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venerdì 24 febbraio 2023

L’Africa depredata dietro l’ideologia dell’«aiutiamoli a casa loro» - Lorenzo Kamel

 

L’uranio presente in Niger, dove il 90% della popolazione non ha accesso alla corrente elettrica, produce il 35% dell’elettricità della Francia. La grande maggioranza delle miniere di uranio presenti nel Paese africano - quarto principale produttore di uranio al mondo - sono di proprietà di (e vengono gestite da) società francesi: milioni di litri di acqua sono consumati ogni giorno in queste miniere, mentre gli agricoltori locali cono costretti a combattere tra loro per le scarse risorse idriche rimanenti.

I rifiuti dell’uranio raffinato in Francia vengono poi rispediti in Niger e in altri paesi dell’Africa, dove migliaia di persone sono esposte alle radiazioni provenienti dalle miniere di uranio. Tutto ciò contribuisce a rendere il Niger uno dei paesi più poveri dell’Africa e, stando a Save the Children, «il peggiore al mondo dove essere bambini».
A CIÒ SI AGGIUNGA che il 50% delle riserve monetarie di 14 Paesi africani (tra cui il Niger) sono ancora oggi sotto il pieno controllo di Parigi: nessuno di essi ha alcun controllo sulle proprie politiche monetarie e macroeconomiche. La Francia ‘ottiene’ ogni anno da Paesi africani miliardi di euro sotto forma di ‘riserve monetarie’, salvo poi prestare parte di quegli stessi fondi ai legittimi proprietari a tassi di mercato.
Questi pochi dati e brevi rilievi rappresentano lo specchio di una verità ben più ampia: ancora oggi diversi Paesi europei, Francia in primis, controllano e plasmano la vita di milioni di africani, - tre quarti dei quali vivono con meno di 2 dollari al giorno - influenzandone il presente e il futuro.
Le corrotte leadership al potere in diversi paesi africani giocano un ruolo significativo nel processo di implementazione di queste dinamiche: garantiscono infatti la «stabilità» necessaria per portare avanti lo sfruttamento di milioni di esseri umani e delle loro risorse naturali, ricevendo in cambio (tra molto altro) miliardi di euro in armi, sovente utilizzate (anche) per schiacciare ogni forma di dissenso interno. Non è forse un caso che il 61% dei 67 dei colpi di stato avvenuti negli ultimi 55 anni in 26 paesi africani hanno avuto luogo in ex colonie francesi.

LO SCORSO MESE (novembre 2022) un gruppo di cittadini tanzaniani ha intentato una causa presso un tribunale canadese contro il gigante minerario canadese Barrick Gold, al fine di denunciare le violazioni dei diritti umani compiute in una miniera d’oro (North Mara) presente nel loro Paese. Il caso tanzaniano rappresenta un microcosmo di come funziona il sistema, ma, prima ancora, un vademecum degli strumenti per combatterlo.
Cosa c’entra tutto ciò con i mondiali che si sono conclusi due settimane fa in Qatar? Più di quanto possa sembrare. Come nel caso di altre ex potenze coloniali e di altrettanti attori neo-coloniali, la Francia adotta un approccio assimilazionista molto selettivo nei confronti delle persone di origine africana, criticando altresì chiunque sottolinei le origini africane di Kylian Mpappé (nato da madre algerina e padre camerunense) e di circa l’80% del resto della squadra di calcio francese. Come ha sottolineato il conduttore televisivo sudafricano Trevor Noah all’ex ambasciatore francese a Washington, Gerard Araud: «Il contesto è tutto. Quando una persona come me fa presente che [i giocatori francesi] sono africani, non intende sminuire il loro essere francesi, bensì includere la mia africanità».

MENTRE PORRE L’ENFASI anche sull’«africanità» dei calciatori dovrebbe essere percepita come una legittima e necessaria espressione di onestà intellettuale (non ultimo in considerazione delle cicatrici coloniali e dei loro riverberi attuali), nonché di inclusività e rilevanza delle identità multiple, numerose politiche che hanno interessato le comunità musulmane e le persone di origine africana presenti in Francia riflettono il loro esatto opposto, ovvero un rifiuto selettivo. Prendendo in prestito le parole del calciatore dell’Inter Romelu Lukaku, «Quando le cose vanno bene sono un attaccante belga. Quando vanno male, sono un africano».

CIRCA IL 32% dei francesi di origine nordafricana - molto spesso relegati nei quartieri simbolo dell’emarginazione sociale e dell’iniquità, noti come banlieues - risultano disoccupati. Il 30% lascia la scuola senza diploma: sono dunque circa il doppio di quelli che non sono nati da genitori immigrati. Come ha documentato il Minority Rights Group International (MRG), molte delle disuguaglianze figlie della storia coloniale francese persistono dunque ancora oggi e sono «trasmesse alle giovani generazioni attraverso la mancanza di opportunità e la loro continua esclusione».

Non meno significativa è la questione che riguarda i musulmani: rappresentano appena l’8% del totale dei cittadini francesi, eppure si stima che almeno il 50% (alcune stime arrivano al 70%) della popolazione presente nelle carceri francesi sia composta da musulmani: persone per lo più originarie di paesi nordafricani.

