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domenica 16 febbraio 2025

Macachi chiusi in laboratorio all’Università di Ferrara: chiediamo la loro liberazione

di Rete dei Santuari di Animali Liberi*


Esistono storie che non troveranno mai posto nei libri di storia, racconti di dolore e speranza soffocati dall’anonimato. Storie che rimangono celate tra le mura fredde degli stabulari, dove migliaia di animali vivono e muoiono nel silenzio di esperimenti a loro imposti. Questi animali diventano numeri e soggetti di ricerca, ma le loro storie restano sconosciute, rinchiuse in un universo di sofferenza senza testimoni.

Tra queste esistenze invisibili, ci sono sei macachi la cui vicenda, ora raccontata, potrebbe sembrare un’eccezione. Ma in realtà rappresenta solo una frazione di un dramma molto più ampio e silenzioso. Le loro storie sono solo una goccia nell’oceano di sofferenza che molti animali devono affrontare ogni giorno.

Questa è la storia di Clarabella, Eddi, Cleopatra, Cesare, Archimede e Orazio, sei primati che da molti anni vivono all’università di Ferrara.
Clarabella è nata nel 1999, ha 26 anni e da 23 anni sopravvive nello stabulario ferrarese. Cleopatra è stata rinchiusa nel 2014, come Cesare, entrambi da 23 anni rinchiusi in quelle mura. Archimede ed Eddi sono nati lì, rispettivamente nel 2005 e 2007, 20 e 18 anni di reclusione. Non conoscono altro mondo se non quello dentro e intorno alla loro gabbia, un metro cubo, al di là delle sbarre una stanza senza cielo, sole, luna, stelle, solo la luce artificiale che si accende e spegne così a differenziare il giorno dalla notte. ⁠

E poi c’è Orazio. Lui non c’è più. E’ stato sperimentato e poi ucciso. Nel 2020 fu aperto un procedimento portato avanti dall’avvocato David Zanforlini per Limav (Lega Internazionale Medici per l’Abolizione della Vivisezione) e dall’associazione Animal Liberation che vede come indagati l’ex rettore dell’università ferrarese, Giorgio Zauli, allora responsabile dello stabulario, l’attuale rettore di Unife, Laura Ramaciotti, il professore Luciano Fadiga, del Dipartimento di Neuroscienze, e il veterinario, Ludovico Scenna, membro dell’organismo che dovrebbe tutelare il benessere degli animali soggetti a sperimentazione, che ha consentito che tutto accadesse nel silenzio, senza opporsi.

Troppo spesso funziona così, in ogni ambito dove chi non può parlare è la vittima, l’oppresso. Briciole di prescrizioni inadeguate non rispettate, ignorate. Chi dovrebbe vigilare si gira dall’altra parte, non interviene, partecipa ad un sistema malato, compiacente verso chi è senza scrupoli e commette dei crimini.

Immaginate ora, provate ad essere lì con loro, in quelle gabbie.
Minuti, ore, giorni, mesi, stagioni, anni che si susseguono sempre uguali, un tempo insostenibile dell’orrore senza confini. In un metro cubo. Come mostrano le immagini catturate e diffuse da Animal Defenders.

Ma al di là dell’aspetto etico e morale che è già di per sé enorme, c’è altro: pare che le condizioni dei macachi siano ingiustificate e in contrasto con la normativa vigente. Infatti, il punto rilevante della vicenda, nonché l’appiglio legale pieno di speranza per le piccole scimmie, risiede proprio nelle condizioni di detenzione e stabulazione ingiustificabili, se non per il breve lasso di tempo dell’esperimento, non per il tempo indefinito del limbo in cui stanno vivendo sospesi, in quella che è una non vita.

Segregati e stabulati in gabbie singole, sepolti e dimenticati dentro ad una stanza dell’Università di Ferrara, senza possibilità di interagire fra loro, socializzare. Come è nella loro natura. Per questo motivo chiediamo di liberare i macachi superstiti detenuti negli stabulari dell’Università di Ferrara, chiediamo venga disposto il loro sequestro e che vengano spostati in un luogo dove vivere il tempo che a loro resta in una libertà che non sarà mai quella vera, ma dove possano arrampicarsi sugli alberi, interagire con i loro simili, vivere quel tempo che rimane scoprendo che un altro mondo esiste oltre quelle sbarre.

E chiediamo giustizia per Orazio. Che sia fatta chiarezza sulla sua tragica fine. E chiediamo ancora di porre fine alla sperimentazione animale, di finirla con quelle metodologie medievali mascherate da ricerca scientifica, di investire in metodi alternativi.

Nel 2025, con il progresso tecnologico e del sapere scientifico, non possiamo più accettare procedure obsolete e crudeli. Pensiamo che la scienza possa fare di meglio. Ricordiamo il recente caso di cronaca relativo all’Università di Catanzaro dove il mondo della ricerca non ha esitato a delinquere, utilizzando fondi pubblici per i propri tornaconti personali. Anche in questo caso sono indagati il rettore e altre personalità di rilievo.

Il 22 febbraio a Ferrara ci sarà un Corteo organizzato da Limav e Animal Liberation per esprimere dissenso e chiedere la liberazione dei macachi che alla luce di quanto sopra è sacrosanta e innegabile.
La Rete dei Santuari sarà presente. In nome della giustizia. In nome della libertà.

* La Rete dei Santuari di Animali Liberi è un network che riunisce e coordina rifugi per animali così detti da reddito, scampati all’industria della carne. Attualmente conta 26 santuari aderenti, disseminati per tutto il Paese, isole comprese. In essi, in questo preciso momento, risiedono più di 3400 animali, liberati dalla politica di dominio che agisce sugli animali nella nostra società e dall’industria zootecnica. I santuari della Rete non sono solo semplici rifugi. Sono antispecisti. Antifascisti. Per tanto si trasformano in spazi politici di resistenza, pace e libertà, in cui ogni animale torna ad essere ciò che è: ovvero una persona. Un individuo, unico al mondo.
Nei santuari si pratica la Cura e ha luogo un’economia al contrario, in cui quelli che, da tutto il mondo, sono considerati animali da reddito, diventano animali da “debito”, in quanto cessano di creare profitto e devono essere mantenuti (per cui costituiscono un impegno, un debito) da chi gestisce i santuari. E, così, gli animali che, per millenni di domesticazione, sono stati costretti a lavorare per l’uomo, si riposano e sono gli umani a lavorare per loro.

www.anmaliliberi.org, ig@retedeisantuari_official, fb @retesantuari

da qui

domenica 19 gennaio 2025

Vivisezione, 11 arresti all’Università di Catanzaro: “Animali maltratti, decapitati e uccisi negli stabulari in condizioni precarie” - Lorenzo Poli

 

Il caso

Animali torturati e decapitati nei laboratori dell’Ateneo di Catanzaro, nell’ambito di progetti finanziati dal ministero della Salute. Laboratori scientifici in precarie condizioni con la conseguenza della falsa attendibilità delle ricerche espletate. Ispezioni dell’Azienda sanitaria pilotate per coprire ogni possibile contestazione sulla gestione degli esperimenti, che venivano effettuati spesso senza alcuna precauzione in stabulari dove c’erano gabbie sporche e condizioni igieniche più che precarie. Erano stanze dell’orrore quelle dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che l’inchiesta della Procura – su indagini della Guardia di Finanza – ha portato al sequestro.

In totale sono 21 gli indagati tra docenti universitari, ricercatori e responsabili dell’Asp. I reati contestati sono di associazione per delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata ai danni dello Stato, maltrattamento e uccisione di animali. Il blitz della Guardia di Finanza è scattato ieri mattina all’Università Magna Graecia e all’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Catanzaro: 11 indagati sono finiti agli arresti domiciliari mentre un altro soggetto è stato interdetto per 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni rivestite in seno all’Azienda sanitaria.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo di due stabulari dell’Università, adibiti alla sperimentazione sugli animali per finalità di ricerca. A due indagati sono stati sequestrati oltre 23mila euro, somma che gli inquirenti ritengono sia il provento di una truffa aggravata ai danni dello Stato.

