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domenica 3 agosto 2025

La guerra minaccia i semi: la corsa contro il tempo per salvare la biodiversità agricola - Maurizio Bongioanni

 

Nel 2025, in un mondo scosso da crisi geopolitiche, anche i semi diventano vittime della guerra. Da Khartoum a Charkiv, da Gaza ai monti dell’Afghanistan, le banche genetiche che custodiscono la biodiversità agricola mondiale subiscono attacchi, saccheggi, chiusure forzate. E con loro rischiano di scomparire le varietà tradizionali di cereali, legumi e ortaggi adattate nei secoli a climi estremi, suoli poveri e parassiti locali. Veri e propri tesori genetici oggi più che mai preziosi, in un mondo sempre più caldo e instabile.

Per salvare questo patrimonio, gli scienziati si affidano a un luogo remoto e gelido. Da 2008 il Global Seed Vault alle isole Svalbard, scavato nel permafrost artico norvegese, conserva in condizioni sicure milioni di semi provenienti da ogni angolo del Pianeta. Una sorta di Arca di Noè vegetale pensata per resistere a guerre e disastri naturali.

I semi minacciati dalla guerra in Sudan, Ucraina e Palestina

Il caso più drammatico è forse quello del Sudan. Come racconta il giornalista Fred Pearce su Yale Environmental 360, a Wad Medani, lungo il Nilo Azzurro, la banca nazionale dei semi custodiva varietà ancestrali di sorgo e miglio perlato, coltivate da millenni e fondamentali per l’adattamento ai climi aridi. Ma nel dicembre 2023, all’inizio della guerra civile, le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) hanno invaso il centro. Quando i ricercatori sono riusciti a tornare, tredici mesi dopo, hanno trovato congelatori svuotati e semi sparsi ovunque. Il direttore delle risorse genetiche, Ali Babiker, ha recuperato quel che restava da una stazione di ricerca a Elobeid e, nel febbraio scorso, ha spedito i semi alle Svalbard. Ma solo un quarto della collezione sudanese è stato finora messo in salvo.

Simile la sorte dell’Ucraina. Prima della guerra, il Paese era tra i maggiori esportatori di grano al mondo grazie anche alla banca genetica di Charkiv, tra le dieci più grandi a livello globale. Nel 2022, però, un bombardamento russo ha colpito l’istituto. Parte della collezione è stata salvata e trasferita in un luogo segreto a ovest, ma molte varietà restano in territori occupati. Solo 2.780 campioni — su 154mila totali — sono oggi duplicati alle Svalbard.

In Palestina, invece, la banca dei semi di Hebron — gestita dalla Union of Agricultural Work Committees (Uawc) — continua a operare nonostante le pressioni israeliane. Dal 2003 raccoglie varietà locali di ortaggi coltivati tra Cisgiordania e Gaza. Nonostante nel 2021 Israele abbia designato la Uawc come organizzazione terroristica, l’Unione europea e le Nazioni Unite continuano a collaborare con i suoi ricercatori. Nell’ottobre scorso i primi semi palestinesi sono arrivati al Global Seed Vault: un segnale di speranza in un contesto altamente instabile.

Le banche dei semi a rischio: cause e territori coinvolti

Molti dei centri di origine delle colture mondiali — luoghi dove i primi agricoltori hanno addomesticato grano, orzo, lenticchie — coincidono oggi con zone di conflitto. Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen. In questi territori i semi non sono solo cibo: sono memoria, cultura, resilienza.

In Afghanistan, ad esempio, le banche genetiche sono state sistematicamente distrutte sin dagli anni ’70. Le collezioni sono state rubate, disperse, bruciate. Anche in Iraq la guerra ha fatto il suo corso, con la distruzione nel 2003 del centro di Abu Ghraib. Ma alcuni ricercatori, prevedendo che qualcosa di simile potesse accadere, avevano già inviato i campioni all’Icarda (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) di Aleppo, in Siria. Quei semi hanno poi attraversato nuove guerre e, poco prima dell’assalto dell’Isis, sono stati trasferiti in Libano, Marocco e alle isole Svalbard. Un viaggio travagliato che ha permesso di preservare varietà di grano, orzo e legumi antichissimi, ora usati per selezionare nuove piante resistenti alla siccità.

