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giovedì 30 aprile 2026

Saviano: “Non riscriverei Gomorra, mi ha rovinato la vita”

 

Lo scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la serenità mia e dei miei cari”

Gomorra mi ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.

Uno scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo – che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito che non si estingue.

 

Ed eccomi qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere. Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale, pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.

Solo pochi mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie, voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana, ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione logica, una sua intelligenza.

Nato a Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a tormentarmi? Così il pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone, che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica. Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.

Oggi, quando ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti, ecco tutto.

Mi maledico per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse: «Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».

Su un altro fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile: Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv. I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.

Eppure, nel corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero, quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si preferisce ignorare.

«Se ti facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto quello che avevo visto, sentito, annusato.

Così è nato Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire io.

da qui

martedì 6 maggio 2025

Roberto Saviano e Edward Snowden: "Lotto perché Internet torni di nuovo libero. Zuckerberg? Si pentirà"

(intervista di Roberto Saviano)

IMMAGINATE di aprire il vostro computer e di trovare sul desk un documento non redatto da voi che raccolga in ordine tutti i dati della vostra vita. Quando vi siete diplomati, la foto in cui siete allo stadio, il documento della patente, gli audio mandati su WhatsApp. E poi, scavando, ogni singolo dettaglio: una foto di quando eravate ubriachi a una festa dieci anni fa, il dettaglio di un bacio dato alla moglie del vostro migliore amico che entrambi avete giurato di non raccontare e di non far accadere mai più.

E ancora: l'elenco di tutti i porno che avete visto, la mappatura di ogni commento stupido e sessista detto in una telefonata. Un selfie da nudi, la foto fatta al compleanno di vostra madre, un video al museo del Louvre. Ebbene, questo documento esiste. O meglio, potrebbe esistere e non è una fantasia distopica, né un'esagerazione: la persona che di tutto questo ha portato prova, documentazione, esperienza diretta ce l'ho davanti ai miei occhi ora ed è Edward Snowden.

Non cercate di catalogare in mente, andando a ritroso, le cose fatte o i file inviati che potrebbero esporvi; troppo tardi, è ormai cosa irrimediabile. E anche se aveste vissuto come un monaco trappista nelle alture del Golan, qualche elemento per mettervi in imbarazzo lo si trova sempre. Ah, sia chiaro, non ci sono reati in quest'elenco, nemmeno uno. E a ben vedere neanche immoralità, ma elementi personali, gusti, contraddizioni, errori, passioni di cui dovreste rispondere solo a voi stessi o a chi decidete di metterne a parte ma che, se finissero nelle mani di qualche "giornalista" pagato (o a qualche "tribunale", dipende dallo Stato in cui vivete) per fare killeraggio sulla vostra reputazione, comprometterebbero la vostra immagine pubblica e dovreste spendere tempo e energie a giustificarvi.

Non tutti abbiamo un profilo pubblico, potreste obiettare. Non siamo giornalisti, né volti della tv, non siamo politici né scrittori. Vero, eppure paradossalmente questo genere di informazioni, se rese pubbliche, fanno più danno alle persone comuni che, da sole, si trovano costrette a difendere il proprio privato all'interno di una comunità di persone in carne e ossa, che giudicano e stigmatizzano, e non di odiatori virtuali da social media. Ora però calmate il respiro, nessuna paranoia. Non c'è nessuno che vi stia spiando. Nessuno con occhi voce orecchie; ma ci sono strutture tecnologiche che raccolgono tutto, con il consenso del vostro governo e all'occasione, se serve, se fate qualcosa che non va fatto, se diventate nemico di qualcuno, le informazioni disponibili su di voi verranno selezionate e consegnate a chi potrà servirsene in modo lecito o illecito, secondo arbitrio. Cosa avete fatto? Molto spesso nulla, ma è bastato spiarvi nella vostra normale vita di tutti i giorni per rendervi "mostri".


Snowden ha scritto un libro, Errore di Sistema, in cui racconta come sia riuscito a scoprire tutto questo e come la sua vita lo abbia portato a scegliere di svelare la più grande violazione di massa della privacy mai accaduta in una democrazia. Attendevo questo libro da anni e tra le mani ho non il diario di un esiliato, né il racconto di un testimone, ma la lucida analisi di un intellettuale al quale ho molte domande da porre.

Edward, quindi non c'è modo di difendere la propria privacy?
"Non puoi pensare che non ti interessa la privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere o che non ti importa della libertà di culto perché non credi in Dio. La privacy è l'espressione individuale di un diritto collettivo. Ma quando costruiscono un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta gli scambi tra esseri umani, per usarli contro di noi, devi stare in guardia e chiederti: e ora cosa ci succederà?"
 
Snowden mi sta parlando da uno schermo, mi parla dal suo esilio lungo ormai sei anni. Da quando nel 2013 ha rivelato ciò che accadeva, gli Stati Uniti gli hanno revocato il passaporto e lo hanno denunciato per aver rivelato i programmi della NSA: questo è ciò che si sa di lui. Nel libro c'è tutto il resto. Il suo primo atto di hackeraggio lo fa a sei anni quando, per andare a dormire due ore dopo l'ordine della madre, cambia l'orario di tutti gli elettrodomestici di casa, riuscendo a ingannare la famiglia e ad andare a letto più tardi. La sua prima operazione importante risale ai suoi sedici anni, quando scopre che il sito di Los Alamos può essere "bucato" per trovare documenti ad uso interno. Chiamano a casa, la madre crede che abbia fatto danni, invece vogliono assumerlo, ma non sanno che è minorenne. Edward Snowden è il classico nerd che passa le giornate sul Web e con i videogiochi. Quando non è collegato, Edward pensa a quando si collegherà e nel suo libro racconta benissimo la trasformazione del Web.

