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mercoledì 15 aprile 2026

Il peso di un invio: cronaca della mercificazione dell’anima - Michela Salvati

«L’hai mandata la mail?». Inizia così, con un’interferenza burocratica nel bel mezzo del silenzio, la giornata di chi ha smesso di abitare il tempo per iniziare a subire la prestazione. C’è questo dover mandare, questo inviare compulsivo che mangia lo spazio del respiro: un’attività che non conosce festivi e non rispetta il sonno. Domani manderò le mie mail; le manderò impaurita, sebbene io non voglia, perché quel ping non è comunicazione, ma il battito cardiaco richiesto dall’algoritmo per misurare la nostra docilità operativa. Dietro quel semplice clic risiede il rito stanco di chi deve confermare la propria esistenza attraverso un output digitale; una prova di rendimento pretesa da un sistema che, seguendo la logica del New Public Management, ha trasformato la scuola in un’azienda e il docente in un terminale di rendicontazione h24.

Come sto sopportando questo sfinimento non lo chiedi, non lo sai chiedere con garbo. Perché il garbo – quella dote che Eugenio Borgna ne L’arcipelago delle emozioni descrive come la capacità di ascoltare l’anima dell’altro senza calpestare la sua alienazione – è stato espulso dai protocolli ministeriali. Non sai quanto lo sfinimento stia erodendo l’amore per ciò che faccio; vorrei una vita che non sia la proiezione di un foglio di calcolo, una vita che non debba scusarsi per il desiderio di fermarsi a respirare. Mi turba dover confermare la mia presenza con una notifica, come se senza quel segnale la mia persona svanisse dai radar dell’efficienza. Ma la verità è che nemmeno vi ricordate di me, e allora dico: «Meno male». Rivendico l’oblio come uno spazio sacro, una libertà malinconica in cui siamo esentati dalla visibilità forzata. Come sostiene Byung-Chul Han ne La società della trasparenza, “viviamo in un’esposizione incessante che uccide l’incontro reale, obbligandoci a una reperibilità che è diventata la nuova forma della sorveglianza totale”.

Il dramma della nostra epoca è che abbiamo trasformato il disagio interiore in un guasto tecnico. Se non produci, se non carichi dati sul registro elettronico, diventi un ingranaggio difettoso. Ci hanno insegnato a supportare per mercificare, non per curare. Borgna ci ammonisce sulla rimozione della sofferenza in una società che esalta solo l’efficienza, scrivendo che viviamo in un mondo che tende a considerare quasi come una colpa la vulnerabilità e la debolezza. Ma chi decide cos’è utile? È forse utile un progetto portato a termine mentre il cuore urla? C’è una perversione sottile nel chiederci di “appassionarci” al nostro stesso logorio, mentre l’ideologia inclusiva ufficiale si riduce a una sfilata di protocolli che soffocano l’ascolto vero sotto una montagna di carte bollate. Chiediamo empatia nelle circolari, ma il tempo per un sorriso fuori di scuola è visto come una “fuga” dal dovere burocratico.

Qui entra in gioco quella che Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi chiamava la “concezione depositaria” dell’educazione: siamo trattati come contenitori da riempire di mansioni, espropriati della nostra capacità di essere soggetti. Freire ci ricorda che l’oppresso spesso “ospita” l’oppressore dentro di sé, e lo fa ogni volta che prova colpa per il proprio bisogno di fermarsi. Abbiamo interiorizzato il padrone e ora la sua voce ci punisce se il corpo reclama il diritto al silenzio. Eppure, proprio mentre affogo in questa reificazione, accade qualcosa che rompe l’algoritmo. Uno studente mi ferma fuori scuola, un ragazzo che non entra in aula da tre mesi, un fantasma per le statistiche sulla dispersione scolastica che oggi colpiscono circa il 9% dei giovani italiani (INVALSI 2025). Io gli sorrido, gli chiedo del suo stato d’animo. Mi racconta della sua paura paralizzante di stare con gli altri. In quel momento, io lo ascolto. È un tempo necessario, sottratto alla produzione e restituito all’umano. È l’essenza di quanto insegnava Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica”. Gli chiedo di tornare, con calma: «Vuoi venire domani prima delle lezioni?». Lui sorride e ci stringiamo la mano. «Promessa di cavaliere» gli dico, facendo mio il monito di Antoine de Saint-Exupéry secondo cui rendere possibile l’avvenire non significa prevederlo, ma fondarlo (Citadelle, 1948). Lui torna a scuola per farmi una sorpresa, e io resto lì a pensare a quanto il sistema ci voglia controllori di presenze, quando dovremmo essere solo cercatori di anime.