Come se non bastasse la guerra, anche i cambiamenti climatici causati dall’uomo e i conseguenti eventi meteorologici estremi stanno minacciando la sopravvivenza dei semi a livello globale. Lo scorso anno, riporta Pearce, le isole Svalbard hanno prelevato semi duplicati dalla banca genetica nazionale filippina di Los Baños. Quest’ultima ha perso più di metà della sua collezione due volte, prima a causa di un tifone nel 2006 e poi a causa di un incendio nel 2012.

Le banche dei semi minacciate anche dai tagli ai finanziamenti

La rivoluzione verde degli anni ’60 ha permesso di sfamare miliardi di persone, introducendo – specie nei Paesi del Sud del mondo – sementi ad alta resa, fertilizzanti chimici e tecniche moderne di irrigazione. Ma ha anche ridotto drasticamente la varietà genetica delle colture. Oggi la maggior parte dei campi coltivati nel mondo si basa su poche varietà selezionate per produrre il massimo con l’uso intensivo di fertilizzanti e irrigazione. Senza la ricchezza genetica dei semi tradizionali, però, sarà impossibile affrontare le nuove sfide: parassiti, malattie, siccità, ondate di calore. 

Era il 1921 quando il famoso agronomo Nikolai Vavilov fondò la prima banca dei semi al mondo, in Russia. Oggi la maggior parte delle nazioni dispone delle proprie strutture, supportate da 11 banche internazionali gestite nell’ambito di una partnership nota come Cgiar (Consultative Group on International Agricultural Research), finanziata in gran parte dai governi. Eppure, proprio oggi, questo sistema globale vacilla. Gli Stati Uniti, attraverso Usaid, erano tra i principali donatori della rete Cgiar. Ma, con i tagli alla cooperazione internazionale stabiliti dal presidente Donald Trump, molte banche dei semi che fanno parte di questa alleanza rischiano la chiusura. Il centro statunitense di Fort Collins ha subito licenziamenti, ad esempio, e il Regno Unito, attraverso il Millennium Seed Bank, denuncia un clima crescente di sfiducia.

A proposito di sfiducia, persino la Norvegia, sede del “caveau dell’Apocalisse” (come è chiamato il centro di conservazione delle Svalbard), comincia a essere vista con sospetto dagli altri Stati. Lo storico interesse russo sulle isole Svalbard sta alimentando i timori: alcuni governi esitano a inviare i propri semi, temendo per la loro sovranità genetica.

I semi come patrimonio da proteggere dalle guerre

Conservare i semi del passato significa garantire cibo nel futuro. Significa poter selezionare piante più resilienti, più adatte ai cambiamenti climatici, meno dipendenti da input chimici. Significa difendere la biodiversità agricola, che è alla base della nostra sopravvivenza.

Le guerre bruciano archivi genetici che hanno richiesto secoli per formarsi. Ma, ogni volta che un ricercatore riesce a salvare un campione e spedirlo alle Svalbard, quella memoria vegetale trova rifugio tra i ghiacci. Finché ci saranno semi da proteggere, ci sarà ancora una possibilità di riscrivere la storia.

da qui

venerdì 12 luglio 2024

Cos’è la Cassa Depositi e Prestiti e perché è utile ripubblicizzarla - Maurizio Bongioanni

 

"Riprendiamoci il Comune" propone di ripubblicizzare Cassa Depositi e Prestiti per sostenere le opere utili alla comunità locale

 

Continua la raccolta firme di “Riprendiamoci il Comune”, la campagna che ha per obiettivo quello di portare in Parlamento due proposte di legge di iniziativa popolare. Una dedicata alla riforma della finanza locale e una per la ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).

Quest’ultima è infatti l’istituzione più utilizzata dai cittadini italiani ma anche la meno conosciuta. Un paradosso: oltre venti milioni di persone mettono i propri risparmi in un libretto postale o in buoni fruttiferi. Questi risparmi transitano dalle poste alla Cassa Depositi e Prestiti, la quale per oltre 140 anni è stata un ente pubblico. Con due esclusivi compiti: tutelare quei risparmi e utilizzare l’enorme massa di denaro raccolta per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti pubblici. Un semplice meccanismo che dal 1850 (quando venne creata dal Regno di Sardegna con il nome di Cassa Piemontese) al 1990 ha consentito di dotare le comunità territoriali di moltissime opere di interesse pubblico. Come acquedotti, ferrovie, strade, parchi, asili nido, scuole, ospedali, case, teatri, ecc. 