La Guardia di Finanza ha notificato 21 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta che, per la Procura di Catanzaro, ha accertato l’esistenza di un collaudato sistema illecito che consentiva agli indagati di “pilotare” le visite ispettive svolte dall’Asp presso i laboratori scientifici dell’ateneo universitario condizionandone i relativi esiti. In questo modo, l’università si sarebbe assicurata l’espletamento delle onerose attività progettuali autorizzate dal ministero della Salute.
L’indagine ha dimostrato un rapporto di compartecipazione e di reciproci favoritismi tra i due enti pubblici: l’Asp di Catanzaro quale controllore e l’università Magna Grecia quale ente controllato. Dagli atti dell’inchiesta è emerso che i vari responsabili di progetto facevano ricorso ad ingenti fonti di finanziamenti pubblici: circa 2 milioni di euro che sarebbero serviti alla copertura economica delle varie attività progettuali, costantemente garantite dall’ottenimento dell’attestazione di regolarità rilasciata “illecitamente” dai veterinari dell’Asp preposti alle ispezioni, nonostante le precarie condizioni in cui versavano i laboratori.

Criticità che, se i controlli fossero stati eseguiti correttamente, avrebbero comportato l’immediata chiusura, con la conseguente perdita dei fondi erogati per lo svolgimento della ricerca e l’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative. Secondo la Procura di Catanzaro, alla base del sodalizio c’erano i rapporti corruttivi tra alcuni indagati. Reati che avrebbero riguardato anche la redazione delle graduatorie finali di un concorso presso l’università Magna Graecia. All’esito delle procedure concorsuali, infatti, veniva dichiarata vincitrice la figlia di uno degli indagati, dirigente dell’Asp di Catanzaro. Per gli investigatori, il prezzo della corruzione sarebbe da rintracciare nelle cospicue somme di denaro che un veterinario dell’Asp di Catanzaro ha ricevuto in virtù dei numerosi incarichi di docenza illecitamente ottenuti presso l’ateneo in cambio del sistematico esito positivo delle visite ispettive dallo stesso svolte presso i laboratori scientifici della Magna Graecia.

Infine, è emerso che in realtà le attività sperimentali con animali vivi sono state effettuate, in gran parte, attraverso la violazione delle basilari norme di igiene e benessere animale. Eppure, proprio l’attività di ricerca con sperimentazione “in vivo” costituisce, se ben espletata, un passaggio fondamentale per la validazione delle ipotesi scientifiche. L’inchiesta, invece, ha consentito di riscontrare l’esistenza di un allevamento abusivo di animali da laboratorio. Un allevamento che sarebbe stato costantemente utilizzato dagli indagati per alimentare le attività di ricerca. La Guardia di Finanza avrebbe riscontrato anche alcune ipotesi di maltrattamento degli animali coinvolti nei progetti finanziati con soldi pubblici: da un lato sarebbe stata cagionata l’uccisione immotivata di animali, non autorizzata dal ministero della Salute, dall’altro sarebbe stata falsata l’attendibilità delle ricerche espletate in quei laboratori.

L’ex rettore, i suoi collaboratori i veterinari e gli ispettori
Ai domiciliari sono finiti l’ex rettore Giovambattista de Sarro, coinvolto anche in qualità responsabile scientifico di progetti di ricerca; Domenico Britti, presidente dell’organismo interno preposto al benessere animale, presidente fino al 2023 della Scuola di Farmacia e Nutraceutica che ha la diretta gestione degli stabulari. E ancora, sempre agli arresti domiciliari, Giuseppe Caparello, presidente dell’Ordine dei medici veterinari, direttore della Struttura complessa del Servizio veterinario dell’Asp dal 2018 e direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catanzaro dal 2020; Fabio Castagna, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia; Rita Citraro, sperimentatrice nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Università.

Nella lista dei destinatari del provvedimento ci sono anche Nicola Costa, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia sino al 2021; Antonio Leo, sperimentatore nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Ateneo; Giovanni Loprete, veterinario designato per lo stabulario di Germaneto;
Ernesto Palma, responsabile del benessere animale per lo stabulario di Roccelletta di Borgia e componente stabile dell’organismo preposto al benessere animale; Anselmo Poerio, veterinario convenzionato dell’Asp addetto alle ispezioni negli stabulari dell’Ateneo; Giuseppe Viscomi, veterinario dell’Asp, responsabile delle ispezioni negli stabulari Umg. Infine, misura sospensione di 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni nell’Asp per Luciano Conforto, veterinario addetti alle ispezioni negli stabulari. Tra i 21 indagati risulta anche Ciro Indolfi, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, in qualità di responsabile di un progetto di ricerca su «Modello di danno vascolare nel ratto per lo studio della restenosi coronaria nell’ arteriopatia obliterante periferica cronica». Indolfi è indagato per maltrattamento di animali.

Animali uccisi senza anestesia
Scene orribili quelle che, per gli investigatori, si consumavano tra le mura dei laboratori. Animali vivi – cavie o ratti ma anche altri di piccola taglia – torturati, sbattuti violentemente contro il muro o decapitati senza alcuna anestesia. «Le gabbie erano costantemente sporche – ha testimoniato uno degli operatori dei laboratori – e dovevamo essere noi a pulirle nonostante fosse una responsabilità dello stabularista. In un’altra testimonianza raccolta dagli investigatori: «Non sempre le procedure di soppressione venivano rispettate. Io personalmente procedevo alla soppressione solo se potevo sedare l’animale e potevo ucciderlo secondo le procedure. Ho assistito, invece, ad alcuni casi di decapitazioni di animali senza anestesia. È capitato che, a causa di ciò, gli altri ratti abbiano sentito l’odore del sangue derivante dalla decapitazione e si siano agitati. Ciò può costituire un problema anche a fini scientifici, perché se gli altri animali si agitano, oltre a diventare ingestibili, producono il cortisolo che incide sui risultati delle analisi. Infine ricordo che quando ero arrivata da poco a lavorare presso lo stabulario, mi fu raccontato che, almeno in un’occasione, per sopprimere un animale, pare venne scagliato al muro». E infine, un ultimo testimone conferma che «la procedura di decapitazione era piuttosto cruenta e gli animali erano vivi».

Federica Nin: “Il maltrattamento è strutturale e non accidentale in tutti i laboratori”
“È triste dover pensare che lo scandalo è esploso per reati principalmente finanziari.
Li hanno arrestati in quanto sono accusati anche di associazione per delinquere, corruzione e truffa ai danni dello Stato, altrimenti, per il “solo” maltrattamento animale (che è comunque contestato anch’esso) non penso che la vicenda avrebbe avuto questa risonanza. Quante cause per maltrattamento – proprio degli animali d’uso scientifico – sono finite in un flop perché per quegli animali, di serie Z, non si è ottenuta giustizia! Detto ciò è importante far emergere che non sono “incidenti di percorso”, guai prodotti da “mele marce”, bensì la punta dell’iceberg di problemi sistemici di cui si sa ampiamente, solo che solitamente non viene fuori la pistola fumante. Ora invece questa pistola fumante si vede. Ma si deve dire chiaramente che è pieno di pistole ovunque, tenute nascoste, e che questa è la realtà del sistema che si basa sulla SA/vivisezione.” – ha dichiarato a Pressenza Italia Federica Nin, socia fondatrice dell’Associazione medico-scientifica O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale e psicologa, che da anni si interessa anche di psicologia della relazione uomo-animale e di questioni di bioetica, epistemologia, filosofia morale e filosofia della scienza indirizzando le sue ricerche in particolare verso la questione del paradigma animale nella ricerca biomedica. “Un punto importante è che il maltrattamento – che comunque è strutturale in tutti i laboratori e non accidentale – fa implodere la scientificità di qualunque esperimento. Le testimonianze parlano infatti del cortisolo prodotto dagli animali (ma vale per tutti, anche quelli umani) come risposta ormonale, come reazione fisiologica allo stress e all’angoscia, sballando i risultati delle ricerche. E va aggiunto che anche lo stress da stabulazione – vera e propria prigionia -, la manipolazione da parte degli operatori e sperimentatori, le condizioni di luce, la gestione della temperatura, dell’umidità, e dell’intera situazione ambientale, alterano non solo i risultati ma anche la riproducibilità (la caratteristica fondamentale di un esperimento scientifico) delle procedure. La cattiva gestione degli orari di luce e buio è piuttosto normale in qualsiasi stabulario, soprattutto nei weekend e in tutti i festivi. E qui la scientificità va a ramengo.”
Conclude Nin: “È veramente cosa rara ed eccezionale che la verità di uno stabulario emerga all’attenzione di istituzioni e opinione pubblica. Di solito i controlli da parte delle ASP, così come emerso in questa occasione, sono concordati e pilotati, al fine di tenere tutto ben nascosto. Questa volta “il diavolo ha fatto le pentole senza i coperchi”. Spero che questo sposti significativamente il piano inclinato, da cui scivolerà giù la vivisezione.”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/15/ispezioni-pilotate-nei-laboratori-delluniversita-di-catanzaro-11-arresti-ce-anche-lex-rettore-de-sarro/7837515/
https://www.quotidianodelsud.it/calabria/catanzaro/cronache/criminalita/2025/01/15/catanzaro-blitz-anticorruzione-11-arresti-tra-i-vertici-dellumg-e-dellasp
https://video.sky.it/news/cronaca/video/arresti-catanzaro-animali-maltratti-e-uccisi-nei-laboratori-980325
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml
https://www.ilvibonese.it/cronaca/505986-cavie-uccise-sbattendole-al-muro-le-accuse-che-hanno-portato-a-11-arresti-tra-asp-e-universita-di-catanzaro/
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml?appunica=true&app_v2=true

