, in Germania, va dai 2,50 ai 5,50 euro. A Milano, invece, la Ingesport vorrebbe introdurre abbonamenti annuali e mensili e aumentare il biglietto giornaliero a 18 euro.

Eppure, in tempi di crisi climatica le piscine, gli spazi verdi e i luoghi pubblici all’aperto sono fondamentali per la salute. Lo scorso agosto 3.500 persone sono morte nelle città italiane a causa delle isole di calore, secondo un testo scritto da urbanisti ed esperti di diritto ambientale.

Luca vede un disegno preciso in quello che sta succedendo alla piscina Scarioni: “Si vogliono allontanare i poveri, che abitano nel quartiere e che da sempre frequentano la piscina”. A Niguarda stanno chiudendo tutti i servizi: il consultorio, il mercato comunale e l’anagrafe in via Passerini. I circoli Arci e le associazioni culturali fanno fatica. “L’impressione è che vogliano mandarci via”, aggiunge Luca. Nel quartiere Isola, dov’è cominciata la moda delle torri di lusso, i vecchi abitanti non sanno più neanche dove comprare il pane, spiega l’attivista.

Come se non bastasse, negli ultimi due anni diverse persone sono state schiacciate da betoniere, quelle che fanno il cemento per le nuove torri. “Scatta il verde, la bici va dritta sulla ciclabile, la betoniera gira, non vede il ciclista e lo schiaccia”, spiega Massimo Lafronza, del comitato Sai che puoi. “Anche per questo c’è stata una grande mobilitazione di cittadini sul tema della sicurezza dei ciclisti. A Milano si è affermato un modello di città arrogante”, dice Lafronza. La presenza di enormi Suv parcheggiati dove la sosta è vietata, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in doppia fila, nelle aree verdi, è un fatto ordinario. “Ma la sottrazione di spazio pubblico non è percepita come un problema, neanche dal comune: è culturalmente accettata”, continua Lafronza. Una sera di maggio del 2024, grazie a duemila volontari divisi in ottocento squadre, il comitato ha mappato tutte le auto parcheggiate sui marciapiedi di Milano, contandone ben 64mila che occupavano illegalmente un’area grande quanto 77 campi da calcio.

I parcheggi non si trovano anche perché quando realizzano le case i costruttori possono raggiungere un accordo economico con il comune per evitare di farlo. Questa procedura si chiama “monetizzazione dei servizi”. Il comune però spesso usa queste entrate per la gestione ordinaria e i servizi non li realizza nessuno. A febbraio il sindaco Sala ha minacciato di tagliare i servizi se non si fosse approvato il Salva Milano per sbloccare i cantieri.

Le città dovrebbero rompere la dipendenza economica dall’attività immobiliare privata per finanziarsi: in un paese che ha concesso 170 miliardi di euro in crediti d’imposta per bonus edilizi a favore di privati, il problema non è tanto la mancanza di risorse pubbliche, quanto il modo in cui sono usate. In secondo luogo, i contributi pagati dai costruttori sono stati per molto tempo di gran lunga più bassi che altrove in Europa, facendo dell’Italia un paradiso fiscale. A Milano questi ultimi sono un terzo rispetto a quanto dovuto in città come Monaco di Baviera. Secondo l’urbanista Roberto Camagni, che si è occupato a lungo di questo tema, bisogna alzare le tasse sulle trasformazioni urbane, che generano enormi plusvalenze, per redistribuire quel valore tra i cittadini.

È l’interesse pubblico che a Milano è saltato. Se il comune avesse multato tutte le auto parcheggiate male la notte della mappatura avrebbe ottenuto un gettito di 5,3 milioni di euro, secondo il comitato Sai che puoi. “Con quei soldi si potrebbero finanziare 134mila abbonamenti mensili al trasporto pubblico o seimila rette annuali per gli asili nido”, si legge nel report Via libera.

Un tempo i piani regolatori garantivano i diritti dei più deboli, ma a partire dagli anni ottanta il peso dei proprietari privati nella trasformazione della città è cresciuto fino a prevalere. Il Salva Milano è solo l’ultima di una serie di attacchi alle regole attraverso cui l’urbanistica garantisce l’equilibrio tra pubblico e privato. Il tutto in nome di una semplificazione delle norme che gli investitori chiedono per aumentare i guadagni realizzati con la rendita immobiliare.

Dopo le proteste e le inchieste, il Salva Milano è fermo al senato. Ma l’attacco alle città continua. A Roma l’aggiornamento del piano regolatore sembra riproporre il “modello Milano”, favorendo i privati invece che la collettività. Un altro disegno di legge in discussione in senato propone di delegare la rigenerazione urbana a interventi edilizi privati, anche per singoli edifici, che godranno di incentivi pubblici. La proposta tratta un tema politico, quello della trasformazione delle città, come una questione edilizia, appannaggio dei soli costruttori. Il tutto in nome della battaglia per arrestare il consumo di suolo. Ma costruire in altezza non ha arrestato questo processo, neanche a Milano. Soprattutto, però, non spetta a proprietari e costruttori decidere il futuro delle città, che sono di tutti.

