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domenica 31 agosto 2025

La guerra organizza l’accumulazione del capitale - Raúl Zibechi

 

Tutte le guerre in corso sono articolazioni dell’accumulazione di capitale, a prescindere dagli Stati coinvolti. Eppure una parte della sinistra e dei movimenti opta per alcune potenze capitaliste (Russia, Cina) o per potenze capitaliste con sistemi statalisti teocratici (Iran), rispetto ad altre. “Credo che questa politica sia dannosa per i movimenti e i popoli, poiché divide e gerarchizza, scegliendo vittime difendibili mentre altre vengono dimenticate… – scrive Raúl Zibechi – Che senso ha per noi che combattiamo per un mondo nuovo essere alleati del capitalismo di stato?”. Ci sono crepe in questo orizzonte? “La speranza sta nel vedere come alcune comunità e organizzazioni tracciano percorsi diversi – aggiunge Zibechi – In particolare, la determinazione zapatista a porre fine alle piramidi ci mostra che, trentuno anni dopo la rivolta, continuano a percorrere altre strade, imparando dai propri errori, che è l’unico modo per crescere…”

È vero che alcune grandi aziende traggono profitto dal genocidio palestinese, come riportato dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese. È inoltre emerso pochi giorni fa che il Pentagono ha destinato il 54% della sua spesa a società private tra il 2020 e il 2024, il che equivale alla sbalorditiva cifra di 2,1 trilioni di dollari per rimpinguare le casse di una manciata di grandi multinazionali della guerra, secondo il Quincy Institute for Responsible Statehood. Ma la realtà del capitale va ben oltre i profitti di poche aziende, al punto che oggi possiamo affermare che l’accumulazione di capitale non può essere sostenuta senza violenza, senza distruggere popoli, senza massacrare donne e bambini. Le guerre sono articolazioni dell’accumulazione di capitale, a prescindere dagli Stati nazionali coinvolti nei conflitti.

La complessità della situazione attuale risiede nella sovrapposizione di vari tipi di guerre che tuttavia hanno obiettivi simili. Siamo di fronte a guerre tra Stati, come nel caso tra Russia e Ucraina, o, se preferite, tra NATO e Russia. Ci sono anche guerre aperte, sebbene non dichiarate, tra Stati e popoli, come nel caso tra Israele e il popolo palestinese. Ma abbondano anche altri tipi di guerre, come le “guerre alla droga”, come in Messico, o le guerre contro le gang, la povertà e persino i cambiamenti climatici.

Sebbene ognuna abbia le sue particolarità, tutte mirano allo stesso obiettivo: attaccare e sfollare le popolazioni per facilitarne l’espropriazione. Ammetto che questo modo di analizzare la realtà possa trascurare alcune caratteristiche di queste guerre, ma credo sia necessario schierarsi fermamente dalla parte dei popoli che, ripetutamente, sono vittime dell’accumulazione capitalista e, quindi, delle guerre.

 

Una parte della sinistra e anche i movimenti sociali stanno optando per alcune potenze capitaliste (Russia, Cina) rispetto ad altre (Stati Uniti, Unione Europea), con il pretesto di combattere il “nemico principale”. Questo li porta a stringere alleanze con coloro che si oppongono all’impero statunitense. Credo che questa politica sia dannosa per i movimenti e i popoli, poiché divide e gerarchizza, scegliendo vittime difendibili mentre altre vengono dimenticate. È sorprendente che il popolo palestinese venga difeso, una questione del tutto giusta, ma nessuno parla del popolo ucraino o russo, i cui figli stanno dando la vita per difendere interessi stranieri in una guerra per la quale non sono stati consultati. In un caso, si tratta del capitale occidentale sostenuto da Trump e dall’Unione Europea. Nell’altro, si tratta di un regime autoritario e capitalista, come quello guidato da Putin.

Ancora più gravi, trovo i movimenti che difendono apertamente la Cina o l’Iran, come sta accadendo in diversi casi in America Latina. Non possiamo accettare che le guerre tra grandi stati siano guerre intercapitalistiche? Che senso ha per noi che combattiamo per un mondo nuovo essere alleati del capitalismo di stato? Perché questo è uno degli argomenti principali di coloro che sostengono che la Cina, o stati simili, siano diversi dall’Europa o dagli Stati Uniti perché è lo stato a dirigere l’economia. Molti sostengono che i lavoratori in Cina abbiano accesso all’assistenza sanitaria pubblica, all’alloggio e ad altri benefici sociali, creando così una differenza rispetto ai paesi centrali del capitalismo attuale, dove gran parte di questi servizi è privata. Mi dispiace dire che trovo questa argomentazione molto debole e che il capitalismo di Stato è capitalista tanto quanto la proprietà privata.

Sembra evidente che lo Stato continui a dividere le acque tra i settori popolari e i movimenti. Non si comprende che lo Stato-nazione è mutato. L’uno per cento se ne è appropriato per trasformarlo in uno scudo per i propri interessi. Gli stati sociali che si sono espansi dopo la Seconda Guerra Mondiale in Europa non esistono più. La politica anti-immigrazione del vecchio continente è solo un esempio di questo brutale cambiamento.

Quando vediamo la polizia in California usare auto senza targa e agenti in uniforme con i cappucci in testa per arrestare i migranti, dovremmo riflettere sulla direzione che stanno prendendo gli stati, che alcuni ancora difendono come leve di emancipazione collettiva. Capisco che la cultura politica, come tutte le culture, si evolve molto lentamente, quindi cambiare il modo di fare le cose non sarà facile. Molti gruppi e individui continuano a pensare e ad agire come se il capitalismo non fosse mutato e a ripetere ripetutamente che le cose sono sempre le stesse.

La speranza sta nel vedere come alcune comunità e organizzazioni tracciano percorsi diversi. In particolare, la determinazione zapatista a porre fine alle piramidi ci mostra che, trentuno anni dopo la rivolta, continuano a percorrere altre strade, imparando dai propri errori, che è l’unico modo per crescere.

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venerdì 29 agosto 2025

Ascoltare i morti - Raúl Zibechi

 

L’assemblea dei morti, caduti nella lotta, dialoga con gli zapatisti vivi. Questo scambio è stato rappresentato nel primo spettacolo dell’Incontro di Ribellioni e Resistenze, “Algunas partes del todo“, al Semenzaio di Morelia dal 2 al 16 agosto.

I morti spiegano ai combattenti attuali che nella storia delle rivoluzioni e delle lotte la piramide si riproduce sempre; ci sono sempre alcuni in cima. E chiedono loro di non ripetere i loro errori perché, se lo facessero, la piramide permarrebbe, e con essa le stesse oppressioni contro cui si sono ribellati. Ecco quanto è semplice la storia del XX secolo, vista dal basso.

La cultura politica zapatista comporta cambiamenti fondamentali rispetto a ciò che generazioni di ribelli hanno appreso e riprodotto fino ad oggi. Non si tratta di piccoli cambiamenti di stile o di parole, ma di una trasformazione radicale e profonda che implica critica e autocritica, portando a un nuovo modo di vedere e di fare. Se consideriamo ogni singolo aspetto della lotta rivoluzionaria, possiamo comprendere la profondità dei contrasti tra lo zapatismo e la vecchia cultura politica di sinistra.

Negli anni Settanta, uno degli slogan che ci guidava era: “Siate come il Che”. Da un lato, faceva appello a un’etica di impegno militante, di mettere a repentaglio il proprio corpo e dare la vita se necessario, che trovo ancora valida. Dall’altro, ci invitava a seguire le sue orme, il che trovo problematico perché propone un percorso senza aver fatto una valutazione autocritica.

Dal 1994, l’EZLN ha intrapreso un cammino proprio, tracciato dai popoli organizzati e non dall’avanguardia, che è stata presto rovesciata, forse mettendo al timone il CCRI (Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno).

Il motto “comandare obbedendo” implica una rottura completa con i modelli d’avanguardia che obbediscono solo a ciò che viene deciso dalla leadership dell’avanguardia, ovvero maschi, bianchi o meticci, con istruzione universitaria, ben parlanti e poca o nessuna disponibilità ad ascoltare la gente.

Una rivoluzione in lotta. Ma così diversa, così distinta, che molti militanti non hanno la capacità o la volontà di comprendere, di accettare che le cose non debbano essere come prima. Per quanto l’EZLN cerchi di spiegare di essere un movimento diverso, non è facile per chi rimane fedele alla vecchia cultura politica comprendere in cosa consistano la proposta e i modi di fare zapatisti.

Una prima questione si riferisce a quel dialogo tra morti e vivi, che si riassume nella piramide e nella necessità di distruggerla o abbatterla, non di capovolgerla, come ha sottolineato il Capitano Marcos in uno dei suoi recenti comunicati.

Una seconda questione riguarda i concetti di trionfo e sconfitta, per fare solo un esempio. Per la vecchia cultura, il trionfo è la presa del potere o, nella versione elettorale, l’accesso al Palazzo del Governo. Si tratta di riunire molte persone, che chiamano “masse”, che sono quindi inerti, attratte dall’attuale capo o leader, che devono semplicemente seguire. Per avere successo, non è solo necessario essere numerosi, ma anche unirsi e unificare i propri ranghi in modo da poter essere guidati dall’alto della piramide. In questa cultura, la piramide non solo è necessaria, ma diventa il centro, e questo dipende da chi sta in cima, sotto questo o quel nome. Potrebbe essere Evo Morales o chiunque altro, e quando se ne va, tutto crolla perché ha prosciugato l’energia collettiva, disorganizzando le persone, che ripongono tutto al di fuori di sé, nell’attuale capo o leader. Per il popolo, trionfare, guadagnare, significa rimanere persone. Qualcosa che non implica entrare nel palazzo, prendere il potere dagli altri, cosa che non serve a nulla e indebolisce il popolo. Si tratta di costruire il nostro: salute, istruzione, potere, o come vogliamo chiamare quel modo di prendere decisioni e di farle rispettare.

In terzo luogo, il dialogo con i morti richiede una valutazione delle rivoluzioni passate. Tutte sono cominciate con la crisi degli stati nazionali, e tutte li hanno resi più forti, più potenti, mentre le loro società sono diventate più fragili e dipendenti. In breve, più piramidi, più alte, più imponenti. Questa è la triste realtà di tutte le rivoluzioni, sebbene abbiano portato anche cose positive al popolo.

