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mercoledì 19 febbraio 2025

Gaza Beach - Ascanio Celestini

 

Sabato 1 febbraio stavamo sul palco della sala Petrassi all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma. Raccontavamo storie di persone travolte dalla guerra in Palestina, in Libano. Abbiamo cercato di bilanciare un po’ questa brutta maniera di raccontare il mondo sempre attraverso i potenti e la loro versione. Con le storie di Fabio Tonacci abbiamo portato in scena Abdel che scappa dal suo appartamento che sta per essere bombardato, Shahad che ha una storia triste, ma un nome bellissimo. Ziad ci ha detto che significa “arnia che trabocca miele”. Abbiamo raccontato le ultime ore di vita di Hind la bambina di cinque anni che si faceva le corone di cartone e le colorava con il pennarello.

Poi apriamo il giornale e leggiamo le dichiarazioni di questo imbecille.

Mi fa ricordare la poesia che scrisse Piero Calamandrei in risposta alle dichiarazioni di Albert Kesserling. Il nazista (noto per essere responsabile, di numerosi crimini di guerra, dalle “Fosse Ardeatine” a “Marzabotto”…, ndr) tornò in Germania e fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi. Dichiarò pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che, anzi, gli italiani dovevano fargli un monumento.

 

La poesia dedicata Trump, di seguito quella scritta da Calamandrei.

L’avrai
mister Trump, la spiaggia che pretendi
dai palestinesi
ma su quale sabbia camminerai
a deciderlo tocca a noi.

Non con la polvere dei quartieri straziati
dalle vostre bombe,
non con la terra delle fosse comuni
dove i nostri figli riposano senza nome.
Sulla sabbia di questa spiaggia,
sulla “riviére” come l’hai chiamata,
ci soffierà un vento cattivo che non fa rumore.

Perché questo è silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza.


Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza.

https://comune-info.net/gaza-beach/

venerdì 26 aprile 2019

Il mio ministro è un uomo saggio… - Ascanio Celestini



Il ministro dell’Interno del mio paese indossa la divisa. Non tutta insieme. Una giacca, un caschetto. Se la mette quando fa i comizi o le passeggiate tra la folla. Qualcuno per lui dice «preparate i telefonini».
Lui comunica attraverso la sua pagina Facebook. In quello spazio parla direttamente agli italiani e in molti lo seguono. Ha più di tre milioni e mezzo di follower. Un politico che comunica come il mio compagno di calcetto entra nella mia vita come se fosse un amico. In una foto che ha postato recentemente lo si vede con una t-shirt nera con su stampata una scritta a caratteri enormi: LA DIFESA È SEMPRE LEGITTIMA.
È un’altra delle sue tecniche di comunicazione. Si mette addosso una felpa o una maglietta con una scritta. Basta la foto. La scritta parla per lui. Quasi sempre è infilata sopra la camicia. Usata come una bandiera. Poi aggiunge tre righe di commento. Spesso c’è una faccina. Manda baci, saluti e chiede ai follower: «Che ne dite, amici?».
Il giorno di Pasqua ha postato due immagini sbarazzine. In una si fa il selfie con un somaro: «Guardate chi ho incontrato!». Nell’altra si ritrae con una montagna di polenta. Nelle stesse ore il suo responsabile della comunicazione ha postato una foto sorprendente per il giorno della Resurrezione di Cristo.
Il ministro dell’Interno del mio paese è ritratto con un’arma da guerra e poche righe: «Siamo armati e dotati di elmetto!». Undici anni fa Umberto Bossi minacciò di scatenare i suoi uomini. «Abbiamo trecento mila martiri – disse – i fucili sono sempre caldi».
In quel lontano aprile si chiuse il secondo governo Prodi, tornò Berlusconi e non scoppiò una guerra civile. Non credo che scoppi la prossima settimana. Ma in questi anni è cambiato il linguaggio, dei media e il nostro. Un linguaggio che non tutti sanno gestire e che per qualcuno può diventare un delicatissimo detonatore.
Poco più di un anno fa un italiano di ventotto anni ha sparato a sei immigrati di origine sub-sahariana. È stato arrestato davanti al monumento dei caduti di Macerata mentre faceva il saluto romano e gridava «viva l’Italia» con il tricolore sulle spalle. Anche il ministro dell’Interno del mio paese ha condannato quell’azione. Il ministro è un uomo saggio e peserà ogni parola per il bene del mio paese.