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venerdì 18 luglio 2025

Milano, la “rigenerazione urbana” dei profitti illeciti - Stefano Deliperi

 


Quanto la cronaca – soprattutto giudiziaria – sta presentando sulla realtà di Milano sconcerta, ma solo fino a un certo punto.

A dir la verità era già accaduto, qualche tempo fa (1992), e venne chiamata Tangentopoli.

Avrebbe dovuto insegnar qualcosa, ma una buona parte degli Italiani ha meno memoria di un Carassius auratus, il comune Pesce rosso, con tutte le conseguenze del caso.

C’è anche chi capisce poco di questo caleidoscopio di termini e di confusione dei ruoli, però proviamo a rimanere sulla realtà dei fatti.

Una delle più redditizie fantasie italiche è certamente nel campo della speculazione immobiliare.

Qualsiasi imprenditore immobiliare disinvolto cerca di utilizzare una baracca o un fazzoletto di terreno, un cortile, per tirar su un bel palazzone magari progettato da qualche archistar vera o presunta con tanti prestigiosi appartamenti da vendere o affittare a caro prezzo.

Si chiama rendita speculativa immobiliare, ma ora la chiamano rigenerazione urbana, che, però, dovrebbe riguardare programmi di riqualificazione dell’edificatoo come rimedio al degrado urbano, spesso nelle periferie più degradate delle città, con interventi ecosostenibili finalizzati al miglioramento delle condizioni urbanistiche e socio-economiche, all’eliminazione di baraccopoli, alla creazione di nuove abitazioni e strutture produttive, cercando non tanto di demolire, ma di far convivere vecchi e nuovi edifici.


Se tale urbanistica creativa è stata fatta a Cagliari, estrema periferia dell’Impero, figuriamoci se non si fa a Milano, la capitale morale d’Italia.

E Milano ha moralità da vendere e affittare a chiunque possa pagarla salata al metro quadro.

In questi ultimi anni sono stati avviati cantieri per la realizzazione di grattacieli e palazzi previa presentazione di semplice scia (segnalazione certificata inizio attività) quale ristrutturazione di edifici di ridotte dimensioni previo abbattimento, senza alcun piano attuativo o particolareggiato  – necessario per legge (artt. 13 e ss. della legge n. 1150/1942 e s.m.i.) – che dovrebbe assicurare la presenza dei necessari servizi ai cittadini (verde pubblico, apparato fognario-depurativo, strade, istituti scolastici, ecc.) e il pagamento degli oneri urbanistici da parte dei costruttori (la presentazione di scia prevede oneri ridotti).

Tale disinvoltura imprenditoriale unita all’ignavia comunale non sono passate inosservate.

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano ha aperto almeno una decina di procedimenti penali per abusi edilizi, fra cui i cantieri dell’Hidden Garden, una “torre” alta 27 metri costruita in un cortile di Piazza Aspromonte, quello della Torre Milano, alta 82 metri in Via Stresa, quello delle Park Towers di Via Crescenzago, due grattacieli affacciati sul Parco Lambro, quello delle Residenze LAC presso il Parco delle Cave, posto sotto sequestro preventivo, quello del Bosconavigli, progettato da Stefano Boeri, novanta appartamenti al costo di 6.400,00 euro al metro quadro a San Cristoforo, oggetto di corposa indagine.


Anche la Procura regionale della Corte dei conti ha avviato un procedimento per ipotizzato danno erariale, in quanto gli oneri di urbanizzazione sarebbero stati troppo contenuti e ormai datati.  Per esempio, nel caso del progetto del Bosconavigli una consulenza tecnica affidata dalla Procura della Repubblica ha individuato un danno per le casse comunali di 5,5 milioni di euro per i ridotti oneri di urbanizzazione.

Conseguentemente decine di imprenditori immobiliari, sviluppatori, progettisti, direttori dei lavori dirigenti e funzionari pubblici indagati.

In un primo tempo (autunno 2024), il sindaco Giuseppe Sala, già dirigente industriale e astro nascente dei progressisti italiani, non faceva il pesce in barile, ma rivendicava la bontà dell’attività della sua amministrazione comunale: “sono convinto che abbiamo agito sempre non solo nell’ambito della legittimità ma anche per il bene della città”, tuttavia “diverso è guardarsi avanti, perché alla luce di tutto quello che è successo, delle indagini, delle polemiche, non siamo granitici e non pensiamo che nulla debba cambiare. Prendiamo atto di alcune sensibilità e di alcuni giudizi e da qua in poi partiremo con un lavoro per rinnovare il Pgt“.

