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domenica 6 maggio 2018

Lavorare fa male alla salute - Giorgio Nebbia


“Lavorare fa male alla salute”. E’ il titolo di un libro scritto da Jeanne Stellman e Susan Daum, pubblicato nel 1973 e subito tradotto in italiano da Feltrinelli, una amara e spietata denuncia delle tante cause di morte e di dolore a cui sono esposti milioni di persone nell’ambiente delle fabbriche, dei cantieri, delle miniere.Immaginate una guerra che non risparmia donne e bambini, durante la quale, nel mondo, ogni anno, 3 milioni di persone muoiono subito e per le ferite, le mutilazioni, le lesioni e le malattie riportate per cause di lavoro, e in cui350 milioni di persone soffrono per incidenti avvenuti negli anni precedenti. Solo in Italia ogni anno i morti per il lavoro sono oltre 1000 e gli incidenti sul lavoro oltre mezzo milione. Questa guerra è in corso, continuamente, e le persone di cui parlo sono operai e contadini, guidatori di treni o navi o camion, fabbricano automobili o edifici o scavano carbone nelle miniere e pietre nelle cave. Di questi morti e feriti non esistono neanche statistiche esatte perché molti sono lavoratori non protetti, non registrati dalle agenzie delle Nazioni Unite o dai singoli governi. Spesso le morti o le malattie privano una famiglia dell’unica fonte di reddito.
Nel settembre 1943 nasceva a Roma l’associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (ANMIL) che il 19 settembre di ogni anno ricorda le vittime del lavoro. A livello mondiale la International Labour Organization ha deciso di dedicare un giorno, il 28 aprile di ogni anno, al problema dei pericoli e della sicurezza sul lavoro, quest’anno col tema della vulnerabilità dei giovani lavoratori.
Secondo il pensiero corrente sarebbe finita l’esistenza della “classe operaia”; si dedica molta attenzione all’ecologia e alla difesa della natura e dell’ambiente che sono intorno a noi. Si finisce però per dimenticare che la prima ecologia si ha nell’ambiente di lavoro dove un enorme numero di persone, alcuni miliardi nel mondo, vengono ogni giorno a contatto con le mani e col corpo con sostanze tossiche, operano in condizioni di pericolo, sono esposti a rumori e anche a sempre nuove forme di nocività.

Non si dovrebbe morire, e neanche ferirsi o ammalarsi per il lavoro, che non è una cosa astratta, il mezzo per portare a casa un salario o stipendio,ma è la più importante attività umana, quella che permette a ciascuno di noi, di muoverci, di scaldarci, di avere ogni giorno nei negozi gli scaffali pieni delle merci che desideriamo.
Si dimentica, o si fa finta di non sapere, che in ciascuna merce o sevizio (assistenza medica, mobilità, turismo, istruzione, eccetera) c’è “dentro” abilità e fatica e dolore — e anche morte — di qualche persona, donna, uomo, adulti o ragazzi, vicina o lontana. Comunque le statistiche sulle morti per il lavoro sono ingannevoli perché vengono contabilizzati solo coloro che muoiono direttamente, cadendo dalle impalcature, o colpiti da getti di metalli incandescenti, o travolti da un macchinario o da un trattore, o in breve tempo dopo l’incidente; molti altri muoiono a mesi o anni di distanza per le conseguenze dell’assorbimento, durante il lavoro, di polveri o sostanze tossiche o cancerogene.
Il caso più clamoroso è quello dei morti fra gli operai che hanno maneggiato l’amianto, una delle perverse sostanze cancerogene che da oltre mezzo secolo sono presenti intorno a noi, un lento veleno che proviene dagli isolamenti termici e acustici, da tubazioni, recipienti e tettoie di amianto-cemento, dai freni degli autoveicoli, e che continua a minare la salute di coloro che son ancora esposti all’amianto nelle operazioni di rimozione, eliminazione e smaltimento di manufatti contenenti le pericolose fibre.
L’amianto è solo una delle molte nocività presenti nell’ambiente di lavoro. Da decenni le organizzazioni dei lavoratori si battono per eliminarle; nei paesi europei solo dopo lunghe e dure lotte, dopo varie inchieste parlamentari, sono state ottenute delle leggi che migliorano (che dovrebbero migliorare) le condizioni di lavoro e diminuire i pericoli e per informare i lavoratori sui pericoli da cui sono circondati e a cui sono esposti, spesso senza saperlo. Ci sono voluti anni per eliminare i più tossici fra i solventi clorurati impiegati nelle lavanderie “a secco”, o il benzene nelle colle impiegate nella produzione di scarpe, o per imporre le maschere di protezione per gli addetti alla verniciatura a spruzzo.

