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venerdì 30 maggio 2025

La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco

 

«Le rinnovabili? Una bolla speculativa che arricchisce pochi e devasta l’ambiente: energia più cara per cittadini e imprese»

(intervista a Maria Giovanna Bosco di Paolo Paolini)

 

Maria Giovanna Bosco e lo studio sul “caso Sardegna” pubblicato da Il Mulino: il settore privato ha infiltrato quello pubblico ottenendo miliardi per un settore che economicamente non si regge

«È un tipico fenomeno che si osserva nelle relazioni tra economia e politica: si chiama “cattura regolatoria”, branca della political economy, che studia il sistema usato dal privato – in certe condizioni – per influire sulla sfera pubblica orientando la legislazione a favore del proprio settore. Nel caso delle energie rinnovabili, gli effetti sono i contributi massicci erogati dallo Stato per i progetti di pale eoliche e pannelli fotovoltaici con i quali si vorrebbero foderare campagne, colline, le pendici del Limbara, perfino spicchi di mare davanti alle coste di Gallura, Riviera del corallo, Sulcis e Cagliaritano. Iniziative che sacrificano l’ambiente, redistribuiscono il reddito arricchendo solo chi le porta avanti, limitano le occasioni di sviluppo per chi vive in quel territorio. Una certa narrazione ha coniato lo slogan “rivoluzione green”, ma la realtà è che si scaricano i costi sulle spalle di cittadini e imprese attraverso le bollette. Ecco perché il prezzo dell’energia può solo aumentare, come già avviene».

Tempiese cresciuta a Olbia, Maria Giovanna Bosco vive a Milano e fa ricerca all’università di Ancona, dopo aver insegnato Macroeconomia, Economia internazionale ed Europea ed Economia del lavoro alla Bocconi, nell’ateneo Milano-Bicocca, al Politecnico di Milano, alle università di Modena e Reggio-Emilia, alla Marshall school of finance (University of Southern California, Los Angeles). Su L’Industria, la rivista edita da Il Mulino, ha pubblicato una dettagliata analisi sul “Caso Sardegna” che sarà illustrata a fine giugno a Oslo: «L’idea di impegnarmi nello studio sulla transizione energetica nasce da diverse ragioni. Primo: mi occupo di transizione ecologica all’università Politecnica delle Marche. Motivo numero due: ho un’attenzione personale per quanto sta accadendo in Sardegna, dove si vorrebbe produrre un settimo dei gigawatt previsti dai progetti presentati in tutta Italia: 52,88 contro 354.35. È chiaro che qualcosa non torna». A Olbia per il fine settimana, accetta di parlare a una condizione: «Ciò che ho scritto riguarda me e non può essere attribuito in alcun modo all’ateneo nel quale lavoro attualmente».

Cos’ha scoperto?

«Sono partita dagli elementi narrativi – proteste dei comitati di cittadini, articoli sui giornali – per cercare i fatti che indicano l’infiltrazione del mondo dell’industria nella politica, al punto che il processo decisionale e politico è stato asservito agli interessi di soggetti privati ben definiti. A far da cornice le norme che agevolano gli espropri, il tentativo di silenziare i movimenti di opposizione per conquistare il pubblico con una narrativa ad hoc. C’è una dinamica industriale che include aiuti di Stato nonostante il generale divieto europeo: investire in sanità no, perché c’è il vincolo di bilancio, che invece cade per le rinnovabili. Il risultato è che il soggetto pubblico ha finito per portare avanti le esigenze dei privati spacciandole per interesse generale. Non solo: c’è l’evidenza scientifica che l’obiettivo di ridurre l’emissione della CO2 è una chimera, perché a livello globale tutti tranne l’Europa continuano a investire in fonti fossili. Il nostro sforzo per quanto lecito, degno, moralmente accettabile, sarà inutile. Il mio compito si conclude con la raccolta dei dati di fatto. Ovviamente può essere solo un magistrato a individuare i potenziali reati, a capire se e quando è stato commesso un danno ambientale, se c’è stato un interesse privato in atto pubblico, corruzione e così via. So che è stato presentato anche un esposto a tutte le Procure della Sardegna dal Comitato per l’Insularità».

Il libero mercato non vale per gli impianti di rinnovabili?

«Già nel 2014 il professore di economia politica Ross McKitrick denunciava il problema per l’Ontario, nel civilissimo Canada. Diceva: “Purtroppo l’idea di dover decarbonizzare a tutti i costi ha indirizzato il sistema degli incentivi economici quasi esclusivamente verso le rinnovabili che però dal punto di vista economico sono fallimentari”. Perché ciò che richiedono per l’installazione e quel che provocano in termini di danno ambientale è un’enormità rispetto a ciò che producono. Non difendo le fonti fossili o il nucleare, ma nel confronto sulla produttività non c’è paragone. Per questo motivo l’unico modo per rendere sostenibili l’eolico e il fotovoltaico è che lo Stato intervenga foraggiando i progetti, annullando la concorrenza e diventando il primo cliente per vent’anni di attività, offrendo la garanzia di acquistare l’energia a un determinato prezzo. Un’attività senza rischi per chi possiede le società che, di riflesso, ha cancellato il libero mercato».

Corruzione?

«Comportamenti criminali ci sono già stati e sono stati sanzionati, ne cito alcuni nell’indagine, così come sono accertate le infiltrazioni mafiose».

«Le promesse di agevolazioni in bolletta sono falsità. Un rapporto di Morgan Stanley di marzo 2025 evidenzia che i prezzi in Europa sono cresciuti da due a quattro volte più degli Stati Uniti, cinque-sette volte più di Cina e India».

Chi ha deciso di indirizzare i progetti verso la Sardegna?

«Sicuramente la scelta non è stata fatta dalle comunità locali. Nel 2021 l’Enel l’ha individuata in alcuni comunicati come futuro hub energetico del Mediterraneo. La digitalizzazione estrema verso la quale stiamo andando ha bisogno di una quantità enorme di energia, mi chiedo: c’entra qualcosa il disegno sul futuro della Sardegna? Di sicuro la mercificazione del sole e del vento rischia di perpetuare un atteggiamento neocolonialista da parte delle istituzioni nei confronti dell’Isola».

I rischi?

«Da un punto di vista identitario, culturale e psicologico veder deturpato il paesaggio è una forma di violenza che equivale a perdere una parte di se stessi: come se mi guardassi allo specchio e non mi riconoscessi più. Da una prospettiva economica, stravolgere l’ambiente farebbe diventare la Sardegna meno appetibile e incepperebbe il turismo: chi mai vorrebbe andare in vacanza in un paradiso industriale fatto di pale e pannelli fotovoltaici? Penso a Tempio, il gioiello del nord est che rischia di essere snaturato sulla spinta dell’affitto dei terreni per impianti che arricchiscono pochi e danneggiano tutti. Alcuni proprietari che ho intervistato si stanno pentendo perché non è certa neppure la redditività: quando finirà il ciclo di vita l’impianto sarà abbandonato e i costi di smaltimento sono enormi. Come è accaduto a Nasca, sull’isola di San Pietro: le pale sono lì da decenni anche se non funzionano».

