Visualizzazione post con etichetta Angelo Mastrandrea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Angelo Mastrandrea. Mostra tutti i post

sabato 29 aprile 2023

La Coca-Cola si beve tutta l’acqua - Angelo Mastrandrea

Nel veronese la siccità ha provocato una grave crisi che ha costretto la metà dei comuni a razionare le risorse idriche. Invece lo stabilimento della multinazionale non ha rallentato la sua produzione.


 

La mattina di sabato 9 luglio alcune centinaia di attivisti della rete ecologista Rise up 4 climate justice, arrivati alla stazione di Nogara da tutto il Veneto, si sono incamminati verso la zona industriale del paese. Erano diretti allo stabilimento della Coca-Cola per protestare contro le sue politiche “estrattiviste”, basate cioè sull’accaparramento di risorse ai danni della comunità locale. Nel veronese la siccità ha provocato una grave crisi idrica che ha costretto metà dei comuni a limitare l’utilizzo d’acqua. La Coca-Cola invece, per la quale l’acqua è la materia prima principale, non ha rallentato la produzione. Un decreto regionale del 31 luglio del 2020 le consente anzi di aumentare del 37 per cento la “portata media” dell’acqua prelevata dalla falda sotterranea e, poiché la domanda della bibita è in continuo aumento, le linee produttive funzionano a pieno regime. Il tutto a un prezzo irrisorio: un centesimo ogni mille litri d’acqua presi dai pozzi che si trovano all’interno dello stabilimento.

Nei bar lungo il tragitto verso la fabbrica, le bottigliette di Coca-Cola da 400 millilitri “prodotte a Nogara”, che la gente del posto distingue dalle “sottomarche” provenienti da altre regioni, sono in vendita a 3,40 euro. L’azienda ha ridotto le dimensioni delle bottiglie da mezzo litro, ma non il prezzo, un trucchetto che serve a mascherare gli effetti dell’inflazione e a scaricarla sui clienti. Arrivati davanti ai cancelli della fabbrica, gli attivisti climatici hanno bloccato la strada, mostrando cartelli che denunciavano la “speculazione” e urlando slogan contro la multinazionale statunitense. “Si parla di razionamento idrico nelle case e poi ci sono aziende che hanno accesso diretto all’acqua e la usano per prodotti di cui non abbiamo bisogno”, ha detto ai microfoni di Rainews24 una giovane ecologista, Fabrizia Toninello. Un gruppo di militanti dei centri sociali del nordest, riconoscibili dalle tute bianche, ha provato a superare il cancello d’ingresso, ma è stato respinto dalla polizia in tenuta antisommossa. Ci sono stati spintoni, urla ed è volata pure qualche manganellata. “Vogliamo attirare l’attenzione sul fatto che i razionamenti dell’acqua valgono per i privati cittadini e non per la Coca-Cola”, spiega Sergio Zulian, arrivato da Treviso per partecipare alla manifestazione.

Estrattivismo

Il comune di Nogara è l’unico in tutta la provincia di Verona che non ha un acquedotto. Ha una rete di tubature costruita all’inizio degli anni ottanta, ma non è mai entrata in funzione. Quando la società pubblica che gestisce le risorse idriche, Acque Veronesi, ha provato a recuperarla si è resa conto che molti tubi erano rivestiti di amianto ed è riuscita ad allacciare alla rete idrica solo alcune abitazioni del centro cittadino. Due terzi delle 3.500 abitazioni private e perfino l’ospedale prendono l’acqua da pozzi di loro proprietà. Poiché quasi nessuno ha i contatori, l’azienda idrica stima il consumo in 64 metri cubi all’anno, in maniera forfettaria.