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sabato 8 giugno 2024

Una lettera da Barry

 

La lettera che è possibile leggere tradotta in italiano da Costanza Troini per Veganzetta, è stata scritta da  durante lo sciopero della fame intraprende in carcere e che lo condurrà alla morte. La decisione di utilizzare questo metodo nonviolento ed estremo per esercitare una pressione sull’opinione pubblica e sul governo inglesi contro la vivisezione, viene spiegata attraverso questa lettera che all’epoca voleva essere un incitamento alla lotta per la liberazione animale e che oggi, dopo tanti anni, può essere interpretata anche come una sorta di testamento al quale Barry affida l’incrollabile determinazione a rendere giustizia agli Animali, che ha contraddistinto tutta la sua esistenza.


Una lettera da Barry

È più facile ogni volta vedere le ragioni del nostro insuccesso. Più facile alzare sempre le spalle e pensare che il meglio che possiamo fare sia provare, quasi come un gesto simbolico. Senza credere nel successo, il successo stesso diventa molto difficile da raggiungere, quasi impossibile. Un po’ come la Liberazione animale, davvero, un concetto impossibile. Sappiamo tuttavia che non è così, altrimenti per che cosa stiamo combattendo? Non dovremmo mai avere paura di avere successo o al solo pensiero di raggiungerlo. E non dovremmo mai avere paura di raggiungere le stelle? – se è ciò che ci vuole. Con questo sciopero della fame diciamo al Governo di questo Paese che vogliamo tutto e che non accetteremo niente di meno che il successo. Come potremmo chiedere di meno? Farlo significa condannare tantissimi animali a una vita di sofferenza e di morte. Credetemi, è giunto il momento di raggiungere quelle stelle e di cominciare a ritenere che sia possibile.

Molti dicono che questa protesta non può avere successo perché al Governo non importa, non cederanno, e non hanno alcun interesse per gli animali. Altri dicono che l’obiettivo che chiediamo è troppo, dovremmo chiedere di meno, puntare a un obiettivo più facilmente raggiungibile. Dicono che non puoi aspettarti tutto e subito: su! facciamo un passo alla volta. La mia risposta a quest’ultimo consiglio è che facciamo esattamente questo da anni oramai. Abbiamo fatto un passo alla volta lungo tutta la strada percorsa per avere giustizia nei laboratori. E ora abbiamo raggiunto il punto da dove possiamo vedere il nostro obiettivo. Non ci sono altri passi da fare tranne questo, la fase finale per l’abolizione totale della vivisezione. Non sbagliatevi: il fine di questo sciopero della fame non è pretendere qualcosa che non può essere dato. Poiché siamo ragionevoli e come tali non pretendiamo una soluzione immediata. Invece diciamo “entro un lasso di tempo concordato”. Ciò significa esattamente quello che è: nessun doppio gioco, nessuna promessa vuota, nessun accordo segreto. Dateci un termine accettabile e la vostra parola.

Al Governo del Labour Party vorrei dire questo; avete trattato il movimento per i diritti degli animali e le migliaia e migliaia di animalisti di questo Paese nel modo più spregevole. Nei mesi precedenti le elezioni avete detto tante cose belle, ci avete fatto promesse su promesse, ci avete assicurato più e più volte delle vostre sincere intenzioni nei confronti degli animali. E noi vi abbiamo creduto. Per questo motivo migliaia e migliaia di persone hanno votato per voi, felici di sapere che qui ci fosse un Governo che avrebbe finalmente mantenuto la parola data e avrebbe aiutato gli animali. Ci avete deluso profondamente e avete tradito gli animali per i quali vi siete impegnati. Non lo dimenticheremo: non basta dire che non avete ancora avuto il tempo di fare ciò che avevate promesso. Le vostre parole fin dal momento delle elezioni lo dimostrano, ci dimostrano solo mancanza di empatia per gli animali. Ci dite che non sono una priorità. Per le migliaia di persone che vi hanno votato, gli animali rappresentano invece una priorità vera e fareste bene a ricordarvelo. Dateci prova ora che siete donne e uomini degni di fiducia, che avete compassione, che siete impegnati a porre fine alla sofferenza degli animali nei laboratori di vivisezione. Parlateci di questo e noi ascolteremo ma non tradite mai più né gli animali né noi, o non dimenticheremo.

FOR ANIMAL LIBERATION ALWAYS

Barry Horne


Traduzione a cura di Costanza Troini per Veganzetta

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domenica 1 gennaio 2023

Save Ralph

 


Il coniglietto portavoce di Humane Society International, Ralph, è arrivato in Europa per portare ai governi il messaggio che è ora di fare un salto in avanti per mettere fine ai test sugli animali. #EndAnimalTesting https://hsi.org/saveralph Save Ralph (Salviamo Ralph) è un cortometraggio di animazione in stop-motion dai forti contenuti con la partecipazione di Ricky Gervais, Zac Efron, Olivia Munn, Pom Klementieff, Rodrigo Santoro, Tricia Helfer e il premio Oscar Taika Waititi per la voce di Ralph, che viene intervistato per un documentario sulla sua routine quotidiana come “cavia” in un laboratorio. Il film affronta il mondo sconosciuto della sperimentazione animale in modo originale e inaspettato, raccontando la storia di un coniglietto per far luce sulla difficile situazione di milioni di conigli e di altri animali nei laboratori. Anche se Ralph è un personaggio di fantasia, la sofferenza che sopporta è tutt'altro che inventata. Le autorità europee chiedono quantità sempre maggiori di test sugli animali, anche per ingredienti cosmetici usati in sicurezza da anni, per i quali questi test dovrebbero invece essere vietati. Tuttavia, il Parlamento europeo ha recentemente chiesto un piano d'azione a livello europeo per la transizione ai test senza lo sfruttamento di animali. Sostieni la campagna di HSI per mettere fine ai Test sugli animali https://hsi.org/saveralph


sabato 28 maggio 2022

“La vera scienza non usa animali” - Federica Nin

(intervista di Lorenzo Poli)

Il 24 aprile si è celebrata la Giornata Mondiale dedicata agli animali da laboratorio per ricordare le morti silenziose dei tanti essere senzienti torturati ed uccisi in nome di una cattiva scienza. I motivi non sono solo etici e morali, ma anche filosofici, scientifici e logici. Sperimentazione animale, vivisezioni e metodi sostitutivi nella ricerca scientifica: questi sono i temi che affronta il libro “La vera scienza non usa animali. Good Science versus Bad Science”, uscito per la ricorrenza, edito da Edizioni Oltre e scritto dal divulgatore scientifico Davide Nicastri e dalla psicologa Federica Nin, con contributi di oltre 20 professionisti del mondo biomedico, giuridico e filosofico-etico. Il libro ha la funzione di trasmettere l’idea che il vivisezionismo non è solo un problema riguardante il “benessere animale”, ma un problema di validità scientifica in quanto superato dal concetto di specie-specificità, riconosciuto persino dal Ministero della Salute italiano fin dal 21 settembre 20151. A tal proposito abbiamo intervistato Federica Nin, psicologa impegnata nella critica epistemologica e scientifica dei metodi di ricerca animal-based, oltre ad essere co-fondatrice e segretaria di OSA – Oltre la Sperimentazione Animale, associazione medico-scientifica che da anni informa sui metodi sostitutivi animal-free e segue ricercatori obiettori di coscienza.