Ha analizzato la legge regionale sulle Aree idonee?

«La Regione l’ha varata rifiutando di valutare la Pratobello, nata su iniziativa popolare e sostenuta da centinaia di migliaia di firme. Si basava sulla prerogativa assoluta in materia urbanistica. Ho intervistato un esponente della Giunta regionale, mi ha detto: “Sarebbe stata impugnata dallo Stato per incostituzionalità”. Di sicuro questa sorte è toccata alla Moratoria e alla legge 45 sulle Aree idonee. Dunque, c’è stata incompetenza o malafede?».

Cos’è l’ambientalismo industriale di cui scrive?

«Propone una transizione che di verde ha solo l’aggettivo. È ancorato a norme che consentono l’utilizzo di parchi, foreste e aree agricole per impianti di energia fotovoltaica, eolica, termovalorizzazione dei rifiuti e, in generale, di qualsiasi altra fonte energetica non fossile. Un tempo la legge era più restrittiva, la realizzazione era limitata alle aree incolte o degradate del territorio. Oggi se un agricoltore o un piccolo proprietario terriero non desidera vendere o affittare i propri terreni sui quali deve nascere un parco eolico, le norme prevedono l’esproprio. Ed è in questo passaggio che, per l’ambientalismo industriale, risiede il significato della transizione ecologica: passare da un modello economico territoriale ad alto contenuto occupazionale basato su agricoltura di qualità, turismo e cultura, a un modello industriale specializzato nella produzione di energie alternative, a basso contenuto occupazionale e con rendimenti molto elevati. Va da sé che alla base ci sia un ambientalismo fasullo che danneggia l’economia, non crea posti di lavoro, impoverisce il territorio e cancella i paesaggi per cui siamo famosi nel mondo. Si cita sempre la Danimarca, patria dell’eolico: vi risulta che qualcuno vada fin lì per ammirare le pale?».

L’atteggiamento delle associazioni ambientaliste?

«Tranne Italia Nostra e alcuni piccoli movimenti, fingono di non vedere gli interessi di chi fino al giorno prima produceva CO2 a tutto spiano e oggi si è raffrescato l’immagine - tipo l’Erg a Saccargia - buttandosi nel business delle energie rinnovabili».

Perché non è stato individuato un tetto alla produzione?

«Può essere stata una svista del legislatore, oppure un riflesso del dolo sottostante, cioè l’aver creato volutamente una bolla speculativa simile a quella dei mutui subprime che nel 2008 terremotò l’economia mondiale».

Cita aziende che hanno costi operativi annuali di 28 mila euro e incassano incentivi per tre milioni?

«Mi sono limitata a raccogliere i dati di numerose aziende del settore: tutte hanno in comune una sproporzione tra costi e soldi ricevuti dallo Stato».

La via d’uscita?

«Basterebbe coprire i capannoni industriali con i pannelli fotovoltaici: gli obiettivi sarebbero raggiunti senza cementificare le vigne. Se poi si aggiungessero tutti i tetti delle case sarebbe risolto il problema italiano, tenendo presente che per “stabilizzare” il sistema energetico sarebbero comunque necessari anche i combustibili fossili».

Geotermia?

«Il potenziale sardo è molto elevato quanto inutilizzato, secondo solo a quello della Toscana. Per la produzione di energia elettrica si potrebbe prelevare acqua bollente in profondità per poi reimmetterla nel sottosuolo. In questo modo si creerebbe un ciclo produttivo interamente rinnovabile. Non mi sembra che qualcuno sia intenzionato a farlo».

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La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco

L’alta Gallura, come altre zone in Sardegna, è soggetta ad un attacco di speculazione energetica da parti di imprese che mirano al lucro di breve periodo garantito anche dagli incentivi pubblici, in un’autentica fase di colonialismo che rischia di minare l’identità culturale ed economica del territorio.

In queste settimane in Gallura, così come in altre zone della Sardegna, si dibatte su progetti relativi all’installazione di una iperbolica quantità di pale eoliche e impianti fotovoltaici per ottemperare agli ‘sfidanti obiettivi europei di decarbonizzazione’ (Terna, 2024). In una regione già gravata da 31 basi militari, – il 65 per cento di quelle presenti in tutta Italia (Arcai, 2024) – e drasticamente depredata delle aree boschive in duecento anni di dominio sabaudo (Casula, 2017), anche il territorio dell’alta Gallura è soggetto all’interesse di multinazionali del settore energetico che, forti del quadro normativo, sono persino legittimate ad espropriare terreni privati, deturpando il paesaggio e le acque costiere della regione con la costruzione di nuovi impianti.

In Sardegna, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna S.p.A. al 31 marzo 2024 risultano ben 809, pari a 57,67 GW di potenza (Figura 1). 57,67 GW significa quasi 30 volte gli impianti oggi esistenti (GIG, 2024).

L’alta Gallura, in particolare, è contraddistinta da un susseguirsi di colline, rocce e vallate di macchia mediterranea, zone adibite a pascolo e rocce spettacolari, aree archeologiche uniche oltre che da zone costiere dalla fragilità e bellezza incomparabili. L’impatto anche solo visivo delle pale eoliche, di cui alcune alte oltre 200 metri, come quella già in costruzione nei pressi nella zona del Marganai nel Sud Sardegna (L’Unione Sarda, 2024), è semplicemente devastante.

Gli impianti eolici, le cui pale dissacrano il profilo del territorio in quanto idealmente destinate ai deserti o ad aree off-shore lontane dalle coste, determinano anche un danno diretto sulla salute umana a livello uditivo e neurologico (Hanning, 2009Havas & Colling, 2011), oltre che a flora e fauna. Dove sono installate le pale eoliche, gli uccelli spariscono e le rotte migratorie vengono deviate. Sotto i pannelli fotovoltaici, certo non sono possibili coltivazioni. La riduzione delle aree verdi naturali, fattore che incrementa la concentrazione nell’aria di anidride carbonica, entra in contraddizione con l’ideologia della ricreazione delle aree pristine supportata dalle istituzioni comunitarie. A ciò si aggiunge l’altro grave problema ecologico che riguarda lo smaltimento degli impianti a fine vita, i cui costi sono esorbitanti. Se costruiti per poi essere abbandonati, con un risparmio sui materiali come è già stato documentato nella zona di Calangianus, insiste sulla comunità anche il costo della bonifica.

Questa depredazione denota un atteggiamento coloniale che mira a cancellare tradizioni culturali e il nesso che gli abitanti instaurano con il loro territorio in nome di investimenti che di “green” hanno ben poco. Tali progetti calati dall’alto, infatti, non solo eliminano pascoli e aree agricole, ma non creano nemmeno un incremento di posti di lavoro (perché gli “esperti” vengono perlopiù chiamati da fuori area e la manutenzione è minima). Si riduce inoltre il valore dei terreni e delle abitazioni che si trovano anche a distanze ragguardevoli e si creano minacce economiche anche per il settore turistico che costituisce una fonte primaria di reddito per tutta l’area.