Spesso le norme non sono osservate perché rallentano il lavoro o impongono maggiori costi e minori profitti “ai padroni”; purtroppo spesso il pericolo “non si vede” e non si sente e i tumori o le malattie si fanno sentire a molti anni di distanza, come si è visto nel caso dell’intossicazione da cloruro di vinile o dai fumi delle cokerie o dagli altri silenziosi veleni, tanto che è difficile, anche a fini di assicurazioni e risarcimenti e responsabilità dei datori di lavoro, riconoscerli come la vera causa di molte morti. Nocività, pericoli e veleni mutevoli nel tempo in seguito a “innovazioni” tecniche, all’uso di nuove materie prime, alla diffusione di nuove attività, come quelle che hanno a che fare con lo smaltimento dei rifiuti urbani e industriali, anch’essi di composizione mutevole a seconda della provenienza. Nelle stesse università e nei centri di ricerca ci sarebbe moltissimo da fare, per chimici, ingegneri, medici, merceologi, per aiutare i lavoratori a conoscere le sostanze pericolose con cui vengono a contatto.
I morti per il lavoro meritano al più qualche frettolosa riga nella cronaca dei giornali. Mi piacerebbe che le città, per ogni morto per il lavoro, proclamassero il lutto cittadino, dal momento che si tratta di persone che hanno dato la vita per assicurare una frazione del benessere di cui ciascuno di noi gode. Ci sono delle città in cui una via o una piazza è dedicata ai “Caduti sul lavoro”; sarebbe importante che di loro si parlasse nelle scuole, dal momento che i ragazzi di oggi sono pure i lavoratori di domani.

sabato 12 dicembre 2015

Ridurre le merci - Giorgio Nebbia

C’è un invitato di pietra alla favolosa riunione della Cop 21, la ventunesima riunione della Conferenza delle parti interessate alla limitazione dei mutamenti climatici: le merci. A Parigi per due settimane ministri, sottosegretari, scienziati, lobbysti, industriali, cercheranno di inventare strumenti fiscali, economici, incentivi e commerci per diminuire le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera dovute alle emissioni di “gas serra”, come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto, composti organici alogenati, eccetera e ai cambiamenti dei terreni agricoli e delle foreste. Si parla di oltre 40 miliardi di tonnellate all’anno di gas serra: una parte viene eliminata dall’atmosfera trascinata dalle piogge nei mari; una parte contribuisce alla fotosintesi; una parte, circa 20 miliardi di tonnellate all’anno, va ad aggiungersi ai circa 3.000 miliardi di tonnellate di gas serra che già sono presenti nei 5 milioni di miliardi di tonnellate di gas dell’atmosfera. Tenendo conto del peso specifico dei vari gas, il volume dei gas serra nell’atmosfera aumenta ogni anno di circa due unità ogni milione di volumi di gas totali (ppm).
Tutti parlano di pi-pi-emme, di aumento della temperatura terrestre, del pericolo di avanzata dei deserti, di tempeste tropicali, di fusione dei ghiacciai, di aumento del livello dei mari, ma nessuno dice esplicitamente che tutti questi guai sono dovuti alla crescente domanda di energia la quale, a sua volta, dipende, direttamente o indirettamente dai combustibili fossili. E che l’energia non è una cosa astratta, ma “serve” per produrre merci (cemento o acciaio, grano o plastica, navi o telefoni mobili, eccetera) o servizi (mobilità o sanità, o istruzione; c’è energia anche “dentro” i libri o i banchi di scuola, eccetera). Per rallentare i cambiamenti climatici non è possibile diminuire i gas serra che già sono nell’atmosfera; si può solo aggiungerne di meno ogni anno e per fare questo ogni anno bisogna usare meno energia fossile.