"So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso. Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell' 'anonimato attraverso la polionimia' produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla... Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io".


Come è avvenuto, in concreto, questo passaggio?
"Le persone, attirate dalla maggiore facilità d'uso, hanno preferito abbandonare i propri siti personali - che richiedevano un costante lavoro di manutenzione - a favore di pagine Facebook o account Gmail, dei quali, però, erano proprietari solo nominalmente. Chi era succeduto alle società che avevano fallito nell'e-commerce, perché non erano riuscite a trovare nulla che ci interessasse comprare, ora aveva un nuovo prodotto da venderci. Quel prodotto eravamo noi stessi. I nostri interessi, le nostre attività, la nostra posizione e i nostri desideri".

Se avessi di fronte Mark Zuckerberg, cosa gli diresti?
"Non penso sarebbe interessato a conoscere la mia opinione, perché mi pare un uomo piuttosto sicuro di sé".
 
Insisto.
"Gli chiederei: come vuoi essere ricordato? Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi dispone per qualcosa di più nobile e importante, che non vendere più pubblicità".
 
Permanent Record, 'Fascicolo personale', è il titolo in inglese del libro di Snowden e indica tutte le informazioni che non è più possibile cancellare su di te. Errore di sistema è il titolo scelto da Longanesi e credo sia più su misura di Edward, perché rappresenta quel tassello del sistema che doveva funzionare e che invece... Forse come titolo lo prediligo.

Ma dove ha trovato Edward il coraggio di svelare i segreti della National Security Agency? La NSA è una divisione militare del Pentagono, il generale Alexander, che l'ha diretta per 9 anni, aveva una massima: "Raccogliere tutto il raccoglibile". I funzionari del governo americano hanno negato, ma intanto Snowden aveva dato alla stampa le prove dei programmi XKeyscore, in grado di leggere qualsiasi email. Poi svela PRISM, un programma di sorveglianza utilizzato per monitorare chat, videochat, comprese quelle che avvengono via Skype. E poi svela Tempora, programma che il governo britannico utilizzava per spiare le cancellerie europee. Snowden ha dato tutte le prove che aveva alla stampa, illegalmente, nessun governo lo aveva autorizzato. Ma il punto è: possibile che la sorveglianza di massa, che non riesce a fermare il terrorismo, disperda invece forze e risorse per creare e gestire spazi che limitano la libertà di ogni cittadino violando la sua privacy?
 


C'è un passaggio in Errore di Sistema che descrive come, la prassi di registrare, non visti, le abitudini private di tutti noi, non sia stata mai condivisa con nessuno: mai votata, mai approvata. Nessuno ci ha mai chiesto: accetti tu di essere monitorato fin nella tua camera da letto perché, in caso di necessità, sia tutelato l'interesse nazionale? "Il governo americano - scrive Snowden nel suo libro - nel più totale disprezzo dei principi della Carta costituzionale, ha ceduto alla tentazione e, una volta assaggiato il frutto dell'albero avvelenato, è stato colto da una smania irrefrenabile. Ha assunto in segreto il controllo della sorveglianza di massa, un'autorità che, per definizione, affligge più gli innocenti che i colpevoli".
 
Si può recuperare la libertà del Web?
"Non credo che possiamo riportare le cose come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e rispettarli. Ci sono persone più intelligenti di me, persone come l'inventore del World Wide Web, Tim Berners, che si sta dedicando a una cosa che si chiama re-decentralizzazione di Internet".

Il punto di caduta del tuo discorso è che, in definitiva, non usiamo più il Web, ma siamo usati dal Web.
"I cittadini oggi sono meno consapevoli di ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete, sono diventati oggetto della rete. Quello che sentiamo è un malcontento crescente, perché vediamo il modo in cui queste tecnologie vengono utilizzate contro di noi".

Che cos'è la re-decentralizzazione?
"Re-Decentralizzare, ossia fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trattenere i nostri dati per fornire servizi. Per capire il motivo per cui Internet è diventato quello che è oggi, dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico. Tu paghi l'acqua e le società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa vale per l'elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti permettono di usare una banale connessione Internet che non possono controllare. C'è un'aggressiva resistenza alla crescita della crittografia. Vogliono poter vedere per cosa usi Internet e applicare tariffe diverse in base al traffico e ai siti che frequenti. Questa è la sfida, questo è il servizio pubblico. Internet è stato trattato in maniera eccezionale e diversa da qualsiasi altro servizio pubblico".
 
Ci fermiamo a riflettere su come la nostra generazione sia l'ultima ad aver vissuto uno spazio di crescita fuori dalla tecnologia. Snowden dà una lettura non scontata sul perché la tecnologia abbia un'attrazione magnetica sui giovani, sul perché stare sullo smartphone, connessi, costituisca un desiderio irrefrenabile.
 
"I giovani sono naturalmente affascinati e attratti dalla tecnologia perché le macchine non discriminano. È il primo vero incontro che i bambini hanno con una realtà in cui vengono trattati non da bambini, ma come gli altri, perché un computer o uno smartphone non coglie la differenza. Ciò che è cambiato, rispetto a quando ero bambino io, è che la tecnologia con cui interagivo non si ricordava di noi. Accendevo la macchina, la usavo e la spegnevo, e quando tornavo a usarla non si ricordava chi fossi o cosa avessi fatto l'ultima volta, non aveva memoria".

Cosa pensi della condivisione sui social delle fotografie dei bambini? Sarebbe davvero preferibile evitare di pubblicarle?
"È estremamente pericoloso il fatto che oggi, partendo dalle immagini che le mamme postano di un'ecografia su FacebookTwitter Instagram, la storia privata dei bambini venga catturata e conservata, e che non sia posseduta o controllata da chi l'ha creata. Sono terze parti, aziende, gruppi di aziende o governi che assoldano queste società come 'delegati' per avere informazioni. Quello che cercano di creare è un 'grafico sociale' a partire da una semplice connessione tra persone che conosci, con cui parli e interagisci e alle quali importa della tua vita. O almeno questo è quello che accadeva all'inizio della mia carriera nella comunità dell'intelligence".

