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domenica 17 ottobre 2021

Ambiente: estrazione alluminio, spina nel fianco alla svolta green - Violetta Silvestri

 

Se la transizione energetica è il più ambizioso e necessario obiettivo per salvare il mondo, sapere quanto costa davvero la sua realizzazione potrebbe smorzare i più convinti entusiasmi. Ogni medaglia ha il suo rovescio e alla base del passaggio alle energie rinnovabili si scoprono storie di violazioni di diritti, sfruttamento, distruzione dell’ecosistema.

Come è possibile? Per produrre in modo intenso pannelli solari, pale eoliche, automobili elettriche servono risorse minerarie e materie prime in quantità sempre maggiore. La responsabilità nella loro estrazione, trasformazione e produzione farà davvero la differenza su quanto sostenibile diventerà il mondo. Il rischio, invece, è di danneggiare ulteriormente la natura e privare comunità locali di diritti e mezzi di sussistenza.

La Banca Mondiale ha messo in evidenza quanto, con gli impegni dei Governi mondiali verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, ci sarà sempre più bisogno di risorse quali alluminio (incluso il suo costituente chiave, la bauxite), cobalto, rame, minerale di ferro, piombo, litio, nichel, manganese, il gruppo dei metalli del platino, le terre rare, argento, acciaio, titanio e zinco. I territori dei Paesi in via di sviluppo ne sono ricchi e già ne stanno pagando le conseguenze. 

Un esempio per capire il delicato equilibrio tra maggiore produzione di energia verde e più sfruttamento di materie prime è quello dell’alluminio. La sua produzione è un processo in più fasi che trasforma la bauxite scavata nel terreno prima in allumina mediante frantumazione, lavaggio, trattamento e cottura della bauxite (processo Bayer), e poi in alluminio tramite elettrolisi (processo Hall-Héroult).

Questo metallo leggero è molto richiesto innanzitutto dal settore auto, che solo nel 2019 ne ha impiegato il 19% di tutto quello utilizzato nel mondo. Con l’aumento della domanda di veicoli elettrici, l’International Aluminium Institute prevede che entro il 2050 il metallo vedrà raddoppiare le sue richieste.

Inoltre, l’alluminio è impiegato per le tecnologie dell’eolico ed è considerato un elemento efficace e importante per la produzione di energia solare tramite i pannelli fotovoltaici. Non solo, il metallo è in grado di riflettere più di acciaio e ferro i raggi infrarossi (calore) del sole. I tetti in alluminio adeguatamente rivestiti possono assorbire fino al 95% dell’energia solare, migliorando notevolmente l’efficienza energetica e per questo esso è un componente chiave negli edifici verdi certificati.

Si prevede, quindi, un forte aumento della domanda di questo metallo, che rischia di avere impatti devastanti. Poiché la bauxite viene estratta a livello superficiale, le miniere spesso si estendono su aree molto vaste, distruggendo i terreni agricoli che sono alla base dei mezzi di sussistenza delle comunità locali. Inoltre, esse danneggiano le acque di fiumi, torrenti e fonti sotterranee su cui le popolazioni fanno affidamento per il consumo domestico e l’irrigazione.

La Guinea è testimone diretta di questo impatto distruttivo. Il Paese africano è secondo soltanto all’Australia come produzione di bauxite e nel 2020 ne ha estratta una quantità pari a 80.000 tonnellate. La nazione ha i più grandi giacimenti di bauxite del mondo e ha rapidamente ampliato la produzione, aumentando la sua quota di mercato globale dal 4% nel 2014 al 22% nel 2020. Oggi la bauxite della Guinea è diretta principalmente verso le raffinerie in Cina, che produce la maggior parte dell’alluminio mondiale.

Uno studio del Governo guineano prevede che nei prossimi 20 anni ci sarà un boom di estrazione di bauxite che rimuoverà 858 chilometri quadrati di terreno agricolo e distruggerà più di 4.700 chilometri quadrati di habitat naturale, uno spazio sei volte più grande di New York City. Circa l’80% dei residenti nella regione mineraria della Guinea fa affidamento sull’agricoltura per il proprio sostentamento e queste previsioni suonano come un allarme per la loro sopravvivenza.