Quello che il sindaco Sala allora chiamava “alcune sensibilità” e “alcuni giudizi” si chiamavano (e si chiamano tuttora), in realtà, legalità ambientale e qualità della vita nelle città.

E non si tratta solo di mere questioni lessicali.

Giungeva, quindi, il soccorso mattonaro, rappresentato dalla c.d. legge Salva-Milano, la proposta di legge n. 1987 “Disposizioni in materia di piani particolareggiati o di lottizzazione convenzionata e di interventi di ristrutturazione edilizia connessi a interventi di rigenerazione urbana” (qui l’analisi tecnico-normativa del Servizio Studi della Camera dei Deputati) è stata approvata dalla Camera dei Deputati il 21 novembre 2024 ed era stata trasmessa, per il previsto esame, al Senato della Repubblica, quale proposta di legge n. 1309, assegnata, in sede redigente, all’VIII Commissione permanente (Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica).


Il soccorso mattonaro così come gli interessi in gioco erano e sono trasversalissimi, come di consueto: alla Camera avevano votato a favore Lega, FdI, Forza Italia e Noi Moderati con Pd, Italia Viva, Azione e + Europa, mentre avevan votato contro M5S e AVS.

In seguito sono stati aperti nuovi procedimenti penali, sono stati avviati i primi dibattimenti, per esempio sulla contestata lottizzazione abusiva di Via Stresa (gennaio 2025) e vengono indagate, in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, anche Assimpredil-Ance Milano e la società di sviluppo immobiliare Abitare In.

Arriva anche il primo arresto (domiciliari), quello di Giovanni Oggioni, già dirigente dello Sportello unico per l’edilizia e neo-pensionato (marzo 2025).

A questo punto, con melmosa tempistica, (5 marzo 2025) “alla luce delle ipotesi di reato emerse dall’Ordinanza del GIP del 21 febbraio 2025, che il Comune di Milano ha ricevuto oggi e ha potuto leggere integralmente, l’Amministrazione considera di costituirsi parte civile”, rende partecipe l’opinione pubblica delle varie misure adottate e, infine, ”gli elementi di novità, e purtroppo di maggiore gravità, descritti negli atti di accusa inducono questa Amministrazione a non sostenere più la necessità di proseguire nell’iter di approvazione della proposta di legge cosiddetta ‘Salva Milano’”.

Lentamente la proposta di legge s’è impantanata.

Siamo, così, giunti ai nostri giorni.

Gli indagati diventano ben settantaquattro – fra cui il sindaco Sala, l’Assessore alla rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi e l’archistar Stefano Boeri – e per sei di costoro la Procura della Repubblica milanese ha chiesto gli arresti domiciliari.

Il Comune di Milano, nella persona del legale rappresentante (il sindaco Sala), si costituirà parte civile anche nei confronti del sindaco Sala?

E i milanesi che ne pensano?

Vedremo gli sviluppi…

Stefano DeliperiGruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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giovedì 8 maggio 2025

No Expo 2015: dieci anni dopo avevamo ragione noi

(Laboratorio Politico Off Topic)

In questi giorni le cronache mainstream celebrano il decennale di Expo2015, magnificando il ruolo fondamentale avuto per il rilancio di Milano come metropoli globale e lo sviluppo dell’attuale modello di città, ricordando al tempo stesso il “grande pericolo” scampato il Primo Maggio 2015 quando i No Expo “presero in ostaggio la città”.. A sostegno di queste affermazioni si elencano dati, dal loro punto di vista emblematici, del “rinascimento meneghino”: aumento esponenziale del turismo, incremento significativo dei prezzi per i soggiorni alberghieri, incremento quasi del 50% del numero di bar e ristoranti, aumento considerevole delle offerte di alloggi di lusso (che siano case in vendita o appartamenti per affitti a breve), flussi senza precedenti di investimenti immobiliari dall’estero.

Omettono invece di raccontare quelli che descrivono l’immagine più reale dello stato della città:

o    Expo 2015 S.p.A., a fronte dei finanziamenti pubblici ricevuti per 2.318,7 milioni di euro, ha restituito al pubblico 874 milioni generando, quindi, un debito di 1.445 milioni di Euro (come abbiamo raccontato a suo tempo, quando vennero pubblicati i bilanci);

o    il grande evento green ha dato il via a un nuovo capitolo della cementificazione meneghina e alla deregolamentazione dell’edilizia, con il conseguente disastroso aumento di consumo di suolo, nella vicenda emblematica dell’ex Area Expo che, nonostante fosse stata sottoposta a referendum civico nel 2011 con oltre il 95% di voti favorevoli alla sua trasformazione in area verde a Esposizione conclusa, ospiterà a breve il polo MIND;

o    non meglio è andata sul fronte reddito e lavoro: la povertà ha raggiunto il picco degli ultimi 10 anni, i redditi si sono polarizzati radicalmente, mentre tra il 2018 e il 2023 almeno 400.000 persone hanno lasciato Milano a fronte di 500.000 nuovi abitanti a reddito più alto, in particolare nei quartieri periferici storicamente a reddito più basso i cui abitanti sono dovuti emigrare verso lidi più lontani in fuga dallo scoppio del costo della vita. Mentre sul tema eventi, grazie anche all’accordo dei Sindacati confederali, Expo ha di fatto sdoganato l’utilizzo massiccio del volontariato per le imprese e nel settore culturale

Sono proprio questi numeri a farci dire che, senza alcun dubbio, avevamo ragione noi.