martedì 13 settembre 2016

Fertility Day. Il giorno del “fragà” - Ascanio Celestini

Il Fertility Day è la giornata della sorca e dell’uccello. Si tratta di una citazione dal Belli, ovviamente. Ma per spiegare questa immagine parto dal passato nel quale il grande poeta ha vissuto.
Aveva poco più di quarant’anni Robert-François Damiens quando piantò un coltellino nel fianco del re di Francia Luigi XV il “Beneamato”. Poi quel re non morì perché l’arma di Damiens era mortale come un coltellino svizzero. Ma mortale fu per lo stesso Damiens «condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera ardente del peso di due libbre»; poi «nella detta carretta, alla piazza di Grêve, e su un patibolo che ivi sarà innalzato, tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento».
Insomma venne squartato e bruciato e non senza alcuni impedimenti visto che ai quattro cavalli che si usarono per lo squartamento pare che se ne dovettero aggiungere altri due e i boia di Stato aiutarono lo smembramento incidendo coi coltelli i quattro arti. Ce lo ricorda Michel Foucault nelle prime pagine di un suo famosissimo testo. Quello era il tempo delle aristocrazie. Un tempo nel quale il potere era potere sui corpi. Le galere erano spesso un luogo di transito. Non ci buttavano i detenuti per anni e anni come facciamo noi. Per i monarchi le pene dovevano essere visibili sulla carne dei sudditi. Visibili nelle strade. Ti tagliavano una mano, la lingua, ti impiccavano e tagliavano la testa, ti smembravano e ti davano fuoco e tutti vedevano il potere del re!
Poi la borghesia ci ha detto che siamo tutti uguali. Che gli aristocratici non hanno il sangue blu e il loro potere non deriva da alcun dio. Allora è stato lo Stato a occuparsi dei cittadini. I corpi dei delinquenti non sono più stati segnati e ributtati nella società per ribadire il potere dei monarchi, ma nascosti nelle prigioni. Il potere sugli uomini è diventato un potere che vuole dimenticarsi dei corpi e degli uomini, non li vuole considerare. Ultimamente è arrivato il mondo nuovo, quello presente, che torna a occuparsi dei corpi come merce. Tipo quella pubblicità che per far vendere un silicone per muratori, invece di far vedere un cantiere con manovali rumeni sudati e grassi, spoglia una bella donna e le fa fare una doccia.
E ci siamo ricordati del corpo: questo magnifico campo da gioco della comunicazione politico-pubblicitaria! “Come si è pensato di ritrarre la donna come corpo-cosa con in mano una clessidra?” si chiede il primo agosto Vanna Iori sull’Huffington Post. Perché il “corpo-cosa” ha funzionato per secoli e possiamo tirarlo fuori dalla cantina per utilizzarlo ancora. Niente idee e ideologie, niente cuore e sentimenti: solo pisellino e passerina.
La donna può essere, come da sineddoche, semplicemente una fica e in quanto tale un oggetto di piacere e un bambinificio. E la ministra Lorenzin (o qualcuno che gli ha scritto le parole che dice) lo ha capito. Da ciò deriva il Fertility Day, cioè il giorno del “fragà”come scrive Giuseppe Gioacchino Belli in una poesia onomatopeica nella quale tra “scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!” tra sonagliere “d’inzeppate a secco!  Igni botta, peccrisse, annava ar lecco” e tutt’e due soffiano come gatti “sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco”. E la Gertruda della poesia, per godersela “più a ciccio” diventerebbe “tutta sorca” e il suo partner “tutt’uccello”.
L’inciciature
Che scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!
Che sonajera d’inzeppate a secco!
Igni botta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e dua come du’ gatti.
L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco.
Viè e nun vienì, fà epija, ecco e nun ecco;
e daje, e spigne, e incarca, e strigni e sbatti.
Un po’ più che durava stamio grassi!
Ché doppo avè finito er giucarello
restassimo intontiti come sassi.
E’ un gran gusto er fragà! ma pe godello
più a ciccio, ce vorìa che diventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’ucello.