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giovedì 17 aprile 2025

Tornare a giocare alla vita di paese - Amedeo Spagnuolo

Vivo in una delle centinaia di piccole città abbarbicate sulle colline dell’interno della nostra penisola che un tempo rappresentavano la vera ricchezza del nostro paese, il tratto distintivo che caratterizzava la cultura e la civiltà italiane.

Devo dire che vivere in questi luoghi diventa sempre più difficile sia dal punto di vista economico – sociale sia per quanto riguarda la condizione psicologica piuttosto complessa che, come un’epidemia, sta interessando migliaia di persone, soprattutto tra la popolazione giovanile.

Infatti, lo spunto principale per scrivere questo articolo è venuto proprio dalla chiacchierata che mi sono fatto di recente con un mio ex alunno, diplomatosi da poco e alla ricerca di un posto di lavoro temporaneo, nel suo caso si trattava di un colloquio sostenuto con il titolare di un grosso bar del centro di Nuoro, una delle piccole città dell’interno di cui si parlava in precedenza, in questo caso isola nell’isola essendo collocata nel Centro Sardegna, un territorio che sta, gradualmente per essere abbandonato dai suoi abitanti alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.

Tornando al dialogo con il mio ex alunno, devo confessare che esso ha provocato in me una profonda tristezza che ho faticato non poco a cacciare via. In sostanza Antonio, nome di fantasia ovviamente, mi ha detto che la sua principale ambizione è “scappare a gambe levate” da Nuoro, ho citato alla lettera perché tale affermazione non mi ha sorpreso avendola ascoltata già da tanti altri giovani nuoresi, piuttosto la malinconia dalla quale sono stato assalito, dopo aver ascoltato quelle parole, è venuta fuori da una mia riflessione successiva e cioè: com’è possibile che un ragazzo di vent’anni provi tanto astio nei confronti del luogo che, in fin dei conti, lo ha formato e lo ha fatto diventare un giovane uomo.

Infatti, nelle sue parole non c’è stato nessun momento in cui ho avuto la soddisfazione di sentire che so, “certo a Nuoro non c’è niente però ci sono cresciuto e ho fatto le mie prime esperienze importanti di vita e quindi sono molto affezionata ad essa”.

Non vorrei essere frainteso, capisco benissimo cosa voleva dire Antonio, nelle sue parole non dette si evidenziava la rabbia per essere nato in una cittadina e in una regione che lo stavano costringendo ad una forma di sradicamento molto dura, non semplice da metabolizzare. Purtroppo questa è la realtà che sta interessando non solo il centro Sardegna bensì tutte le zone interne del nostro paese, si assiste ad una fuga verso le grandi città che continuano ad ingrossarsi, a diventare delle mostruose megalopoli cupe e inquinate dove milioni di persone vivono i loro affanni ammassati uno addosso all’altro e in condizioni di vita piuttosto precarie e forse con un tasso di solitudine percepita superiore a quando vivevano nei loro piccoli paesi d’origine.

Mi rendo conto che fare una passeggiata per le strade di Nuoro, soprattutto in alcuni giorni della settimana e durante alcune ore può essere un’esperienza piuttosto deprimente, ma avrei voluto dire ad Antonio che fare la stessa passeggiata in una grande città del nord, in mezzo a migliaia di persone che manco ti vedono può essere altrettanto deprimente, se non di più.

Insomma, io credo che lo spopolamento e la desertificazione culturale e sociale  delle zone interne non sia un evento ineluttabile, credo piuttosto che, come sempre, almeno per quanto riguarda la realtà italiana, la scomparsa di una classe politica dignitosa e all’altezza della situazione abbiano portato a delle scelte scellerate che hanno, se non altro, contribuito in maniera determinante a disperdere un immenso patrimonio socio – culturale che si era sviluppato faticosamente nei nostri piccoli borghi in cambio di una crescita tumultuosa di alcune grandi città sempre più sporche e sempre più invivibili.

