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mercoledì 11 giugno 2025

“C’è un’invasione di polpi mai vista prima. È un fenomeno senza precedenti, una minaccia”: gli scienziati lanciano l’allarme. Ecco perché sono così pericolosi


Le temperature record del Mare del Nord e della Manica, fino a 4°C sopra la norma, stanno attirando un numero anomalo di polpi. Un affare per alcuni pescatori, ma un disastro per granchi, merluzzi e plancton

 

·         È allarme nel Regno Unito per un’invasione di polpi senza precedenti. A causa di un’ondata di calore marina eccezionale, le acque che costeggiano l’Inghilterra non sono mai state così popolate di polpi. Una buona notizia, almeno nell’immediato, per alcuni pescatori, ma un campanello d’allarme potentissimo, secondo gli scienziati, per la salute dell’intero ecosistema marino. A raccontare la portata del fenomeno è Neil Watson, un pescatore che vende i suoi prodotti al mercato ittico di Brixham, sulla Manica. Nel solo mese di maggio, la sua flotta ha tirato su 48 tonnellate di polpi (Octopus vulgaris), una cifra sbalorditiva: 240 volte in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno. “Non ho mai visto quello che sto vedendo oggi”, ha dichiarato a Bloomberg.

La scena che si presenta ai suoi uomini è quasi comica, se non fosse un segnale preoccupante: “Stanno tirando su le nasse per granchi e trovano solo un polpo felice e un mucchio di gusci dove ha pranzato”, racconta Watson, evidenziando come i polpi stiano decimando le popolazioni di crostacei. Per ora, i pescatori di polpi sono tra i pochi vincitori, ottenendo ottimi prezzi dai principali acquirenti europei.

La causa di questa proliferazione è chiara e allarmante: “Persistenti modelli di alta pressione questa primavera hanno accelerato il riscaldamento di un Nord Atlantico già insolitamente caldo”, spiega Paul Moore, climatologo del Met Éireann, il servizio meteorologico irlandese. Questi anticicloni hanno bloccato i venti occidentali e le correnti che rimescolano le acque, facendo sì che lo strato superficiale del mare si surriscaldasse drammaticamente. A maggio, la temperatura superficiale del mare a ovest dell’Irlanda è schizzata a 4°C sopra la norma, mentre le acque vicino al Regno Unito hanno registrato un aumento fino a 2,5°C, il più alto mai registrato. E secondo Moore, il mare rimane più caldo del normale, aumentando le probabilità che l’ondata di calore peggiori verso il picco estivo di agosto: “Non ci vorrà molto per farla salire di nuovo nei prossimi mesi”.

Se polpi, meduse e spigole prosperano in queste acque calde, altre specie vitali stanno soffrendo: “L’aumento dei polpi è avvenuto a spese delle popolazioni di crostacei di cui si nutrono. Ma a essere colpiti sono anche il merluzzo – un pilastro tradizionale del fish and chips britannico – e, cosa fondamentale, il plancton, la base della catena alimentare marina”, avverte Georg Engelhard, scienziato marino senior del Centre for Environment, Fisheries and Aquaculture Science (Cefas) del Regno Unito. “È un fenomeno senza precedenti per il nostro mare“, dichiara Engelhard. “Una minaccia che va ben oltre l’abbondanza temporanea di una specie e la scarsità di un’altra”.

Le conseguenze di un mare troppo caldo, spiega ancora Engelhard, possono essere devastanti. L’alta temperatura può innescare una “fioritura straordinaria di alghe”, che a loro volta privano il mare di ossigeno, creando “zone morte” in cui si verificano morie di pesci in massa. Inoltre, possono favorire la proliferazione di tossine e altri agenti patogeni che possono contaminare molluschi come cozze e ostriche, rendendoli pericolosi anche per l’uomo.

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martedì 22 aprile 2025

Nel Regno Unito difendere la resistenza palestinese è diventato un crimine - Patrick Boylan

 

Oggi, in quella rinomata cittadella della libertà di espressione e della libertà di stampa che è stato il Regno Unito, se professi il tuo sostegno alla resistenza palestinese puoi essere arrestato e incarcerato, il tuo cellulare e il tuo PC possono essere confiscati e la tua casa devastata dalla polizia in assetto d’assalto; puoi addirittura perdere il tuo posto di lavoro ed essere espulso dal Paese.

Non era così in passato. Persino Karl Marx, benché strettamente sorvegliato dalla polizia, godette pienamente della libertà di espressione e di stampa mentre risiedeva a Londra dal 1849 fino alla sua morte nel 1883. Non solo poté far stampare il suo Manifesto del Partito Comunista (che invocava una rivolta armata), ma fu anche libero di distribuire il suo controverso saggio Sulla questione ebraica – un testo che, pur rispettando l’ebraismo etnico, fustiga duramente l’ebraismo economico, o “sionismo” come diremmo oggi.

Bei tempi passati.  Oggi nel Regno Unito criticare il sionismo o proclamare sostegno alla rivolta armata palestinese viene accolto con una feroce repressione.  Prendiamo il caso dei giornalisti pro-pal.

La lunga mano della lobby sionista e l’intimidazione dei giornalisti

Cosa s’intende per “lobby sionista”? Il “sionismo”, originariamente un movimento identitario e nazionalistico che rivendicava una patria per gli ebrei, oggi si è trasformato in “imperialismo fideistico”, cioè nella difesa del “diritto divino” di Israele ad occupare non solo le terre originariamente sottratte ai palestinesi, ma anche altri territori limitrofi, che si estendono fino al fiume Giordano e addirittura all’Eufrate.  Chiunque abbia questa convinzione è un “sionista”, ebreo o non ebreo che sia.  Ad esempio, i cristiani sionisti evangelici negli Stati Uniti desiderano una “Grande Israele” come presagio del ritorno di Cristo. Pertanto, il termine “lobby sionista” indica oggi una rete di sionisti, in uno o più Paesi, che cercano di favorire l’espansione territoriale di uno Stato ebraico integralista. Un ultimo punto: l’antisionismo (la posizione etico-politica – perfettamente legittima – che condanna l’espansionismo israeliano a scapito di altri popoli) non deve essere confuso con l’antisemitismo (l’ostilità vile e razzista verso gli ebrei come gruppo etnico). Cercare di equiparare le due cose è semplicemente un tentativo disonesto di screditare le critiche all’imperialismo fideistico israeliano.

Il 16 ottobre 2023, il giornalista britannico Craig Murray, attivista filo-palestinese ed ex diplomatico del Regno Unito, è stato arrestato dalla polizia antiterrorismo all’aeroporto di Glasgow, di ritorno da un incontro con lo staff di WikiLeaks in Islanda.  Gli sono stati sequestrati il PC e il cellulare e ha dovuto subire un interrogatorio di un’ora – e riguardante non solo i suoi legami con WikiLeaks. Infatti, la polizia – forse informata dalla lobby sionista del Regno Unito, che tiene d’occhio ogni spostamento di attivisti come Murray – era ben consapevole che il giornalista aveva partecipato a una manifestazione pro-palestinese mentre si trovava in Islanda e gli agenti volevano sapere cosa fosse stato detto in quell’occasione. “Non ne ho idea, non parlo islandese, ho semplicemente partecipato alla manifestazione per solidarietà”, ha risposto Murray, con grande disappunto degli agenti, che alla fine hanno dovuto rilasciarlo – senza i suoi dispositivi elettronici, però.