In realtà, le comunità locali già soffrono a causa dell’intensa attività estrattiva sulle loro terre. Nella nazione guineana tutto è cambiato nel 2016, quando la Société Minière de Boké (SMB), la più grande compagnia mineraria di bauxite del Paese, ha iniziato a sgomberare centinaia di ettari di terreno intorno a Diakhabia per far posto a un porto industriale. Dal 2017 da lì vengono spedite ogni anno milioni di tonnellate di bauxite alle raffinerie appartenenti soprattutto alla China Hongqiao, il più grande produttore di alluminio al mondo. Tutta la regione di Boké è ormai circondata da una cintura di miniere.

Prima di questa intensa attività estrattiva, intere famiglie facevano affidamento sull’agricoltura per il cibo e il reddito, piantando riso e altre colture sulla terra fertile lungo le rive del vicino fiume Rio Nunez. In generale, c’erano alimenti sufficienti per i nuclei familiari e si potevano guadagnare fino a 1,5 milioni di franchi guineani ($ 152) a settimana durante una buona stagione del raccolto, portandone a casa circa 10 milioni all’anno.

Poi tutto è cambiato e dozzine di famiglie hanno perso la terra a causa della costruzione del porto, diminuendo i loro pasti quotidiani. Altre comunità si sono improvvisamente ritrovate senza acqua, poiché i sedimenti provenienti dalle miniere hanno bloccato corsi di ruscelli e fiumi. Promesse mai mantenute di risarcimento o indennizzi irrisori da parte delle compagnie minerarie si sono aggiunti alle frustrazioni delle popolazioni locali.

La raffinazione della bauxite in allumina produce grandi quantità di fango rosso, un materiale altamente pericoloso che, se non trattato e immagazzinato adeguatamente, può inquinare i corsi d’acqua e danneggiare le persone che ne entrano in contatto. Nello Stato brasiliano del Pará, un’organizzazione non governativa che rappresenta oltre 11.000 persone ha citato in giudizio una miniera di bauxite, una raffineria e una fonderia di alluminio per la presunta contaminazione dei corsi d’acqua nel bacino amazzonico.

In Ghana, una coalizione di società civile e gruppi di cittadini locali afferma che una miniera di bauxite progettata nella foresta pluviale di Atewa minaccia di contaminare i fiumi che forniscono acqua potabile a milioni di persone. E la preoccupazione sta salendo anche in Indonesia.

Le foreste e le fattorie del Borneo indonesiano sono piene di crateri con pozzi acquitrinosi lasciati dagli anni del boom dell’estrazione del minerale di bauxite. I metalli pesanti depositati nel suolo continuano a disperdersi nell’aria e nei corsi d’acqua. A meno che non venga sostituito il terreno a livello superficiale, esso non potrà essere utilizzato per l’agricoltura. I coltivatori locali, che non possono più piantare riso in questa area, chiedono da tempo – invano – l’intervento del Governo per non cadere nell’insicurezza alimentare.

Meno di dieci anni fa, la maggior parte della bauxite indonesiana veniva esportata in Cina. Dai primi anni Duemila, l’aumento della domanda cinese ha visto un’esplosione di attività minerarie in tutto il Kalimantan occidentale. Tutto questo si è fermato nel 2014, quando la nazione ha vietato le esportazioni del suo minerale grezzo per incentivare piuttosto l’industria locale e sostenere la raffinazione in loco.

Ora una serie di nuove leggi favorevoli all’estrazione mineraria mirano a far rivivere quei pozzi abbandonati e a riportare a pieno ritmo l’estrazione anche con l’intento di esportare. Molti vincoli prima imposti alle compagnie minerarie sono stati allentati, compresi i rigidi limiti di tempo sui permessi di esercizio delle miniere. E a ottobre il Parlamento è andato oltre nel ridisegnare il panorama normativo, approvando la cosiddetta “legge omnibus” nella quale viene disciplinato anche il settore minerario, a tutto vantaggio di una intensa attività estrattiva. Le nuove leggi limitano i reclami formali e le azioni legali dei residenti delle zone occupate dalle miniere e il compito di rilasciare i permessi ambientali sarà affidato al Governo centrale, con l’impossibilità di impugnarli da parte delle comunità.