E poi cos'è successo?
"Ora quello che fanno, una volta raccolte le informazioni su di te e sulla tua vita, è arricchire il grafico, per costruire il tuo fascicolo personale".

In termini pratici questo cosa comporta?
"La differenza tra me bambino e la mia generazione è che io potevo fare errori, potevo dire cose terribili, provare momenti di vergogna e fare cose di cui mi pentivo e che facciamo tutti da piccoli, perché fare errori ci fa crescere. Oggi invece le persone sono desensibilizzate perché sanno che quello che hanno detto rimarrà, non puoi dire che era stato un errore e devi difenderti e giustificarti e finisci per rafforzare un'identità in cui non ti ritrovi più, che non volevi, ma è troppo tardi: sei intrappolato nel tuo passato. Ogni cosa che facciamo ora dura per sempre, non perché vogliamo ricordarla, ma perché non ci è permesso dimenticarla".

Vuoi dire quindi che qualsiasi cosa diciamo o scriviamo ci perseguiterà?
"Viviamo gli errori come un archivio. Molti giornalisti si chiedono, ad esempio, se io sia un eroe o un traditore, perché ci piace l'idea competitiva di schierarci, di scegliere una squadra. Quello che neghiamo sono le nostra capacità, credendo di essere incapaci sia di fare del bene che di evitare il male. Dicono: non sono Gandhi, non sono Martin Luther King, ho le bollette, ho dei figli e voglio solo andare a casa e guardare il mio programma preferito. Beh, anche Gandhi voleva una vita felice. Io non sono Gandhi, sono una persona semplice, ma amo una cosa: amo l'idea che possiamo connetterci con tutte le persone del mondo e costruire legami di fratellanza, costruire reti oltre barriere di lingua, confini, culture e diventare migliori tramite uno scambio. Ma quando costruisco un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta e arma questi scambi contro di noi a beneficio di coloro che ottengono informazioni che ci riguardano, non posso fare a meno di chiedermi: cosa succederà?".

Nel suo libro, Snowden descrive la sensazione costante di colpa che provava quando lavorava per la NSA, mentre i giovani di mezzo mondo morivano per combattere i regimi che fermavano il Web e l'accesso ai social... Eppure lui sapeva cosa stava diventando quel libero accesso. Scrive: "Per tutto il Medio Oriente civili innocenti vivevano sotto la costante minaccia della violenza; lavoro e scuole erano paralizzati, mancava l'elettricità, niente fognature. In molte regioni la gente non aveva accesso neppure alle cure mediche più basilari. Ma se in ogni momento dubitavo che le mie ansie sulla sorveglianza e la privacy fossero rilevanti, o addirittura appropriate, di fronte a tali privazioni e pericoli immediati, dovevo soltanto fare più attenzione alle folle per la strada e alle proclamazioni che facevano, al Cairo come a Sana'a, a Beirut come a Damasco, e poi ad Ahvaz, nel Khuzestan, e in ogni altra città della Primavera araba e del Movimento verde iraniano. Le folle reclamavano la fine dell'oppressione, della censura, della precarietà. Sostenevano che in una società veramente giusta non erano le persone a dover rispondere al governo, ma era il governo che doveva rispondere alle persone".
 
Il libro diventa, in alcuni momenti, una misurazione del battito cardiaco della democrazia: "In uno Stato autoritario i diritti derivano dallo Stato e sono concessi al popolo. In uno Stato libero i diritti derivano dal popolo e sono concessi allo Stato. Nel primo i popoli sono soggetti ai quali viene soltanto permesso di possedere una proprietà privata, ottenere un'educazione, lavorare, pregare e parlare poiché è il loro governo a consentirglielo. Nello Stato libero i popoli sono cittadini che si mettono d'accordo per essere governati secondo un patto consensuale che deve essere periodicamente rinnovato ed è costituzionalmente revocabile. È questo urto fra l'autoritarismo e la democrazia liberale che credo costituisca il maggiore conflitto ideologico del mio tempo, non la nozione architettata e tendenziosa di una divisione fra Oriente e Occidente, o il revival di una crociata contro il Cristianesimo o l'Islam".
 
Ciò che abbiamo di più prezioso, ovvero la nostra vita, che è composta di tracce e dati, la lasciamo fluttuare nel Web, la diamo via in cambio di niente e senza accorgercene. Come accade?
"Storicamente i grossi cambiamenti sono avvenuti ogni volta che le persone sono passate da circostanze comode a scomode, dal conforto allo sconforto. La sorveglianza è insidiosa, anche quella aziendale. Chiedo sempre a tutti: cosa sa Google di noi? O Facebook? Nessuno sa rispondere precisamente. Quello che ci viene detto è incompleto. Quando fai una ricerca su Internet, quelle parole sono registrate per sempre ed è la stessa cosa per tutti i siti. Alla Silicon Valley usano il temine "frictionless", senza attrito, cioè comodo, senza problemi, ma quello che in realtà significa è celare le conseguenze, nascondere i costi e farti sentire al sicuro anche quando ti stanno danneggiando".
 
Così si stanno progressivamente trasformando le nostre vite e smontando ciò che la democrazia aveva costruito (come ad esempio il diritto all'oblio, a commettere un errore, non un reato, ma un errore, senza doverti giustificare e restarne marchiato a lungo). E tutto sta accadendo "frictionless", cioè senza attrito. Snowden crede nella democrazia americana, nei suoi principi e nel libro usa un'espressione per descrivere cos'è accaduto e continua ad accadere: "Hanno hackerato la Costituzione".
 