Il 15 agosto 2024, la polizia ha arrestato il giornalista filopalestinese Richard Medhurst al suo arrivo all’aeroporto londinese di Heathrow, apparentemente a causa dei suoi servizi a favore della resistenza palestinese, considerati “apologia (sostegno) del terrorismo”.  Gettato in cella per 15 ore, Medhurst ha dovuto dormire – semisvestito – su un freddo blocco di cemento. Alla fine il giornalista è stato rilasciato, ma con l’obbligo di presentarsi a una stazione di polizia tre mesi dopo e con l’avvertimento di fare attenzione, nel frattempo, a ciò che avrebbe scritto.

Due settimane dopo, il 29 agosto 2024, all’alba, la polizia in tenuta antisommossa ha fatto irruzione nella casa della giornalista e attivista filopalestinese Sarah Wilkinson, mettendo a soqquadro ogni stanza e confiscando il suo passaporto e i suoi dispositivi elettronici.  Con irriverente crudeltà, gli agenti hanno persino sparso sul pavimento e calpestato le ceneri della madre, che Sarah conservava in un’urna sigillata su una mensola.  Messa agli arresti domiciliari per sospetto sostegno al terrorismo, la 61enne non ha potuto nemmeno andare in farmacia a comprare le medicine di cui aveva bisogno. Essendole stato sottratto il suo telefono cellulare e non potendo uscire di casa, non ha potuto nemmeno chiedere ai vicini di farlo per lei. Ora rischia un massimo di 14 anni di carcere. Il suo crimine?  Gli articoli che ha scritto a favore della resistenza palestinese. “Vogliono instillare la paura”, ha detto, “per farmi smettere di denunciare il genocidio a Gaza; ma non ci riusciranno”.

Poi, il 17 ottobre 2024, all’alba, la polizia antiterrorismo ha fatto irruzione nella casa del noto giornalista Asa Winstanley, vice caporedattore di Electronic Intifada. Il suo telefono cellulare, il suo PC e altri dispositivi elettronici sono stati confiscati e, durante la perquisizione, il giornalista è stato continuamente intimidito.  Anche in questo caso, il suo “reato” sarebbero i suoi scritti a favore della resistenza palestinese, scritti che qualcuno evidentemente ha denunciato alla polizia come apologia del terrorismo.  Ed è facile immaginare chi poteva essere quella persona e quale potente lobby l’avesse incoraggiata a setacciare ogni parola degli articoli di Winstanley per trovare affermazioni che potessero farlo arrestare.

Questi e altri esempi di azioni repressive contro giornalisti ed attivisti filo-palestinesi nel Regno Unito sono stati denunciati in un rapporto che non lascia scampo, redatto dalle Nazioni Unite e reso pubblico una settimana fa (5/2/2025).  Il rapporto era stato inviato in via confidenziale al Primo Ministro Starmer lo scorso 4 dicembre, con la richiesta di un riscontro entro 60 giorni; trascorso tale periodo senza alcuna risposta da parte di Starmer, gli autori del rapporto – quattro Relatori Speciali delle Nazioni Unite – hanno ora scelto di rivelarne il contenuto.  “Le disposizioni del Terrorism Act 2000, del Terrorism Act 2006 e dell’Anti-Terrorism and Border Security Act 2019,” scrivono i quattro Relatori, “sembrano essere state utilizzate per indagare, detenere, raccogliere dati e perseguire attivisti politici e giornalisti, sollevando preoccupazioni per le potenziali violazioni dei loro diritti fondamentali”.

La strumentalizzazione delle leggi contro il terrorismo

Infatti, gli abusi sopra descritti – ed altri ancora, che il rapporto ONU elenca – sono stati resi possibili da una legge antiterrorismo draconiana che risale al 2000, il Terrorism Act. In particolare, la sezione 12 criminalizza qualsiasi tipo di sostegno fornito a un’organizzazione proibita e qualsiasi espressione pubblica di simpatia per tale organizzazione.

La legge elenca, poi, le organizzazioni proibite che non possono essere aiutate e di cui non si può nemmeno parlare in modo favorevole.  La maggior parte sono veri e propri gruppi terroristici, come al-Qaida e ISIS (nei Paesi musulmani), Boko Haram (in Nigeria), al Shabaab (in Somalia) e le Tigri Tamil (in Sri Lanka).

Ma nel 2019 e poi nel 2021, su pressione della potente lobby sionista nel Regno Unito, l’elenco delle organizzazioni proibite è stato ampliato per includere i due gruppi armati che si oppongono all’occupazione israeliana delle loro terre.  Uno di essi è Hezbollah, la resistenza armata creata nel 1982 per respingere l’esercito israeliano che aveva invaso e stava occupando il Libano.  L’altro è Hamas, la resistenza armata creata nel 1987 per cacciare l’esercito israeliano che occupava Gaza.

Vale la pena notare che né l’uno né l’altro di questi due gruppi era attivo o esisteva prima dell’invasione e dell’occupazione israeliana delle loro terre.  Inoltre, nessuno dei due ha mai cercato di occupare e di dominare territori israeliani.  Entrambi sono semplicemente forze difensive che cercano di scacciare le truppe straniere, segnatamente l’IDF, che occupano la loro terra.  In questo senso, possono essere paragonati ai partigiani cinesi, guidati da Mao Tse-Tung, che cacciarono gli occupanti giapponesi e fondarono la Repubblica Popolare Cinese.

Alla luce di tutto ciò, è palesemente pretestuoso designare Hezbollah e Hamas come organizzazioni “terroristiche”, soprattutto dal momento che la 20a Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1965) ha legittimato “la lotta [armata] dei popoli sotto il dominio coloniale… per l’autodeterminazione e l’indipendenza”.  Naturalmente, la lotta per cacciare una forza straniera occupante non autorizza i resistenti a commettere crimini di guerra o crimini contro l’umanità; se ne commettono, devono risponderne davanti ad un tribunale.  Molte delle atrocità attribuite a Hamas il 7 ottobre 2024 (come la mai verificata “decapitazione di bambini”) si sono rivelate solo propaganda israeliana, ma altre, invece, sono documentate e andrebbero sanzionate, a partire dalla stessa presa di ostaggi, che è un crimine di guerra.

Dunque, Hamas – come lo stesso Hezbollah – rimangono forze di resistenza (armata), malgrado i delitti eventualmente commessi.  Chiamarli “gruppi terroristici” facendoli inserire in qualche lista nera come la Sezione 12 del Terrorism Act britannico è solo uno stratagemma per demonizzarli e per impedire che se ne parli.  E’ una vecchia tattica: durante la Resistenza in Italia, i nazisti chiamavano i partigiani italiani “banditi”, così come, durante la Resistenza in Cina, i giapponesi chiamavano i partigiani cinesi “diavoli” – in entrambi i casi, per alienare loro il consenso e la simpatia della popolazione. “Terrorista” è il termine demonizzante usato oggi da Israele per screditare le forze che si oppongono con le armi al suo espansionismo.

Conclusione

Per via della Sezione 12 del Terrorism Act, nel Regno Unito è diventato un crimine parlare favorevolmente di Hezbollah o di Hamas o anche semplicemente della “resistenza palestinese”: farlo costituisce infatti la cosiddetta apologia del terrorismo. Da qui gli arresti, le perquisizioni e le intimidazioni nei confronti di quei giornalisti e attivisti britannici che hanno osato sostenere il diritto dei palestinesi a liberare la propria terra, anche tramite la lotta armata (purché venga condotta secondo il diritto bellico e le relative convenzioni internazionali).