Avevamo ragione noi che, ancora durante la sindacatura Moratti, quando Expo2015 era solo nella fase di candidatura, sostenevamo che una  città a misura di grandi, medi, piccoli eventi (come oggi è diventata Milano) sarebbe stata una città che si sarebbe sviluppata contro i propri abitanti, i loro bisogni primari, che avrebbe espulso a colpi di gentrificazione le classi popolari e gli stessi lavoratori che mandano avanti l’economia della metropoli. Avevamo ragione noi a dire che Expo2015 sarebbe stato il propulsore della privatizzazione della città pubblica a favore degli appetiti di immobiliaristi e fondi d’investimento, che  i Piani di Governo del Territorio favorivano senza soluzione di continuità. Avevamo ragione noi a parlare di “debito, cemento, precarietà” come matrice per identificare l’impatto che grandi eventi e grandi opere hanno sui territori che li subiscono e di Expo2015 come dispositivo per avviare una nuova governance urbana.

L’ultimo movimento unitario del Movimento

Abbiamo animato e attraversato il percorso No Expo da subito, anzi possiamo affermare che il Comitato da cui poi è nata l’Assemblea e la Rete è stato il contesto di formazione del nostro collettivo/laboratorio politico. Abbiamo speso anni a costruire l’ambito collettivo dell’Attitudine No Expo, girato il Paese e l’Europa, scritto contributi e fatto subvertising di famosi giochi (do you remember Expopolis?), con il solo obiettivo di costruire un fronte ampio di lotta e resistenza alle dinamiche che il grande evento voleva imporre alle nostre vite. Abbiamo smontato cantieri nei parchi della periferia ovest, laddove le ruspe targate Expo volevano sperperare 90 mln di fondi pubblici per l’inutile e nemmeno troppo estetica “Via d’Acqua”, fermando lo scempio ambientale nella cintura di parchi dell’Ovest milanese e lo spreco economico. Abbiamo provato con uno dei primi Climate Camp in Italia a salvare i terreni agricoli di Cascina Merlata e dell’est Milano da speculazioni immobiliari e autostrade inutili. E tornando indietro nel tempo rifaremmo tutto e forse di più.

 

Rifaremmo anche la No Expo Mayday del Primo maggio 2015: una delle più importanti manifestazioni di massa dell’ultimo decennio a Milano, criminalizzata per qualche vetrina rotta, qualche auto bruciata e tante scritte sui muri. Ma serviva il “nemico pubblico” e l’occasione era ghiotta per detrattori di varia specie per infangare la legittimità di un percorso che aveva ancora tanto da dire e fare. Se quel giorno sbagliammo fu nel non capire che c’era una rabbia della generazione precaria che andava al di là della nostra voglia di una Mayday che fosse un punto di partenza e non di arrivo.

Ma il movimento No Expo non è morto per la repressione, quanto per una questione squisitamente politica che ci interroga tuttora.. A decretarne la fine, infatti, è stata la mancanza di volontà della grossa parte non antagonista, associativa, cooperativa, civica, che in 8 anni di lotta eravamo riusciti ad aggregare su parole d’ordine radicali e di rottura rispetto alle logiche di Expo, di continuare a stare fuori dal circuito cooptativo che Pisapia aveva apparecchiato e alla cui tavola si sarebbero invece fatti servire – proprio da quei soggetti – Beppe Sala e i soggetti privati, nativi e globali, che avrebbero divorato la città. Ma è stata anche la nostra incapacità, della componente radicale e anticapitalista, di mantenersi coesa e tenere aperta un’opzione politica di rifiuto del “modello Milano”, in nome del diritto alla città, tale da consolidare e far crescere consenso nei suoi confronti. E tutti gli espulsi dalla metropoli post-Expo e pre-Olimpiadi sanno quanto ce ne sarebbe stato bisogno. Di fronte a tutto questo, non possiamo che sorridere amaramente di fronte a chi riduce tutto al fuoco di paglia esploso 10 anni fa, come uno stereotipo e un luogo comune tutto nostro, del “movimento” milanese, fatto proprio anche dall* compagn* più giovani che quegli anni non li hanno vissuti spesso. Ci sembra più una scusa per giustificare uno sfaldamento che non abbiamo saputo fermare e l’isolamento delle collettività venuto successivamente. Perché la stagione No Expo è stata anche questo: l’ultima esperienza politica unitaria vissuta a Milano a livello di movimento.