Anche gli investitori internazionali e la Banca mondiale si sono opposti a questa legislazione. Un gruppo di 35 multinazionali ha firmato una lettera in cui avverte che la deforestazione guidata dalle miniere mette a rischio gli impegni per combattere il riscaldamento globale.

Intanto, però, le attività estrattive di bauxite stanno riprendendo. I timori per quello che accadrà nel medio-lungo periodo sono molti tra le comunità locali. Se la politica del Governo di trasformare l’Indonesia in una centrale elettrica per la raffinazione del minerale avrà successo, i locali sono convinti che più agricoltori saranno sfollati e che il terreno fertile si perderà nei corsi d’acqua. Se fallisce, le miniere possono essere abbandonate con pochi benefici trasferiti alle comunità.

L’estrazione di bauxite avviene spesso vicino a fattorie e aree residenziali e quando la terra viene disboscata, la polvere può diffondersi nell’aria e nell’acqua poiché il vento raccoglie particelle dalle miniere e dai camion che viaggiano con il minerale.

In Malesia, dove l’estrazione di bauxite è un settore importante, i funzionari della sanità pubblica hanno riferito che l’industria è stata associata a un aumento delle visite ospedaliere per infezioni respiratorie e all’incremento dei livelli di ferro e alluminio nei fiumi.

Nel Kalimantan occidentale, la polvere di bauxite ha ricominciato ad accumularsi sui bordi delle strade. Alcune persone, in particolare i bambini, hanno sviluppato eruzioni cutanee attribuite ai metalli pesanti che inquinano fiumi e torrenti. Inoltre, il deflusso ricco di sedimenti dalle miniere sta innalzando i livelli dell’acqua e aumentando la gravità delle inondazioni. Il governatore Sutarmidji ha accusato proprio l’attività estrattiva di aver causato le inondazioni mortali nel giugno scorso. Nonostante ciò, la “legge omnibus” di ottobre ha abolito i regolamenti che avevano protetto fiumi e suoli fino a quel momento.

Cosa fare per evitare una ennesima catastrofe ambientale e, allo stesso tempo, rispondere al fabbisogno di materie prime per la transizione energetica? Un report di Human Rights Watch ha indicato la strada nel suo studio sull’impatto delle aziende automobilistiche nell’estrazione di bauxite: è necessario ogni sforzo per una produzione responsabile certificata, mappando le catene di approvvigionamenti di alluminio e facendo in modo che esse rispondano rigorosamente a standard ambientali e di rispetto dei diritti umani.

Identificare specificatamente quali miniere e fonderie forniscono il minerale o il metallo deve essere prioritario, in modo da risalire alla qualità dell’estrazione. I grandi gruppi automobilistici devono inoltre garantire che le comunità locali private delle loro terre siano equamente e prontamente risarcite, dando loro denaro ma anche nuove aree fertili da abitare.

Alcuni passi in avanti sono stati compiuti. Per esempio, nel report si legge che Drive Sustainability, una coalizione di 11 aziende automobilistiche che include BMW, Daimler, Ford, Toyota, Volkswagen e Volvo, nel maggio 2021 ha avviato un progetto per valutare i rischi per i diritti umani inerenti alle catene di approvvigionamento dell’alluminio e quelli di altre nove materie prime.

Nel gennaio 2021, l’organizzazione ha scritto anche a The Aluminium Association, un’associazione di decine di produttori di alluminio, per esprimere preoccupazione per la situazione in Guinea e per dare sostegno a una mediazione in corso tra una società mineraria guineana e 13 comunità danneggiate.

Nel novembre 2020, il BMW Group ha dichiarato che, se l’estrazione di bauxite nella foresta di Atewa in Ghana avesse violato gli impegni del Governo per combattere i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità, BMW non avrebbe accettato l’alluminio proveniente dalla foresta nella sua catena di approvvigionamento.