Quelli citati sono solo alcuni esempi tra molti altri. Ciascuno di essi ci ricorda che l’inclusività iper-selettiva è l’antitesi dell’inclusività stessa. Tale approccio strutturale rappresenta una tra le componenti più significative tra quelle necessarie alla proliferazione di ciò che numerosi studiosi hanno definito «neo-colonialismo». Il colonialismo, d’altronde, si alimentava del medesimo presupposto: prendere, assorbire ed esaltare il meglio di altri popoli - rigettando tutto il resto - e offrendo briciole in cambio.

È OPPORTUNO AGGIUNGERE che, pur essendo storicamente meno coinvolti rispetto alla Francia, anche gli Stati Uniti (che vantano 27 basi e avamposti militari in Africa e stanno prendendo il controllo della filiera produttiva del rame e del cobalto in paesi come lo Zambia e il Congo), la Cina (che ha 1 base militare a Gibuti e sta, tra l’altro, decimando le foreste del Ghana), il Canada e, più di recente, la Russia, sono quattro attori particolarmente rilevanti nella promozione di pratiche neo-coloniali e di politiche discriminatorie che perpetuano oppressione e disuguaglianze.

Eppure, come hanno notato Ndongo Samba Sylla e Fanny Pigeaud in un nuovo libro sull’impatto del Franco CFA, - nonché sull’ECO, la nuova moneta meglio nota come «il Franco CFA sotto un altro nome» - la Francia è «l’unico paese al mondo a gestire a priori e direttamente, seppur in modo opaco, un insieme di valute diverse dalla propria».

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giovedì 16 febbraio 2023

Destino nigeriano per l’Uganda - Maria Rita D'Orsogna

 

Abbiamo sempre sentito parlare dei cattivissimi occidentali – le sette sorelle di decenni passati, le ditte petrolifere odierne Shell, ENI, Total, che hanno devastato l’ogni dove dell’Africa, i governi stranieri che li hanno appoggiati, e i governi africani che si sono lasciati corrompere e che hanno venduto tutto per pochi denari. Adesso però arriva la Cina.

Da come hanno gestito l’emergenza COVID, e da come gestiscono le loro società non so se sarà meglio. Intanto Xi Jinping, il presidente cinese rieletto per l’eternità, continua con i proclami green. Dice che i cinesi vogliono proteggere la biodiversità e rendere il pianeta sempre più verde. O cosi ha detto durante il COP15, il convegno annuale sull’ambiente promosso dalle Nazioni Unite e nel 2022, svoltosi a Montreal.

Sarà ma ecco qui una serie di progetti non proprio green promossi per l’Uganda.

Intanto c’è il cosiddetto East African Crude Oil Pipeline (EACOP) e lo sviluppo di due campi petroliferi, Kingfisher and Tilenga, che saranno sfruttati da ditte di stato cinesi. L’oleodeotto EACOP collegherà l’Uganda e la Tanzania, cosicché il greggio potrà essere mandato attraverso l’oceano indiano (verso la Cina?) dal porto di Tanga in Tanzania. I campi si trovano nella parte occidentale del paese, nel distretto Kikuube. Si parla di almeno 1,4 miliardi di barili.

Siamo in un angolo verdeggiante e ricco di natura spettacolare dell’Uganda. Ci sono qui il Lago Albert, dove nascono il Nilo e il fiume Congo e non lontano dal Murchison Falls National Park ed il Murchison Falls-Albert Delta zone protette perché dalla biodiversità unica in Africa, con foreste, zone umide e creature che non si possono trovare in alcun altro posto del mondo.

Davvero pensiamo che i cinesi tratteranno tanta bellezza con i guanti bianchi? Considerato come trattano i loro stessi cittadini, i loro stessi cieli anneriti, le loro non-democrazie ancora più malate…

Il progetto Kingfisher sarà realizzaato dal China National Offshore Oil Corporation (CNOOC). Vogliono realizzare centri di trattamento, raffinerie, pozzi di petrolio lungo la riviera del Lago Albert. Assieme alla CNOOC, la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China Petrochemical and Chemical Corporation (Sinopec), tutte ovviamente sponsorizzate dal governo centrale. Ovviamente i finanziamenti verranno da enti cinesi, prima fra tutte la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC). L’unico progetto che prevede una partecipazione non cinese è quello delle trivelle in Tilenga che sarà realizzato dalla Francese Total con 140 pozzi di petrolio. Il tutto nel cuore del Murchison Falls National Park. Quelli dell’oleodotto EACOP dicono che creeranno 2.000 posti di lavoro, di cui però solo duecento per i locali. Una miseria, una miseria sporca e inquinata.

La gente d’Uganda è contraria, specie per la presenza di enti cinesi, poco trasparenti e poco interessati al bene del paese. Anzi molte banche e assicuratori occidentali si sono rifiutati di finanziare queste opere non solo perché vanno contro gli standard ambientali ma anche per presunte violazioni di standard internazionali nei progetti decisionali. Anche il parlamento europeo ha messo pressione ai governi di Uganda e Tanzania contro la realizzazione di trivelle e oleodotti in zone cosi sensibili. È forse una sorpresa data la storia recente della Cina?

Intanto, le trivelle vanno avanti. I politici d’Uganda si sono fatti abbagliare dal denaro e dalle promesse cinesi. A Kingsfisher hanno iniziato a trivellare a gennaio 2023, con tanto di foto con sorrisi d’Africa e di Cina. Dicono che non ci saranno danni, dicono che la gente è stata già compensata, che sarà tutto bello e rosa. Ma lo sappiamo che mai è stato cosi e mai sarà.