 

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea nasce dalle domande che ci siamo posti sulla sperimentazione animale e sul fenomeno storico e attuale della vivisezione. Per esempio, perché la diversità di cure tra un canarino, un cane e un elefante, non è una differenza solo di dosi? Perché certi farmaci e sostanze ad uso veterinario che funzionano per una specie, non vanno bene per un’altra, e addirittura non sono adatte a tutte le razze di una stessa specie? Perché oltre la metà dei farmaci messi in commercio e testati su animali presentano gravi effetti collaterali? Perché capita che farmaci vengano ritirati dal commercio? Perché è pericoloso usare certi antiparassitari sui gatti mentre vanno bene per i cani? Perché possiamo mangiare il cioccolato, ma al nostro cane potrebbe risultare fatale? Perché sia gli esseri umani che i topi hanno il gene che permette al topo di sviluppare la coda, ma noi non abbiamo la coda? E perché…? E la domanda cruciale: la sperimentazione su animali è ancora “un male necessario”? A noi non risulta. Anzi, con le forze schierate in campo a favore della sperimentazione animale, i denari e le risorse umane impiegate, francamente non si può non stupirsi che siamo ancora così indietro con la cura e la guarigione di moltissime delle malattie che ci affliggono. E inoltre ci siamo chiesti perché non diffondere e favorire nuovi modi di fare il bene degli umani senza passare attraverso il male degli animali. Così abbiamo deciso di chiedere lumi a rappresentanti del mondo scientifico e biomedico domandando loro di raccontarci tre cose: come hanno scoperto l’esistenza della sperimentazione animale e maturato la loro posizione al riguardo, le informazioni e opinioni che in base alle loro competenze ed esperienze ritengono importante o utile far conoscere, e secondo loro a che punto siamo nella strada per il superamento e l’abbandono di questo metodo, quali siano i passi fondamentali da fare e chi li dovrebbe fare. Poiché la sperimentazione animale non è solo una questione scientifica, ma anche giuridica, politica, economica, morale, filosofica, sociale eccetera, abbiamo pensato di destinare due piccole sezioni anche a testimoni rispettivamente del mondo giuridico e del mondo filosofico ed etico, rivolgendo loro le medesime domande.

Il libro nasce anche dal desiderio di rompere quel muro che fa sì che ormai la maggior parte delle persone sia abituata a sentire parlare delle questioni etiche derivanti dall’uso di animali non umani nella ricerca biomedica, nei test della scienza in generale, ma non abbia familiarità col fatto che ci sono anche problemi scientifici con la pratica: perché questa è Bad science, cattiva scienza, anche nel senso scientifico, dato che è difficile trasferire all’uomo i risultati ottenuti su esseri viventi profondamente diversi sul piano anatomico, fisiologico e, conseguentemente, farmacologico. Lo dimostra il fatto che gli effetti negativi dei medicinali spesso emergono non durante la sperimentazione animale, ma in seguito, nel corso dell’impiego medico. Nonostante tutti gli accorgimenti adottati, un margine d’incertezza permane, tant’è vero che tutti concordano nel ritenere cruciali non le prove di attività e sicurezza effettuate sull’animale, bensì la sperimentazione sull’uomo.

Inoltre, i modelli animali sono fuorvianti, perché riproducono i sintomi e le manifestazioni esteriori delle malattie, non le loro cause. Di conseguenza, hanno favorito e tuttora consentono solo l’avvento di medicinali sintomatici, anziché curativi.

 

Quale giustificazione scientifica hanno la sperimentazione animale e la vivisezione?

Ci sono motivi pratici, legali, burocratici, economici, finanziari, storici, politici, culturali, di prassi, di routine… per perseverare con la sperimentazione animale, ma giustificazioni scientifiche non ce ne sono, o non ce ne sono più. Il rifiuto di abbandonare questa metodica non è di natura scientifica bensì è racchiuso e concluso in un vuoto e logoro slogan privo di argomentazioni scientifiche, che i fautori di questo metodo esprimono con un loro dogma: “senza i modelli animali il progresso delle scienze si fermerebbe, essi sono indispensabili perché non c’è modo di sostituirli, altri metodi non ce ne sono”.

Allora, in primo luogo segnalo, limitandomi a un esempio italiano, che la mia associazione medico-scientifica, O.S.A -Oltre la Sperimentazione Animale, ha fatto uscire nel 2019 un libro che ne è pieno: “Le nuove frontiere della scienza. Modelli sperimentali per la ricerca biomedica del XXI secolo” edito Aracne. Tra l’altro, data la rapidità del progresso tecnologico sotto gli occhi di tutti, oggi ve ne sono molti altri ancora, e ogni giorno se ne aggiungono di nuovi.

In secondo luogo, faccio notare che la storia delle nostre malattie e della nostra incapacità di trovare cure e soluzioni in grado di sconfiggere le malattie tuttora incurabili, come molte forme di cancro e le tante malattie neurodegenerative (come l’Alzheimer, il Parkinson, la Sclerosi Multipla ecc.) purtroppo dimostrano che la ricerca scientifica è ostacolata e frenata dall’obbligo di sperimentare sugli animali prima di sperimentare – comunque e obbligatoriamente – sull’uomo (ci sono quattro fasi di sperimentazione sull’uomo successive alle prove su animali, ma questo richiederebbe un altro articolo).

Terzo, tale regola ha motivi storico-politici e non scientifici, che risalgono a quando il processo di Norimberga portò alla luce i criminali esperimenti nazisti sugli ebrei e gli altri prigionieri dei lager. Fu in seguito a ciò, che la richiesta di utilizzare gli animali nella ricerca medica e tossicologica al fine di tutelare i diritti, la sicurezza e il benessere dei soggetti umani che partecipano ad una sperimentazione fu formalizzata nel Codice di Norimberga e successivamente in leggi, codici e dichiarazioni nazionali e internazionali, fondate a partire dal solo diritto consuetudinario.

Sono passati 75 anni e possiamo comprendere che in quell’epoca non sia venuto in mente niente di meglio che testare sostanze e terapie sugli animali, dando per presunto cioè pre-supposto che gli studi animali abbiano un valore predittivo per l’uomo. Ma è incredibile e inaccettabile che, a fronte degli avanzamenti tecnologici formidabili che si sono avuti in ogni campo e che si succedono a ritmi impensabili prima, a fronte dei nuovi modelli interpretativi del mondo (pensiamo alla fisica quantistica per esempio) ancora ci si accontenti di una metodologia scientificamente e tecnologicamente sorpassata e ingiustificata oltre che eticamente riprovevole.

Quelle norme si basano su princìpi scientifici superati, non svolgono alcuna funzione utile, aumentano i costi di sviluppo dei farmaci, impediscono la realizzazione di farmaci e terapie altrimenti sicuri ed efficaci, comportano l’esclusione di sostanze che vengono scartate perché tossiche per gli animali ma che invece potrebbero essere terapeutiche per gli umani.

Per aderire consapevolmente a questa conclusione, suggerisco la lettura di un articolo scientifico, dotto ma semplice e illuminante, di Greek, R., Pippus, e A. & Hansen, L.A, che argomenta e documenta il fatto che Il Codice di Norimberga, proprio richiedendo l’uso di modelli animali, mina la salute e la sicurezza umana2.

Le nuove conoscenze e nuove impostazioni epistemologiche, la teoria dell’evoluzione e la scienza della complessità, hanno grandi ripercussioni sulla pretesa dell’estrapolazione interspecie.

Ai tempi dei processi di Norimberga nessuno se ne rendeva conto. Prevedere la reazione di un sistema complesso (che non è a causalità lineare, ovviamente) basandosi sulla reazione di un altro non è soltanto problematico, è praticamente impossibile, non dà e non può dare risultati attendibili. Ma questo è proprio ciò che pretendono di fare gli scienziati quando testano un farmaco su un topo o una scimmia nel tentativo di valutare quale sarà l’effetto del farmaco su un essere umano.

Questa critica è diffusa nella letteratura scientifica. Sostanzialmente vi è un accordo generale sul fatto che le tecnologie predittive saranno quelle basate sull’uomo, sulla biologia umana. Ma la stranezza è che, dopo aver spiegato perché i modelli animali non devono essere considerati predittivi3, gli autori si sentono spesso in obbligo di piazzare un avvertimento alla fine dell’articolo, dove si afferma che la società dovrebbe tuttavia continuare a sostenere la ricerca sugli animali. Simili affermazioni, chiaramente in contrasto tra loro, contribuiscono non poco alla confusione del pubblico circa il valore dei modelli animali. In aggiunta, anche la profonda variabilità della risposta umana limita le possibilità predittive dei modelli animali. I medici sanno da tempo che esistono differenze nella predisposizione alla malattia e nella reazione ai farmaci tra i gruppi etnici [3-9], tra i sessi [10-14] e persino tra gemelli monozigoti [15-18].

Ma anche noi dovremmo esserne consapevoli: basta leggere il foglietto illustrativo di un farmaco, per capire che i suoi effetti sono quasi sempre diversi addirittura nelle diverse epoche della nostra vita: ai bambini sono di solito vietate o comunque sconsigliate una grandissima quantità di medicine, e lo stesso vale per gli anziani. Se su noi stessi il medesimo rimedio farmacologico ha diversa efficacia a seconda che siamo bambini, adulti, anziani, e anche uomini oppure donne (vedi “medicina di genere”), come possiamo credere che siano attendibili e sicuri gli effetti prodotti su animali che sono lontani e molto diversi da noi?

