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venerdì 7 novembre 2025

“Un assegno di mantenimento per i gatti rimasti all’ex moglie, verserà 240 euro ogni tre mesi per 10 anni”: la storica sentenza di divorzio in Turchia

Un uomo di Istanbul pagherà 10.000 lire ogni tre mesi per dieci anni per il mantenimento dei due felini di famiglia, che restano con la ex moglie

Un accordo di divorzio “consensuale” che, però, contiene una clausola senza precedenti che sta facendo il giro del mondo. Un tribunale della famiglia di Istanbul ha approvato un protocollo di separazione in cui l’ex marito non solo verserà un risarcimento alla moglie, ma si impegna a pagare un vero e proprio assegno di mantenimento periodico per i due gatti di famiglia. Una decisione che in Turchia, Paese noto per il suo amore viscerale per i felini, ha un forte valore simbolico e giuridico, tanto da essere definita dagli avvocati una “svolta che potrebbe ispirare futuri accordi simili”.

La coppia, Buğra B. ed Ezgi B., ha deciso di separarsi dopo due anni di matrimonio per “l’irreversibile compromissione dell’unione coniugale”. Non avendo figli, come riportato dai media turchi, tra cui Bianet e Turkiye Today, l’accordo prevede che l’uomo paghi alla ex moglie una cifra di 550.000 lire turche (circa 13.000 euro). Ma è sulla gestione degli animali domestici che l’atto di divorzio diventa storico. Nel documento infatti si legge: “Le parti hanno concordato che i due gatti […] resteranno con Ezgi B.”. E, soprattutto: “Buğra B. si impegna a versare 10.000 lire turche [circa 240 euro] ogni tre mesi per le spese di mantenimento dei due gatti, per un periodo di dieci anni”. La somma, inoltre, non è fissa, ma sarà rivalutata annualmente in base agli indici dei prezzi al consumo pubblicati dall’istituto di statistica turco, esattamente come un assegno di mantenimento per un figlio.

Sebbene il codice civile turco classifichi ancora formalmente gli animali come “beni mobili” (alla stregua di un divano o di un’automobile), recenti modifiche alla Legge sulla Protezione degli Animali hanno permesso ai giudici di adottare nuove interpretazioni. In passato, si erano già visti accordi per coprire spese veterinarie o l’acquisto di cibo, ma mai un impegno finanziario così strutturato, duraturo e indicizzato all’inflazione. Questo caso segna un passo fondamentale verso il riconoscimento degli animali domestici come esseri senzienti e parte integrante del nucleo affettivo familiare, e non come semplici proprietà da dividere.

La sentenza turca riflette un cambiamento di atteggiamento globale, con sempre più persone che vedono i propri animali come figli. Negli Stati Uniti, ad esempio, una recente ricerca di Kinship ha rilevato che il 35% dei proprietari di animali della Generazione Z ha già stipulato un “pet-nup” (un accordo prematrimoniale specifico per la gestione degli animali). In quest’ottica, in un Paese come la Turchia, dove vivono milioni di gatti domestici e ci sono dei randagi quasi “venerati” (basti pensare alla fama mondiale di Gli, la gatta di Santa Sofia, o di Tombili, il gatto a cui è stata dedicata una statua), questa sentenza non appare come un’esagerazione ma come il riflesso dei tempi moderni.

da qui

martedì 19 marzo 2024

Viaggio di solo ritorno – Suoni dalla Turchia - Matteo Mangili

 

Narrano gli storici del tempo che i Turchi, per secoli terrore di mezza Europa, al sentire
suonare le innocenti campane di una qualsiasi chiesa venivano colti da una strana
paura.

Del resto, quando il muezzin chiama i fedeli alla preghiera, anche noi occidentali
ci sentiamo smarriti, quasi angosciati. Ignari degli anni di esercitazione che, fin
dall’infanzia, portano alcuni bambini prescelti a diventare la voce che detta i tempi della
vita nell’Islam.
Questi shock culturali, ormai sempre meno frequenti nel nostro mondo, sono uno dei
motivi per cui ci si mette ancora in viaggio. E di fronte al primo, iniziale sbigottimento si
rimane poi piacevolmente estasiati. Per assurdo, ci si irrigidisce molto di più davanti a
ben altri suoni, come per esempio l’innocente fiammata che fa una mongolfiera per
spiccare il volo.
A Sanliurfa, città turca a 40 km dalla Siria, trascorro una settimana. Alloggio in una
pensioncina economica, frequentata da coppie di sposini turchi in luna di miele. La
figlia del proprietario, una ragazza col volto invaso dall’acne, ogni mattina mi regala
una confezione in più di marmellata. Poi, quando me ne vado, mi dice “ofidersen”, un
modo di congedarsi stranamente assai simile all’arrivederci tedesco.

A pochi metri dall’albergo svetta un minareto. Più volte, intorno alle cinque, sono
svegliato dalla preghiera del mattino. Tutto ciò non mi impedisce di trascorrere lunghe
nottate di sonno pieno, ristoratore. Senza alcuna traccia di sogni.

Poi, quando il sole è già alto, passeggio per le vie del bazar. La recente guerra in Siria
ha fatto sì che, in città, aumentasse il numero degli arabi, peraltro storica minoranza a
Sanliurfa. Molti uomini indossano la kefiah. E’ portata in diversi modi – sulle spalle,
sopra la testa – ma sempre con la stessa baldanza. Le donne, invece, sono parecchio
diverse tra loro. Molte indossano il niqab, il velo integrale, e ogni volta che ne incrocio
gli occhi, spesso truccati, mi chiedo se dietro a quella copertura vi sia una scelta
consapevole o un’imposizione. Altre, invece, portano lunghi vestiti dalle tinte sgargianti,
impreziositi da numerose perline che brillano al sole. Poi ci sono le donne del posto –
turche, ma soprattutto curde – con le loro acconciature laccate, fresche di parrucchiere.
Un tempo la straordinaria diversità etnica-culturale di Sanliurfa era ancora più vasta:
oggi all’appello mancano i migliaia di cristiani uccisi durante il genocidio armeno.

Nonostante il tanto riposo, la stanchezza di oltre 130 giorni di viaggio non può essere smaltita facilmente. Gli sguardi curiosi dei passanti, il terrore nel volto dei camerieri quando mi sentono parlare inglese e non sanno rispondere: è come se il mio essere straniero stia, per me, diventando una piccola ma crescente fonte di insofferenza. Così, una sera, dopo aver vagato a lungo per trovare un posto dove mangiare, entro in un locale in cui un gruppo di muratori ha appena smontato dal lavoro. Tutti mi guardano,
io rispondo con il solito sorriso un po’ ebete che sfoggio in casi come questi. Vengo prontamente ripagato dalla cordialità del ragazzo che sta alla cassa. Siriano, con poche parole ma molti gesti mi fa capire tutto il suo sincero interesse per il mio viaggio.
Poco dopo, sulla strada di casa, mi fermo davanti a una pasticceria. Non appena mi sente parlare inglese, Muhammad si fa raggiante e mi offre una sorta di sfogliatella
ripiena di formaggio dolce. Ben presto faccio amicizia con questo ragazzo dai modi

