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venerdì 3 luglio 2026

Corsi d’acqua tombati, corsi d’acqua rinaturalizzati - Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG)


Milano, Niguarda, Fiume Seveso (inizio ‘900)

L’uomo (Homo sapiens) passa per essere la specie animale più intelligente della Terra, ma sono innumerevoli i fatti che evidenziano una robusta costante di idiozia, trasversale nei luoghi e nei tempi.

Una delle attività umane frutto di avidità e idiozia ai più elevati livelli è la tombatura dei corsi d’acqua.


Milano, Niguarda, sul Fiume Seveso ora corre una strada

Nel corso del tempo – anche in Italia – abbiamo inscatolato in cemento e coperto torrenti, rogge, fiumi che continuano a scorrere sotto strade, piazze, palazzi.

Alle prime piogge un po’ consistenti l’acqua riprende i suoi spazi e avviene la consueta, devastante, calamità innaturale, perché la causa è esclusivamente umana.

A Milano è ben noto il caso del povero Fiume Seveso, a Genova sono decine i corsi d’acqua tombati, anche nel piccolo centro di Bitti la copertura dei torrenti è una bomba ad orologeria.

L’unica soluzione effettivamente sensata e valida è il ripristino naturale del corso d’acqua.

E’ stato fatto a Seul, dove al posto di una strada sopraelevata è stato riportato alla luce del sole il Fiume Cheonggyecheon, è stato realizzato a Utrecht, dove è stato ripristinato lo storico canale Catharijnesinge, a suo tempo trasformato in strada urbana di scorrimento veloce.

Si può fare, insomma.

Utrecht, ripristino del canale Catharijnesingel

Si guadagna in qualità della vita, in contenimento delle temperature, in aumento della fauna selvatica, in miglioramento della salubrità dell’aria. 

E si evitano ulteriori calamità innaturali, vittime, danni economicamente rilevanti.

L’art. 9 del Regolamento per il Ripristino della Natura (Regolamento (UE) 2024/1991 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 giugno 2024, sul ripristino della natura e che modifica il regolamento (UE) 2022/869) esplicitamente prevede il ripristino della connettività naturale dei fiumi e delle funzioni naturali delle relative pianure alluvionali. L’obiettivo è quello di identificare e successivamente, rimuovere le barriere artificiali al fine di ristabilire almeno 25.000 chilometri di fiumi a scorrimento libero nell’Unione Europea entro il 2030 e ripristinare la connettività fluviale nelle tre dimensioni spaziali, inclusa la riconnessione con le piane inondabili e misure volte a migliorarne il funzionamento naturale.

Il Piano Nazionale di Ripristino della Natura in Italia è in corso di definizione definitiva.

Era ora, ma saremo in grado di farlo?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

che cosa succede quando si violenta un corso d’acqua: con un disegnino, comprensibile anche per un bimbo, forse si riesce a capire

corso d’acqua “tombato” e rinaturalizzazione (immagine esemplificativa generata da IA)

da qui

lunedì 9 febbraio 2026

Il Fiume Tagliamento non combina disastri, lasciamolo in pace - Grig


Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura a canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali, l’unico dell’Arco Alpino.

I centri urbani storici sono stati realizzati distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.


La pianura friulana è sedimentaria o alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della pianura padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

I Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso. 

Eppure, c’è chi vorrebbe sistemarlo per bene…

continua qui

giovedì 5 settembre 2024

Plastica nel Po: misurarla non è facile - Marco Boscolo


 Quanta plastica transita nei fiumi? La realtà è che non lo sappiamo e provare a rispondere a questa domanda non è affatto semplice come potrebbe sembrare. A fine aprile, a Ferrara, sono stati presentati i risultati di un progetto che ha per lo meno provato a farlo. Si chiamava Monitoraggio Applicato alle Plastiche del Po (MAPP) e a promuoverlo sono stati la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e l’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po. Per poco meno di due anni, tra settembre 2021 e giugno 2023, il progetto ha provato a misurare la quantità di plastica che passa nel Po utilizzando tre diversi metodi: l’osservazione diretta dei rifiuti galleggianti (floating litter) da diversi punti lungo il corso del fiume, lo studio via GPS dei percorsi che i rifiuti galleggianti intraprendono e un tentativo della loro individuazione tramite l’analisi delle immagini satellitari. Nessuna delle metodologie ha permesso di raggiungere una risposta definitiva, ma sono uno dei pochi tentativi diretti di misurazione effettuati sul Po e sui fiumi in generale.

I limiti delle stime

Al progetto MAPP ha partecipato anche Simone Bizzi, esperto di geomorfologia fluviale dell’Università di Padova, che ha fatto parte del team che ha sperimentato l’analisi satellitare per individuare la plastica galleggiante. “Esistono diverse stime della quantità di rifiuti plastici prodotti in una determinata area”, spiega, “e si basano su una serie di indicatori come per esempio la densità abitativa e industriale, il PIL locale, ecc. per inferire quanta plastica viene prodotta” e, quindi, quanta di questa è lecito aspettarsi che finisca nei fiumi. Ma tra le stime e la realtà potrebbero esserci delle discrepanze significative. “Sappiamo che in mare c’è molta plastica”, continua Bizzi, “e l’abbiamo anche potuta misurare abbastanza accuratamente”. L’esempio più famoso è quello del cosiddetto Pacific Trash Vortex, un’isola di rifiuti di plastica nell’oceano che è ben visibile anche dal satellite, ma anche lungo le coste del Mediterraneo si possono vedere accumuli di rifiuti. Di conseguenza la domanda è quanta di questa plastica arrivi dai fiumi.

Per rispondere, all’interno del progetto MAPP si è escogitato un sistema piuttosto semplice, ma ingegnoso. In diversi momenti dell’anno e da diversi punti del corso del Po sono state rilasciate in acqua delle sfere galleggianti che contenevano un segnalatore GPS. In questo modo è stato possibile monitorare il loro viaggio nel corso dei giorni e delle settimane successive, simulando il comportamento dei rifiuti plastici galleggianti. Il risultato più interessante è che solo il 15% è arrivato al mare. In altre parole, solo una piccola parte della plastica che transita sul Po finisce davvero in mare. Dove finisce però l’altro 85%?