Fra dieci anni, prevedo, tireremo fuori tutti gli articoli scritti sulla Nigeria devastata da Shell, ENI e compari d’Europa e li riscriveremo per l’Uganda devastata dalla CNOOC e compari di Cina. Una storia già scritta e già pianta.


Maria Rita D’Orsogna è docente all’Università statale della California presso il dipartimento di matematica e fisica, cura diversi blog (come questo). Da sempre accanto alle lotte locali per la difesa dell’ambiente naturale e contro i giganti del petrolio, ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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domenica 3 luglio 2022

Gli attivisti per il clima si uniscono per fermare l’oleodotto dell’Africa orientale - Nick Engelfried

 

Mentre un movimento nato in Uganda e Tanzania arriva negli Stati Uniti, gli attivisti per il clima si uniscono per fermare l’oleodotto dell’Africa orientale e traggono forza dalle lezioni delle precedenti battaglie

Il mese scorso, in occasione della celebrazione annuale nota come Giornata dell’Africa, gli attivisti di Uganda, Kenya, Nigeria, Ghana e altri Paesi hanno organizzato manifestazioni contro il coinvolgimento del gigante petrolifero francese TotalEnergies nei progetti di estrazione di combustibili fossili in Africa. Al centro delle proteste c’è stato l’oleodotto East Africa Crude Oil Pipeline, o EACOP, proposto dalla Total, che trasporterebbe 200.000 barili di petrolio al giorno dall’Uganda occidentale ai terminali di esportazione a 1.445 chilometri di distanza, sulla costa della Tanzania.

Gli organizzatori di base in Uganda e Tanzania hanno parlato contro l’EACOP per anni, a volte con grande rischio per la propria sicurezza. Ma a testimonianza dell’importanza del progetto per la biodiversità e i diritti umani, la campagna per fermare l’oleodotto sta entrando in una nuova fase, sempre più globale.

L’EACOP minaccia di sfollare circa 100.000 persone le cui case si trovano sul percorso dell’oleodotto. Attraverserebbe oltre 200 fiumi e il bacino del Lago Vittoria, fonte di irrigazione e acqua potabile per 40 milioni di persone. Avrebbe inoltre un impatto negativo su numerose aree protette in Uganda e Tanzania, tra cui parchi nazionali e riserve naturali. Tuttavia, è il potenziale contributo dell’oleodotto alla crisi climatica – 34 milioni di tonnellate di carbonio emesse ogni anno nell’atmosfera – che ha reso il suo arresto una priorità per i gruppi di attivisti per il clima non solo in Africa, ma anche in Europa e negli Stati Uniti.

“L’EACOP è un enorme progetto aziendale che interesserà migliaia di persone”, ha dichiarato Baraka Lenga di Fridays for Future Tanzania, che ha guidato l’opposizione all’oleodotto nel suo Paese. Vogliamo passare dai combustibili fossili all’energia verde e la Total sta cercando di riportarci indietro nella direzione sbagliata”. Ecco perché nel Nord e nel Sud del mondo gli attivisti per il clima si uniscono contro questo oleodotto”.

Le proteste dell’Africa Day sono state un segno di come l’opposizione all’EACOP si sia diffusa in tutto il continente. Tuttavia, potrebbe essere solo un assaggio delle cose che verranno, dato che il movimento per fermare uno dei più grandi progetti di nuovi combustibili fossili proposti in Africa continua a crescere.

Le radici della resistenza all’EACOP

Le origini della lotta contro l’EACOP risalgono al 2006, quando la Tullow Oil, con sede nel Regno Unito, scoprì circa 1,7 miliardi di barili di riserve sotterranee recuperabili nella regione dell’Albertine Graben in Uganda. Negli anni successivi, con l’aumento dei prezzi della benzina in molte parti del mondo, i colossi petroliferi globali hanno iniziato a intensificare gli sforzi per estrarre petrolio in luoghi dove un tempo sembrava troppo costoso o impraticabile farlo, come le sabbie bituminose canadesi e più a nord nell’Artico. È in questo contesto che Total e altre compagnie petrolifere, che alla fine hanno rilevato la quota di Tullow nei giacimenti appena scoperti, hanno iniziato a pianificare l’apertura dell’Africa orientale a un’enorme espansione delle attività di trivellazione petrolifera, di cui l’EACOP è una parte fondamentale.

Per gli attivisti per il clima del Nord America, questa storia potrebbe suonare stranamente familiare. Infatti, l’EACOP e l’opposizione di base ad esso richiamano alla mente la lotta di alto profilo per l’oleodotto Keystone XL, che ha imperversato per anni negli Stati Uniti e in Canada. Come il Keystone XL, l’EACOP attraverserebbe due Paesi per trasportare il petrolio sul mercato internazionale. Entrambi gli oleodotti provocherebbero lo spostamento di proprietari terrieri lungo il loro percorso, comprese le comunità indigene i cui antenati hanno convissuto con il paesaggio per millenni. Come il Keystone XL, l’EACOP rappresenta un elemento cruciale di un piano più ampio di espansione massiccia dell’estrazione di combustibili fossili in una regione ecologicamente sensibile.