Una volta, Edward, hai detto che il vero valore di una persona non si misura dai valori in cui sostiene di credere, ma da che cosa è disposto a fare per proteggerli. Se non pratichi i valori in cui credi, probabilmente non ci credi fino in fondo. Non senti di non star praticando i tuoi valori vivendo in Russia, un Paese che viola i diritti umani, un regime che risponde a un unico uomo e a uno strettissimo gruppo di oligarchi, dove i tribunali e i processi sono costruiti per impartire condanne e mai (se non in casi rarissimi e spesso manipolati) assoluzioni?
"Molte persone dimenticano che non è stata una mia scelta vivere in Russia. Ero a Hong Kong in viaggio verso l'America latina quando il governo americano, l'ex segretario di stato John Kerry, mi ha annullato il passaporto e sono atterrato in Russia. Di sicuro avrei potuto collaborare con la Russia e dire che era il posto più sicuro del mondo per una persona come me e mi avrebbero accompagnato in limousine fino all'hotel, ma ho rifiutato. Mi è costato molto negli anni. Sono stato intrappolato in quell'aeroporto per circa 40 giorni. Da lì ho fatto domanda di asilo in 27 Paesi nel mondo, inclusa l'Italia, ma anche Francia, Germania, Norvegia: i Paesi che immaginiamo rispettino i diritti umani. Ma ogni volta che si arrivava alla decisione e pensavamo fosse una decisione positiva, i miei legali sentivano che una di 'quelle due persone' aveva chiamato i ministri degli Esteri di quei Paesi, e quelle due persone erano John Kerry, il segretario di Stato o il vicepresidente Joe Biden. E così ero intrappolato. Non sapremo mai perché i russi mi lasciarono uscire dall'aeroporto, ma al momento ero l'uomo più ricercato al mondo. C'erano giornalisti che si affollavano là fuori tutti i giorni. Ho avuto un asilo temporaneo, per un anno, e dopo quell'anno non mi è più stato garantito asilo. Non ho più scorta, agenti di protezione, vado in metropolitana, prendo il taxi e pago l'affitto come chiunque altro. È una situazione rischiosa e non ne ho il controllo, ma la realtà è che il motivo per cui mi va bene vivere così, nonostante sia frustrante, - per quanto io abbia criticato il governo russo per le sue politiche di sorveglianza, per la gestione delle elezioni politiche, per come vengano effettuate e abbia supportato le proteste - è che se il governo americano o i loro amici provassero a uccidermi, confermerebbero la mia teoria, perché io non ho fatto nulla per danneggiare il mio governo. Volevo aiutarlo. Ciò che ho iniziato a fare, con questo lavoro di giornalismo, non è un atto di rivoluzione, ma un atto di ritorno agli ideali degli Stati Uniti. E penso che sia la parte più tragica della mia presenza in Russia che, ripeto, non è voluta da me. Tutto il mondo ha sempre creduto che fossero gli Stati Uniti a proteggere i dissidenti. Cosa accade quando notiamo di vivere in un mondo in cui un dissidente deve essere protetto dagli Stati Uniti? Credo ciò dimostri quanto sia un periodo oscuro della nostra storia e spero non duri troppo".
 


Sulla presenza di Edward Snowden in Russia sono nate mille leggende, tra le più comuni quella che abbia dato informazioni riservate ai Russi in cambio di ospitalità o che fosse già una spia al soldo dei cinesi: nulla di tutto questo è provato, ciò che ha denunciato, invece, ha trovato puntuale riscontro e lui stesso ha sempre negato di aver mai collaborato con i russi. Perché, dunque, lo tengono lì? Un'ipotesi potrebbe essere questa: Snowden è la prova vivente che, ogni qual volta gli Usa si presentano come la più grande democrazia sulla terra, esiste in realtà un lato oscuro, un'ombra da tenere lontana, il più possibile. E per distruggere questa "contraddizione", la macchina del  fango è lo strumento principale.
 
"All'inizio avevo deciso di non difendermi. Quando sono uscito allo scoperto nel giugno del 2013 e tutti parlavano di me ai telegiornali, è iniziata la propaganda che tu ben conosci. Ogni domenica ai talk show i giornalisti riportavano notizie che non erano vere, e gli altri le ripetevano: è il loro lavoro. Non ho rilasciato interviste fino a dicembre 2013. Mi ci sono voluti sei mesi. E non ho nemmeno risposto alle critiche, volevo solo commentare i risultati raggiunti e cosa ancora c'era da fare. Il motivo per cui non ho risposto alle critiche era che la mia reputazione non importava. Se avessi risposto, anche se avessi smontato le accuse e dimostrato di aver ragione, avrebbero continuato a ripetere le loro accuse perché quegli attacchi non sono nati per essere affrontati con i fatti, per capire cosa è realmente successo. Non interessano i fatti, interessano i sentimenti".
 
Snowden vive una campagna di pressione mondiale enorme, è "il traditore", "la spia", "il nemico della democrazia americana", "l'alleato dei terroristi", "la quinta colonna degli stati canaglia"... Eppure la sua scelta è di piena e consapevole strategia.
"Se avessi risposto a tutti gli agenti che mi accusavano in televisione, dicendo che non era vero niente, la faccenda si sarebbe focalizzata su di me e la questione vera che era di interesse pubblico, cioè se quei programmi fossero legali o meno, se il governo avesse davvero violato la Costituzione, sarebbero passati in secondo piano". 