C’è molto di più che si riassume nei sette principi zapatisti. La cultura dell’avanguardia è molto simile a quella della sinistra elettorale: consiste nel prendere il potere. Ecco perché sono passati così facilmente dalla guerriglia alle elezioni. Lo zapatismo rappresenta qualcosa di diverso. Rifiuta l’omogeneità come tentativo di dominio fascista; rifiuta l’unità perché si realizza sotto la guida di qualcuno, individuale o collettivo. Niente di più, niente di meno.


Pubblicato anche su La Jornada (qui l’articolo in spagnolo)

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sabato 21 giugno 2025

Il ruolo antisistemico dei migranti - Raúl Zibechi

 

La guerra contro i migranti che dicono “basta!” è in realtà la guerra del capitalismo. La cosa più importante, dice Raúl Zibechi, è che i migranti hanno perso la paura. Da quando è cominciata la politica trumpista delle esplusioni, molti si sono chiusi in casa per paura di essere scoperti, arrestati ed espulsi. Ora scendono in piazza. “Qualcosa è cambiato, e questo cambiamento ci riempie di speranza nel momento più buio del dominio capitalista. Per coloro che auspicano la caduta dell’imperialismo e del capitalismo, questo è un momento importante. Non perché crediamo che la sua caduta avverrà da un giorno all’altro… Ciò che ci incoraggia è constatare che le rivolte non sono state messe a tacere… e, soprattutto, che le lotte più diverse si stanno collegando…”

 

La caccia ai migranti da parte del governo statunitense, che li insegue persino per le strade, entra nelle loro case e ne abusa, è un’ulteriore prova che le democrazie hanno cessato di esistere, persino nel Nord del mondo, dove sono nate. La vera novità sono le risposte date sia dai migranti stessi che da molti figli di migranti nati negli Stati Uniti e senza problemi legali.

È possibile che i migranti stiano diventando come i cristiani dell’antica Roma. Furono perseguitati, ma ebbero un ruolo di primo piano nella trasformazione e anche nella caduta dell’impero, rifiutandosi di partecipare ai riti ufficiali. Oggi non è più lo stesso, ma potrebbe essere un sintomo della crescente decomposizione della “nazione essenziale”.

Chiamiamo le cose con il loro nome: questa è una guerra del capitalismo. Contro i migranti, contro le persone di colore, contro i popoli indigeni e neri, contro chi è diverso. Sebbene sia condotta in nome della democrazia, è totalitarismo. Il filosofo Giorgio Agamben ha definito il totalitarismo moderno come

“l’instaurazione, mediante lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione non risultano integrabili nel sistema politico” (Lo stato d’eccezione, Bollati).

Certo, questa non è una guerra contro tutti i migranti (non è mai “contro tutti”), ma contro quella parte di giovani che dice “basta!”, che non si arrende, che si ribella e resiste. Ciò che è notevole è che siano sempre più numerosi e che abbiano una consapevolezza più chiara che la loro situazione non è dovuta a un governo o a un governatore, ma è il risultato di un sistema globale chiamato capitalismo che li attacca in California, in Messico, in Europa, a Wall Street o ovunque si trovino.

Le proteste in corso riecheggiano quelle di migliaia di giovani messe in scena nel 2024 a sostegno del popolo palestinese, una solidarietà che continua e tende a crescere in questo periodo. I protagonisti sono le stesse giovani generazioni che non hanno futuro nel sistema. Ma sono anche legate alla lunga storia di lotte nello stato della California, sia tra i migranti che tra la popolazione nera, scoppiate quando una giuria assolse gli agenti di polizia che picchiarono Rodney King nel 1991, causando la morte di oltre cinquanta persone.

Ora migranti irregolari, figli di migranti legali e molti bianchi si uniscono, esprimendo la rabbia accumulata per decenni di politiche neoliberiste che avvantaggiano solo i ricchi. Le proteste in corso espongono la dura realtà vissuta da milioni di persone negli Stati Uniti.

In primo luogo, rivelano il vero volto del sistema, che ha mobilitato 2.000 soldati della Guardia Nazionale e poi 700 Marines per contenere le proteste, sebbene il governatore dica che ora i membri della Guardia Nazionale siano 4.000. La brutalità degli ufficiali in uniforme pesantemente armati, l’uso abbondante di gas lacrimogeni e granate stordenti, dimostrano in cosa consiste la tanto decantata democrazia della superpotenza. La militarizzazione della risposta per contenere la popolazione dimostra che ci sono sempre meno differenze tra il Nord e il Sud del mondo.

In secondo luogo, le proteste hanno aperto una frattura istituzionale, poiché il governatore della California e il sindaco di Los Angeles hanno respinto la militarizzazione. È normale che le proteste dal basso aprano crepe nelle istituzioni, soprattutto in uno stato come la California, che si esprime chiaramente contro Trump. Vedremo quanto profonda si spingerà la frattura istituzionale, anche se possiamo aspettarci poco. La cosa più importante, tuttavia, è che i migranti hanno perso la paura. Da quando è iniziata la politica trumpista delle espulsioni, molti si sono chiusi in casa per paura di essere scoperti, arrestati ed espulsi. Ora non solo scendono in piazza, ma non hanno paura di affrontare le forze armate del Paese più potente del mondo.

Qualcosa è cambiato, e questo cambiamento ci riempie di speranza nel momento più buio del dominio capitalista. Per coloro che auspicano la caduta dell’imperialismo e del capitalismo, questo è un momento importante. Non perché crediamo che la sua caduta avverrà da un giorno all’altro. Sappiamo di essere testimoni di un processo storico di aspre lotte tra chi sta in alto e chi sta in basso, che durerà decenni, sarà prolungato e tortuoso.

Ciò che ci incoraggia è constatare che le rivolte non sono state messe a tacere, che ciò che sta accadendo a Gaza non rimarrà impunito e, soprattutto, che le lotte più diverse si stanno collegando. Infine, per coloro che credono che la caduta di un impero avvenga sia dall’interno che dall’esterno, le mobilitazioni in California e in altri stati ci mostrano che ci troviamo di fronte a una possibilità senza precedenti: la continuazione delle lotte negli Stati Uniti, visto che fino ad ora ci sono state grandi fiammate che si sono spente in poche settimane. A quanto pare, ci troviamo di fronte a una nuova realtà.


Pubblicato anche su La Jornada e qui con consenso dell’autore

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giovedì 12 giugno 2025

La sinistra è una droga sistemica - Raúl Zibechi

 

In Ecuador e in Bolivia si stanno mettendo in evidenza i peggiori comportamenti delle sinistre e dei progressismi. In ambedue i casi si tratta di una deriva pragmatica che sostituisce l’etica per ambizione di potere e di lusso, mettendo da parte qualsiasi proposta programmatica, trasformando la politica in un mero esercizio di convenienze personali per ottenere vantaggi. Non è nuovo, certamente, ma nei due paesi menzionati tutto già passa senza il minimo tentativo di dissimularlo.

In Ecuador, i nove membri dell’assemblea del Pachakutik, partito di sinistra legato al movimento indigeno, hanno firmato un accordo con il governo di Daniel Noboa (giudicato da queste correnti come di ultradestra), per permettergli di governare dato che non ha una maggioranza parlamentare. Hanno dichiarato che lo hanno fatto per “amore del paese”, ma nascondono i benefici che ottengono con un tale atteggiamento che apre le porte ad un governo antipopolare, privatizzatore e fortemente repressivo.

Il partito di Rafael Correa non è rimasto indietro. Dopo aver firmato un accordo con la sinistra indigena e con il Pachakutik per il sostegno a Luisa González al secondo turno delle recenti elezioni, la candidata ha proposto niente di meno che Jan Topic (un altro di ultradestra) come futuro ministro dell’Interno nel caso avesse vinto le elezioni. Tranelli su tranelli, sgambetti da tutti i lati, che non fanno altro che screditare le forze che si dicono di sinistra.

In Bolivia c’è poco da aggiungere al teatro dell’assurdo di cui sono protagonisti Evo Morales e il presidente Luis Arce, ambedue dello stesso partito. Rafael Bautista lo ha detto in modo chiaro in un recente articolo: “Dietro tutte le offerte di «salvare la Bolivia», non c’è nessuna salvezza ma il vantaggio che dà una situazione generata per dare una continuità illegittima al medesimo circolo vizioso di un sistema e una cultura politica esaurita (che intendono ancora preservare coloro che a malapena vedono il potere politico come un pulsante patrimoniale)”.

Il pensatore boliviano aggiunge che “nei 14 anni del «governo del cambiamento», ugualmente si è continuato con il sistema delle prebende e il corporativismo dei dirigenti per dare potere a dei settori per pura convenienza politica”. Senza differenze programmatiche, il contrasto tra Morales e Arce rimane una semplice e brutale lotta per il potere personale, dove i caudillios sostituiscono le proposte politiche per ambizioni personali.

A questo si è ridotta la sinistra nel continente: ambizioni di caudillos e di piccoli gruppi per impadronirsi delle briciole che cadono dal tavolo del banchetto neoliberale. I popoli rimangono fuori da questa speculazione di élite progressiste e appaiono solo come risorse per vincere l’avversario. Perché non riescono più a dissimulare con le parole la crisi etica che li sta screditando senza rimedio.

La cosa più triste è che non c’è il minimo sintomo di autocritica, che i dirigenti persistono nell’inganno, a continuare un cammino che conduce al disastro senza consultare nessuno, oltre che la propria ombra. Aver separato l’etica dalla politica è stato come consegnarsi al più crudo pragmatismo, nel quale risaltano le ambizioni personali. Poco più.

Dobbiamo comprendere che la sinistra è una cosa del passato. Non possiamo continuare ad essere abbindolati dall’assurda idea, smentita mille volte dai fatti, che esista una contraddizione destra-sinistra, perché sono esattamente la stessa cosa. Le presunte differenze sono appena un teatro, uno show, per mantenere la popolazione e i movimenti sospesi in un inesistente dilemma.

La fine delle sinistre va di pari passo con la crisi dell’Occidente, nel cui seno sono nate, e con i cambiamenti sismici e traumatici del sistema-mondo, che non presuppongono nessun miglioramento per i popoli ma per le élite che già si sono sistemate di fronte ai cambiamenti futuri. 

Ma, soprattutto, dobbiamo comprendere che i politici di sinistra fanno parte delle élite, di quelli che stanno in alto, che hanno appreso a maneggiare i modi di coloro che stanno in basso per ingannarli meglio. Gli inganni impiegheranno un po’ di tempo ad essere scoperti dalla popolazione che li sostiene, ma non saranno eterni per quanto dannosi possono essere.