La Coca-Cola preleva da sola la sua acqua. Ha ottenuto dalla regione Veneto una “concessione alla derivazione di acque sotterranee tramite pozzo” per “uso industriale, potabile, igienico e sanitario, e assimilati”. In questo modo la multinazionale, pur sfruttando l’acqua a fini commerciali come le aziende che imbottigliano acque minerali, la paga molto meno. In più, è esonerata dai costi di depurazione e di smaltimento, che il resto della popolazione invece paga in bolletta. “È un esempio di come le istituzioni locali siano asservite alla multinazionale”, afferma l’ex sindaco Paolo Andreoli, di Sinistra italiana. “Lo stabilimento di Nogara è uno dei più limpidi esempi di estrattivismo nel nostro paese”, hanno scritto in un comunicato stampa gli organizzatori della protesta. La Coca-Cola, da queste parti, è intoccabile. Quando i lavoratori della logistica organizzati dal sindacato di base Adl Cobas, nel 2017, hanno scioperato per quaranta giorni di fila protestando contro le condizioni di lavoro, le guardie private inviate dai datori di lavoro hanno usato le pistole taser contro i manifestanti e per la prima volta la fabbrica ha sospeso la produzione. L’ambasciata statunitense a Roma ha chiesto all’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni di intervenire per fermare le proteste.

Non è chiaro neppure quanti pozzi gestisca. “Ce ne sono almeno cinque”, dice Roberto Malesani di Adl Cobas. “Sono sette, tutti all’interno della fabbrica”, aggiunge con sicurezza Andreoli. Nelle autorizzazioni ne sono menzionati tre, ognuno dei quali è collegato a una vasca di accumulo da 1.400 metri cubi, dalla quale “si dipartono le tre diverse linee di distribuzione dedicate alle rispettive utilizzazioni”. Tutti pompano acqua al ritmo di 173,80 metri cubi all’ora, 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, per un totale di un miliardo e mezzo di litri all’anno in media, il triplo dei consumi dell’intera popolazione di Nogara. La bolletta finale è di circa 14mila euro all’anno. “Una sproporzione inaudita rispetto ai consumi, molto meno di quanto pagano i privati cittadini”, afferma Andreoli. Per dimostrarlo, tira fuori una bolletta da 39,74 euro per un consumo di 23 metri cubi di acqua. Sono 1,72 euro ogni mille litri, quasi il doppio di quanto paga la Coca-Cola. “Un’abitazione privata consuma tra i 60 e i 70 metri cubi all’anno, mentre lo stabilimento arriva anche a un milione e 700mila metri cubi, l’equivalente di un comune di 25mila abitanti”, calcola.

Rallentare un po’

All’indomani della manifestazione, Sinistra italiana ha lanciato un allarme. “C’è il rischio che non ci sia più acqua e ciò danneggerebbe l’intera popolazione di Nogara, tra cui gli stessi lavoratori di Coca-Cola”, ha scritto in un comunicato stampa nel quale chiede la sospensione della produzione. “Non dico che dovrebbero fermarsi del tutto, magari basterebbe rallentare un po’”, dice Andreoli, per il quale “i manager dovrebbero capire che, se l’acqua finisce, lo stabilimento chiude davvero”.

Una casa consuma 70 metri cubi d’acqua all’anno, lo stabilimento arriva a un milione e 700mila metri cubi

Venti chilometri più a sud il Po è in secca, le falde acquifere sotterranee sono prosciugate dalla siccità, il loro livello si è abbassato e il presidente di Acque Veronesi, Roberto Mantovanelli, già alla metà di giugno è stato costretto a scrivere a tutti i sindaci della provincia, chiedendo di adottare delle misure per limitare i consumi. Il primo a intervenire è stato proprio il sindaco di Nogara, che il 21 giugno ha vietato “l’utilizzo di acqua potabile per fini diversi da quelli domestici e igienico-sanitari”. Il primo luglio, appena eletto, il sindaco di centrosinistra a Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi, ha prorogato un’ordinanza simile del suo predecessore Federico Sboarina, di Fratelli d’Italia, e ha raccomandato ai cittadini “un uso consapevole dell’acqua anche nelle attività quotidiane in casa, riducendone gli sprechi”. Il suo collega del vicino comune di Villafranca, Roberto Luca Dall’Oca, anche lui di centrodestra, ha proibito di riempire piscine, annaffiare l’orto e lavare l’auto per tutta l’estate. Secondo i dati forniti da Acque Veronesi, 40 dei 77 comuni serviti dalla società idrica hanno adottato ordinanze simili, consentendo l’utilizzo dell’acqua solo per “usi igienico-sanitari” e prevedendo multe fino a 500 euro per chi non rispetta le prescrizioni.

