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venerdì 5 giugno 2026

Il surreale dibattito negli Usa sul candidato dem: “È vegano o no?”. Trump lo attacca e James Talarico corre ai ripari: “Faccio barbecue da sempre” - Alberto Marzocchi

 

Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce

È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito democratico è uno dei politici più promettenti in circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi) tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il Texas al Grand Old Party.

“È vegano, non può vincere in Texas”: la premonizione di Trump

Talarico ha 36 anni e la faccia pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto, questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine. Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano uguale essere riprovevole, in pratica.

Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia contro Barack Obama sia contro Joe Biden, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto, è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso d’ufficio. Un bel soggetto.

Gli insulti e il barbecue da otto generazioni

Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“, “Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone), “Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.

Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15 di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare insieme.

L’industria zootecnica e la cultura Usa: perché Talarico si difende così

Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono – e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa – disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile – o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro. Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora, Talarico è corso ai ripari. Perché?

Il consumo di carne negli Stati Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate: negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations). L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi, produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione, più complessa.

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giovedì 21 maggio 2026

La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II

 

Le cose migliori brillano intensamente, ma mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.

Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni, contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da discriminarle.

Spiegando l’opinione della maggioranza, il giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui vengono disegnati i distretti elettorali.

Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.

Questa e altre manovre per modificare le procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero in considerazione il fattore razziale.

Come le decisioni precedenti legate al Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.

A prescindere da ciò che succederà alle elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.

Uguaglianza formale

L’ultima sentenza arriva dopo quella del 2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo, che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto pratico dimezzava il peso del voto dei neri.

In quell’occasione avevano presentato alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.

Nell’ultimo decennio la corte suprema ha concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al colore della pelle.

Progresso politico


Fino alla sentenza del 29 aprile, i tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982 il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.

Oggi le aree che eleggono molti parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio, sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la costituzione.

Il parere del giudice Alito ignora questo contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo, al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per introdurre diverse classi di cittadinanza.

Una prima spallata al Vra era arrivata nel 2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee disciplinati dalla legge non era più così grave.

Allo stesso modo, Alito ha svuotato il meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.

Questa logica trasforma il Voting rights act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro controllo sproporzionato sul processo elettorale.

Molti statunitensi di tutti gli schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato al processo politico esiste da poco.

Queste trasformazioni strutturali ci hanno regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.

Mia nonna, che ha da poco compiuto ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer – la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era una madre quando è stato approvato il Voting rights act.

La mia generazione è stata la prima a crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta componenti.

Ora questi numeri caleranno. A cominciare dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di tre settimane dalle primarie.

In Tennessee, Georgia, South Carolina e Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.

In base all’opinione della maggioranza conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire rapidamente.

Detto questo, la rappresentanza al congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla “dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.

I difensori del diritto di voto dei neri lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto, non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per poco.  as

Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.

https://www.internazionale.it/magazine/vann-r-newkirk-ii/2026/05/07/la-caduta-di-un-pilastro-della-democrazia


sabato 25 aprile 2026

Pix e la sovranità dei pagamenti: così il Brasile sfida i circuiti globali - Riccardo Renzi

L'infrastruttura pubblica per i pagamenti varata dal Brasile lancia la sfida ai circuiti internazionali. La reazione degli Usa.

Pix non è soltanto un sistema di pagamento istantaneo. È un’infrastruttura pubblica che trasforma il modo in cui uno Stato esercita sovranità finanziaria nella vita quotidiana. Lanciato dal Banco Central do Brasil nel 2020, ha rapidamente superato la dimensione tecnica per diventare un caso geopolitico: quando il pagamento diventa istantaneo, universale e quasi privo di costo, non cambia solo il mercato, ma la distribuzione del potere tra Stato, banche e circuiti globali. Il punto non è la tecnologia, ma il controllo del rail dei pagamenti, cioè lo strato infrastrutturale su cui si muovono transazioni, dati e relazioni economiche.