 “I segnalatori GPS hanno permesso di individuare alcuni punti lungo l’asta del fiume dove questi oggetti galleggianti tendono a incagliarsi”, racconta Bizzi. Per esempio, nella seconda sessione di lancio dei segnalatori da Cremona alcuni si sono incagliati a pochi chilometri dalla città, altri hanno percorso molti chilometri e solo alcuni sono arrivati in uno dei rami nel Delta del Po. “Questo tipo di risultato è uno dei più interessanti del progetto”, spiega Bizzi, “perché ci fa capire come molti rifiuti vengono intercettati dalla vegetazione riparia”, cioè le piante che crescono lungo le rive del fiume. Inoltre, c’è una parte di questa plastica che si trasforma in microplastica e, quindi, diventa invisibile all’occhio nudo. “Con che velocità avvenga questo passaggio è una domanda aperta”.

 

Cosa succede con il fiume in piena

Il monitoraggio a vista del passaggio dei rifiuti plastici ha il vantaggio di essere quantitativo e preciso, ma non può essere effettuato continuativamente. In più, come si può leggere dal rapporto finale del progetto MAPP, e come ci conferma Bizzi, non è stato effettuato nelle condizioni di massima portata del fiume. Questo è il momento in cui la forza dell’acqua porta probabilmente con sé la maggior parte dei rifiuti galleggianti. Non solo, “è in questi momenti che da geomorfologo dei fiumi ipotizzo che ci possa essere una nuova movimentazione di quegli accumuli di fiumi lungo il corso”, ci spiega. In altre parole, quando il fiume ha più forza è ragionevole pensare che riesca a disincagliare almeno una parte degli oggetti intrappolati lungo le sue sponde che, così, riprendono il loro viaggio verso la foce.

Per provare ad approfondire i risultati fin qui raggiunti, a settembre dovrebbe partire un nuovo progetto di monitoraggio che sfrutterà due telecamere “smart” in grado di classificare in modo autonomo i tipi di oggetto galleggiante che vedono. Sono telecamere che sfruttano il deep learning, una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale, e che permetteranno di monitorare in modo continuativo il fiume, misurando in modo più preciso quanta plastica vi transita. Se tutto verrà confermato, le due telecamere saranno piazzate una all’incirca a Isola Serafini, nel piacentino, e una all’altezza più o meno di Pontelagoscuro, nel ferrarese. 

Sebbene si tratti di un risultato che dovrà essere confermato dal possibile nuovo progetto, l’individuazione delle aree di accumulo dei rifiuti ottenuta dal progetto MAPP ha fornito un’indicazione significativa per due motivi. Il primo è che mostra dei punti precisi lungo il corso del fiume dove andare a scovare la plastica che non arriva al mare. Il secondo, più pratico, è che individua i tratti del fiume dove è più sensato eseguire delle pulizie dalla plastica[F1] . 

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venerdì 26 maggio 2023

Il Fiume Tagliamento non combina disastri, chissà perché… - Grig

 

Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura a canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali.


con un disegnino, comprensibile anche per un bimbo, forse si riesce a capire

I centro urbani storici sono stati realizzati in siti sopraelevati, distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.

La pianura friulana è sedimentaria o alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua  subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della Pianura Padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

I Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso.  

Altro che nuove dighe, altro che colpe degli Istrici…

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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giovedì 6 ottobre 2022

Il fango, il dolore e la rabbia - Leonardo Animali

 

Dolore e rabbia, ragazzi e ragazze che spalano il fango mentre tanti adulti continuano a fare lo spritz, il territorio preso a ceffoni per decenni, che oggi ce li ridà indietro con gli interessi… Intanto, come sempre accade in Italia dopo una disgrazia e catastrofe naturale, arriva, diligentemente orientata, la paradossalità della discussione pubblica: la colpa è degli ambientalisti e della burocrazia.

Gli ambientalisti in Italia non hanno mai contato nulla (anche per colpa di diversi “verdi saccoccia”, che hanno e continuano a rendere non credibile un movimento). Sarebbero gli ambientalisti ad aver bloccato i lavori di messa in sicurezza dei fiumi e del territorio, e degli interventi non fatti. Ma non è per caso, invece, che la colpa è dei lavori di depredazione del territorio fatti per decenni? La tombatura dei fiumi, come a Cantiano e in tanti altri paesi e città; il costruire case, impianti sportivi, parcheggi, scuole, finanche la nuova caserma per i Carabinieri (mai completata) in zone esondabili come a Genga Stazione; il disboscare monti, come l’Acuto, sopra Cantiano, per farci piste da sci; urbanizzare a dismisura ai fini turistici e commerciali la foce del Misa a Senigallia. Così, giusto per fare qualche esempio…

E invece, è colpa della burocrazia, se in tanti anni, decine di milioni di euro assegnati e spendibili per opere di manutenzione naturalistica e di prevenzione, non sono stati ancora spesi? Eppure per fare la Pedemontana Fabriano – Muccia (alluvionata subito nel primo tratto inaugurato pochi mesi fa), la Complanare a Senigallia, il Deltaplano a Castelluccio di Norcia, lo scempio alberghiero sui Pantani di Accumoli, la burocrazia non c’è stata ostacolare o ritardare gli scempi… Non ci sarà burocrazia nel far passare i nuovi binari ferroviari della Orte-Falconara, in mezzo al Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi, sopra un’area che la settimana scorsa è stata esondata violentemente dalla piena dell’Esino. Per aprire la nuova Cava su Monte Sant’Angelo ad Arcevia, che la Provincia di Ancona vuole ottenere a tutti i costi da anni, lì non ci sarà la burocrazia ad ostacolare…

Dovremmo smetterla con questa noiosa balla della burocrazia e degli ambientalisti criminali. Oppure la colpa è dei giovani di Fridays For Future Italia, sbeffeggiati da tanti, tra gli ultimi quel guerrafondaio e “irriducibile” tifoso del capitalismo statunitense, Federico Rampini? Magari invece è proprio di molti della generazione di Rampini, e di quello che vivono e pensano come lui.

Ultima balla, la natura maligna. Proprio un marchigiano, molti anni fa, Giacomo Leopardi, si era soffermato molto su questo tema. Per arrivare alla conclusione, che maligni non fossero i Sibillini che scorgevano dal Colle dell’Infinito, ma i suoi compaesani di Recanati.

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domenica 19 giugno 2022

Se ne va un “Po”della nostra vita - Marco Bersani

 

«Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato, e l’ultimo fiume avvelenato, vi renderete conto che non si può mangiare il denaro». Cosi disse nel 1876 Toro Seduto, capo tribù dei nativi americani Sioux Hunkpapa, qualche mese prima della leggendaria battaglia del Little Bighorn.