 “In origine, la maggior parte delle persone si è unita alla campagna per fermare questo oleodotto perché rappresenta una minaccia per i diritti umani, la giustizia sociale e la biodiversità”, ha detto Lenga. “Ma alcuni di noi, che si preoccupano della giustizia climatica, sono stati coinvolti fin dall’inizio perché sapevano che questo progetto avrebbe amplificato la crisi climatica”.

Mentre l’impatto diretto della costruzione dell’EACOP si farebbe sentire soprattutto in Africa orientale, le compagnie che tentano di costruirlo hanno sede soprattutto in altre parti del mondo. La Total detiene la quota maggiore del progetto, mentre la China National Offshore Oil Corporation è il secondo investitore. Molte delle banche e delle assicurazioni che più probabilmente sottoscriveranno l’oleodotto hanno sede in Europa e negli Stati Uniti. Con la crescita dell’opposizione all’EACOP, è cresciuta anche l’attenzione del movimento per il clima nel portare la campagna di resistenza nei Paesi che detengono le chiavi delle finanze del progetto.

Un movimento internazionale prende il via

Il mese scorso, in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti della Total a Parigi, quasi 300 attivisti di Greenpeace France e di altre organizzazioni hanno bloccato le porte e si sono radunati all’esterno, fino a costringere la società a chiudere l’incontro di persona in cui aveva cercato di impressionare gli investitori. L’obiettivo delle proteste era quello di fare pressione sulla Total affinché ponesse fine al suo coinvolgimento nei principali progetti sui combustibili fossili, tra cui l’EACOP, in solidarietà con le comunità di base dell’Africa orientale. È stato un segno di come l’opposizione dei gruppi per il clima all’oleodotto sia diventata globale.

“La campagna contro l’EACOP è cresciuta a macchia d’olio man mano che sempre più persone sono venute a conoscenza del progetto”, ha dichiarato Ryan Brightwell, attivista di BankTrack con sede nei Paesi Bassi. “Nel 2018, quando la nostra organizzazione è stata coinvolta per la prima volta, era frustrante che ci fosse poca attenzione internazionale sul gasdotto. La situazione è cambiata, soprattutto in Francia, dove ha sede Total”.

Una pietra miliare per la campagna è arrivata nel febbraio dello scorso anno, quando più di 250 organizzazioni di tutto il mondo hanno formalmente lanciato la coalizione internazionale #StopEACOP. Nelle lettere inviate agli amministratori delegati delle aziende che con maggiore probabilità finanzieranno l’oleodotto, la coalizione ha fatto pressione affinché non dessero il loro sostegno. Ad oggi, almeno 20 banche e otto assicurazioni – tra cui Barclays, Citi, Wells Fargo, JPMorgan Chase e Axa – hanno risposto impegnandosi a non finanziare direttamente l’EACOP. Anche per questo motivo, il gasdotto ha subito una serie apparentemente interminabile di ritardi.

Inizialmente la costruzione dell’EACOP doveva terminare nel 2020, ma la tempistica è stata posticipata perché il progetto sta lottando per assicurarsi i finanziamenti necessari. “Nel 2018 si pensava di finalizzare i finanziamenti entro la metà del 2019, in modo che la costruzione potesse iniziare subito dopo”, ha spiegato Brightwell. “Di recente, hanno detto che avrebbero concluso il prestito entro la fine di quest’anno. Questi ritardi danno alla nostra campagna il tempo di prendere slancio”. La Total sta lottando per finanziare l’EACOP, ma i prossimi mesi potrebbero essere cruciali. Non possiamo permetterci di dare nulla per scontato”.

Almeno un importante broker assicurativo, Marsh McLennan negli Stati Uniti, sta ancora lavorando con la Total per cercare di ottenere una copertura per l’oleodotto – ed è questo, più di ogni altra cosa, che ha fatto sì che il movimento Stop EACOP si diffondesse oltre l’Africa e l’Europa. A maggio, 350 Stati Uniti ha lanciato ufficialmente una campagna di pressione su Marsh McLennan affinché abbandonasse il progetto. È stato l’inizio di una nuova fase per il movimento, incentrata su un obiettivo aziendale con sede negli Stati Uniti.

Attivisti statunitensi coinvolti

Il movimento Stop EACOP è ancora giovane negli Stati Uniti e finora i gruppi che si occupano di clima hanno sottolineato l’uso dell’attivismo online per fare pressione su Marsh McLennan e sulle altre società coinvolte nel gasdotto. “Ci sono molti modi per avere un impatto”, ha detto Brightwell. “Per esempio, molti fondi pensione negli Stati Uniti sono esposti alla Total. Chiunque investa in loro è esposto anche ai rischi di questo progetto e al suo contributo alla crisi climatica”.

Con l’intensificarsi del movimento, gli attivisti statunitensi per il clima avranno l’opportunità di trarre insegnamento da altre lotte contro gli oleodotti. Il successo della campagna per fermare il Keystone XL, che l’amministrazione Biden ha respinto l’anno scorso, può offrire insegnamenti particolarmente preziosi. La prima vera campagna internazionale di tale portata contro un oleodotto in Nord America, la lotta per il Keystone XL, ha avuto i suoi alti e bassi. Ha comportato molte dure lezioni sulle sfide da affrontare per sfruttare le risorse dei grandi gruppi per il clima, elevando allo stesso tempo la voce di coloro che sono maggiormente colpiti da un progetto di espansione dei combustibili fossili. Ma nei suoi momenti migliori e più efficaci, la campagna ha fornito agli attivisti statunitensi e canadesi un modello per il successo della contestazione di un oleodotto internazionale.