Pix nasce come progetto di modernizzazione del sistema dei pagamenti brasiliano, ma in pochi anni diventa un canale dominante dell’economia quotidiana. Secondo dati del Banco Central, oltre l’80% della popolazione lo utilizza stabilmente, con volumi che lo collocano tra i principali strumenti di pagamento del Paese. Il dato decisivo non è solo quantitativo, ma strutturale: Pix ha reso il pagamento istantaneo il default operativo dell’economia brasiliana. Questo significa che ogni transazione, anche minima, passa attraverso un’infrastruttura pubblica che riduce il ruolo degli intermediari privati e ridisegna le logiche di commissione.

 

Il conflitto con Washington e la logica della Section 301

La reazione degli Stati Uniti si inserisce nella procedura commerciale della Section 301, avviata nel 2025. Formalmente non riguarda solo Pix, ma un insieme di pratiche digitali brasiliane considerate potenzialmente distorsive per la concorrenza. Tuttavia, il nodo politico emerge chiaramente: un sistema pubblico che riduce il peso di circuiti come Visa e Mastercard non è neutro dal punto di vista geopolitico. Non si tratta di un conflitto tecnologico, ma di una disputa tra modelli di infrastruttura: da un lato reti private globali, dall’altro un rail statale interoperabile. Il Brasile interpreta Pix come bene pubblico; gli Stati Uniti lo leggono anche come possibile alterazione degli equilibri competitivi.

Economia politica del pagamento: commissioni, dati e standard

La forza di Pix si articola su tre livelli. Il primo è economico: riduce drasticamente le commissioni transazionali, comprimendo margini storici degli intermediari. Il secondo è informativo: sposta dati e relazioni economiche verso un’infrastruttura domestica. Il terzo è politico: crea un precedente in cui lo Stato non regola soltanto il mercato dei pagamenti, ma ne diventa operatore diretto. Questo rompe una simmetria consolidata: nei sistemi tradizionali, la governance dei pagamenti è distribuita tra attori privati globali; nel modello Pix, la governance è centralizzata in un’autorità pubblica monetaria.

Inclusione finanziaria e ridefinizione del credito

Un elemento spesso sottovalutato è l’effetto di inclusione finanziaria. Pix ha ampliato l’accesso ai pagamenti digitali per segmenti prima marginali o esclusi dal credito tradizionale. Questo sposta il baricentro del sistema: il pagamento non è più legato necessariamente alla carta di credito, ma a un’identità finanziaria pubblica e interoperabile. Di conseguenza, anche la struttura del credito retail viene indirettamente influenzata. Se il pagamento diventa immediato e gratuito, la funzione della carta si sposta dal pagamento al finanziamento, ridisegnando l’intero ecosistema bancario.

La dimensione esterna: dal Brasile al corridoio latinoamericano

Il caso non è più solo domestico. I primi test di utilizzo transfrontaliero, come quelli osservati in Argentina, mostrano che Pix può operare come infrastruttura regionale in fase embrionale. Non si tratta ancora di uno standard globale, ma di un possibile modello di interoperabilità Sud-Sud. Se questa traiettoria si consolidasse, il Brasile non esporterebbe solo un sistema tecnico, ma una architettura istituzionale dei pagamenti, con implicazioni dirette sugli standard finanziari regionali.

Le leve americane e il limite del controllo globale

Gli Stati Uniti conservano strumenti significativi: pressione regolatoria, influenza sugli standard internazionali, peso dei circuiti privati e capacità di indirizzare la compliance finanziaria globale. Ma il caso Pix mostra un limite strutturale: la diffusione di infrastrutture pubbliche nazionali efficienti può ridurre la dipendenza da standard privati senza eliminarli del tutto. Ne emerge un sistema ibrido, in cui la competizione non è più solo tra aziende, ma tra modelli di sovranità finanziaria.

La vera posta in gioco non è la crescita di Pix in Brasile, che appare ormai consolidata, ma la sua eventuale esportabilità. Se il modello si diffondesse, anche solo in parte, in altre economie emergenti, si aprirebbe una nuova fase: quella della competizione tra infrastrutture pubbliche e reti private globali. In questo scenario, il pagamento istantaneo diventa un terreno di confronto geopolitico al pari di energia, semiconduttori o cloud computing. Non si tratta più di chi processa una transazione, ma di chi definisce le regole del sistema.