Toro seduto non era uno scienziato dell’Ipcc dell’Onu, ma la sua sintesi meriterebbe di essere scritta in tutti gli edifici pubblici del Paese, in questo inizio estate che ci costringerà a fare davvero i conti con la profondità della crisi eco-climatica.

Paradigmatica è la situazione del Po, il più grande fiume italiano, il cui bacino attraversa la pianura padana e l’intera Italia del Nord. Sono le regioni in cui si sono storicamente concentrate un’agricoltura e un allevamento intensivi, una massiccia industrializzazione, la grande industria energetica, nonché grandi concentrati di popolazione urbana e metropolitana.

Tutte figlie del medesimo paradigma, che è la cifra del modello capitalistico: l’idea della crescita economica come termometro del benessere della società, accompagnata dall’uso di beni comuni presenti in natura dei quali si presuppone l’illimitata disponibilità.

Una situazione accelerata dal modello liberista e dal preponderante ruolo assunto dalla finanza, che ha visto il progressivo ritiro delle istituzioni pubbliche tanto dall’intervento diretto in campo economico, quanto da qualunque idea di programmazione e pianificazione dello stesso, delegate alla ‘autoregolazione dei mercati’.

Peccato che esista una contraddizione strutturale fra come la vita delle persone si organizza nello spazio e nel tempo rispetto a come si declina l’economia di mercato.

La vita delle persone si svolge dentro uno spazio limitato, la comunità di riferimento, e si dipana dentro un tempo lungo che attraversa l’intera esistenza.

Al contrario del mercato che si organizza in uno spazio potenzialmente infinito, l’intero pianeta, ma declina le proprie scelte dentro un tempo estremamente ridotto, l’indice di Borsa del giorno successivo. E’ questa differenza a far sì che gli interessi di mercato siano quasi sempre in diretto contrasto con i bisogni della vita delle persone.

L’economia della pianura padana lasciata al mercato, oltre ad aver prodotto pesanti livelli di inquinamento complessivo che hanno trasformato il serio problema sanitario prodotto dalla pandemia da Covid19 in una tragedia di massa, ha messo in campo un’idea di agricoltura, allevamento, industria e produzione energetica vocate al massimo rendimento nel minimo arco temporale.

Una relazione predatoria nei confronti del suolo, dell’aria, dell’acqua, dell’energia e della salute delle persone che ha prodotto grandi risultati di fatturato per le industrie dell’agro-business e di utili in Borsa per le multiutility dell’acqua e dell’energia.

Permettendo alle stesse di comportarsi come quell’uomo del film “L’odio” che, cadendo da un palazzo di 50 piani, man mano che passa da un piano all’altro continua ripetersi «fino a qui, tutto bene», misurando il ‘qui ed ora’ della caduta e non l’esito dell’atterraggio.

Esito che nella pianura padana è arrivato con la più grave crisi idrica degli ultimi 70 anni e il Po ridotto a un rigagnolo circondato da distese di sabbia.

Prima che gli interessi delle grandi lobby scendano in campo per far ricadere la crisi ancora una volta sulle spalle degli abitanti, è il momento che le comunità locali insorgano per prendersi cura del ramo su cui siamo seduti contro chi continua a segarlo.

Magari rivendicando che i soldi del Pnrr vadano alla cura e alla manutenzione dei territori invece che a nuove basi militari dentro parchi naturali.

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martedì 26 aprile 2022

La lenta agonia del fiume Lempa - Gato Encerrado ed Ernesto Amaya

 

 

Tratto da Revista Gato Encerrado 
Originali: 1     |   2  


Ogni studio scientifico condotto sulla qualità dell'acqua in El Salvador conclude che è sempre meno adatta al consumo umano. In alcuni casi, non è nemmeno adatto per uso ricreativo, irrigazione di colture o mantenimento in vita di specie acquatiche. Quello che succede all'acqua dei salvadoregni fa parte della crisi climatica che i decisori lasciano fuori dalla loro agenda di priorità.

24% Dei fiumi di El Salvador, presentano un indice dell'acqua che è di livello "cattivo" o "pessimo", secondo il rapporto sulla qualità dell'acqua del Ministero dell'Ambiente e delle Risorse Naturali (MAR) 2019. Vale a dire, quella percentuale proviene dai fiumi già morti che non possono sostenere la vita e che se qualcuno dovesse dar loro un uso domestico, potrebbe mettere a rischio la loro salute.

14 % - I fiumi presentavano una qualità "buona" o adatta alla vita e all'uso umano. Ma questa percentuale di acqua "buona" sta diventando sempre più piccola. Nel rapporto presentato 4 anni prima, la percentuale era del 16%. In una versione più aggiornata del rapporto, nel 2020, tali categorie e percentuali vengono modificate al momento delle conclusioni, e il MARN si limita ad indicarle come "zone di mantenimento per il graduale recupero della qualità delle acque e la tutela della vita acquatica".

Tra i fiumi inquinati quello che più preoccupa è il Lempa. Più di quattro milioni di salvadoregni dipendono dalle sue acque, direttamente o indirettamente, compresi coloro che leggono questo speciale di GatoEncerrado.

Nel suo percorso di 17.926 chilometri quadrati, a partire dalle montagne dell'Olopa, in Guatemala, dove nasce, alla pianura costiera dell'Oceano Pacifico, in El Salvador, non c'è un solo punto in cui l'acqua del Lempa presenti un qualità per qualsiasi uso umano, nemmeno attraverso un processo di decontaminazione con metodi convenzionali, secondo il rapporto MARN 2020.

Una delle principali minacce di contaminazione dei Lempa è l'attività mineraria nella zona di confine del Guatemala. Non è l'unico, ma è uno dei primi a comparire nel bacino superiore. GatoEncerrado si è recato in Guatemala per capire come si verifica questa contaminazione e ha scoperto che il problema promette solo di peggiorare.

Ci sono 8 progetti minerari nella zona. Uno di questi è Cerro Blanco, che ha avviato una delle forme più inquinanti di estrazione mineraria esistente: la ricerca di metalli preziosi a cielo aperto.

La parte più inquinante dell'estrazione a cielo aperto è la lisciviazione, che è il processo attraverso il quale viene estratto l'oro. Per ottenere ciò, è necessario rimuovere l'oro puro dalle rocce attraverso bagni chimici, utilizzando sostanze come il cianuro.