Dovrebbe bastare questo a far esitare quando si prende in considerazione l’utilizzo degli animali come modelli per l’uomo: di quali esseri umani si suppone che l’animale preveda la reazione?

 

La negazione dei metodi sostitutivi alternativi da parte della stragrande maggioranza della comunità scientifica può essere definita “ignoranza epistemologica”?

Anch’io vedo ignoranza epistemologica in quella parte della comunità scientifica, purtroppo ancora maggioritaria, che si oppone al superamento dell’uso di animali nella ricerca, vedo disinteresse verso i criteri di verità nella ricerca scientifica, di validità, di affidabilità, vedo atteggiamenti condizionati da pregiudizi e da inerzia, un certo qual rifiuto verso un’attitudine euristica a cercare soluzioni alternative o anche solo ad adottare quelle esistenti, e anche una ingiustificabile indifferenza all’urgenza etica di trovare il modo di abbandonare l’uso cosiddetto scientifico di animali nei laboratori. Chi è abituato a maneggiare topi, scimmie e i vari animali cavia neanche si informa sui NAM, i Nuovi Approcci Metodologici e trova più semplice negarne l’esistenza e l’ulteriore progettabilità e realizzabilità. Il guaio è che se le nuove leve vedranno solo laboratori con animali, e continueranno a ignorare metodi diversi, in un sistema arcaico che si autoalimenta. Così, da questa ignoranza non se ne esce.

Non a caso, la tua domanda mi fa pensare specularmente anche all’epistemologia – anzi, al plurale, le epistemologie – dell’ignoranza: l’analisi dell’ignoranza condotta negli ultimi anni ha fatto emergere un insieme multidisciplinare di studi e conoscenze. I cosiddetti Ignorance Studies sono infatti oggi un fronte di ricerca variegato e in espansione, che sfrutta collegamenti tra diversi settori accademici. E le Epistemologie dell’Ignoranza si occupano anche dell’analisi del rapporto tra ignoranza e conoscenza scientifica. Un tema discusso è per esempio il legame tra ignoranza e selezione del sapere.

Grande interesse è rivolto non semplicemente ai fattori personali dell’ignorare, ma a quelli collettivi, prodotti da fattori culturali e interessi esterni: in tal caso, si studia l’ignoranza non come fenomeno casuale, bensì l’ignoranza come prodotto di attività e sforzi collettivi, quella creata socialmente per svariati motivi, a vantaggio degli interessi economici di particolari agenti. Essa può essere per esempio il frutto di una conoscenza situata, cioè costruita e sviluppata all’interno di una prospettiva specifica, e la conoscenza scientifica secondo l’epistemologa Donna Haraway (19) sarebbe sempre situata. Il problema rilevato dalla studiosa è la mancanza esplicita di distinzione tra una prospettiva maggioritaria e una prospettiva obiettiva: questa confusione ha sostanzialmente permesso di coltivare indifferenza in merito a punti di vista minoritari e silenzio relativamente ad argomenti di interesse per le minoranze sociologiche.

Secondo me questa impostazione è utile a valutare anche il rapporto tra la componente maggioritaria e quella minoritaria della cosiddetta comunità scientifica in tema di sperimentazione animale.

Orbene sappiamo che è parte della struttura delle scienze l’assunzione di un punto di vista consensuale (“la comunità scientifica sostiene che…”), ma in tema di sperimentazione animale il punto di vista della sua presunta insostituibilità, che viene assunto come pre-supposto al pari di un pre-giudizio o di un dogma (e non raggiunto attraverso un confronto e un esame epistemologico), non è scientifico. L’Intersoggettività, pretesa sulla base di un’adesione acritica come ad un dogma e rivendicata come maggioritaria non è affatto indice né garanzia di oggettività, così come non lo è la convenzionalità, ossia la condivisione di convenzioni. Anche in questo campo si confonde (e si vuole confondere) una prospettiva maggioritaria con una prospettiva obiettiva. Ma il fatto che una parte maggioritaria di ricercatori tuttora faccia e difenda sperimentazione animale non trasforma questa in scienza. Anzi, direi che è contro l’interesse della scienza mettere in ombra o anche soverchiare le minoranze culturali e, a questo punto aggiungo, scientifiche.

D’altra parte, davvero ci si può sorprendere che alcune parti interessate al mantenimento dello statu quo oppongano resistenza al cambiamento? Stabilire l’utilità o meno della sperimentazione su animali è un problema cruciale perché l’opinione pubblica sostiene la ricerca animale solo se favorisce lo sviluppo di farmaci migliori. Di conseguenza, chi ha convenienza al mantenimento dello statu quo difende gli esperimenti sugli animali sostenendo fermamente che sono essenziali per condurre trial clinici sicuri. Non importa se è esattamente il contrario: proprio la sperimentazione umana immediatamente successiva a quella animale è la più rischiosa.

 

Perdonami la domanda provocatoria: se non si sperimenta sugli animali su cosa si sperimenta?

Ecco, questo libro mira anche a scardinare questa domanda, a cercare di far cadere quel concetto secondo cui quando la gente ti dice “ma se non sperimenti sugli animali, allora il replacement, cioè il rimpiazzo del modello animale, con che cosa lo fai? con che cosa li rimpiazzi? Ecco, bisogna anche rompere questo meccanismo psicologico secondo il quale la gente si immagina, e anch’io mi immaginavo alle origini, che si debba trovare un equivalente, cioè: non lo faccio sull’animale allora su cosa lo faccio l’esperimento? sull’uomo? su di noi? Sì, è su di noi, ma non nel senso che lo si faccia direttamente sull’uomo. Non è una questione di rimpiazzare questo con quello alla pari, la sostituzione la si fa con l’integrazione di più approcci, sia computazionali, sia biologici sia di varia natura, integrando i quali, e basandosi su cellule umane non su cellule animali, otteniamo delle risposte predittive per l’uomo in quanto basate sulla biologia umana. Viceversa, assistiamo all’assurdo di vedere degli approcci moderni favolosi, vanificati per il fatto che vengono applicati a cellule animali, alle solite cellule del topo: c’è una mentalità murinocentrica cioè con il topo al centro della ricerca, che rovina tutto.

 

Oltre ad essere psicologa, divulgatrice scientifica e scrittrice sei anche pittrice e la copertina del libro rappresenta un tuo quadro. Cosa rappresenta?

Lo avevo realizzato in un momento di grande solidarietà e partecipazione per i macachi di Parma e dedicato a loro, rappresenta uno di loro, rappresenta la mia compassione per la loro sofferenza e la loro miserevole vita nei cinque anni di sperimentazione cui sono destinati prima della soppressione finale per esaminarne il cervello, ed esprime anche il mio biasimo per chi assoggetta queste meravigliose creature, a noi così affini moralmente ma non biologicamente, con violenza e spietatezza rese strumenti di un tipo di ricerca, quella neuroscientifica, che inutilmente e quindi con una crudeltà ancora più ottusa e imperdonabile, pretende di assumere i primati non umani a modello del cervello e della mente umani. Vorrei che dalla lettura di questo libro scaturisse una trasformazione o un’aggiunta dell’antico quesito se sia eticamente corretto infliggere a un altro essere vivente sofferenze a beneficio dell’uomo. Cioè la domanda deve diventare: è eticamente corretto infliggere a un altro essere senziente delle sofferenze fine a se stesse, senza che neanche ne venga alcun beneficio per l’uomo?

 

1 https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=null&id=2244

2 Greek, R., Pippus, A. & Hansen, L.A, The Nuremberg Code subverts human health and safety by requiring animal modeling,BMC Medical Ethics volume 13, Article number: 16 (2012) – BMC Med Ethics 13, 16 (2012). https://doi.org/10.1186/1472-6939-13-16

Disponibile anche nella traduzione italiana di Simonetta Frediani: https://fdocumenti.com/document/una-denuncia-esemplare-il-codice-di-animali-complessita-biologica-etica.html?page=8

3 Shanks N, Greek R: Animal Models in Light of Evolution. 2009, Brown Walker, Boca Raton. Un libro la cui preoccupazione centrale riguarda il “problema di predizione” nella ricerca biomedica. In particolare, gli autori esaminano l’uso di modelli animali per prevedere le risposte umane nella ricerca su farmaci e malattie.

da qui

mercoledì 8 aprile 2020

Caro Scimpanzé, ti scrivo - Paolo Andreozzi





Il Pianeta ha varcato la soglia del ‘sesto grande evento di estinzione di massa‘: è la conclusione di tre studi americani condotti dalle Università di Standford, Princeton e Berkeley, pubblicati su ‘Science Advances‘. Le cause: riscaldamento globale, inquinamento e deforestazione.