La sovranità invisibile dei pagamenti

Pix dimostra che la sovranità nel XXI secolo non si esercita solo su confini fisici o monete, ma sulle infrastrutture invisibili della vita economica quotidiana. Il Brasile ha costruito un sistema che riduce costi, amplia accesso e rafforza il ruolo dello Stato come architetto del mercato. La reazione americana segnala che questa innovazione non è neutrale: ogni volta che uno Stato costruisce un’alternativa ai rail globali, mette in discussione equilibri consolidati. La vera domanda non è se Pix sostituirà le carte di credito, ma se i pagamenti diventeranno il prossimo campo di competizione tra sovranità nazionali e infrastrutture private globali.

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martedì 27 gennaio 2026

Bisogna partire dalle proprie forze - Guido Viale

Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato, l’ICE, addetta alla cattura dei migranti.

Secondo il manifestotra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.

Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.

La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.

Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.

Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. È una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.

L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì.

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domenica 25 gennaio 2026

Guerra della soia, asset strategico tra potenze. La Cina la importa dal Brasile e Trump teme l’ira degli agricoltori Usa - Luisiana Gaita

 

 

Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto questo legume sia diventato un asset strategico a livello globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile, in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi). Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.

La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione tra Washington e Pechino si è alzata, non è stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile. Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni, anche rispetto agli obiettivi di crescita.

Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, IndianaIowa, questi ultimi due feudi repubblicani.

Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024 la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori, che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate), perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il 70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica. Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato finora il trend.

L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e, a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9 miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3 miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal 2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica, evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo, soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte, che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana, più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia (destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate in Cina.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/

martedì 28 ottobre 2025

Il business dei cadaveri venduti per l’addestramento dei soldati israeliani - Clara Statello

 

Per sette anni un’università della California ha fornito alla marina statunitense le salme destinate per preparare i medici dell’IDF alla medicina di guerra. Un’inchiesta americana pone degli inquietanti dubbi: le famiglie dei defunti non lo sapevano

La US Navy ha utilizzato oltre trenta cadaveri di cittadini statunitensi per l’addestramento delle Forze di Difesa Israeliane. E’ quanto emerge da una sconvolgente inchiesta condotta da USC Annenberg Media, un portale gestito dagli studenti dell’Università della California del Sud.

documenti pubblicati on line in data 1 ottobre, rivelano un macabro business dal valore di oltre 860 milioni di dollari  tra l’ateneo californiano e la marina americana, per la fornitura di cadaveri destinati alla sperimentazione scientifica.

In base all’indagine, la marina avrebbe acquistato 89 corpi, pagando per ciascuno circa 10 milioni di dollari. Di questi, 32 sono stati utilizzati per addestrare i medici militari dell’IDF nella chirurgia traumatologica, presso il Los Angeles General Medical Center.

Non è chiaro se la vendita sia avvenuta previa informazione ed autorizzazione delle famiglie dei defunti. L’inchiesta rileva che spesso si tratta di corpi non reclamati dalle famiglie per motivi economici.

La notizia shock è passata in sordina in Italia, nonostante le mobilitazioni di massa e le preoccupazioni per le possibili complicità dei governi occidentali nel genocidio dei palestinesi. Le comunità islamiche della California hanno condannato le vendita dei cadaveri per l’addestramento di un esercito accusato di crimini contro l’umanità.

Il programma

Il primo contratto tra l’USC e il Naval Medical Logistic Command dell’US Navy risale al 2017. Nel corso di 7 anni, la marina ha pagato all’Università più di 860.000 dollari per almeno 89 "corpi di cadaveri freschi", oltre un terzo dei quali è stato destinato per l’addestramento degli israeliani.