Bastano solo 50 milligrammi di cianuro per rendere incosciente un adulto e causare un arresto respiratorio. Questi bagni chimici saranno realizzati in grandi piscine con tonnellate di pietrisco per estrarre l'oro. E il residuo di questo finirà nei fiumi che si collegano al Lago Guija e tramite collegamento al fiume Lempa. Poi ai salvadoregni che dipendono dal fiume.

50 milligrammi di cianuro sono sufficienti per rendere incosciente un adulto e causare l'arresto respiratorio. Dalla sfera politica non c'è nemmeno la volontà di parlarne. L'attuale amministrazione di Nayib Bukele, e in particolare il suo ministro dell'Ambiente, Fernando López, e il ministro degli Esteri Alexandra Hill Tinoco, si sono rifiutati di commentare la questione quando GatoEncerrado li ha cercati. Anche le organizzazioni della società civile hanno cercato di parlare con i funzionari del problema, ma non sono state ascoltate.

Questo speciale è destinato ad essere aggiornato ogni volta che GatoEncerrado finisce di indagare e segnalare le altre minacce che deve affrontare il fiume Lempa.


Nessuno vuole affrontare il problema della contaminazione del fiume Lempa

di Ernesto Amaya

Il pericolo di inquinamento che minaccia il fiume Lempa si aggrava sempre più. La miniera di Cerro Blanco prevede di effettuare attività estrattiva a cielo aperto per tutto l'anno corrente e nessuna delle autorità di El Salvador e Guatemala è interessata a intervenire per prevenire un'ulteriore contaminazione del Lempa. Il Guatemala, secondo le organizzazioni che hanno cercato di richiamare l'attenzione, difende il suo diritto di Stato sovrano nel consentire lo sfruttamento del sottosuolo nelle aree vicine al confine con El Salvador. E le autorità salvadoregne non hanno all'ordine del giorno di affrontare la questione.

Più di quattro milioni di salvadoregni dipendono dal fiume Lempa, direttamente o indirettamente. Il fiume fornisce il 55% del territorio salvadoregno, sebbene abbia origine in Guatemala, e consente al 37% delle famiglie nell'area metropolitana di San Salvador di avere acqua potabile. Diversi studi e rapporti concludono che la vita in El Salvador sarebbe impossibile senza il Lempa. L'importanza di questo fiume, tuttavia, non è una priorità per le autorità salvadoregne, né per quelle guatemalteche, nonostante i progetti minerari che minacciano di contaminare le acque del fiume.

Le rappresentanze diplomatiche di El Salvador e Guatemala continuano a ignorare gli impatti ambientali di questi progetti minerari. Ma, nel periodo tra il 2010 e il 2013, la Procuraduría Para la Defensa de los Derechos Humanos (PDDH) ha fatto i primi passi con la sua controparte guatemalteca e altre organizzazioni internazionali, per cercare di mettere la questione sul tavolo. Agli 11 incontri che si sono svolti hanno partecipato membri di governi locali ed esteri.

“In questo momento viene attivata la Procura Generale che dà il seguito coinseguente. Si tengono vari incontri. Si incontra con l'Ufficio del Vice Procuratore Generale del Guatemala, si incontrano diverse organizzazioni centroamericane e regionali e si raggiungono accordi affinché, facendo capire allo Stato del Guatemala l'importanza del caso, il bacino di confine tra Guatemala ed El Salvador sia protetto", ha detto a Gato Encerrado José David Sandoval, procuratore aggiunto per l'ambiente dell'ufficio del procuratore salvadoregno.

Nonostante gli accordi, non ci sono stati risultati. L'obiettivo finale, che il Guatemala vietasse l'estrazione di metalli nel suo territorio per evitare di inquinare le acque di El Salvador, non è stato raggiunto. La storia recente registra che prima di questi sforzi c'era un precedente nel 1987. I governi di El Salvador e Guatemala, nel bel mezzo dei loro conflitti armati, firmarono un accordo di cooperazione con l'Honduras con l'Organizzazione degli Stati americani (OAS) a fare da garante. Era la Dichiarazione della Riserva della Biosfera La Fraternidad, che mirava a preservare le risorse idriche che alimentano il bacino superiore del fiume Lempa, nonché le sue risorse forestali, che sono condizione essenziale per il mantenimento delle risorse idriche.

Questi accordi hanno posto le basi per il futuro consolidamento dell'area trinazionale e della cooperazione transfrontaliera, che si è concretizzata nel 1997, con i paesi già in transizione verso una nuova fase democratica, nel "Piano Trifinio", dove si è arrivati ad unificare i 7.541 chilometri quadrati e 45 comuni dei tre paesi in un'unica unità ecologica indivisibile. Ventiquattro anni dopo, questi accordi sono stati gradualmente violati dall'installazione di progetti come Cerro Blanco.

Per Ángel Ibarra, ex viceministro dell'Ambiente sotto la presidenza di Salvador Sánchez Cerén, il Guatemala non ha mai accettato di parlarne. “Oggi credo che la dinamica degli incontri bilaterali con il Guatemala sia andata perduta, ma nell'amministrazione di Salvador Sánchez Cerén una volta è apparso l'argomento ma il Guatemala si è sempre rifiutato di parlarne. Sostengono la tesi della sovranità del bacino; cioè, sono sovrani nell'ambito del loro territorio nazionale. Quindi, parlare di gestione condivisa di un bacino transnazionale è come chiedere "un pezzo di luna", ha dichiarato Ibarra.

Attualmente la situazione diplomatica è in stand-by, mentre la minaccia dell'attività di estrazione di metalli è alle porte del Lempa. Anche il governo di Nayib Bukele, come d'altra parte i precedenti, non è interessato a risolvere il problema delle acque transfrontaliere.


La versione del Guatemala

Leocadio Jucuarán, che è stato deputato del parlamento guatemalteco per il partito Convergencia por la Revolución Democrática - partito contadino-indigeno - nel periodo 2015-2019 ha dichiarato a Gato Encerrado di appartenere alla Commissione legislativa straordinaria delle risorse idriche del Guatemala, dove non ci sono stati progressi nei colloqui bilaterali tenuti da entrambi i paesi per risolvere la questione del Cerro Blanco o dell'inquinamento transfrontaliero in generale.

L'unico incontro su larga scala si è svolto nella Sala del Popolo del Congresso della Repubblica, nel giugno 2016, dove sono state discusse questioni relative a progetti che minacciavano di causare gravi danni ambientali, tra cui il caso della miniera del Cerro Blanco. All'incontro erano presenti rappresentanti del Ministero dell'Ambiente e delle risorse naturali, del Ministero dell'Energia e delle Miniere, dell'Ufficio del difensore civico per i diritti umani del Guatemala e altri membri del parlamento che avevano all'ordine del giorno questioni ambientali.