Quando faccio questi discorsi, io che non sono nemmeno nuorese, o meglio sono un nuorese acquisito, mi sento rispondere che se la gente va via non si può pretendere di tenere in piedi scuole, ospedali, banche e uffici postali.

A queste osservazioni è facile rispondere con una domanda semplice semplice: ma non sarà proprio perché chiudiamo tutto che la gente scappa? Insomma Nuoro, il Centro Sardegna, le zone interne dell’Italia tutta, si stanno svuotando a causa di una precisa e scellerata scelta politica che risponde alle esigenze predatorie del tecnocapitalismo dominante in questi ultimi decenni.

Pensate che il nesso proposto sia la solita forzatura di un veteromarxista incallito? Non credo proprio e cerco di spiegarvelo. Il tecnocapitalismo trova terreno fertile in pochi poli urbani nei quali si concentrano le attività economico – sociali, questo perché all’interno di questi poli che stanno diventando vere e proprie “megalopoli” si trovano infrastrutture tecnologiche, università, startup e grandi aziende. Le zone interne che sono sprovviste di questi strumenti diventano quindi sempre più marginali.

L’automazione tipica della produzione tecnocapitalista, riduce, se non spazza via completamente, il lavoro agricolo e artigianale. Le nuove professioni digitali richiedono competenze che si trovano molto più facilmente nei centri urbani.

La voracità tecnocapitalista per raggiungere i propri scopi, con la sua potenza, smantella le reti locali per favorire le piattaforme globali, in questo modo, per esempio, Amazon rimpiazza i negozi, Airbnb gli alberghi famigliari. È ovvio che questo processo scellerato sottrae ricchezza e autonomia economica alle comunità locali.

Teoricamente il ripopolamento delle zone interne potrebbe essere favorito dal lavoro da remoto, ma tutto ciò richiede infrastrutture digitali e importanti investimenti economici che la nostra miope classe politica non vede e non è capace di mettere in atto nelle zone interne.

Bisogna dire che alcune zone interne sono state “salvate” dal turismo legato a piattaforme digitali, ma il rischio è che questa prassi dia vita a un’economia dipendente e stagionale incapace d’invertire la tendenza allo spopolamento.

Dunque hanno ragione i nostri pseudopolitici? Per le zone interne il processo di spopolamento e dunque la fine di centinaia di comunità che hanno prodotto cultura e civiltà è irreversibile? Assolutamente no, a patto che, come abbiamo detto e ripetuto tante volte sulle pagine di questo giornale, ci sia una reale volontà politica dei nostri amministratori, di fare che?

Investimenti pubblici in connessioni digitali e servizi di base necessari al corretto funzionamento dell’intera rete locale; Interventi politici finalizzati ad attrarre nomadi digitali e giovani imprenditori; potenziare le reti di economia solidale e circolare fondate su tecnologie adeguate alle esigenze delle comunità locali; Promuovere, finalmente, l’uso sociale della tecnologia come nel caso, ad esempio, delle cooperative digitali.

"Quando si torna a stare in un piccolo centro, dopo la grande città, ci si convince che lì sarà tutto più facile e gestibile, quasi come se la gente si fosse radunata e avesse deciso di «giocare alla vita di paese». Si arriva a credere che in un posto così non possa morire nessuno". (Alice Munro)

da qui

venerdì 1 marzo 2024

C’era una volta il medico di famiglia - Amedeo Spagnuolo

 

Ricordo con grande affetto il dott. Maida, il medico che per anni ha seguito la mia famiglia di origine quando vivevo ancora a Napoli.

Era una persona eccezionale, instancabile e capace di empatizzare con i propri pazienti in maniera straordinaria. Ricordo perfettamente il suo studio medico, era spartano, l’unico vezzo che si era concesso era una statuina di ceramica di un medico con camice bianco e sfigmomanometro appeso al collo con un’espressione simpatica, un bel sorriso su di un viso rubizzo. Quella statuina aveva su di me un effetto quasi miracoloso poiché, essendo io un bambino un po’ fifone per quanto riguarda le visite mediche (ma chi non lo è), alla vista di quella statuina sorridente che mi guardava, la mia tensione si scioglieva e la visita del dott. Maida diventava “sopportabile”.

