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giovedì 17 luglio 2025

Il furto degli asini di Gaza: il colonialismo mascherato da tutela animale - Grazia Parolari


Migliaia di asini a Gaza sono stati strappati alle loro famiglie e deportati in Europa, in nome di un presunto “salvataggio”. Questi animali sono oggi al centro di una controversa operazione che nasconde una realtà ben più complessa e dolorosa. Non si tratta di tutela animale, ma di un furto che riproduce, in forma specista, il colonialismo che sta uccidendo Gaza e la sua gente.


L’asino: compagno quotidiano, simbolo culturale e spirituale della Palestina

Da secoli, l’asino è parte integrante della vita palestinese, nelle campagne della Cisgiordania come tra le strade polverose di Gaza: trasporta acqua, ortaggi, pietre, legna, persone. Prima dei checkpoint e del muro, portava i bambini a scuola, i contadini nei campi, il pane nei mercati.

 Ma l’asino non è soltanto un mezzo di trasporto: è un alleato instancabile, una figura profondamente radicata nella cultura popolare, nella memoria collettiva, nella vita familiare, e perfino nella spiritualità.

In un territorio segnato da colonizzazione e assedio, la sua presenza silenziosa ha assunto, nel tempo, un valore sempre più simbolico e la sua figura è divenuta parte importante dell’identità collettiva: animali pazienti, intelligenti, capaci di percorrere sentieri difficili, esattamente come il popolo che li accudisce.

Il murales di Bansky sul muro di separazione a Betlemme, prima che venisse trafugato

Un’immagine potente di questa sovrapposizione tra la quotidianetà del popolo palestinese e quella degli animali l’ha rappresentata Banksy in uno dei suoi murales: un soldato israeliano che ferma un asino per un controllo dei documenti. L’artista ha scelto proprio l’asino per denunciare, con il suo consueto sarcasmo tagliente, come la violenza dell’occupazione si abbatta su ogni forma di vita, e come l’asino – figura centrale nella vita palestinese – diventi involontario testimone e vittima della stessa brutalità.

Il rispetto verso l’asino è anche presente nella tradizione islamica. Nel Corano (2:259) (1), Allah riporta in vita un asino come segno del Suo potere di risurrezione, in risposta allo stupore di un uomo che si chiedeva come una città distrutta potesse tornare alla vita. (E non si può non pensare a Gaza, che nonostante tutto continua a resistere e a sperare in una rinascita.)

Il Profeta Muhammad possedeva un asino, Ya‘fūr(2), e gli mostrava grande gentilezza. Questo legame viene ricordato come esempio di compassione verso gli animali e rispetto per la loro dignità.

Nel pensiero islamico, l’asino incarna qualità spirituali come umiltà, perseveranza e la capacità di portare silenziosamente il peso della vita.

L’aggressione e l’assedio: gli asini come ancora di salvezza

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, l’asino è diventato un simbolo ancora più eloquente. Resiste, continua a servire, aiuta a sopravvivere: è l’immagine stessa di una comunità che, schiacciata e sterminata dal colonizzatore, non si arrende.

Gli asini sono “assolutamente vitali a Gaza”, afferma Ciro Fiorillo, capo dell’ufficio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) in Palestina, in una intervista al canale online Bigissue.com:  “La carenza di carburante, le strade danneggiate e gli accessi limitati rendono il trasporto meccanizzato inaffidabile o impossibile”.

“Animali come asini, cavalli e muli sono un’ancora di salvezza“, continua Fiorillo. “Trasportano merci – cibo, acqua e altri beni essenziali – e trasportano persone e aiuti umanitari attraverso strade dove i veicoli non possono circolare”.

È difficile calcolare il numero totale di asini a Gaza. Le valutazioni della FAO indicano che a febbraio 2025 erano ancora vivi 3.964 animali da lavoro, ma l’organizzazione ammette la difficoltà di ottenere dati in una zona di guerra attiva. Il Dott. Alden, veterinario di Gaza, ritiene che il numero totale di animali sia maggiore: “Pur riconoscendo i dati della FAO, la nostra esperienza sul campo suggerisce una cifra più alta. Basandoci sul numero di asini curati, riteniamo che il totale sia intorno ai 10.000, con numero analogo probabilmente morto a causa della guerra.”

Anche prima della guerra, gli asini erano importanti nella densamente popolata e povera Gaza. L’embargo economico israeliano, durato diciotto anni, limitava la fornitura di camion e carburante, quindi i carretti trainati da asini trasportavano prodotti agricoli, materiali da costruzione e rifiuti.

Allo scoppio della guerra, sono anche diventati ambulanze: “Gli asini sono diventati il principale mezzo di trasporto per le persone che necessitano di cure mediche urgenti, e dei corpi dei martiri”, spiega il dott. Alden, “e hanno facilitato gli spostamenti delle persone a seguito degli incessanti ordini di evacuazione israeliani”

Quando ancora il carburante era disponibile, il costo di un gallone era salito alla vertiginosa cifra di 28 dollari, con i prezzi degli asini aumentati di conseguenza. Prima dell’ottobre 2023, un carro e un asino potevano valere 800 dollari, stima il dott. Alden. A settembre dello scorso anno, si poteva arrivare a più di 3.000 dollari.

Il grande carico di lavoro ha un impatto importante sugli animali. La grave carenza di foraggio e medicinali veterinari a Gaza li lascia affamati e malati, afferma Fiorillo. “Gli animali sono malnutriti e vulnerabili. E con la carestia e l’aumento dei costi, molti proprietari faticano a permettersi cure adeguate per i loro animali.”

Asini gazawi trasportati in Europa

Propaganda mascherata da salvataggio

Potrebbe quindi sembrare un’ottima notizia il trasferimento in Europa, principalmente in Francia e in Svizzera, di centinaia di asini gazawi a cura di alcune associazioni animaliste israeliane che, in collaborazione con l’IDF che si occupa di prelevare gli asini nella Striscia, presentano l’operazione come un’azione di salvataggio urgente per animali feriti e maltrattati. Ma ciò che appare come un gesto di compassione cela, in realtà, una dinamica molto più inquietante,(oltre al fatto che quella stessa IDF che si occupa di “salvare” gli asini, li prende di mira e uccide esattamente come fa con i loro compagni umani).

Israele ruba gli asini da Gaza [Akhbar Al Yawm/Facebook}

Dietro l’apparente intento umanitario, questa rimozione forzata è parte di una strategia ben più ampia: quella dell’animalwashing, ovvero l’uso della tutela degli animali per ripulire l’immagine dell’occupante e distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità nella crisi umanitaria.

In questo caso, la narrazione si concentra sulla “crudeltà” dei gazawi nei confronti dei propri animali, ignorando il contesto in cui questa sofferenza si produce: Gaza è sotto assedio, affamata, assetata, privata di carburante, di cibo, di farmaci, di foraggio. Chi blocca l’ingresso dei medicinali veterinari? Chi impedisce il passaggio dei camion con il mangime? Chi bombarda e distrugge le cliniche veterinarie?

In queste condizioni, attribuire le colpe ai palestinesi, dipingendoli come incapaci o negligenti verso i propri animali, è volutamente fuorviante e ipocrita. Gli asini soffrono, è vero — ma soffrono insieme ai loro compagni umani, vittime dello stesso assedio, dello stesso collasso sistemico, della stessa fame.

Oltre all’inaccettabile strumentalizzazione morale, questo “salvataggio” produce inoltre un danno diretto e concreto: priva la popolazione palestinese dell’ultimo mezzo di trasporto rimasto, fondamentale per la sopravvivenza quotidiana.