gentili e lo sguardo affabile, e  rimaniamo d’accordo per vederci il giorno dopo, prima che lui vada a lavoro. Muhammad, siriano, ha 26 anni, è in Turchia da otto ma il suo sogno è di andare via il prima possibile. Europa, Dubai, Stati Uniti. Non faccio in tempo a ipotizzare qualche possibile meta che lui, emozionato, mi dice che da giorni sta aspettando una telefonata dalla Sierra Leone. Ha pagato più di mille dollari per fare la domanda per il visto, e altrettanti gli sono serviti per ottenere il passaporto siriano. Vorrei chiedergli quanto
guadagna, lui capisce e con una smorfia di disgusto mi dice “only two hundred fucking dollar, my friend”. Mi spiega che la sua vera sfortuna è la nazionalità che si porta appresso, e per questo ha pensato di andare a vivere in Africa dove, se capisco bene,lavorerà nell’industria ittica. 
Mi piace, di questo ragazzo dal sorriso luminoso, il suo raccontare straripante. Senza che io gli chieda nulla mi parla della sua fuga da Raqqa, in Siria, dove ha lasciato la
madre e un fratello più piccolo. L’altro gliel’hanno ucciso per sbaglio, ai tempi della
guerra. Il padre, invece, è stato rapito 14 anni fa, e da allora non se ne sa nulla.. “Sono
stati quelli di Daesh, non so se ne hai sentito parlare”, mi dice. Poi Muhammad passa a
parlare d’amore, della sua fidanzata che un giorno spera di sposare e di cui mi mostra,
orgoglioso, il braccialetto che gli ha regalato e che ovviamente portera con sè in Sierra
Leone.
Trascorro l’ultimo pomeriggio a Sanliurfa nei bei giardini intorno alla Moschea, da cui
raggiungo il vecchio castello per godermi il tramonto. Mentre il muezzin chiama la
preghiera della sera, stormi di uccelli impazziti fluttuano nell’aria. Dopo una breve sosta
a Gaziantep, punto verso il centro dell’Anatolia, in Cappadocia. Quando arrivo a
, dopo una notte di viaggio, la prima cosa che noto è il Burger King all’ingresso
della città. Il giorno dopo mi sveglio per vedere l’alba, e mi ritrovo ad aspettare il sole in
un cielo punteggiato da almeno cento mongolfiere. Le fiammate prodotte dai bruciatori
irrompono in quella quiete assoluta che mi aspettavo di trovare in cima alla rupe su cui
mi sono arrampicato.
Mi sento a disagio a stare lì, in quel mondo da cui in realtà io pure provengo. Pieno di
francesi, italiani, spagnoli, ma pure coreani e giapponesi; tutti in preda a questa
incomprensibile smania di dover fare sempre qualcosa. Che si tratti di un volo in
mongolfiera, un’escursione a cavallo, o un giro in fuoristrada importa poco.
L’importante è muoversi, fare e soprattutto mostrare.
Torno in ostello, faccio una veloce colazione e, dopo aver mandato un messaggio a
Muhammad per chiedergli se ci sono novità sul visto, ricorro all’unico rimedio che
conosco per ritrovare un po’ di serenità.
Con un paio di scarponi ai piedi e una vaga idea di strada da seguire, esco per andare
a camminare in un mondo che, seppur sempre più disgraziato, continua ad essere
meraviglioso.

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mercoledì 25 ottobre 2023

L’ultimo viaggio - Carlotta Indiano, Fabio Papetti

 

Le navi a fine vita vengono smantellate principalmente in Asia meridionale e in Turchia. Ma raramente in questi cantieri ci sono standard di sicurezza adeguati. I lavoratori spesso si ammalano a causa delle sostanze tossiche contenute nelle carcasse delle navi. Una su tutte, l’amianto

I fumi dell’acciaio fuso si alzano in cielo nella città costiera di Alang, nello stato del Gujarat in India occidentale. Sulla costa, decine di navi giacciono immobili spiaggiate sulla riva sabbiosa, dal colore rugginoso, pronte per essere smantellate. Armati di fiamme ossidriche, con occhiali da sole e stracci per coprirsi naso e bocca come unica protezione, i lavoratori dei cantieri di demolizione iniziano a sciamare attorno e sopra le navi per tagliare via le lamiere che le compongono. Gli incidenti sono all’ordine del giorno: ogni anno i cantieri reclamano la vita di decine di operai. All’alba, quando le gru sono solo braccia immobili alzate contro il cielo appena schiarito dalla luce, nelle capanne dei lavoratori attorno al cantiere aleggiano i fumi dell’incenso usato nelle loro preghiere alla dea Kali, divinità protettrice del porto di Alang: «Guidami attraverso questo oceano di sofferenze, oh Kali, distruggi la mia tristezza». 

L'inchiesta in breve

·         Lo smantellamento delle navi a fine vita è una pratica pericolosa per i lavoratori e l’ecosistema.

·         Nel Nord globale, normative stringenti rendono poco conveniente la demolizione in cantieri regolamentati e ben attrezzati. Per questo motivo circa l’80% delle navi nel mondo finisce in cantieri di smantellamento nell’Asia meridionale e in Turchia

·         Alang, Chittagong e Gadani sono le mete preferite dai proprietari delle navi. In questi cantieri i lavoratori rischiano la vita ogni giorno, estraendo pezzi di nave a mani nude ed entrando in contatto con diverse sostanze pericolose per la salute umana. Una su tutte l’amianto

·         Complice una regolamentazione internazionale opaca, i proprietari delle navi si rivolgono a intermediari detti cash buyer che offrono “pacchetti ultimi viaggi” per navi che devono essere smaltite, aggirando le normative e procurando ulteriori danni con il solo obiettivo del profitto

La città del Gujarat rappresenta, insieme a Chittagong (Bangladesh) e Gadani (Pakistan), la destinazione finale per l’80% delle navi nel mondo. Si stima che circa il 90% delle navi di proprietà europea finisca in uno di questi cantieri nonostante, secondo la legge, non ce ne dovrebbe finire nessuna. In questi luoghi le condizioni precarie di lavoro portano alla morte non solo per incidenti ma anche per avvelenamento, attraverso il contatto diretto con le varie componenti tossiche all’interno delle navi, una su tutte l’amianto.

Questo materiale, particolarmente pericoloso per la salute specialmente quando movimentato, viene gestito con pochissima cura per la sicurezza. In alcuni casi i lavoratori rimuovono le fibre che contornano le tubature o le lastre metalliche delle imbarcazioni addirittura a mani nude.

I rottami degli oceani

Il 2 aprile 2022 sbarca a Chittagong la Race, una nave cargo battente bandiera liberiana. Ha vent’anni ed è pronta per essere smantellata: nel tempo ha cambiato nome e proprietario molte volte, si è chiamata Mineral Sines, e dal 2013 Abml Grace, quando ha indossato la bandiera maltese sotto la proprietà dalla società marittima italiana Cafiero Mattioli. Subito prima di essere spedita in Asia meridionale però, la nave ha cambiato ancora una volta bandiera e proprietà: nel 2020 è stata venduta alla Continental Vessel Brokering, che le ha assegnato la bandiera liberiana. Sulle implicazioni di questa compravendita torneremo più tardi.

Come centinaia di sue compagne, la Race viene spiaggiata nell’area intertidale, quel punto del litorale soggetto alle maree. Qui, per condizioni morfologiche e geografiche, si alza giornalmente una marea che copre centinaia di metri di spiaggia, permettendo alle navi di avvicinarsi. Quando le acque si ritirano, l’imbarcazione si trova sul basso fondale, pronta per essere smantellata. Il beaching, lo spiaggiamento, è il metodo utilizzato nei cantieri di smantellamento lungo le coste del Bangladesh, dell’India e del Pakistan. Il terreno su queste spiagge è fangoso, molto instabile e impedisce l’uso di macchinari come le gru, che servirebbero per sollevare i pezzi più grossi della nave.