Le tattiche che hanno giocato un ruolo importante nella lotta contro il Keystone XL sono state le dimostrazioni di massa rivolte ai politici e ai finanziatori del progetto, l’azione diretta contro le compagnie coinvolte e l’invio di risorse ai gruppi guidati dagli indigeni in prima linea nell’opporsi all’estrazione delle sabbie bituminose. Da allora, gruppi climatici statunitensi e canadesi hanno applicato approcci simili per contrastare altri oleodotti. Sebbene alcuni di questi sforzi si siano rivelati più efficaci di altri, tutti hanno contribuito a creare lo slancio per un movimento veramente internazionale di sfida all’industria petrolifera. Resta da vedere come i gruppi ambientalisti statunitensi potrebbero sfruttare alcune delle stesse tattiche per sfidare l’EACOP – una lotta non solo internazionale, ma globale.

Ci sono già segnali che indicano che la solidarietà tra le organizzazioni di base in Africa orientale e le grandi organizzazioni internazionali si sta dimostrando efficace. I gruppi che si occupano di clima e di diritti umani sono riusciti a focalizzare l’attenzione globale sugli organizzatori in Uganda e Tanzania, che altrimenti avrebbero rischiato di essere presi di mira con la violenza per essersi opposti all’industria petrolifera. “In Tanzania, molte persone hanno paura di parlare contro questo progetto perché temono di essere arrestate”, ha detto Lenga. “Ma so che le organizzazioni internazionali saranno al mio fianco”.

Un nuovo fronte contro il colonialismo

La maggior parte dei Paesi non africani le cui società sono coinvolte nell’EACOP, sia come proprietari che come finanziatori, hanno una lunga storia di colonizzatori o sfruttatori di Paesi sovrani del continente africano. Per alcuni oppositori dell’EACOP, quindi, lottare contro questo oleodotto è una forma di resistenza al colonialismo sotto un’altra veste.

“Sono passati più di 60 anni da quando l’Uganda e la Tanzania hanno annunciato la loro indipendenza”, ha dichiarato Omar Elmawi, un organizzatore di 350.org con sede a Nairobi, in occasione di un evento online per la campagna Stop EACOP negli Stati Uniti. “Queste compagnie devono finalmente capire che questi sono Paesi liberi e non dovrebbero essere coinvolte nello sfruttamento delle loro risorse”.

L’opposizione delle comunità lungo il percorso dell’oleodotto continua a costituire il cuore del movimento Stop EACOP. Tuttavia, proprio come nel caso della campagna contro il Keystone XL, è necessaria una risposta internazionale degli attivisti, perché le multinazionali coinvolte non rispettano i confini nazionali. La differenza principale è che nel caso del Keystone XL, la maggior parte degli attori aziendali aveva sede negli Stati Uniti o in Canada. Nel caso dell’EACOP, sono sparsi in almeno quattro continenti: Africa, Europa, Asia e Nord America. La campagna per fermare l’EACOP rappresenta quindi un’opportunità quasi senza precedenti per costruire un movimento veramente mondiale incentrato sull’opposizione a un gigantesco oleodotto.

“È stato fantastico collaborare con persone in tutta l’Africa, in Europa e in tutto il mondo per questa campagna”, ha dichiarato Lenga. “Noi nei Paesi colpiti non chiediamo molto. Abbiamo solo bisogno di sostegno, perché finché resteremo uniti, sono sicuro che vinceremo questa battaglia”.


Fonte: Waging Nonviolence, 28 giugno 2022

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

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sabato 2 luglio 2022

deportazioni di indigeni per lasciare spazio ai parchi naturali per i ricchi

 

Kenya, la denuncia dei Sengwer: i finanziamenti occidentali alla conservazione porteranno a un 'genocidio'

 

In una lettera diffusa oggi da Survival International, i Sengwer del Kenya fanno appello all’opinione pubblica occidentale affinché smetta “di finanziare progetti di conservazione che ci derubano delle nostre terre e distruggono le nostre vite… Se volete fare conservazione, la prima cosa è garantire i diritti territoriali di noi Sengwer e di altri popoli indigeni. Se i nostri diritti non saranno rispettati, della foresta non rimarrà nulla.”

“Il modello di protezione della natura che finanziate risale al periodo coloniale e porterà a un genocidio… Vi esortiamo a smettere di finanziare violazioni degli stili di vita indigeni, che sono sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Invece, lavorate con noi per proteggere la nostra foresta, proteggendo i nostri diritti. E non solo per noi Sengwer, ma anche per tutte le comunità in Kenya e nel resto del mondo.”

La lettera arriva a pochi giorni dalle violenze avvenute a Loliondo, nel nord della Tanzania, dove le autorità cercano di sfrattare migliaia di Masai per far spazio alla caccia da trofeo e al turismo di lusso.

Questo appello echeggia le denunce che in tutta l’Africa orientale gli indigeni levano contro progetti di conservazione razzisti e coloniali.

La Frankfurt Zoological Society, The Nature Conservancy e altre grandi organizzazioni per la conservazione, ma anche l’Unione Europea e i governi di Germania, Francia e USA, sono tra i principali finanziatori di programmi di conservazione che implicano la creazione e il sostegno ad Aree Protette nelle terre ancestrali dei popoli indigeni, che vengono quindi sfrattati e abusati.