Ma la legge sul terrorismo, così come è stata scritta, è estremamente ampia e vaga – a tal punto che la polizia non potrebbe mai essere in grado di verificare tutte le possibili violazioni dell’articolo 12; per farlo, sarebbe loro necessario leggere tutti gli scritti di tutti i giornalisti e attivisti del Regno Unito e soppesare le sfumature di tutte le parole che usano: un compito immane, anche con l’aiuto dell’AI. Chiaramente, dunque, l’ondata di repressione dei giornalisti e degli attivisti filopalestinesi attualmente in corso nel Regno Unito, presuppone l’esistenza di una rete di “informatori” di base, in grado di fornire alla polizia le segnalazioni di cui ha bisogno.  Si tratta, molto probabilmente, di una rete di comuni cittadini britannici – ma con spiccate simpatie sioniste – alla quale è stato chiesto di tenere d’occhio determinati giornalisti e attivisti filopalestinesi e di fare una segnalazione quando essi dicono o scrivono qualcosa che possa passare per “apologia del terrorismo”, secondo la vaga definizione della Sezione 12.  Poi, chi ha reclutato questi informatori – si tratta molto probabilmente di sionisti altolocati o comunque influenti – può usare queste segnalazioni per indurre la polizia ad emettere mandati di perquisizione allo scopo di accertare i fatti. Questo stratagemma ha un duplice scopo: serve ad intimidire i giornalisti o gli attivisti in questione e, allo stesso tempo, consente alla polizia di accedere ai contatti privati sui loro rispettivi cellulari e a tutti i documenti riservati presenti nei loro computer e nelle loro apparecchiature elettroniche.  Così facendo, ecco che essi risultano totalmente spiati.  Non solo, ma anche il nome di ciascun loro contatto entrerà in una data base e, quindi, anche quella persona diventerà “schedata”.

Si tratta solo di una pura congettura?  Forse no. Un indizio dell’esistenza di una cinica operazione di questo tipo è, come sottolinea Craig Murray, la totale assenza di interventi della polizia nei casi in cui un giornalista o una personalità di spicco esprime sostegno – come ormai fanno in tanti – all’organizzazione terroristica l’HTS (Hay’at Tahrir al-Sham) in Siria.  Infatti, l’HTS, benché ufficialmente proscritto, viene ora corteggiato dall’Occidente, con il risultato che la legge sul terrorismo sembra non esistere più nei suoi confronti. La prova è che nessuno, dal Primo Ministro in giù, è mai stato arrestato o perquisito per aver espresso simpatie per questa organizzazione terroristica.

Tutto lascia pensare, quindi, che la polizia sia stata indotta a scovare e ad arrestare, ai sensi della Sezione 12, solo quegli individui che esprimono simpatie per la resistenza palestinese.  Indotta da chi? Verosimilmente dalla lobby sionista che, oltre ad avere i motivi e i mezzi, è in grado di offrire alla polizia una fitta rete di informatori.

C’è una via d’uscita a tutto questo?  Sì. Gli attivisti britannici potrebbero intentare una causa chiedendo all’Alta Corte di stabilire che, sebbene Hezbollah e Hamas siano effettivamente forze di resistenza armata, non sono da considerarsi “terroristi”. Non dovrebbero quindi figurare nel Terrorism Act e non dovrebbe essere un crimine appoggiarli.

Esiste un precedente per una sentenza di questo tipo: la Corte d’Appello del Regno Unito è stata recentemente in grado di bloccare il trasferimento di migranti dal Regno Unito al Ruanda, annullando l’inclusione di quel Paese, promossa dal governo, tra i luoghi “sicuri” per la deportazione.  Allo stesso modo, la Corte potrebbe ora annullare l’inclusione di Hezbollah e di Hamas nell’elenco dei gruppi terroristici di cui al Terrorism Act. Questo servirebbe a porre fine all’attuale repressione dell’attivismo filopalestinese, repressione che non fa altro che offuscare la reputazione del Regno Unito. Anzi, la fine della persecuzione di giornalisti e di attivisti filopalestinesi rafforzerebbe le libertà fondamentali di espressione e di stampa nel Regno Unito. Le isole britanniche tornerebbero a essere viste come la cittadella di queste libertà nel mondo.

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NOTA 1: Quest’articolo è apparso, in forma ridotta, sul mensile de L’Indipendente di febbraio 2025 (1:1, pp. 44-45) con il titolo  UK: vietato difendere la resistenza palestinese.

NOTA 2: L’autore di questo articolo, pur riconoscendo il diritto dei palestinesi a difendersi dall’occupazione israeliana usando la forza, ritiene che solo attraverso mezzi politici nonviolenti essi possano veramente raggiungere l’autodeterminazione.  Il ricorso alla violenza non fa che generare altra violenza, come si è visto. Ma perché i mezzi politici nonviolenti abbiano successo, occorre che la comunità internazionale, intervenendo, li assecondi in massa, isolando così Israele.  Se invece la guerra a Gaza e in Cisgiordania perdura, è in gran parte a causa dell’assenteismo di noi altri.  E il legittimo diritto di Israele alla sicurezza?  Come garantirlo?  Ce lo ha detto Noam Chomsky: “Il modo migliore per combattere il terrorismo è smettere di praticarlo”.

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mercoledì 17 luglio 2024

UK, così il Paese della privacy trasforma medici e infermieri in aspiranti spie - Mirko Marchi

 

Si chiama Servizio di consulenza clinica antiterrorismo (Counter Terrorism Clinical Consultancy Service) e detto così suona pure bene. In pratica, vuol dire che la polizia del Regno Unito ha accesso alle informazioni mediche riservate dei pazienti attraverso un nuovo programma di condivisione dei dati concordato con il Servizio sanitario nazionale lanciato nell’aprile scorso. Bello, no? Fa piacere a tutti sapere che la polizia conosce gli esiti dei tuoi esami o dei tuoi disturbi, anche quelli più intimi e delicati.

È l’ultima novità britannica, dove un tempo il rispetto della privacy era un obbligo, un must della vita sociale. Adesso tre centri della polizia situati a Londra, Manchester e Birmingham, analizzano i dati che psichiatri, psicologi e infermieri di trasmettono, ovviamente all’insaputa dei loro pazienti, agli agenti di polizia antiterrorismo. il tutto attraverso tre trust del servizio sanitario nazionale che hanno vinto un bando da 17 milioni di sterline (21,8 milioni di dollari) lanciato lo scorso anno dalle agenzie di sicurezza. “Lo scopo della squadra”, diceva l’annuncio, “è quello di lavorare con gli agenti antiterrorismo nella valutazione e nella gestione dei rischi posti da individui con gravi malattie mentali”.

Il fatto è che il programma, in realtà, non si occupa degli “individui con gravi malattie mentali”, i quali sono già scrutinati per ragioni sanitarie ma soprattutto di persone che non hanno alcuna “malattia”, al massimo disturbi di lieve entità, e quasi sempre privi di qualunque precedente penale. E non raramente persino di bambini.