Tecniche di smantellamento di una nave

Una volta spiaggiata la nave, gli operai iniziano a setacciare i ponti, rimuovendo tutto ciò che può essere rivenduto, dai mobili alle radio, ai giubbotti di salvataggio. Poi inizia il processo di demolizione fisica della nave. Si tratta di una pratica pericolosa sia per la sicurezza dei lavoratori sia per l’ecosistema. Le squadre di demolitori cominciano a dissaldare la nave in grandi pezzi, che vengono trasportati a riva per il taglio secondario. I blocchi piombano sulla sabbia o nell’acqua sottostante utilizzando quello che in gergo tecnico, con forse un filo di ironia, chiamano il “metodo della gravità”: cioè semplicemente lasciandole cadere in mare. In questa fase schegge di vernice contenenti metalli pesanti e altri rifiuti si depositano sul fondo e risulta impossibile pulirli prima che la marea ritorni, portandoli via con sé.

Le acque di sentina, situate nella parte più bassa dello scafo della nave e che contengono gli scarti del motore, possono rilasciare in mare olio, sali inorganici, arsenico, rame, cromo, piombo e mercurio. Inoltre, se inalati, i fumi di scarico del motore rimasti intrappolati causano gravi danni alla salute. Raggiunte ormai le viscere della nave, gli operai si imbattono nell’amianto, un materiale considerato nell’800 un “minerale magico” per le sue capacità di utilizzo quasi illimitate…

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domenica 15 gennaio 2023

La Turchia accalappia i suoi cani liberi: sparita anche Zeytin, protagonista del film “Stray” - Diana Letizia


In Turchia, dopo la decisione del presidente Erdoğan, i Comuni stanno accalappiando i randagi, da sempre un simbolo della città. Tra loro anche Zeytin, uno dei cani protagonisti del film “Stray”

Recep Tayyip Erdoğan, il presidente della Turchia, ha incaricato tutti Comuni di rimuovere dalle strade gli animali randagi che «rappresentano una minaccia per la sicurezza pubblica» per trasferirli nei canili. La decisione, secondo quanto riportato dallo stesso presidente, è avvenuta a seguito di un caso di aggressione da parte di un Pitbull a una bambina in una zona del sud est del Paese.

La scelta di Erdoğan è di quelle che non passano inosservate e anzi colpiscono duramente la sensibilità dell'opinione pubblica, soprattutto a Istanbul, città che è da tempo simbolo della possibilità di una serena convivenza tra i cani liberi e esseri umani. Dalle parole, ora, lo Stato è passato ai fatti e sono sempre di più le segnalazioni dei cittadini che hanno visto accalappiare cani che vivevano nei paesi e nelle città della Turchia.

Nonostante le proteste che sono andate avanti nell'ultimo mese da parte di attivisti ma anche di normali cittadini che sostengono quanto la scelta del Presidente sia fatale per gli animali randagi, citando soprattutto la mancanza di rifugi adeguati, sono sempre di più gli animali che stanno sparendo dalle strade.

Che fine ha fatto Zeytin, il cane protagonista del film "Stray"?

Tra questi c'è anche Zeytin, una delle protagoniste del film di Elizabeth Lo "Stray", un bellissimo e commovente lungometraggio che racconta proprio la vita condivisa tra tre cani di strada e uomini e donne che incrociano durante le loro giornate. Ne avevamo parlato e scritto proprio su Kodami, intervistando la regista che così aveva descritto la personalità di Zeytin: «E' fieramente indipendente, intraprende avventure notturne per la città. In lei ho visto un personaggio che poteva avvolgerci completamente nella sua volontà non umana: la sua forza vitale era perfetta per una storia sui randagi che, a differenza degli animali domestici, non sono definiti solo dal loro rapporto con gli umani».

Stray è proprio l'emblema della convivenza possibile e concreta tra cani e umani a Istanbul: è un documentario che mette in evidenza l‘individualità di ogni cane e il loro ruolo in un ecosistema in cui si può vivere in serenità: «Ho incontrato per la prima volta Zeytin mentre mi superava di corsa in un trafficato tunnel sotterraneo a Istanbul. Incuriosita dalla sua determinazione, l'ho seguita. Così abbiamo incontrato Nazar, un altro cane di strada – aveva spiegato la regista a Kodami – Entrambe erano sulla scia di un gruppo di giovani siriani (Jamil, Halil e Ali) che vivevano per le strade come rifugiati in Turchia. Ho iniziato a seguirli per mesi mentre trovavano rifugio in cantieri e marciapiedi tranquilli insieme. Nonostante la difficoltà delle circostanze in cui si trovavano, i cani e i ragazzi hanno formato una vera famiglia. Il calore e l'amore che emanavano dal loro legame interdipendente mi hanno commosso profondamente. Senza la compagnia dei cani, i ragazzi siriani si sarebbero sentiti alla deriva in una città che non era la loro. E forse è stato lo stesso per Zeytin e Nazar».

Ora di Zeytin però non si sa più nulla, tanto che Elizabeth Lo ha postato un appello sulla sua pagina Instagram: «I cani randagi sono stati a lungo usati come capri espiatori durante i periodi di turbolenza. Nonostante il profondo amore della popolazione turca per loro, ho sempre temuto che il loro status legale protetto in Turchia fosse debole. Ma pensavo che sarebbero passati anni prima che il governo si rivolgesse di nuovo a loro. Poche settimane fa, il presidente Erdogan ha ordinato a tutte le città, inclusa Istanbul, di accalappiare i cani randagi. E lo fanno di notte. Zeytin – il cane di strada che ci guida attraverso Istanbul in @straydocfilm – non si vedeva da un po'. Sono venuta a Istanbul per trovarla. Se vivi a Istanbul intorno a Piazza Taksim / Karaköy / Cihangir e riconosci Zeytin o Nazar, per favore DM o whatspp me (il direttore di Stray) al + 1-917-291-0538».

Il rapporto di Elizabeth Lo con Zeytin è tutto nelle parole che ci aveva concesso quando all'uscita del documentario si era lasciata andare nel raccontare la profondità delle emozioni condivise con lei e gli altri cani liberi di Istanbul: «Mi sono affidata a Zeytin: è stata la mia guida per la città. Lei è cresciuta lì e sa benissimo come muoversi per le sue strade, i suoi semafori, le sue auto e le sue persone. Mi sono fidata pienamente di lei, con misurata cautela ovviamente. Se avessi sentito che avremmo potuto essere veramente in pericolo sarei intervenuta ma con Zeytin non ho mai percepito alcun rischio».

E ora quel rischio si è tramutato in una realtà che ha le fattezze di esseri umani che eseguono degli ordini e non certo di una città che quel cane, come tanti suoi simili, conosceva profondamente e viveva senza dare alcun fastidio agli altri esseri viventi che vi abitano. Sono migliaia, anche questa volta, le persone che si stanno battendo perché il governo fermi questo vero e proprio massacro e l'hashtag che sta facendo da eco a quanto accade nelle strade del paese è #SokakHayvanlarıSahipsizDeğil.

Un nuovo elenco di razze pericolose e il caso della bambina aggredita in strada da un cane di proprietà

Il discorso di Erdoğan è arrivato il giorno di Natale. Parlando da Ankara il presidente turco ha ricordato il caso della bambina di quattro anni che era stata ferita da un cane che era di proprietà ma era in giro, insieme anche a un altro Pitbull sempre della stessa persona, senza guinzaglio.