Voler forzosamente imporre modelli di sviluppo ideati altrove e per altri contesti sul territorio sardo sembra inteso a sradicare un modello di gestione agri-turistica a favore di un asservimento ad una produzione energetica che verrebbe peraltro destinata a soggetti terzi, dato che la Sardegna è già autonoma dal punto di vista energetico. Peraltro, l’extra-produzione non potrebbe nemmeno essere assorbita dalla rete per limiti di capacità (GIG, 2024).

Ancora più grave è che, benché esistano alternative meno impattanti dal punto di vista ambientale e territoriale, queste non vengono nemmeno prese in considerazione e gli enti preposti si fanno beffe delle alternative ragionate e sostenibili – come la collocazione di pannelli fotovoltaici su tutti i capannoni e fabbricati industriali compresi quelli in disuso (Confartigianato Sardegna, 2023). A dar prova della scarsa sensibilità del soggetto pubblico nei confronti dei temi legati alla sostenibilità sociale ed ambientale, vi è la recente pronuncia del Consiglio di Stato che ha rigettato un ricorso della Regione Sardegna contro il potenziamento di un parco eolico proprio alle spalle della celebre Basilica della SS. Trinità di Saccargia (La Nuova Sardegna, 2024).

Non si può cancellare il sospetto di essere in presenza di un tipico schema di “regulatory capture” (Dal Bó, 2006), fenomeno in cui le gerarchie lobbistiche riescono a piegare il decisore politico alle proprie logiche espansionistiche e predatorie. In questo caso, il bene pubblico, inteso come benessere sociale, economico ed ambientale, è soppiantato, anche attraverso il posizionamento di figure chiave in ambito istituzionale, dalla logica di arricchimento e speculazione che vanno a remunerare ristrette élite a discapito della stragrande maggioranza delle persone. Tale tendenza di lungo periodo alla redistribuzione dei redditi e della ricchezza in favore di un’accentuata polarizzazione presso pochi soggetti è ben rilevata sia a livello finanziario che industriale, ed è quindi coerente con questa interpretazione.

Sembra lecito chiedersi chi sia il soggetto intenzionato a deturpare e cannibalizzare il territorio. Quali sono, inoltre, i guadagni a cui sta puntando? In presenza di alternative reali e dimostrabili, si punta solo al profitto economico derivante dalla vendita di energia, oppure si cerca di minare anche le attività locali? Se fosse così, l’intento si trasformerebbe da speculativo a propriamente criminale.

Riferimenti

Arcai, F. (2024). La pesante eredità delle basi militari aleggia sul voto in Sardegna, https://www.wired.it/article/sardegna-basi-militari-inquinamento/

Casula, F. (2017). Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna, https://www.manifestosardo.org/quando-i-tiranni-sabaudi-rasero-al-suolo-la-sardegna/

Confartigianato Sardegna (2023), Potenzialità dell’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni nelle aree produttive presenti in Sardegna,  https://confartigianato.cagliari.it/settimana-energia-sostenibile-lautonomia-energetica-della-sardegna-puo-arrivare-dai-pannelli-fotovoltaici-sui-capannoni/

Dal Bó, E. (2006). Regulatory capture: A review. Oxford review of economic policy, 22(2), 203-225, https://doi.org/10.1093/oxrep/grj013

GIG – Gruppo di Intervento Giuridico (2024). Sardegna, realtà della speculazione energetica e normativa di salvaguardia del territorio, https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2024/04/11/sardegna-realta-della-speculazione-energetica-e-normativa-di-salvaguardia-del-territorio/#more-37799

Hanning, C. (2009). Sleep disturbance and wind turbine noise. Broadview Energy Developments. Sleep disturbance and wind turbine noise | Wind Energy Impacts and Issues (wind-watch.org)

Havas, M., & Colling, D. (2011). Wind Turbines Make Waves: Why Some Residents Near Wind Turbines Become Ill. Bulletin of Science, Technology & Society, 31(5), 414-426. https://doi.org/10.1177/0270467611417852

La Nuova Sardegna (2024). Pale eoliche accanto alla basilica di Saccargia: il Consiglio di Stato respinge il ricorso della Regione, via libera al progetto, https://www.lanuovasardegna.it/regione/2024/04/08/news/pale-eoliche-accanto-alla-basilica-di-saccargia-il-consiglio-di-stato-respinge-il-ricorso-della-regione-via-libera-al-progetto-1.100503147

L’Unione Sarda (2024). Devastazione eolica alle pendici del Marganai, https://www.unionesarda.it/news-sardegna/devastazione-eolica-alle-pendici-del-marganai-v1w0w1jm

Terna S.p.A. (2024). Econnextion: la mappa delle connessioni rinnovabili. https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/rete/econnextion

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venerdì 31 gennaio 2025

Caporali e morti di freddo dalle Langhe alla Puglia - Jean-René Bilongo

  

Anche nelle zone agricole più prospere del Nord le condizioni di lavoro e di vita della forza lavoro immigrata, anche regolare, è vicina alla condizione di schiavitù. Lo denuncia il Rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto e lo conferma la magistratura. Leggi sull’immigrazione e prefetture non aiutano.

 

Il 10 dicembre scorso, mentre il Paese era sconvolto dalla tragedia di Calenzano, la spaventosa esplosione del deposito di carburanti con il corollario di morti che ne era conseguito, da Alba in provincia di Cuneo, rimbalzava la notizia del ritrovamento dei corpi di due giovani migranti in un casolare abbandonato in località Gamba di Bosco. L’effetto era quello di un fulmine a cielo sereno, anche perché i defunti erano conosciuti dalla locale rete solidale. Oltretutto la vicenda non poteva essere liquidata con la solita impudenza figlia della bolgia tossica sui migranti: in quel caso, non erano “clandestini”, ma titolari di regolare permesso di soggiorno. 

Ci si dovrebbe chiedere perché mai i due giovani subsahariani, 25 anni l’uno e 28 l’altro, dovessero ripararsi in un rudere abbandonato, in un contesto sociale ricco come il cuneese, per poi morire asfissiati dal monossido di carbonio sprigionato dal braciere con il quale cercavano di riscaldarsi.

Senza nessuna intenzione inquisitoria, ma solo per provare a esplorare le possibili cause di una simile tragedia, occorrerebbe tenere presenti tre coordinate: al livello locale, la dimensione nazionale, il solco europeo. 