Sono, queste, piccole gocce in un mare di ingiustizie e soprusi ancora troppo marcati e poco disciplinati. La corsa all’energia rinnovabile, così urgente per evitare la catastrofe climatica, rischia di creare danni ulteriori al mondo già in sofferenza. L’unica soluzione è la severa regolamentazione dell’intensa attività estrattiva, in nome di una responsabilità produttiva finora quasi assente.

da qui

venerdì 25 giugno 2021

ALUMINIUM - Gianmario Pugliese

 

La produzione industriale di imbarcazioni ha raggiunto caratteristiche tali da costituire un notevole impatto ambientale, paragonabile ad altri settori più evoluti come quello automobilistico. In particolare, le principali difficoltà si verificano nel trattamento delle imbarcazioni nella fase di dismissione, che si traduce in un grave danno all’ambiente e conseguenti costi di gestione.

Attualmente, si stima un parco nautico di oltre 650 mila unità, di cui il 90 per cento costruite in Fibre reinforced polymer (Frp) – composito di resina polimerica rinforzata con fibre – o vetroresina con fibre di vetro (Gfrp).
L’utilizzo massiccio di questo materiale composito per la produzione nautica risale agli anni Settanta e le sue caratteristiche fisiche e meccaniche, unitamente ai bassi costi di produzione e alla versatilità formale del processo, lo hanno portato a diventare il materiale principale per la produzione di imbarcazioni, da piccole barche a yacht di lunghezza superiore ai 40 metri.
Analizzando il ciclo di vita di questo materiale nelle fasi di produzione, uso e dismissione, uno degli aspetti più critici riguarda proprio lo smaltimento. La loro durata, pluridecennale, fa emergere solo oggi il grande problema legato all’incapacità di gestire la loro dismissione.

Per queste ragioni, le imbarcazioni alla fine della loro vita utile vengono abbandonate nei porti o nei piazzali, o peggio affondate illegalmente, favorito da una carenza di regolamentazioni. Dal punto di vista legislativo, infatti, la nautica accusa un certo ritardo rispetto ad altri settori produttivi, soprattutto per quanto riguarda le direttive che regolamentano il fine vita. Si sta lavorando alla redazione della normativa UNI 810505 relativa proprio al problema della dismissione nella nautica, mentre a livello europeo si fa riferimento alla 2008/98/CE, che classifica le tipologie dei rifiuti indicandone una gerarchia di valore, e privilegiando il riciclo allo smaltimento. La stessa sancisce il trasferimento della responsabilità, e quindi i costi, del rifiuto dal proprietario al produttore.

Giunte a fine vita, le imbarcazioni andrebbero rottamate, ma in realtà questo non avviene quasi mai. Il processo non è organizzato in quanto il prodotto non si predispone a tale operazione. La demolizione dovrebbe avvenire successivamente ad un disassemblaggio del prodotto: separazione dei materiali e recupero dei componenti riutilizzabili. La caratteristica principale che rende l’imbarcazione “inquinante” è legata alla sua complessità materica. Se per le automobili sono ormai presenti procedure e strutture organizzate per lo smantellamento, riciclo e smaltimento, per le barche in vetroresina la questione è irrisolta. Il prodotto è assemblato con l’intento di renderlo un insieme monolitico più durevole possibile nel tempo, ma non necessariamente smontabile, a meno che non lo richiedano delle specifiche necessità di manutenzione. Ci troviamo, quindi, di fronte al problema generato dalla necessità di smantellare un oggetto composto da vetroresina, legno, vetro, acciaio, rame e impianti elettrici, per poterne eventualmente recuperare un certo valore in termini di riutilizzo, riciclo e recupero di energia. Il disassemblaggio è pertanto una parte cruciale del processo, e dal momento che il prodotto non è pensato per questa operazione, questa risulta molto svantaggiosa economicamente. Studi recenti hanno stabilito che per il disassemblaggio si spenderebbe oggi circa il 70 per cento del costo di produzione.

Nonostante le lacune legislative e le problematiche irrisolte di disassemblaggio e riciclo, il settore si è orientato alla ricerca di soluzioni che incentivino la produzione a cambiare rotta verso una maggiore sostenibilità e gli investimenti in ricerca e progettazione sono uno dei punti chiave in questa direzione.