Un’ultima questione: il capitalismo non potrebbe reggersi se non esistesse tale “sinistra”. Il sistema ne ha bisogno, come sono necessarie le droghe per facilitare il dominio perché in questo modo controllano i desideri popolari e le sue organizzazioni. Insomma, la sinistra è una droga sistemica.

7 maggio 2025

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:

Raúl Zibechi, “La izquierda es una droga sistémica”, pubblicato il 07-05-2025 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/la-izquierda-es-una-droga-sistemica/]

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domenica 4 agosto 2024

Militarizzazione per controllare il popolo - Raúl Zibechi

 

C’è una geografia della violenza statale, fatta di pratiche autoritarie, in grande estensione in tutto il pianeta, ma non sempre è riconosciuta come tale. Qualcuno parla di “guerra sistemica” contro i lavoratori, i migranti, le comunità indigene, i contadini, una guerra che cresce con la militarizzazione delle nostre società a cui ci stiamo abituando. Secondo Raúl Zibechi l’importante è comprenderne la natura non ciclica o legata a un determinato governo: “Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli…”. In passato, in diversi angoli dell’America latina è molto evidente, quella guerra sistemica puntava a rubare oro e argento, ora serve a sgomberare territori e trasformare la vita in merce. La nostra sfida continua ad essere espandere ovunque “le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo…” 

 

Il noto pedagogista Henry Giroux ha appena scritto un saggio sul suo paese, gli Stati Uniti, nel quale analizza le crudeli politiche neoliberiste e l’odio per la democrazia a partire dagli anni Settanta: «Al centro delle sue pratiche statali autoritarie e criminali c’è “una guerra sistemica contro i lavoratori, i giovani, i neri e i migranti, sempre più definita dall’aumento della violenza di massa e da uno Stato che punisce sia all’interno del paese che fuori». È evidente che una “guerra sistemica” contro i popoli deve andare di pari passo con la militarizzazione delle nostre società, un processo che stiamo sperimentando in tanti paesi e regioni dell’America Latina, così come nel resto del pianeta. L’importante è comprenderne la natura sistemica e non ciclica o legata a un determinato governo. Questo è il primo passo per poter capire perché non dovremmo scommettere sugli Stati, dal momento che sono proprio loro i responsabili del nuovo militarismo contro i popoli.

Giorni fa è uscito anche il saggio Sperimentare la militarizzazione. Il caso Wallmapu di Fernando Pairicán e Wladimir Martínez, in cui gli autori analizzano due anni di stato di emergenza nel territorio mapuche in Cile e le sue conseguenze sulle comunità. La prima cosa che sottolineano è che l’attuale fase di militarizzazione è cominciata durante il governo del neoliberista Sebastián Piñera e continua ad aumentare sotto il progressista Gabriel Boric. È una politica statale. La seconda cosa è che «questa militarizzazione non ha avuto effetti reali sulla riduzione del livello di violenza», secondo i numerosi dati forniti. Il suo costo è molto chiaro: «il sentimento di minaccia permanente che le comunità pagano». La presenza di carabinieri, polizia e ora anche dell’esercito nelle comunità mapuche non contribuisce a ridurre i crimini legati al traffico di droga, ma colpisce soprattutto i giovani che stanno creando nuove organizzazioni autonome radicali. Pairicán e Martínez assicurano che «i processi di militarizzazione sono una tattica di riorganizzazione territoriale che restringe i legami e le interazioni di quei gruppi o popolazioni sotto controllo, minacciando il modo in cui si relazionano, interagiscono e abitano il loro ambiente». Parallelamente, concludono, «è stato imposto un discorso che ha favorito nuovi tipi di razzismo basati su concetti come narco-terroristi e violenza, che hanno fomentato stigmi e pregiudizi nei confronti dei mapuche, giustificando allo stesso tempo il dispiegamento militare nella zona. Invece di essere una soluzione, questo modello, che possiamo chiamare democrazia coloniale violenta, è diventato un problema».

Impotente di fronte all’aumento esponenziale della violenza legata alla droga, lo Stato intende estendere la militarizzazione del territorio mapuche a nuove regioni e città.

In Perù, il 18 luglio è stato pubblicato un rapporto di Amnesty International sui massacri contro i contadini andini durante le proteste da dicembre 2022 a marzo 2023, intitolato: Chi ha dato l’ordine? Responsabilità della linea di comando per morti e feriti nelle proteste in Perù, che hanno causato 50 morti e 1.400 feriti. Tutti i dati forniti dal rapporto indicano la responsabilità della presidente Dina Boluarte, assunta dopo la destituzione e l’arresto del presidente Pedro Castillo, e degli alti ufficiali militari e di polizia. In un solo giorno, il 9 gennaio 2023, 18 persone sono state uccise e più di cento sono rimaste ferite all’aeroporto di Juliaca. Il rapporto evidenzia che la Polizia nazionale ha ricevuto l’ordine di “eliminare le barriere umane”, che i comandanti hanno descritto i manifestanti come “terroristi” e che hanno autorizzato l’uso di armi da fuoco di grosso calibro per affrontare «le forze avverse». Hanno affrontato la mobilitazione sociale con la logica della guerra per sterminare la parte avversaria. A un anno e mezzo dalle stragi non c’è giustizia. Raúl Samillan, presidente dell’Associazione dei Martiri e delle Vittime del 9 gennaio, descrive il regime come «una dittatura parlamentare», un punto che coincide con il saggio sulla militarizzazione del Wall Mapu.

La geografia della violenza statale è esattamente la stessa della violenza coloniale da cinque secoli, qualcosa che si ripete in tutta l’America Latina, dal Guatemala e Messico all’Argentina e Cile. È evidente che questa «guerra sistemica» è diretta contro le popolazioni indigene, i neri e i contadini. In passato per rubare oro e argento, ora per sgomberare territori e trasformare la vita in merce.

La geografia delle resistenze è la stessa della violenza coloniale ed estrattivista. La nostra sfida continua ad essere quella di espandere le geografie, i popoli e i settori sociali coinvolti nella resistenza al capitalismo. Non è facile. La militarizzazione ci impone dei limiti, minacciando la riproduzione della vita.


Pubblicato anche su La Jornada. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo.

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martedì 16 aprile 2024

Distruggere o creare. Due mondi in disputa - Raúl Zibechi

 

Hanno cominciato a costruire la loro università popolare nella quale saranno in tanti e tante a insegnare, ad esempio le levatrici e chi nelle comunità si occupa di salute, per proporre studi anticoloniali. Intanto hanno moltiplicato gli “orti medicinali”. Hanno soprattutto scelto di vivere un’agricoltura senza chimica orientata da principi e pratiche di sovranità alimentare. Tutti questi aspetti, in un angolo del mondo devastato dalle multinazionali dell’olio di palma e che non smette di pensare a Berta Cáceres, tante comunità boicottano ogni giorno la disperazione: non lo fanno pensando a come abbattere il capitalismo ma scoprendo che possono vivere relazioni sociali alternative, possono creare vita

“L’albero rimarrà al centro dell’edificio dell’università”, dice Miriam indicando con il braccio, sotto il sole cocente di mezzogiorno a Vallecito. A partire da quest’albero Victor prese tutte le misure dell’università per costruire un edificio rotondo in mattoni con tetto di tegole. “Sono tre anelli concentrici. Il più esterno avrà sale per i docenti e i giovani potranno lavorare e fare ricerca collaborando tra loro, per esempio alla costruzione di tamburi. Poi ci sono i diversi corridoi e nel punto in cui si trova l’albero ci sarà un cortile interno”. La costruzione dell’università Garifuna avanza per mano di una decina di uomini giovani guidati da Victor, il più anziano del gruppo di costruttori. Miriam racconta che la costruzione circolare fa sì che “le sale siano connesse e gli studenti possano transitarvi senza che ci sia una netta separazione. Tutto è relazionato. Vogliamo qualcosa di integrale, non parzializzato come quelle aree specialistiche che servono solo a guadagnare un sacco di soldi”.

La proposta è che l’università possa essere utile a tutto il popolo Garifuna e che gli studenti delle 48 comunità possano venire qui a studiare pur lavorando. Sarà aperta anche a membri di popolazioni indigene come i Miskito, perché la casa degli studi sarà partecipata e ovviamente anticoloniale, aperta sia nella struttura fisica che nel modo di funzionare.

“A insegnare sarà la gente della nostra comunità che possiede le conoscenze più antiche; le levatrici, chi si occupa di salute, chi realizza tamburi, perché i giovani possano rafforzare la cultura del popolo Garifuna”, ribadisce Miriam.

Capitalismo, violenza e distruzione

“Le piantagioni di palma da olio avanzano a passi da gigante in America Latina, portando con sé l’espulsione delle comunità dai loro territori, deforestazione, violenza e povertà. In Honduras si registrano circa 210 mila ettari di palma. L’espansione della palma è in atto su territori indigeni e afrodiscendenti, in particolare sulle comunità Garifuna e del Bajo Aguan. Queste comunità subiscono violenza, abusi e minacce da parte dei militari e dei gruppi paramilitari legati ai politici del paese”, racconta un testo della ONG ambientalista Grain1.

Vallecito è il ritratto vivente di quel breve racconto. Le monoculture non solo danneggiano l’ambiente ma distruggono anche il tessuto sociale. I giovani motociclisti che lavorano nelle coltivazioni di palma intorno alle comunità, nel tempo libero lavorano come guardie del corpo per gli “impresari” dediti al traffico, che gli assegnano i compiti più rischiosi.

L’espansione della palma da olio è inarrestabile. “Il consumo di olio di palma è aumentato negli ultimi trent’anni dal 2 per cento al 41 per cento della produzione totale di olio del mondo, sostituendosi alla soia come olio vegetale più consumato in assoluto”, spiega Grain. Allo stesso modo la superficie seminata è aumentata 3,5 volte con conseguenza l’estrema povertà e l’aumento della violenza.

In parallelo si assiste all’espansione delle Zone Speciali di Sviluppo Economico (ZEDE), che possiamo definire come stati dentro uno stato poiché sono dotate di un regime legale speciale che permette agli investitori di occuparsi della politica fiscale, di sicurezza e risoluzione dei conflitti2.