Se rispondi, l'attenzione va su di te e se tu sei fragile possono schiacciarti, ma se i tuoi "fatti" sono più forti di tutto, anche più forti di te, a loro spetterà il compito di smentire i tuoi accusatori.
"Il governo avrebbe saputo come rigirare le cose, tutti avrebbero parlato di me e non dell'NSA. Fa male. Ci sono moltissime persone, soprattutto nel mio Paese, che non hanno idea di ciò che è vero su di me. Abbiamo pochi momenti di respiro nella nostra vita e possiamo usarli per difendere la nostra reputazione o per focalizzarci sull'unica cosa che possiamo fare, cioè il nostro lavoro. La cosa più difficile, e che mi fa provare molta empatia nei tuoi riguardi, è stata stare semplicemente zitti, ma stare zitti con un obiettivo preciso, perché quando decidi di parlare, lo fai per dire qualcosa di importante".
 
L'Europa ha perso un'occasione unica rifiutando l'asilo politico a Snowden; avrebbe potuto dimostrare il diverso approccio nel dare sicurezza ai cittadini. Se PaypalFacebookAppleMicrosoft nascono negli Usa, è anche perché l'Europa non ha considerato una sfida alla sua altezza avere delle proprie piattaforme, ma è chiaro anche quanto poco riesca a preservare spazi di diritto e di scambio dentro un perimetro di libertà. "Ho percorso i corridoi più oscuri del governo e ho scoperto che è la luce che temono", ho letto questa frase di Snowden in un'intervista rilasciata a Glenn Greenwald e me ne sono ricordato mentre lo guardavo negli occhi sul grande monitor che avevo davanti.
 
"Siamo vicini di età e, considerata la nostra situazione, è quasi ironico: entrambi siamo stati in esilio e visto da un punto di vista storico, l'esilio è una cosa terribile. Nella letteratura italiana e nel passato, essere in esilio era quasi peggio della morte. Sei tagliato fuori dalla famiglia, dalla società, dalla vita intellettuale, dalla lingua. Ma siamo qui a parlarne. Non hanno vinto..."

Vero... Ti trovo pieno di speranza. Anche il tuo libro lo è. Hai un viso sereno e non sembra avvelenato da quello che stai subendo.
"Sai, l'oppressione politica ha strumenti che iniziano a non funzionare più. L'esilio non riesce a fermare più una conversazione. Se mi chiedi se ho una vita felice, nonostante tutto quello che ho passato, nonostante i sacrifici che anche tu hai dovuto fare, ci sono molti fattori che ci danno fastidio. In verità sono più felice ora di quando sono uscito allo scoperto, perché almeno ora posso credere nelle cose che faccio. Non so cosa accadrà in futuro, se sarà positivo o negativo, ma non ne ho il controllo. E poi pensiamo alla questione rimpianto: se avessi potuto, avresti agito diversamente? No, certo".

Ti sei mai pentito?
"Mai. Anzi mi sono pentito solo di una cosa".

Quale?
"La cosa che rimpiango è non essermi fatto avanti prima. Rimpiango ogni anno che ho impiegato a decidere in cosa credessi, per rendermi conto di ciò che succedeva e decidere di fare qualcosa. Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi fatto avanti prima. Recentemente mi hanno chiesto se mi piacerebbe tornare al tempo della mia vita sul Web, quando potevo cambiare continuamente nome. E chiedo a te la stessa cosa. Non sarebbe bello se un giorno potessi avere un altro nome, o vivere in Danimarca?".

Sarebbe bello... Sì.
"Ma più passa il tempo e vivo così, più mi sento a mio agio nel trovarmi a disagio. È una sorta di dote, allenarsi a trovarsi nella propria pelle. È una di quelle situazioni eccezionali in cui impari molto. Una cosa che vorrei ridurre è l'impatto sulla famiglia e gli amici".

La tua famiglia è con te? Temi per i tuoi familiari?
"Sai, io sono minacciato da una parte che impone su se stessa delle restrizioni etiche, per cosi dire. La mafia può toccare i familiari, il governo non può. La mia famiglia non ha dovuto vivere altre conseguenze se non quella di essere preoccupata per me e le difficoltà che tutti affrontano quando in casa hai qualcuno che è diventato famoso, o per meglio dire, famigerato. La mia famiglia capisce perché ho fatto quello che ho fatto. Non so se provano quello che provo io, non parlo per loro, ma abbiamo ancora un rapporto molto stretto. È stata di grande consolazione".

Vorresti tornare negli Usa?
"Sì, vorrei tornare negli Usa e vorrei che mi fosse concesso un giusto processo e essere giudicato secondo la legge. L'Espionage Act del 1917 (della cui violazione Snowden è accusato ndr) in realtà non era stato creato per fermare le spie, ma per fermare la resistenza politica. Credo però che questa legge non durerà. Penso anche che anno dopo anno, tutte le accuse che mi sono state mosse crolleranno sempre di più. Gli agenti dell'NSA ora dicono che avrebbero dovuto loro stessi rivelare quello che ho rivelato io e che il programma che avevo denunciato lo stanno eliminando".

Davvero pensi di poter un giorno tornare in Usa dopo tutto quello che è successo?
"So solo che quando il mio Paese avrà bisogno di me, io ci sarò".

Dopo la pubblicazione di questo libro aumenteranno i guai...
"Non ho fatto quel che ho fatto per avere amici. L'ho fatto perché penso che le cose in cui crediamo contino. Ma contano soltanto in relazione a ciò che siamo in grado di rischiare per esse. L'unica su cui posso contare, pensando al mio futuro, è la mia compagna Lindsay".
 
Sto per salutare Edward Snowden e lo ringrazio per la sincerità delle sue risposte e la profondità non scontata, ma lui continua...
"Non so chi vivrà più a lungo tra noi due..."