Il discorso del presidente turco in realtà è sembrato particolarmente politico: i cani sono in realtà un bersaglio pretestuoso per colpire quelli che ha definito i "turchi bianchi", termine che viene usato nel paese con tono dispregiativo per indicare persone laiche, in gran parte occidentali e per lo più di sinistra. Erdoğan ha detto: «Si preoccupino dei loro animali domestici».

Il 14 gennaio 2022, intanto, in Turchia è anche entrata in vigore una nuova regolamentazione a livello nazionale contro alcune razze canine che ora sono classificate come pericolose. Un elenco identifica le tipologie e questi soggetti devono essere sterilizzati e registrati presso le autorità o i loro umani di riferimento saranno soggetti a multe e i loro animali prelevati con la forza. Tra le razze, come già accaduto in altre parti del mondo (anche in Italia si è provato a farlo), ci sono Dogo Argentino, Fila Brasileiro, Tosa Inu, American Staffordshire terrier e American bully.

Il nuovo regolamento fa parte di un più ampio disegno di legge sui diritti degli animali attuato lo scorso anno e prevede anche multe per coloro che abbandonano i cani invece di consegnarli ai rifugi. Tutti i "cani pericolosi" devono essere sterilizzati secondo questa legge presso le cliniche veterinarie, registrati e dotati di microchip.

Il primo effetto di questo nuovo approccio ha però portato molte persone ad abbandonare gli animali nei canili a fronte di spese che non vogliono sostenere. E i rifugi, ora, non reggono la quantità di soggetti che stanno arrivando o per cessioni di proprietà o per la politica di accalappiamento dei randagi.

Le persone che hanno queste tipologie di cani, inoltre, sono per legge tenuti a tenerli al guinzaglio, a mettergli la museruola quando necessario per prevenire attacchi a persone e altri animali e sono loro vietati gli spazi pubblici come i parchi giochi.

La Turchia tra tutela degli animali come esseri senzienti e leggi ambivalenti

La Turchia ha adottato il suo primo disegno di legge sulla protezione degli animali nel 2004. E' un paese all'avanguardia nel dare seguito a livello nazionale al cosiddetto "metodo CNVR" ("catch, neuter, vaccinate, return" ovvero "cattura, sterilizzazione, vaccinazione e re immissione sul territorio"). Il disegno di legge vietava l'uccisione dei randagi a meno che "nei casi specificati nell'Animal Health and Inspection Act 3285". L'eutanasia era vietata a meno che i cani non soffrissero di "malattie e condizioni incurabili come la malattia terminale".

I Comuni hanno così, fino ad oggi, avuto il compito di prendersi cura dei cani di strada portandoli in rifugi gestiti dalla comunità dove venivano appunto sterilizzati, vaccinati,  chippati e con un "tag" sulle orecchie che rappresenta anche il loro un numero di identificazione per il tracciamento.

Nel 2012 ecco che arriva però il primo tentativo da parte del Partito Giustizia e Sviluppo al potere con una proposta "per rimuovere gli animali randagi dalle strade e collocarli nei santuari fuori città". Risultato? Migliaia di persone marciarono per il centro di Istanbul con cartelli che dicevano di lasciare in pace gli animali. La protesta di quell'ottobre fu la più grande a sostegno del benessere degli animali che la Turchia avesse mai visto. Per molti la proposta ricordava le politiche del 1910 quando il sultano Mehmed V inviò migliaia di cani randagi da Istanbul in un'isola vicina a morire di fame nel tentativo di "occidentalizzare" la città poco prima della caduta dell'Impero Ottomano.

Nel 2018, dopo aver ottenuto una vittoria alle elezioni presidenziali, Erdoğan aveva promesso di rafforzare le leggi sulla protezione degli animali. E, come scritto sopra, nel 2021 è arrivato il disegno di legge che il parlamento turco ha approvato. Ci sono sicuramente dei lati positivi, come  il divieto di vendita di cani e gatti nei negozi di animali e la loro classificazione come "esseri viventi" piuttosto che come merci. L'atto ha anche reso l'abuso di animali punibile fino a quattro anni di carcere. Il 7 dicembre 2021, il disegno di legge sulla protezione degli animali è stato poi modificato, richiedendo alle persone che hanno razze classificate come "pericolose" di sterilizzarle e registrarle presso le autorità prima del 14 gennaio 2022.

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venerdì 28 gennaio 2022

Mr. Osman: l'uomo che ha piantato 40mila alberi in 35 anni - Maria Rita D'Orsogna

Il signor Osman Erol vive nella piccolissima citta’ di Hallaçlı a Çankırı, nella Turchia centrale.

Ha 90 anni.

Hallaçlı ha solo 169 persone. E poi almeno 40,000 alberi tutti piantati dal signor Osman nel giro di 35 anni.

Osman da giovane era un agricoltore e ha inziato a piantare alberelli attorno al suo villaggio per nessun motivo specifico. Semplicemente gli piaceva vedere il verde. Nel corso degli anni ne ha piantati altri ed altri ancora ovunque gli sembrasse opportuno e in tante localita’ vicine al suo villaggio.

Pini, pioppi, ma soprattutto alberi da frutta fra cui pere, mandorle e prugne.

Adesso che e’ in pensione li cura tutti a tempo pieno e continua a piantarne, sotto il sole e sotto la pioggia. A volte, quando lo prende l’insonnia esce a studiare dove poterne piantare di altri.

Dice che porta sempre con se dei semi di mandorle ed e’ contento quando la gente mangia la frutta dei suoi alberi. Tutti possono prenderne. Dice pure che spera di poter fare tutto questo fino alla fine dei suoi giorni.

Prima di Osman, Hallaçlı aveva poco verde, perche’ la zona e’ molto arida. Ma grazie al suo lavoro il villaggio e’ ora pieno di alberi, i pastori ne trovano l’ombra molto utile, la gente ne e’ orgogliosa e anzi cerca di curarli anche loro. La frutta viene reglata a tutti, e ce n’e’ cosi tanta che la regalano pure a quelli dei villaggi vicini.

La Turchia ha dichiarato il giorno 11 Novembre il giorno nazionale delle forestazione, con la speranza di aumentare il numero di alberi nel paese. In parallelo una campagna per incentivare il consumo e l’esporatazione di prodotti collegati alla foresta, come miele e frutta, per dare reddito in piu’ ai residenti.

E poi c’e’ il signor Osman, esempio per tutti.


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venerdì 3 settembre 2021

senz'acqua


L’acqua della Mesopotamia: la contesa che prosciuga il Medio Oriente - Anna Corrente 

 

Nasce dalla confluenza del Kara e del Murat, il fiume Eufrate: l’immenso corso d’acqua che si estende dalla Turchia in direzione sud verso lo Shatt al-Arab, fiume dell’Iraq meridionale. Qui, prima di sfociare nel Golfo Persico, l’Eufrate si ricongiunge con il Tigri, nato anch’esso in territorio turco, ai piedi della catena montuosa del Tauro. Nel mezzo, come abbracciata dai due corsi d’acqua, c’è la Mesopotamia: il ventre placentare della civiltà. Dell’antico splendore di una terra un tempo rigogliosa e ricca di risorse naturali, oggi altro non resta che le pagine dei libri di storia che la raccontano. La Mesopotamia è ormai asfittica e completamente schiacciata dalla morsa degli interessi politici ed economici legati alla gestione delle acque dei due grandi fiumi. I principali protagonisti della contesa sono la Turchia, l’Iran e l’Iraq. I primi due muovono le pedine fondamentali di questo gioco strategico, approfittando della loro posizione geografica e dell’attuale debolezza dell’amministrazione irachena, la quale soccombe invece sotto il peso delle scelte economiche delle altre, da un lato, e dell’inadeguata regolamentazione per la tutela ambientale, dall’altro.