L’organizzazione non governativa Medact ha provato ad analizzare la questione. Ha ammesso che è troppo presto per avere una rilevazione statistica credibile sui risultati del programma varato nello scorso aprile. Però ha ripubblicato i dati relativi a una sua precedente ricerca, centrata sul programma prima attivo, chiamato Prevent. Nel 2015 Prevent ha cominciato a chiedere ai lavoratori del settore pubblico, compresi i medici e il personale del servizio sanitario nazionale, di segnalare le persone che a loro giudizio potevano essere “suscettibili alla radicalizzazione”. Un programma di delazione sociale, insomma, i cui dati hanno mostrato che gli inglesi di fede msusulmana avevano 23 volte più probabilità di essere segnalati rispetto agli individui di pelle bianca. Secondo gli ultimi dati delle fonti ufficiali governative, le segnalazioni arrivate a Prevent dal settore sanitario sono state, nel solo periodo 2022-2023, 606 su 6.817 segnalazioni totali.

Insomma, la polizia britannica ha monitorato attraverso Prevent decine di migliaia di persone. E il nuovo programma, secondo gli attivisti di Medact, rischia di trasformare gli operatori della salute in una sottospecie di spia. Charlotte Heath-Kelly, docente di Politica e Studi internazionali all’Università di Warwick e autrice del rapporto di Medact, ha scritto che il programma consente alla polizia di accedere alle cartelle cliniche delle persone di interesse senza il loro consenso e di “gestirle di nascosto… Questo rapporto di lavoro segreto tra la polizia antiterrorismo e gli enti fiduciari del servizio sanitario nazionale solleva profonde preoccupazioni sul fatto che il personale del servizio sanitario nazionale venga cooptato in una funzione di polizia, sorvegliando i pazienti e agendo al di fuori del loro mandato di operatori sanitari”.

da qui

domenica 2 giugno 2024

Sul veganismo nel Regno Unito - Matteo Preabianca

Una lettera di Matteo Preabianca a Veganzetta descrive la situazione che sta vivendo attualmente il veganismo moderno nel Paese in cui è nato. Una situazione di grave perdita di valori identitari e di radicalità, ampiamente prevista, tenendo conto di ciò che è stato fatto per demolire il messaggio vegano sin dalla sua nascita. L’argomento non è certo una novità, ma la banalizzazione e la deriva commerciale del messaggio vegano originale, pare non abbiano ormai più alcun freno e questo continuo rilancio al ribasso nel tentativo puerile di ottenere i favori della società umana specista, probabilmente arrecherà in breve tempo danni ancora più gravi alla causa della liberazione animale.


Vivendo in uno dei Paesi europei (il Regno Unito) con il tasso più alto di persone vegetariane e vegane1, mi sono reso conto che vi è una sconcertante trasformazione nel modo in cui l’animalismo è interpretato e praticato.

Entrando nei supermercati, non posso fare a meno di notare la vasta gamma di prodotti adatti ai vegani che ora riempiono gli scaffali. È diventato quasi inevitabile attraversare i corridoi senza imbattersi in alternative vegetali alla carne e ai latticini. In un primo momento, questa varietà sembrava indicare un cambiamento positivo verso uno stile di vita più etico, sano e sostenibile. Tuttavia, con il tempo, ho iniziato a percepire un’assenza palpabile di una vera consapevolezza etica dietro questa tendenza.

Anche nei miei incontri con amici e conoscenti, ho notato una strana discrepanza tra la comprensione del veganismo come scelta dietetica e la sua associazione con i diritti degli Animali. Mentre molti sembrano comprendere perfettamente le ragioni dietro una dieta a base vegetale, raramente la collegano a un impegno più ampio per il rispetto e la protezione degli Animali. Invece, la conversazione spesso si concentra sugli aspetti ambientali del veganismo, come la riduzione delle emissioni di gas serra e la lotta al riscaldamento globale. Quando va bene.

Un esempio lampante di questa tendenza è rappresentato da movimenti come Extinction Rebellion e Animal Rebellion. Mentre entrambi promuovono una dieta a base vegetale come parte della soluzione per affrontare la crisi climatica, l’accento sui diritti degli Animali è spesso secondario, se non del tutto assente. La dieta vegana viene incoraggiata principalmente come un modo per ridurre l’impatto ambientale personale, anziché come un atto di compassione e giustizia verso gli Animali.

Sembra che il messaggio banale sia: ‘Che problema c’è se tu non mangi carne, lui mangia halal, lui gluten free? Ognuno fa ciò che vuole’, e quindi la missione animalista viene ridotta a una conversazione per bourgeoisie.

Questo fenomeno mi ha spinto a riflettere sul concetto di assimilazione2, così eloquentemente descritto da Michel Foucault. Quando osservo il modo in cui il veganismo è stato incorporato nella cultura mainstream britannica, non posso fare a meno di vedere la sua neutralizzazione come parte di un processo più ampio di normalizzazione del potere. Il potere mainstream ha trasformato il movimento animalista da una sfida radicale alla società a una comoda opzione di consumo, riducendo il suo impatto etico e sociale.

Questo cambiamento mi preoccupa profondamente, poiché mina l’integrità stessa del movimento animalista. Mentre sono apprezzabili gli sforzi per promuovere una dieta più sana e sostenibile, non si può permettere che la questione dei diritti degli animali venga relegata in secondo piano.

Bisogna spingere oltre la narrazione limitata del veganismo come semplice scelta alimentare e far emergere la sua vera essenza come atto di resistenza contro lo sfruttamento e l’oppressione degli Animali.

In conclusione, mentre vivo in un Paese dove il veganismo è diventato parte integrante della cultura alimentare mainstream, mi preoccupa la perdita di valore etico e sociale all’interno del movimento animalista britannico.

Note:

1) www.vegansociety.com/news/media/statistics/worldwide
2) www.ragionidistato.it/2020/11/25/michel-foucault-governamentalita-e-ragion-di-stato


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sabato 18 maggio 2024

Everybody Eats: rubano cibo ai supermercati per darlo ai poveri

 Gli attivisti di Everybody Eats, un’organizzazione impegnata nella lotta contro la povertà alimentare nel Regno Unito, hanno condiviso sui social media un’azione di taccheggio di generi alimentari avvenuta nella sala ristorazione di un supermercato a Chorlton-cum-Hardy, Manchester.

Secondo quanto riportato, i prodotti sottratti sono stati successivamente donati alle banche alimentari locali. Alcuni degli attivisti erano vestiti come Robin Hood, simbolo di giustizia sociale. Nonostante l’evento sia stato segnalato, non ci sono stati arresti, sebbene la polizia di Greater Manchester sia al corrente dell’incidente.
Gli attivisti hanno annunciato l’intenzione di continuare queste azioni in altre catene di supermercati in tutto il paese fino a quando il governo non prenderà misure concrete per garantire la sicurezza alimentare.
I dati più recenti del Trussell Trust, una ONG che si occupa di contrastare la fame nel Regno Unito, rivelano che oltre tre milioni di persone hanno usufruito delle banche alimentari tra il 2022 e il 2023.
***

Secondo The Telegraph, Everybody Eats ha dichiarato che le banche alimentari erano consapevoli dell’origine della merce donata. Il gruppo ha pubblicato su X (precedentemente Twitter) una foto con la didascalia: “Oggi abbiamo preso del cibo da un M&S a Manchester senza pagarlo. Il cibo sarà distribuito direttamente alle persone della comunità e alle banche alimentari locali. Non possiamo restare a guardare mentre noi, i nostri amici, le nostre famiglie e i nostri vicini soffrono la fame.”
Ulteriori video mostrano gli attivisti mentre riempiono sacchetti con olio d’oliva, pane, cereali, latte d’avena e altri articoli, uscendo poi dal negozio senza essere fermati dalla sicurezza o dai dipendenti.
Uno degli attivisti afferma: “Andiamo nei principali supermercati e preleviamo generi alimentari essenziali per distribuirli alle banche alimentari e a chi vive in povertà alimentare nella zona. Le banche alimentari ci hanno chiesto aiuto. È la cosa giusta da fare: la gente ha fame in un paese di abbondanza, ed è osceno.”
Una persona nel video dice: “I supermercati traggono enormi profitti dall’aumento dei prezzi dei beni essenziali in questa crisi del costo della vita . Molti dei loro dipendenti vivono in condizioni di povertà alimentare”.
La catena Marks & Spencer, proprietaria del supermercato, ha confermato di aver denunciato l’accaduto alla polizia.