Conseguenze e implicazioni politiche

Israele non è nuovo a questo tipo di operazioni: già dal 2021 era in vigore un divieto di importazione di asini a Gaza, ufficialmente giustificato non solo con la salvaguardia degli animali da supposti maltrattamenti, ma anche dalla falsa notizia che i gazawi uccidessero gli asini per vendere le pelli in Egitto e poi in Cina. Notizia mai confermata da fonti indipendenti, ma utile a creare l’immagine di un popolo “incivile” da cui gli animali vanno salvati, e funzionale nel deprivare i gazawi di una componente fondamentale della loro resilienza.

Su quella strada già tracciata, oggi accade quindi che decine, centinaia di asini vengano “strappati” a Gaza – ovvero, deportati – e trasferiti in Europa. Il santuario israeliano Starting Over Sanctuary (SOS), che dopo il 7 ottobre ha ricevuto oltre 1.200 asini, ha stretto una collaborazione con l’organizzazione britannica Network for Animals, organizzando i primi voli per l’Europa. Il 18 maggio 2025, 58 asini sono stati caricati su un aereo cargo e inviati in rifugi in Francia e Belgio. Un secondo volo è previsto, mentre si cercano fondi per completare l’operazione. In precedenza, erano già stati inviati circa 300 asini al rifugio inglese Wood Green.

La fondatrice di SOS, Sharon Cohen, con l’asino Avigdor nella sua nuova casa in Francia. Foto: SOS

Commovente tutto ciò? Ma cosa, stiamo davvero celebrando ?

Gli asini non sono pacchi da esportazione. Non sono trofei da esibire per lavare le coscienze. E non sono animali randagi in cerca di casa: avevano già una casa, una vita, un territorio, condiviso con le comunità palestinesi che li curavano, li rispettavano, li usavano per lavorare e muoversi in un contesto di risorse limitate. Il loro esilio è l’altra faccia della distruzione sistematica della vita a Gaza.

E i rifugi europei che li accolgono – pur animati da buone intenzioni – diventano complici inconsapevoli (ma non innocenti) di questo esilio. Accettano animali strappati da un contesto sotto occupazione, senza interrogarsi su come e perché questi animali arrivino da loro. Non chiedono conto della violenza che li ha preceduti. Non fanno domande sul significato politico di quei “trasferimenti” .

Emblematico il caso de La Tanière – Zoo Refuge, vicino alla città francese di Chartres, che ha accolto calorosamente gli asini e li ha celebrati come simbolo di “compassione e civiltà”, presentando a ogni asino una “storia di fuga dall’inferno”, senza alcun riferimento alle loro origini palestinesi o alle loro famiglie anzi, definendoli “asini in arrivo da Israele”.

In un mondo che ama “salvare gli animali”, ma che può permettersi di ignorare le persone, questi asini diventano strumenti di una narrazione tossica: Israele come paese civile che salva, Gaza come luogo selvaggio da cui gli animali vanno tratti in salvo. Una narrativa coloniale, specista, predatoria.

La libertà degli asini – come quella degli umani – non si costruisce nei rifugi, ma ponendo fine all’occupazione, alla distruzione, all’assedio. Un asino che bruca l’erba in Francia, mentre la sua casa a Gaza viene bombardata, non è un animale libero: è un rifugiato senza ritorno, strumentalizzato per rendere più digeribile un crimine.

Gli asini di Gaza non hanno bisogno di voli in Europa. Hanno bisogno che cessi l’occupazione sionista, sostenuta e giustificata dall’Occidente. Hanno bisogno che venga restituita dignità e libertà a chi vive con loro: un popolo esiliato, occupato, a cui da oltre 75 anni viene negato il diritto di tornare alle proprie terre e di vivere in un proprio Stato libero e indipendente...


Note:

1 – O oppure come colui che passò presso un villaggio che giaceva in rovina sulle sue [stesse] [sedi], e disse: «Come potrà Allah far rivivere queste [rovine] dopo la loro morte?» Allah lo fece morire per cento anni, poi lo risuscitò e gli chiese: «Quanto tempo sei rimasto qui?» Rispose: «Sono rimasto un giorno o parte di un giorno». Disse: «No, sei rimasto per cento anni. Guarda il tuo cibo e la tua bevanda: non si sono alterati; guarda il tuo asino: lo abbiamo fatto diventare scheletro e poi lo abbiamo rivestito di carne. E tutto questo perché ti abbiamo fatto un segno per gli uomini. Guarda le ossa: come le solleviamo, poi le rivestiamo di carne». Quando gli fu chiaro [che Allah ha potere su tutto], disse: «So che Allah ha potere su ogni cosa»”.

2 – Yaʽfūr era l’asino usato dal Profeta come mezzo di trasporto. Descritto come dono del governatore bizantino dell’Egitto, Yaʽfūr viene spesso citato nella sīrah come animale montato senza briglie.Alcune tradizioni narrano che Yaʽfūr parlò al Profeta, rivelando la sua genealogia e il suo desiderio di servire – un racconto presente nella compilazione Kitāb al-Ḥadāyā wa’l-Tuhaf e riportato anche dal commentatore Ibn Kathīr .La credenza che tali tradizioni siano autentiche è dibattuta fra gli studiosi; la maggioranza le considera poco affidabili o deboli, ma esse restano parte del patrimonio leggendario intorno alla figura di Yaʽfūr .

Fonti:

mercoledì 8 gennaio 2025

In Libano un rifugio per animali sopravvive alla Guerra, ma rischia di soccombere alle difficoltà economiche - Grazia Parolari

 Ogni gesto conta, perché ogni vita conta. Oltre ogni appartenenza di specie

In un angolo di un Libano ancora segnato dalla violenza degli attacchi israeliani, sorge un luogo di speranza e compassione: Woof n’ Wags.

Questo rifugio antispecista, l’unico di questo tipo nel Paese, è da anni un faro di salvezza per animali dimenticati e maltrattati. Qui, oltre 300 cani e numerosi altri animali, tra cui una mucca disabile, un’asinella cieca che sarà presto mamma,  un maiale e molte capre, hanno trovato rifugio, lontano dalla crudeltà e dall’indifferenza. Ma oggi, questa oasi di pace rischia di scomparire, travolta da una crisi economica senza precedenti.

La guerra e il coraggio di ricominciare

Quando la guerra ha raggiunto il sud del Paese, dove si trovava Woof n’ Wags, la scelta di Ghada, una delle fondatrici, è stata immediata: spostare gli animali in una zona più sicura. Nonostante le innumerevoli difficoltà logistiche ed economiche, l’impresa, che sembrava impossibile, è riuscita: nessun animale è stato lasciato indietro, tutti hanno trovato rifugio in un nuovo terreno nella municipalità di Jezzine.

Il trasferimento ha tuttavia dovuto fare i conti con i lunghi tempi della burocrazia, peggiorati dalla situazione di guerra, che hanno ritardato la costruzione di ripari adeguati, ancora oggi assenti. Il rifugio si è quindi trovato costretto a reperire fondi non solo per riuscire a nutrire quotidianamente gli animali, ma anche per riuscire ad allestire ripari temporanei, mentre per riscaldare gli animali nelle notti più fredde si è dovuto ricorrere a falò, cercando di adattarsi alle condizioni precarie nel miglior modo possibile.

 


Nel mezzo di queste continue difficoltà , il rifugio  non ha mai smesso di accogliere i cani vaganti sul territorio,  o perchè abbandonati da chi è fuggito dalle zone di conflitto, o perchè resi orfani dalla loro famiglia dagli indiscriminati bombardamenti israeliani


La nuova battaglia: sopravvivere alla crisi economica

La guerra ha inoltre avuto altre pesanti ripercussioni. L’attività economica che sosteneva il rifugio è stata annientata dal conflitto. Le donazioni, già limitate, sono crollate drasticamente, in un contesto globale segnato da crisi economiche e priorità diverse. E ora Woof n’ Wags si trova sull’orlo del baratro.

ll rifugio, in gravissima difficoltà nel riuscire a pagare l’affitto del terreno, rischia lo sfratto.