Come le monoculture e gli investimenti nel turismo, le ZEDE provocano trasferimenti forzati, perché il capitale finanziario che promuove questi progetti ha bisogno di controllare sempre più territori, in una guerra infinita contro i popoli che lascia tracce di morte e sparizioni, di emigrazione e sfollamento.

“Esiste una politica di svuotamento delle nostre comunità che colpisce soprattutto i giovani, per consegnarli sconfitti al narcotraffico”, dicono le donne di Vallecito. Migrazione e comunità sommerse dalla droga sono secondo loro due facce dello stesso progetto di sterminio del popolo Garifuna e dell’insieme di popoli originari.

Resistere creando vita

La Casa Ceremonial o Gayunari, situata al centro della comunità Vallecito, è un’enorme costruzione di terra con tetto di palme che accoglie decine di persone che danzano al suono di tamburi e maracas. Sarebbe un errore confondere spiritualità e religiosità. Nelle religioni occidentali i fedeli sono meri destinatari delle idee e dei costumi promossi dai sacerdoti. Nella spiritualità Garifuna, al contrario, esiste una pluralità di soggetti che si relazionano senza la mediazione di un’autorità a indottrinarli o a dirigerne il culto. Si tratta di pratiche collettive che rafforzano l’identità comunitaria e contribuiscono alla salute fisica ed emotiva delle persone. “La spiritualità Garifuna non è un aspetto isolato nella dinamica di vita quotidiana, è legata a tutto quello che succede all’individuo, alla famiglia e alla comunità in generale. È un tutto”, spiega la psicologa Garifuna Tesla Quevedo in un articolo sulla spiritualità3.

 

Nella stessa direzione vanno le Casas de Salud Ancestral, considerate come un asse organizzatore del popolo Garifuna. Nove case sono operative e altre quattro stanno per aprire, però durante la pandemia operavano fino a 33 centri di salute, quasi uno per comunità.

Melissa Martínez racconta che convocano gli “abuelitos” per imparare da loro e disimparare i saperi inculcati dal sistema. “Recuperiamo le conoscenze ancestrali di erbe e piante, affrontiamo i problemi principali di salute come diabete, ipertensione e violenza domestica su bambini e bambine in base ai propri saperi, perché la pandemia ci ha mostrato che noi popoli abbiamo conoscenze che sono state negate dall’industria farmacetica “.

Miriam ricorda che i Garifuna sono “un popolo malato” e che “devono affrontare la salute in maniera integrale. Perciò stanno diversificando la produzione di alimenti, con il cocco come coltivazione centrale da cui estrarre olio nella loro fabbrica, che poi consegnano alle Casas de Salud e alle altre comunità, compresi i Miskito. Cercano di evitare le medicine industriali e stanno moltiplicando gli “orti medicinali”, a carico delle donne che sono il cardine delle cure comunitarie e della spiritualità. Hanno aperto anche club di danza nelle Casas de Salud, secondo la loro visione integrale del benessere.

Durante la visita abbiamo potuto osservare il pollaio, l’allevamento di maiali, le coltivazioni di yucca, fagioli, banane e anguria, che di solito vengono lavorati collettivamente. Alcune di queste iniziative, come la lavorazione dell’olio di cocco con metodi tradizionali, sono state comprate con il sostegno dell’OFRANEH (Organización Fraternal Negra Hondureña), per cui oggi arriva anche gente da altre comunità a lavorare per produrre l’olio.

“Produciamo l’olio con la spremitura a freddo, perché conservi le sue proprietà. Abbiamo 18 mila piante di cocco nei vivai che poi seminiamo. Non usiamo prodotti tossici, lo facciamo in giornate in cui compagni solidali che vengono ad aiutarci, abbiamo circa 115 manzanas di cocco coltivate. Una manzana è un po’ più di mezzo ettaro. L’idea è di arrivare a 500, e abbiamo una parte con banane e agrumi, oltre ai maiali, per arrivare ad avere una varietà di alimenti perché la questione del cibo diventerà insostenibile e ci servono alimenti per le 150 persone che mangiano qui”, continua Miriam.

 

Università per la vita

L’avvocato Garifuna Rony Castillo assicura che Vallecito “è un centro di identità, di sovranità alimentare e di spiritualità per la rinascita del nostro popolo”. L’università è parte di questa vasta realtà al centro dell’esistenza di Vallecito. Per questo popolo l’università è “la comunità intera” e non solo quello che accade in aula. Come la salute, anche l’educazione è integrale e comunitaria. In questo modo si stanno affermando nella loro resistenza al sistema, perché tutti questi aspetti fanno ri-scoprire che esistono alternative al capitalismo.

La questione dell’educazione genera dibattiti. “Lottiamo contro i maestri” dice Melissa. Miriam aggiunge:”Se non cambiamo, se non ci spogliamo di ciò che ci trasciniamo dietro, è finita, perché abbiamo raccolto un sacco di spazzatura dall’esterno”. Si tratta, dicono, di una “lotta che parte da dentro” in cui si gioca il destino del popolo Garifuna. Sono frasi che si possono ascoltare in molti popoli originari del nostro continente.

“L’educazione statale strappa e deforma i nostri figli”, dice il buyei (leader spirituale) Selvin nella penombra della sera. “Per questo uno dei nostri grandi problemi sono i maestri”. L’obiettivo è che i maestri Garifuna “insegnino secondo il piano di vita del nostro popolo”, che è il loro modo di “decolonizzare l’educazione”.

Sulla base della convergenza di salute e educazione proprie della spiritualità Garifuna, si vanno a creare proprio le autonomie territoriali che il sistema si impegna a smantellare.

La colla verde

Dopo che Miriam è stata vittima di diversi attentati, la comunità ha deciso di farla proteggere da cinque soldati dell’esercito hondureño, che la seguono come un’ombra. Una decisione polemica che genera perplessità in chi arriva dalla città. Tuttavia è stata una decisione collettiva perché il popolo Garifuna ancora non è in grado di proteggersi da solo.

L’importante è che Miriam e gli altri comuneros siano aperti al dibattito, riconoscono che si tratta di una contraddizione e iniziano a conoscere esperienze di autodifesa come la Guardia Indígena nasa del Cauca colombiano. Per noi è un’esigenza di rispetto perché non sono le nostre vite a essere in pericolo.

La complessa realtà e il terribile precedente dell’omicidio di Berta Cáceres, fanno sì che la “colla verde”, come la chiama Miriam, non sia motivo di orgoglio ma un promemoria delle azioni da compiere come popolo.


1 “La palma da olio in America Latina: monocultura e violenza”, 17 Marzo 2024 su https://desinformemonos.org/la-palma-de-aceite-en-america-latina-monocultivo-y-violencia/

2 Thelma Gómez, “C’è un piano genocida contro il popolo Garifuna”, Mongabay Latam, 13 Ottobre, su https://es.mongabay.com/2021/10/honduras-amenazas-pueblo-garifuna-entrevista-premio/

3 Tesla Quevedo, “Spiritualità Garifuna: una fonte di benessere”, su https://www.revistas.una.ac.cr/index.php/tdna/article/view/17430/25909

 

Pubblicato su desinformemonos.org. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo. Nell’archivio di Comune tutti gli articoli di Raúl Zibechi sono leggibili qui

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domenica 17 marzo 2024

Quando i miliardari si preparano al collasso - Raúl Zibechi

 

L’1 per cento più ricco della popolazione mondiale sta costruendo rifugi per sopravvivere a collassi ambientali, sociali e nucleari. La tendenza non è nuova, ma si è moltiplicata dopo la pandemia e l’invasione dell’Ucraina e sono cambiate le modalità. Quell’1 per cento sa che non è più sufficiente costruire rifugi blindati, serve creare ecosistemi, non per proteggere le popolazioni, come è accaduto in passato, ma solo la propria famiglia… Il vero problema, scrive Raúl Zibechi, è che né quel che resta delle sinistre né le accademie e neanche i movimenti stanno coltivando pensiero e azione di fronte al collasso. L’unico che ha promosso alcuni anni fa una settimana di straordinari seminari su questi temi è stato il movimento zapatista


L’1 per cento più ricco sta costruendo rifugi sicuri per sopravvivere a possibili collassi ambientali, sociali e nucleari. La tendenza non è nuova, ma si è moltiplicata dopo la pandemia e l’invasione dell’Ucraina. Soprattutto sono cambiate le modalità, in sintonia con i tempi del neoliberismo.

Le centinaia di siti web che offrono rifugi o bunker assicurano che gli affari sono in aumento: secondo il New York Post (4/4/20), negli Stati Uniti c’è stata una crescita del 400 per cento, mentre una società berlinese, secondo un comunicato della Deutsche Welle (1/18/23), dice che le consultazioni del sito web si sono centuplicate.

Il portale xataka.com segnala che le aziende dedicate alla “gestione delle emergenze” o “preparazionismo”, come lo chiamano, guadagneranno 149 miliardi di dollari entro il 2025. Si stima che il 50 per cento dei miliardari della Silicon Valley abbia almeno un rifugio blindato, che costa da 40.000 a 2,5 milioni di dollari (2/8/23).

Un giro tra i portali dedicati all’offerta di rifugi ci permette di apprezzare le esigenze sofisticate di una classe dirigente che non risparmia risorse per vivere meglio.

Durante la guerra fredda, i paesi europei, l’Unione sovietica e la Cina – dove una conflagrazione nucleare era più probabile – costruirono enormi rifugi per le loro popolazioni. La Repubblica Federale Tedesca aveva circa 2.000 rifugi che potevano ospitare 3 milioni di persone, il 5 per cento della popolazione. In Finlandia sono stati costruiti più di 50.000 rifugi, per l’80 per cento della popolazione. In Cina, Mao invitò la gente a costruire rifugi: la risposta fu rapida e massiccia, al punto che “le 75 città più grandi del paese scavarono tunnel che potevano ospitare il 60 per cento della popolazione” (Clarin, 10/8/20). Anche l’URSS costruì città sotterranee per milioni di persone.

Tuttavia, i rifugi sono molto diversi ora, come sottolinea un recente articolo di Asia Times (1/3/24) intitolato “I bunker dei miliardari sono il nuovo tecno-feudalesimo“. Mark Zuckerberg, il miliardario creatore di Facebook, ha acquistato grandi appezzamenti di terreno sull’isola hawaiana di Kauai, dove sta costruendo un complesso da 400 milioni di dollari australiani. La tenuta è sorvegliata da numerose guardie. Oltre a un “enorme bunker sotterraneo”, ci sono diversi edifici di grandi dimensioni e impianti per la depurazione, la desalinizzazione e lo stoccaggio dell’acqua. “Sta allevando il proprio bestiame, nutrendolo con noci di macadamia coltivate nel podere e anche con la birra prodotta lì”, segnala l’articolo di Asia Times firmato dai professori Katherine Guinness, Grant Bollmer e Tom Doig.