Tra i popoli indigeni che denunciano l’impatto di progetti di conservazione sulle loro vite ci sono:

• I Borana (Kenya). “Chiedo al mondo, il mondo intero, che dona denaro alla Northern Rangelands Trust (NRT)… gentilmente, in quanto esseri umani, non considerate il mio colore, la mia religione ma [consideratemi] un essere umano. Veniamo torturati, veniamo colonizzati una seconda volta, stiamo morendo… vi chiediamo di fermare queste donazioni alla NRT. Se siete umani, se siete davvero umani, fermate tutto questo” ha detto a Survival un uomo Borana.

• I Masai (Tanzania): “Il vostro denaro per noi è veleno” ha detto un anziano masai. “La conservazione è sempre negativa. Nella cultura masai, abbiamo bisogno di un’ampia area aperta per il bestiame. Ma da quando è iniziata la conservazione, ci spingono in spazi più piccoli e questo ha fatto morire una parte del bestiame.” “Tra tutti i nemici nel mondo, la Frankfurt Zoological Society è il nemico numero uno dei Masai perché è responsabile di tutti gli sfratti dei Masai da quando abbiamo lasciato il Serengeti. Sono venuti con le loro idee e il loro denaro. Anche a Ngorongoro, e ora anche in questi 1.500 kmq di terra (a Loliondo). Da quando ho lasciato il Serengeti, ho perso molte cose importanti. Ho perso il Serengeti. Quella pianura, una terra ottima per il pascolo. L’amavo.”

• Gli Enderois (Kenya). Un uomo sfrattato nel 1973 per la conservazione ci ha detto: “La vita prima era bella. Avevamo molti animali e la nostra vita non era limitata. Poi è arrivato il governo e ci ha detto che questa doveva essere ’un’area di conservazione’, e allora abbiamo subito crudeltà. Siamo stati costretti dalla polizia ad andare via, e non sapevamo dove andare. Ci è stato detto che il ruolo del governo era prendersi cura della fauna selvatica e non degli esseri umani. Ma noi non uccidevamo gli animali, li preservavamo.”

• Gli Ogiek (Kenya). “ll governo ha detto che sfrattare le comunità è un modo per ripristinare la foresta. Ma se la foresta fosse lasciata agli Ogiek, non verrebbe distrutta. Noi apparteniamo alla foresta, è lì che ci sono molte delle cose da cui dipendiamo.”

A seguito delle recenti violenze avvenute a Loliondo, dove circa 31 Masai sono stati feriti e a migliaia sono fuggiti, Survival International e l’Oakland Institute hanno scritto all’UNESCO e alla IUCN per sollecitarli a cancellare Ngorongoro dall’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità e tagliare ogni loro legame con il governo tanzaniano.

“È chiaro ora più che mai che gli abusi e il furto di terra nel nome della conservazione non vengono commessi solo da ‘qualche mela marcia’; al contrario, fanno parte di un sistema” ha spiegato Fiore Longo di Survival International. “Se vogliamo salvare la biodiversità, dobbiamo rispettare i diritti indigeni e lottare contro questo modello di conservazione coloniale e razzista. I leader mondiali stanno spingendo per trasformare il 30% del pianeta in Aree Protette al prossimo vertice della CBD a dicembre: è questo il momento giusto per fargli sapere che questa proposta è una catastrofe per i popoli, per la natura e per tutta l’umanità.”

https://www.survival.it/notizie/13151

 

 

 

Tanzania: decine di Masai feriti e arrestati, a migliaia in fuga. Li vogliono sfrattare per far spazio a safari, caccia sportiva e ‘conservazione’

 

Migliaia di Masai sono scappati dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da parte della polizia: i Masai protestavano contro i tentativi del governo di sfrattarli per far spazio alla caccia da trofeo e alla conservazione.

L’8 giugno, decine di veicoli della polizia e circa 700 funzionari sono arrivati a Loliondo – nella Tanzania settentrionale, vicino al famoso Parco Nazionale del Serengeti – per demarcare un’area di 1.500 kmq di terra masai e trasformarla in un’Area Protetta. Il 10 giugno hanno sparato ai Masai che protestavano contro i tentativi di sfratto: almeno 18 uomini e 13 donne sono stati colpiti con armi da fuoco, mentre 13 persone sono state ferite con i machete. È stata confermata la morte di una persona.

Video e foto diffusi ampiamente sui social media mostrano un attacco indiscriminato e letale su coloro che protestavano.

Adesso la polizia sta andando casa per casa nei villaggi masai, picchiando e arrestando chi ritiene abbia diffuso le immagini delle violenze o abbia preso parte alle proteste. Un uomo di 90 anni è stato picchiato dalla polizia perché il figlio era accusato di aver filmato la sparatoria. In uno solo dei villaggi, almeno 300 persone, compresi bambini, sarebbero scappati nel bush. Una decina di persone sono state arrestate.

Le violenze degli ultimi giorni sono solo l’ultimo di una lunga serie di tentativi fatti precedentemente dalle autorità della Tanzania per sfrattare i Masai dalla loro terra, a Loliondo, e far spazio al turismo dei safari e alla caccia da trofeo. A ottenere il controllo e la gestione della caccia commerciale nell’area sarebbe la Otterlo Business Company (OBC, basata negli Emirati Arabi) – che organizza spedizioni di caccia per la famiglia reale degli Emirati e i suoi ospiti.