Questo significherebbe abbandonare gli animali, tutti, al loro destino.

In un Paese dove gli animali randagi hanno pochissime possibilità di sopravvivere, e dove le persone stesse combattono ogni giorno contro le devastanti conseguenze della guerra e della crisi economica che affligge il Libano da anni, le prospettive per gli animali abbandonati sono drammatiche. Le difficoltà quotidiane della popolazione, infatti, fanno sì che la protezione degli animali venga spesso trascurata. La maggior parte dei cani morirebbe di fame, di malattie o, peggio ancora, sarebbe vittima di abusi, avvelenamenti e violenze, mentre si può ben immaginare il destino degli animali “da fattoria”.

Un appello alla solidarietà

In questo contesto Woof n’ Wags non è solo un rifugio: è un luogo che afferma il valore di ogni vita, indipendentemente dalla specie. È un esempio concreto di come opporsi allo sfruttamento praticando solidarietà e cura, un luogo che sfida l’idea che alcune vite siano sacrificabili, opponendosi  alla logica di abbandono e violenza che caratterizza il trattamento degli animali.

Per continuare a esserlo, ha bisogno di supporto: un aiuto che non è solo materiale, ma che è anche un atto di affermazione politica e morale. Non si tratta semplicemente di aiutarlo a garantire cibo, cure veterinarie o un rifugio a chi, altrimenti, non avrebbe scampo.  Significa condividerne  i valori e la visione,  aiutarlo a far sì che questi principi trovino sempre più spazio , in un cambiamento culturale che superi la visione antropocentrica e riconosca agli animali il rispetto e i diritti che meritano.

Si può donare attraverso il loro sito ufficiale, o almeno condividere la loro storia per sensibilizzare altre persone.

Ogni gesto conta, perché ogni vita conta. Oltre ogni appartenenza di specie.

da qui

domenica 30 giugno 2024

Israele e il veganismo rubato - Grazia Parolari

 

Si vuole veramente lasciare che Israele si impossessi del veganismo, ridefinendolo a suo uso e consumo?


Nel dicembre 2023, ovvero tre mesi dopo il 7 ottobre, quando l’esercito Israeliano aveva già bombardato e ucciso migliaia di Palestinesi a Gaza, e quando l’orrore aveva già dispiegato le sue instancabili ali su tutta la Striscia, tenendo in serbo l’inimmaginabile, è stata lanciata in Israele, da parte della Vegan Friendly Association, la campagna “Veganism at the Front – Call to Arms to Support Our Soldiers” (Veganismo al Fronte – Chiamata alle armi per sostenere i nostri soldati). Fondata nel 2012 da Omri Paz, la Vegan Friendly Association ha l’intento di “evidenziare le attività commerciali vegane in Israele, rendendo il veganismo più accessibile”.

La campagna aveva e ha lo scopo di aiutare circa 50.000 soldati e soldatesse veganə e vegetarianə a mantenere la loro specifica alimentazione mentre combattono a Gaza, consentendo che razioni da combattimento  vegane  raggiungano le basi dell’IDF nel nord e nel sud della Striscia. L’obiettivo, supportato da centinaia di volontari che cucinano e consegnano il cibo, è fornire razioni per 10.000 soldati al giorno. Tutto questo perché “i soldati che non mangiano carne hanno avuto e hanno difficoltà a soddisfare il loro fabbisogno nutrizionale giornaliero”.

Per riuscire a fare ciò gli attivisti di VFA hanno istituito un capillare sistema logistico, che coinvolge ‘Brothers for food’, volontari da tutte le parti del paese, ‘Vegan IDF’, ristoranti e aziende che “generosamente” donano materie prime e cibo.

E’ stato anche lanciato un appello pubblico per raccogliere donazioni e per la ricerca di volontari, con un obiettivo di raccolta di 500.000 shekel, obiettivo poi raggiunto.

“Vegan Friendly ha bisogno del Popolo di Israele, che ha dimostrato tutto il suo sostegno dall’inizio dei combattimenti, e per questo abbiamo lanciato la campagna di finanziamento. Con soli 120 shekel,  si può adottare un soldato e fornirgli una dieta vegana per un intero mese. Ci assicureremo di raggiungere i soldati, consegnare loro il cibo, far sì che ricevano il nutrimento di cui hanno bisogno – anche durante i combattimenti – e continueremo a gestire il progetto finché necessario”, ha dichiarato Omri Paz, CEO e fondatore di Vegan Friendly, aggiungendo: “Con una donazione di soli 30 dollari, si può fornire a uno dei nostri soldati un pasto caldo, vegano, nutriente e di alta qualità, una fonte di forza quotidiana per un mese di servizio sul campo. Un esercito marcia anche con lo stomaco. I soldati devono essere in buona salute. Non possiamo arrivare a una situazione in cui i soldati devono mangiare carne perché non c’è altro”

“Ora è il momento dell’unità, il tempo di dimostrare la forza che deriva dal restare insieme. Quando ci uniamo, nessuna sfida può sopraffarci. Unitevi a noi in questa missione cruciale, e grazie alla vostra generosità, nessun soldato e soldatessa veganə o vegetarianə andrà mai a dormire affamatə. Per il futuro di Israele, per la forza della nostra nazione e per il benessere dei nostri devoti soldati, restiamo insieme, uniti più che mai. Insieme li raggiungeremo tutti. Viva Israele!”.

Inevitabilmente, dichiarazioni e azioni di questo tipo non possono che sollevare ancora una volta un profondo sconcerto e, personalmente, una vivida rabbia, su come il concetto e la pratica del veganismo vengano associati a parole come “soldato”, “fronte” e “guerra”, termini che portano in sé violenza, oppressione e morte, antitesi di ciò che il veganismo sostiene.

Un “veganismo”, quello veicolato da Israele, che, oltre a sostenere apertamente e ad attuare la violenza, si preoccupa di fornire pasti “etici” ai soldati e alle soldatesse al fronte, organizzando reti logistiche e raccolte fondi, per non fare “andare a dormire affamatə” quei soldati e quelle soldatesse  che prendono di mira i bambini e le bambine palestinesi ( loro sì che si addormentano affamatə, addirittura muoiono, di fame) o fanno il tiro a segno su folle di uomini che si accalcano per riuscire ad assicurarsi un pugno di farina, mentre ai valichi orde di persone, e tra di esse sicuramente anche qualche veganə o vegetarianə, si affannano ad impedire l’ingresso degli aiuti umanitari, spingendo Gaza verso un’atroce, devastante e illegittima carestia.

Se tutti uniti si deve essere, ”per la forza della nostra nazione e per il benessere dei nostri devoti soldati” – come chiesto da Omri Paz – nulla deve essere trascurato.

Molte riflessioni sono state fatte su come sia possibile che un Paese autodefinitosi (e vorrei sottolineare il prefisso di questo termine) “il più vegan“ al mondo, possa riconoscere la sofferenza degli animali non umani  e contemporaneamente ignorare la sofferenza che esso infligge agli animali umani da esso oppressi e quotidianamente uccisi, e financo dei loro animali non umani, accomunati dall’essere anch’essi “palestinesi”, quindi sostanzialmente non esseri senzienti  a cui si deve empatia e rispetto , ma “cose” di cui potersi sbarazzare senza alcuna considerazione morale. In questo articolo, ci si limita ad evidenziare che se la società israeliana, in tutte le sue componenti, è giunta a reificare e demonizzare i Palestinesi, lo deve a uno Stato che, anche attraverso narrazioni manipolate e profondamente razziste, si è sempre fortemente impegnato a fare ciò, e che nel farlo non ha trovato, da parte dei suoi cittadini, che scarse contestazioni o, men che meno,  significative e personali prese di coscienza.