Non solo infrastrutture e servizi territoriali: i soldi della Cdp sono serviti anche per sostenere i lavori di ricostruzione delle opere italiane andate distrutte durante le guerre mondiali o a causa di eventi naturali. È il caso dell’alluvione del Polesine nel 1951, del disastro del Vajont nel 1963 e del terremoto del Belice nel 1968. 

Gli anni Novanta e Duemila della privatizzazione

Poi, nel 1990 è cambiato tutto. Quelli sono gli anni di intense politiche di privatizzazione «che, naturalmente, investono in pieno anche l’intero sistema bancario e finanziario», spiega Marco Bersani, tra i fondatori della campagna e presidente di Attac Italia. «Siamo l’unico Paese al mondo che è passato da un controllo pubblico sulle banche pari al 74,5% negli anni Ottanta allo 0% attuale». 

La prima direzione in questo senso è stata compiuta dal primo governo di Giuliano Amato, che proprio nel 1990 liberalizza la possibilità di accesso ai finanziamenti da parte degli enti locali. Questi ultimi fino a quel momento potevano accedere solamente ai crediti resi disponibili da Cassa Depositi e Prestiti. Un passo decisivo ma senza rilevanti effetti pratici, in quanto le banche erogavano prestiti a tassi di mercato e non a tassi agevolati come Cdp. 

Ma la pressione da parte delle banche privatizzate è continuata fino al 2003. All’epoca, sotto l’allora governo di Silvio Berlusconi, il ministro dell’economia Giulio Tremonti compie il passo decisivo. Cassa Depositi e Prestiti diventa una società per azioni (SpA). E le fondazioni bancarie, che sono già i maggiori azionisti delle banche private, entrano nel suo capitale sociale (nel 2003 erano 65 le fondazioni bancarie entrate a far parte di Cdp).

Struttura del Gruppo CDP al 31 dicembre 2021 © Wikimedia Commons

Oggi, infatti, Cdp è controllata per circa all’83% dal ministero dell’Economia e circa al 16% dalle diverse fondazioni bancarie. Il principale impiego delle risorse finanziarie è rappresentato dai prestiti verso lo Stato e le amministrazioni locali, dall’investimento nel capitale di rischio di imprese italiane che operano anche all’estero. E dalla partecipazione in progetti immobiliari, infrastrutturali e finanziari ritenuti strategici per lo sviluppo dell’economia nazionale.

Da chi è formata Cassa Depositi e Prestiti

Una trasformazione epocale per un ente pubblico. Cassa Depositi e Prestiti è diventata un soggetto finanziario a tutto campo che agisce sull’economia nazionale e internazionale a 360 gradi. Orientando i propri investimenti unicamente all’obiettivo del profitto. Quello che per oltre 140 anni era stato un ente di diritto pubblico al servizio delle comunità è oggi una holding che controlla diverse società. 

Tra queste, ci sono Cdp Equity, che investe sul mercato privato italiano (agendo sia come azionista di minoranza in società quotate e non quotate, sia attraverso Società di gestione del risparmio partecipate e/o gestite da terzi). C’è Cdp Reti, che detiene investimenti in Snam (31,35%), Italgas (26,01%) e Terna (29,85%). Con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo di infrastrutture di trasporto, rigassificazione, stoccaggio e distribuzione del gas naturale e dell’energia elettrica. E poi ci sono ancora altre ramificazioni di Cdp (Simest, Fintecna, Cdp Immobiliare, Cdp Real asset Sgr). Che investono nell’abitare, nella valorizzazione del patrimonio pubblico, nel turismo e quant’altro.

Iniziative popolari

In tutto questo è cambiato il rapporto con gli enti territoriali. I soggetti per cui era nata Cdp ora possono chiedere un finanziamento alla Cassa ma a tassi di mercato come quelli di una qualsiasi banca. Con il risultato che i comuni sono spesso indebitati e si affidano a Cdp, che a sua volta si propone come partner per svendere il patrimonio pubblico. E per privatizzare i servizi locali attraverso la costituzione di multiutilty da collocare in Borsa. Così facendo l’ente territoriale ha qualche speranza di poter ripianare i debiti. 