Il suo studio era sempre pieno all’inverosimile, le attese erano lunghissime e favorivano lunghe chiacchierate tra i pazienti in attesa, per cui andare dal dott. Maida significava anche socializzare e questo rendeva tutto meno spiacevole, considerando che ci si trovava nella sala di attesa di un medico. La sua capacità diagnostica era impressionante, negli anni che è stato il nostro medico di famiglia e dunque anche il mio medico, quindi dalla mia infanzia (avevamo anche un pediatra, ma noi ci fidavamo di Maida) fino agli anni dell’università, non l’ho mai visto sbagliare una diagnosi.

Ci visitava in maniera scrupolosa e dopo qualche minuto ci diceva con sicurezza qual era il problema, per fortuna problemi quasi sempre semplici da risolvere, tranne che in un’occasione e cioè quando mia sorella, durante l’adolescenza, venne assalita da dolori terribili e nessuno dei numerosi specialisti dai quali Maida ci aveva mandato erano riusciti a risolvere nulla. Durante una delle terribili notti nelle quali le urla di dolore di mia sorella erano a dir poco insopportabili, in più di un’occasione io mi chiudevo in bagno e mi tappavo le orecchie per non sentirla, mio padre preso dalla disperazione, prima di portare mia sorella all’ospedale la quale ne aveva terrore, non sapendo cosa fare, verso mezzanotte, chiamò a casa del dott. Maida, si proprio così, a quei tempi c’erano medici che lasciavano ai loro pazienti il numero privato di casa, non essendoci ancora i telefoni cellulari. Il dott. Maida non abitava molto lontano da noi per cui dopo un po’ lo vedemmo arrivare trafelato a casa con la sua borsa di cuoio e con ancora il pigiama addosso!

Ve la immaginate oggi una cosa del genere? Comunque sia, il nostro caro dottore essendosi accorto della profonda angoscia che attanagliava i miei genitori a causa di quei dolori indicibili dei quali non si riusciva a comprenderne le cause, prese l’iniziativa e disse: «Va bene, adesso basta, visto che i “professori” finora non hanno capito nulla, mi assumo io la responsabilità, da stasera stessa cominciate questa terapia e non vi preoccupate più, credo di aver capito la causa di questi dolori». A noi sembrò un miracolo, già dal giorno dopo mia sorella stava meglio e nel giro di pochi giorni guarì completamente.

La storia del dott. Maida è stata immortalata in un libro che ne descrive tutta la sua passione per la medicina e il profondo spirito di solidarietà che animava la sua professione. Tempo fa mi sono procurato questo libro e ho letto un aneddoto incredibile, pare che il dott. Maida, agli inizi della sua carriera, girasse per le strade più povere di Napoli per curare chi non aveva nemmeno i soldi per comprare i farmaci, talmente tante sono state le persone aiutate da questo medico che ancora oggi a Napoli si parla di lui. Pochi mesi fa il mio medico, qui a Nuoro, è andato in pensione, per molti aspetti mi ricorda il dott. Maida, anch’egli è un medico che non ha perso il “vizio” di visitare i pazienti, evita accuratamente le diagnosi telefoniche e, udite udite, quando ce n’era bisogno veniva a casa a visitarti.

Quando è arrivata la telefonata con la quale ci comunicava che da lì a poco non sarebbe stato più il nostro medico (altro aspetto eccezionale, molti svaniscono nel nulla e se ne perdono le tracce) siamo stati presi, innanzitutto dalla tristezza poiché con lui si era instaurato un bel rapporto umano e, in secondo luogo, siamo stati assaliti dal panico poiché conoscendo la situazione nuorese e non solo, avremmo rischiato di rimanere senza medico di base e, infatti, quando sono andato all’ufficio dell’ASL preposto per il cambio del medico mi è stato detto che gli unici medici disponibili erano a Dorgali un paese della provincia che dista da Nuoro circa trenta chilometri. Poi, fortunatamente, una farmacista amica ci ha dato il nome di un medico che forse aveva qualche posto che si era liberato di recente. Mi ricordo che io e mia moglie, senza pudore, siamo andati a bussare alla porta di questo medico e nel frattempo riflettevo su quante cose erano cambiate nella sanità italiana dai tempi del dott. Maida. Comunque, per nostra fortuna, abbiamo trovato un medico gentilissimo che, probabilmente, quando ci ha visto davanti alla sua porta a chiedere disperati se ci prendeva, deve essersi impietosito e ci ha detto subito di si.