Nella notifica di intenzione si legge:

“In base a un accordo firmato tra il Chirurgo Generale della Marina degli Stati Uniti e il Chirurgo Generale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), al Navy Expeditionary Medicine Training Institute (NEMTI) è stato assegnato il compito di fornire corsi di addestramento in dissezione su tessuti freschi per il personale IDF iscritto al Navy Trauma Training Center (NTTC)”.  

Secondo quanto riferito, nei corsi di addestramento si utilizzano "corpi di cadaveri freschi" e "cadaveri perfusi" – corpi iniettati con sangue artificiale per simulare pazienti viventi – per preparare le équipe chirurgiche israeliane agli scenari di battaglia. 

Per ogni corso di addestramento dell’IDF vengono utilizzati tre cadaveri. Uno dei contratti è ancora in corso. La US Navy ha già pagato alla USC oltre mezzo milione di dollari, ma il contratto più recente prevede l'acquisto di cadaveri per un valore aggiuntivo di 225.000 dollari a discrezione della Marina, il che porterebbe il totale guadagnato dalla USC negli ultimi sette anni a quasi 1,1 milioni di dollari.

Il problema non riguarda tanto la sperimentazione scientifica, quanto l’etica: la vendita di cadaveri a un esercito che sta portando avanti un genocidio. E non solo.

Dubbi sul consenso

I giornalisti sollevano legittimamente il dubbio sul consenso delle famiglie riguardo la commercializzazione dei corpi e la loro destinazione. In base a quanto riportato, i cadaveri sarebbero forniti dall'Ufficio per gli Affari dei Deceduti della Contea di Los Angeles, che gestisce la cremazione e la sepoltura delle salme non reclamate nella contea. Annenberg Media afferma di non essere riuscita a verificare la provenienza dei corpi. Spesso le ragioni per cui i parenti non reclamano una salma sono economiche, tra cui il costo della sepoltura.

Ciò è possibile a causa della carente regolamentazione sull’utilizzo dei corpi anatomici. Solitamente le facoltà utilizzano una politica di “consenso generalizzato”. In California, l'uso di corpi non reclamati per scopi scientifici o educativi è legale ai sensi dei Codici di salute e sicurezza. Tuttavia la pratica è considerata immorale ai sensi del codice etico dell’AMA (American Medical Association). Anche perché in gioco ci sono profitti.

La condanna della comunità islamica

Il Council on American-Islamic Relations di Los Angeles ha duramente condannato “l’inquietante vendita” di resti umani da parte della USC alla marina americana, utilizzati per l’addestramento dell’IDF.

"È inquietante che la USC tragga profitto dall'uso di resti umani per addestrare membri dell'esercito israeliano, un esercito attivamente coinvolto in un genocidio. Nessuna università americana dovrebbe essere complice di un genocidio collaborando con un esercito straniero che ha bombardato ospedali, preso di mira personale medico e massacrato decine di migliaia di civili. 

"Utilizzare corpi non reclamati – persone che non hanno potuto dare il loro consenso – per questo scopo non è solo immorale, ma anche disumano. Anche nella morte, ogni persona merita dignità e rispetto, non di essere trattata come uno strumento di guerra usa e getta. La nostra comunità merita risposte, responsabilità e la garanzia che i resti dei propri cari non vengano venduti per sostenere la macchina dell'occupazione e della guerra. La USC e la Marina degli Stati Uniti devono essere ritenute responsabili di questa grave violazione della dignità umana". 

da qui

 

martedì 9 settembre 2025

LO SCIPPO DELLE HAWAII - Larry Romanoff

 