Durante l'incontro, ha ricordato Jucuarán, è stato appena possibile commentare la situazione di contaminazione già causata dalle esplorazioni minerarie nel fiume Ostúa e nel lago Güija, con la vaga promessa di fare una visita in loco ad Asunción Mita, così come altri incontri con i rappresentanti della controparte salvadoregna.

"In El Salvador, ciò che abbiamo fatto è stato conoscere il contesto dei popoli, come tutto ciò poteva colpire i guatemaltechi, ma principalmente i salvadoregni e gli honduregni, soprattutto a causa della questione dei fiumi e delle acque che consumano", ha affermato l'ex deputato guatemalteco a proposito della visita in loco avvenuta dopo l'incontro.

Dopo quell'incontro e la suddetta visita, i colloqui bilaterali sono diventati sempre più sporadici. Prima semestrali e poi annuali, fino al completo abbandono.

Durante il periodo in cui si sono svolti questi incontri, il ministro dell'Energia e delle Miniere era Erick Archila, membro del gabinetto dell'ex presidente Otto Pérez Molina, che era già segnalato per casi di corruzione. Era accusato di aver gestito una struttura che concedeva vantaggi economici illeciti a società private. Tra questi vantaggi c'era l'autorizzazione di diverse licenze di esplorazione e sfruttamento minerario in cui non era specificato il vero impatto ambientale. Archila arrivò a ricevere 477 mila dollari in tangenti di questo tipo.

Malgrado finora non sia stato scoperto alcun caso di corruzione direttamente legato alla concussione, Cerrto Blanco faceva parte dei permessi rilasciati durante il periodo Archila. Ed è stato anche sottolineato dagli esperti che lo studio di impatto ambientale era fraudolento perché ometteva informazioni rilevanti.

La geochimica e idrologa Dina López indicò nel suo studio di impatto ambientale, nel 2010, “che la licenza di sfruttamento concessa a Entremares de Guatemala, S.A. doveva essere riconsiderata. (miniera di Cerro Blanco) a causa di difetti nello studio di impatto ambientale, fino a quando non ci sarà una legge mineraria in Guatemala ed El Salvador che copra i rischi associati ai giacimenti minerari situati in giacimenti geotermici attivi”.

Sette anni dopo lo studio di López, nel 2017, è stata approvata la legge per la proibizione dell'estrazione di metalli in El Salvador: tra i vari motivi, per la pressione sociale dovuta alla causa contro la compagnia mineraria Pacific Rim che lo stato salvadoregno stava portando avanti in quel momento, e per poter avere a livello internazionale la possibilità di chiedere a governi come quello guatemalteco di applicare una legge simile sul suo territorio. Il Guatemala non ha ancora approvato una legge che vieti l'estrazione di metalli preziosi.

Per Jucuarán, l'attuale panorama politico, dopo le elezioni del 2019 e l'ascesa al potere di Alejandro Giammattei, del Partito Conservatore "Vamos Per un Guatemala Diverso", è scoraggiante. Giammattei non ha alcun reale interesse a prevenire i disastri ecologici che le sue attività estrattive possono avere sulle comunità più povere del Guatemala. Al contrario, il suo governo è pro-minerario.

Attualmente, il parlamento guatemalteco è simile a quello che aveva El Salvador prima di Bukele. Un esecutivo il cui partito ufficiale, Vamos, pur avendo solo 17 seggi su 160, è riuscito a formare un blocco maggioritario insieme agli altri partiti di destra. Una posizione di potere che favorisce le aziende interessate ad ottenere concessioni per megaprogetti, come Bluestone Resources con il suo progetto Cerro Blanco.

"Purtroppo in Guatemala abbiamo un governo che parla di sovranità, non di proteggere i beni, non di proteggere gli interessi della popolazione in generale, ma piuttosto di autonomia in modo che non ci siano limiti nella consegna dei nostri beni alle transnazionali", ha dichiarato Jucuarán a GatoEncerrado.


I ministri di Bukele si smarcano dal tema

A fine aprile di quest'anno, il Collettivo Madre Selva de Guatemala ha lanciato un'allerta ambientale su una possibile consultazione nelle comunità intorno a ​​Cerro Blanco per autorizzare la riattivazione mineraria nell'area, ma ora con un progetto minerario a cielo aperto.

Immediatamente, la reazione dei gruppi ambientalisti salvadoregni è stata quella di contattare le nuove autorità affinché riprendessero la questione. La Rete Centroamericana per la Difesa delle Acque Transfrontaliere ha inviato una lettera al Ministro degli Esteri Alexandra Hill Tinoco, informando il governo del presidente Bukele dell'urgenza di affrontare la questione prima che venissero attivati ​​gli altri progetti minerari in corso, ancora in fase di esplorazione. Solo al confine con il Guatemala è stata confermata l'esistenza di otto progetti minerari. La risposta a questa lettera è stata il silenzio.

GatoEncerrado ha provato a dialogare, in diverse occasioni, con il ministro dell'Ambiente e delle risorse naturali, Fernando López, e con il ministro degli Esteri Hill Tinoco, ma non è stato possibile. Il 21 maggio, durante la presentazione della nuova proposta di legge ambientale all'Assemblea legislativa, si è cercato di parlare con il ministro López della situazione a Cerro Blanco, ma il funzionario ha semplicemente ignorato le domande. Stessa cosa quando si è cercato il ministro in occasione della sua apparizione all'Assemblea Nacional per consegnare il suo rapporto di lavoro di due anni di governo: la storia si è ripetuta.

Luis González, dell'Unità ecologica salvadoregna (UNES) afferma che dopo aver chiesto incontri al Tavolo Permanente Contro l'Estrazione dei Metalli e non aver ricevuto risposte, l'unica opzione rimasta è stata di proporre la questione al Parlamento Centroamericano (PARLACEN).

“C'è già una proposta per una lettera presentata e un impegno da parte dei deputati del PARLACEN di affrontare la questione in parlamento. I deputati del PCN e di Nuevas Ideas, in un forum pubblico, hanno promesso di riprendere la questione", ha affermato González.

Sebbene González riconosca che il PARLACEN è stato un elefante bianco in materia di politica regionale, poiché tutte le sue risoluzioni non sono vincolanti, ritiene che sia interessante discutere lì la proposta di trattato e poi che venga trasmessa ai parlamenti nazionali.