“Il nostro governo ha deciso di sguinzagliare tutta la potenza dei militari per cacciarci dalla nostra terra, lasciando molti feriti per i colpi di arma da fuoco e i bambini a vagare nel bush. Noi ci siamo spostati a dormire nel bush” ha spiegato un leader masai, che resta anonimo per motivi di sicurezza. “Il governo rifiuta di curare i feriti. Molte persone sono senza cibo. E questa è la nostra terra ancestrale. Prendere la nostra terra per far spazio alla caccia da trofeo di lusso dei leader degli Emirati Arabi, è una cosa barbara.”

“Amo questo luogo perché è la mia casa…” ha detto un altro uomo masai. “Vogliono la nostra terra perché abbiamo fonti d’acqua, e le abbiamo perché le proteggiamo. Conviviamo con la fauna da generazioni.”

“Non vogliono i Masai perché le persone che vengono qui non vogliono vedere i Masai. Prima non pensavamo molto al turismo (o comunque non in senso negativo), ma ora abbiamo capito che turismo significa che arrivano persone con i soldi, il che induce il governo a concludere che ‘Se spostiamo i Masai, di persone con i soldi ne verranno di più’.”

La Germania è un’importante finanziatrice di progetti di conservazione in Tanzania ed è ampiamente coinvolta nella definizione delle politiche di conservazione nel paese, che hanno già causato lo sfratto di migliaia di indigeni. La Frankfurt Zoological Society finanzia guardaparco e funzionari, alcuni dei quali – secondo i Masai – hanno preso parte agli ultimi sfratti.

“Ciò che è in corso a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il vero volto della conservazione" ha detto oggi Fiore Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti, dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che una continuazione del passato coloniale.”

“La violenza che vediamo in Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo. “Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della ‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e inefficace, e deve cambiare immediatamente.”

Note ai redattori:
- Il governo della Tanzania sta cercando di creare un’Area Protetta di 1.500 kmq nelle terre masai. Sarà destinata a caccia sportiva (sotto il controllo della Otterlo Business Corporation), conservazione e turismo dei safari.
- La nostra ricercatrice Fiore Longo è appena rientrata da una missione su campo ed è disponibile per approfondimenti o interviste in italiano.

https://www.survival.it/notizie/13081

 

 

Indagine in India: I “trasferimenti volontari” dalle Riserve delle Tigri sono stati sfratti forzati

 

Tribù di raccoglitori di miele protesta per il diritto a tornare nella Riserva delle Tigri di Nagarhole

I popoli indigeni che vivono nella nota Riserva delle Tigri di Nagarhole, e che secondo quanto affermano le autorità si sarebbero trasferiti volontariamente fuori dalla riserva, sono in realtà stati sfrattati con la forza. A rivelarlo è un rapporto diffuso in questi giorni da Fridays for the Future Karnataka e altri.

Gli sfratti sono stati eseguiti dal Dipartimento indiano alle Foreste, con il supporto della Wildlife Conservation Society (WCS, organizzazione legata allo Zoo del Bronx di New York). La WCS insiste nell’affermare che si tratta di ‘trasferimenti volontari’ vantaggiosi anche per le tribù che, sempre secondo la WCS, nella foresta vivevano nella paura costante della fauna selvatica.

Il team di ricerca ha intervistato molti Jenu Kuruba che hanno invece detto che non era loro intenzione andarsene ma che sono stati minacciati e perseguitati per farlo; anche tramite la distruzione delle loro coltivazioni da parte del Dipartimento alle foreste.

Quello che oggi è il Nagarhole National Park & Tiger Reserve, a Karnataka, fu creato nel 1983 nelle terre ancestrali dei Jenu Kuruba e di altre tribù. È una delle mete più popolari dell’India per i safari della tigre.

L’indagine ha rivelato che:

- Molti Jenu Kuruba chiedono di tornare ai loro villaggi originari, che ora si trovano all’interno della riserva.
- Gli sfratti li hanno privati del diritto di pregare le loro divinità nella foresta. Il Dipartimento alle Foreste gli impedisce di tornare nella foresta per praticare la loro religione.
- Le promesse fatte dal Governo durante il trasferimento non sono state mantenute. Molti Jenu Kuruba stentano a sopravvivere nei centri di reinsediamento e la maggior parte di loro non ha nemmeno avuto i 3 acri (1,2 ettari) che gli erano stati promessi.

“La nostra richiesta è una sola: lasciateci tornare” ha detto Ganguamma, sfrattato nel 2018. “Non abbiamo bisogno di niente da voi. Possiamo vivere per conto nostro all’interno della foresta, come abbiamo fatto per generazioni. Le tigri e gli elefanti non ci attaccano perché sono la nostra famiglia. A Nagarhole eravamo più felici e in salute, stavamo bene.”

“Siamo cresciuti nella foresta e abbiamo condiviso la foresta con gli animali selvatici, per questo noi non abbiamo paura di loro e loro non distruggono le nostre coltivazioni” ha detto JD Jeyappa, un altro uomo Jenu Kuruba. “Sono le persone del Dipartimento alle Foreste che ne hanno paura, e sono loro che distruggono le nostre coltivazioni.”