A quanto pare, alcuni miliardari capiscono che non è più sufficiente costruire rifugi blindati sotterranei, per cui cercano di creare i propri ecosistemi, perché la sopravvivenza della classe dominante dipende dallo sviluppo e dal controllo di un proprio ecosistema, in cui si possa non solo salvarsi dal collasso, ma anche continuare a vivere la propria vita. Come si vede, l’obiettivo non è più proteggere le popolazioni dai disastri, ma solo quello di proteggere la propria famiglia, il che rivela il trionfo di un individualismo feroce che non tiene conto del resto dell’umanità. Tutto ciò manifesta l’attuale deriva dei settori dominanti nel mondo.

Per i settori popolari non sono queste le possibili alternative al collasso. Non possono costruirsi rifugi o ecosistemi. Riescono a malapena a sopravvivere sotto un capitalismo di guerra che li costringe nelle cantine del sistema. Gli Stati e i governi dell’America latina non pensano assolutamente a prevedere le catastrofi che verranno. Basti ricordare che milioni di persone, nelle grandi città come Città del Messico o San Paolo, non hanno acqua potabile né fognature.

I popoli non possono affrontare il collasso individualmente, ma lo fanno come comunità, sulla base di lavori collettivi e prendendosi cura gli uni degli altri. Alla luce di ciò che fa l’1 per cento più ricco, possiamo comprendere meglio la tenacia dei popoli nel prendersi cura del proprio mondo naturale, e nello stesso tempo la determinazione di quelli che stanno in alto nel distruggere gli ecosistemi che possono proteggere la vita in comune.

Per quanto ne so, solo l’EZLN ha promosso un dibattito sul collasso, nove anni fa, nel seminario Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista (se ne parla in questo articolo di Gustavo Esteva, di cui sentiamo molto la mancanza, Il semenzaio, ndr). Sono stati coerenti e si preparano a sopravvivere al moltiplicarsi dei disastri, come dimostrano i 21 comunicati emessi dall’ottobre 2023 fino al 1° gennaio 1994, trentesimo anniversario dell’insurrezione. Sfortunatamente, né la sinistra progressista, né le accademie, né la maggior parte dei movimenti stanno adottando un simile atteggiamento di pensiero e di azione di fronte al collasso. Solo alcuni popoli indigeni condividono le preoccupazioni zapatiste, sulla base delle proprie visioni del mondo.


Fonte: Cuando los millonarios se preparan para el colapso, in La Jornada, 08/03/2024. Traduzione a cura di Camminardomandando. Qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autore (nell’archivio di Comune sono leggibili oltre articoli duecento articoli di Raúl Zibechi)

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mercoledì 27 dicembre 2023

L’umanità in eccesso - Raúl Zibechi

 

La realtà concreta del sistema-mondo si trasforma con una velocità impressionante, in momenti in cui nulla sembra solido e i cambiamenti sono l’aspetto dominante. Alleanze rimaste intatte per quasi un secolo tendono a scolorirsi per fare spazio a legami di nuovo tipo.

L’ingresso dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti nei BRICS, così come la recente visita di Vladimir Putin in questi due paesi, mostrano la portata dei cambiamenti in atto, generati in un periodo molto breve. L’intera architettura internazionale emersa dalla Seconda Guerra Mondiale sta venendo smantellata dai nuovi rapporti di forza che stanno emergendo e ora stanno accelerando in modo esponenziale.

 

Nel 2022, con Decio Machado, abbiamo pubblicato il libro Estados para el despojo, con l’intento di provare a comprendere la trasformazione degli stati del welfare in stati neoliberisti estrattivisti, promotori dell’accumulazione per espropriazione/quarta guerra mondiale contro i popoli.

Appena un anno dopo la sua pubblicazione, devo dire che è molto probabile che siamo stato timidi, perché l’accumulazione sta conducendo a una guerra aperta che ha nel mirino interi popoli per costringerli a spostarsi o semplicemente per annientarli.

Le analisi di William Robinson sullo “stato di polizia globale” e “l’accumulazione militarizzata” non invalidano la prospettiva che guarda agli Stati in termini di espropriazione, ma apporta una svolta necessaria. Robinson sostiene che la maggioranza dell’umanità semplicemente non può sopravvivere, cosa che non comporta una crisi per il capitale, ma un’opportunità per militarizzare il pianeta al fine di contenere i popoli che muoiono di fame.

Nell’intervista citata, concessa al quotidiano El Salto, in seguito alla presentazione del libro The Global Police State, l’autore sostiene: siamo di fronte a una rivolta popolare globale guidata dall’umanità eccedente (per il capitale), un settore in crescita che comprende già oggi 3 miliardi di persone. Per contenerle si generano guerre, sofisticati sistemi di repressione e controllo, muri di confine, guerre contro la droga e contro i migranti, e guerre contro i popoli, al punto che “ogni conflitto sociale diventa un’opportunità per accumulare capitali“.

Lo stato di polizia è molto redditizio perché il capitale scarica lì le sue eccedenze e si articola con l’”accumulazione militarizzata” e/o l’”accumulazione attraverso la repressione” per contenere quei milioni di persone di cui il sistema non ha più bisogno. Tragedia in basso e gioia in alto.

Robinson spiega che il capitale sostituisce i lavoratori formali con migranti temporanei o privi di documenti che non sono più sfruttati, ma piuttosto un surplus di umanità. Questo è un punto cruciale che spiega sia la guerra di Israele in Palestina sia la politica europea e statunitense sui migranti.

Un recente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNOCD) stima che ogni anno negli Stati Uniti si registrano 3 milioni di ingressi illegali, che rappresentano un terzo del numero di tutti i migranti in quel paese, l’80% dei quali è di origine sudamericana, includendo anche il Messico.

Pertanto, nei tre anni del governo Biden, si presume siano entrate illegalmente negli Stati Uniti 9 milioni di persone, su un totale di quasi 30 milioni di migranti. Quest’anno mezzo milione di persone hanno attraversato il Tapon de Darién, al confine tra Panama e Colombia. In passato quella era considerata una regione impraticabile a causa della combinazione di giungla e paludi, da qui il nome “tappo”.

Di fronte al collasso economico, sociale, climatico e politico vissuto da migliaia di comunità in tutto il mondo, la risposta dall’alto consiste nella militarizzazione delle frontiere per “creare fortezze attorno alle aree in cui vivono le classi privilegiate“, come sostiene Robinson.

Il capitale è fuori da ogni controllo, un ruolo che gli stati nazionali avevano svolto fino alla globalizzazione. Non esiste più un governo in grado di vincolare il capitale, come dimostra chiaramente il fallimento di Trump e Biden nel re-industrializzare gli Stati Uniti. La classe lavoratrice e molte professioni in quel Paese tendono ad essere sostituite dai migranti, cosa che sta causando razzismo e profonda destabilizzazione politica.

Dobbiamo capire che la logica del genocidio non deriva dalla malvagità di questo o quel governante, o da un determinato Stato, ma dall’esistenza stessa del capitalismo, che ha fatto sì che quasi la metà dell’umanità diventasse “una popolazione in eccesso“, che muore di fame, emigra, viene uccisa a causa della repressione statale o parastatale e anche che si ribella.

Nel breve termine, tutto indica che il capitalismo abbia la capacità di sostenersi attraverso la violenza e le guerre. Nessuno può frenarlo, perché anche Russia e Cina fanno parte della stessa logica capitalista/guerrafondaia contro i popoli.

Nei prossimi anni, però, avremo la capacità di riflettere collettivamente, come hanno fatto le basi zapatiste, sulle strade da percorrere per continuare a resistere mentre creiamo il nuovo?


Fonte e versione in spagnolo: La Jornada

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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lunedì 14 agosto 2023

Come sfuggire al capitalismo totale - Paolo Cacciari

 Introduzione

Tra le persone più informate e avvedute non c’è chi non si renda conto delle enormi trasformazioni socioeconomiche, politico-istituzionali, culturali, antropologiche che sarebbero necessarie per poter sperare di evitare le catastrofi ecologiche in atto e riuscire ad assicurare un futuro degno a tutti gli esseri viventi, nella loro totalità e interdipendenza. Per uscire dalla spirale autodistruttiva dell’Antropocene (o Homogenocene, o Eurocene, o Econocene, o Capitalocene, o Palantationocene, o Tecnocene, o Pandemiocene, o Plasticocene, o Wastecene… a seconda del “ceneismo” preferito, il mio è Tanatocene), per salvare le basi biologiche della vita sul pianeta Terra ed entrare in un nuova epoca geologica (Ecocene, Biocene, Chthulucene, Koinocene da me preferita: l’epoca delle relazioni di comunanza) sarebbe necessario un cambio di paradigma, un salto di civiltà, una rivoluzione antropologica. Però, allo stato attuale del “comune sentire” e del discorso pubblico, un cambiamento così radicale appare davvero improbo. La sproporzione tra le forze in campo è tale da scoraggiare anche solo il pensare a delle alternative. Infatti, chi ci prova viene immediatamente bollato dagli opinion markers più influenti (commentatori, accademici, leader politici) come persona velleitaria e irriconoscente, perché incapace di godere del privilegio che ha nel trovarsi a vivere in questa parte del mondo (il nord globale) e viene così trattato come un soggetto ossessionato che soffre di patologie querulomaniacali o, peggio, che trova piacere nel prospettare scenari di disperazione.