Cinque mesi prima della tragedia, in piazza ad Alba c’era stata un’importante manifestazione, catalizzata dalla FLAI provinciale e regionale, per dire no al caporalato e allo sfruttamento sempre più radicati nei campi e nei vigneti delle Langhe. La cronaca rilancia un quadro locale alquanto deprimente: condizioni di schiavitù, lavoratori annichiliti, sfruttati, talvolta pestati. Alla conferenza-stampa di una recente operazione di polizia giudiziaria contro la piaga del caporalato, il procuratore di Asti sosteneva che il quadro appurato dagli inquirenti fosse solo “la punta dell’iceberg”. L’eufemismo parla da sé: il marciume è molto più esteso di quanto sembri. Del bacino stanziale di sofferenza occupazionale di 8/10 mila nell’economia primaria del Piemontesvettano Cuneo e Asti quali province più permeate dagli abusi a danno dei lavoratori, come evidenziato dal VII Rapporto agromafie e caporalato.

Ecco, un’agricoltura prospera in cui interi segmenti finiscono per usare a proprio vantaggio le condizioni inique imposte alla manodopera. E’ risaputo che quelle terre piemontesi attraggono ogni anno migliaia di “transumanti dell’agricoltura” in cerca di occasioni di lavoro che sanno di trovare in loco, in base al ciclo biologico delle colture. Proprio come i due asfissiati di Alba.

La seconda coordinata da esplorare è quella dell’accoglienza dei migranti, la sua impalcatura, le sue regole. Verrebbe spontaneo chiedersi come mai i due non fossero inseriti in qualche schema di accoglienza. Succede semplicemente che il sistema di accoglienza sbarra l’ingresso o espunge dai propri dispositivi chi ha un reddito superiore anche di un solo centesimo all’importo di € 6milaUn indirizzo assurdo che il ministero dell’Interno impartisce alle prefetture, con l’ingiunzione di agire di conseguenza. La cifra che ne emerge è che i migranti beneficiari di misura sociale di vitto-alloggio devono necessariamente lavorare in nero, pena l’espulsione dall’accoglienza qualora si raggiunge la sanzione stabilita.

Un’assurdità che assume i contorni di una disposizione di legge ma che, in verità, è figlia di un’interpretazione tendenziosa dell’impianto normativo sull’accoglienza, sulla scorta della Direttiva UE di riferimento, recepita nell’ordinamento domestico con il Decreto Legislativo 142 del 18-08-2015. Nelle sue pieghe, la norma contempla all’articolo 23, tra i motivi di revoca dell’accoglienza, “l’accertamento della disponibilità da parte del richiedente di mezzi economici sufficienti”. Un assunto dal quale è scaturita un’interpretazione letterale della disposizione medesima. In pratica, se il fruitore di accoglienza matura un reddito superiore anche di un solo euro all’importo dell’assegno sociale (più o meno 6.000 euro), viene allontanato ipso facto dalla struttura. La conseguenza è intuibile: per evitare la scure, si deve semplicemente lavorare in nero. 

Una pratica assurda che seguono pedissequamente le prefetture in tutta Italia, scegliendo di ignorare un passaggio successivo dello stesso articolo 23 che specifica come “nell’adozione del provvedimento di revoca si tiene conto della situazione”  dell’interessata/o, precludendo da ogni ipotesi di allontanamento ad esempio “le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica, (…)”

Nell’esperienza di tutela concreta contro simile applicazione fredda della norma, ci si è scagliati contro un provvedimento di allontanamento adottato dalla prefettura di Brindisi nei confronti di una pluralità di migranti colpevoli di aver lavorato in agricoltura, con regolare contratto, con tanto di reddito accertato. Posto di fronte all’argomentazione della FLAI, alla luce di quanto contemplato in combinato disposto dall’articolato Decreto Legislativo di recepimento della Direttiva Accoglienza, il prefetto fu costretto ad annullare, in autotutela, la misura adottata dai suoi uffici. 

Al netto delle disposizioni di legge, è necessario strutturare schemi di accoglienza per i lavoratori che si spostano da un distretto agricolo all’altro, seguendo appunto il ciclo delle colture. Lo suggeriscono troppi drammi di persone carbonizzate, asfissiate o assiderate in ripari di fortuna, in ogni parte del Paese.

Jean-René Bilongo è il presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto

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mercoledì 10 aprile 2024

TAV = Mafia. Nuove prove del coinvolgimento della ‘ndrangheta nel TAV Torino – Lione

  

Negli scorsi mesi è venuta fuori, come succede ciclicamente, una polemica bipartisan sulla scritta che svetta sul Musiné all’ingresso della valle che recita TAV = Mafia. Oggi veniamo a conoscenza attraverso una notizia apparsa sul tg regionale che esistono nuove prove del coinvolgimento delle ‘ndrangheta nelle opere propedeutiche al TAV Torino – Lione. Secondo quanto riportato dall’articolo sarebbero nove le persone al centro dell’inchiesta condotta dai militari del ROS e del Comando Provinciale di Torino. Eseguita questa mattina, 4 aprile 2024, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari, su provvedimento del G.I.P. del Tribunale di Torino.

Le indagini, condotte tra il 2014 ed il 2021 dal ROS Carabinieri e dalla Stazione Carabinieri di Leinì, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, si sono concentrate su un’articolazione territoriale della ‘ndrangheta operante in Brandizzo, Torino e provincia, emanazione delle ‘ndrine Nirta e Pelle originarie di San Luca. Il sodalizio avrebbe operato con sistematico ricorso all’intimidazione nei rapporti con i concorrenti e offerta di protezione a vittime di atti estorsivi, infiltrandosi nell’economia legale del territorio attraverso aziende di edilizia e trasporti, riconducibili al gruppo criminale, che hanno ricevuto, almeno a partire dall’anno 2014, commesse da appaltatori operanti nel settore autostradale e nella realizzazione delle grandi opere, tra cui il Tav, per svolgere lavori di manutenzione del manto autostradale e movimento terra nella provincia di Torino.

Ai domiciliari sarebbe finito Roberto Fantini, fino al 2021 amministratore delegato di Sitalfa, società controllata da Sitaf, concessionaria dell’autostrada dal 2020 nelle mani del gruppo Gavio. Lo stesso avrebbe garantito appalti e commesse alle aziende colluse con la ‘ndrangheta. Ricordiamo brevemente che proprio nel 2021 avvenne il violento sgombero manu militari del presidio di San Didero per installare il fortino-cantiere dell’autoporto che Sitaf ha dato in concessione diretta a se stessa.

In attesa che emergano ulteriori dettagli notiamo come i giornali siano per lo più reticenti a parlare del coinvolgimento di questo sodalizio nel Tav Torino – Lione e parlino genericamente di grandi opere. In altri tempi una notizia del genere avrebbe occupato le prime pagine e non qualche trafiletto della cronaca locale, ma si sa non bisogna disturbare il conducente della malaopera ecocida. Chissà cosa emergerebbe se si approfondissero le indagini su questi settori della criminalità organizzata e sulle grandi imprese del cemento e del tondino colluse invece di sprecare soldi e risorse inventando accuse di associazione a delinquere contro chi difende la valle dalla speculazione, dalla devastazione e dal malaffare?