E allunga un sorriso tenero da bimbo. Per esorcizzare mi giro e faccio una foto, un selfie di me con Edward dietro, sullo schermo. Lui sorride e aggiunge: "Sapevo che avrei sempre lavorato con i computer ma non avrei mai immaginato di vivere dentro un computer".
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sabato 11 gennaio 2020

Yaguine Koita e Fodé Tounkara e Ani Guibahi Laurent Barthélémy


Yaguine Koïta (Guinea25 settembre 1984 – Bruxelles29 luglio 1999) e Fodé Tounkara (Guinea6 aprile 1985 – Bruxelles29 luglio 1999) erano due bambini ritrovati morti assiderati, il 29 luglio 1999, nascosti nel carrello di un aereo che, partito da Conakry, capitale della Guinea, atterrò a Bruxelles, in Belgio.
Con loro avevano una lettera, scritta in francese, che venne pubblicata dai media di tutto il mondo.

Traduzione in italiano della lettera
Loro eccellenze i signori membri e responsabili dell'Europa,
Abbiamo l'onorevole piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dello scopo del nostro viaggio e della sofferenza di noi bambini e giovani dell'Africa.
Ma prima di tutto, vi presentiamo i nostri saluti più squisiti, adorabili e rispettosi. A tale fine, siate il nostro sostegno e il nostro aiuto, siatelo per noi in Africa, voi ai quali bisogna chiedere soccorso: ve ne supplichiamo per l'amore del vostro bel continente, per il vostro sentimento verso i vostri popoli, le vostre famiglie e soprattutto per l'amore per i vostri figli che voi amate come la vita. Inoltre per l'amore e la timidezza del nostro creatore "Dio" onnipotente che vi ha dato tutte le buone esperienze, la ricchezza e il potere per costruire e organizzare bene il vostro continente e farlo diventare il più bello e ammirevole tra gli altri.
Signori membri e responsabili dell'Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti.
Al livello dei problemi, abbiamo: la guerra, la malattia, il cibo, eccetera. Quanto ai diritti dei bambini, in Africa, e soprattutto in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d'insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera.
Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l'Africa perché progredisca. Dunque se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita, è perché soffriamo troppo in Africa e abbiamo bisogno di voi per lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa. Ciò nonostante noi vogliamo studiare, e noi vi chiediamo di aiutarci a studiare per essere come voi in Africa.
Infine: vi supplichiamo di scusarci moltissimo di avere osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto. E non dimenticate che è con voi che noi dobbiamo lamentare la debolezza della nostra forza in Africa.
Scritto da due bambini guineani. Yaguine Koïta e Fodé Tounkara.



Originale francese della lettera
Excellences, Messieurs les membres et responsables d'Europe,
Nous avons l'honorable plaisir et la grande confiance de vous écrire cette lettre pour vous parler de l'objectif de notre voyage et de la souffrance de nous, les enfants et jeunes d'Afrique.
Mais tout d'abord, nous vous présentons les salutations les plus délicieuses, adorables et respectées dans la vie. A cet effet, soyez notre appui et notre aide. Vous êtes pour nous, en Afrique, ceux à qui il faut demander au secours. Nous vous en supplions, pour l'amour de votre continent, pour le sentiment que vous avez envers votre peuple et surtout pour l'affinité et l'amour que vous avez pour vos enfants que vous aimez pour la vie. En plus, pour l'amour et la timidité de notre créateur Dieu le tout-puissant qui vous a donné toutes les bonnes expériences, richesses et pouvoirs de bien construire et bien organiser votre continent à devenir le plus beau et admirable parmi les autres.
Messieurs les membres et responsables d'Europe, c'est de votre solidarité et votre gentillesse que nous vous crions au secours en Afrique. Aidez-nous, nous souffrons énormément en Afrique, nous avons des problèmes et quelques manques au niveau des droits de l'enfant.
Au niveau des problèmes, nous avons la guerre, la maladie, le manque de nourriture, etc. Quant aux droits de l'enfant, c'est en Afrique, et surtout en Guinée nous avons trop d'écoles mais un grand manque d'éducation et d'enseignement. Sauf dans les écoles privées où l'on peut avoir une bonne éducation et un bon enseignement, mais il faut une forte somme d'argent. Or, nos parents sont pauvres et il leur faut nous nourrir. Ensuite, nous n'avons pas non plus d'écoles sportives où nous pourrions pratiquer le football, le basket ou le tennis.
C'est pourquoi, nous, les enfants et jeunes Africains, vous demandons de faire une grande organisation efficace pour l'Afrique pour nous permettre de progresser.
Donc, si vous voyez que nous nous sacrifions et exposons notre vie, c'est parce qu'on souffre trop en Afrique et qu'on a besoin de vous pour lutter contre la pauvreté et pour mettre fin à la guerre en Afrique. Néanmoins, nous voulons étudier, et nous vous demandons de nous aider à étudier pour être comme vous en Afrique.
Enfin, nous vous supplions de nous excuser très très fort d'oser vous écrire cette lettre en tant que Vous, les grands personnages à qui nous devons beaucoup de respect. Et n'oubliez pas que c'est à vous que nous devons nous plaindre de la faiblesse de notre force en Afrique.
Ecrit par deux enfants guinéens, Yaguine Koita et Fodé Tounkara.




In memoria di un bambino morto in aereo sognando l'Europa - Roberto Saviano


Mentre il personale tecnico dell'aeroporto Charles de Gaulle di Parigi stava facendo una ricognizione di routine sull'aereo di linea della Airfrance partito martedì sera da Abidijan in Costa d'Avorio e atterrato a Parigi alle sei di mattina di mercoledì, ha notato qualcosa di anomalo nel vano del carrello. Avvicinandosi, comprende che c'era qualcuno, immobile: era un cadavere, un piccolo cadavere.