Ecco, questo è un esempio, e nemmeno il più grave, di come i cittadini italiani, quotidianamente devono districarsi tra le inadempienze causate dalla totale incapacità di programmazione dei politici che governano la regione Sardegna, ma leggo che, per quanto riguarda la sanità, è ciò che sta accadendo in tutta Italia. Il nostro non è un paese giusto, purtroppo dobbiamo ammetterlo, e fa molta rabbia che tale giustizia potrebbe essere più ampia semplicemente scegliendo una classe politica adeguata. Mi preme però ricordare ancora l’eroico dott. Maida che, dopo aver seguito migliaia di pazienti a Napoli, contemporaneamente, non abbondonò mai la moglie che a causa di una malattia rimase immobile a letto per anni assistita da quest’uomo che curava semplicemente perché lo riteneva un suo dovere.

Molti anni dopo, quando non vivevo più a Napoli, venni a sapere dai miei della morte terribile del dott. Maida, un tumore facciale che gli devastò quel viso sempre sorridente e confortante, i miei genitori che erano andati a trovarlo poco tempo prima che morisse mi dissero che per la prima volta lo videro piangere, ma non piangeva per lui, pensava alla moglie che avrebbe continuato, in completa solitudine, a vegetare in un letto d’ospedale.

da qui

sabato 7 maggio 2022

Rassegnazione - Amedeo Spagnuolo

 

Sono arrivato a Nuoro circa 25 anni fa, in questi anni ho assistito a una spaventosa crisi che anno dopo anno ha ridotto il capoluogo barbaricino a una cittadina che sopravvive solo grazie al settore terziario.

Gli uffici, le scuole, ciò che rimane dell’ospedale, qualche banca, i dipendenti pubblici e privati tengono ancora in piedi questa piccola città che ha sfornato negli anni personalità di livello nazionale e internazionale e che ha contribuito non poco a dare lustro all’Italia intera. Eppure adesso tutti i settori: economico, sanitario, culturale ecc. annaspano e sopravvivono solo grazie alla volontà di pochi coraggiosi che nei diversi ambiti si rifiutano di accettare l’idea che ormai non ci sia nulla da fare e che sarebbe meglio abbandonare al proprio destino quella che un tempo fu definita, a ragione, l’Atene sarda.

L’economia nuorese è caratterizzata da centinaia di chiusure di attività commerciali di ogni genere, è sufficiente farsi una passeggiata per le vie del centro per rendersi conto del deserto economico che si sta espandendo inesorabilmente, dove c’era una florida libreria sempre piena di gente che con la testa china sui libri sceglieva con gioia e interesse cosa leggere adesso ci sono saracinesche abbassate ormai arrugginite; l’elegante esercizio di abbigliamento nel quale era possibile acquistare un bel vestito e nel frattempo socializzare con il simpatico negoziante che tra una battuta e l’altra sapeva consigliarti il capo che meglio si poteva adattare alle tue esigenze ora non è più nulla e il cartello affittasi si è ormai ingiallito; la bella concessionaria nella quale si entrava spesso solo per ammirare i nuovi modelli di automobili, oramai ha chiuso i battenti da tempo.