Basava Raju, un anziano Jenu Kuruba che nel 2014 è stato “trasferito” a 100km dalla riserva, ha detto: “Questi non sono campi di reinsediamento, sono luoghi per ucciderci, uccidere le nostre radici nella foresta, uccidere la nostra cultura e le nostre divinità sacre.”

Queste le richieste degli autori del rapporto:

- Fermare completamente i continui tentativi di sfrattare altri Jenu Kuruba.
- Permettere ai Jenu Kuruba che lo vogliono, di fare ritorno ai loro villaggi originari.
- Riconoscere i diritti forestali dei Jenu Kuruba.

“Questo rapporto mostra la realtà della conservazione-fortezza che sta distruggendo le vite dei popoli indigeni in Africa e Asia. I Jenu Kuruba sono stati sfrattati illegalmente e costretti a vivere vite miserabili nei campi di reinsediamento” ha detto oggi Sophie Grig, ricercatrice di Survival International. “È stato violato persino il loro diritto costituzionale di praticare la loro religione. Molti non ne possono più e rivendicano il diritto a tornare nei loro villaggi nella foresta. Questo modello di conservazione coloniale è disastroso per le persone e per il pianeta, e deve essere fermato.”

https://www.survival.it/notizie/13001

 

 

sabato 18 giugno 2022

Tanzania: decine di Masai feriti e arrestati, a migliaia in fuga. Li vogliono sfrattare per far spazio a safari, caccia sportiva e ‘conservazione’

 

Migliaia di Masai sono scappati dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da parte della polizia: i Masai protestavano contro i tentativi del governo di sfrattarli per far spazio alla caccia da trofeo e alla conservazione.

L’8 giugno, decine di veicoli della polizia e circa 700 funzionari sono arrivati a Loliondo – nella Tanzania settentrionale, vicino al famoso Parco Nazionale del Serengeti – per demarcare un’area di 1.500 kmq di terra masai e trasformarla in un’Area Protetta. Il 10 giugno hanno sparato ai Masai che protestavano contro i tentativi di sfratto: almeno 18 uomini e 13 donne sono stati colpiti con armi da fuoco, mentre 13 persone sono state ferite con i machete. È stata confermata la morte di una persona.

Video e foto diffusi ampiamente sui social media mostrano un attacco indiscriminato e letale su coloro che protestavano.

Adesso la polizia sta andando casa per casa nei villaggi masai, picchiando e arrestando chi ritiene abbia diffuso le immagini delle violenze o abbia preso parte alle proteste. Un uomo di 90 anni è stato picchiato dalla polizia perché il figlio era accusato di aver filmato la sparatoria. In uno solo dei villaggi, almeno 300 persone, compresi bambini, sarebbero scappati nel bush. Una decina di persone sono state arrestate.

Le violenze degli ultimi giorni sono solo l’ultimo di una lunga serie di tentativi fatti precedentemente dalle autorità della Tanzania per sfrattare i Masai dalla loro terra, a Loliondo, e far spazio al turismo dei safari e alla caccia da trofeo. A ottenere il controllo e la gestione della caccia commerciale nell’area sarebbe la Otterlo Business Company (OBC, basata negli Emirati Arabi) – che organizza spedizioni di caccia per la famiglia reale degli Emirati e i suoi ospiti.

“Il nostro governo ha deciso di sguinzagliare tutta la potenza dei militari per cacciarci dalla nostra terra, lasciando molti feriti per i colpi di arma da fuoco e i bambini a vagare nel bush. Noi ci siamo spostati a dormire nel bush” ha spiegato un leader masai, che resta anonimo per motivi di sicurezza. “Il governo rifiuta di curare i feriti. Molte persone sono senza cibo. E questa è la nostra terra ancestrale. Prendere la nostra terra per far spazio alla caccia da trofeo di lusso dei leader degli Emirati Arabi, è una cosa barbara.”

“Amo questo luogo perché è la mia casa…” ha detto un altro uomo masai. “Vogliono la nostra terra perché abbiamo fonti d’acqua, e le abbiamo perché le proteggiamo. Conviviamo con la fauna da generazioni.”

“Non vogliono i Masai perché le persone che vengono qui non vogliono vedere i Masai. Prima non pensavamo molto al turismo (o comunque non in senso negativo), ma ora abbiamo capito che turismo significa che arrivano persone con i soldi, il che induce il governo a concludere che ‘Se spostiamo i Masai, di persone con i soldi ne verranno di più’.”

La Germania è un’importante finanziatrice di progetti di conservazione in Tanzania ed è ampiamente coinvolta nella definizione delle politiche di conservazione nel paese, che hanno già causato lo sfratto di migliaia di indigeni. La Frankfurt Zoological Society finanzia guardaparco e funzionari, alcuni dei quali – secondo i Masai – hanno preso parte agli ultimi sfratti.

“Ciò che è in corso a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il vero volto della conservazione" ha detto oggi Fiore Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti, dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che una continuazione del passato coloniale.”

“La violenza che vediamo in Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo. “Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della ‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e inefficace, e deve cambiare immediatamente.”

Note dei redattori:
- Il governo della Tanzania sta cercando di creare un’Area Protetta di 1.500 kmq nelle terre masai. Sarà destinata a caccia sportiva (sotto il controllo della Otterlo Business Corporation), conservazione e turismo dei safari.
- La nostra ricercatrice Fiore Longo è appena rientrata da una missione su campo ed è disponibile per approfondimenti o interviste in italiano.

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