Caro Scimpanzé,
se leggi questa mia allora ciò significa due cose: che la mia specie si è estinta, e che hai imparato la mia lingua.
Ti chiamo scimpanzé, alla nostra maniera, ma tu sicuramente chiamerai te e i tuoi simili con un altro nome comune, e te stesso con un determinato nome proprio. Ma io non conosco né l’uno né l’altro, scusami.
Abbiamo fatto un bel casino, noi uomini, vero? Abbiamo innescato la sesta estinzione di massa nella storia della Terra, e l’abbiamo portata avanti al punto che noi non ci siamo già più e, immagino, anche tante altre specie animali e vegetali sono scomparse; e nessuno, almeno tra i viventi più complessi, se la passa niente bene. (Quel gran culo del batterio, si sa, qualunque cosa succede al pianeta da 3.5 miliardi di anni, se ne frega beato!)
Ma in generale -voglio dire: anche prima delle estinzioni- ne abbiamo combinate di ogni.
Intanto, tra noi, gli uni contro gli altri, abbiamo infarcito la nostra storia di crimini orrendi: lo sfruttamento, la schiavitù, il razzismo, la guerra, il genocidio. Ci avrete osservato, e chissà che pensavate di noialtri.
E poi, con una tirannide di ferocia senza pari, abbiamo condannato a sofferenze inaudite miliardi e miliardi e miliardi e miliardi e miliardi di animali, grandi e piccoli, per secoli, per millenni, trasformandoli in una pura e semplice catena di montaggio per la soddisfazione del nostro appetito (magari fosse stato per fame  -magari!) e del nostro bisogno che qualcuno facesse i lavori di fatica al posto nostro, per i nostri agi e i nostri lussi, per la nostra propensione alla paura, alla superstizione e paranoie varie per cui voialtri animali ci andavate comunque di mezzo, e perfino per saziare il nostro puro e semplice divertimento  -come di sicuro riportano le storie che voi, caro Scimpanzé, tramanderete nella vostra cultura su quei luoghi che noi chiamavamo circhi o zoo. Vi abbiamo fatto soffrire come cani (scusa  -è un modo di dire che non vuol dire niente) anche col motivo di studiarvi, certo; e, studiandovi, di conoscere meglio noi stessi, per guarire o prevenire le nostre malattie. Ma anche ammesso fosse per noi lecito farlo, visti i nobili (solo un filo egoistici) obiettivi, però la percentuale delle sofferenze immense che gli uomini hanno inflitto ad altri esseri capaci di provare dolore, causate dalla ricerca (e così pure dalla fame vera) è porzione ridicola sul totale imbarazzante.
Infatti, diciamo la verità  -ormai che non c’è più nessuno di noi a scandalizzarsi o a vergognarsene: così come noi uomini (che però almeno, diciamo così, ce la siamo cercata), anche voi animali avete per millenni patito l’inferno semplicemente per soldi, perché noi facessimo o spendessimo sempre più soldi. E -en passant (questo è, o meglio era, francese)-  è appunto per quella nostra dannata psicosi di ammonticchiare soldi prima e poi sprecarli, che la sesta estinzione si è messa in moto, che io oggi non esisto più, che non c’è più un uomo sulla faccia della Terra, e che tu ora leggi questa mia.
Il nostro destino si è compiuto. Lo chiamavamo capitalismo  -voi, suppongo, oggi la chiamerete più direttamente con la parola che nella vostra lingua significa suicidio di massa.
Ma, suicidio a parte, per sopportare l’idea mostruosa che stavamo facendo proprio gli infami contro tutto il resto del mondo vivente, col tempo ci inventammo la storia che solo noi avevamo una cosa che nessun altro aveva, l’anima, il che ci dava il diritto di comandarcela perché l’anima ce l’aveva regalata un essere soprannaturale che aveva creato tutto quanto  -voi animali e vegetali compresi- perché noi ci regnassimo sopra a nostro comodo: dio. Ma questa è letteratura  -lo saprai già. Così come saprai che, pure per non esagerare con gli effetti di quella folle presunzione, ci eravamo costruiti anche un sistema di premi e punizioni che l’essere-dio avrebbe applicato nell’aldilà (pure questo, inventato di sana pianta) su chi, uomo, avesse fatto del bene (agli altri uomini  -voi, mi dispiace, non vi abbiamo mai calcolato) e su chi, invece, avesse fatto del male. E però  -ora è evidente-  non deve aver funzionato tanto: la paura delle punizioni nell’aldilà, tanto meno la prospettiva dei premi, non ci ha minimamente impedito di mandare l’aldiquà perfettamente in vacca.
Non ci stiamo più. Voi sì.
(…Voi sì? Ci state ancora? Ora che ci penso, mica lo so. Oddio, Scimpanzé – lo spero!
Farò così: scrivo questa stessa lettera in diverse versioni, ognuna intestata e indirizzata a un rappresentante di una specie differente, tra quelle che ipotizzo ci siano sopravvissute, dall’apparato neuro-cerebrale abbastanza sofisticato  -per ciò che se ne sapeva dagli studi ai miei tempi-  da aver potuto rilevare al posto nostro il ruolo di cultura razionale e simbolica, e società consistente e organizzata, almeno in quella parte di mondo dove sia ancora possibile la vita decisamente pluricellulare. Sì, sì: farò così! Una dunque è questa, un’altra sarà caro Delfino, un’altra caro Ratto, una caro Polipo, cara Tèrmite…)
Noi, caro Scimpanzé, non ci stiamo più. Voi sì. E se è vero quello che ho detto prima, sulla nostra tirannide, per voi tutti  -per la tua specie e per le altre- sarà un sospiro di sollievo. Un po’ meno sollievo vi darà constatare il fatto che noi ci saremo sì tolti di mezzo, ma nel quadro di una crisi ecologica epocale da noi stessi innescata, per la quale ora nelle peste siete voi  -e chissà quando e come, e se, ne uscirete (batteri a parte, ripeto).
Io vi auguro di risolverla con meno danni possibili per la tua specie e per tutte le altre, con minor sofferenza (ulteriore) possibile sulle spalle di ogni singolo essere senziente (che lo so che sono miliardi e miliardi). E vi auguro che quella cultura razionale e simbolica e quella società consistente e organizzata, alle quali la tua specie sta dando vita (esplicitamente, dopo la nostra scomparsa  -ma magari da chissà quanto prima, senza che noi ci dessimo la pena di scoprirlo) ebbene, superata la crisi, che costruiscano un qualche modello di esistenza con tanti begli anticorpi; anticorpi sia contro la psicosi che ci ha suicidato (o simili) sia contro la ferocia che vi ha tormentato (non ci copiate nel peggio, insomma).
Ecco, sì: se la nostra parabola esistenziale (di qualche milione di anni) avesse avuto anche solo la funzione di un vaccino su tutto il regno vivente, affinché le nostre cazzate e le nostre cattiverie nessun’altra specie abbia più a ripeterle, allora saremo serviti a qualcosa!
No, scherzo, caro Scimpanzé, io in realtà ti ho scritto per questo; per confermarti sì che è tutto vero e giusto ciò che col cuore in mano ho ammesso fin qui, che certo già sapevi, e te ne domando scusa davvero in ginocchio per quel che può consolarti.
Ma pure per dirti che l’uomo è stato non solo cazzate e cattiverie, bensì anche un’altra roba.
Ora, se hai imparato la mia lingua forse sai fare un sacco di altre cose. Tipo custodire un museo, uno scavo archeologico, tipo far vivere una biblioteca, suonare o ascoltare una sinfonia, tipo restaurare un affresco, far andare un proiettore e illuminare uno schermo, mettere in scena un testo teatrale  -certo riadattandolo, non pretendo di no-, tipo far funzionare un osservatorio, un microscopio, tipo condurre un vasto programma di ricerca, risolvere equazioni che noi lasciammo a metà, tipo creare e curare un giardino, o aiutare a far nascere, accudire un animale di un’altra specie per il suo solo bene, tipo scrivere regole giuste per la vita in comune, o formulare e difendere dei diritti, o capire finalmente cosa diavolo è il benedetto comunismo…
Allora, ti chiedo, se sai  -se voi sapete-  fare anche tutto questo, come credo e confido, ecco io ti scrivo, caro Scimpanzé che mi sei sopravvissuto, pregandoti, pregandovi di farlo.
Di fare tutte queste cose, proprio con le nostre povere vestigia  -quelle che saranno rimaste rintracciabili. Perché l’uomo è stato anche altra cosa dalla presunzione e dalla follia, da sfruttamento e tirannide, dalla psicosi e dai fottuti soldi- è stato, fummo, amore.
Ma noi non ci stiamo più, adesso che tu leggi; e quindi chiederti di preservare in vece nostra quell’amore che pure l’uomo è stato, talvolta, per il quale però sarebbe necessario che l’uomo esistesse tra altri uomini  -perché esso è un abbraccio, una mano tesa, una parola di conforto e di verità, un progetto e un desiderio, una fatica e una leggerezza insieme, un cammino spalla a spalla, una rinuncia per il fratello, una lotta in favore dello sconosciuto-, ebbene è impossibile e insensato. E forse sarebbe perfino superfluo chiedertelo, perché qualcosa mi dice che anche voi siete amore  -il vostro tipo di amore: coi vostri abbracci e discorsi, i vostri desideri e cammini, le vostre lotte e leggerezze, le vostre rinunce e i vostri accudimenti. E ciò non sai quanto mi conforta!
Però quell’altro nostro modo di essere amore, sì  -quello steso dai colori su una tela o suonato dalle corde di un arco o scritto in una poesia, su una costituzione o nella ricetta del composto che salva un vivente qualunque- quello sarebbe proprio un peccato che sparisse nel nulla insieme al nostro sparire.
Sono testardo, a osare di volerlo? Inguaribilmente romantico?
Avrete già voi i vostri cicli epici, i vostri film, la vostra matematica, i vostri microscopi? Non vi serve la nostra vecchia roba, non val la vostra pena di comprenderla e usarla?
Allora mi scuso, ancora una volta. Che siano  -in tal caso-  la bellezza e il valore e il sapere sub specie Pan Troglodytis (latino, alla Spinoza, vino vecchio ma buono) ad illustrare la Terra d’ora in poi. E’ sacrosanto!
Eppure insisto, perdonami; anche così, una volta ogni tanto -a tempo perso- suonate Mozart, soffiate via la polvere da Michelangelo, ripetetevi un verso di Omero, leggete una pagina di Darwin, riflettete su un pensiero di Gandhi, riandate a ciò che fu, o provò ad essere, il cammino di liberazione di tutte le nostre minoranze, e a quello di auto-emancipazione delle femmine della nostra specie.
Così  -ogni tanto. Che non si annichiliscano col nostro suicidio, la bellezza e il valore e il sapere  -cioè l’amore- che nonostante tutto fummo talvolta. Non l’oblio eterno  -non subito, almeno.
Per favore. Da scimmia a scimmia.
Posso contarci, caro Scimpanzé?
Grazie, comunque.
Non ti disturbo di più. Ma non è facile smettere di scrivere  -comprenderai, suppongo.
Va bene.
Fai buon viaggio, fratello mio!
Buon vento e buona luce, nello spazio e nel tempo!
firmato: Uomo
(Paolo, nella fattispecie)