Le comunicazioni che citano fonti della polizia francese parlano di un immigrato: "di una dozzina di anni". Scritto proprio cosi "d'une dizaine d'annees". La Air France invece conferma ufficialmente la morte di un "clandestino". Sembrano le parole scelte per via di una sorta di accortezza per non turbare il lettore, una specie di buon educazione per preservare dal dolore, invece é solo un orrida astuzia per gestirne il drammatico impatto mediatico, non si pronuncia la parola bambino.
È un bambino ad essere morto. Provate a immaginarvi voi stessi a dieci, dodici anni chi eravate, come eravate. Provate ad avere a tiro di sguardo un bambino di questa età ma fatelo ora in questo istante, fissatelo. Provate a pronunciare nella vostra testa che ha una dozzina d'anni e provate a descriverlo cittadino o clandestino a seconda dei documenti che presumibilmente possiede. Ora provate a misurare il disgusto che sentite per questa metrica di descrizione che avete appena usato.

Mentre scrivo ancora non si conosce il nome ne l'età precisa di questo bambino ivoriano, é facile però immaginarselo nascosto mentre scorge nella radura che circonda l'aeroporto Félix-Houphouët-Boigny di Abidijan in Costa d'Avorio, l'aereo parcheggiato in mezzo al nulla come spesso accade nelle piste africane cosi distanti dall'agglomerato di cemento presidiato.  È semplice immaginarlo che corre nell'istante in cui ha intuito di non esser visto, ed é stato cosi veloce e cosi attento nel trovare il momento adatto che quando si é arrampicato sulle enormi gomme dell'aereo e poi con al sola forza delle braccia si é aggrappato al telaio rannicchiandosi nel vano del carrello.

Ha sperato cosi di aver trovato il posto giusto per arrivare in Europa, farcela ad avere la sua possibilità di vita. Difficile capire se aveva avvertito qualcuno, se ne aveva parlato con sua madre, se era solo in quella radura o se altri non hanno avuto la sua temerarietà, la sua velocità di corsa e di slancio. Quello che sappiamo di certo é che gli alloggiamenti dei carrelli di atterraggio non sono né riscaldati né pressurizzati. Le temperature scendono a oltre -50°C tra i 9.000 e i 10.000 metri, l'altitudine alla quale volano gli aerei di linea.

Sapete cosa succede quando si é a 4mila metri? È come respirare in una busta di patatine, a 5mila inizi a non riuscire bene a muoverti, a 8 mila come dicono gli alpinisti é come correre su un tapis roulant al massimo e "respirare solo tramite una cannuccia". Poi  arriva un ictus e il cuore si spacca. Oltre i 42 gradi sotto zero il corpo non riesce più a termoregolarsi così cerca di scaricare tutto il suo calore, arrivano febbre, sudorazione poi convulsioni, svenimento. Queste descrizioni non sono una fenomenologia dell'orrore ma solo un tentativo di dare prova di quello che un bambino ha provato pagando il suo sogno di volare via in Europa.

Se provassi a descriverne il terrore che deve averlo attanagliato al buio, al gelo estremo mentre spariva l'ossigeno, mentre le orecchie gli sanguinavano per la pressione verrei descritto come un buonista, un molle, un finto tenero speculatore che vuole far politica sul dolore di un bambino. In questo cinismo non annegava l'anima di questo bambino. Il sogno di volare, di volare non visti e di arrivare in Europa riempie il cuore di un adolescente più di qualsiasi analisi delle possibilità reali di realizzazione e dei pericoli.

Volare via, trovare uno spazio di vita nuovo già immaginarsi dopo poche ore di volo di chiamare a casa dicendo che ce l'hai fatta, queste sono fantasie che riescono ad obliare ogni istinto di prudenza, a dissolvere persino la paura. Così era accaduto anche a Yahuine Koita e Fode Tounkara: avevano 14 e 15 anni quando si nascosero il 29 Luglio del 1999 in un carrello di un aereo partito da Conakry in Guinea e diretto a Bruxelles. Morirono assiderati, ma il mondo si accorse di questi due bambini perché portavano una lettera scritta a mano all'Europa

"...Signori membri e responsabili dell'Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti...in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d'insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera. Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l'Africa perché progredisca..."

L'attenzione e la commozione dilagò sui media, ma nessuna politica cambiò da allora. Continuarono i tentativi di volare nascondendosi nel vano carrelli. Nel 2013 il corpo di un ragazzo sedicenne era stato trovato assiderato nel vano carrello di un aereo proveniente dal Camerun. Nel luglio del 2019 mentre un tranquillo londinese se ne stava in giardino nel quartiere di Clapham proprio dove gli aerei fanno manovra per atterrare a Heatrow ha come avuto la sensazione di un improvvisa esplosione.

Non era una bomba caduta dal cielo ma un cadavere. Su un volo Nairobi Londra della Kenyan Airways un ragazzo si era nascosto precipitando all'apertura del carrello. Negli ultimi dieci anni in Uk era già accaduto altre due volte. Il 60% della popolazione africana  è sotto i 25 anni e il 40% ha meno di 15 anni. È il continente più giovane del pianeta. L'Occidente ormai senza giovani, non riesce più a comprendere le dinamiche che portano i giovani africani ad andare via a qualsiasi costo.

Spesso la vergogna più grande in Africa non è non riuscire a raggiungere un salario, a mantenere la propria famiglia, a sposarsi, ma oggi la vergogna più
grande é non provare a scappare. La cancrena generata dalla politica populista risiede tutta nell'aver costretto uno dei temi più complessi del nostro tempo, l'Africa e le politiche migratorie, ad una gabbia interpretativa banalissima e ideologica. Il dibattito politico ridotto a slogan talmente meschini da aver impedito a tutti, anche a coloro che provano a smontarli, ad allontanarsi dall'approfondimento su ciò che realmente sta accadendo in Africa e su ciò che porta un intera generazione ad avere un unico obiettivo: scappare per non tornare.

Eppure non doveva andare così, le cose non sono sempre andate così. L'Africa dal 2012 é piena di tentativi politici di mutare il tragico destino a cui sembrava condannata, impedire di essere terra di saccheggio ed impedire che la classe politica corrotta scarichi ogni responsabilità solo sull'Occidente come alibi sempre utile.