Secondo uno studio di giugno 2023 i supermercati britannici buttano via l’equivalente di 190 milioni di pasti all’anno che potrebbero essere dati agli affamati. Gli ultimi dati mostrano che le 10 principali catene della Gran Bretagna donano meno del 9% delle eccedenze alimentari al consumo umano.
Delle 282.338 tonnellate di cibo invenduto prossimo alla data di scadenza o di scadenza, solo 24.242 tonnellate sono state consegnate ai bisognosi. L’organizzazione benefica Waste and Resources Action Program (Wrap), sostenuta dal governo, afferma che ulteriori 80.000 tonnellate di cibo avanzato sarebbero adatte per essere donate. 1.000 tonnellate equivalgono a 2,4 milioni di pasti.

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L’ultima azione di EveryBody Eats, si è svolta il 27 aprile scorso. Sono loro stessi a raccontarla sul sito.
La campagna Everybody Eats ha messo in scena un’altra azione “Robin Hood” sabato a Hastings. Un gruppo di soli tre cittadini comuni si è recato uno dopo l’altro in alcuni dei più grandi supermercati della città e ha preso abbastanza cibo per rifornire i siti di una banca alimentare senza pagare dopo aver sentito che non avevano più scorte e che 1000 persone avrebbero sofferto la fame la prossima settimana a meno che qualcuno non intervenga.
Il gruppo non ha nominato il banco alimentare per proteggere la propria identità a causa della storia di repressione dickensiana di questo governo nei confronti dei gruppi che danno da mangiare ai poveri.
Dave, 39 anni, che gestisce la banca alimentare indipendente senza l’aiuto del governo, ha detto:

Ci sono persone che vengono arrestate per furto perché non abbiamo cibo da dare loro. Non posso ringraziarvi abbastanza, avete contribuito a salvare vite umane. Posso dormire questo fine settimana perché ora posso distribuire pacchi di cibo a queste persone che non hanno niente, e non intendo niente. Quindi, dal profondo del mio cuore, grazie ragazzi, siete tutti degli angeli”.

Il gruppo ha ritenuto che fosse loro dovere civico aiutare le famiglie a nutrire i propri figli mentre il governo e i supermercati hanno voltato le spalle alla gente in questo periodo di scandalo senza precedenti sul costo della vita. Due settimane fa, il Primo Ministro ha detto ai rivenditori, come Tesco (i cui profitti sono aumentati di 882 milioni di sterline nel 2023), che ”ti copriamo le spalle” quando si tratta di taccheggio, ignorandone completamente la causa – l’aumento vertiginoso dei costi degli affitti e delle bollette che fanno soffrire la fame a quattro milioni di bambini nel Regno Unito.
Il gruppo ritiene che sia chiaro che il governo e i supermercati sono dalla parte dei profitti piuttosto che delle persone che presumibilmente rappresentano.
Uno del gruppo, Luke, 31 anni, ha detto:

Oggi agisco con Everybody Eats perché sono stanco di lottare, sono stanco di vedere così tanti altri lottare solo perché queste aziende possano realizzare sempre più profitti ogni anno. La vita sta diventando molto più difficile ed è perché dell’avidità, e il nostro governo arà nulla al riguardo, quindi tocca a noi fare qualcosa”.

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Quasi 1,5 milioni di pacchi alimentari sono stati distribuiti dal Trussell Trust alle persone tra aprile 2023 e settembre 2023, tuttavia questo rappresenta solo una frazione di quelli in condizioni di insicurezza alimentare poiché un gran numero di persone fa affidamento su banche alimentari indipendenti che non necessitano di rinvio.
Il numero di persone che ricevono pacchi alimentari è passato da 346.992 a 2,99 milioni in soli dieci anni. Queste banche alimentari indipendenti stanno ora acquistando cibo o addirittura razionando i pacchi alimentari per far fronte alla situazione.
Il settore riferisce inoltre che è falso presumere che i supermercati aiutino fornendo scorte in eccesso poiché il cibo è di scarsa qualità e consente semplicemente ai supermercati di smaltire i propri rifiuti con il pretesto di fornire sostegno alla comunità. Le banche alimentari sono un sintomo di povertà e dobbiamo affrontarne le cause: l’avidità dei nostri politici e delle grandi imprese.

Ciò fa seguito ad azioni precedenti in cui il cibo è stato liberato da un M&S a Manchester e distribuito, e in cui il cibo è stato prelevato dai supermercati di dodici città e messo direttamente nei cestini delle donazioni. Il gruppo afferma che continuerà queste azioni finché nessuno soffrirà la fame e non avrà raggiunto i suoi obiettivi di pasti scolastici gratuiti, un programma alimentare nazionale: buoni alimentari settimanali sovvenzionati di £ 20 per tutti per aiutare con l’aumento del costo del cibo e supermercati obbligatori. segnalazione degli sprechi alimentari
Un portavoce dice:

Quello che chiediamo non potrebbe essere più ragionevole; sono semplicemente misure per garantire che tutti, nel sesto paese più ricco del mondo, possano permettersi di nutrire se stessi e i propri figli. Come può la gente soffrire la fame in Gran Bretagna nel 2024? I nostri antenati hanno combattuto per creare la Gran Bretagna moderna e ora i nostri politici vogliono rimandarci all’era vittoriana”.

Per saperne di più su Everybody Eats: https://www.everybody-eats.com/ People are hungry. It’s time to do something about it.

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venerdì 21 ottobre 2022

Cercasi aereo per il Ruanda - Alessandro Ghebreigziabiher,

 