La politica del washing e del ri-branding, adottata da Israele in innumerevoli ambiti della società, dovrebbe ormai essere strategia nota, riconoscibile e riconosciuta, esattamente come le ricorrenti menzogne a cui Israele fa ricorso ogni qualvolta deve giustificare le sue immonde azioni agli occhi del mondo.

Ma come quelle menzogne vengono regolarmente accettate come verità da quella parte di mondo che ha sempre sostenuto e giustificato Israele (e continua a farlo senza alcun sussulto di coscienza), così si continua ad accettare che Israele parli di veganismo e anzi, ne abbia fatto una propria bandiera.

Non sarebbe quindi finalmente ora che la comunità vegana nazionale e internazionale si esprimesse in modo forte e unanime su questo supposto “veganismo”, affermando chiaramente che ciò che viene spacciato come tale non ha nulla a che fare con i principi e l’etica stessa del veganismo, a cominciare dal fatto che non possono esistere soldati e soldatesse vegani e vegane?

Nessun vegano e vegana accetterebbe mai di opprimere, ferire e uccidere un essere senziente, umano e non umano.

Nessun vegano o vegana accetterebbe mai di bombardare e ridurre alla fame e alla sete un’intera popolazione, né di tollerare, condividere e sostenere un sistema di apartheid basato sul continuo ed incessante furto di terre e di vite.

Nessun vegano o vegana accetterebbe mai che i propri principi di vita vengano utilizzati in sempre più orrende operazioni di veganwashing.

I soldati e le soldatesse “vegani e vegane” di Israele, sono semplicemente soldati e soldatesse che hanno scelto abitudini, alimentari e non, che non prevedono l’utilizzo di prodotti animali, ma che con il veganismo non hanno nulla a che fare.

Non hanno nulla a che fare con il veganismo neppure attivisti e associazioni, come Vegan Friendly, che come solo e unico scopo hanno quello di “evidenziare le attività commerciali vegane e rendere il “veganismo” più accessibile e sperimentabile”, chiudendo consapevolmente occhi bocca e orecchie davanti ai crimini di uno Stato colonialista, colonizzatore, razzista e genocidiario e anzi, sostenendolo attivamente. (E questo, purtroppo, è in primis il normale atteggiamento di tutte le associazioni animaliste e “vegane” in Israele).

Israele ha già commesso innumerevoli furti, di beni materiali e di beni immateriali, di vite e di progetti di vita, e se, come affermato dal giornalista israeliano Gideon Levy in un suo recente articolo, ha ormai perso la sua coscienza, è anche riuscito a silenziare quella del nostro mondo, facendo accettare come legittime le più terribili e inumane atrocità e ingiustizie.

Perché permettergli di rubare anche il veganismo?

Come può la comunità vegana nazionale e internazionale accettare che uno Stato che sta attivamente attuando un genocidio – così come ormai ufficialmente comprovato anche dalla Corte Penale Internazionale – possa continuare a presentarsi come il Paese più vegano del mondo, salvo non voler accettare un’idea e una pratica di veganismo completamente svuotata dai suoi principi etici?

Come può, parte della comunità vegana nazionale e internazionale, tacere davanti ai crimini perpetrati impunemente da questo Stato assassino che si definisce vegan friendly, ma i cui esponenti politici, e non solo loro, inneggiano apertamente allo sterminio e all’annientamento di un popolo?

Israele ha da sempre ignorato qualsiasi norma del diritto umanitario internazionale e qualsiasi risoluzione dell’ONU, e ora anche della CPI.

Ha stracciato qualsiasi norma del diritto internazionale che regolamenta i conflitti.

Ha illegittimamente reinterpretato a suo favore sentenze, regolamenti e norme internazionali.

Si vuole veramente lasciare che si impossessi anche del veganismo, ridefinendolo a suo uso e consumo?

 

Fonti:

“Helping vegan and vegetarian IDF soldiers eat during the war” -Jerusalem Post  – dicembre 2023

“Volunteers, nonprofits rally to feed vegan, vegetarian soldiers in the field” . Times of Israel . novembre2023

da qui

venerdì 26 gennaio 2024

Israele e la presunta etica della carne coltivata - Grazia Parolari

 

“Israele è il primo Paese ad approvare la vendita di carne coltivata. Si tratta di una svolta globale nel campo delle proteine alternative e di notizie importanti per la sicurezza alimentare, la protezione dell’ambiente e l’attenzione per gli animali”.

Queste le parole con cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha commentato l’annuncio, dato il 18 gennaio, dell’approvazione della vendita di carne coltivata a base di manzo da parte di Israele, primo Paese al mondo a prendere tale decisione.

Il permesso è stato accordato all’azienda Aleph Farms che, da quando è stata fondata nel 2017, ha raccolto circa 140 milioni di dollari e annovera l’attore Leonardo DiCaprio come membro del comitato consultivo.

La carne viene coltivata da cellule prelevate da ovuli fecondati raccolti da una mucca Black Angus di prima qualità, Lucy. L’azienda afferma che si è trattato di un processo unico attraverso il quale ora hanno una raccolta di ovuli fecondati di Lucy e da cui si aspettano di coltivare migliaia di tonnellate di bistecche.

Anche il rabbinato capo di Israele ha dato la sua approvazione alla società. Il rabbino capo ashkenazita David Lau ha stabilito che la carne coltivata di Aleph è kosher perché la carne viene coltivata da cellule staminali prelevate da un ovulo fecondato, anziché da cellule estratte dal tessuto muscolare.

Questa sentenza significa che Aleph potrebbe iniziare a vendere ai ristoranti entro pochi mesi, e al dettaglio in un secondo momento.

Israele è un importante hub per la carne coltivata. Al di fuori della Silicon Valley californiana, Israele ospita il maggior numero di startup biotecnologiche e impianti pilota al mondo dedicati alla produzione di carne coltivata. Quasi il 40% di tutti gli investimenti globali nella carne coltivata vengono investiti in aziende israeliane. E recentemente, questa cifra ha incluso anche gli investimenti delle svizzere Nestlé e Migros.

L’immagine di un Paese moderno e all’avanguardia, “terra di risultati” e “faro delle nazioni”, è sempre stata parte integrante della politica di re-branding di Israele, atta a oscurare l’idea di uno Stato colonialista che pratica l’apartheid. Più che l’attenzione all’ambiente o alla sensibilità verso gli animali, anche l’interesse per la produzione di carne coltivata rientra in questo progetto, e alla necessità di esaudire la richiesta di carne che, nel “Paese più vegan al mondo”, non si è mai fermata. Nel 2021, Israele si è classificato al quarto posto nel consumo di carne bovina tra i paesi OCSE, dopo Stati Uniti, Argentina e Brasile. Ma a differenza di questi Paesi, Israele non produce molta carne bovina. La sua industria locale della carne dipende dalla carne refrigerata importata e dai carichi di animali vivi, trasportati via mare dall’Australia in condizioni così terribili da essersi meritati un’inchiesta del Guardian.

La penuria di carne è sempre stata una caratteristica del mercato Israeliano fin dall’inizio della colonizzazione. Ancora alla fine del XIX, la carne era scarsa, in quanto la Palestina era una terra con pascoli e bestiame limitato, con caratteristiche climatiche che non favorivano l’allevamento su larga scala. Il commercio del bestiame, che si svolgeva a livello locale, rimase nelle mani degli arabi fino a che l’aumentata richiesta di carne da parte dei coloni non spinse quest’ultimi a riallacciare i rapporti con i commercianti europei, al fine di importare bestiame di dimensioni più grandi e con maggiore resa, tanto da eliminare del tutto, nelle fattorie israeliane, l’allevamento di bovini locali. I coloni bramavano la carne come manifestazione materiale del raggiungimento di un’utopia di prosperità e abbondanza, contrastando in questo uno degli obiettivi dello Stato sionista, quello dell’autosufficienza. ​

Ben presto la carne divenne un alimento base, più che una minaccia, e il Paese, incapace di espandere la sua “tradizionale” industria di carne bovina, dovette ricorrere alle importazioni, non senza avere utilizzato nel frattempo l’aumentata richiesta di carne e di pascoli come strumento per l’espansione degli insediamenti e della colonizzazione.