1. Teste nel pallone

L’immagine plastica, forse la più significativa, dell’immane forza egemonica, ordinatoria e disciplinante, che domina il mondo attuale ci è stata fornita recentemente dai campionati di calcio a Doha. Una città artificiale gigante, sorta dal nulla su un deserto, costruita da schiavi, con i grattacieli più alti del mondo, stadi con l’aria condizionata all’aperto e prati irrigati con acqua desalinizzata. Il tutto costruito e arredato da imprese occidentali, of course. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, la ricchezza dell’emirato del Qatar (primo al mondo per Pil pro capite percepito dalle poche centinaia di migliaia di persone, 278 mila, che hanno la nazionalità quatariota, mentre la stragrande maggioranza della popolazione, due milioni e mezzo almeno, sono stranieri immigrati che non godono di alcun diritto) non viene dai ricavi del petrolio, che rappresentano oggi meno dell’1 per cento della sua economia (Immerwahr, 2022). Il Qatar è diventato un enorme polo direzionale transnazionale che funziona da volano acceleratore per circuitare il capitale globale. Il Qatargate esploso a Bruxelles non è (solo) l’ennesima conferma delle malversazioni dei professionisti della politica, ma l’indice delle nuove gerarchie ai vertici della mega-macchina finanzcapitalista nel XXI secolo. I campionati di calcio in Qatar non sono stati solamente l’arrogante ostentazione del potere del denaro, ma la simbolica dimostrazione del suo dominio sui vinti. Gli sceicchi hanno concesso ai poveri e ai derelitti della Terra di divertirsi per qualche giorno e, persino, hanno offerto un palcoscenico ai loro sogni di riscatto. Gli argentini, i marocchini, gli ultimi e i penultimi nel mondo reale hanno potuto compensare miseria e sfruttamento potendo onorare i loro idoli dai piedi d’oro. Effetto ipnotico, narcotizzante e istupidente. Nulla è cambiato nei meccanismi simbolici di dominazione del mondo dal tempo dei grandi imperi. Peggio, nessuno Spartaco ha rotto le catene, nessun “pugno nero” (come alle Olimpiadi di Città del Messico 1968) si è alzato nel cielo del Qatar, nessuna contestazione degna di nota. Anzi, massima copertura e audience televisiva alle stelle, applausi e mantello nero di tessuto pregiato (bisht) appoggiato sulle spalle del giocatore più bravo direttamente dalle mani dello sceicco monarca assoluto della dinastia al Thani. Coincidenza vuole che il giocatore argentino premiato, Lionel Messi, giocasse nel Paris Sant Germain di proprietà dello stesso emiro. Il cerchio si chiude.

Una vicenda che ci deve far riflettere su quanto alti siano gli ostacoli che deve superare chi sente ancora vivo dentro di sé l’imperativo etico di cambiare in profondità le relazioni sociali oggi dominanti. Come si fa a contrastare la forza onnipotente, reale e simbolica, del denaro? Intuiva già Marx:

«Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, così esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato» (Marx, 1844).

2. Il denaro e le imprese possono tutto

Come sarebbe possibile liberare l’umanità dalla crescente dipendenza, reale e immaginaria, dal denaro? Fino ad ora le strategie pensate dalle forze politiche progressiste ed emancipatrici, ancorate ai valori di eguaglianza, fraternità e libertà, hanno fatto affidamento sull’allargamento delle basi democratiche rappresentative delle istituzioni politiche nazionali liberali aprendo così la “lunga marcia” delle classi subalterne, dei neri, delle donne, delle popolazioni emarginate e colonizzate per il riconoscimento dei diritti a partire da quello alla sicurezza economica. Sotto queste spinte, il sistema capitalista (cioè il modo di produzione e riproduzione sociale basato sull’economia di mercato, la proprietà privata, il profitto e l’accumulazione) ha dato una eccellente prova di sé. La crescita esponenziale della ricchezza monetaria e della produttività del lavoro, la redistribuzione dei redditi (trickle-down effect, “sgocciolamento” dai redditi dei più ricchi verso i poveri), l’allargamento dei consumi, l’allungamento delle aspettative di vita e quant’altro stanno a dimostrare che il capitalismo vince cavalcando sul dorso del destriero dell’economia di mercato, si espande in ogni latitudine, dà risposte ad ogni bisogno/desiderio e – cosa che più conta – convince gli umani di qualsiasi ceto, credo religioso, etnia. Il consenso al sistema capitalista è giunto a tal punto che lo strumento (la crescita economica) e lo scopo dell’agire umano (cooperazione sociale, convivenza pacifica, diritti, democrazia, armonia con il creato…) si sono invertiti. La crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Pil) è diventato il bene assoluto, il valore totalizzante a cui ogni altro “fattore” del processo di produzione (beni naturali, lavoro umano, conoscenza, relazioni, salute…) deve essere funzionalizzato e può essere sacrificato. I sistemi politici post-democratici, a-democratici, demagogici e autoritari, forti della loro maggiore efficienza (vedi Cina, autocrazie arabe, populismi neonazionalisti) sono diventati modelli invidiati anche ad Occidente.

Ma, forse, la direzione più probabile che potranno prendere i sistemi politici nei paesi “più sviluppati” sarà quella della presa diretta del potere delle grandi conglomerazioni produttive-finanziarie sulla società. Già ora è evidente che sono i finanziamenti delle imprese a fare la differenza nella selezione dei rappresentanti eletti nei parlamenti; che sono le lobby a scrivere le leggi (non solo quelle fiscali, ma quelle che regolano ogni tipo di transazione); che sono le generose donazioni delle fondazioni bancarie e dei filantropi super ricchi a determinare le politiche della ricerca scientifica, degli aiuti alla cooperazione internazionale, del welfare, della sanità. Sulla scorta delle teorie pratico-morali del filosofo australiano Peter Singer (che afferma – più o meno – che “il bene si identifica con l’utile”), i ricchi possono mettere a posto coscienza e business donando una “quota etica minima” dei profitti ad associazioni di beneficenza purché abbiano certificate i benefici effettivi riscontrabili a lungo termine (longterminism); “altruiso efficace”, lo chiamano. (Dentico, 2020; Madaro, 2021; Kinstler, 2022). Il salto di qualità non sta nella discesa nel campo della politica di qualche miliardario, ma nella pretesa del sistema delle grandi imprese transnazionali di sussumere in sé – facendo a meno di ogni mediazione politica, e dal relativo obbligo fiscale – ogni sorta di obiettivo sociale; dalla sostenibilità ambientale alla fame nel mondo, dall’innovazione scientifica e culturale alla lotta alle malattie, dall’istruzione alla regolazione dei diritti di proprietà della stratosfera… Le élite più avvedute del capitalismo globale nei loro think tank (come il Forum economico mondiale di Davos, orchestrato da Klaus Schwab) hanno capito da tempo che per aumentare la loro presa sul mondo non basta dare una “mano di verde” alle ciminiere tossiche ed attuare un corrispondente social washing delle politiche di coesione sociale, per “non lasciare indietro nessuno”. Serve qualcosa di meno superficiale e di più strutturale che chiamano “reset capitalism”, anzi un “great reset capitalism”. Un azzeramento per poter rilanciare su grande scala un ciclo di accumulazione, investimenti, profitti (la 4 a rivoluzione industriale che combina ingegneria biomolecolare e robotica, visori di Metaverso ed editing genetico, space economy e coltivazione di miniere nei fondali profondi degli oceani…).

Per riuscirci il sistema delle imprese deve assumersi e risolvere in prima persona il problema della sostenibilità ambientale e sociale (attraverso l’adozione di parametri di investimenti Esg, Evironment Social Governance, o altre simili “tassonomie” capaci di misurare gli impatti positivi degli investimenti sull’ambiente naturale e sulla società). Secondo costoro, seguendo queste indicazioni, la reputazione del capitalismo tornerà a crescere e, per giunta, si taglieranno le costose e inefficienti messinscene allestite nel teatrino della politica politicante. Il capitalismo si fa forza totale e integrale, ecosistemica e biologica; sussume nei meccanismi di valorizzazione delle merci i processi vitali (attraverso la manipolazione dei genomi fino alla geoingegnerizzazione del clima) e, nello stesso tempo, aziendalizza all’interno del gioco del mercato i bisogni delle persone. Lo strumento è la tecnoscienza. Il filosofo Christopher Preston ci ricorda che: «Oramai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendo la capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali. Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire assieme nuove disposizioni di Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi» (Preston, 2020). Ma si può andare oltre. Attraverso la differenziazione e la riprogrammazione dei geni delle cellule
staminali si possono produrre “organoidi” ed “embroidi”, cioè, organi sintetici senza l’impiego di oociti e spermatozoi. E, ancora, veniamo a sapere che i ricercatori dell’università di Stanford hanno trapiantato neuroni umani nei ratti e stanno funzionando, nel senso che stanno contribuendo a determinare il comportamento degli animali, almeno potenzialmente (Micu, 2022).

L’unica misura della mediazione tra gli interessi in gioco è il denaro. Nell’economia di mercato ogni altro “valore” non computabile in moneta non può essere preso in considerazione. I diritti hanno un loro mercato, così come gli stock di natura (capitale naturale) e i servizi ecosistemici. Le migrazioni sono consentite solo in presenza di un contratto di lavoro; l’emissione di sostanze inquinanti nei meccanismi di scambio delle autorizzazioni genera crediti fruttiferi; pensioni, sanità, istruzione sono accessibili solo a chi è dotato di polizza assicurativa. La via del Mercato al benessere e alla sostenibilità è virale. I Ceo, gli amministratori delegati, i gestori dei fondi finanziari e del risparmio delle famiglie, ogni altro stake-holder dovrà far propria la nuova filosofia della crescita green e social. Potranno farsi aiutare da “comitati etici” da affiancare ai consigli di amministrazione (come suggerisce l’Economia civile e la Economy of Francesco) o da consulenti reclutati attraverso le “porte girevoli” tra i professionisti della politica, delle banche, delle università, ma le imprese non potranno più delegare le decisioni ed “esternalizzare” le responsabilità a carico di istituzioni politiche diverse da quelle create dalle imprese stesse. Una rivoluzione anche giuridica che è già in essere con la creazione dei tribunali extragiudiziali previsti dai vari accordi internazionali di libero scambio.

Nell’ottica del sistema capitalista non ha molta importanza quanta umanità potrà essere inglobata nei meccanismi di mercato. Non è indispensabile “dare da lavorare” a tutti gli 8 miliardi di persone che abitano il pianeta. Anzi, un largo “esercito di riserva”, imprigionato nella miseria e ammassato nelle megalopoli del sud globale è del tutto funzionale al buon funzionamento dell’economia che produce profitti. Gli esclusi, le eccedenze, gli scartati, i «carichi residuali» (per usare l’espressione del ministro Piantedosi a proposito dei migranti sulle navi dello Ong) sono del tutto ininfluenti nel processo di valorizzazione dei capitali. Questa è la ragione per cui vengono anche disprezzati. Le rivolte metropolitane (Harvey, 2012) e le insurrezioni urbane non si sono trasformate – almeno fin’ora – in rivoluzioni (Davis, 2006).