David Pereira, del CEICOM (Centro de Investigación sobre Inversión y Comercio), ha affermato che la continua omissione di questo tema da parte dello Stato salvadoregno potrebbe innescare una serie di richieste internazionali da parte delle comunità colpite. Ciò, a sua volta, darebbe inizio a un'inutile escalation dei conflitti tra le nazioni.

“Prima di questo governo, Hugo Martínez (ex ministro degli Esteri) ha ricevuto una proposta per le acque transfrontaliere, che consideriamo un modo per evitare futuri conflitti tra i nostri Paesi, le comunità e lo Stato salvadoregno, per la violazione dei diritti umani fondamentali che tutto ciò potrebbe provocare (...) Infatti ciò potrebbe portare denunce da parte delle comunità contro lo Stato, sia nei tribunali nazionali che internazionali. Poiché il responsabile di questa contaminazione non è il governo salvadoregno, ma quello guatemalteco, il primo potrebbe finire per citare in giudizio il secondo. Questo può generare conflitti seri”, ha dichiarato Pereira.


* Traduzione di Giada Ferrucci

https://ecor.network/articoli/la-lenta-agonia-del-fiume-lempa/

giovedì 7 aprile 2022

Il fiume Po sta morendo, ma nessuno lo osserva veramente - Paolo Pileri


 

Sono stato in Po. Mai come in questo caso la frase vale alla lettera nel senso che il 28 marzo 2022 ero nel mezzo dell’alveo del grande fiume. Non in barca, a piedi. Con i miei passi ho camminato sulle acque che non ci sono più. Siccità e cambiamento climatico ci hanno consegnato un fiume sparito. Un disastro ecologico, umano, alimentare, culturale. Ma che non spaventa quanto dovrebbe.

Quei rigagnoli d’acqua che ho visto sono lacrime che scorrono su un viso martoriato da un uso del suolo insensato e irresponsabile che continuiamo a infliggere al nostro Paese. Assieme a dei colleghi del Politecnico abbiamo fatto delle riprese con un drone perché dobbiamo documentare l’impronta umana su quell’ambiente morente. Una documentazione che in pochi stanno raccogliendo, soprattutto le nostre istituzioni pubbliche alle quali mi sono rivolto nei giorni scorsi ricevendo risposte negative.

Il Po sta morendo: ci riempiamo la bocca di transizione ecologica, ma non andiamo a vedere. I nostri politici non vanno a vedere. Non si fanno accompagnare da ecologi che spiegano loro la gravità. I nostri presidenti (dalla Repubblica in giù) i nostri governatori, i nostri sindaci, soprattutto quelli che si credono importanti anche se non hanno i loro Comuni sulle sponde del fiume, non vanno a vedere. Non vanno neppure i nostri alti dirigenti pubblici. Solo l’emergenza li muove. Solo le catastrofi che conoscono li impietosiscono.

Quando il fiume esonda e rompe gli argini allora prendono l’elicottero della protezione civile e ci volano sopra, scandalizzati o presunti tali. Ma così facendo, forse non si rendono conto, confermano una visione e una sensibilità antropocentriche, tutte concentrate a piangere solo i danni alle cose umane: strade case capannoni e campi. Mentre oggi, per molti, quello che sta succedendo non è nulla: semplicemente perché non vedono nulla di antropicamente riconoscibile che viene danneggiato e non capiscono che le immagini del più grande fiume ridotto a un ruscello sono il grido del clima e l’immagine della nostra insipienza.

Immagini che devono smuoverci ma che invece neppure osserviamo. Situazioni che dovrebbero divenire una narrazione civile che chi ci governa, con umiltà, riporta a tutti impostando il nuovo corso delle cose e delle politiche. Facendo vedere a tutti che così non va, viene meno il futuro.

 

E invece sapete che cosa accade? La beffa oltre all’inganno: il fiume così conciato nel frattempo è diventato una pista di motocross e nessuno dice nulla. Al dolore si aggiungono le frustrate delle gomme tassellate delle moto che non solo distruggono il greto ma pure scarpate e argini. Così il suolo delle sponde collassa ancor più rapidamente e altro suolo sarà perso. Non mi vergogno a dire che davanti a un ambiente così degradato dal cambiamento climatico ovvero dagli effetti del nostro modello economico e politico, io renderei obbligatoria una visita guidata al Po per tutti coloro che hanno responsabilità di governo del territorio a qualsiasi livello. C’è un profondo crepaccio culturale che se non ci diamo da fare a colmare ci inghiottirà. Ma non basta il nostro drone e le nostre immagini, serve che si smuova chi ha responsabilità. Non sarà la natura a ucciderci, ma la nostra non voglia di ascoltarla.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro per Altreconomia è “L’intelligenza del suolo”

L’articolo originale può essere letto qui


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martedì 8 dicembre 2020

Chi ha ucciso il Mekong - Marina Forti


La “madre delle acque”

Per il secondo anno consecutivo, la siccità sta divorando il bacino del Mekong. Le piogge monsoniche, che investono il Sudest asiatico tra maggio e agosto, sono state esigue. In ottobre, quando il fiume dovrebbe essere in piena, il livello dell’acqua era invece appena un terzo del normale. Lo stesso era successo nel 2019. La Mekong River Commission, organismo intergovernativo che rappresenta i quattro paesi del basso bacino fluviale (Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam), parla di “siccità estrema”. La pesca e l’agricoltura da cui dipendono milioni di persone sono in crisi. E mentre la regione indocinese comincia a contare i danni, economici quanto ecologici, un istituto statunitense che usa immagini satellitari per monitorare i cambiamenti climatici accusa la Cina: avrebbe trattenuto preziosa acqua nei reservoir formati dalle sue undici dighe sull’alto corso del fiume, provocando il disastro a valle. Pechino respinge l’accusa. Ancora una volta, il Mekong si rivela un caso paradigmatico delle tensioni politico-diplomatiche, ambientali e sociali della convivenza lungo un grande fiume dall’ecosistema fragile e dalla storia tormentata.