giovedì 21 marzo 2019

NON E' UN PIANETA PER SCIMMIE: SPERIMENTAZIONE UNLIMITED - Annamaria Manzoni




“Tutte le torture, i patimenti, i terrori
 inflitti agli animali
appartengono legittimamente  al dolore infinito della storia
e ne modificano il senso, se ne abbia uno” - Guido Ceronetti



La storia continua: giusto un anno fa, il 24 gennaio 2018, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia Cinese delle Scienze di Shanghai, aveva comunicato la nascita  di Zhong Zhong e Hua Hua, due cucciole di macaco, frutto di clonazione. Termine, quello di clonazione, familiare già dal  1996 quando aveva “prodotto” la pecora Dolly  ( “abbattuta”, nonostante la sua fama,  a circa 7 anni di età a causa delle complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland), e poi, a seguire, mammiferi di  altre 23 specie: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  con il toro Galileo, la cavalla Prometea e  un rinoceronte bianco. Ma la “tecnica” cinesa era stata la prima ad avere successo con i primati, entusiasti della possibilità di creare un “esercito di scimmie”, secondo la loro espressione, su cui fare tutto ciò che avessero ritenuto opportuno su un Animale “così vicino all’uomo”. Gioia  e delizia per gli scienziati, ma viva preoccupazione per i cattolici, che paventavano il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, in una sorta di  “delirio di onnipotenza” , diceva il cardinale, Angelo Bagnasco,  mentre  altri, quali il ricercatore Cesare Galli, lamentavano astiosamente  le restrizioni (sic!) vigenti in Italia. 
Come previsto, la ricerca è proseguita a spron battuto e  il 23 gennaio di quest’anno dallo stesso Istituto cinese arriva la festosa notizia: nuova clonazione e questa volta le scimmie sono cinque e, udite udite,  tutte malate di insonnia.
In breve: degli Animali sono stati modificati geneticamente in modo da silenziare un fattore che regola il ritmo biologico e quindi l’alternarsi del sonno e della veglia; da loro sono state  prelevate delle cellule, a partire dalle quali i ricercatori hanno completato la clonazione: il risultato sono le cinque nuove scimmiette con lo stesso difetto genetico, destinate a  non dormire mai, fino alla fine della loro miserabile vita.  
Davvero un successone, spiegano, visto che mai prima si era riusciti  a clonare Animali affetti da insonnia,  disturbo capace di generare a propria volta squilibri ormonali, ansia, depressione,  schizofrenia: di tutto questo soffriranno i cinque piccoli primati nati in laboratorio, ma non poniamo limiti, perché, secondo il parere di Hung-Chun Chang,  coordinatore dello studio pubblicato su National Science Review, potrebbero insorgere anche altre patologie neurodegenerative, riprodotte in laboratorio.
Apprezzamento anche dagli scienziati di casa nostra, tra cui  Carlo Alberto Redi (accademico dei Lincei e direttore del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università di Pavia), che, sottolineando la “serietà” dell’esperimento, afferma che in questo modo "si sono ottenuti 'avatar' suscettibili di malattia nelle scimmie, gli animali più vicini all’uomo"; e di Giuseppe Novelli (rettore dell'Università di Roma Tor Vergata), che pregusta possibili progressi nella cura del diabete nonché dell’invecchiamento precoce, “perché finalmente abbiamo ciò che mancava, vale a dire un animale modello di malattia così vicino a noi.” Senza doverci più accontentare, quindi, dei topi, da sempre martoriati in numero oceanico, ma ahimè più lontani da noi quali “modelli”, quindi poco utili, come si deduce dalle parole degli stessi ricercatori, che pure con accanimento si sono prodigati ad usarli e abusarli, in spregio dell’opposizione di parte del mondo scientifico che da tempo ne sostiene la non validità. Ma tant’è: con tutti i topi che ci sono, ed esseri spregevoli quali noi li consideriamo, non è il caso di porsi tanti problemi al loro impiego, pur se inutile. 
Mentre il dibattito continua a snodarsi tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, restano escluse dal perimetro dell’interesse le piccole scimmiette, protagoniste perplesse e inconsapevoli, nonostante sia su di loro che si gioca tutta la partita, partita tragica, di perenne sofferenza: le prime destinate allo studio di malattie ( Parkinson, Alzheimer, tumori…), da fare insorgere sui loro corpicini; le altre già malate ancora prima di aprire gli occhi su un mondo il cui orizzonte sarà per sempre delimitato dalle pareti asettiche di un laboratorio e su cui neppure per un attimo potranno chiudere gli occhi per un po’ di riposo vista la loro condanna senza appello ad una veglia perenne.  Esserini da far crescere per un po’ in ambienti protetti e sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcuna malattia imprevista, perché malate devono essere e tanto, ma solo di quei morbi che animano l’interesse dei  loro studiosi, e che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. In ogni caso se qualche imprevisto dovesse malauguratamente rovinare il “modello” da loro rappresentato, non ci sarà da preoccuparsi oltre misura, dal momento che l’auspicato “esercito” di loro omologhe giustificherà un uso rilassato, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale” abbondante.
Il richiamo allo psicologo statunitense  Harry Harlow (1905-1981) e ai suoi macabri esperimenti è potente: intorno agli anni ’60 del secolo scorso, intenzionato  a studiare le conseguenze della deprivazione materna, cominciò ad utilizzare piccoli macachi, che staccava dalle madri a solo poche ore di vita, e poi chiudeva in gabbie, in cui inseriva “madri finte”, di stoffa e di metallo. I piccoli cercavano  un disperato contatto con la “mamma morbida”, preferendola a quella di metallo pur se era quest’ultima a fornire il latte. Il bisogno di contatto era talmente forte che i piccoli si avvicinavano a queste madri surrogate anche quando queste erano dolorosamente respingenti, come dimostrò il dr. Harlow, che usò “madri” progressivamente sempre più minacciose:  capaci di emettere aria compressa ad alta pressione, poi in grado di oscillare violentemente al punto di far tremare i denti e il capo del cucciolo, di buttare fuori una struttura metallica, che lo allontanava violentemente, fino ad arrivare alla “madre porcospino” emetteva” aculei metallici. Niente da fare: i cuccioli, benchè angosciati,  non smettevano di aggrapparsi alla “madre”  “perchè un bambino spaventato  si attacca a tutti i costi alla madre. Non ottenemmo come risultato alcuna psicopatia, ma non desistemmo.”  La successone orrenda delle fasi dell’esperimento risulta struggente persino da descrivere; ma  non per il dr. Harlow da ideare , dal momento che proseguì facendo costruire un suo personale  "pozzo della disperazione", in cui teneva in totale isolamento dalla nascita e per molti mesi dei piccoli di macaco, per studiare le loro reazioni: per la cronaca non sorprenderà sapere che erano di paura. Lecito qualche interrogativo sulla personalità del dr. Harlow, su cui risulta illuminante una sua dichiarazione (1974): "L'unica cosa che mi interessa è se una scimmia rivelerà qualcosa che posso pubblicare. Non ho alcun amore per loro. Mai averne. Non mi piacciono gli animali. Disprezzo i gatti. Odio i cani. Come potrebbero piacermi le scimmie?" Appiattimento emotivo, sentimenti negativi, utilitarismo come unica bussola del comportamento.