Dal punto di vista della produzione si cerca di ottimizzare l’uso di materiali ecocompatibili e facilmente riutilizzabili, tra tutti l’alluminio. Per molto tempo nel campo nautico è stato visto come un materiale speciale, in un certo senso aristocratico, che veniva utilizzato per costruire imbarcazioni sofisticate. Oggi ha aumentato la sua popolarità grazie alla comparsa sul mercato di lancette di origine nordamericana. Un materiale totalmente riciclabile. Una barca di alluminio dopo qualche decennio di utilizzo può essere tagliata e riportata a livello di materia prima, pronta per un altro uso senza sprecarne neppure un centimetro quadrato.
Il peso molto contenuto dell’alluminio lo rende ideale anche per essere abbinato a motori elettrici che notoriamente non sono prodighi di cavalli, così da poter navigare in totale sintonia con l’ambiente. Senza dimenticare che utilizzando motorizzazioni meno potenti, a parità di misure e prestazioni di una barca di vetroresina – prodotta tramite un processo chimico irreversibile, oltre che inquinante – si risparmia benzina e si diminuiscono le emissioni inquinanti.

da qui

domenica 7 marzo 2021

Il mondo in una lattina - Miguel Martinez

 


“L’ambiente”, ci dicono, è questo o quel problema.

Basta differenziare meglio, compensare il CO2, mettere fuorilegge le vecchie auto rugginose, cambiare lampadine, innalzare pale eoliche…

Invece, non è un problema, è tutto un sistema che ci sta portando alla catastrofe.

Se lo fai notare, ci sarà sempre qualcuno con il ditino imparatore che dirà, “ah, lamentarsi del sistema è solo una scusa per non fare qualcosa”.

No, dobbiamo ognuno di noi fare il massimo possibile per non essere complici. Sapendo che non sarà mai abbastanza e che sul piano pratico sarà del tutto inutile.

Perché…

Prendiamo un oggettino dall’aspetto innocuo, una lattina di Coca Cola.

I dati risalgono al 1999 e si riferiscono all’Inghilterra, saranno cambiate tantissime cose, ma l’importante è capirne il senso e la portata, e poi moltiplicare per tutti gli altri oggetti neutrali che ci circondano.

Seguiamo i passi e proviamo a immaginare i costi di ognuno.

Anche facendo finta che a ogni tappa si facciano tanti gesti ecofriendly e smart e sostenibili. Tipo il turno di notte della miniera di bauxite che usa torce che consumano di meno (ma è ecologia, o è il padrone che è tirchio?).

Poi pensiamo al prezzo irrisorio della lattina.

Ecco la differenza tra quei costi fatti sostenere a cielo, terra, acqua e biosfera, e il prezzo irrisorio pagato dal bevitore finale di acqua zuccherata contiene in sé tutta la questione ambientale.

Trovata su quel sito straordinario che è Energyskeptic [1], ecco la carriera di una lattina di Coca Cola, usa e getta, bevuta e abbandonata in Inghilterra.

Il punto di partenza è una miniera di bauxite. Ne trovo una in Tasmania, che si vanta di aver creato trenta posti di lavoro, che son meno di quelli che ha creato la Trattoria Quattro Leoni in Piazzetta della Passera.[2]

1.      La bauxite viene estratta in Australia,

2.      trasportata in un mulino a riduzione chimica,

3.      ogni tonnellata di bauxite viene lavorata e purificata in mezza tonnellata di ossido di alluminio.

4.      Viene poi stoccata,

5.      caricata su un gigantesco trasportatore di minerali e

6.      inviata in Svezia o Norvegia, dove le dighe idroelettriche forniscono elettricità a basso costo.

7.      Dopo un viaggio di un mese attraverso due oceani, di solito rimane alla fonderia anche per due mesi.

8.      La fonderia impiega due ore per trasformare ogni mezza tonnellata di ossido di alluminio in un quarto di tonnellata di alluminio metallico, in lingotti lunghi dieci metri.

9.      Questi vengono curati per due settimane prima di essere spediti ai laminatoi in Svezia o in Germania.

10.  Lì ogni lingotto viene riscaldato a circa 900 gradi Fahrenheit

11.  e laminato fino a uno spessore di un ottavo di pollice.