Una ripubblicizzazione che vale almeno 280 miliardi

È chiaro come in un contesto così perverso, il Comune si trovi con minori possibilità di investire nel welfare territoriale e nei beni comuni. Mentre dall’altra parte Cdp raccoglie 280 miliardi di euro, ai quali si aggiunge la raccolta obbligazionaria effettuata sui mercati per un totale di 517,1 miliardi. Una cifra enorme che potrebbe essere utilizzata, come propongono la campagna Riprendiamoci il Comune e le due relative proposte di legge d’iniziativa popolare, per la costruzione di un altro modello sociale, ecologico e relazionale. A partire proprio dai Comuni e dalle comunità territoriali.

«Quei 280 miliardi non sono a disposizione per la spesa pubblica, sono ovviamente prestiti frutto del risparmio, che va tutelato, di oltre venti milioni di persone», chiarisce Bersani. «Ma queste persone, al contrario degli investitori sui mercati speculativi, non chiedono che il proprio denaro frutti loro enormi performance di redditività. bensì che sia semplicemente tutelato. E sarebbero più che d’accordo che, nel frattempo, venga utilizzato per opere pubbliche capaci di intervenire nelle proprie comunità di riferimento in direzione della conversione ecologica, della giustizia sociale e di una diversa qualità della vita e delle relazioni sociali. Venti anni dopo la sciagurata privatizzazione di Cassa Depositi e Prestiti è arrivato il momento di riprenderci la Cassa e la possibilità di un futuro diverso per tutte e tutti».

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lunedì 6 maggio 2024

4 fondi “sostenibili” su 10 investono nelle società dei combustibili fossili - Maurizio Bongioanni

 

Aumentano le temperature globali, così come aumenta il numero di cittadini dell’Unione europea che vogliono assicurarsi che i propri investimenti non danneggino l’ambiente. Uno studio del 2023 condotto dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ha evidenziato come la domanda di fondi che pubblicizzano il proprio impatto positivo sulle questioni ambientali, sociali e di governance (ESG) abbia superato gli altri tipi di fondi negli ultimi sei anni.

Questo ha portato a un enorme cambiamento nei flussi finanziari. Alla fine dell’anno scorso, il 60% degli investimenti europei era detenuto in fondi “sostenibili”, secondo il fornitore di dati finanziari Morningstar. Ciò equivale a circa 5mila miliardi di euro, più del doppio del bilancio dell’Ue per l’azione sul clima dal 2021 al 2027.

Per Follow the Money, il 40% dei fondi sostenibili è a rischio greenwashing

Scegliere in quale fondo investire può essere molto complicato. Ci sono migliaia di opzioni che promettono di fornire rendimenti mentre salvaguardano l’ambiente. Per la precisione, sono più di 2.300 fondi in Europa, di cui 1.277 disponibili per essere analizzati. A offrirli, piccoli fornitori così come grandi nomi del calibro di UBS, HSBC e BlackRock. Di fronte a così tante opzioni, non sorprende che la maggior parte delle persone prenda le proprie decisioni semplicemente in base a come un fondo si presenta.

Un ragionamento logico ma anche pericoloso. La piattaforma Follow the Money, insieme al gruppo investigativo olandese Investico, ha scoperto che quattro fondi su dieci (quindi il 40%) che si pubblicizzano come sostenibili detengono invece investimenti in aziende che si occupano di combustibili fossili. E ciò succede in aperta violazione delle nuove regole che entreranno in vigore in tutta l’Unione europea quest’anno. 

I tentativo dell’Unione europea di fermare il greenwashing

A Bruxelles, si sta tentando di porre un freno al greenwashing. Ovvero alle pratiche con cui le aziende presentano le proprie operazioni o i propri prodotti come ambientalmente sostenibili quando non lo sono. 

Nel 2021, l’Unione europea ha introdotto il regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (SFDR). L’obiettivo è quello di rendere il profilo di sostenibilità dei fondi più comparabile e di facile comprensione per gli investitori. Eppure, come hanno dimostrato le indagini di Follow the Money e dei suoi partner, queste regole si sono rivelate inefficaci. La Commissione europea, quindi, sta ora considerando un nuovo sistema per rendere più chiaro quali aziende appartengano a un fondo sostenibile e quali no.

In questa direzione sta lavorando l’Esma, che ha fatto leva sulle leggi sulla protezione dei consumatori per istruire gli enti regolatori nazionali su come affrontare il greenwashing. Per esempio, le nuove linee guida che entreranno in vigore quest’anno stabiliscono cosa significa sostenibile in termini più concreti, con tanto di parametri numerici. I fondi che si descrivono “sostenibili” non potranno investire in aziende che traggono più dell’1% del loro fatturato dal carbone, più del 10% dal petrolio o più del 50% dal gas.