Appare quindi chiaro come ciò che muove l’interesse per la carne coltivata, non è “la protezione dell’ambiente e l’attenzione per gli animali”, come dichiarato da Netanyahu, ma la risposta a un desiderio storico di carne in un ambiente naturale che non la supporta, con il contemporaneo desiderio di farne non solo fonte di orgoglio nazionale, ma parte imprescindibile della politica sionista.

Il Paese più vegan del mondo, idea che un’efficace utilizzo del veganwashing ha saputo veicolare, continua quindi sulla strada di un veganismo falso e strumentale, che invia a Gaza soldati e soldatesse vegan con scarponi vegani e razioni da combattimento vegane a compiere quello che si sta prefigurando come un genocidio , massacrando animali umani e non umani , e che ha sviluppato una tecnologia innovativa non per risparmiare la vita di migliaia di esseri senzienti, ma per poter continuare a consumare carne senza dipendere da mercati esteri.

Il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) è una campagna contro i prodotti israeliani avviata il 9 luglio 2005 da 171 organizzazioni non governative palestinesi a sostegno della causa palestinese. Ad essa hanno aderito numerose organizzazioni in tutto il mondo, di varia ispirazione politica e religiosa, comprese organizzazioni ebraiche Ad oggi, si è dimostrato l’unico mezzo efficace capace di danneggiare Israele, tanto da essere stato incluso nella lista di associazioni terroriste da Israele stesso.

È facile immaginare come ben presto la carne coltivata israeliana arriverà anche nei mercati esteri, se non in Italia.

Non sono affatto certa che la scelta di non acquistarla, che considero limpida e chiara, sarà condivisa da tutti e tutte coloro che si dichiarano vegan.

 

Fonti:

·       Time of Israel 

·       Israeli Government 

·       “Milk and Honey”  di Tamar Novick – MIT Press  -2023

da qui

lunedì 3 gennaio 2022

Basta allevamenti per pellicce, una vittoria storica. Intervista a Grazia Parolari

 

 (foto LAV)


In tempi bui finalmente una vittoria: da gennaio in Italia finalmente non saranno più allevati animali per ricavarne la pelliccia: una vittoria storica avvenuta grazie all’approvazione della Legge di divieto di allevamento in Italia che la Lega Anti-Vivisezione (LAV) ha proposto dal 2011, ripresa nell’emendamento numero 157.04 alla Legge di Bilancio, a firma della senatrice Loredana De Petris e altri 9 senatori e senatrici.

Con il voto di fiducia del 24 dicembre dell’Aula del Senato al maxiemendamento del Governo al Disegno di Legge di Bilancio 2022, finalmente è ufficiale: l’articolo 1 commi 980, 981, 982, 983 e 9841 decreta la fine dell’allevamento e dell’uccisione degli animali per pellicce in Italia!

Di questo ne abbiamo parlato con Grazia Parolari, attivista vegana ed antispecista intersezionale molto presente nelle lotte ambientaliste locali sui territori bresciano e bergamasco, Responsabile Area Fauna Selvatica di LAV Bergamo, nonché attivista filopalestinese ed ex-rappresentante nazionale di Palestinian Animal League Solidariety Italy (PAL).

A quanto risalgono le prime proteste contro gli allevamenti intensivi per le pellicce?

Azioni e proteste contro gli allevamenti di animali da pelliccia sono iniziate in Italia negli anni 80 con campagne, presidi e volantinaggi da parte di associazioni, collettivi associazioni e gruppi estemporanei

Il 3 ottobre 1992 ci fu l’occupazione (la prima del genere in Italia) di un allevamento di volpi artiche sito in provincia di Viterbo da parte di 22 attivisti Lav. L’allevamento fu poi chiuso. In Italia allora esistevano oltre 200 allevamenti che annualmente uccidevano almeno 800mila visoni, volpi, puzzole, procioni e altri animali.

Il “bisogno” delle pellicce nasce anche dall’assunto antropocentrico che gli animali sono ad uso e consumo umano. Fino a che punto si sono spinte le nostre opulente società occidentali? Quale crudeltà vivevano i visoni in quegli allevamenti?

Ricordiamo innanzitutto che il visone è un animale selvatico che, come tutti gli animali selvatici, tale rimane anche dopo generazioni allevate in cattività.

Sono animali molto attivi che in natura coprono vaste aree, utilizzano molti rifugi, nuotano, cacciano ed esplorano il loro ambiente. I visoni adulti sono per lo più solitari ed evitano la vista e l’odore di altri visoni. Pattugliano regolarmente il loro territorio, che può avere un’estensione da 1,1 a 7,5 km, e marcano accuratamente i confini. Il nuoto e le immersioni sono suoi tipici pattern comportamentali e possono percorrere nuotando fino a 20 km al giorno.

Di contro, negli allevamenti i visoni sono detenuti in gabbie “legali” larghe 30 cm, lunghe 70 cm e alte 45 cm. Spesso gli animali sono stabulati in gabbie sovrapposte intercomunicanti e quindi (secondo l’interpretazione normativa dell’allevatore), con una superficie maggiore di quella minima prevista, ma con più animali nella stessa gabbia condizione, considerando la sua natura solitaria, particolarmente stressante già quando le singole gabbie sono ammassate l’una accanto all’altra. I visoni d’allevamento manifestano spesso comportamenti innaturali e per periodi prolungati nel corso della giornata, come il succhiarsi o mordersi la coda o altre parti del corpo sino a procurarsi automutilazioni o gravi lesioni. La mortalità entro l’anno di vita è del 20% per i cuccioli e fino al 5% per gli adulti. Comuni sono i problemi di salute quali l’ulcera gastrica, problemi renali e la caduta dei denti.

Tutti gli animali presenti in ogni singola gabbia vengono nutriti attraverso le maglie di metallo della gabbia e da un unico blocco di cibo posto in alto sopra la gabbia stessa. Questa prassi è potenziale fonte di criticità quali ferite a denti e bocca per il rischio di mordere la gabbia; episodi di aggressione tra gli animali presenti nella stessa gabbia per l’insorgere di comportamenti competitivi nella ricerca del cibo (il visone è un carnivoro e predatore e in natura non vive in branco). Gli animali possono inoltre trovare difficoltà ad alimentarsi.

Se in natura il visone può vivere fino a 11 anni, in cattività i cuccioli vengono uccisi a 7-8 mesi, mentre quelli usati per la riproduzione arrivano a 4-5 anni.

Il metodo più usato per l’uccisione è l’asfissia tramite il gas, monossido o biossido di carbonio. Camere di decompressione e rottura del collo, elettrocuzione e iniezione letale intraperitoneale di tricloroacetaldeide monoidrato o pentabarbitone sono altri comuni metodi di macellazione, tutti tesi a mantenere intatta la pelliccia. Non è raro che un visone venga scuoiato quando è ancora vivo.