Qui Regno Unito, anzi, Dimissionato, oltre che SeparatoIsolato Disunito, come già detto in passato.
Ma siamo di parola, okay? L’abbiamo detto e non torniamo indietro, bensì avanti, anche se a questo punto ogni dichiarazione ufficiale, più o meno perentoria, risulta difficilmente credibile. Soprattutto in tempi in cui i muri li fanno tutti ormai, anche chi un tempo desiderava abbatterli.
Indi per cui, le nostre intenzioni restano immutate: non ci frega nulla da dove provengano gli immigrati, quanto hanno sofferto il viaggio o ancor più l’approdo e il tempo che è seguito, cosa rischiano nel loro Paese d'origine o anche nel nostro, e soprattutto se li mettiamo ulteriormente in pericolo spedendoli in Ruanda.
Anche perché quest’ultima non è così brutta come sembra, è solo che la torturano così. Sì, lo so, è un patetico gioco di parole cinico e irrispettoso, ma cosa ti aspetti da noi altri arrivato sin qui? Tatto e sensibilità? Ma per chi ci hai presi? Noi siamo una nazione colonialista prima durante e dopo,  travestita da Stato democratico, mascherato a sua volta da monarchia parlamentare, ma  è tutta scena, sai, qui i nobili contano poco, tranne quando ne muore qualcuno o allorché si distribuiscano tra loro i vari dividendi. E allora che t’aspetti?
Nel mentre, siamo noi che aspettiamo che qualcuno ci dia un aereo, perché gli ultimi che avevano praticamente accettato si sono defilati e non si fa così.
Eppure non ci vuole poi molto,  ce ne basta uno semplice, niente di speciale, basta che sia in grado di decollare quando occorre, due ali, un paio di piloti e un motore, e che abbia il coraggio, ovvero lo stomaco, la coscienza, il cuore e tutte le viscere talmente lordi da atterrare sulle nostre piste e aprire i portelli, che ad avvicinare le scalette e trascinarvi sopra i migranti ci pensiamo noi.
Siamo bravi ed esperti in questo.
Nei secoli passati abbiamo affinato il gesto e perfezionato l’ingrato compito di trasportare umanità come se fosse oggetto sacrificabile quanto vendibile a seconda dell’occasione.
È solo cambiato il contesto e i tempi della trama, malgrado quest'ultima sia sempre la stessa, ma tu non lo dire, che resti tra noi, poiché se poi si fa largo il collegamento dell’attualità con lo schiavismo, nonché le invasioni, i genocidi e il saccheggio del terzo mondo, e allora è buono tutto. Anzi, no, fa schifo, e non lo possiamo permettere.
La Storia di questo secolo e di quelli passati va ridotta in segmenti sconnessi l’uno dall’altro, separati dai decenni precedenti come se tutto vien fuori dal nulla senza una ragione, come abbiamo fatto noi altri con l’Europa.
Ecco a cosa servono i muri, che siano fatti di pietra, metallo o parti appositamente annerite sulle pagine del sottovalutato archivio comune chiamato memoria. Ecco qual è il senso del passaggio tra un millennio e l’altro. Ecco quale fu il vero Bug del medesimo, giammai quello stupidamente temuto: la soluzione di continuità tra ciò che è vero e tutto quel che è possibile fatturare, compresa la vita umana.
Cercasi areo per il Ruanda, quindi, perché di fare il tragitto inverso su una barca ci hanno pensato loro, e non siamo mica scemi, noi.
Perché per quanto infami, siamo in grado di vedere cosa è evidente a qualsiasi distanza: questa gente proviene dall’inferno.
Ah, ma credevi forse non lo sapessimo? Ma è proprio questo il punto: se è da lì che sono partiti, che problema hanno a tornarci? Se non altro, è come se non si fossero mai mossi, fermi nel passato, per quanto orribile.
Be’, vedi, è esattamente ciò che stiamo facendo noi altri, ma all’inverso, poiché non ci servono altri schiavi in patria.
Solo un aereo e, se avanza, pure un nuovo primo ministro per firmare i documenti.

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lunedì 15 giugno 2020

Dai talebani a Cambridge dentro a un camion frigo - Ludovica Iaccino



Quando Rabia ripensa al suo primo lungo viaggio, ricordi confusi le affollano la mente. Due dettagli, però, non l’abbandoneranno mai: decine di persone ammassate su una barchetta e un luogo “buio e freddo”, il retro di un camion frigo.
Così Rabia e la sua famiglia sono scappati dall’Afghanistan nel 2000, allora assediato dai talebani. La ragazza aveva solo cinque anni all’epoca e ricorda poco di quel viaggio che tuttora migliaia di persone intraprendono, armati di una voglia di ricominciare e una speranza che pulsano più forti della paura di morire durante il tragitto.
Il viaggio, descritto da Rabia come “incerto, ma anche pieno di speranza”, ha portato l’intera famiglia nel Regno Unito, dove la ragazza ora studia alla prestigiosa Cambridge University e, insieme al padre, gestisce un’associazione che promuove e facilita l’integrazione dei profughi afgani e dell’Asia centrale nella società inglese.
Rabia e la sua famiglia ce l’hanno fatta a sconfiggere i soprusi, la violenza e gli incubi del passato e costruirsi una vita migliore in un altro paese. Tuttavia, tragedie come quella dei 39 migranti cinesi trovati morti soffocati in un camion frigo nell’Essex lo scorso ottobre fanno riaffiorare il dolore di chi lascia la propria terra senza la certezza di giungere a destinazione.
In seguito alle vicende dell’Essex, ho incontrato Rabia per parlare della sua esperienza, dell’importanza di modellare una società basata sull’integrazione e la compassione e del futuro che l’Afghanistan di oggi ha in serbo per le sue figlie.

Come descriveresti il tuo viaggio dall’Afghanistan verso l’Europa?

Spaventoso, pieno di incertezze. Ma anche di speranza. Mi viene in mente l’immagine della mia famiglia stipata insieme a decine di persone in una barca che ne poteva trasportare solo sei. Mi hanno detto che mio fratello, all’epoca di soli sei mesi, era riuscito a dormire solo grazie a dei sonniferi. Ricordo che mi trovavo in un luogo buio e freddo; oggi so che era il retro di un camion frigo.

Quanto ricordi di quell’esperienza?

Non ricordo molto, avevo solo cinque anni. Credo sia meglio non ricordare tutti i dettagli, o la mia vita sarebbe più traumatizzata.

Capivi, all’epoca, le ragioni che hanno portato la tua famiglia a scappare?

No. A quell’età non ti viene neanche in mente di dubitare di ciò che i tuoi genitori pensano sia meglio per te. Io e i miei fratelli abbiamo posto piena fiducia nei nostri genitori.

Che cos’hai provato quando hai appreso della tragica morte dei migranti cinesi soffocati nel camion frigo?

 Leggevo i titoli dei giornali mentre la storia si stava ancora sviluppando e pensavo che avremmo potuto essere io e la mia famiglia 20 anni fa. Gli esseri umani vengono trasportati in altri paesi come se fossero merci. In tempi come questi è importante difendere l’amore, la compassione e l’umanità.
Quello che è successo mi ha anche fatto pensare ai 58 migranti cinesi che sono morti allo stesso modo a Dover nel 2000. Mio padre parla spesso di quella storia. Dopo tanti anni, è successa una cosa simile.

Dopo essere arrivati nel Regno Unito, tuo padre ha voluto fare qualcosa per aiutare chi scappa da situazioni di violenza, negazione e povertà. Come è nata ACAA?

Spinto dalla sua esperienza personale, mio padre – il dr. Nooralhaq Nasimi – ha fondato l’ACAA (Afghanistan and Central Asian Association) nel 2001, con lo scopo di aiutare i rifugiati e i nuovi arrivati nel Regno Unito a sentirsi meno isolati e integrarsi nella società. Con ACAA, vogliamo emancipare i nostri beneficiari; li aiutiamo a capire meglio la realtà locale, la vita e la cultura britannica attraverso attività sociali ed educative. Il principio fondamentale su cui si basa ACAA è quello di riunire le diverse comunità. Quest’anno – è il ventesimo anniversario del nostro arrivo nel Regno Unito – ci siamo spostati in un ufficio più grande, che ci permetterà di espandere le nostre attività.
L’organizzazione ha ricevuto vari riconoscimenti e premi tra cui il Refugee Support Service dal London Prestige Award nel 2019 e il Queen’s Award for Voluntary Service nel 2018.
Micheal Gove, cancelliere del Ducato di Lancaster, Damien Egan, sindaco di Lewisham e Seema Malhotra, deputata a Feltham e Hounslow, hanno tutti lodato l’organizzazione.