In ogni caso nessun rimorso

Oggi, a dieci anni di distanza, con una città sempre più cara per il costo della vita e degli affitti, sempre più esclusiva ed escludente, con un modello di sviluppo (immobiliare) finito sotto indagini giudiziarie e con il nuovo grande evento inutile alle porte, le Olimpiadi 2026, le parole d’ordine e le analisi critiche della stagione No Expo non solo sono attuali, ma trovano conferma nei fatti. E ci fa piacere che tante persone, che dieci anni fa prendevano le distanze dai “pericolosi antagonisti” che rovinavano l’immagine di Milano nel mondo, persino qualche Spugnetta del giorno dopo ne siamo sicur*, si stiano timidamente accorgendo della tossicità del “modello Milano” e della sua insostenibilità per fasce sempre più ampie di abitanti. Nel frattempo di “Salvare il Pianeta – Energia per la vita”, come voleva il titolo di Expo2015, non si parla più se non nei goffi e sempre meno credibili tentativi di greenwashing e socialwashing del Sindaco Sala; il cibo è diventato food, spesso junk, per turisti ricchi; il consumo di suolo continua inarrestato e le Olimpiadi 2026 hanno la stessa funzione che ebbe Expo2015: alimentare la macchina predatoria e garantire flussi turistici e, soprattutto, di investimenti immobiliari per un altro lustro, a spese delle città pubblica, della sostenibilità ambientale, delle fasce lavoratrici e del precariato, ma ormai anche di quello che si definiva orgogliosamente “ceto medio”.

Per questo oggi, Primo Maggio 2025, siamo ancora orgogliosamente No Expo e, invitando tutta la nostra comunità politica e la città a ricordarsi degli aspetti progressivi di quella fondamentale stagione di lotta politica, a testa alta possiamo dire: in ogni caso nessun rimorso.

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mercoledì 7 maggio 2025

La resa di Milano al cemento - Sarah Gainsforth

 

Quando hanno cominciato a costruire un edificio nel cortile del suo palazzo, Simona Franchetti ha chiesto spiegazioni. “Signora, si può arrabbiare quanto vuole ma Milano sarà tutta così”, le ha detto l’ingegnere responsabile del cantiere. Quando lei ha minacciato di presentare un esposto alla guardia di finanza, cosa che poi ha fatto, l’amministratore del condominio vicino le ha detto: “Ma cosa si è messa in testa, qui siamo a Milano, mica a Catanzaro, dove si costruisce abusivamente”. Lei ha risposto che la cosa non la convinceva e che sarebbe andata avanti. Aveva ragione.

Nel maggio 2024 il cantiere in via Leopontina, nel cortile interno tra i civici 7 e 9, è stato sequestrato dalla procura di Milano. Gli oneri urbanistici, cioè i contributi per finanziare i servizi, erano stati sottostimati, i volumi e le superfici non erano a norma e mancava un piano di opere pubbliche: dalle fognature al servizio idrico, agli spazi verdi. È stata una violazione “dell’abc dei principi costituzionali di legalità”, ha scritto il giudice per le indagini preliminari, Mattia Fiorentini.

Quello di via Leopontina è uno dei 150 cantieri finiti nell’inchiesta della magistratura sugli edifici tirati su senza permessi di costruzione a Milano. I costruttori hanno infatti presentato solo una segnalazione certificata di inizio attività (Scia), cioè una richiesta di autorizzazione che non prevede un assenso esplicito da parte del comune. L’inchiesta ha svelato le responsabilità di diversi dirigenti del comune di Milano.

Franchetti scorre i rendering del progetto nel cortile interno del suo palazzo. Lo hanno chiamato Giardino segreto e prevede la costruzione di 61 appartamenti al posto di un fabbricato un tempo usato come deposito di medicine delle farmacie comunali, ora demolito. “Le case in sé non sembrano neanche male”, commenta. “È il contesto che è sbagliato. Quelli dei piani alti avrebbero avuto sotto gli occhi un panorama di pannelli solari e bidoni per la raccolta dell’acqua piovana. Il verde sarebbe stato decorativo. Ho chiesto se fossero previsti dei servizi, un asilo, un parco. Niente, non era previsto niente”.

Nel quartiere c’è un asilo con diverse classi, spiega Franchetti, ma da alcuni anni i posti non bastano per soddisfare la domanda. Presentando la costruzione di edifici di decine di piani come ristrutturazioni, costruttori e fondi immobiliari hanno evitato di pensare ai servizi, risparmiato milioni di euro di contributi per realizzarli e aumentato i possibili guadagni. I cittadini, di contro, rischierebbero di ritrovarsi proporzionalmente con meno parcheggi, scuole, piscine, biblioteche, parchi, e tutto quello che distingue una città da un aggregato di case abusive. È questo il prezzo pagato da Milano per attirare capitali finanziari privati. Secondo il giornalista Gianni Barbacetto, il danno erariale potrebbe ammontare a un miliardo e mezzo di euro, tra contributi per i servizi scontati e non incassati dal comune.