Molti governanti cominciano a essere spaventati dal fatto che i cambiamenti climatici comportano dei costi, necessari per risarcire i proprietari della case allagate, dei campi alluvionati, delle strade franate, e fanno arrabbiare gli elettori, e da anni si incontrano, senza successo, per arzigogolare qualche strumento fiscale o monetario o per incentivare qualche forma di energia che emetta meno gas serra: solare, eolico, o anche (chi si vede ?) nucleare. Senza contare che anche le macchine che producono elettricità o calore rinnovabili o con la fissione nucleare, proposti come soluzioni “decarbonizzate”, l’orribile neologismo, sono anche loro merci che, andando a ritroso nel ciclo produttivo che le ha fabbricate, hanno richiesto fonti energetiche fossili. Dall’albero della conoscenza non pendeva una mela ma pendevano barili di petrolio, sacchi di carbone, serbatoi di metano.
Alcuni paesi, e anche il nostro, stanno timidamente facendo qualche passo per cambiare le attuali tecnologie e gli attuali prodotti, per ottenere automobili, frigoriferi, plastica, dissalatori, centrali, abitazioni, che hanno richiesto o richiedono meno energia nella fabbricazione o nel funzionamento, che consumano un po’ meno energia per tonnellata di grano o per chilometro percorso o per chilo di cibo conservato al freddo o per metro quadrato di spazio abitabile; macchine o beni o servizi talvolta baldanzosamente pubblicizzati come “energia zero”. Niente è possibile ottenere senza energia; la natura non da niente gratis. Altri passi avanti potranno essere fatti, soprattutto se progrediranno i metodi, ancora balbettanti, di corretta misurazione del “costo energetico”, cioè della quantità di energia richiesta per unità di peso o di servizio, una operazione che richiede il contributo della Merceologia, la scienza capace di descrivere i flussi di materia e di energia e la qualità delle merci.

L’auspicabile diminuzione del costo energetico delle merci è però neutralizzata dall’aumento della loro quantità, imposto dalle regole della società dei consumi e del profitto. Se i governanti avessero una sincera intenzione di rallentare gli effetti disastrosi, e costosi, dei cambiamenti climatici dovrebbero avere il coraggio di incoraggiare la diminuzione dei consumi di merci — e quindi di energia — anche a costo di disturbare gli interessi della maggior parte degli elettori, venditori di combustibili, fabbricanti di merci, padroni e lavoratori e commercianti e gli stessi “consumatori” intossicati dalla pubblicità, complici e vittime. Se i potenti della Terra non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, si tengano le città allagate e i campi inariditi.

martedì 5 maggio 2015

Nutrire il pianeta. C’è cibo per tutti - Giorgio Nebbia

Una persona per vivere ha bisogno di cibo costituito da sostanze chimiche che vengono in parte bruciate all’interno dell’organismo, liberando l’energia necessaria per il lavoro fisico, muscolare e per le funzioni vitali, e che in parte servono a “rimpiazzare” le proteine che vengono consumate durante il lavoro biologico. Il fabbisogno alimentare giornaliero è soddisfatto con circa 3.000 chilocalorie e circa 70 grammi di proteine al giorno, di cui circa 40 di origine vegetale (cereali, legumi) e circa 30 di origine animale (delle uova, della carne, del latte, eccetera). Inoltre occorrono altre sostanze come sali minerali (almeno circa 5 grammi di cloruro sodico, il sale comune, al giorno) e poi vitamine, ormoni e alcune sostanze minori. E poi occorre acqua, almeno circa due litri al giorno con un contenuto salino che non deve superare 1 grammo di sali totali per litro. Più o meno, per persona, 500-600 chili di carboidrati e grassi, 15 chili di proteine vegetali, 10 chili di proteine animali, 2 chili di sale e 700 litri di acqua potabile all’anno.
La grande esposizione universale Expo 2015 che sarà aperta a Milano da maggio a ottobre dell’anno venturo ha scelto come tema: ”Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Un bel tema perché il problema di come nutrire una popolazione terrestre di oltre sette miliardi di persone, che aumenteranno, nei prossimi decenni, di circa 50-60 milioni all’anno, è il più grande con cui dovranno confrontarsi governanti e scienziati per molti decenni futuri. “Dove troveremo tutto il pane/per sfamare tanta gente?”, sono i versi di una famosa canzone scout che riassume la dimensione di tale problema.

Se si somma il contenuto energetico e i chili di proteine presenti in tutti i prodotti alimentari vegetali (cereali, semi oleosi, grassi, verdure, zucchero, eccetera) e animali (latte, carne, uova, eccetera) forniti dall’agricoltura e dalla zootecnia del pianeta, e si dividono questi valori per il numero di terrestri, si vede che ogni persona avrebbe a disposizione circa il doppio del fabbisogno per vivere. Il cibo arriva sulla tavola dopo un lungo cammino che comincia nei campi dove le piante elaborano, con l’energia solare, semi, tuberi, frutti, verdure appositamente coltivati a fini alimentari.
Una parte degli alimenti vegetali viene destinata all’alimentazione degli animali da allevamento, oltre un miliardo di bovini, suini, pollame che trasformano i prodotti vegetali in carne e latte e uova, contenenti proteine pregiate dotate di un valore nutritivo maggiore di quello delle proteine di origine vegetale. Con forti perdite, però, perché occorrono da 5 a 10 unità di valore alimentare vegetale per produrre appena una unità di valore alimentare animale pregiato. Inoltre in gran parte i prodotti dell’agricoltura e della zootecnia vengono trasportati, spesso a distanza di migliaia di chilometri, e poi trasformati, conservati, inscatolati dall’industria agroalimentare con perdite di sostanze preziose dal punto di vista nutritivo.
Purtroppo, però, tutte le ricchezze alimentari offerte dalla natura sono disponibili in maniera molto disuguale fra i diversi paesi e popoli. A circa un miliardo di terrestri arriva una frazione insufficiente per vivere una vita sana o addirittura per sopravvivere, perché una parte dei prodotti agricoli locali va perduta per attacco di parassiti e mancanza di tecniche di conservazione e una parte viene dirottata, dai grandi proprietari terrieri, verso i più redditizi allevamenti zootecnici o verso la produzione di carburanti “ecologici”; hanno ragione coloro che sostengono che il mais viene tolto di bocca ai poveri affamati per far correre i “suv” dei paesi ricchi.