Nel 2001 il Comitato Scientifico per la Salute e il Benessere Animale della Commissione Europea elaborò il report “The welfare of animals kept for fur production”. In base alle evidenze osservate in decine di allevamenti di visoni, volpi, cincillà, cane procione, nutrie, furetti, il Comitato Scientifico concluse che i sistemi di allevamento in gabbia di questi animali (ed in particolare per visoni e volpi) erano gravemente lesivi del benessere animale ed elaborò poi una serie di indicazioni che non trovarono mai riscontro né a livello legislativo, né a livello produttivo anzi….A partire dal 1 gennaio 2008 gli allevamenti in Italia avrebbero dovuto diventare «a terra», cioè senza gabbie e con pozze d’acqua per bere (come prevede a legge 17/2007). Secondo molti allevatori questo avrebbe però reso «anti-economico» e sostanzialmente impossibile allevare animali da pelliccia. Il Ministero della Salute intervenne con una circolare datata 18 gennaio 2008 in cui lasciava agli allevatori la facoltà di scegliere tra allevamento tradizionale in gabbia e quello a terra. Ovvio quale opzione venne scelta dagli allevatori.

Quale costo hanno in termini di impatto ambientale?

Come tutti gli allevamenti, gli allevamenti di visone producono una grande quantità di letame e scarti della lavorazione che, se non gestiti correttamente, hanno un significativo impatto al livello di inquinamento del suolo e dell’acqua con elevati livelli di emissione di CO2, eutrofizzazione delle acque, erosione del suolo e desertificazione, competizione con altre specie (selvatiche) nell’accesso alle risorse, oltre a tutto lo spreco di risorse vegetali destinate alla sua alimentazione invece che a quella umana.

L’impronta di carbonio per la produzione della pelliccia di visone è la più elevata tra i tessuti, superiore di 5 volte a quella della lana, che è comunque molto elevata.

Anche la concia e la tintura hanno un grande impatto sull’ambiente, infatti la pelliccia viene trattata con una miscela di sostanze chimiche come diversi tipi di cloruro di sodio, ammoniaca, formaldeide, perossido di idrogeno ed altri cromati e agenti sbiancanti, sostanze che possono avere un impatto negativo anche sulla salute umana, considerando oltretutto che nel settore della moda non esistono leggi che regolamentano i livelli di prodotti chimici ammessi nella produzione.

Gli allevamenti intensivi hanno avuto un forte impatto zoonotico nella diffusione del Covid. Come si è diffuso il virus?

Il 26 aprile 2020, in attuazione del Codice di Sanità per gli Animali Terrestri che impone l’obbligo di condividere informazioni inerenti la rilevazione di malattie emergenti negli animali, il Ministro dell’Agricoltura dell’Olanda trasmette all’Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale una notifica per comunicare il documentato contagio da SARS-CoV-2 di visoni allevati per la produzione di pellicce.

L’informativa fa riferimento ad un anomalo incremento di mortalità, documentato il 23 aprile, in un allevamento olandese di visoni e agli esiti di positività rilevati in alcuni animali morti. Nella stessa comunicazione viene segnalato un secondo allevamento con aumento di mortalità e animali con sintomi ascrivibili ad infezione da coronavirus. Oltre ai visoni, almeno anche due lavoratori in questi allevamenti sono risultati malati di Covid-19.

Il 19 maggio 2020, il Ministro dell’Agricoltura olandese riferisce in Parlamento degli esiti degli accertamenti diagnostici condotti ed emerge che il ceppo del virus isolato nei lavoratori è lo stesso individuato nei visoni, e che ciò rende probabile che l’animale sia stato la fonte dell’infezione.

Si tratta del primo caso documentato al mondo di trasmissione di coronavirus SARS-CoV-2 da animale (visone) a uomo. Da allora, il coronavirus ha avuto una rapida diffusione in centinaia di allevamenti di visoni in Europa e Nord America; in questi allevamenti intensivi il virus pandemico introdotto dall’uomo ha potuto replicarsi infinite volte, dando origine a specifiche mutazioni poi ritrovate nuovamente nell’uomo anche mettendo a forte rischio la salute pubblica mondiale.

La catena di contagio uomo-visone-uomo è l’unico documentato spillover al mondo di SARS-CoV-2, non essendo ad oggi disponibili evidenze scientifiche che identificano altro animale ospite intermedio nel salto di specie dal pipistrello all’uomo.

Quale è stata l’azione della Lav in questi mesi?

Negli ultimi 10 anni LAV ha avviato 4 mobilitazioni nazionali (nel 2011, 2013, 2016, 2021) raccogliendo ogni volta un crescente consenso da parte della cittadinanza, e facendo presentare ad ogni inizio di nuova Legislatura proprie proposte di legge per la chiusura degli allevamenti di pellicce.

A ottobre 2021, LAV ha lanciato #VoceaiVisoni, una campagna di raccolta firme per chiedere la chiusura definitiva degli allevamenti da pelliccia in Italia. #VoceaiVisoni è il seguito della campagna #EmergenzaVisoni lanciata a metà 2020 quando, con il primo focolaio di coronavirus in un allevamento di visoni in Olanda, la LAV ha avviato un sistematico monitoraggio della evoluzione dell’epidemia tra questi allevamenti nel mondo (Europa e Nord America) e in Italia.

Risultati della campagna #EmergenzaVisoni della LAV (maggio 2020 – settembre 2021)

o abbiamo scoperto e dato notizia del primo allevamento italiano di visoni focolaio del coronavirus (Capralba, Cremona); o abbiamo documentato violazioni in allevamenti italiani alle minime norme di biosicurezza finalizzate ad evitare l’introduzione del coronavirus in questi allevamenti (a Cremona, Brescia, Padova); o abbiamo pubblicato il rapporto Fashion Spillover, con una puntuale descrizione della evoluzione della epidemia tra gli allevamenti di visoni (evidenze scientifiche, risk assessment per la salute pubblica, dati sui test nei visoni, provvedimenti adottati dai governi di diversi paesi, ecc.); o abbiamo ottenuto uno screening diagnostico obbligatorio (dato che da subito era emerso che i visoni sono prevalentemente asintomatici nella infezione da SARS-CoV-2); o abbiamo ottenuto un divieto (temporaneo) di riproduzione sino al 28 febbraio 2021; o abbiamo ottenuto la proroga a tutto il 2021 del divieto di riproduzione (evitando così la nascita di 40mila cuccioli di visone altrimenti destinati a diventare pellicce e, contestualmente anche nell’interesse della Salute Pubblica, abbiamo ridotto in modo significativo il rischio di formazione di nuovi focolai); o abbiamo documentato e dato notizia del secondo focolaio allevamento italiano (Padova); o abbiamo ottenuto in sede di Consiglio Europeo dell’Agricoltura (AGRIFISH del 28 giugno 2021) l’impegno formale dell’Italia per un divieto europeo agli allevamenti di pellicce.

Risultati della campagna #VoceaiVisoni della LAV (settembre – dicembre 2021)

o Abbiamo documentato l’abbattimento dei 3.000 visoni presenti nel secondo allevamento focolaio (di Padova) e intercettato già da febbraio; o abbiamo raccolto, nuovamente, il consenso e il supporto di decine di migliaia di italiani che hanno firmato la nuova petizione per chiedere la definitiva chiusura degli allevamenti di pellicce in Italia, raggiungendo quasi 50.000 firme in meno di due mesi; o abbiamo fatto presentare emendamenti, ai Decreti con misure anti-Covid prima ed alla Legge di bilancio poi, per accompagnare alla definitiva dismissione gli ultimi 5 allevamenti italiani di visoni e vietare, per sempre, l’allevamento di animali per la produzione di pellicce in Italia.

Dall’1 gennaio 2022, in Italia, la crudeltà degli allevamenti intensivi per pellicce finirà. In cosa consiste questa vittoria?

DIVIETO dal 1° gennaio 2022 è vietato allevare, fare riprodurre in cattività, detenere, catturare o uccidere animali, di qualsiasi specie (non solo visoni), per il principale scopo di ricavarne pellicce.