12.  I fogli risultanti sono avvolti in bobine da dieci tonnellate

13.  e trasportate in un magazzino,

14.  e poi a un laminatoio a freddo nello stesso o in un altro paese,

15.  dove vengono laminate dieci volte più sottili, pronte per la fabbricazione.

16.  L’alluminio viene poi inviato in Inghilterra,

17.  dove i fogli vengono punzonati e formati in lattine,

18.  che vengono poi lavate,

19.  asciugate,

20.  verniciate con uno strato di base,

21.  e poi dipinte di nuovo con informazioni specifiche sul prodotto.

22.  Le lattine vengono poi laccate,

23.  flangiate (sono ancora senza coperchio),

24.  spruzzate all’interno con un rivestimento protettivo per evitare che la cola corroda la lattina,

25.  e ispezionate.

26.  Le lattine vengono pallettizzate,

27.  sollevate con un carrello elevatore,

28.  e immagazzinate fino al momento del bisogno.

29.  Vengono poi spedite all’imbottigliatore,

30.  dove vengono lavati

31.  e pulite ancora una volta,

32.  poi riempiti con acqua mescolata a sciroppo aromatizzato, fosforo, caffeina e anidride carbonica.

33.  Lo zucchero viene raccolto dai campi di barbabietole in Francia e subisce

34.  l’autotrasporto,

35.  la macinazione,

36.  raffinazione

37.  e spedizione.

38.  Il fosforo viene dall’Idaho, dove viene estratto da profonde miniere a cielo aperto – un processo che porta alla luce anche cadmio e torio radioattivo. 24 ore su 24, l’azienda mineraria usa la stessa quantità di elettricità di una città di 100.000 persone per ridurre il fosfato alla qualità alimentare.

39.  La caffeina viene spedita da un produttore chimico al produttore di sciroppo in Inghilterra.

40.  I barattoli riempiti vengono sigillati con un coperchio di alluminio ‘pop-top’ al ritmo di millecinquecento barattoli al minuto,

41.  poi inserite in cartoni stampati con colori coordinati e schemi promozionali.

42.  I cartoni sono fatti di pasta di legno che può aver avuto origine ovunque, dalla Svezia o dalla Siberia alle foreste vergini della British Columbia che sono la casa di grizzly, ghiottoni, lontre e aquile.

43.  Pallettizzate di nuovo, le lattine vengono spedite a un magazzino di distribuzione regionale,

44.  e poco dopo a un supermercato dove una tipica lattina viene acquistata entro tre giorni.

 

Commenta Alice Friedemann di Energyskeptic:

Il consumatore compra dodici once di acqua zuccherata fosfatata, impregnata di caffeina e dal sapore di caramello. Bere la coca richiede qualche minuto; buttare via la lattina richiede un secondo. In Inghilterra, i consumatori scartano l’84% di tutte le lattine, il che significa che il tasso complessivo di rifiuti di alluminio, dopo aver contato le perdite di produzione, è dell’88%. Gli Stati Uniti ricavano ancora i tre quinti del loro alluminio dal minerale vergine, con un’intensità energetica 20 volte superiore a quella dell’alluminio riciclato, e buttano via abbastanza alluminio da sostituire l’intera flotta di aerei commerciali ogni tre mesi.

Ogni prodotto che consumiamo ha una storia nascosta simile, un inventario non scritto dei suoi materiali, risorse e impatti. Ha anche dei rifiuti generati dal suo uso e smaltimento… La quantità di rifiuti generati per fare un chip di semiconduttore è oltre 100.000 volte il suo peso; quella di un computer portatile, quasi 4.000 volte il suo peso. Per produrre un quarto di succo d’arancia della Florida sono necessari due litri di benzina e mille litri d’acqua. Una tonnellata di carta richiede l’uso di 98 tonnellate di risorse varie.

Se ci fosse un ministro alla transizione ecologica interessato all’ambiente invece che un piccolo Frankenstein come Roberto Cingolani che produce robot, saprebbe che stroncare i processi globali di questo tipo farebbe infinitamente di più per l’ambiente di tutte le retoriche sullo sviluppo sostenibile, che nel migliore dei casi sono semplicemente la solita ricerca di processi più efficienti per guadagnare di più.