3. Strategie di salvezza

Certo, non mancano le crepe e numerosi sono i segni di cedimento in vari snodi dell’impalcato costruito per reggere la globalizzazione dei mercati. La competizione sfrenata tra le diverse aree geopolitiche, le spese crescenti necessarie per militarizzare i confini delle rispettive aree di influenza e soprattutto le imprevedibili conseguenze dei dissesti ambientali sono alcune delle «diciassette contraddizioni» (enumerate sempre da Harvey) che tormentano il capitalismo. Ma non è scritto da nessuna parte che portino alla sua (rapida) fine. La collassologia è diventata una scienza che però non ci dice niente né sul quando, né su cosa succederà dopo. I “crollisti” rischiano di invecchiare seduti sulla riva del grande fiume aspettando invano che la corrente trasporti il cadavere del capitalismo. Scriveva Louis Dumont, nel lontano 1977: “vero che la tendenza a vedere crisi dappertutto è forte nell’ideologia moderna, e che se una crisi esiste non data certo da ieri; in un senso più ampio, questa crisi (una crisi del paradigma ideologico moderno) è anzi più o meno consustanziale al sistema, tanto che alcuni di noi potrebbero trovarvi un motivo di orgoglio» (Dumont, 1984). Temo anch’io che nemmeno questa volta il capitalismo ci farà il piacere di andarsene da solo. E poi, chi ci può dire cosa succederebbe dopo? Potrebbe verificarsi quello che McKenzie Wark ipotizza: «Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire» (M. Kenzie, 2021), o, come dice Bifo: «Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?» (Franco Berardi, www.comune-info.net febbraio 2021).

La questione centrale, quindi, non è la intensità, la larghezza o la scala della crisi che investe il mondo capitalizzato, mercificato, finanziarizzato, ma la mancanza di alternative desiderabili e praticabili, realistiche ed efficaci. Siamo rimasti a corto di strategie post-capitaliste.

Il sociologo Marco Deriu in un enciclopedico saggio sulla incapacità dei sistemi democratici nel dare risposte alla crisi ecologica (Deriu, 2022) prende in esame i movimenti che si sono posti l’obiettivo di una trasformazione profonda, strutturale, istituzionale e antropologica delle relazioni sociali oggi dominate dal sistema di mercato e ne vede i limiti nell’approccio ondeggiante tra un localismo anarchico-comunitario e un neo-statalismo pianificatorio; tra un orizzontalismo microcosmico e un verticalismo che finisce per essere inglobato nelle pratiche istituzionali tradizionali. Siamo ancora dentro la contrapposizione tra “spontanei-sti” e “partitisti”, alla ricerca di un punto di incontro tra movimenti che dovrebbero politicizzarsi e partiti che dovrebbero risocializzarsi. Quale rapporto dovrebbe instaurarsi tra l’azione trasformativa diretta dei movimenti sociali ed ecologisti e l’iniziativa politica nelle istituzioni democratiche rappresentative? «Manca completamente – afferma Deriu – una più ampia ed istituente visione politica della decrescita che integri e incorpori una riflessione di senso, di valori, con una riflessione sui modelli relazionali e sociali, fino ad una riflessione sulla necessità di complessi sistemi regolativi che significa discutere di spazi, di prassi, di modelli
organizzativi, di logiche di azione, di invenzioni istituzionali» (p. 295). La connessione storica tra economia di mercato e democrazia liberale è certamente saltata, sia sul versante sociale (non funziona più come modello di inclusività), sia su quello ambientale (è evidente lo sfondamento dei limiti planetari dei cicli vitali naturali). Ma la strada per una nuova economia e una “democrazia ecologica” rimane problematica. Non perché manchino le proposte scientificamente e razionalmente valide, ma perché non emergono soggetti sociali capaci di intraprendere un’azione politica incisiva, in grado di sperimentare comunità ecologiche, costruire infrastrutture sociali e istituzionali di supporto, di praticare forme di vita rispettose dei valori della condivisione solidale e della salvaguardia del creato.

Una boccata di ottimismo la porta il filosofo sociale statunitense Charles Eisenstein (Eisenstein, 2022). Secondo il conferenziere della Yale University è possibile fare leva su quella parte interiore della natura umana che non è egoista, ma relazionale, socievole, in connessione affettiva con la natura, votata alla bellezza. Da qui è possibile ipotizzare un’economia del dono, locale, comunitaria. Che fare? In attesa dell’emersione di un movimento sociale che sappia coniugare gli interessi degli ultimi e degli esclusi, ma anche delle generazioni future e delle specie non umane, con i valori della condivisione e della solidarietà, cioè con gli ideali della democrazia, agli individui e ai gruppi sociali che sentono il bisogno di “fare società” non rimane che agire nel modo più coraggioso e radicale possibile nelle condizioni date. Parafrasando la Guerra di guerriglia di Che Guevara, dovremmo cercare di praticare nel nostro piccolo azioni di resistenza e diserzione e sperare che funzionino da esempio, capaci di indicare una via da replicare e seguire, poiché «un ramoscello può incendiare l’intera pianura».

Insomma, non c’è alternativa all’iniziativa dal basso, che parta dall’«emozione dei singoli» (Castells, 2012) e giunga a formare «ambiti di comunità autonome» (Esteva, 2012). Raúl Zibechi ha scritto:

«Le grandi trasformazioni cominciano come minuscoli asteroidi irrilevanti per il politico e l’analista che stanno arriba. […] Sono sempre i piccoli gruppi a prendere l’iniziativa, senza tener conto dei ‘rapporti di forza’, ma guardando solo alla giustizia delle proprie azioni. In seguito, a volte anche molto più tardi, lo Stato finisce con il riconoscere che i critici avevano ragione. […] Il punto cruciale, a mio modo di vedere, è il cambiamento culturale, la diffusione dei nuovi modi di vedere il mondo» (Zibechi, 2014).

Certo sarebbe necessario che i movimenti sociali ed ecologisti di base maturassero una propria teoria dello Stato e una propria idea di democrazia sostanziale, intergenerazionale e includente il diritto alla vita di ogni essere vivente. Pino Ferraris è lo studioso socialista che ha più indagato le esperienze dei movimenti operai tra Otto e Novecento e giunse a proporre «un progetto di una confederazione politica dell’iniziativa sociale», “una rete solidale delle autonomie confederate”. “Direi che la confederalità esprime una logica di raggruppamento che converge con le emergenti culture e tecniche di rete: la rete piatta orizzontale che spezza la piramide gerarchica e verticale dell’organizzazione novecentesca. La confederalità è un patto tra diversi retto da reciprocità ed equivlenza” (Ferraris, 2008). Con questo spirito propongo di guardare alcuni esempi della miriade di esperienze di resistenza e ai tentativi di creare comunità locali capaci di sottrarsi al furore distruttivo dell’ipercapitalismo (Cacciari, 2016).


4. Testimonianze

4.1 No Dal Molin

Olol Jakson era uno dei protagonisti più conosciuti e combattivi della mobilitazione che ha visto la popolazione di Vicenza contrapporsi per anni al tentativo di costruire una nuova base militare. Olol è morto improvvisamente giovane, a 47 anni, il 17 ottobre del 2017. Amici e compagni gli hanno voluto dedicare il lascito forse piø significativo dei quella esperienza: il centro polifunzionale Caracol Olol Jackson sorto in centro a Vicenza (Viale Francesco Crispi, 46, www.caracolol.it) i cui pilastri sono: diritti, salute, cultura. «Il nostro sogno – è scritto nel progetto – va verso un modello di sviluppo sociale ed economico costruito su basi mutualistiche. […]. Un luogo che diventerà un laboratorio sociale e di integrazione libero da pregiudizi economici, etnici e di genere». Così, possiamo dire che il vecchio presidio No Dal Molin tirato su con tendoni e lamiere all’inizio della contestazione (durata dal 2006 al 2011) ai bordi dell’aeroporto civile Dal Molin, che i governi (prima Berlusconi e poi Prodi) volevano consegnare alle Forze Armate degli Stati Uniti, si è miracolosamente evoluto in un bellissimo edificio (una ex officina) di più piani che offre servizi fondamentali e di qualità alla cittadinanza che più ne ha bisogno. La “casa comune” Caracol ha cominciato ad essere operativa nel 2020, in piena emergenza Covid, con l’apertura di sportelli informativi sui diritti, ambulatori gratuiti di medicina generale, pediatria, ginecologia, oculistica, dentistici, oltre ad un auditorium, una biblioteca, aule di una scuola popolare e una osteria. Segno evidente che la esperienza aggregativa del movimento No Dal Molin ha permesso di costruire una forte rete di relazioni comunitarie tra associazioni, sindacati di base, gruppi di volontariato, tra cui Emergency, Welcome Refugees, Isde Medici per l’ambiente. I protagonisti di quella importante esperienza pacifista ed ambientalista (che ha visto l’occupazione dell’aeroporto, due manifestazioni nazionali con 150 mila partecipanti, un referendum autogestito con 25 mila votanti, il rovesciamento degli equilibri politici in consiglio comunale ed un’altra infinità di azioni) sono passati dalla protesta alla costruzione di una infrastruttura sociale libera e autonoma, un presidio permanete aperto e autogestito. Sono infatti riusciti a raccogliere i fondi necessari per acquisirne la proprietà dell’edificio ed ottenere i finanziamenti per le costose attrezzature. Insomma è proprio vero che “la lotta paga” anche quando sembra non ottenere tutti i risultati sul campo. Il compromesso raggiunto nel 2010 tra gli americani e il governo italiano ha sancito la cessione alla US Army solo di metà dell’area dell’ex aeroporto, mentre nella rimanente è in corso di realizzazione (seppure con troppa lentezza!) un grande area verde progettata con metodi partecipativi chiamata Parco della pace.

Sulla vicenda No Dal Molin vi è una ricca letteratura, ricordo qui un racconto romanzato di Marco Palma, La guerra non parte da qui (Palma, 2021).