SMANTELLAMENTO Entro il 30 giugno 2022 i 5 allevamenti che attualmente detengo visoni ed altre 5 strutture che però sono senza animali, dovranno essere smantellate.

ANIMALI Con Decreto del Ministero della Transizione Ecologica e dei Ministeri di Agricoltura e Salute, da emanare entro il 31 gennaio, saranno regolate le modalità di eventuale cessione, sterilizzazione e detenzione dei visoni in strutture preferibilmente gestite direttamente o in collaborazione con associazioni animaliste riconosciute.

Con questa legge ci associamo così quindicina di Paesi europei che già avevano deciso negli anni e nei mesi scorsi la chiusura di questa tipologia di allevamenti.

Ovviamente questo è solo un tassello. Come Lav quali lotte state continuando a condurre su questi temi?

LAV da tempo si confronta con il mondo delle aziende della moda nell’ambito delle politiche di Responsabilità Sociale di Impresa ed ha contribuito al raggiungimento di policy fur-free adottate da aziende moda come Armani, Gucci, Prada e retailer come Ynap Group.

Questa attività si inserisce nel progetto Animal Free Fashion, lanciato nel 2015 e che propone un Primo Rating etico (LAV) per la valorizzazione delle aziende Moda “Animal Free”, suddiviso in 4 livelli: sostituzione della “pelliccia animale” (livello di Rating: V); “piume” (VV); “seta e pelle” (VVV); “lana” (VVV+). Più materiali animali un’azienda s’impegna a non utilizzare, migliore sarà il livello di rating raggiunto. Si tratta dunque di un rating premiante, in quanto tutte le aziende che saranno valutate si sono dotate di almeno una politica aziendale “senza pellicce”.

https://www.lav.it/aree-di-intervento/pellicce/allevamenti-di-visoni

https://www.lav.it/campagne/covid-visoni

https://www.lav.it/news/animal-free-moda-etica

1 https://www.senato.it/leg/18/BGT/Testi/Allegati/00000359.pdf

da qui

mercoledì 16 giugno 2021

Il destino degli animali sfollati nella guerra siriana: una storia ancora tutta da scrivere - Estella Carpi

 

Durante la guerra siriana, che infuria ormai da un decennio, l’attenzione di studiosi, commentatori dei media e attivisti si è concentrata principalmente  sull’esodo degli umani. Più del 60% della popolazione mondiale di rifugiati – oltre il 30% dei quali sono vittime di sfollamenti interni – risiede in Medio Oriente, ed è diventata tale principalmente a causa di conflitti armati su vasta scala. La guerra siriana, iniziata a seguito di una rivolta popolare nella primavera del 2011, ha provocato mezzo milione di morti (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati), quasi sette milioni di sfollati – il 70% dei quali vive ancora in Medio Oriente – e 14 milioni di persone bisognose di assistenza.

A causa della tragica portata delle perdite umane, il destino degli animali non umani durante la guerra in Siria è stato sottovalutato e qualsiasi accenno  riguardo ad  essa nelle conversazioni informali che ho avuto nel corso degli anni con ricercatori e opinionisti internazionali che si occupano di quest’area geografica, è stato spesso disapprovato o ignorato. Con questo articolo,voglio incoraggiare i lettori ad andare oltre le gerarchie inter-specie, che causano modi di pensare errati, come ad esempio che una specie di per sé sia più o meno importante di un’altra. L’abitudine  di stabilire gerarchie esistenziali tra animali ed esseri umani deriva da una visione antropocentrica degli animali che condividono con noi l’habitat naturale e l’ambiente. In questo senso, la cura degli animali diventa “buona” o “cattiva” in risposta alle nostre abitudini personali, alla nostra cultura e, soprattutto, alla nostra capacità di cura sociale ed economica. In effetti, nelle società occidentali, la cura degli animali, in particolare degli animali domestici, è stata ampiamente associata allo stile di vita delle classi medio-alte, che  desiderano e possono nutrire, prendersi cura e accudire gli animali. Per così dire, la “borghesizzazione” della cura degli animali  (dove quest’ultima è spesso vista come l’assistenza fornita da persone benestanti dotate di tempo e risorse che consentono loro di pensare oltre la sopravvivenza umana) e le reazioni critiche ad essa hanno finito per influenzare il nostro sguardo esterno sul conflitto umano e sulle migrazioni forzate e hanno pericolosamente legittimato l’esclusività dell’assistenza agli umani. Osservare la totalità di questo ecosistema multi-specie di guerra e migrazione forzata rivela una complessità che rimane inascoltata a causa del nostro sguardo antropocentrico.

Gli animali colpiti dalla guerra sono stati discussi principalmente in termini di sopravvivenza umana e sostenibilità, ma con precise eccezioni. Ad esempio, nel 2012, l’agenzia di stampa Reuters  dedicò una galleria fotografica ad animali, come tartarughe e gatti, che cercavano di sopravvivere ai bombardamenti, cercavano cibo in aree quasi spopolate e, a volte, lo ricevevano da gruppi armati che vivevano o occupavano per breve tempo questi quartieri distrutti dalla guerra. Per allargare queste visioni frammentarie, mi concentro sul destino degli animali durante il conflitto siriano e sul loro uso discorsivo e logistico nelle narrazioni di guerra.

L’omissione del destino degli animali nel giornalismo di oggi e  negli studi accademici sui conflitti armati ha portato a ignorare un elemento fondamentale nella vita dei rifugiati che hanno dovuto lasciare la Siria: l’incurabile danno esistenziale causato dalla necessità di abbandonare i propri animali domestici o, per coloro che avevano uno stile di vita rurale, il loro bestiame. In molti casi l’abbandono degli animali –  anche solo di una mucca allevata per il latte o di una gallina allevata per le uova – ha generato dolore e disorientamento emotivo nella vita degli sfollati. Tali abbandoni sono vissuti come un inevitabile sacrificio quando si lascia il paese dilaniato dalla guerra e si costruisce una vita altrove. In effetti, la maggior parte dei rifugiati siriani che ho incontrato nei villaggi del nord del Libano – e che spesso lavorano nelle fattorie libanesi – hanno un background rurale. Ricordano spesso il bestiame che possedevano e come si prendevano cura di loro quando vivevano in Siria. Molti di loro dicono di chiedere regolarmente ai vicini il destino di questi animali abbandonati; la maggior parte degli animali che non sono stati rivenduti  sono morti di disidratazione, fame e malattie.

Nonostante ciò, lo sfollamento  degli animali è stato affrontato solo dal punto di vista della sopravvivenza degli esseri umani e dell’importanza di rilanciare  la produzione agricola siriana, che prima del conflitto faceva affidamento sull’esportazione di bestiame, che rappresentava il 15% della forza lavoro agricola interna. Ma qual è stata la sorte di questi animali? Gli animali domestici, da soma e da fattoria, sono stati spesso uccisi come bottino di guerra, introdotti di contrabbando nei paesi vicini o rubati, spostati, venduti o uccisi sotto le bombe. Di conseguenza, il tasso di proprietà privata del bestiame all’interno del paese è sceso al 60% dall’inizio del conflitto. Molti allevatori hanno dovuto abbandonare la loro professione e il loro stile di vita e lasciare il paese o migrare in altre località della Siria in cerca di nuovi mezzi di sussistenza.