L’aspetto più deprimente di tutto ciò è che al posto di queste e tante altre attività che non posso per motivi di spazio citare in questo articolo, al posto loro, dicevo, non c’è più nulla, solo luoghi chiusi e abbandonati che fanno stringere il cuore pensando agli esercenti e ai loro dipendenti che fino a qualche anno fa contribuivano a rendere vitale il tessuto economico della città. La cosa però che mi colpisce di più è la rassegnazione con la quale tutti noi che abitiamo qui accettiamo questo stato di cose. Dall’economia alla tutela della salute, la situazione peggiora e ciò sembra impossibile da credere. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’attacco più duro e nefasto alla sanità nuorese, reparti d’eccellenza che vengono chiusi, medici che vanno in pensione e non vengono sostituiti, liste d’attesa per le visite specialistiche che pretendono di far aspettare per anni tante persone che avrebbero bisogno urgentemente di una visita.

E anche in questo caso si potrebbe continuare per ore nell’elenco del disfacimento della sanità pubblica nuorese. Ma anche in questo caso si rimane allibiti soprattutto per il modo in cui ormai se ne parla in città, ancora con rassegnazione come se si trattasse di un evento ineluttabile al quale ormai non ci si può più opporre. Vogliamo parlare della situazione scolastica nel nuorese? Parliamone, nei piccoli centri le scuole chiudono costringendo i bambini che vivono in quei luoghi a lunghi viaggi mattutini in vecchi scuolabus per raggiungere la scuola più vicina. A Nuoro gli accorpamenti selvaggi dei diversi istituti incidono notevolmente sulla qualità dell’istruzione. I ragazzi a scuola pur riconoscendo lo sforzo e la dedizione della maggioranza degli insegnanti che operano in questi territori non vedono l’ora di scappare via consapevoli di vivere in un luogo che muore ogni giorno e non gli lascia nessuna possibilità per pensare a costruire un futuro in queste terre. Leggo nei loro occhi ancora tristezza e rassegnazione, non vorrebbero andare via, ma non hanno alternative, cos’altro possono fare?

Lavoro, sanità, scuola i capisaldi della democrazia, i settori che determinano la civiltà di una nazione, nel nuorese sono sotto attacco da anni. “Ci siamo opposti per anni a questa sciagurata azione di smantellamento” – mi dicono tante persone che vivono a Nuoro e che hanno militato in associazioni, partiti, sindacati che negli ultimi anni ho ascoltato con attenzione – “adesso non ce la facciamo più, siamo esausti, cerchiamo di salvare il salvabile, per il resto non sappiamo più cosa fare”. Rassegnazione, ancora rassegnazione anche dove questa parola dovrebbe essere bandita poiché se alzano bandiera bianca le forze sociali allora significa che ci troviamo di fronte a un fenomeno irreversibile. Certo ciò non accade solo nel nuorese, tutte le aree interne italiane stanno subendo lo stesso destino, ma nel centro Sardegna la situazione è ancora più critica perché si tratta di un territorio che è un’isola dentro l’isola abbandonata da anni dal governo di Roma.

Come siamo arrivati alla rassegnazione generalizzata, come è stato possibile che l’unica provincia, la Stalingrado sarda, che ha sostanzialmente resistito al dilagare nell’isola della sciagura leghista e della destra antidemocratica adesso si ritrovi a fare i conti con il peggior nemico del cambiamento, la rassegnazione. Il fatto è che il nostro avversario, il capitalismo selvaggio e arrogante è sempre più forte e pervasivo e ha approfittato in maniera astuta dell’arretramento della sinistra italiana su posizioni di neocentrismo ben rappresentate dal PD e dal renzismo.

D’altro canto quella che si definisce, a torto o a ragione, la sinistra autentica, non sa fare altro che arroccarsi su posizioni parcellizzate per cui ci ritroviamo, ad esempio, ad avere dieci partitini comunisti divisi e litigiosi e non riusciamo a far rinascere una grande forza politica autenticamente socialista che possa opporsi con forza, come faceva un tempo, con tutti i suoi limiti, il vecchio PCI, alla devastazione della democrazia e, dunque, allo smantellamento della vita sociale, economica e culturale nelle zone svantaggiate dell’interno della nostra isola e dell’Italia intera.

Intanto, al momento, in attesa che succeda qualcosa di straordinario, la storia c’insegna che ciò spesso accade, resisto, resisto con tutte le mie forze alla rassegnazione!

da qui