La Coca-Cola non ha subìto invece alcuna limitazione. Nello stabilimento di Nogara le dieci linee produttive e quella ad alta velocità, costata 15 milioni di euro e inaugurata nel 2020, non hanno mai smesso di funzionare a pieno regime. Nei magazzini “i bancali sono pieni fino al soffitto”, dice un lavoratore della logistica. “Siamo in una fase di sovrapproduzione”. Dopo una contrazione nelle vendite durante la pandemia, la multinazionale ha ripreso a guadagnare più di prima. In tutto il mondo, nel 2021 sono stati venduti 13,7 miliardi di litri di Coca-Cola nelle sue diverse versioni – originale, Zero e light – il 13 per cento in più del 2020, e l’utile netto ha raggiunto i 547 milioni, il 32 per cento in più dell’anno precedente. In Italia è la bevanda più bevuta. Fattura 870 milioni di euro, occupa 22mila persone tra posti di lavoro diretti e l’indotto, e contribuisce per lo 0,05 per cento al prodotto interno lordo. Cifre da capogiro che fanno risaltare ancora di più il centesimo pagato allo stato per ogni mille litri di acqua consumata.

Lavoro e indotto

Tra gli 8.300 abitanti di Nogara, in pochi osano mettere in discussione il trattamento di favore nei confronti della multinazionale. “Dobbiamo tenere conto che questa è un’azienda che offre lavoro e indotto”, dice il sindaco Flavio Pasini, della Lega. Il colosso di Atlanta è arrivato qui nel 1975 e negli ultimi dieci anni ha investito cento milioni di euro nei 146mila metri quadrati dello stabilimento veneto, il più grande del sud dell’Europa. Ci lavorano 427 persone assunte dalla Coca-Cola, soprattutto impiegati, mentre la maggior parte degli operai dipende dalle aziende e cooperative in appalto. I lavoratori sono in totale 2.244, ai quali se ne aggiungono altri 5.200 dell’indotto. Se dovesse chiudere, si stima che in Veneto la disoccupazione aumenterebbe dell’1,7 per cento.

Secondo uno studio della School of management dell’università Bocconi di Milano, la multinazionale ogni anno distribuisce in Veneto stipendi per 22,5 milioni di euro, appalti alle imprese fornitrici o collegate per 77,8 milioni e paga 400 milioni di tasse, in buona sostanza i contributi versati per i lavoratori dipendenti, visto che quando si acquista una bottiglietta “prodotta a Nogara” i proventi prendono la strada dei paradisi fiscali in cui il gruppo ha le sue sedi: da quella principale nel Delaware, alle Isole Cayman, all’Irlanda, al Lussemburgo, ai Paesi Bassi e a Singapore.

La Coca-Cola Italia Hbc finanzia le giornate ecologiche e la cura dei parchi nel paese del veronese. Ha sponsorizzato il premio letterario Campiello a Venezia, ha finanziato un progetto della Fondazione Arena di Verona per ricostruire 67 colonne della cinta muraria esterna crollate nel 1117 e ha sostenuto iniziative come “Learn your job” dei Giovani imprenditori di Confindustria, con corsi negli ultimi tre anni nelle scuole superiori per dare consigli agli studenti nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. “Grazie allo stabilimento di Nogara e al lavoro quotidiano degli oltre 400 colleghi responsabili di garantire qualità alla Coca-Cola made in Veneto, abbiamo costruito un solido legame con la regione”, ha detto alle agenzie di stampa il direttore della comunicazione di Coca-Cola Italia Hbc Giangiacomo Pierini.

La multinazionale si mostra molto attenta pure agli aspetti ambientali. Ha investito sei milioni di euro per sostituire gli imballaggi di plastica con altrettanti di carta e produce bottiglie con tappi di plastica che non si staccano, per evitare che finiscano dispersi e non siano riciclati. Gli attivisti climatici sostengono che si tratta solo di greenwashing per mascherare lo sfruttamento a costo zero dei beni comuni e il trattamento di favore da parte delle istituzioni locali. La mattina del 9 luglio, mentre provavano a forzare lo sbarramento di polizia davanti ai cancelli dello stabilimento di Nogara, sulle loro teste un pannello elettronico segnava la quantità di CO2 risparmiata dalla fabbrica dall’inizio dell’anno: 1.196 tonnellate “grazie ai pannelli fotovoltaici” installati nella fabbrica e altre 9.222 tonnellate “grazie all’impianto di cogenerazione”.