Per quanto ci riguarda non avevamo bisogno di attendere le indagini per avere consapevolezza delle infiltrazioni della criminalità organizzata, i ciclici tentativi di dare fuoco ai presidi NO TAV sono chiare intimidazioni mafiose. Forse sarebbe ora che anche altri aprissero gli occhi e la smettessero di regalare i nostri soldi a mafiosi e speculatori senza scrupoli.

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venerdì 24 novembre 2023

Allevatori di sussidi: l’Abruzzo preda delle mafie - Giovanni Soini, Stefano Chianese, Filippo Zingone

 

Le organizzazioni criminali puntano all’accaparramento dei fondi Ue destinati all’agricoltura. Proviamo a fare luce sulle dinamiche predatorie e sui legami imprenditoriali della mafia dei pascoli

«C’è un assalto al territorio. Se non stai al gioco, ti fanno fuori da tutto». Sono le parole che un pastore, rimasto anonimo, riferisce a Lina Calandra, professoressa di geografia presso il Dipartimento di scienze umane dell’Università dell’Aquila, nel corso di uno studio condotto sul campo tra il 2017 e il 2020. La ricerca era partita in modo semplice: insieme al gruppo di lavoro del Laboratorio Cartolab del Dipartimento di scienze umane, la professoressa e i suoi collaboratori hanno intervistato più di 1.000 persone, tra figure istituzionali, pastori e professionisti. La domanda dei ricercatori è semplice: «Come va sul territorio per chi vi opera e per chi lo vive quotidianamente?». Una domanda che ha scoperchiato un vaso di Pandora e che ha portato Lina Calandra e i suoi collaboratori a imbattersi in una situazione che fino a quel momento non immaginavano.

Da quello che gli intervistati raccontano, sembrerebbe che la gestione dei terreni da pascolo sull’Appennino abruzzese sia spesso direttamente legata a imprenditori provenienti da fuori regione, che si appropriano di terreni minacciando e intimidendo i pastori locali. Diversi intervistati hanno raccontato di mezzi agricoli bruciati, animali uccisi e abbandonati, ma anche di minacce personali. L’obiettivo però, non è fare estorsione, né l’appropriazione in sé dei terreni. Secondo le testimonianze di molti intervistati, sarebbe piuttosto l’appropriazione dei fondi europei previsti dalla Pac, il Piano agricolo comune, una politica agraria comune a tutti i Paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata con risorse del bilancio dell’Ue.

 

L'inchiesta in breve

·         In Abruzzo c’è una presenza criminale che punta all’accaparramento dei fondi europei destinati all’agricoltura. Una delle prime persone a denunciarlo pubblicamente è stata la professoressa Lina Calandra dell’Università dell’Aquila in una ricerca condotta tra il 2017 e il 2020

·         La professoressa ha parlato con diversi pastori che le hanno riferito di furti di bestiame, incendi e minacce. Questo la porta a individuare un sistema organizzato finalizzato all’accaparramento dei terreni e dei relativi sussidi europei che lega aziende del nord, sud e centro del Paese

·         Anche la consigliera De Felicis, del comune di Lucoli (Aq), ha notato delle irregolarità sul territorio riguardo la concessione dei terreni e l’uso improprio che di questi terreni viene fatto da imprenditori di fuori regione

·         Nel settembre del 2023 scatta l’operazione Transumanza. Condotta dalla Guardia di finanza di Pescara e diretta dalla DDA dell’Aquila, coinvolge 75 soggetti ed enti che avrebbero simulato il possesso dei requisiti necessari per ottenere la disponibilità di terreni e di corrispondenti titoli Pac, rilasciati gratuitamente dalla Riserva nazionale dei titoli ai nuovi giovani imprenditori agricoli

·         Già nel 2022 erano state emesse interdittive antimafia nei confronti di quattro aziende zootecniche abruzzesi, che avevano rivelato gli interessi di alcune consorterie criminali campane e pugliesi

·         Dall’analisi di IrpiMedia risulta, a partire dalle interdittive, l’esistenza di una struttura complessa e ramificata su scala nazionale che lega imprenditori attivi in diverse parti d’italia che, con diverse società, riescono ad aggiudicarsi l’uso di enormi quantità di terreni da pascolo tramite i quali incassare i fondi europei

Di truffe piccole e grandi sui fondi Pac ce ne sono state molte, nessuno però, in Abruzzo, immaginava che dietro queste truffe si nascondesse un sistema collaudato e organizzato.

«Diverse storie a livello giornalistico sono state scritte sulla situazione dei nostri pascoli, ma tutte con un taglio che minimizza il problema: qualche furbetto che intasca i fondi Pac» ma quello che lo studio in questione ha evidenziato «è un sistema organizzato a livello nazionale, altro che singoli furbetti», afferma la professoressa.

Dalla riforma della Pac del 2003 l’accesso ai sussidi ha sempre creato degli spazi grigi che lasciano la possibilità di appropriarsi in modo illecito degli aiuti europei al reparto agropastorale. Ma le interviste condotte tra il 2017 e il 2020 hanno rivelato un fenomeno ben più grave. «C’è mafia sul pascolo. I pascoli vengono presi da ditte prestanome, ma non puoi metterti di traverso perché ci passi i guai», afferma un intervistato. C’è mafia sul pascolo. Queste parole non potevano passare inosservate, soprattutto quando più di 200 intervistati fanno riferimento a un sistema mafioso e ad atti intimidatori e violenti. Ma in che senso «c’è la mafia»? Questa è la domanda alla quale la professoressa Calandra ha provato a dare risposta andando oltre il suo ruolo accademico…

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giovedì 13 giugno 2019

La Terra dei Fuochi è sotto casa vostra - Giulio Cavalli



Duecento carabinieri impegnati. Duecento. Diecimila tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente. Diecimila. Sono i numeri dell'imponente operazione dei militari del Noe, ma soprattutto sono i numeri di un Nord che nonostante gli sforzi delle forze dell'ordine e della magistratura continua a credere che la Terra dei Fuochi sia un problema campano o al massimo tutto meridionale, qualcosa che devono sbrogliarsi loro, auspicando una sorta di secessione delle responsabilità che sembra più una pilatesca lavata di mani che una reale presa di coscienza delle responsabilità.

I rifiuti, vero business della criminalità organizzata
Che i rifiuti siano il vero grande business delle associazioni criminali (dopo la cocaina) lo dicono da anni ormai i pentiti di qualsiasi tipo di mafia (che sia Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta o Sacra Corona Unita) e che il nord sia il nuovo Eldorado non solo per quanto riguarda i rapporti con gli imprenditori, ma anche per gli sversamenti, è qualcosa che ormai dovrebbe essere noto a tutti. Dovrebbe e invece no. Perché ci siamo dimenticati in fretta di ciò che successe nel quartiere Santa Giulia a Milano (sversamenti su un terreno che avrebbe dovuto ospitare un intero nuovo quartiere tra cui un asilo) e perché ci siamo dimenticati che sulla questione cave in mano alla mafia calabrese già le ultime operazioni hanno parlato chiaramente.