Se sono tre i Paesi direttamente coinvolti nella gestione delle risorse, il numero delle popolazioni travolte dalle conseguenze di questo conflitto d’interesse è molto più grande. Il bacino idrico del Tigri-Eufrate interessa anche la Siria (colpita a sua volta da un conflitto esacerbato proprio dalla carenza d’acqua), l’Arabia Saudita e marginalmente anche la Giordania e il Kuwait. Dalla disponibilità idrica dei due fiumi dipendono innumerevoli comunità territoriali, che vivono di pesca e agricoltura, e che subiscono le conseguenze più dure della crisi dell’acqua.

L’inquinamento e la lotta per l’egemonia sul corso dei due fiumi stanno devastando la mezzaluna fertile e generando una crisi tanto umanitaria quanto politica nel sud-ovest asiatico, a conferma di quanto l’oro blu rappresenti un fattore geopolitico chiave per la sicurezza della regione e, più in generale, dell’intera comunità internazionale. 

Gli interessi turchi e iraniani per l’acqua della Mesopotamia

L’origine della crisi relativa all’uso delle risorse idriche del Tigri e dell’Eufrate è da ricondursi al collasso dell’Impero Ottomano. Il crollo del regno multietnico e la ritrovata sovranità delle diverse comunità impedirono che una sola autorità politica riuscisse ad esercitare il controllo sulle risorse, la cui gestione non fu mai regolata da accordi ufficiali se non alla fine del Novecento. Da allora, lo sfruttamento idrico è stato gestito dalle singole amministrazioni nazionali che hanno fatto dell’acqua un elemento proprio della loro sovranità. Già all’inizio del XX secolo iniziarono a sorgere le prime opere di sbarramento sull’Eufrate ad opera dell’Iraq, dove si distribuisce circa il 46% dell’intero bacino idrico. Dighe e canali vennero costruiti dall’amministrazione irachena per fronteggiare l’aumento esponenziale della popolazione e per gestire le opere di irrigazione necessarie ad implementare le riforme agrarie degli anni Cinquanta.

Fu tra gli anni Sessanta e Settanta che la relazione privilegiata dell’Iraq con le acque dei due fiumi si incrinò. Nel 1958 la Turchia presentò il Grande progetto di sviluppo regionale nel Sud-Est  Anatolia, noto come GAP, che prevede la costruzione di 22 grandi dighe e 19 centrali idroelettriche entro il 2023, lungo il bacino del Tigri e dell’Eufrate. Complice anche la posizione strategica “a monte” del bacino, le ambizioni politiche ed economiche di Ankara hanno esasperato lo sfruttamento delle risorse e hanno letteralmente contingentato la disponibilità d’acqua degli Stati a sud dei corsi fluviali come la Siria e l’Iraq.

La controversia più grande del progetto è quella relativa alla costruzione della diga Ilisu lungo il fiume Tigri. Lo sbarramento mette a repentaglio la vita delle comunità siriane e irachene che, sconvolte dalla guerra e dalla siccità, dal 1975 hanno intrapreso una vera e propria lotta tra poveri per cercare di assicurarsi minimi approvvigionamenti idrici. In particolare, l’inondazione causata dalla costruzione della diga ha tolto terreni fertili ai curdi della zona, contro i quali l’acqua è impiegata come vera e propria arma politica dal governo turco. Lo sbarramento dei corsi d’acqua infatti, non serve solo a investire sul rilancio energetico della Turchia, ma torna utile anche per indebolire le popolazioni curde vicine al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan, spina nel fianco del governo Erdogan), costringendole ad abbandonare i territori lungo il fiume.

Come la Turchia, anche l’Iran gode di un certo vantaggio strategico. Pur collocandosi a sud-est della regione, il governo iraniano disciplina l’accesso ad importanti affluenti del Tigri e del Shatt Al-Arab e, riducendo i flussi d’acqua da est, mette in ulteriore difficoltà l’Iraq. Teheran ha inoltre adottato posizioni particolarmente intransigenti nei confronti del governo iracheno, in risposta all’ inasprimento delle tensioni dopo le guerre al tempo di Saddam Hussein. Si calcola che circa 42 corsi d’acqua siano stati deviati o prosciugati per mano iraniana, con disastrose conseguenze sui territori limitrofi.

L’Iraq in ginocchio, a un passo dalla crisi umanitaria

Se Turchia e Iran posseggono i mezzi politici, militari ed economici per perseguire i propri obiettivi strategici, è impossibile attribuire le stesse capacità all’ Iraq, dilaniato da un tale stallo politico da non avere alcun potere contrattuale sulla gestione delle risorse.
Secondo 
un’analisi del 2013, il Tigri e l’Eufrate rappresentano la principale fonte d’acqua dell’Iraq ma la combinazione di fattori quali il cambiamento climatico, l’aumento della popolazione e la costruzione delle infrastrutture legate al GAP, rischia di prosciugare il bacino entro il 2040. La scarsità d’acqua si è già tradotta nel riversamento della popolazione nei grandi centri urbani e nell’abbandono di migliaia di ettari di terreno agricolo. Tra il 2018 e il 2019 inoltre, a Ninive, sono state vietate le colture di riso, sesamo e grano poiché la loro produzione risultava troppo dispendiosa per le disponibilità idriche della regione. Quella per l’acqua è una guerra senza bombardamenti né armi in cui l’Iraq, privo di un governo stabile dopo il conflitto vissuto fino al 2011, sta lentamente soccombendo.

La crisi è quindi economica ma soprattutto umanitaria, dal momento che le ultime risorse disponibili sono sottoposte, per giunta, alla deleteria amministrazione dello Stato iracheno. L’inesistenza di regolamenti ambientali e le negligenze di Baghdad hanno portato ad un tale deterioramento delle falde acquifere che, solo nel 2018 a Basra, circa 118mila persone sono state ricoverate per sintomi riconducibili a intossicazione da acqua inquinata. Agricoltura e pesca, principali fonti di reddito della popolazione irachena, sono ormai compromesse.

In questo contesto instabile, le organizzazioni terroristiche come l’ISIS trovano terreno fertile. Favorite dalla rassegnazione civile e dalle rivalità geopolitiche, in certe aree dell’Iraq la loro influenza è tale da garantire il pieno controllo sulla gestione delle infrastrutture idriche.

Le incerte prospettive regionali

Già nel 2013, l’Onu aveva fatto appello alla diplomazia multilaterale tra gli Stati del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) affinché cooperassero per cercare soluzioni alla questione. Nell’aprile del 2019, sotto l’ombrello di Save the Tigris e con la collaborazione di ricercatori, attivisti e ong locali, è nato il primo Mesopotamian Water Forum per elaborare un modello di governance dal basso, in grado di tutelare le comunità locali.

Nonostante la partecipazione al forum di Turchia e Iran, nessuna delle due potenze sembra intenzionata a smettere di utilizzare l’oro blu come arma di soft power, approfittando della debolezza dell’Iraq, definito da alcuni come uno Stato ormai fallito. In Iraq però, la società civile pare intenzionata a continuare a combattere per il proprio diritto all’acqua. Campagne come quella del “Make Rojava Green Again”, dimostrano come là dove gli Stati falliscono, è la mobilitazione dal basso a fungere da unica nutrice della speranza di questi territori.