La fabbrica produce il 100 per cento dell’anidride carbonica che utilizza nei 735 milioni di litri di bevande gassate imbottigliate ogni anno nell’impianto, dalla Coca-Cola alla Fanta, alla Sprite. Per questo non è stata toccata dalla riduzione delle forniture causata dagli aumenti del prezzo del metano dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che ha reso l’anidride carbonica “introvabile”, come hanno denunciato alcuni produttori di bibite. L’Acqua Sant’Anna di Vinadio, in provincia di Cuneo, è stata costretta a fermare le proprie linee produttive. Invece la Coca-Cola, oltre che sull’acqua, risparmia anche sulle bollicine.

da qui


sabato 25 novembre 2017

Un giro dentro Fico, la Disneyland del cibo a Bologna - Angelo Mastrandrea


L’olandese Randstad è una delle principali agenzie al mondo di lavoro interinale. È finita nel mirino delle proteste studentesche del 13 ottobre 2017 per un progetto intitolato “Un giorno da Fico”. I ragazzi contestavano una delle novità più importanti della legge del governo Renzi sulla Buona scuola: il principio dell’alternanza scuola-lavoro, che prevede l’obbligo per gli studenti dell’ultimo triennio delle superiori di fare un’esperienza formativa – tra le 200 e le 400 ore a seconda che si tratti di un istituto tecnico o di un liceo – in un’azienda, un’istituzione, un’associazione sportiva o di volontariato, perfino in un ordine professionale.
Nell’elenco c’è pure Fico Eataly World, la Fabbrica italiana contadina di Oscar Farinetti – una società partecipata da Eataly World, Coop Alleanza 3.0 e Coop Reno – che aprirà il 15 novembre. La Randstad è finita sul banco degli imputati perché accusata di reclutarle manodopera gratuita.
Per capirne di più chiedo ai diretti interessati. Negli uffici dell’ex Mercato ortofrutticolo alla periferia di Bologna, negano accuse e sospetti. Spiegano che il progetto è della Randstad, si svolgerà nelle scuole e alla fine da loro arriverà solo un pugno di ragazzi, “non più di sette o otto”, e comunque “non verranno a fare i lavapiatti”.
L’amministratrice delegata Tiziana Primori dice che c’è un protocollo “sulla tutela dell’occupazione, la qualità del lavoro e la valorizzazione delle relazioni sindacali” firmato con i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil e il comune di Bologna, per “favorire la piena regolarità delle condizioni di lavoro, l’agibilità sindacale, il diritto d’assemblea e la trasparenza della filiera delle aziende presenti nel parco”. Fico, spiega, darà lavoro stabile a settecento persone, mentre altre tremila lavoreranno nell’indotto.
Ne parlo con Marta Fana, ricercatrice all’università Sciences Po di Parigi, autrice di Non è lavoro, è sfruttamento. “Bisognerà vedere quante saranno le assunzioni stabili e quanti i contratti di somministrazione, dunque precari”, dice. Fana contesta a Farinetti la “gestione politica” della nascita di Fico: “Perché la regione ha speso 400mila euro per la formazione di persone per le quali non c’è la certezza di assunzione?”. A suo parere, le istituzioni locali, guidate dal Partito democratico, non avrebbero dovuto mettersi al servizio di quello che definisce solo “l’ennesimo centro commerciale”.
Dalla Randstad rendono noti i contenuti dell’accordo con la nuova impresa di Farinetti: i dipendenti della multinazionale olandese gireranno le scuole di tutta Italia per “illustrare ai ragazzi i nuovi trend del mercato del lavoro, guidarli in un tour virtuale di Fico Eataly World e lanciare un project work” sul tema dell’innovazione nella filiera agroalimentare. Il progetto coinvolgerà 20mila studenti, appunto, e prevede 300mila ore di alternanza scuola-lavoro, ma a Fico i ragazzi ci passeranno appena una giornata, per assistere a un convegno sul tema della “Food innovation”, al termine del quale saranno premiate le scuole vincitrici.
Istituzioni, università, entusiasti