Sconcerta l'immobilismo di politica e società civile
La cosa che sconcerta di più però è l'immobilismo con cui la politica e una parte della società civile accolgano queste maxi operazioni, incapaci di suscitare il benché minimo segnale di sdegno, riempiendosi le parole di memoria passata e poca memoria praticata. Ci sono, nelle ultime grandi opere lombarde, problemi di rifiuti pericolosi interrati sotto le strade e questione di cemento depotenziato (lo dicono i pochi, giornalisticamente inascoltati, pentiti di ‘Ndrangheta) che stanno segnando il passo in una regione che, vedrete, anche su questo si sveglierà all'improvviso quando ormai sarà troppo tardi.

In Lombardia non ci sono solo reati "puliti"
A forza di parlare di colletti bianchi della mafia più di qualcuno (e di molto importante) si è fatto l'idea che in Lombardia si consumino solo i reati puliti, quelli che non si vedono, non si sentono, sparano poco, non disturbano l'onore e la quiete regionale eppure la radicalizzazione della ‘Ndrangheta in primis (lo dice anche la Commissione Antimafia) ha già evidenziato come tutto avvenga esattamente come al sud, forse con una maggiore attenzione a creare reti consolidate che non si ritrovino a fare troppo casino tra di loro (del resto è sempre la mamma Calabria che decide) ma con le stesse modalità. Per questo la Terra dei Fuochi in realtà ce l'abbiamo tutti vicino a casa, che sia roba di mafia, di cattiva imprenditoria o di tutte e due le cose assieme. E sarebbe ora di accorgersene.

lunedì 17 luglio 2017

Donato, il vigile che vide la mafia a Brescello prima di tutti. E ci ha rimesso il lavoro - Giulio Cavalli


Si chiama Donato Ungaro e oggi guida bus di linea. Non vive più a Brescello, "sono stato abbandonato, semplicemente" racconta al telefono nella pausa veloce tra una corsa e l'altra. Ma non ha rimpianti, quelli no: "sto scrivendo un libro per mettere in fila tutti i fatti che ho vissuto. Quando li racconto ho sempre il timore di non essere creduto". E scrivere, per Donato, è un tarlo a cui non riesce a rinunciare anche se l'ha messo nei guai. Giornalista giornalista, con tanto di esame di stato. Sul pullman 32.

«Nel 1994 vengo a assunto come vigile urbano a Brescello», mi racconta. La Brescello di Peppone e Don Camillo, la Brescello che è diventata notizia nazionale quando un anno fa è stato il primo comune dell'Emilia-Romagna sciolto per mafia: secondo le carte della Prefettura (poi confermate dal governo) a fare da padrone sugli appalti e subappalti pubblici erano i tentacoli della cosca di ‘Ndrangheta guidata da Francesco Grande Aracri che l'ex sindaco Marcello Coffrini non ebbe nessun problema nel descrivere come "una brava persona" che egli stesso aveva "usato per dei lavori a casa mia". «Quando sono stato assunto era sindaco Ermes Coffrini, padre dell'ex sindaco Marcello. Avevo già la passione per il giornalismo e per l'inchiesta e chiesi di avere l'autorizzazione a collaborare con alcune testate. Furono entusiasti. L'8 marzo del 2002 scrissi il mio primo articolo per la Gazzetta di Reggio».

Ma c'era già sentore di mafia?

Sì. Auto rovinate dall'acido. Minacce esplicite. Si diceva che fosse diventata abitudine sparare contro le baracche dei cantieri che non si "allineavano" al volere dei curtensi. E poi c'era Alfonso Diletto (nipote di Grande Aracri, attualmente recluso in regime di 41bis nell’ambito dell’operazione Aemilia nda) che in paese conoscevano tutti per i suoi atteggiamenti. Ricordo in particolare un episodio: un giorno mi strappò davanti alla faccia una multa per divieto di sosta che gli feci. Me lo strappò in faccia, davanti a tutti. Quando poi lo ritrovai a casa sua mi disse che non erano un problema i soldi della contravvenzione ma che non potevo fargli fare una figura del genere davanti alla gente. Per loro contava soprattutto il senso di impunità che dovevano poter esibire. Va detto che, nonostante se ne siano dimenticati in tanti, Brescello è stata teatro di un omicidio di mafia che si inserisce nella guerra tra il clan dei Dragone e i Grandi Aracri. Un omicidio in grande stile, con killer travestiti da carabinieri e addirittura un'auto dei carabinieri, ovviamente finta.

Ma le forze dell'ordine cosa dicevano?

I carabinieri cercavano di convincere la gente a lasciar perdere. Consigliavano di non denunciare. Nel 1997 prende fuoco il garage del mio vicino di casa: sento le urla e scendo per spegnere le fiamme. Arrivano anche i carabinieri. erano evidenti le tracce di cherosene e addirittura anche la strisciata di fiammifero sulla serranda di zinco. Il maresciallo mi chiede se io avevo avuto qualche diverbio con i cutresi in paese e gli rispondo che, da vigile, non tolleravo i loro soprusi. "Allora hanno sbagliato indirizzo, questo era per lei", mi disse. E tutto finì lì.

Tu invece avevi denunciato?

Decine di denunce. Avevo denunciato diverse persone per oltraggio e per minacce. Ma l'aspetto che più di tutti continua a stupirmi è che avevo fatto anche 5-6 segnalazioni per abusi edilizi e di queste segnalazioni non se n'è mai saputo niente. Ne quartiere chiamato "Cutrello" (in quegli anni la comunità vide una forte ondata immigratoria di cittadini cutresi legati all'eccezionale sviluppo edilizio) mi ero reso conto di una palazzina in cui era stata autorizzata la costruzione di 4 appartamenti mentre in realtà ne erano stati fatti il doppio. Il sindaco mi disse di lasciar perdere. Nel 2002 avevo scritto un articolo, con tanto di foto, in cui mostravo anche l'impresa più grande della zona (la Bacchi) che estraeva illegalmente sabbia dal Po. Partì anche un'inchiesta. Qualche settimana dopo mi hanno tagliato le gomme dell'auto. Di Notte. Per ben due volte.

Quando sei stato licenziato?

Il 28 novembre del 2002. Ufficialmente perché, secondo il Sindaco, rischiavo di violare il "segreto d'ufficio". Il mio licenziamento comunque è legato alla mancata costruzione di una centrale elettrica che avrebbe portato al comune qualcosa come 50 milioni di euro oltre alle tasse di concessione (si parlava dai 3 ai 9 miliardi di lire). Scrissi un articolo in cui una dottoressa spiegava che proprio nella zona di Brescello c'era una concentrazione anomala di tumori. Il sindaco si arrabbiò moltissimo. Sulla possibilità di costruzione di quella centrale avevano investito in molti: Claudio Bacchi (titolare della Bacchi) aveva già comprato i terreni agricoli con la promessa che li avrebbero convertiti. Poi Bacchi s'è beccato, con la sua impresa, anche un'interdittiva antimafia dalla Prefettura per contatti con persone di Cosa Nostra e con Grande Aracri.