Nello stesso tempo nei paesi industrializzati e ricchi, con circa due miliardi di abitanti, molti si ammalano perché mangiano troppo e di tutto il cibo che entra nelle famiglie, nei ristoranti, nelle mense delle comunità, circa un quarto va perduto come rifiuti nelle discariche. Sono vissuto in un tempo in cui si raccontava ai bambini l’ingenua favoletta di Gesù che scendeva da cavallo per raccogliere una briciola di pane caduta per terra. Oggi la massa di perdite e di sprechi del ciclo alimentare ammonta nel mondo ad alcuni miliardi di tonnellate all’anno, uno scandalo. Un anno fa, il 9 dicembre 2013, il Papa Francesco ha invitato le istituzioni e ciascuno di noi “a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado si scuotere il mondo”. Un ruggito, capite?
E ha continuato invitando a “diventare più consapevoli nelle nostre scelte alimentari, che spesso comportano lo spreco di cibo e un cattivo uso delle risorse a nostra disposizione”. Una denuncia che ha continuato anche tutto quest’anno, anche nell’intervento, pochi giorni fa, alla conferenza internazionale sulla nutrizione, spiegando che “la lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla priorità del mercato e dalla preminenza del guadagno che hanno ridotto il cibo ad una merce qualsiasi soggetta a speculazioni anche finanziarie”.
C’è da augurarsi che la esposizione di Milano contribuisca a far conoscere nuove strade con cui “nutrire il pianeta”, e non solo la parte ricca e opulenta, a incoraggiare una agricoltura basata sulla solidarietà e nuovi rapporti economici internazionali, a indicare come è possibile usare l’”energia per la vita”. Un ruolo importante avrebbero anche le Università e una ricerca scientifica orientata a riconoscere dove si trovano gli sprechi, come è possibile trasformare lo scarto in ricchezza, come è possibile trarre cibo di buon valore alimentare da sottoprodotti o da piante finora trascurate, come sviluppare una “tecnologia della carità”.

sabato 21 luglio 2012

Decrescita, un dibattito lungo 40 anni - Giorgio Nebbia

...Certe volte le proposte di decrescita di certe merci generano inconvenienti anche peggiori: la decrescita dei consumi di benzina attraverso la sua sostituzione con biocarburanti provoca una crescita della produzione e del consumo di prodotti agricoli che vengono sottratti agli usi alimentari. Certe altre volte la decrescita è provocata dalle stesse forze economiche perché la comparsa di altre merci e processi costringe alla chiusura di fabbriche e miniere e alla cessazione di coltivazioni, talvolta con dolore per occupati e per le loro famiglie. Abbiamo ben assistito alla decrescita e scomparsa della produzione di acciaio a Napoli e Genova; della coltivazione delle mandorle pugliesi che, mezzo secolo fa, esportavamo in tutto il mondo, o delle barbabietole nella Valle Padana.
La decrescita non è felice, ma non è neanche parolaccia. E’ una fase della vita umana, di quella economica e di quella merceologica. Chi può, fa bene a coltivare, con gioia, pomodori “bio” senza concimi e pesticidi. Nello stesso tempo i governi dei vari paesi faranno bene a emanare leggi per regolare crescita, ma anche decrescita, della produzione tenendo conto dell’inevitabile impoverimento delle riserve di risorse naturali e della fertilità del suolo, dell’aumento dell’inquinamento e del numero degli abitanti della terra, con gli scandalosi sprechi di alcuni e con la giusta aspirazione di tanti altri ad uscire da una scandalosa miseria. E faranno bene i cittadini a sollecitare e criticare i governi quando sono troppo lenti e svogliati nell’affrontare tali compiti.