“Costruivano alla velocità della luce, in un anno hanno tirato su di tutto”, racconta Maria Castiglioni dell’associazione Parco piazza d’Armi, indicando un complesso edilizio che affaccia sul lago Cabassi nel parco delle Cave. Qui la multinazionale francese Nexity stava costruendo tre torri residenziali tra i 27 e 43 metri di altezza, in grado di ospitare più di duecento nuovi inquilini. “Abitare in armonia con la natura” è lo slogan sul sito del progetto immobiliare Residenze lac. Quella proposta è una “Milano vista lago”.

“All’inizio del novecento da questi terreni si estraeva la sabbia e la ghiaia per costruire il duomo, le strade e i palazzi del centro”, racconta Amelia Rinaldi, dell’associazione Le giardiniere. Poi nelle cave sono finiti i rifiuti. Negli anni novanta, grazie alle battaglie dei cittadini, l’area è diventata un parco e le cave, che intanto si erano riempite d’acqua, dei laghi. A dicembre del 2023 Le giardiniere e Parco piazza d’Armi hanno presentato un esposto contro la Nexity e a luglio del 2024 il cantiere è stato sequestrato: anche le Residenze lac sono state tirate su con una Scia e senza un piano per i servizi. La convenzione urbanistica tra i costruttori e il comune non è passata dalla giunta o attraverso il consiglio comunale, ma è stata firmata nello studio di un notaio, come se la trasformazione della città fosse un fatto privato.

 “C’è stata una resa del pubblico, che non ha spinto le aziende immobiliari a costruire per realizzare anche qualcosa per la collettività, con un senso per la città”, commenta Christian Novak, professore di progettazione urbanistica al Politecnico di Milano.

A Milano, come altrove, è possibile costruire entro certi limiti in base alle zone, ma ci sono delle eccezioni, spiega Novak. Se il proprietario di un’area non può costruire perché il terreno è destinato a servizi, può vendere il suo diritto edificatorio. Chi compra lo può sommare ad altri diritti fino a raggiungere cubature molto grandi e costruire un grattacielo. La legge nazionale, però, stabilisce dei limiti: non si può costruire un edificio di più di 25 metri senza un cosiddetto piano attuativo dei servizi, cioè un progetto dettagliato che spiega come saranno creati i servizi pubblici.

Il comune di Milano non solo ha ignorato questa legge, ma nel 2023 ha pubblicato una circolare affermando che non c’era bisogno di piani attuativi, soprattutto nelle aree storiche della città, quelle con una struttura stabile, costruite secondo i piani del passato. “Vuol dire che si può passare direttamente da un garage a un grattacielo residenziale, senza valutare le conseguenze di un’operazione simile”, commenta Novak. “Dal Bosco verticale in poi a Milano si è puntato tutto sullo sviluppo in altezza. Stiamo diventando come New York, con grattacieli strettissimi e altissimi perché, a parità di suolo occupato, il valore di un edificio aumenta”, spiega Novak.

Le case sono concepite come strumenti finanziari. “È tutto pensato per sfruttare al massimo lo spazio libero. Lo scopo è quello di guadagnare e basta”, sostiene Simona Franchetti. Il problema è che anche chi compra spesso lo fa per questo: “Le persone acquistano soprattutto appartamenti piccoli e poi rivendono al doppio del prezzo. Stanno facendo tutti così”, racconta. Una città senza servizi, con case piccole, buie e costose sta diventando la norma. “La gente si abitua e non protesta”, commenta Franchetti.

Per alcuni però il cambiamento è violento. In via Melchiore Gioia quattro torri nere di uffici, chiamate Portali, stanno soffocando il cortiletto di un complesso residenziale costruito negli anni quaranta. Una torre nera sta letteralmente privando di tutto gli abitanti di uno degli edifici, togliendo loro aria, luce e la vista del parco.

Grazie al risparmio sui contributi per i servizi pubblici, i guadagni immobiliari sono triplicati. Una piattaforma online di raccolta fondi immobiliare, che raccoglieva capitale immobiliare da piccoli investitori che speculano sull’aumento del valore delle case, prometteva un ritorno annuo di più del 16 per cento (contro la media italiana del 5 per cento) per il complesso in via Leopontina.