Condivideresti con noi la storia di uno dei beneficiari di ACAA?  

 Sì. Uno delle donne assistite, che vive a Hounslow (un quartiere di Londra ovest) ha spiegato le difficoltà incontrate quando non riusciva a esprimersi in inglese e non poteva neanche uscire senza il marito per comprare da mangiare.
‘Mio marito non deve più portarmi a fare la spesa,’ ha detto. ‘È semplice, quando voglio comprare dell’aglio o delle cipolle, ora so come fare. Vivo qui, ma prima non sapevo le cose basilari. Voglio uscire senza avere paura, voglio essere in grado di andare dal dottore da sola. Tempo fa, sono uscita per comprare degli spinaci, sono andata al mercato tre volte, ma sono sempre tornata a casa senza nulla‘.
‘Ma ora sto imparando. Avevo un appuntamento dal dottore l’altro giorno, riguardava questioni femminili e non l’ho detto a mia figlia perché ero imbarazzata. C’era un traduttore con me. Sogno il giorno in cui sarò in grado di poter andare dal dottore da sola, senza dover dirlo a qualcun altro. Non sono neanche sicura che il traduttore abbia capito’.

Siamo in un’epoca caratterizzata dalla Brexit, dall’ascesa dei movimenti di estrema destra e dall’ennesimo peggioramento della crisi migratoria. Cosa si può fare per abbattere gli stereotipi culturali?

 Ogni singolo individuo è in grado di sfidare questi stereotipi. Lo si può fare all’interno della propria famiglia, tra amici o nella propria comunità. Fare del volontariato è un ottimo modo per conoscere persone di culture diverse e mostrare agli altri che a noi importa di queste cose.

Rabia, tu studi a Cambridge, lavori per un’organizzazione non governativa, stai costruendo la tua carriera e sei amata e supportata dalla tua famiglia. Come sarebbe stata la tua vita se fossi rimasta in Afghanistan?

 La mia famiglia è stata costretta a fuggire quando io ero solo una bambina. Crescere qui nel Regno Unito ci ha dato opportunità che ci sarebbero state negate nel nostro paese e che sono state negate a chi viveva sotto i talebani.
La lotta e la sofferenza delle donne sotto i talebani rimangono nella nostra memoria collettiva; parliamo di donne a cui era vietato lavorare, studiare e partecipare attivamente alla società. Tuttavia, l’Afghanistan di oggi è diverso da quello che ha lasciato la mia famiglia. Le donne ricoprono ruoli sempre più importanti al governo, nei media e nelle arti.

Come descriveresti la vita delle donne e ragazze afgane?

Ho una grande ammirazione per le donne e le ragazze dell’Afghanistan, che combattono continuamente per avere i propri diritti riconosciuti ed essere trattate alla pari [degli uomini].
La loro resilienza la si può vedere tutti i giorni. Sono così felice di poter vedere una nuova generazione di donne che combattono contro le ingiustizie. Sono le eroine e il futuro del paese. Ci sono delle donne incredibili in Afghanistan, come Shaharzad Akbar e Sahraa Karimi. Non dobbiamo perdere di vista questo fenomeno, di modo che la prossima generazione di donne afghane prosperi durante il consolidamento della pace nel paese.

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venerdì 17 maggio 2019

Camerieri di tutto il mondo, unitevi! - Alex McIntyre, Dawn Foster



I lavoratori di Wetherspoons, catena di pub britannica, hanno detto basta agli stipendi da fame e alle condizioni di lavoro estenuanti. Hanno creato un sindacato, hanno scioperato e hanno vinto