Possiamo dire che i Coffrini non potevano non sapere che le mafie stavano mettendo le mani sulla città?

Possiamo dire che i Coffrini, padre e figlio, avevano in mano tutte le carte per capire e giudicare. Ma bisogna tenere conto che i Grande Aracri sono clienti proprio dello studio legale Coffrini e abbiamo tutti visto come Marcello Coffrini in video non si faccia problemi nel difendere il boss. In paese i cittadini, passato il rischio della centrale per cui si era anche creato un comitato spontaneo, si sono "dimenticati" del pericolo. ¡E la condizione tipica della colonizzazione: i figli sono compagni di gioco dei ragazzi di Brescello. Addirittura alcuni in paese dicevano che Grande Aracri bisognava lasciarlo in pace perché portava lavoro. E anche il comune godeva di una certa impunità.

In che senso?

Ti racconto un altro episodio: quando sono stato licenziato il mio posto da vigile è stato preso da un dipendentemente comunale che precedentemente guidava lo scuolabus. Dopo qualche mese in paese gira la voce che questo sia dotato di pistola. Per scrupolo vado dai carabinieri e chiedo se gli è stato comunicato che io non ho più in uso l'arma. Mi rispondono che non ne sapevano nulla. Allora faccio una segnalazione in Procura: c'era in giro per Brescello una persona armata che usava una pistola intestata al sindaco e che risultava essere in uso a me. Una cosa gravissima. Roba da galera. Qualche giorno dopo mi arriva una raccomandata dal Comune che mi dice che avevano sistemato tutto. E nessuno è mai stato punito. Nessuno.

Però poi c'è stato lo scioglimento del comune e gli arresti dell'operazione Aemilia. Qualcuno ti ha chiesto scusa?

Nessuno. Tieni conto che io ho perso anche il lavoro con le diverse redazioni con cui collaboravo, come la Gazzetta di Reggio e TeleReggio. Ma il problema è soprattutto politico: qui non ci sono gli anticorpi. Inutile dirlo. Io non sono nemmeno mai stato ascoltato dalla commissione antimafia regionale. Niente. Del resto a Brescello, lo dicono le carte dell'indagine Aemilia, i cutresi spostano qualcosa come 400 voti. Decidi le sorti di un sindaco, con 400 voti. Ma anche fuori da Brescello la musica non è cambiata: quando sono finito a fare l'autista mi è stata affidata la direzione del giornale del Dopolavoro dell'Azienda Trasporto Passeggeri Emilia Romagna, "L'Informatore". Anche qui sono stato licenziato dopo un'intervista a Claudio Fava in cui denunciava la forza delle mafie nella nostra regione. Si dice che l'ordine di licenziarmi sia arrivato direttamente dalla presidenza dell'azienda.

Eppure il tuo licenziamento è stato dichiarato illegittimo, no?

Da tre sentenze. Tre. La prima nel 2010, poi la Corte d'Appello nel 2013 e infine la Cassazione nel 2015. Ma il comune ha fatto un reintegro non regolare: il comune mi ha inviato una raccomandata a mezzogiorno dicendomi che avrei dovuto presentarmi al lavoro alle 7 del mattino dopo. Una cosa ovviamente impossibile e che non rispetta i contratti di lavoro che prevedono un preavviso di almeno 30 giorni. Quando sono arrivati i commissari, dopo lo scioglimento per mafia, ho sperato che ci mettessero una pezza ma niente. Tieni conto che lo scioglimento manda a casa i politici ma rimangono ovviamente tutti i funzionari che quei politici hanno nominato. E anche i sindacati non si sono visti. L'unica che mi è stata vicina è una consigliera comunale della Lega Nord, nonostante le posizioni politiche diametralmente opposte rispetto alle mie. Ora sono qui, ridotto a fare l'autista.

Ma una speranza di avere giustizia?

Dovrei intentare una nuova causata ci ho già rimesso 15 anni della mia vita. Basterebbe annullare il mio licenziamento, come è già avvenuto numerose volte da altre parti. Ma non c'è la volontà. Alla Camera c'è un'interrogazione di Giovanni Paglia a cui il ministro non ha mai risposto.

E quindi?

Quindi scrivo. Sto scrivendo un libro. Racconterò tutto. Ancora.


mercoledì 19 aprile 2017

La verità per Attilio Manca - Concita De Gregorio

Da Lorenzo Baldo, di Antimafia Duemila, e da Angelina Manca
Ricevo da Angelina Manca, donna forte e coraggiosa, una richiesta rivolta al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, all’aggiunto Michele Prestipino e al sostituto Maria Cristina Palaia. Angelina è l’anziana madre di Attilio Manca, un giovane medico – urologo – di Barcellona Pozzo di Gotto trovato morto a Viterbo il 12 febbraio 2004. Chiede che l’indagine sulla morte di suo figlio non sia archiviata come suicidio.
Angelina è sicura che Attilio sia stato ucciso per aver riconosciuto, nella sua veste di medico, Bernardo Provenzano. Molte fonti e circostanze, che elenca, lo dimostrano: è una storia di mafia e servizi segreti, dice. L’archiviazione un’offesa a chi crede nello Stato e nella Giustizia, a tutti i cittadini italiani che chiedono la verità sul caso di Giulio Regeni. Attilio Manca è un altro Giulio Regeni: ucciso in Italia tredici anni fa. Ho seguito la sua storia, che riassumo tenendo come traccia l’appello della madre alla Procura.
La causa accertata della morte è overdose di eroina alcol e tranquillanti: due segni di iniezione sul braccio sinistro. Ma era mancino, e non era tossicodipendente. Secondo i suoi legali Attilio avrebbe visitato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, nei giorni del suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003. Sarebbe poi stato eliminato in quanto testimone scomodo. I tabulati telefonici di alcune telefonate di Attilio ai suoi genitori negli ultimi giorni di ottobre del 2003 (periodo in cui Provenzano veniva operato in Francia) e dell’11 febbraio 2004, il giorno prima che Attilio venisse ritrovato morto, sono scomparsi.
In un’intercettazione ambientale del 2007 tra Vincenza Bisognano, sorella del boss Carmelo (poi pentito) si dice che Attilio sarebbe stato ucciso perché aveva visitato e riconosciuto Bernardo Provenzano. Lo scorso 29 marzo il Tribunale di Viterbo ha emesso la sentenza di condanna a 5 anni e 4 mesi nei confronti di Monica Mileti, accusata di avere ceduto la droga al giovane urologo siciliano. Per gli uffici giudiziari di Viterbo il caso è quindi chiuso.
Non è invece chiuso per la Procura distrettuale antimafia di Roma, dove da più di un anno è aperto un fascicolo contro ignoti per “omicidio volontario”. Racchiude tra l’altro le testimonianze di quattro collaboratori di giustizia. Giuseppe Campo ha raccontato di essere stato incaricato da un boss messinese, a dicembre del 2003,  di uccidere Attilio Manca: dopo un paio di mesi gli è stato riferito che era già stato eliminato.
Le parole di Campo si aggiungono a quelle di Giuseppe Setola, Stefano Lo Verso e Carmelo D’Amico, che nel 2015 ha detto di essere stato informato del progetto di uccidere Attilio Manca a cui avrebbero preso parte esponenti di Cosa Nostra e apparati dei Servizi deviati. Inoltre. Non ci sono impronte digitali nelle siringhe trovate nel suo appartamento. Dai registri dell’ospedale di Viterbo risulta che nei giorni di fine ottobre 2003, quando Provenzano veniva operato in Francia, Attilio Manca non era in servizio. Le indagini attestano il contrario. Il capo della Mobile di Viterbo, squadra che ha seguito il caso, è stato condannato a 3 anni per un falso verbale sulla Diaz al G8 di Genova. Per queste e molte altre ragioni Angelina chiede che l’indagine sulla morte di suo figlio non sia archiviata.