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Siria ed Iraq tra i primi in Medio Oriente - Nancy Drew

L’estate 2021 è stata particolarmente dura per tutti i Paesi intorno al Mar Mediterraneo, sia climaticamente per le temperature oltremodo fuori misura, e soprattutto perché la maggioranza di essi hanno dovuto lottare con vasti ed innumerevoli incendi. Questi ultimi sappiamo essere anche attività criminali e di piromani, ma altresì particolarmente facilitata a causa dei cambiamenti climatici in atto sul nostro Pianeta ( https://www.theblackcoffee.eu/il-mediterraneo-brucia/ ).

La siccità è uno dei più importanti effetti del surriscaldamento globale.

A loro volta gli incendi sono facilitati dalle alte temperature e dalla siccità, in un vortice di concause che si intrecciano tra loro e si autoalimentano.

Tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale, il più colpito da questi fenomeni è stata la Siria e il confinante lraq.

Secondo il Norwegian Refugee Council, in questi due Paesi sono 12 milioni gli abitanti che stanno perdendo l’accesso all’acqua, sia essa potabile – insostituibile per la vita umana – che utile per irrigare i campi che poi daranno i raccolti per il sostentamento delle famiglie. Altre attività che ne hanno fortemente risentito, spesso a conduzione familiare, sono gli allevamenti dei pesci.

In Siria del Nord e dell’Est, sono circa 5 milioni le persone che dipendono dal fiume Eufrate, mentre proprio in queste settimane l’Amministrazione Autonoma AANES rende noto di aver terminato la ricostruzione di alcuni importanti allacciamenti idraulici alle città di Hasakah e Deir ez Zor, distrutti dall’Isis durante le sue scorribande.

Qui, circa 400 chilometri quadrati di terreno agricolo rischiano la siccità totale, mentre due dighe nel nord del Paese, che servono tre milioni di persone con la produzione di elettricità, rischiano la chiusura imminente. Lo stesso succede in Iraq, dove in vaste aree gli agricoltori non sono riusciti a portare a termine le loro produzioni di cereali – quali il grano – che risulterà diminuito dal 50 al 70 per cento. Particolarmente colpiti risultano la regione di Ninewa e del Kurdistan.

La questione delle dighe – in Siria e in Iraq – è strettamente legata anche alle politiche idriche della Turchia, dove i maggiori fiumi Eufrate e Tigri che attraversano i due Paesi mediorientali, hanno le loro sorgenti.

Nelle ultime decadi – a monte – la Turchia ha costruito immense dighe, che solo per questo hanno diminuito la portata di acqua nel corso dei due fiumi del 30 per cento ( https://www.theblackcoffee.eu/acqua-bene-comune-o-elemento-di-ricatto-bellico/). Oltre all’approvvigionamento per le proprie necessità interne, questo meccanismo agito dalla Turchia – deciso in autonomia senza il confronto con gli altri due Paesi confinanti – è divenuto palesemente un ricatto politico e bellico.

Carsten Hansen – direttore regionale del Consiglio norvegese per i rifugiati – ha affermato che il crollo totale della produzione di acqua e cibo per milioni di siriani ed iracheni è imminente. Questo effetto disastroso porterà altre centinaia di migliaia di iracheni e di siriani – di cui molti tuttora sfollati per salvare le loro vite dalla furia del Califfato Islamico – a dover ancora cambiare area per trovare sostentamento alle famiglie.

La crisi idrica in corso – secondo Hansen – diventerà presto una catastrofe senza precedenti che spingerà sempre più verso lo sfollamento interno o verso i Paesi confinanti.

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martedì 15 gennaio 2019

Alle sorgenti dell’Eden - Ennio Remondino


A farci da guida nel viaggio di oggi fatto nel lontano 2008, addirittura la Bibbia.
Alle sorgenti dell’Eden, ci piace pensare, dove partono le acque del Tigri e quelle dell’Eufrate. Fiumi che nascono separati e distanti e vanno ad annullarsi, uniti, nell’Oceano indiano, tra Iraq ed Iran.
L’Eden raccontato dai testi sacri e individuato tra storia e leggenda.
L’Eden legato alla fertilità della sua terra, all’abbondanza dei suoi raccolti.
L’Eden che soltanto quel liquido prezioso, l’acqua, può donare all’uomo.
L’acqua che una enorme diga voluta dalla Turchia di Erdogan sta per deviare da qui, a trasmettere trasformazioni e guai lungo tutto il suo percorso attraverso la Siria già inquieta di suo (rivolte interne) e l’Iraq del travaglio interno perenne.

Un ecologista militante, sulla riva del Tigri
«Dicono che la diga di Ilisu porterà sviluppo, ma sarebbe uno sviluppo artificiale, falso, perché la diga avrebbe una vita di soli 50, 80 anni, dopo di che sarà inutilizzabile. Per questo abbiamo iniziato la nostra campagna “Salviamo Hasankeyf”, affinché venga riconosciuta patrimonio culturale e naturale dall’Unesco e quindi si possano fare dei progetti per uno sviluppo duraturo, per esempio col turismo culturale ed ambientalista».
E’ la Turchia dell’altopiano, dove l’Anatolia scivola in Mesopotamia e vi si confonde. Luogo d’incontro delle culture provenienti dall’Asia centrale, dall’antica Persia, dalla Mesopotamia, con quelle che si muovevano da Occidente.
Sei praticamente alle sorgenti non soltanto del Paradiso terrestre ma della stessa storia dell’uomo che qui, villaggio di Hasankeyf, è presente da 12 mila anni.
Le acque sempre ricche del Tigri a motivare, a dare obiettivo e vita, a chi ha abitato quelle migliaia di grotte che scavano lo sperone di roccia che troneggia sul paese.

Gigante Turchia, da far paura

«La diga di Ataturk nasce da un progetto con molti obiettivi -spiega il direttore dell’immenso impianto- Prevenire le piene dell’Eufrate, produrre energia elettrica, raccogliere e canalizzare acqua potabile e per l’irrigazione. Solo nella nostra zona, saranno irrigati 800 mila ettari. Attualmente ne abbiamo irrigato 200 mila, e stiamo lavorando per il resto.
La diga di Atatuk è la quinta diga al mondo. Ha una capacità di 84 milioni di metri cubi d’acqua.
Dalla diga, vengono presi e incanalati per l’irrigazione 328 metri cubi d’acqua al secondo per irrigare la piana di Harran.
Da questa diga produciamo energia per 8, 9 mila miliardi di Watt all’anno».

L’Eufrate
Non troppi chilometri e su, in Turchia cambi sorgenti di Grande Fiume che puoi iniziare a seguire.
Il Qal’at ar-Rum, Rumkale in Turco e Hromgla in Armeno, parole che in tutti i casi significano “Castello Romano”, nel senso di bizantino, della ‘seconda Roma’.
La sua posizione strategica era già conosciuta dagli Assiri, sebbene l’attuale struttura sia soprattutto di origine ellenistica e romana. Durante il medioevo il sito fu occupato da vari signori della guerra bizantini ed armeni. Qal’at ar-Rum fu il seggio di un patriarca armeno dal XII secolo. Dal 1203 al 1293 fu la residenza del capo supremo (catholicos) della Chiesa armena. Nel 1293 fu espugnata dai Mamelucchi d’Egitto a seguito di un lungo assedio.
La fortezza è attualmente una rovina accessibile per battello solo dalla vicina cittadina di Halfeti, nella Provincia di Şanlıurfa.
In barca con professore ecologista.
«Qui sotto c’era la piazza del paese, il bagno romano, c’erano dei palazzi antichi, il mercato e i giardini. Sia da una parte che dall’altra del fiume c’erano vecchie dimore con i loro giardini. Tutto ciò è ora sepolto sotto l’acqua. Tre quinti della città sono stati sommersi e la maggior parte della gente è emigrata».