Anche Zio Paperone era un grande nemico degli sprechi. Il che non ne fa un ecologista.

Nota:

[1] Energyskeptic cita un libro di Paul Hawken, Amory Lovins e L. Hunter Lovins (1999, Natural Capitalism, Earthscan Publications Capitolo 3: “Waste Not”, pagine 49-50), che a sua volta cita Lean Thinking di James Womack e Daniel Jones.

[2] A essere pignoli, si tratta di un’altra miniera, che illustra l’annuncio di quella dei trenta posti di lavoro.

 

da qui

lunedì 21 novembre 2016

Alluminio: un metallo dannoso che attacca il cervello

“Abbiamo fatto assumere a giovani topi dosi consistenti di alluminio” – dichiara il dottor Roger Deloncle, ricercatore della Facolta’ di Farmacia dell’Universita’ di Tours (Francia)- “e abbiamo constatato una distruzione massiccia di neuroni.
L’alluminio accelera i processi di invecchiamento.
Prima dell’esperimento il cervello dei topi poteva essere paragonato a quello di un ventenne, dopo l’esperimento il cervello dei topi equivaleva a quello di un uomo di settanta anni.”
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) -dichiara Primo Mastrantoni, segretario dell’Aduc- ha fissato un limite per l’assunzione di alluminio che equivale ad un consumo giornaliero di 60 milligrammi (mg) al giorno per una persona di 60 kg.
Gli alimenti che ne contengono di piu’ sono le spezie, in particolare il basilico, 308 mg su 100 grammi, l’origano, 60 mg, e il timo 75 mg.
A meno di fare una scorpacciata di basilico tutti i giorni, il contenuto di alluminio degli alimenti non preoccupa, ma a quello assunto con il cibo va aggiunto quello degli additivi (E 520, 521, 522, 523), quello degli utensili da cucina di alluminio (pentole, caffettiere, fogli di alluminio, ecc.), attaccati da alimenti acidi (un etto di pomodori per il sugo, scioglie 6.5 mg di alluminio), quello dell’acqua potabile, che se trattata con solfato di alluminio, per eliminare le impurita’, puo’ raggiungere i 20 mg/litro, quello dei deodoranti (antitraspiranti) che contengono cloruro di alluminio ed infine quello dei farmaci, in particolare gli antiacidi, che contengono idrossido di alluminio (Maalox, Gaviscon, Digenal, Fosfalugel, ecc.).

Per evitare problemi la soluzione e’ piuttosto semplice: usare utensili di acciaio ed eliminare cibi e cosmetici contenenti alluminio. Quanto ai farmaci sarebbe opportuno evitare di assumerli insieme a prodotti acidi (succo di arancia, vitamina C, marmellate)