Gli studenti non sono andati molto per il sottile, accomunando Fico ad Autogrill e a McDonald’s. Ma alla Fabbrica contadina bolognese respingono anche questi paralleli. Nello staff di Fico molti hanno lavorato a Slow food o hanno studiato all’università di Scienze gastronomiche fondata da Carlo Petrini a Pollenzo, in Piemonte, molti hanno lavorato a Eataly.
L’amministratrice delegata Tiziana Primori arriva invece da Coop adriatica ed è l’anello di congiunzione tra Eataly e il mondo cooperativo. Mi riceve nel suo ufficio, dove campeggia una frase di Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori”. Su un grande tavolo di legno apre una mappa del progetto e spiega: “Questo non è un luogo dove si viene esclusivamente per comprare o per mangiare, ma per conoscere”.
I visitatori, dice, potranno seguire l’intera filiera del prodotto. Prima di sedersi a tavola per mangiare un piatto di pasta, per esempio, saranno condotti da un “ambasciatore del gusto” a vedere un campo di grano, la macinazione in uno dei due mulini a pietra e la nascita di una tagliatella di Campofilone in uno dei tre pastifici. A supervisionare il tutto saranno le facoltà di veterinaria e agraria dell’università di Bologna.
A Bologna tutti i poteri cittadini, istituzionali e privati, sono in qualche misura coinvolti. Il comune ci ha messo la struttura, che varrebbe 55 milioni di euro. Per la ristrutturazione sono stati raccolti 75 milioni di euro di fondi privati: 15 milioni sono arrivati dal sistema cooperativo, dieci da imprenditori locali e altri 50 da casse previdenziali professionali.
Al progetto partecipano centocinquanta imprenditori grandi e piccoli (da piccoli artigiani a grandi consorzi come quello del Parmigiano reggiano), i ministeri dell’ambiente e dell’agricoltura, l’associazione dei borghi più belli d’Italia e l’Ente nazionale italiano per il turismo (Enit), Slow food, le università di Bologna e quella di Napoli, la Suor Orsola Benincasa .
Nelle ambizioni dei fondatori, la “Disneyland del cibo”, com’è stata soprannominata, dovrebbe attirare quattro milioni di visitatori il primo anno e arrivare a sei milioni nel giro di tre. Il sindaco Virginio Merola è così entusiasta che è andato a Manhattan per presentarla alla stampa americana sulla terrazza del Flatiron building, il grattacielo all’incrocio tra Broadway e la Fifth avenue che oggi ospita Eataly New York. Per portare i turisti che immagina diretti a frotte verso la periferia bolognese, ha annunciato un servizio di bus elettrici.
Dentro il parco
Mi portano a visitare la struttura: centomila metri quadrati, di cui 80mila coperti, percorribile a piedi o su piste ciclabili con l’immancabile carrello della spesa. Ci sono due ettari di campi e stalle con più di duecento animali, dal maiale calabrese alla pecora di Altamura, e duemila cultivar. Solo un piccolo agrumeto è coperto, per ragioni climatiche.
All’interno, 40 fabbriche contadine producono carni, pesce, pasta, formaggi e dolci. C’è anche una torrefazione del caffè. A ricordare che siamo a Bologna ci pensano una fabbrica di Grana Padano e un intero padiglione dedicato alla mortadella. Al centro ci sono un auditorium, un teatro e un cinema che sarà gestito dalla Cineteca di Bologna.
Qui, fino all’altro ieri, sorgeva il Centro agroalimentare di Bologna (Caab), nato negli anni novanta ma progettato nei settanta. Il presidente era Andrea Segré, ex professore di politica agraria all’università di Bologna e ideatore del Last minute market, un mercato nato per recuperare e riciclare i prodotti invenduti. A quattro mesi dalla nomina, capito che il Caab languiva e non avrebbe avuto futuro, Segré aveva contattato Farinetti “per sviluppare l’idea del parco agroalimentare che da anni mi frullava nella testa”.
Era il novembre del 2012 e, ora che tutto si è realizzato, sarà lui a presiedere la fondazione Fico, che dovrà promuovere programmi di “cultura della sostenibilità economica, sociale, ambientale ed alimentare”.