L’indagine di Follow the Money sul greenwashing dei fondi ESG

Follow the Money e Investico hanno indagato su quanti fondi dovranno allinearsi a queste nuove regole. I giornalisti hanno raccolto dati su circa 1.300 fondi elencati nel database di Morningstar che usano termini legati alla sostenibilità ambientale. Hanno quindi analizzato quasi 300mila investimenti effettuati da questi fondi, per un totale di 525 miliardi di euro. E li hanno messi a confronto con le regole dell’Esma.

I risultati non sono stati positivi. Più del 40% di questi fondi sostenibili detiene investimenti in aziende che traggono ricavi significativi dai combustibili fossili. Nei Paesi Bassi, più della metà dei fondi destinati ai consumatori viola le nuove regole. In Danimarca, Svizzera, Spagna e Italia la percentuale sfiora il 50%.

I due maggiori “colpevoli” sono il gigante degli investimenti statunitense BlackRock e il gestore patrimoniale francese Amundi. Ciascuno di essi ha pubblicizzato circa 40 fondi utilizzando termini come “ESG” e “sostenibile”, nonostante detenessero azioni di aziende petrolifere. BlackRock ha investito più di due miliardi di euro in questi fondi spacciati per green. Gli investimenti di Amundi invece superano i 575 milioni di euro, comprese le azioni della compagnia petrolifera statale saudita Saudi Aramco.

Le compagnie fossili più popolari tra i fondi sostenibili

La compagnia petrolifera più popolare è TotalEnergies. Quasi un quarto dei fondi “verdi” che detengono azioni in aziende petrolifere, del carbone e del gas investono in Total, compreso il “sostenibile” fondo azionario europeo di BNP Paribas. In tutto, sono 143 fondi che investono complessivamente 1,1 miliardi di euro in una delle più grandi compagnie fossili al mondo.

Ma TotalEnergies è in buona compagnia. I fondi ESG della banca olandese ABN Amro investono in Shell, quelli di Swiss Life in ExxonMobil e quelli della statunitense Northern Trust in ConocoPhillips. La tedesca DWS offre fondi ESG che investono in Pembina Pipeline Corporation, società che costruisce oleodotti utilizzati per l’estrazione di sabbie bituminose negli Stati Uniti. Infine, i giganti bancari HSBC e UBS detengono azioni di Aker BP, una compagnia petrolifera norvegese che sta cercando nuovi giacimenti di petrolio e gas nelle zone incontaminate dell’Artico.

In Italia, la metà dei fondi sostenibili investe nelle fonti fossili

Il problema riguarda anche l’Italia. Come ripotato da IrpiMedia (che ha partecipato all’inchiesta), nel nostro Paese ci sono 493 fondi di investimento che si definiscono ESG. Di questi, circa la metà (240, per la precisione) mantiene nel proprio portafoglio investimenti in aziende fossili. Parliamo di circa 68 milioni di euro dedicati a investimenti fossili su un totale di 2 miliardi e 20 milioni. 

«Ma, per quanto la quota di investimento nei fossili sia bassa, il problema sta in quello che questa percentuale rivela. Le industrie in cui questi fondi investono sono infatti Chevron, TotalEnergies, Shell, OMV, Eni, Marathon Petroleum, Repsol, Engie: tutti colossi dell’energia fossile» scrive IrpiMedia.  

Cosa vuol dire davvero “sostenibile” nel mondo della finanza

«Molto deve ancora cambiare», ha dichiarato a Follow the money Joost Schmets, del gruppo di difesa European Investors-VEB, dopo aver esaminato i risultati dell’inchiesta. «Ci sono ancora troppi gestori di fondi che pensano: “Attirerò le persone con termini come ESG senza cambiare nulla del mio portafoglio”. Ma chi cerca un fondo ESG non vuole investire in società di combustibili fossili». 

Secondo gli esperti, gran parte del problema è dovuto alle ampie definizioni di “verde” o “sostenibile” e ai modi in cui le istituzioni finanziarie possono distorcerle per adattarle ai propri scopi. Gli investitori utilizzano il termine “sostenibile” in maniera troppo vaga e per indicare qualsiasi tipo di impegno. Le linee guida dell’Esma dovranno risolvere questo dilemma una volta per tutte. 

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