Con il crowdfunding chiunque può diventare azionista di una società immobiliare: investe, aspetta e incassa. E alimenta la crisi abitativa: a Milano i prezzi delle case sono aumentati del 58 per cento tra il 2015 e il 2023. A crescere di più sono stati i prezzi delle abitazioni nuove: più del 10 per cento in un solo anno, tra il 2022 e il 2023. I salari invece sono aumentati molto meno, secondo l’Osservatorio casa abbordabile del Politecnico di Milano. Ora che le inchieste hanno bloccato il meccanismo, in molti si lamentano: “Chi ha investito, chi ha comprato: vanno tutti a piangere in televisione”, dice Franchetti, “ma questo modo di costruire e comprare case, basato solo sulla speculazione, dovrebbe essere vietato. E noi che abitavamo già qui, chi ci tutela?”.

 “Chi è più furbo costruisce di più”, commenta Novak. “Ed è sempre una torre, una torre di lusso. Nelle pubblicità delle case spesso non si capisce neanche dove siano. La torre è una narrazione, la narrazione dell’attico, del lusso, dell’essere staccati da terra. Poi che nella torre ci sia chi abita al primo e al secondo piano non importa. Ti vendono un sogno”.

È un sogno di esclusività e isolamento. “Le ricadute sulla città sono diverse, con edifici fuori scala e in contrasto con il contesto circostante”, spiega Novak, mentre sullo schermo del computer zooma su un edificio più alto di diversi piani rispetto a quelli vicini.

Quando la magistratura ha cominciato a indagare, il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha sostenuto che il modo in cui si costruisce in città è corretto. Come hanno rivelato le indagini, su diretta richiesta dei dirigenti indagati, per bloccare le inchieste è nata la proposta della cosiddetta legge Salva Milano, che amplia il concetto di ristrutturazione edilizia, con una validità retroattiva.

Approvata alla camera il 21 novembre 2021 e passata al senato, è una proposta di legge secondo cui le determine dirigenziali milanesi avrebbero interpretato correttamente la legislazione urbanistica nazionale, consentendo trasformazioni rilevanti senza una pianificazione attuativa, senza oneri e senza un’offerta di servizi.

Dopo la pubblicazione di un appello, partito dal Politecnico di Milano e firmato da numerosi urbanisti, in senato il disegno di legge non è passato. “Se fosse approvato il Salva Milano, molte delle nuove costruzioni sarebbero classificate come ristrutturazioni, che per legge prevedono il pagamento di contributi ridotti. Ogni comune in Italia avrebbe il 60 per cento in meno di soldi da spendere per realizzare i servizi. Tra 15 o 20 anni ci troveremo con amministrazioni che non avrebbero più soldi per tenere aperte le piscine, le biblioteche, i parchi”.

Milano già oggi è così. Nell’estate 2024 funzionavano solo tre delle otto piscine pubbliche. “Stiamo assistendo alla riduzione e privatizzazione di tutti i servizi pubblici”, dice Luca (nome di fantasia), attivista del comitato Amici della Scarioni che si batte contro la privatizzazione dell’omonimo centro balneare, progettato dagli architetti del comune e inaugurato nel 1957.

Nel 2003 la giunta di centrodestra ha speso dodici milioni di euro per ristrutturare la Scarioni, affidandola in gestione alla Milano sport, una partecipata del comune, che non ha fatto la manutenzione, l’ha dichiarata inagibile e l’ha chiusa, spiega Luca. Tre anni dopo una multinazionale spagnola, la Ingesport, poi denominata Go Fit Life, ha proposto al comune di prenderla in gestione. La Ingesport è finanziata da capitali finanziari in cerca di un ritorno economico. Oltre alla Scarioni ha preso di mira anche le piscine Lido e Argelati.

Alla Scarioni il progetto prevede l’eliminazione della piscina per bambini e la divisione della vasca grande in due piccole. “Lo spazio è ridotto per spendere il meno possibile per l’acqua: è tutto orientato al profitto. Si vuole fare l’ennesimo centro fitness. È il concetto di svago, di ricreazione, di riposo, che è cancellato”, dice Luca. Non ci sono stati confronti con le associazioni sportive, con i cittadini, né ipotesi alternative da parte del comune o studi sui costi per dimostrare la convenienza della gestione privata della Scarioni, che durerebbe quarant’anni.

Il comitato Sai che puoi ha pubblicato un report sui centri balneari, redatto insieme a due urbanisti, per spiegare come il modello di gestione adottato dal comune, il partenariato pubblico-privato, vada tutto a favore del privato. “Il contributo pubblico è un ‘aggravio per le casse del comune’ o un investimento sociale?”, si legge nella ricerca. A Parigi, in Francia, l’ingresso in una piscina pubblica costa 3,50 euro; a Berlino, in Germania, va dai 2,50 ai 5,50 euro. A Milano, invece, la Ingesport vorrebbe introdurre abbonamenti annuali e mensili e aumentare il biglietto giornaliero a 18 euro.