C’è un paradosso lancinante nell’essere l’adulto che accoglie la fragilità altrui mentre la propria viene calpestata dalla retorica della resilienza. Insegniamo ai ragazzi l’empatia mentre siamo immersi in una struttura che la nega alla radice. Don Milani diceva che “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”, ed è ciò che accade quando il neoliberismo scolastico pretende la stessa velocità da tutti, anche da chi sta lottando con uno scoramento profondo. La parola dovrebbe renderci liberi, ma oggi le nostre espressioni sono prigioniere dei linguaggi aziendali e dei monitoraggi standardizzati. Il mio I Care milaniano si scontra con il cinismo di un sistema che usa la “passione” come dispositivo di sfruttamento, ignorando che il burnout tra i docenti italiani ha raggiunto picchi del 35% (INDIRE 2024) a causa di un carico burocratico insostenibile.

Mi prendo la colpa di dare troppo valore all’anima rispetto alla rendicontazione, ma in questa colpa trovo l’ultimo baluardo di resistenza. Questo ritiro non è un atto di codardia, ma uno sciopero esistenziale. Se l’unico modo per relazionarmi con l’altro è rispondere alla domanda «Hai mandato la mail?» prima ancora di un «Come stai?», allora scelgo l’invisibilità. Scelgo di non esserci per i vostri algoritmi. Rivendico il diritto all’impossibilità, il diritto di essere un ingranaggio che si ferma perché ha deciso di tornare a essere un cuore. Perché l’anima non è una merce e il mio dolore, per quanto inutile ai vostri occhi di programmatori di efficienza, è l’unica cosa che mi rende ancora spaventosamente umana. Se la fragilità è la colpa, allora scelgo di essere colpevole. La mia promessa di cavaliere allo studente è la promessa che faccio a me stessa: non lascerò che una mail decida se io esisto o meno. Non manderò le mail. Non perché non posso, ma perché scelgo di non alimentare l’algoritmo. La mia disobbedienza è pedagogia della cura.

da qui

venerdì 14 giugno 2019

I PREGIUDIZI RAZZIALI DELL’ALGORITMO - Marco Aime




Ci sono razzisti che riescano a influenzare anche il comportamento delle applicazioni informatiche. Nel 2018 Joy Buolamwini, ricercatrice al Mit, pubblica uno studio in cui mette in luce come i sistemi di riconoscimento facciale, venduti da alcune grandi aziende, avessero un tasso di riconoscimento delle donne dalla pelle scura del 34% più basso di quello degli uomini di pelle chiara.
Altri articoli usciti nello stesso periodo hanno confermato questa tesi, individuando la causa di tale disparità nel fatto che l’algoritmo è alimentato con dati distorti. Infatti agli strumenti di identificazione vengono sottoposti molti più volti “bianchi” rispetto al numero di quelli dalla pelle scura. La qualità dei risultati ottenuti da un algoritmo dipende totalmente dalla bontà dei dati utilizzati per addestrarlo. E se questi dati sono viziati dai pregiudizi umani, ecco che la macchina li farà suoi, riportandoli nei risultati ottenuti.
Un altro esempio di questa tendenza ci viene da Tay, un software progettato da Microsoft, che impersonava un utente di Twitter e immagazzinava dati interagendo con gli utenti dei social network. In poco tempo, i troll* hanno dato in pasto a Tay una miriade di opinioni razziste, omofobe, ecc. Nel giro di 24 ore, Tay è diventata la prima intelligenza artificiale nazista della storia. Prima di venir chiusa da Microsoft, è riuscita infatti a twittare il suo supporto a Hitler.
Il problema è che tutti gli algoritmi di questo tipo sono allenati utilizzando testi reperiti in libri o in articoli, per cui non fanno che riproporre i pregiudizi contenuti nel materiale umano che viene usato per addestrarli. Secondo la ricercatrice Amanda Levendowski (New York University), una delle ragioni per cui spesso i testi analizzati dalle intelligenze artificiali sono viziati da pregiudizi è legata al diritto d’autore, che costringe i ricercatori a utilizzare vecchi testi di dominio pubblico: «La maggior parte delle opere oggi di dominio pubblico sono state pubblicate prima degli anni Venti. Un database che faccia affidamento solo su questi lavori non potrà che riflettere i pregiudizi del tempo».
Per fortuna gli algoritmi non hanno pregiudizi razziali, chi li formula, però a volte sì.

* Troll
Nel gergo di Internet, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso e/o del tutto errati, con il solo obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi.


mercoledì 13 febbraio 2019

Travolti dalle informazioni - Annamaria Testa


Oggi affrontiamo un bombardamento cognitivo che non ha precedenti nella storia. Per dire: già nel 2008 l’università della California aveva calcolato che l’individuo medio è esposto a 34 gigabyte di contenuti ogni giorno, e a un diluvio di più di centomila parole.
Bene: si considera che la mente umana possa elaborare un massimo di 120 bit di informazione al secondo. Non è poco, ma una normale conversazione da sola consuma circa un terzo di questa potenza di elaborazione.
Il concetto di information overload è stato coniato nel 1964, da Bertram Gross, che ne dà questa definizione: “Abbiamo un sovraccarico d’informazioni quando la quantità di dati inseriti in un sistema è superiore alla sua capacità di elaborazione”. Oggi, sul tema, esiste una gran mole di ricerche.