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lunedì 17 aprile 2017

Perché TAP passa proprio dalla Turchia - Murat Cinar


Il progetto internazionale TAP (Trans Adriatic Pipeline) è parte di un progetto più grande che comprende diversi Paesi, tra cui la Turchia.
Come nasce questo progetto e chi sono gli attori?
Nel 2003, su iniziativa della Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL), ora denominata Axpo, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, iniziò un lungo studio di fattibilità che si concluse nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale di un grande gasdotto.
Il 28 giugno 2013 il Consorzio Shah Deniz II ha selezionato TAP come progetto vincente per il trasporto del gas dell’Azerbaigian in Italia e in Europa, preferendolo al progetto concorrente Nabucco West. Il 19 settembre 2013 Enel, Hera, Shell, E.ON, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku con il Consorzio Shah Deniz II i contratti di fornitura per la più importante vendita nella storia del gas (stima: 130 miliardi di Euro).
Il 17 dicembre 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha annunciato la Decisione Finale di investimentoper sviluppare il giacimento di Shah Deniz II e gli azionisti di TAP hanno confermato laRisoluzione a costruire per lo sviluppo e la realizzazione del progetto Trans Adriatic Pipeline.
Il 1º dicembre 2015 Snam S.p.A. ha sottoscritto con Statoil un accordo di esclusiva per l’acquisto della quota del 20% nella Trans Adriatic Pipeline.
Il 17 dicembre 2015 Snam ha perfezionato l’acquisizione della quota del 20% detenuta da Statoil Holding Netherlands B.V. nella Trans Adriatic Pipeline AG, al prezzo di 130 milioni di Euro.
Snam (Società Nazionale Metanodotti) è una società con sede centrale a San Donato Milanese. Nel 2015 ha fatturato 3.649 milioni di euro con un utile netto di 1.209 milioni di euro.
Statoil era un’azienda petrolifera norvegese istituita nel 1972. E’ stata la maggiore compagnia del paese ed occupa circa 25.000 persone. Nonostante la Statoil fosse quotata nel listino della borsa di Oslo e della borsa di New York, lo stato norvegese ne manteneva la maggioranza con una quota pari al 70,9%. Il 18 dicembre 2006 Statoil rivelò una proposta di fusione con la divisione del gas e petrolio della Norsk Hydro, un conglomerato norvegese. La fusione è stata attuata e ora questa compagnia petrolifera è la più grande al mondo tra quelle che hanno giacimenti in mare aperto.
Guardiamo la parte anatolica del progetto
Esattamente come succede nel lato TAP del grande progetto di gasdotto, nascono e crescono anche dal lato TANAP (Trans-Anatolian gas pipeline) una serie di collaborazioni e partnership tra le aziende energetiche.
Il 26 dicembre del 2011 è stato firmato il primo accordo tra Turchia e Azerbaijan su questo progetto. Il 17 marzo del 2015 sono stati poi inaugurati i primi lavori di costruzione nella città di Kars in Turchia. Erano presenti i Presidenti delle Repubbliche di Turchia, Georgia ed Azerbaijan. TANAP attraversa dall’est all’ovest tutta la Turchia, passando sui territori di ben 20 città. Questa parte di progetto si concluderà nel 2018 e avrà un costo di circa 7 miliardi di euro.
Nella parte turca di questo progetto transnazionale sono coinvolte 9 aziende: 7 di queste sono turche, mentre 2 sono straniere. Tra quelle turche salta all’occhio un nome famoso e particolare: Limak. Insieme all’azienda indiana Punj Lloyd hanno vinto il bando per costruire la quarta parte del gasdotto che attraverserà la Turchia: stiamo parlando del tratto che inizia nella città di Eskisehir e finisce in località Ipsala, al confine con la Grecia.
Chi è Limak?
Limak è un’azienda edile che nasce nel 1976. Oltre che del settore edile si occupa anche di turismo, energia, infrastruttura, aeroporti e gestione portuale. Secondo la rivista Engineering News Record, nel 2012 risultava la numero 181 tra le aziende più grandi del mondo. Il suo proprietario, Nihat Ozdemir, secondo la rivista Forbes nel mese di giugno 2016 possedeva un’azienda con un fatturato che superava i 3 miliardi di euro.
Tra i lavori pubblici che realizza l’azienda ci sono: l’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul, la metropolitana Tandogan-Kecioren di Ankara, l’aeroporto di Pristina in Albania, 7 centrali idroelettriche in Turchia ed 8 alberghi di lusso tra Turchia e Cipro, il rinnovo di una parte dell’aeroporto del Cairo in Egitto, l’aeroporto di Yuzhny in Russia, la costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait e la stazione ferroviaria ad alta velocità di Ankara. Limak Holding è anche una delle cinque aziende che stanno costruendo il terzo aeroporto di Istanbul insieme a Cengiz, Mapa, Limak, Kolin e Kalyon.
Analizziamo le opere in costruzione del Limak
Il terzo aeroporto sorge nel cuore della foresta più grande di Istanbul, che comprende tre laghi grandi, fonte di circa il 25% dell’acqua potabile di Istanbul. Oltre a questi tre, saranno prosciugati 70 laghetti e 3 insenature. La zona del cantiere è anche una fonte di guadagno, dato che quasi il 6% di questo territorio è agricolo e coltivato. A causa della distruzione di questa foresta scomparirà una grande zona che fa da casa a circa 70 specie animali. Infine nelle foreste settentrionali di Istanbul saranno tagliati 657.950 alberi, e ne saranno spostati 1.855.391 dei 2.513.341 esistenti.
Esattamente come tante altre opere pubbliche, anche questa sarà realizzata con la logicacostruisci-gestisci-cedi. Ossia le aziende costruttrici realizzano l’opera con il loro investimento, la gestiscono per un certo numero di anni e poi la cedono allo Stato. Per la costruzione di tutte queste opere spesso le aziende non hanno abbastanza capitale, dunque prendono dei soldi in prestito dalle banche private con la garanzia dello Stato, oppure direttamente dalle banche statali. Affinché le aziende abbiano una garanzia sul rientro delle spese iniziali durante il periodo di gestione, lo Stato assicura un incasso economico attraverso un contratto. Solo per il terzo aeroporto di Istanbul sono previsti 150 milioni di passeggeri all’anno, mentre l’aeroporto più grande del mondo – ovvero quello di Atlanta – vede viaggiare 95 milioni di passeggeri all’anno. La promessa per il momento parrebbe al di sopra dei numeri realizzabili. Per concludere, come si può vedere sul sito del progetto, non si tratta soltanto di un aeroporto ma di una cittadella con ospedali, residence, centri commerciali, alberghi e porti marittimi. Si tratta di un progetto di cementificazione, più che di trasporto.
Guardiamo da vicino i partner di Limak