dice il dottor Jean Pilette sull'alluminio:
"L’alluminio è un metallo molto diffuso in natura in quanto esso costituisce circa l’8 % della crosta terrestre.
E’ un metallo leggero largamente utilizzato dall’uomo. Sfortunatamente si tratta di un metallo nocivo per il sistema nervoso centrale, capace di avere un ruolo determinante nella comparsa e nell’evoluzione di alcune malattie degenerative del sistema nervoso, come il Morbo di Parkinson, la sclerosi laterale amiotrofica e il morbo di Alzheimer, la più diffusa tra le forme di demenza senile.
L’alluminio può inoltre essere nocivo anche per le ossa, per i polmoni, per la paratiroide.
L’alluminio può penetrare nell’organismo in seguito ad inalazione, contatto, ingestione ed iniezione, sia quest’ultima di tipo intravenoso che di tipo intramuscolare o sottocutaneo. L’alluminio che passa nell’apparato digerente viene in parte eliminato con le feci, mentre quello che passa nel sistema circolatorio viene parzialmente eliminato dai reni.
L’accumulo di alluminio nei vari organi cambia da persona a persona e dipende da numerosi fattori. Questo accumulo può essere facilitato da un apporto più consistente di alluminio attraverso una delle vie di assorbimento, oppure da un maggiore afflusso del sangue a livello intestinale o da una minore eliminazione a livello renale.
I neonati e le persone anziane sono in particolar modo soggetti ad accumulare più alluminio ed a subirne le conseguenze. Sono due gruppi a rischio che bisogna tenere particolarmente sotto controllo a tal proposito.
La modalità di trasporto dell’alluminio nel sangue facilita il suo accumulo nel cervello. Infatti nel plasma il 60% dell’alluminio si lega alla proteina che trasporta il ferro (transferrina), la qual cosa ne agevola il passaggio al cervello dove si trovano molti recettori della transferrina.
L’alluminio forma altresì un legame con un’altra proteina del plasma, l’albumina. Quest’ultima non può penetrare nel cervello se non attraverso un’alterazione della barriera sangue/cervello. Questa barriera può essere alterata da più fattori: ricordiamone due qui di seguito.
Innanzitutto l’alluminio ha di per sé stesso un’azione tossica diretta su questa barriera protettiva del cervello.
Un secondo fattore di alterazione di tale barriera è costituito dalle iperfrequenze, in particolare quelle utilizzate per la telefonia mobile.
Le iperfrequenze permettono all’albumina, sostanza neurotossica, di oltrepassare la barriera ed entrare nei centri nervosi, esercitando effetti deleteri assieme all’alluminio eventualmente legato ad essa.
I vaccini che contengono alluminio possono provocare non solo delle reazioni locali nel punto dove avviene la loro iniezione, ma anche una sintomatologia generale durevole, come stanchezza, febbre, dolori muscolari ed articolari. Questo insieme di sintomi costituisce una nuova patologia, la miofascite macrofagica, che è stata messa in evidenza per la prima volta nel 1993. I sintomi che la accompagnano sono stranamente simili a quelli della sindrome da stanchezza cronica e a quelli della sindrome della Guerra del Golfo.
L’OMS riconosce che, nei vaccini, “l’innocuità degli additivi è un argomento importante ma poco considerato”, ma allo stesso tempo essa non impedisce di continuare nei suoi programmi di vaccinazione, senza voler cambiare alcunché, né riguardo all’informazione sui vaccini che contengono Sali di alluminio, né riguardo ai programmi di somministrazione dei vaccini stessi.
La reattività di una persona ad un agente tossico come l’alluminio resta difficile da valutare.
E’ difficile prevedere quali saranno gli effetti secondari indotti in un adulto dalla somministrazione di un vaccino che contiene alluminio.
Ancora più complicato è prevedere quali saranno le reazioni di un neonato al medesimo vaccino.La conoscenza della reattività di un neonato resta alquanto ipotetica.
In che condizioni sono il suo metabolismo, i reni, il fegato, l’apparato digerente, il cervello? Se non riceve il latte materno quali sono gli alimenti che gli vengono somministrati? Quali medicinali o cosmetici vengono utilizzati dalla madre? Il suo ambiente è elettromagnetico?
Dobbiamo ammettere nostro malgrado la nostra ignoranza sull’impatto che può avere l’iniezione di un vaccino contenente alluminio in un neonato, in un bambino o in un adulto e, logicamente, le conseguenze a lungo termine sul funzionamento del cervello.
Le vaccinazioni di routine e le vaccinazioni di massa generalmente vengono fatte senza effettuare prima alcun esame.
Non viene richiesto nessun esame del sangue prima di una vaccinazione e tantomeno un esame speciale che potrebbe determinare la quantità di alluminio già presente nel sangue del futuro vaccinato.
Sarebbe altresì finanziariamente oneroso proporre ai genitori tutta una serie di test finalizzati a sapere se il bambino da vaccinare ha delle probabilità di sopportare senza danno la vaccinazione prevista, sia essa obbligatoria o meno."

Ndr.: il dott. Pilette ha verificato che le dosi di alluminio che un neonato di 2 mesi riceve nel siero, tramite il suo primo vaccino esavalente risulterebber0:
1.      827 volte la dose di alluminio considerata normale;
2.      330 volte la dose di alluminio considerata come limite superiore;
3.      220 volte la dose di alluminio considerata come limite massimo;
4.      55 volte la dose di alluminio capace di provocare dei danni al sistema nervoso e
5.      33 volte la dose di alluminio capace di generare una encefalopatia.