Fuori tempo utile
Più cose abbiamo a cui stare attenti, meno riusciamo a prestare attenzione. Più cose abbiamo di cui tenere conto, più cerchiamo scappatoie che ci mettano al riparo dall’intollerabile fatica di dover prendere troppe decisioni con troppe variabili. Infine, più cose ci sono che confliggono per catturare la nostra attenzione, più rischiamo di prestare attenzione a quelle non rilevanti.
Parliamo di information overload (sovraccarico cognitivo) quando facciamo fatica a capire perché abbiamo troppi elementi a disposizione, e il nostro cervello non ce la fa a considerarli e valutarli tutti, e a farlo in tempo utile.
Tutto ciò pregiudica la nostra capacità di recepire, selezionare e comprendere gli stimoli che veicolano informazioni importanti per noi. E ha delle conseguenze. Per dire: scegliamo di dar retta agli (incalzanti e attraenti) stimoli visivi dello schermo del telefono e andiamo a sbattere contro il palo della cui noiosa presenza non ci siamo accorti.
Ma anche quando le conseguenze non sono così gravi, sta di fatto che, mentre la quantità di stimoli cresce, la nostra capacità di stare attenti diminuisce. Uno studio svolto dalla Microsoft nel 2016 attesta che, rispetto all’anno 2000, la finestra temporale d’attenzione per chi sta in rete si è ridotta di un terzo: se in precedenza di trattava di 12 secondi, oggi smettiamo di stare attenti dopo soli otto secondi. Per dire: un pesce rosso, che arriva a nove secondi, ha più tenuta di noi.

Stimoli-spazzatura
Questo fenomeno, per inciso, ne innesca un altro: se la capacità di prestare attenzione diminuisce, e se contemporaneamente cresce la disponibilità di informazione, la competizione per catturare la scarsa attenzione delle persone si intensifica a dismisura. E si gioca su emozioni forti come rabbia e paura, su titoli urlati, sulla tossica capacità di sorprenderci delle notizie false.
Così, una quantità di stimoli-spazzatura, che sono molto più potenti ed efficacidella media (ce l’ha detto il Mit nel 2018) intasa il nostro già provato sistema sensoriale. L’ulteriore conseguenza è che, permettendo agli stimoli più prepotenti (non a quelli più importanti) di catturare la nostra scarsissima attenzione, ci esponiamo a una percezione distorta e ansiogena di quanto ci circonda.
Un’altra conseguenza di cui tener conto è questa: molti degli stimoli che recepiamo contengono un’esplicita richiesta di retroazione: guarda! Scopri! Impara! Ridi! Arrabbiati! Scandalizzati! Condanna! Commenta! Condividi! Partecipa! Iscriviti! Compra! Non perdere l’opportunità! Risparmia!
Così, ci tocca decidere se aderire o meno a ciascuna di queste richieste: altra fatica cognitiva che intossica la nostra mente obbligandoci ad aggiungere all’infinità di decisioni grandi e piccole che la vita ci domanda di prendere ogni giorno un’infinità di ulteriori decisioni, tanto minute quanto irrilevanti.
C’è un dato ulteriore: la consuetudine tossica e la condivisione di stimoli altamente drammatici può renderci più insensibili e meno coinvolti. È l’effetto spettatore che, secondo lo psicologo sociale Stanley Milgram, si può (un po’ sbrigativamente) riassumere così: se tutti vedono e nessuno fa niente, anch’io mi sento autorizzato a non far niente. Su, fatevi venire in mente qualche esempio, che in giro ce ne sono diversi.

Decide l’algoritmo
In sostanza: più aumenta l’informazione disponibile, più aumenta la fatica preliminare e aggiuntiva di analizzare e selezionare ciò che ci serve, più aumenta la quantità di decisioni da prendere, più aumentano la fatica, il senso di inadeguatezza, l’indifferenza. Per resistere alla fatica del decidere, cerchiamo di esternalizzarla, e di lasciarla, quando è possibile, agli algoritmi.
Se cerchiamo qualcosa con Google, e ci accontentiamo dei primi risultati prodotti dalla prima parola chiave che abbiamo scritto, in realtà lasciamo che sia un algoritmo a decidere quali sono le informazioni a cui dobbiamo esporci. Se dobbiamo decidere un percorso e lo costruiamo con Google Maps, sarà un algoritmo a dirci che strada dobbiamo prendere. La stessa cosa succede con le pantofole da comprare in rete, o con la serie da guardare stasera. O con le notizie che troviamo sui social media.
Certo: avendo a disposizione quantità crescenti di dati che ci riguardano, gli algoritmi imparano a conoscerci sempre meglio (ricordo l’inquietante promessa fatta dai fondatori di Cambridge Analytica: con 300 like su Facebook, l’algoritmo ti conosce meglio di tua madre).
La tecnologia distrugge il libero arbitrio, scrive Yuval Noah Harari (l’articolo esce, con una diversa traduzione, anche su Repubblica), proponendoci una prospettiva che sembra tratta da Black mirror ma, a pensarci bene, è meno distopica di quanto potrebbe sembrare.
da qui