Eppure, in tempi di crisi climatica le piscine, gli spazi verdi e i luoghi pubblici all’aperto sono fondamentali per la salute. Lo scorso agosto 3.500 persone sono morte nelle città italiane a causa delle isole di calore, secondo un testo scritto da urbanisti ed esperti di diritto ambientale.

Luca vede un disegno preciso in quello che sta succedendo alla piscina Scarioni: “Si vogliono allontanare i poveri, che abitano nel quartiere e che da sempre frequentano la piscina”. A Niguarda stanno chiudendo tutti i servizi: il consultorio, il mercato comunale e l’anagrafe in via Passerini. I circoli Arci e le associazioni culturali fanno fatica. “L’impressione è che vogliano mandarci via”, aggiunge Luca. Nel quartiere Isola, dov’è cominciata la moda delle torri di lusso, i vecchi abitanti non sanno più neanche dove comprare il pane, spiega l’attivista.

Come se non bastasse, negli ultimi due anni diverse persone sono state schiacciate da betoniere, quelle che fanno il cemento per le nuove torri. “Scatta il verde, la bici va dritta sulla ciclabile, la betoniera gira, non vede il ciclista e lo schiaccia”, spiega Massimo Lafronza, del comitato Sai che puoi. “Anche per questo c’è stata una grande mobilitazione di cittadini sul tema della sicurezza dei ciclisti. A Milano si è affermato un modello di città arrogante”, dice Lafronza. La presenza di enormi Suv parcheggiati dove la sosta è vietata, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in doppia fila, nelle aree verdi, è un fatto ordinario. “Ma la sottrazione di spazio pubblico non è percepita come un problema, neanche dal comune: è culturalmente accettata”, continua Lafronza. Una sera di maggio del 2024, grazie a duemila volontari divisi in ottocento squadre, il comitato ha mappato tutte le auto parcheggiate sui marciapiedi di Milano, contandone ben 64mila che occupavano illegalmente un’area grande quanto 77 campi da calcio.

I parcheggi non si trovano anche perché quando realizzano le case i costruttori possono raggiungere un accordo economico con il comune per evitare di farlo. Questa procedura si chiama “monetizzazione dei servizi”. Il comune però spesso usa queste entrate per la gestione ordinaria e i servizi non li realizza nessuno. A febbraio il sindaco Sala ha minacciato di tagliare i servizi se non si fosse approvato il Salva Milano per sbloccare i cantieri.

Le città dovrebbero rompere la dipendenza economica dall’attività immobiliare privata per finanziarsi: in un paese che ha concesso 170 miliardi di euro in crediti d’imposta per bonus edilizi a favore di privati, il problema non è tanto la mancanza di risorse pubbliche, quanto il modo in cui sono usate. In secondo luogo, i contributi pagati dai costruttori sono stati per molto tempo di gran lunga più bassi che altrove in Europa, facendo dell’Italia un paradiso fiscale. A Milano questi ultimi sono un terzo rispetto a quanto dovuto in città come Monaco di Baviera. Secondo l’urbanista Roberto Camagni, che si è occupato a lungo di questo tema, bisogna alzare le tasse sulle trasformazioni urbane, che generano enormi plusvalenze, per redistribuire quel valore tra i cittadini.

È l’interesse pubblico che a Milano è saltato. Se il comune avesse multato tutte le auto parcheggiate male la notte della mappatura avrebbe ottenuto un gettito di 5,3 milioni di euro, secondo il comitato Sai che puoi. “Con quei soldi si potrebbero finanziare 134mila abbonamenti mensili al trasporto pubblico o seimila rette annuali per gli asili nido”, si legge nel report Via libera.

Un tempo i piani regolatori garantivano i diritti dei più deboli, ma a partire dagli anni ottanta il peso dei proprietari privati nella trasformazione della città è cresciuto fino a prevalere. Il Salva Milano è solo l’ultima di una serie di attacchi alle regole attraverso cui l’urbanistica garantisce l’equilibrio tra pubblico e privato. Il tutto in nome di una semplificazione delle norme che gli investitori chiedono per aumentare i guadagni realizzati con la rendita immobiliare.

Dopo le proteste e le inchieste, il Salva Milano è fermo al senato. Ma l’attacco alle città continua. A Roma l’aggiornamento del piano regolatore sembra riproporre il “modello Milano”, favorendo i privati invece che la collettività. Un altro disegno di legge in discussione in senato propone di delegare la rigenerazione urbana a interventi edilizi privati, anche per singoli edifici, che godranno di incentivi pubblici. La proposta tratta un tema politico, quello della trasformazione delle città, come una questione edilizia, appannaggio dei soli costruttori. Il tutto in nome della battaglia per arrestare il consumo di suolo. Ma costruire in altezza non ha arrestato questo processo, neanche a Milano. Soprattutto, però, non spetta a proprietari e costruttori decidere il futuro delle città, che sono di tutti.

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