Wetherspoons è una catena di pub onnipresente nel Regno unito. Serve cibo e bevande a poco prezzo, ma tratta il personale in modo scadente. Così, nella città di Brighton alcuni dipendenti più giovani hanno deciso che ne avevano abbastanza e, mettendo a rischio il loro posto di lavoro precario e sottopagato, hanno costituito una delegazione sindacale. Con il loro primo sciopero sono riusciti a ottenere un aumento salariale e maggiore attenzione da parte dei datori di lavoro.
Lo hanno chiamato #Spoonstrike, dal nome della catena. La loro iniziativa si è aggiunta alla rete più ampia delle mobilitazioni dei lavoratori precari dei fast food, di altre filiali di Wetherspoons e di altre catene come McDonald’s. Il loro principale strumento di organizzazione sono i social media: WhatsApp per comunicare tra loro, Facebook e Twitter per pubblicizzare gli scioperi verso l’esterno, guadagnarsi il sostegno della gente e aumentare così la pressione sui datori di lavoro.
Dawn Foster, di Jacobin Magazine, ha incontrato Alex McIntyre, uno degli organizzatori dello SpoonStrike e delegato sindacale di uno dei due pub di Brighton in sciopero, il Bright Helm. Ne è nata questa intervista.
Cosa ti ha spinto verso la sindacalizzazione? Avevi già esperienze di militanza oppure semplicemente hai deciso che le tue condizioni di lavoro non erano più tollerabili?
La mia infanzia e la mia adolescenza sono state completamente devastate dall’austerity. Quando ero piccolo hanno tagliato i sussidi a mia madre, hanno chiuso l’associazione dove facevo sport e andavo a giocare, hanno soppresso il pronto soccorso dell’ospedale della mia città. In tutte le scuole che ho frequentato i genitori dovevano versare regolarmente un contributo per i materiali di base. Se poi da adulto ti ritrovi a lavorare a ritmi massacranti per un salario da fame e a subire le molestie da parte del padorne, a un certo punto capisci che hanno superato il limite. Non ho un background di militanza. Anzi, penso che si possa dire di me come di tutti quelli con cui ho fatto il sindacato che non siamo altro che prodotti dell’ambiente in cui viviamo.
Cosa non andava nello stipendio e nelle condizioni di lavoro al pub?
L’anno scorso Wetherspoons ha fatto profitti da record, circa 68 milioni di sterline. Nel frattempo io guadagnavo 7 sterline e 90 l’ora, arrivando a malapena a pagare l’affitto, nutrirmi decentemente e vivere come un essere umano. Ti sembra giusto? Perché i lavoratori che creano ricchezza devono vivere nella miseria? Wheterspoons è un locale per working class. Le birre costano poco, il cibo è economico e in molte città e paesi del Regno Unito rappresenta un luogo di ritrovo reale per le persone. Questo non dovrebbe essere sinonimo di manodopera a basso costo, però, e noi lavoratori non dovremmo essere pagati sotto il minimo salariale mentre i manager e gli azionisti ricavano sempre più profitti sul nostro lavoro.
Qual è stata la vostra prima forma di organizzazione?
Io sto in cucina, dove per lavorare bene è importante comunicare e fare squadra. Questo significa anche che dopo il lavoro si va a prendere una birra tutti insieme, per esempio. (Penso che sarebbe impossibile non bersi una birra dopo 10 ore passate a sudare, urlare e scottarsi le mani). In queste situazioni è fisiologico cominciare a lamentarsi della fatica dell’ora di punta, dei clienti, dei colleghi e così via. Mi ricordo che una volta ero uscito a bere qualcosa con un mio amico e lui mi ha detto letteralmente: «Sai una cosa? Ne ho abbastanza. E tu?». Spesso si trascura un dato: quando sopporti tutti i giorni un lavoro di merda con le stesse persone, di fatto sei già un sindacato. Semplicemente non lo chiami ancora così.
Quanto erano entusiasti i tuoi colleghi dell’idea di organizzarsi?
All’inizio direi che i favorevoli all’organizzazione erano il 70%. La gente aveva riserve perfettamente comprensibili. Alcuni erano preoccupati di perdere il lavoro, di subire minacce o di venire trasferiti in altri pub. Però quando abbiamo iniziato a guardare a noi stessi non come singoli individui, ma come un collettivo, ci siamo resi conto che eravamo molto, molto più forti dei nostri datori di lavoro. Che se avessero toccato uno di noi, ci avrebbero toccato tutti. Abbiamo ricevuto un sostegno straordinario da parte del Baker’s, Food and Allied Workers Union, che è continuato nei mesi successivi e ci ha permesso di tenere alto il morale. Così al momento di votare lo sciopero abbiamo votato all’unanimità.
Ci racconteresti questo primo sciopero? Quali erano le vostre rivendicazioni?
Il primo sciopero è stato magico. Credo che non lo dimenticherò mai. Dopo mesi di pianificazione potevamo finalmente appendere i grembiuli al chiodo e dire basta alla paga di merda, alle lunghe ore di lavoro e a tutte le umiliazioni.
Lo sciopero è iniziato con uno stop a mezzanotte di tutti i membri del sindacato che lavorano al turno di chiusura, in entrambi i pub in cui era indetta l’agitazione. Le ore precedenti le avevamo passate a fare cartelli, a provare i cori e anche a divertirci in generale. È stata una festa, e anche se l’emozione era tanta abbiamo tenuto la situazione sotto controllo.
Come previsto, in entrambi i pub i manager e i buttafuori si erano messi all’ingresso per intimidirci e scoraggiarci. Ma non ha funzionato: siamo stati raggiunti da centinaia di sostenitori, tra membri di altri sindacati, partiti laburisti locali o semplici persone. Per la prima volta ho sentito che non eravamo soli e che eravamo dalla parte giusta della storia.
Le nostre richieste erano un salario di 10 sterline all’ora, il riconoscimento del sindacato e la fine dei contratti a zero ore e delle paghe ridotte per i minorenni. Sono richieste di base, terra terra. Ma sono necessarie, perché ovviamente non possiamo sperare che arrivino concessioni dall’alto (altrimenti non avremmo bisogno di scioperare). Dobbiamo lottare dalla base per garantirci uno standard lavorativo universale.
Come ha risposto Wetherspoons? Hanno provato a spaccare il sindacato?
Dopo sette mesi, Tim Martin [il proprietario di Wetherspoons] non si è ancora seduto al tavolo della trattativa. Anche se poi sul Daily Mirror ha accusato noi di usare “la diplomazia delle cannoniere”, il suo atteggiamento è chiaro. (In effetti io sono abbastanza orgoglioso della posizione che abbiamo tenuto). A un certo punto Martin ha anche fatto un video in cui rivendicava il fatto di pagarci dei salari al livello di povertà.
Alcuni hanno provato a renderci la vita difficile sul lavoro, e i manager più anziani hanno provato in tutti i modi a spezzare il nostro sentimento di essere forza e di unità
È stato approvato un aumento di stipendio, ai punti vendita di Brighton è stata applicata una tariffa conforme al costo della vita locale e ai manager che avevano operato minacce è stato chiesto di rendere conto. Penso che questa va considerata una vittoria, no? Siamo solo diventati più forti, ma c’è ancora tanto da fare.
Come è cresciuto il movimento e quale sostegno esterno ha ottenuto?
Si è propagato come un incendio. Non mi viene nessun’altra immagine per descrivere lo slancio del nostro movimento. #SpoonStrike fa parte della campagna sui diritti dei fast food che comprende le lotte dei lavoratori di McDonald’s (#McStrike) e dei lavoratori del TGIFriday. Rappresentiamo i giovani iper-precarizzati che subiscono tra le peggiori condizioni di lavoro del settore. I giovani parlano tra di loro,  usando Twitter, Facebook, WhatsApp e così via. Parlarci e condividere ci viene naturale.
Abbiamo avuto un sostegno da parte dei politici locali e dall’opinione pubblica in generale. Ovviamente, stavamo abbiamo rischiato di rimetterci, ma la raccolta fondi che abbiamo lanciato è stata notevole e ha tenuto alto il morale. Grazie alla generosità di centinaia di persone siamo stati in grado di pagare a chiunque scioperasse 10 sterline all’ora per le ore perse. Hai visto, Tim Martin? Non è difficile!
Come si presenta il movimento ora, rispetto a com’era all’inizio?
Uno degli argomenti usati contro le nostre capacità organizzative era che la ristorazione ha notoriamente un alto tasso di turnover e che non saremmo mai riusciti a consolidare una presenza sindacale. È accaduto esattamente l’opposto. Avendo ottenuto condizioni di lavoro e una retribuzione migliore, in realtà abbiamo tutti ottenuto un incentivo a rimanere. Questo ha significato una creascita costante del nostro sindacato di Brighton dallo sciopero dell’ottobre dello scorso anno a oggi, e siamo più forti che mai. Abbiamo contatti con varie persone nei pub di tutto il paese. È davvero emozionante.
Come funziona ora?
Il lavoro è sempre pesante, intanto! Nonostante l’aumento di stipendio io spendo ancora la maggior parte di quello che guadagno nell’affitto, e il prezzo del cibo è un pensiero fisso per me. Però è vero che l’atmosfera al lavoro è completamente cambiata. Il personale non ha più paura della direzione, perché sappiamo che con il sindacato siamo diventati più forti. Di conseguenza siamo anche trattati in modo più equo. Onestamente non c’è nessun lato negativo, se non quello di essere chiamato di tanto in tanto radical chic da un paio di colleghi più anziani (e ancora non ho capito perché) . Ma il fatto che parlano di quello che abbiamo fatto è una cosa buona.
Cosa farete adesso?
Bella domanda. A tutti i responsabili del personale che stanno leggendo questo articolo voglio dire: «No, non prevediamo altri scioperi nell’immediato futuro». Ma in fondo chi può dirlo? Siamo una forza collettiva di lavoratori che si difendono da soli. In caso di necessità lo faremo di nuovo.
Stiamo anche lavorando insieme a tutte le persone con impieghi simili al nostro nel resto del paese, in particolare a Brighton, e li stiamo aiutando a organizzarsi all’interno dei loro posti di lavoro. Lo #SpoonStrike ha fatto da catalizzatore per quella rivoluzione nel mondo della ristorazione di cui da anni la Gran Bretagna e i lavoratori del settore hanno un disperato bisogno. A oggi quattro milioni di lavoratori sono in condizioni di povertà e questo numero cresce a ritmi più rapidi dell’occupazione. Le cose devono cambiare, e non le cambia il governo lo faremo noi.
Come dovrebbe essere il Wetherspoons ideale per i lavoratori?
Un posto in cui ogni lavoratore ha ore garantite, guadagna almeno un salario minimo di 10 sterline all’ora, dove il sindacato è riconosciuto e dove la gestione del pub viene decisa collegialmente (attraverso rappresentanti dei lavoratori presenti nei consigli di amministrazione). Niente di più e niente di meno.

(*Dawn Foster, staff writer di Jacobin, è anche editorialista per il Guardian, ha scritto Lean Out.
Questo articolo è uscito su JacobinMag, la traduzione è di Riccardo Antoniucci)