Le parti in causa sono sei paesi. Il Mekong infatti nasce sull’altopiano tibetano, oltre i 4500 metri d’altezza, e scorre per 4900 chilometri fino al Mar Cinese meridionale. La prima metà del suo percorso è in Cina, attraversa la provincia dello Yunnan tra gole spettacolari dove perde circa il 90 per cento del suo dislivello totale: questo è il “bacino dell’Alto Mekong”. Poi entra in Laos nella regione detta “triangolo d’oro”, segna il confine tra Laos e Myanmar e più a valle tra Laos e Thailandia; attraversa la Cambogia e infine forma un grande delta nel Vietnam meridionale: e questo è il “bacino del Basso Mekong”. La distinzione riflette la geografia, ma ancora di più la storia e la geopolitica della regione. A cominciare dal nome: in Cina è il Lancang Jang (“fiume turbolento”), nel resto del mondo è noto con il nome derivato dalla lingua thai, Mae Nam Khong, “madre delle acque”.

Il fiume che “respira”

La Mekong River Commission (Mrc) annuncia quest’anno una situazione ancora più grave che nel 2019.

I segni del disastro sono visibili nel delta, dove la portata d’acqua è così scarsa che i dodici bracci del fiume sono ridotti a rigagnoli e l’acqua salina del Mar Cinese meridionale sta penetrando sempre più all’interno. Più a monte, in Laos, dove il corso del Mekong è disseminato di scogli e rapide, l’inverno scorso il fiume era ridotto a pozze isolate tra ampi tratti in secca: questo inverno ci si aspetta la stessa scena.

Il segno più tangibile del disastro è che quest’anno il Tonle Sap (“grande lago”) non si è riempito. La particolarità del Mekong infatti è che la sua corrente cambia secondo le stagioni. Tra maggio e l’estate, alimentato dallo scioglimento dei ghiacci himalayani e dalle piogge monsoniche, il fiume si gonfia, la corrente è turbolenta e la piena allaga le zone pianeggianti ricoprendole di limo. Poco prima di raggiungere la capitale cambogiana Phnom Penh però la corrente cambia direzione e l’acqua risale un affluente laterale, il Tonle Sap, fino all’omonimo lago. Tra agosto e novembre questo cresce fino a cinque volte per superficie e volume d’acqua; poi si stabilizza e nell’inverno l’acqua riprende a scorrere verso il Mekong e il suo delta. Come se il fiume respirasse, e il Tonle Sap fosse il suo cuore.

Da questo “respiro” dipende il ciclo della vita fluviale, e in primo luogo la pesca. Gran parte dei pesci del Mekong sono specie migratorie, che risalgono la corrente nella stagione secca per riprodursi tra gli scogli a monte, per poi scendere con la piena a ingrassare nel Tonle Sap.  Secondo la Fao il basso bacino del Mekong è la più produttiva regione di pesca d’acqua dolce al mondo, con circa il 15 per cento del pescato mondiale (secondo altre fonti arriva al 20 o al 25 per cento del totale); tra pesca e acquacoltura, si stima una produzione annua di circa 4,5 milioni di tonnellate di pesce e altri organismi acquatici. Questo non include del tutto la pesca artigianale, a cui è legata la sussistenza di milioni di persone. Pesce e organismi acquatici sono la principale fonte di proteine animali per gli abitanti della regione (tra 40 e 60 per cento in media, fino all’80 per cento per la popolazione rurale e più povera). Nel Tonle Sap, le circa 500.000 tonnellate di pesce pescate nelle annate normali sono una parte consistente dell’economia locale. In queste settimane però le cronache raccontano di reti vuote, pescatori disperati, interi villaggi rurali sul lastrico. Anche l’agricoltura stagionale è in crisi: di solito, quando la piena si ritira, milioni di abitanti rivieraschi  coltivano orti e risaie sulle terre concimate dal limo, che quest’anno non è arrivato. E il livello del fiume è così basso che le pompe per l’irrigazione dei campi non arrivano a pescare acqua.

Bisogna pensare che circa 60 milioni di persone abitano il basso bacino del Mekong, di cui circa la metà vive entro 15 chilometri dal fiume e ne dipende direttamente. In altre parole, la siccità  minaccia l’economia e la sicurezza alimentare di milioni di persone, e in particolare della popolazione rurale.

Il clima e le dighe

La causa di tutto questo, afferma la Mekong River Commission, sono piogge monsoniche arrivate tardi e troppo scarse, conseguenza del fenomeno meteorologico detto “El Niño”.

Ma se le condizioni climatiche non fossero l’unica causa della crisi? Se il Mekong fosse in secca perché l’acqua viene trattenuta dalle dighe costruite nell’alto corso fluviale, cioè in Cina?

È proprio questa l’accusa lanciata da un istituto di ricerca statunitense, Eyes on Earth, in uno studio pubblicato nell’aprile di quest’anno e condotto insieme a un altro centro specializzato, il Global Environmental Satellite Applications. Sulla base di accurate osservazioni satellitari, lo studio conclude che nei sei mesi centrali del 2019, mentre il basso bacino del Mekong era a corto di piogge, nella parte alta del fiume le precipitazioni erano abbondanti e nel Lancang è affluita una quantità d’acqua superiore alla norma: ma è rimasta quasi tutta a monte, nei reservoir costituiti dalle dighe, e non è defluita a valle. L’accusa è precisa: «Le dighe sul tratto cinese hanno  trattenuto una quantità d’acqua senza precedenti», ha scritto Brian Eyler, direttore del Programma per il Sudest asiatico del Stimson Center (un’altra istituzione di ricerca statunitense), che ha ripreso quello studio in un articolo su “Foreign Policy”. Lo studio americano afferma inoltre che già da alcuni anni la Cina trattiene quantità crescenti d’acqua, cosa che già in passato ha creato condizioni di siccità a valle. Sostiene poi che la gestione delle dighe a monte, con improvvisi rilasci d’acqua, spiega anche le strane ondate di piena viste in passato nella stagione secca, che hanno provocato inondazioni lungo la frontiera laotiano-thailandese.

Toni da guerra fredda tra Cina e Usa

Lo studio qui citato ha monitorato la situazione nel decennio dal 2010 al 2019, con una metodologia che ha passato il vaglio di una peer-review (cioè la revisione di idrologi e climatologi, che hanno trovato convincenti le conclusioni). Eye on Earth è un’istituzione privata, ma lo studio è stato sostenuto dalla Lower Mekong Initiative, una “partnership multinazionale” avviata dagli Stati uniti con Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia e Vietnam, come si legge sul sito Mekongwater.org (fondato dal Dipartimento di stato Usa).