Non stupisce che i suoi esperimenti siano ricordati tra quelli più sadici e crudeli, tali, si ritiene, da avere alimentato per reazione la crescita della sensibilità animalista, insieme alla convinzione autoconsolatoria che siano stati  possibili  solo in un’epoca in cui, liberi da vincoli etici, gli scienziati potevano permettersi di tutto. Ma davvero gli esperimenti a cui sono oggi sottoposte le scimmiette cinesi risultano meno spietati?
Sarebbe rassicurante poterlo credere, non sembra proprio. Anche loro  sono immediatamente separate dalle madri (per inciso: surrogate) e questa separazione forzata è fonte di quell’angoscia, di cui già Harlow prendeva atto affermando di non stupirsi della drammatica ricerca di contatto, anche pagato al prezzo di  respingimenti dolorosi,  perché ”l’unica risorsa di un piccolo colpito o respinto –sia esso umano o rhesus- consiste nel creare a tutti i costi uno stretto contatto con la madre”. Ma, mentre Harlow divulgava queste osservazioni, che erano l’oggetto dei suoi esperimenti, delle reazioni, che possiamo immaginare ugualmente sconvolte, inconsolabili, terrorizzate, delle scimmiette cinesi non troviamo menzione, non interessano, non sono oggetto di studio.  E che dire della depressione? Harlow  la innescava mettendo gli Animali nel pozzo della disperazione, oggi gli scienziati la provocano come effetto della privazione del sonno: difficile pensare che per le scimmiette faccia differenza l’origine della loro sofferenza, dei dolori fisici e psichici a cui solo la morte darà sollievo.  
Quanto agli autori degli esperimenti, il dr. Harlow rivendicava orgogliosamente indifferenza, insensibilità,  odio nei confronti degli Animali che torturava:  altri tempi. Oggi i suoi epigoni se ne guarderebbero bene: si sono evoluti psicologicamente e sono ben consapevoli di dover  neutralizzare le proteste di una parte dell’opinione pubblica con metodi ben più efficaci di un provocatorio ed ostentato menefreghismo: molto più efficace ricorrere ad un meccanismo ben collaudato quale quello della giustificazione morale: se il male inflitto è funzionale ad avere la meglio sulla sofferenza umana, a lenire il dolore nostro e delle persone care, dei nostri figli (!!!), allora è giustificato, anzi lecito: di più: doveroso. Non occorre neppure argomentare tanto:  basta distogliere l’attenzione dalle vittime e concentrarla sull’obiettivo, sulle ricadute preziose sul benessere umano. Insomma, l’ assioma per cui il fine giustifica i mezzi è di incredibile presa e, come sempre nella storia dell’umanità, giustifica qualsiasi oscenità.
Un’attenzione particolare in tutta la vicenda merita l’informazione mediatica, in grandissima parte ancella fedele della sperimentazione animale come di ogni pratica funzionale a sostenere il sistema di valori dominante: negli articoli, a fare inizio dai titoli ad effetto,  si sottolineano gli orizzonti ottimistici che vedrebbero la sconfitta di malattie, che invadono con il loro carico ansiogeno l’universo delle nostre paure; si parla di nuove frontiere della scienza; si lodano i successi della ricerca.  Ogni pensiero rivolto a Zhong Zhong, Hua Hua e alle loro sorelle minori viene  sterilizzato: loro semplicemente scompaiono, non ci sono più: non ci si occupa della loro orribile sofferenza, derubricata a puro accidente, ininfluente in tutta la vicenda. Il linguaggio è al servizio della comunicazione: non si parla di Animali, ma di   “campioni” o di “modelli”, entità incapaci di  suscitare emozioni. Ciliegina sulla torta, non manca il trito riferimento al “sacrificio” animale, termine che rimanda ad    una sorta di libera scelta all’autoimmolazione da parte delle vittime, a cui vengono improvvisamente attribuite capacità di valutazione e di scelta, sulla scorta di spinte altruistiche. Ma come? Non sono erano solo “modelli animali”?!? Tornano subito ad esserlo con  il riferimento a quell’”esercito” messo a disposizione della ricerca, orrido preludio a quello che avverrà nel chiuso dei laboratori, rimarcato per salutare una  scienza “finalmente” dotata di tutto il “materiale” che serve:  e se saranno un esercito le scimmie “usate” vorrà dire che  sarà stato necessario….
Siamo di fronte ad una vera e propria mistificazione dei fatti: mentre l’esistenza delle piccole  e terrorizzate  Zhong Zhong e Hua Hua va sfumando, con le loro sorelle minori, gli scienziati e i giornalisti all’unisono pare abbiano rimediato ad un errore comunicativo del passato, evitando di riferirsi a loro con un nome proprio: dare un nome equivale a riconoscere un’identità all’individuo, renderlo riconoscibile e collegarlo ad un’intera vicenda di vita (e di morte), come fu per esempio con la pecora Dolly, che rivive ancora nel nostro immaginario quando il suo nome ne rievoca le vicende.  Prudentemente i nuovi piccoli primati sono soltanto le “scimmie clonate”, sorta di marziani irraggiungibili dalla nostra empatia, destinate a confondersi nella nostra mente con tutte le altre loro conspecifiche senza identità.  L’oblio è già in corso: se di Zhong Zhong e Hua Hua si era parlato per qualche giorno, l’interesse sulle nuove “scimmie clonate” è stato immediatamente racchiuso nel perimetro del mondo scientifico, non accessibile al vasto  pubblico, all’interno del quale è sempre possibile trovare fastidiosi contestatori. La vita continua e tutto si dimentica, soprattutto se non se ne parla.
Per il momento davanti agli occhi ci sono le immagine di scimmiette abbracciate, vicine, a cercare rassicurazione in altre uguali a sè, ugualmente fragili, pollice in bocca e sguardo mobile su  una realtà ancora sconosciuta. Intorno tutta una miriade di peluches colorati, risarcimento a prezzi di realizzo delle loro vite scippate. La più vecchia delle due immagini è già icona del passato perché Zhong Zhong e Hua Hua, un anno dopo, sono forse solo corpi deturpati, torturati e malati: se ancora sono vive.
Nel mare di indifferenza e nell’asservimento al pensiero dominante, che sono la cifra della grandissima parte dei mezzi di comunicazione, muti davanti alla sofferenza di esseri indifesi e senza colpa, ancora risuonano dall'Huffington Post, perché mai smentite, le parole  dell’allora senatore Marco Perduca che si augurava che le scimmiette clonate  prendessero il posto dei tanti gattini che infestano i social “perché sono i veri migliori amici dell’uomo”: detto da chi vanta nel proprio curriculum la partecipazione non a gruppi di facinorosi violenti, amanti di spedizioni punitive contro clochard indifesi, ma  ad associazioni quali Nessuno tocchi Caino, Certi diritti, Non c’è pace senza giustizia, lascia disperati perchè interroga ferocemente sul concetto di amicizia: se è l’universo di dolore che stiamo approntando per le scimmiette ciò che riserviamo ai nostri migliori amici, bisognerà convincersi che davvero non ci sono più speranze per l‘umanità.