Gli animali e la violenza sugli animali sono stati ampiamente  utilizzati come una strategia di “soft power” per plasmare le relazioni tra attori politici e come uno strumento per guadagnare credibilità nelle comunità locali e internazionali, screditando moralmente i nemici politici. Ad esempio, c’è del materiale mediatico arabo che illustra questa pratica, con video che mostrano i leader della shabbiha – teppisti fedeli al presidente siriano Bashar al-Assad – gettare un cavallo arabo “ purosangue ” ai loro leoni per il cibo, come scritto nel Tweet di un oppositore politico siriano incluso in un articolo di al-Quds. Molti di questi video, accessibili su YouTube, mostrano l’uccisione di bestiame da parte di gruppi armati o il furto di bestiame in alcune regioni siriane. Alcune accuse non sono espressamente rivolte né alle milizie governative, né ai gruppi di opposizione, ma vengono utilizzate come tali per la propaganda politica. Al di là dell’autenticità di questo tipo di materiale mediatico, che è continuamente oggetto di dibattito giornalistico, il trattamento degli animali gioca un ruolo fondamentale nel plasmare la retorica politica di ciascuna delle parti in conflitto. Lo stesso accade con il recente decreto governativo n. 221, con il quale Bashar al-Assad assegna al Ministero dell’Istruzione la direzione del progetto “Protezione degli animali in Siria”.

Come ho scritto in passato, il mantra umanitario della “dignità umana”, secondo il quale ogni vita umana deve essere rispettata e protetta, ha effettivamente messo in luce l’importanza di garantire protezione legale e sociale ai rifugiati. Per quanto lento sia stato a concretizzarsi a livello globale, tale principio ha sottolineato l’importanza per i rifugiati di vedere riconosciuta la propria dignità. In questo senso, la retorica della dignità umana,  molto usata dalla comunità internazionale così come dai gruppi di attivisti, ha finito per ignorare il fatto storico che la guerra provoca conseguenze drammatiche anche ad altre specie. È emblematico che solo un piccolo numero di progetti umanitari (ad esempio, Animals Lebanon) si avvicini agli esseri umani come parte di un intero ecosistema che viene distrutto dai conflitti, sovvertendo quindi attivamente l’antropocentrismo.

Gli animali sono stati a lungo oggetto di dibattito tra le comunità musulmane di tutto il mondo. C’è una convinzione di vecchia data  secondo la quale le società a maggioranza musulmana abbiano poco rispetto per gli animali, il che ha portato gli studiosi a parlare di “ambientalismo islamico” solo in paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, vale a dire nel cosiddetto “nord globale”. A questo proposito, alcune fatawa (plurale di fatwa) nel mondo musulmano sunnita hanno proibito agli sfollati interni siriani e ai rifugiati di uccidere o mangiare gatti, asini e cani, anche in situazioni di carestia e disagio. Su internet tali fatawa generano ampie discussioni incentrate sui precetti dell’Islam e fungono da spazio di consultazione spirituale, legale e sociale per i credenti. Alcune autorità religiose hanno denunciato l’atto di uccidere e mangiare animali senza un motivo valido, mentre altre hanno consentito l’atto di mangiarli a condizione che questi animali siano già stati uccisi dai bombardamenti. Tuttavia, questa a volte è diventata una pratica comune nell’odierna Siria, a causa delle carestie e delle difficoltà che il conflitto stesso ha causato. Allo stesso tempo, la cura e la fornitura di cibo agli animali, come ai gatti, è lodata e apprezzata da Dio. L’argomento resta un elemento di vivace discussione all’interno del mondo musulmano.

Gli animali che hanno accompagnato gli esseri umani durante  la loro fuga e che hanno condiviso le loro condizioni di migrazione forzata sono spesso ignorati nella narrazione; per esempio, molti rifugiati che hanno attraversato  il confine siriano-libanese  hanno portato con sé pecore, capre e mucche che non erano state vaccinate a causa della loro improvvisa partenza per fuggire dalla guerra, dalla violenza e dalla conseguente povertà. Nel 2011, alcuni rifugiati siriani a Wadi Khaled (nord-est del Libano) mi  dissero di aver attraversato il fiume al-Kabeer a dorso di un asino. Successivamente dovettero abbandonare l’animale perché si era ammalato e non avevano i mezzi per mantenerlo, avendo pagato una grossa somma di denaro ai contrabbandieri.

Tuttavia, il discorso etico alla base della migrazione forzata umana  entra talvolta in contrasto con l’etica ambientale e animale. Le aree in cui i rifugiati si stanno re-insediando sono sottratte alla fauna locale; l’insediamento umano e i metodi di produzione di cibo spesso portano alla deforestazione e all’erosione dell’habitat circostante. Poiché in tali situazioni paradossali, solo una delle due parti vulnerabili può essere protetta all’interno dell’ecosistema, i difensori dei diritti ambientali e degli animali si trovano spesso in tensione con coloro che difendono i diritti umani. È il caso di un milione di rifugiati hutu ruandesi, che nel 1994 si trasferirono nel Parco nazionale Virunga del vicino Congo, dove dieci gorilla furono uccisi dopo che il territorio venne saccheggiato. Analogamente a quanto sta accadendo in Siria, nel caso del Parco nazionale Virunga, i profughi andati a vivere nell’area protetta, considerata patrimonio dell’umanità,  furono accusati di aver commesso violenze contro il territorio. La presenza dei rifugiati inoltre favorisce il caos, e alcune persone approfittano di tale caos per effettuare incursioni, utilizzando la presenza dei rifugiati per passare inosservati. *

Nel contesto del conflitto siriano,  lo spostamento forzato degli animali è una storia ancora tutta da scrivere. Considero importante evidenziare non solo l’uso antropocentrico e violento degli animali in condizioni di migrazione forzata, ma anche il legame emotivo che alcuni profughi avevano con gli animali che hanno dovuto abbandonare a causa della protratta instabilità politica, economica e sociale. Ricordare gli animali fa spesso parte delle storie raccontate dagli stessi rifugiati; in alcuni casi, gli animali spiegano l’attaccamento dei rifugiati e degli sfollati interni alla loro casa in Siria. Per comprendere appieno gli effetti del conflitto e della violenza sugli ecosistemi, è davvero inevitabile svelare queste importanti relazioni tra le specie.

Nelle narrazioni sulle migrazioni forzate,  usualmente si omettono  le storie relazionali con gli animali mentre gli esseri umani, sia rifugiati che attori politici, spesso ricordano o strumentalizzano gli animali nel mondo reale. Finché la biodiversità della crisi rimane inascoltata, anche la nostra conoscenza della “politica del vivere” in condizioni di sfollamento rimane mutilata. In questo senso, interrompere la comprensione antropocentrica della crisi di origine umana non è solo una questione etica, come ci ricordano gli attivisti per i diritti degli animali attraverso le loro  campagne, ma anche intellettuale ed epistemologica.

Note:

Questa ricerca è stata condotta nell’ambito del progetto “Analizzare le risposte umanitarie sud-sud allo sfollamento dalla Siria: viste dal Libano, dalla Giordania e dalla Turchia”, finanziato dall’European Research Council nell’ambito dell’accordo Horizon 2020 Research and Innovation n. 715582.

* Altri usano la presenza dei rifugiati in questi territori come strumento di negoziazione politica. Questo è anche il caso di alcuni siti archeologici siriani; le rovine di Idlib, patrimonio culturale, sono diventate rifugi temporanei per gli sfollati locali, che non riuscivano a trovare luoghi alternativi per la protezione e la sopravvivenza. Il Centro Antichità di Idlib si sta occupando del problema.

 

Estella Carpi è attualmente ricercatrice post-dottorato presso l’Unità di ricerca sulla migrazione, University College London. Ha conseguito il dottorato di ricerca in antropologia sociale presso l’Università di Sydney (Australia), concentrandosi principalmente su umanitarismo, politica dell’identità e migrazioni forzate nel Levante arabo. Dopo aver studiato arabo a Milano e Damasco (2002-2008), ha lavorato come ricercatrice per diverse istituzioni in Egitto, Libano e Emirati Arabi Uniti. Ha tenuto numerose conferenze in Studi umanitari e Analisi dei conflitti in Australia e in Italia.

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org

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