Quando il movimento Y'en a Marre (Non se ne può più) senegalese aveva fatto cadere il presidente Wade oppure il Balai Citoyen del Burkina Faso che costrinse alle dimissioni Blaise Compaoré, quando Lucha in Congo, ed En Aucun in Madagascar, e anche Jeune et Fort in Camerun, e ancora Wake Up in Madagascar e Sindimujia (non sono schiavo) del Burundi, parlavano di lotta alla corruzione, di democrazia e partecipazione civile, di mettere fine ai presidenti a vita, di boicottare le politica contro le migrazioni europee, di mettere al centro la donna, di combattere le monoculture, di difendere l'ambiente.

Insomma quando questa Africa civile ha iniziato ad organizzarsi, l'Europa l'ha temuta. Spaventata dal non poter più controllare, sclerotizzata dai vecchi accordi per tutelare l'estrazione mineraria, le piantagioni, ricattata dalle imprese che non si fidavano dei nuovi movimenti e preferivano quelli che erano politici "figli di puttana" ma "i nostri figli di puttana".

Ecco l'Europa e gli Usa (in diverso modo) hanno abbandonato l'Africa lasciandola a Cina (e in diversa misura) Russia ma soprattutto lasciandola alla disperazione, se vuoi diritti e una vita dignitosa scappa. Questo bambino che deve nascondersi in un carrello aereo per raggiungere l'Europa mentre il caffè e il cacao della Costa D'Avorio viaggiano senza trovare nessun muro, nessun confine, persino spesso nessuna ispezione é il simbolo terribile dell'ignoranza del dibattito politico.

L'aeroporto da cui é partito l'aereo é dedicato al primo presidente della Costa d'Avorio che costruì alla fine degli anni 80 la chiesa più alta della terra spendendo in un Paese dove mancavano ancora scuole, impianti idrici, modernizzazione degli ospedali, circa 300 milioni di dollari, ecco questo é un altro simbolo del passato africano che ne determina il presente.

Dopo tutte le parole su questa tragedia non vi é che una cosa da fare, fermarsi e ingoiare tutte le lacrime possibili per sopportare lo schifo che siamo diventati manipolando le parole, tradendo ogni significato, compiacendoci del nostro sarcasmo con un semplice 'é stato sempre così'.

Forse conviene solo tacere difronte a questo bambino morto di freddo per l'unica possibilità di felicità che gli era stata data: scappare di nascosto.

venerdì 29 novembre 2019

Il buon pastore – Roberto Saviano


Trovo questa notizia sui giornali data come una delle notizie dell'Italia minore: dopo la politica, dopo gli esteri, dopo gli editoriali e i dibattiti. In realtà mi rendo conto che è la notizia più importante del giorno. Eppure non è stata data come tale. È la storia di Walter Bevilacqua, un pastore. So poco di lui se non quel che raccontano le sue sorelle e che qualche cronista ha riportato. C'è la sua foto: un po' apostolico, barba lunga, stempiato, sguardo malinconico. Sembra un soggetto di de Ribera, lo Spagnoletto.

Walter Bevilacqua era un pastore in Val d'Ossola che ha vissuto tutta la sua vita allevando animali con i suoi cicli: l'alba, la notte, la primavera, l'inverno a decretare le logiche con cui vivere. Si ammala ai reni e inizia un calvario di dialisi, ma continua a lavorare. La sua unica salvezza è un trapianto perché le cose vanno sempre peggio. E un giorno arriva questa possibilità: arrivano i reni per lui. Ma quello che fa quest'uomo è rinunciarvi. Rinuncia ai reni perché non ha famiglia. Ha 68 anni e non ha figli. Vuole lasciarli a persone che hanno bambini, che hanno una famiglia, che sono più giovani.

BEVILACQUA SCEGLIE LA VITA e la morte per sé. E lo fa con la scelta di chi conosce le regole della natura, di chi ha visto queste regole: gli agnelli che nascono, il vecchio montone che si fa da parte quando non può dare più vita. Regole spietate e chiare della natura, che però lui affronta con coraggio poetico: quello della rinuncia, che forse la natura non conosce come scelta ma solo come istinto, dovere. Lui invece quella rinuncia la sceglie. In queste ore di dibattito elettorale sulla famiglia, Walter Bevilacqua è un uomo che con il suo gesto ha dato la definizione che più mi piace di famiglia. In realtà non ha pronunciato nessuna parola in tal senso. Ha solo agito e la sua azione non avrebbe fatto notizia se non l'avesse data il parroco del suo paese.

Walter ha dato la migliore definizione di famiglia perché si è fatto da parte perché la vita continuasse: per la vita, per far vivere meglio chi costruisce vita. Questa è la definizione di famiglia che forse più mi piace. Uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo, single con figli, risposati, famiglie allargate: gruppo di persone che allevano la vita. Senza una codificazione precisa.

IL SUO GESTO l'ho voluto leggere così: mentre tutti cercano di codificare il bene per il bambino, il bene per la famiglia, c'è stato un pastore che si è fatto da parte senza neanche sapere a chi andassero i reni che erano per lui. Si è fatto da parte e basta in nome della vita. Non la sua quella di bambini che non conosce e non vedrà e che non sapranno mai chi ha permesso al loro padre o alla loro madre di vivere.

Quando la scelta individuale diventa coraggio per chi osserva questo coraggio; diventa motivo di comprensione. Io ho compreso attraverso la morte di quest'uomo, che rinuncia al trapianto pur sapendo di morire, quanto si possa amare l'esistenza del vivere al punto tale di riconoscere la propria vita già abbastanza, già con un cammino importante fatto. Un ragionamento coraggioso e profondo come solo un pastore poteva fare. Walter Bevilacqua mi ha insegnato qualcosa che ancora non avevo conosciuto e che forse ancora non ho compreso sino in fondo.
28 gennaio 2013

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