Il comitato scientifico, presieduto dall’europarlamentare Paolo De Castro, ex ministro delle politiche agricole nei governi D’Alema e Prodi, ha già messo in cantiere le prime iniziative: una giornata sulla dieta mediterranea e la creazione di un frutteto della biodiversità.
L’architetto ferrarese Thomas Bartoli ha rimesso a nuovo la struttura, salvando pure un pezzo del vecchio mercato, che non chiuderà del tutto. Bartoli è un fedelissimo del fondatore di Eataly. Mi spiega di aver mantenuto la vecchia architettura industriale, ma con l’obiettivo di creare una “sensazione contadina”, creando un continuum tra l’interno e i campi, e che il suo progetto è a “cemento zero”, anzi ha recuperato due ettari “per aumentare la superficie verde”. Ma, si schernisce, “l’idea di Fico è talmente forte che la realizzazione architettonica è passata in secondo piano”.
Una Disneyland del cibo
Tutto bene, dunque? Fico sarà un esempio dell’Italia che riparte da cibo e turismo, cioè due dei suoi punti di forza? O, come sostengono i critici, è solo un modo furbo per capitalizzare la tendenza a mangiar bene, pulito e sano, come sostiene un fortunato slogan coniato dal fondatore di Slow food, Carlo Petrini?
In un libro intitolato La danza delle mozzarelle, lo scrittore Wolf Bukowski prende di mira il modello di narrazione del cibo che parte da Slow food, e prima ancora dal Gambero rosso, per finire a Coop, a Eataly e alla sua ultima evoluzione: la Fabbrica contadina di Bologna, appunto. “Fico non è solo un parco giochi per rudi cooperatori e costruttori edili, ma è proprio una Disneyland, un mondo dove fantasia e realtà del capitale si rispecchiano reciprocamente”, scrive Bukowski, che attacca frontalmente l’ideologia di Renzi e Farinetti, improntata al marketing e all’ottimismo, in politica come al supermercato, in cui il conflitto è visto come qualcosa di anormale.
Bukowski vede in Fico la saldatura tra il pensiero di Farinetti e il capitalismo emiliano di derivazione postcomunista: una sorta di socialdemocrazia economica in una regione dove il pubblico governa e le cooperative rosse prosperano. Definisce Bologna “la città coop”, portando come esempio il fatto che nel giro di poche centinaia di metri, in pieno centro cittadino, sono nati negli ultimi anni il Mercato di mezzo, che è stato voluto dall’amministratrice delegata di Fico, Primori, e può essere considerato un prototipo del Parco, e una libreria Coop con annesso punto vendita Eataly. Tutto attorno, una teoria di super e ipermercati Coop.
I due alleati
Oscar Farinetti ci scherza, ma si intuisce che non gli va di essere contestato sia da destra sia da sinistra, di essere dipinto come un compagno e allo stesso tempo come una specie di Berlusconi nei cui negozi il quarto stato marcia con i sacchetti della spesa, come mostrava qualche tempo fa una parodia del celebre dipinto di Pellizza da Volpedo esposta all’interno di Eataly Roma. Al contrario, ci tiene a mostrare di conoscere i suoi dipendenti uno per uno. All’ingresso dell’ex Air terminal vicino alla stazione Ostiense, a Roma, si compiace dei clienti che lo avvicinano e della sua popolarità. Stringe mani e parla della qualità dei prodotti e di come diffonderli ancora di più.
Da quando quelli con il marchio Slow food sono finiti sugli scaffali di Eataly, la loro diffusione è decuplicata. La richiesta di collaborazione è arrivata pure per Fico, e dall’associazione di Petrini hanno risposto sì, pur mantenendo uno sguardo critico.
Ne parlo con Carlo Petrini, l’uomo incoronato da Time tra gli “eroi del nostro tempo”, in quanto guru di una filosofia e di un movimento nel frattempo divenuti globali. A suo avviso il problema, a questo punto, è di “governare il limite”. Spiega che qualsiasi produzione, se supera una certa soglia, diventa “invasiva”, pur se buona, pulita e giusta. Il fondatore di Slow food ritiene invece che si debba evitare il “rivendicazionismo sui prezzi”, altra critica frequente. A suo parere va bene che un alimento di qualità costi di più se tutti sono pagati meglio, dal contadino al trasportatore.