Così non stupisce che Pechino abbia risposto, più o meno con gli stessi strumenti. In luglio un gruppo di istituzioni accademiche coordinate dalla Tsinghua University, la più prestigiosa università statale cinese, ha pubblicato uno studio secondo cui le dighe sul Lancang hanno un effetto positivo nell’alleviare la siccità. «L’ultimo studio di ricercatori cinesi confuta i nessi causali e le sprezzanti accuse di alcuni media statunitensi», osserva il “Global Times”, media cinese in lingua inglese (Gli autori dello studio americano hanno poi ribattuto con un commento sul “Bangkok Post”, principale quotidiano thailandese in inglese).

I toni da guerra fredda sono evidenti. Ciò non toglie che i dati raccolti da Eye on Earth sembrano dare conferma a sospetti annosi.

Infatti è da quando la Cina ha cominciato a pianificare una serie di sbarramenti tra le gole del Lancang-Mekong, fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, che il malumore dei paesi a valle è andato crescendo. Anche perché Pechino non ha condiviso molto dei suoi progetti. La diga di Man Wan, la prima, costruita senza consultare i vicini, è entrata in attività nel 1996 (fornisce energia elettrica alla regione industriale di Kunming, capitale dello Yunnan). Poi la costruzione si è intensificata; oggi le dighe sono undici, e altre sono in progetto. Il governo della Repubblica popolare cinese le chiama la “cascata di dighe”. La più imponente oggi è quella di Nouzhadu, entrata in attività tra il 2012 e il 2014. (Secondo l’analisi di Eye on Earth è proprio da allora che il volume d’acqua trattenuto in territorio cinese è aumentato drasticamente).

Si capisce il nervosismo dei paesi a valle: con le sue dighe, la Cina può controllare il flusso d’acqua che raggiunge il basso Mekong. Senza contare che le dighe trattengono una buona parte dei sedimenti indispensabili all’agricoltura, come sottolinea un’organizzazione non governativa come International Rivers, che lavora per la difesa degli ecosistemi fluviali.

Mekong River Commission, ma senza la Cina

Del resto la Cina (insieme a Myanmar) non ha mai voluto aderire alla Mekong River Commission, nata nel 1995, prima e tuttora unica organizzazione stabile di cooperazione regionale nella regione indocinese (il peso dei conflitti indocinesi nell’ultima metà del Novecento è evidente). La Cina è riluttante perfino a condividere le osservazioni delle sue centrali di monitoraggio fluviale, cosa che fa solo in parte. Nel 2016 ha invece fondato il “suo” organismo parallelo, chiamato Lancang-Mekong Cooperation Framework, con Laos, Thailandia, Myanmar, Cambogia e Vietnam, per promuovere la cooperazione tecnica – in un organismo però in cui è dominante, accusano i critici.

La Cina è un vicino ingombrante, ma anche i paesi del basso Mekong si sono lanciati a costruire dighe. In particolare il Laos, povero e stretto tra vicini più potenti, ha fatto della produzione idroelettrica l’elemento portante della sua strategia di sviluppo, e dalla metà degli anni Novanta ha costruito una decina di impianti sugli affluenti del Mekong per esportare energia.

In questa strategia ci sono due momenti chiave. Uno è nei primi anni Duemila quando la Banca Asiatica di Sviluppo ha lanciato un programma regionale di infrastrutture per la “Greater Mekong Subregion”, che include tutti i sei paesi rivieraschi. Al centro del progetto ci sono corridoi stradali e una rete di trasmissione di energia elettrica, oltre a progetti di sviluppo del commercio e del turismo. Tutto alimentato da investimenti propiziati dalla Banca Asiatica di Sviluppo e in parte la Banca Mondiale. In altre parole, la prima sede di “integrazione regionale” non è stato un organismo di cooperazione intergovernativo, ma un programma di investimenti gestito da organismi finanziari internazionali. Inutile dire che una parte considerevole degli investimenti diretti in Laos e Cambogia (le due economie più deboli della regione) sono di fonte cinese, oltre che thailandese e vietnamita.

L’altro momento chiave, per motivi diversi, è stato il 2006, quando i governi di Laos, Cambogia e Thailandia hanno autorizzato i primi studi di fattibilità per costruire dighe sul basso Mekong: non più gli affluenti, ma il fiume principale. La cosa ha suscitato grandi controversie; non solo organizzazioni ambientaliste ma perfino l’intergovernativa e prudente Mekong River Commission ha pubblicato studi estremamente allarmati: sbarrare il fiume avrebbe creato danni irreversibili all’intera vita fluviale, interrotto le vie di migrazione dei pesci e il ciclo delle inondazioni. Un impatto mortale per il fiume, come argomenta la più recente analisi di International Rivers che riprende studi della Mekong Rivers Commission.

Nonostante tutto, il Laos ha costruito la prima diga sul Mekong nella parte centro-settentrionale  del paese (diga di Xayaburi) e un’altra al confine con la Cambogia presso le Siphandone – un punto dove il Mekong forma diversi canali per aggirare una miriade di piccole isole, formando salti e rapide spettacolari (da cui il nome: si-phan-don significa “mille isole” in lingua lao). Altre dighe sul Mekong sono in progetto; almeno tre progetti sono nella fase delle “consultazioni” presso la Mrc. Inutile dire che in queste imprese si sono riscontrati forti investimenti cinesi, oltre che di aziende thailandesi, sudcoreane, e altre.

 

Nel frattempo il governo laotiano ha messo a tacere le conseguenze del disastro avvenuto due anni fa con il crollo di una diga nel sud del paese (la diga Xe-Pian Xe-Namnoy, di costruzione sudcoreana): 70 persone sono morte o disperse e 7000 sono sfollate, ma le richieste di giustizia sono rimaste vane. Del resto, la sorte degli sfollati di tante dighe non è mai stata all’ordine del giorno, per i governi della regione. Uniche buone notizie, per il fiume: la Cambogia ha annunciato di aver sospeso fino al 2030 ogni progetto di nuove dighe sul suo tratto del Mekong, perché il fabbisogno energetico è ampiamente coperto. Mentre la Thailandia ha sospeso il progetto di dinamitare le rapide del fiume a nord per renderlo navigabile.

È una piccola tregua per la “madre delle acque”. Perché a lavorare per ucciderla sono in molti.

Marina Forti aveva già affrontato il corso del Mekong più volte in varie pubblicazioni. Sul profilo linkedin di OGzero abbiamo riproposto il saggio inserito nel volume collettaneo curato da C. Alessandro Mauceri, Guerra all’acqua. La riduzione delle risorse idriche per mano dell’uomo, Torino, Rosenberg & Sellier, 2016.

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