4.2 Usi civici collettivi a Napoli

Ha cominciato L’Asilo dieci anni fa (ex asilo Filangieri, enorme edificio monumentale in pieno centro storico) ad essere liberato dall’abbandono e dai progetti di “gentrificazione urbana”, poi ne sono seguiti altri: l’ex Ospedale psichiatrico a Materdei, ribattezzato Je so pazzo, l’ex carcere minorile in Salita Pontecorvo, ribattezzato Scugnizzo liberato, Villa Medusa a Bagnoli, il Giardino di Materdei, il Lido Paola a Bagnoli, Santa Fede, l’ex Schipa. In tutto otto proprietà pubbliche abbandonate o male utilizzate che sulla spinta di occupazioni accompagnate da progetti di riuso popolare sono state oggetto di una lunga trafila di delibere comunali (sindaco Luigi De Magistris) che hanno consentito la loro sostanziale autogestione da parte delle comunità che ne fruiscono, vale a dire le assemblee delle persone che organizzano e partecipano alle attività. Una forma di “sussidiarietà orizzontale” molto avanzata, che va oltre i Patti dell’amministrazione condivisa proposti in molti comuni sul modello da presa a riferimento dalla Rete Nazionale Beni Comuni Emergenti e ad Uso Civico (www.retebenicomuni.it).

Il riuso di queste strutture ha rivitalizzato alcuni quartieri di Napoli, ma è interessante notare che alcune hanno trovato una loro vocazione metropolitana. L’Asilo è diventato una comunità aperta e ampia di operatori dello spettacolo e della cultura (teatro, danza, laboratori di scenografia, corsi, esposizioni, ecc.). Lo Scugnizzo liberato ospita laboratori e scuole artigianali tradizionali e botteghe artistiche. Je so pazzo ha aperto sportelli e informativi sui diritti e ambulatori che si rivolgono a tutta la città. Il caso napoletano, per le sue implicazioni giuridiche e sociali, è stato oggetto di molti studi tra cui quelli del giurista Giuseppe Micciarelli e del filosofo Nicola Capone (Micciarelli, 2017; Capone 2019).


4.3 Mondeggi, fattoria senza padroni

 Dopo dieci anni di dura resistenza alla vendita, di “custodia” e riuso sociale del grande podere di Mondeggi a Bagno di Ripoli, 170 ettari alle porte delle colline del Chianti, la comunità allargata che si è formata tra contadini, abitanti della zona e cittadine/i che hanno preso a cuore e in cura l’uliveto, i terreni e i casali abbandonati si è vista recapitare un regalo che potrebbe rivelarsi avvelenato: la Città metropolitana di Firenze, proprietaria del bene, ha finalmente deciso di recedere dalla alienazione (dopo varie aste andate deserte) ed anzi ci ha messo sopra 52,5 miliardi del Pnrr. Next Generation. Le finalità sono buone, sembrano anzi copiate dal manifesto del comitato Mondeggi fattoria senza padroni, poiché l’intenzione è di realizzare: “un progetto incentrato sullo sviluppo umano integrale e sostenibile dei cittadini e delle comunità locali”. Esattamente quello che stanno facendo dal 2014 i “presidianti” attraverso attività agroecologiche di vario tipo e di alta qualità: manutenzione e messa in produzione dell’uliveto (4 mila piante), ripiantumazione delle viti, ripristino dei terreni seminativi (con produzione di grani antichi e zafferano) e a pascolo, piantumazione di un nuovo frutteto, apicultura, formazione di orti, oltre ad una intensa attività di formazione (in rete con Genuino Clandestino, Rete semi rurali e altre associazioni) e culturali. La particolarità è che a Mondeggi tutte le attività sono decise dai partecipanti attraverso assemblee aperte autogestite sulla base dei principi del mutualismo, della cooperazione e della assunzione diretta di responsabilità di chi si impegna nelle varie attività. La scommessa ora è evitare che l’apertura dei cantieri e, poi, la assegnazione dei manufatti restaurati e delle nuove infrastrutture possano avere impatti negativi sulla vita della comunità e snaturare i criteri gestionali inventati a Mondeggi ispirati all’idea dei beni comuni condivisi. Un tavolo di confronto si è aperto tra il comitato, l’associazione Amici di Mondeggi e la amministrazione comunale. Sarà davvero interessante seguirne gli sviluppi per capire se l’innovazione sociale spontaneamente emersa a Mondeggi riuscirà a determinare non solo il progetto esecutivo degli interventi edilizi, ma anche le pratiche amministrative e le scelte gestionali dell’ente pubblico. Si può seguire la vicenda di Mondeggi nel sito: https://mondeggibenecomune.noblogs.org/.

4.4 Val Susa

La vicenda della Val Susa è troppo nota e lunga (il primo progetto di Tav è del 1992) per essere qui ricordata. Una infrastruttura “trans-europea” che condanna una valle a diventare un “corridoio multimodale”. Da qui proteste infinite, da una parte, leggi speciali e militarizzazione del territorio per riuscire ad aprire i cantieri, dall’altra. Un luogo dove è evidente la contrapposizione insanabile tra democrazia (che non sia quella della Tirannide della maggioranza) e sviluppo economico (quello della crescita a tutti i costi). Ciò a cui in questa sede si vuole richiamare
l’attenzione è come la lunga vertenza abbia rafforzato non solo la conoscenza e la sensibilità degli abitanti nei riguardi delle valenze ambientali del loro territorio, ma anche le relazioni comunitarie, sia sul piano sociale, che politico. Anni di riunioni, convegni, dibattiti, assemblee, presidi e marce nei luoghi investiti dal progetto hanno creato coesione e migliorato le modalità di governo delle amministrazioni locali. Sono nate reti di imprenditori locali (come quella del Vino a bassa velocità e di Etinomia), mercatini con il marchio Prodotti della Valle Susa, strutture ricettive e gastronomiche. Insomma, l’impegno civico e la lotta rigenera
le coscienze! Tra i molti libri pubblicati, segnalo quello del magistrato Livio Pepino e del sociologo Marco Revelli (Pepino & Revelli, 2012).

4.5 Pan e farine dal Friûl di Mieç

Il Friuli Venezia Giulia è una delle poche regioni che si sono dotate di una legge per la promozione dell’economia solidale (LR n.4/2017) sulla spinta esercitata dal Forum dei beni comuni e da esperienze locali virtuose. L’idea è di dare vita a delle comunità locali (coincidenti con i 19 ambiti territoriali per la gestione dei servizi sociosanitari) di cittadine/i in grado di creare distretti e filiere produttive per rispondere alle principali necessità alimentari, energetiche, abitative, del vestiario e dei servizi alle persone. I principi guida sono il mutualismo, la cooperazione, la sostenibilità, la democrazia e la giustizia. Un progetto ambizioso che ha mobilitato
molte energie attraverso corsi di formazione, assemblee e festival promossi da una associazione appositamente costituita, la ProDES FVG. Una prima comunità si sta costruendo intorno alla filiera del Pan e farine dal Frißl di Mieç che consorzia dodici aziende agricole di quattro comuni, tra cui la proprietà collettiva San Marco di Mereto di Tomba, un mulino, diversi panificatori e uno storico panificio in centro a Udine che funziona da punto vendita. Il tutto gestito da una cooperativa agricola e di lavoro, aperta a soci sostenitori del progetto, che funziona di fatto come una cooperativa di comunità. Altre due filiere solidali attive in regione sono
quelle del Pan e Farine di Muçane, nella Bassa Friulana, e il Patto della farina del Friuli Orientale, tra Trieste e Gorizia. Una bella pubblicazione curata da Lucia Piani, Nadia Carestiato e Donatella Perissin racconta dettagliatamente l’esperienza (Piani, Carestiato, Perissin, 2019).


Riferimenti bibliografici
– Berardi, “Bifo”, F. (2012). 
www.comune-info.net febbraio.
– Cacciari, P. (2016). 101 piccole rivoluzioni. Milano: Altreconomia.
– Capone, N. (2019). Beni comuni ad uso civico e collettivo urbano. Un’esperienza napoletana. Intervista di Mario Pezzella e Francesco Biagi. Il Ponte, 4.
– Castells, M. (2012). Reti di indignazione e di speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet. Milano: Università Bocconi.
– Davis, M. (2006). Il pianeta degli slum. Milano: Feltrinelli.
– Dentico, N. (2020). Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo. Bologna: Emi.
– Deriu, M. (2022). Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro. Roma: Castelvecchi.
– Dumont, L. (1984). Homo aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica. Roma: Adelphi.
– Eisenstein, C. (2022). Oltre il denaro. Firenze: Terra Nuova.
– Esteva, G. (2012). Antistasis. L’insurrezione in corso. Trieste: Asterios.
– Ferraris, P. (2008). Relazione al convegno di rete@sinistra, Palazzo Vecchio, Firenze 5 luglio.
– Harvey, D. (2012). Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution. London: Verso Books.
– Immerwahr, D. (2022). Siamo prigionieri della geografia?, “The Guardian”, tradotto da “Internazionale” 2 dicembre Kinsler, L. (29022). Uno strano tipo di altruismo,“1843 magazine”, Regno Unito, tradotto da “Internazionale”, 16/12.
– Madaro, C. (2021). Chill Bill – filantrocapitalismo e suoi effetti collaterali, 2021 (
europeanconsumers.it).
– McKenzie, W. (2021). Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire. Produzioni Nero.
– Marx, K., Manoscrittieconomici-filosofici, paragrafo XIV, 1844. 
https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/bisogni.html.
– Micciarelli, G. (2017). Introduzione all’Uso Civico e Collettivo Urbano. La gestione diretta dei Beni Comuni urbani. Munus, (1), 135-161.
– Micu, A. (2022). Neuroni umani nel cervello dei ratti, Zme Science, Romania, tradotto da “Internazioanle”, 21 ottobre 2022.
– Palma, M. (2021). La guerra non parte da qui. Viterbo: Scatole Parlanti.
Quadro di prospettiva.
– Piani, L., Carestiato, N., & Peressin, D. (2019). Dalla farina alla comunità: una filiera di economia solidale nel Medio Friuli. Udine: Forum.
– Pepino, L. & Revelli, M. (2012). Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa. Torino: GruppoAbele.
– Preston, Ch. (2020). L’era sintetica. Torino: Einaudi.
– Zibechi, R. (2014). Sulle piccole azioni e sulle grandi vittorie, 
www.comune-info.net, 13 gennaio 2014.


 

Pubblicato sulla rivista (ebook) del SIREF (Società di Ricerca Educativa e Formativa), nella Collana EduVersi: “Ricerca partecipativa e formazione sistemica” a cura di Liliana Dozza, Piergiuseppe Ellerani e Alberto Parola

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