lunedì 19 dicembre 2016

Soldi sporchi sulle coste della Sardegna - Gruppo d'Intervento Giuridico

Anche questa è un po’ la scoperta dell’acqua calda.
La mafia, anzi, le mafie in Sardegna esistono e fanno affari.
Lo testimoniano le indagini svolte e in corso da parte della Direzione distrettuale antimafia, nonché provvedimenti giudiziari.
Lo testimoniano, purtroppo, i recenti procedimenti penali riguardanti i soldi ripuliti dai Casalesi sulle coste, ma non mancano gli investimenti di organizzazioni criminali locali.
La Direzione distrettuale antimafia di Cagliari, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza hanno effettuato complessivamente 27 arresti (tra il marzo e il dicembre 2016), sequestri di immobili e di un resort sulle coste ogliastrine (l’Ogliastra Beach) per un valore di circa 15 milioni di euro ritenuti provenienti da attività criminali di un’organizzazione made in Sardinia.
Tutto frutto di un abbaglio?
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

A.N.S.A.19 dicembre 2016
Quattro persone arrestate e 15milioni di euro di beni sequestrati. È il colpo messo a segno dalla Polizia di Cagliari e dalla Guardia di finanza di Nuoro a carico della banda dei portavalori. Il sequestro nei confronti di due capibanda, già arrestati il 20 marzo scorso. Sotto chiave è finito anche un favoloso resort sul mare. I quattro arrestati, invece, sono accusati di aver riciclato il denaro delle rapine.
Fra i destinatari del provvedimenti restrittivi, eseguiti da Squadra mobile e Fiamme gialle, ci sono amici e parenti dell’ex vicesindaco di Villagrande Strisaili, Giovanni Olianas, già finito in manette a marzo. Le misure cautelari sono state emesse dal Gip Cristina Ornano, su richiesta del sostituto procuratore presso la Direzione Distrettuale antimafia di Cagliari, Danilo Tronci, che ha coordinato le indagini.
GLI ARRESTATI – C’è anche la moglie dell’ex vicesindaco di Villagrande Strisaili, nel nuorese, Giovanni Olianas, fra le persone arrestate questa mattina nell’ambito dell’indagine sugli assalti ai portavalori condotta dalla Polizia e dalla Guardia di finanza.
Ai domiciliari con l’accusa di riciclaggio sono finiti Silvana Conti, di 41 anni, moglie dell’ex vicesindaco arrestato nel marzo scorso; Roberto Serra, di 52, di Quartu, imprenditore intestatario del complesso alberghiero Ogliastra Beach a Cardedu; Tania Serra, di 32, di Loiri Porto San Paolo, compagna di Luca Arzu (già arrestato per gli assalti ai portavalori nel marzo scorso) e Nicolò Pasquale Bellu, di 48, di Aggius, commercialista di Luca Arzu, l’uomo che si sarebbe occupato di investire anche all’estero il denaro delle rapine e che avrebbe addirittura assunto come ragioniere lo stesso Arzu per dimostrare che non era nullatenente.
ECCO COME VENIVA RICICLATO IL DENARO – Un resort da favola acquistato da un nullatenente di 24 anni nel 1988 in Ogliastra, sei appartamenti sulla costa gallurese, auto, moto, ma anche conti correnti bancari, polizze assicurative. E’ il patrimonio da circa 15 milioni di euro sequestrato oggi dalle Squadre mobili di Cagliari e Nuoro e dal Nucleo di Polizia tributaria della Gdf di Nuoro.
I beni sono riconducibili all’ex vicesindaco di Villagrade Strisaili, nel nuorese, Giovanni Olianas, e a Luca Arzu, considerati i capi della banda che assaltò portavalori a Irgoli nel 2016 e il caveau della Vigilanza Sardegna di Nuoro nel 2015: banda sgominata il 19 marzo scorso con 23 arresti. Da quel momento la Polizia e la Guardia di finanza non hanno mai smesso di lavorare, nel tentativo di individuare i complici che li aiutavano a riciclare il denaro.
L’ex vicesindaco, secondo quanto accertato dagli investigatori, non ha mai ostentato un tenore di vita alto. Aveva uno stipendio fisso da impiegato forestale e un gettone di presenza per la sua attività politica. Ma del denaro percepito regolarmente non avrebbe utilizzato nemmeno un euro, senza mai prelevare denaro dai conti correnti, nonostante fosse sposato e padre di tre figli. Usava, invece, i soldi in contanti delle rapine. Roberto Serra (imprenditore arrestato questa mattina) gli aveva detto più volte, comunque, di prelevare soldi almeno una volta al mese per non destare sospetti. Proprio Serra, secondo quanto accertato dalle indagini, avrebbe gestito per conto di Olianas il resort Ogliastra Beach.
La società Calalunas, invece, che apparteneva alla moglie di Olianas, Silvana Conti, gestiva il resort. Poco dopo l’arresto del marito la donna ha rigirato la Calalunas ad una terza persona, per non destare sospetti.

Luca Arzu sarebbe stato, invece, meno attento di Olianas: a fronte di redditi inesistenti, infatti, spendeva ingenti somme di denaro per settimane bianche, vacanze a Venezia e viveva nel lusso. Il suo commercialista, Pasquale Nicolò Bellu, aveva investito per lui denaro in una società Lettone. Inoltre lo avrebbe assunto come ragioniere per non farlo risultante nullatenente. Tania Serra, compagna di Arzu, infine, si sarebbe occupata di far arrivare i soldi al commercialista ed effettuare i bonifici all’estero.