Farinetti concorda su quest’ultimo punto. Spiega che “il 15 per cento di quello che vendiamo lo produciamo noi, il resto arriva da piccoli, medi e grandi produttori”, selezionati da un gruppo di giovani provenienti dall’università di Pollenzo e spediti in giro per l’Italia. Accorciando la filiera, dice, “riusciamo a pagare la carne il 31 per cento in più e a venderla a un prezzo decente”.
Sulla questione della produzione ritiene invece che ci siano margini ulteriori di crescita. “In Italia ci sono 14 milioni di ettari di terreni coltivati, negli anni ottanta erano 19, anche se oggi si produce di più”, dice. Vuol dire che l’agricoltura di qualità (convenzionale a residuo zero, biologica, biodinamica, simbiotica) può svilupparsi ancora molto e puntare al mercato italiano (tuttora gastronomicamente poco educato a dispetto delle apparenze) e soprattutto a quello estero.
È su quest’ultimo punto che il patròn di Eataly ha trovato l’intesa con Coop Alleanza 3.0. Sebastiano Sardo, che ha selezionato i produttori del neonato Parco agroalimentare, dice che l’obiettivo è “creare una piattaforma dei prodotti italiani da esportare” per contrastare i cosiddetti italian sounding, il mercato dei prodotti venduti come italiani ma che non lo sono. Secondo i dati dell’Assocamerestero, l’associazione che raggruppa le 78 camere di commercio italiane all’estero, l’italian sounding ha un giro d’affari di 54 miliardi di euro, mentre l’ industria alimentare italiana si aggira sui 132.
L’accusa di monopolio
A opporsi a questo clima di consenso generale ed entusiasmo diffuso sono stati gli anarchici e gli antagonisti che il 12 dicembre 2016, mentre nell’aula magna dell’università di Bologna si presentava il progetto, hanno lanciato letame e caramelle a forma di vermi contro una coop e una pizzeria biologica di Alce Nero. Quel che contestavano era la grande illusione denunciata da Wolf Bukowski: pensare che si possa trasformare la società educandola a fare la spesa e a cucinare in maniera corretta.
I contestatori ritengono che nei padiglioni dell’ex mercato ortofrutticolo il renzismo di Farinetti si saldi con gli affari delle coop, creando un monopolio di fatto nella distribuzione e nel consumo di cibo.
Gli anelli istituzionali di congiunzione sarebbero il sindaco di Bologna Virginio Merola, già nel mirino per gli sgomberi di spazi occupati e centri sociali, e il ministro del lavoro Giuliano Poletti, ex presidente di Legacoop e ideatore insieme al governo di Matteo Renzi del Jobs act. Questo contribuisce a spiegare le proteste studentesche e lo scetticismo di un pezzo di sinistra radicale.
Al fondatore di Eataly si imputa di essere diventato il “braccio imprenditoriale di Slow food” e non gli si perdona l’infatuazione per Matteo Renzi, culminata nella partecipazione alle manifestazioni organizzate dal segretario del Pd all’ex stazione ferroviaria fiorentina della Leopolda.
La prima volta è stata nel 2012, quando ha detto che “la politica è come la maionese impazzita e Renzi vuole rifarla da zero”. Nel 2013 l’allora sindaco di Firenze ha tagliato il nastro di Eataly Firenze e nel 2014 l’ha accolto come “l’amico Oscar”. Lui ha ricambiato dimostrando sintonia con lo spirito della Leopolda. “Questo è un posto dove ci si lamenta poco, mentre ciascuno esprime con sintesi le proprie idee di soluzione”, ha dichiarato a La Stampa.
Un anno fa, alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre che è costato le dimissioni a Renzi, fiutando il clima sfavorevole ha affermato: “Dobbiamo tornare a essere simpatici”. Un anno dopo, appare più disincantato ma non ha cambiato opinione. “Renzi è stato tradito dal suo carattere, però è onesto”, dice. Nel frattempo, a inaugurare Fico è stato invitato il più mite Paolo Gentiloni.