Tra i collaboratori di Limak per la costruzione del terzo aeroporto ci sono Kalyon, proprietario di un grosso gruppo di media, ossia Turkuvaz Medya, che possiede 4 canali televisivi (Atv, aHaber, Yeni Asir Tv, Minika), 2 canali radiofonici, 4 quotidiani nazionail (Sabah, Takvim, Yeni Asır, Pas Fotomaç), 11 riviste nazionali e 2 portali di notizie. Kalyon è un’altra realtà cresciuta con importanti appalti pubblici negli anni del governo AKP, come la costruzione del Palazzo di Giustizia di Istanbul, la linea bus Metrobus, lo stadio olimpico di Basaksehir, il terzo aeroporto di Istanbul e il famoso progetto di riqualificazione urbanistica che avrebbe coinvolto il Parco Gezi. Si tratta di grandi lavori di cementificazione criticati per il loro impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge l’evidente rapporto d’amicizia con il mondo politico: l’attuale Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, nel 2014 ha fatto da testimone di nozze al figlio del proprietario del gruppo. Inoltre il fondatore storico del gruppo, Hasan Kalyoncu, mancato nel 2008, è stato uno dei personaggi più illustri del movimento conservatore Milli Gorus, che ha dato vita alle esperienze di partito Refah, Saadet ed AKP.
La Turkuaz Medya, appartenente al gruppo Kalyon, ha come vice amministratore delegato Serhat Albayrak, figlio della famiglia Albayrak, rappresentante di un altro gruppo imprenditoriale celebre in Turchia. Albayrak è dal 2008 membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Calik Holding. Nello stesso gruppo, dal 1999 al 2013, ha lavorato in veste di presidente generale della società un altro membro della famiglia Albayrak: stiamo parlando di Berat Albayrak, l’attuale Ministro dell’Energia, fratello di Serhat e genero dell’attuale Presidente della Repubblica. Inoltre, Berat Albayrak scrive dal 2013 per il quotidiano nazionale Sabah, che prima apparteneva al gruppo Calik ed ora appartiene al gruppo Kalyon-Turkuaz.
I mezzi di comunicazione di massa di questo gruppo sono famosi per la loro fedelissima linea editoriale alle politiche sociali ed economiche dell’AKP, il partito che governa il paese da più di 15 anni. Nel 2016 il canale televisivo aHaber si è impegnato mediaticamente – disinformando – per sostenere il governo nella rimozione dell’immunità parlamentare a tutti i parlamentari del partito HDP. I due quotidiani nazionali Sabah e Takvim avevano invece aiutato a diffondere una notizia falsa, resa pubblica all’epoca dall’ex primo ministro (l’attuale presidente della repubblica) durante la rivolta del Parco Gezi nel 2013. Si tratta di un’azione di molestia, mai accaduta in realtà, subita da una donna velata con i suoi bambini. Secondo questi quotidiani e l’ex primo ministro i molestatori erano circa 50 manifestanti maschi, a petto nudo e con guanti di pelle. Alcuni mesi dopo gli ex giornalisti di questi quotidiani hanno ammesso che era stata tutta una messa in scena creata ad hoc su richiesta di alcuni rappresentanti del potere politico.
Limak nei suoi affari coopera spesso con un’altra azienda: la Cengiz Insaat. Il proprietario dell’azienda si chiama Mehmet Cengiz, coinvolto nelle operazioni anti-corruzione del 2014 (operazioni successivamente definite come un tentativo di colpo di stato dal governo). Quest’azienda è diventata famosa anche a livello internazionale per gli scontri con una determinata resistenza popolare a Cerattepe nei pressi della città di Artvin, nel nord della Turchia. Cengiz Insaat, nonostante numerose relazioni avverse, con il sostegno del governo voleva costruire una struttura mineraria all’interno di una riserva naturale dove, nel 1998, il governo locale aveva fermato i primissimi lavori specificando come la zona fosse ad altissimo rischio di frana. Nonostante 250 giorni di presidio, numerose manifestazioni locali e nazionali, un incontro con l’ex primo ministro ed un lungo percorso legale, l’azienda aveva avviato i primi lavori con l’ausilio della gendarmeria e della polizia, che ha caricato e arrestato i manifestanti/contadini locali. Gli stessi contadini che successivamente sono stati definiti “piccoli manifestanti come quelli del Parco Gezi” dall’attuale presidente della Repubblica.
La pagella nera di Limak
Il proprietario dell’azienda che contribuirà alla realizzazione del Tanap, Nihat Ozdemir, nel 2014 (nell’ambito delle maxi inchiesta anti-corruzione) è stato accusato di aver contribuito all’acquisto del quotidiano nazionale Sabah e del canale televisivo Atv mettendo nelle tasche di Turkuaz Medya 100 milioni di Euro. Secondo i giudici è stata costruita una sorta di cassa virtuale tra alcuni imprenditori: questi si aiutavano a vicenda per monopolizzare i media in Turchia, con l’obiettivo di controllare l’informazione così da eliminare eventuali critiche ai progetti. Secondo i giudici, numerosi ministri e parlamentari del partito al governo erano coinvolti in questa rete. Successivamente Ozdemir ha ammesso di aver dato questi soldi, ma in prestito. Questa versione di Ozdemir è stata assunta e difesa anche da parte dell’ex primo ministro, anch’egli accusato di corruzione.
In questi giorni Nihat Ozdemir appare in televisione con dichiarazioni a favore del referendum costituzionale in arrivo. Secondo Ozdemir, il passaggio al sistema presidenziale, attraverso l’approvazione di questo referendum, aiuterebbe la realizzazione dei progetti economici governativi. Ozdemir sottolinea come la rivolta del Parco Gezi abbia rallentato il raggiungimento di questi obiettivi. Secondo il noto imprenditore l’unica soluzione è quella di sostenere le linee politiche ed economiche del governo.
Limak Holding nei primi mesi del 2017 ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto dei Dardanelli. Si tratta di un altro progetto che ha subito pesanti critiche. Secondo un’analisi pubblicata dal portale di notizie T24 nel 2014, questo lavoro triplicherebbe la popolazione nella zona interessata, tanto da porre le basi di una speculazione edile finalizzata all’aumento dei prezzi delle case. Inoltre potrebbero aumentare le costruzioni di alberghi, villaggi turistici e impianti industriali lungo tutta la costa. Infatti, con l’appalto del ponte è stato dato il permesso di costruire in alcune zone prima protette perché riserve naturali. Secondo il Presidente della Camera degi Ingegneri Urbanistici di Bursa, Hakan Karademir, si tratterebbe di una devastazione ambientale.
Quindi…
Questa è una storia lunga di circa 4 mila chilometri. Un progetto che devasta l’ambiente da Lecce a Baku passando dalla Turchia. Questa è un’opera che rappresenta la cultura della progettistica che cerca di fare affari a tutti i costi. Qui si parla di una decisione che in realtà unisce gli ulivi di Lecce con gli abeti ed i faggi di Cerattepe. Questa è un’occasione affinché i paesi non si uniscano soltanto per ospitare un lungo tubo che porta gas da una parte all’altra, ma si uniscano nella stessa lotta per difendere gli esseri viventi, le risorse naturali e l’ambiente. Il futuro.
(*) ripreso da «Pressenza». Pressenza è un’agenzia stampa internazionale in 7 lingue che pubblica e diffonde notizie, iniziative, proposte che riguardano pace, nonviolenza, disarmo, diritti umani, lotta contro ogni forma di discriminazione. Considera l’Essere Umano come valore centrale ed esalta la diversità. Propone un giornalismo attivo e lucido che punta alla soluzione delle crisi e dei conflitti sociali di ogni latitudine.