Il 14 gennaio 1893, il Ministro degli Stati Uniti assegnato al Regno sovrano e indipendente delle Hawaii aveva cospirato con un piccolo gruppo di residenti non hawaiani del Regno delle Hawaii, tra cui alcuni cittadini degli Stati Uniti, e con il sostegno non autorizzato della Marina statunitense, per rovesciare il governo indigeno e legittimo delle Hawaii. Poco dopo, imprigionata e informata del rischio di spargimento di sangue, la regina Liliuokalani era stata costretta a cedere il controllo del suo Regno al Governo degli Stati Uniti. In un messaggio al Congresso del 18 dicembre 1893, il Presidente Grover Cleveland l’aveva descritto come un “atto di guerra, commesso con la partecipazione di un rappresentante diplomatico degli Stati Uniti e senza l’autorità del Congresso”, ammettendo che era stato rovesciato il governo di un popolo pacifico e amichevole. Il Presidente Cleveland aveva inoltre concluso che “è stato fatto un torto sostanziale e con il dovuto rispetto per il nostro carattere nazionale e per i diritti del popolo leso dovremmo fare di tutto per cercare di ripararlo” e aveva chiesto la restaurazione della monarchia hawaiana.

La creazione fraudolenta di uno “Stato” americano

Il “processo di statalizzazione” delle Hawaii era stato una doppia frode. Non solo non aveva fornito il corretto insieme di scelte da votare, ma aveva dato la possibilità di votare per lo più solo agli americani, e a nessuno agli hawaiani veri e propri. L’ONU ha chiarito che autogoverno significa dare alla popolazione del territorio la possibilità di scegliere come relazionarsi con l’ONU: integrazione, libera associazione o indipendenza. Questo processo di autogoverno avrebbe dovuto spezzare le catene della colonizzazione. Ma, invece di acconsentire alle scelte richieste dalle Nazioni Unite, gli Stati Uniti avevano limitato la scelta all'”integrazione”. Nel 1959, infatti avevano posto al popolo solo la domanda: “Le Hawaii devono essere immediatamente ammesse nell’Unione come Stato?”. Gli elettori qualificati in questo processo erano i cittadini statunitensi che risiedevano nelle Hawaii da almeno un anno. Dopo l’invasione e l’annessione americana e durante i 60 anni successivi, migliaia di persone erano emigrate alle Hawaii, molte con l’esercito americano. Tutti gli hawaiani che avevano o avevano preso la cittadinanza statunitense erano autorizzati a votare. Ma coloro che osavano dichiararsi cittadini hawaiani, rifiutando di accettare la cittadinanza americana imposta, non potevano votare. Era stato così che le Hawaii erano diventate il 50° Stato degli USA.

Le Hawaii non sono legalmente uno Stato degli USA

Questa è la bandiera delle Hawaii, un Paese indipendente che esiste ancora.

È facile trovare il coraggio necessario per sostenere una posizione morale se questa va a vantaggio di se stessi. Il vero coraggio morale, tuttavia, si dimostra quando si sceglie di sostenere ciò che è moralmente ed eticamente giusto anche quando tale posizione va a discapito di se stessi. Il popolo degli Stati Uniti si trova in questo momento in una posizione del genere, costretto a scegliere tra una posizione morale ed etica che comporta un potenziale inconveniente o sostenere lo status quo e dover ammettere con se stesso di non essere il campione di giustizia che immagina di essere. Alla fine di questo articolo, saprete da soli quale dei due siete. Ma la realtà è che in un mondo in cui le nazioni sono vincolate dallo stato di diritto tanto quanto i cittadini delle nazioni (se non di più), la verità è ben diversa. La verità è che ogni singolo passo lungo il percorso delle Hawaii da nazione sovrana e indipendente a territorio annesso, a Stato, è avvenuto in violazione delle leggi e dei trattati allora in vigore, senza tener conto della volontà del popolo hawaiano. Molte persone, tra cui il presidente Grover Cleveland, si erano opposte all’annessione delle Hawaii. Ma alla fine, la semplice avidità e gli interessi militari avevano avuto il sopravvento su ogni preoccupazione di diritto morale e legalità. Il governo legittimo delle Hawaii era stato rovesciato con la minaccia della forza militare americana. Le Hawaii erano state sottratte al loro popolo a beneficio dei ricchi proprietari di piantagioni e degli interessi militari americani, e le giustificazioni per il crimine erano state inventate a posteriori.

Il governo delle Hawaii era stato rovesciato il 17 gennaio 1893 da un gruppo relativamente ristretto di uomini, la maggior parte dei quali americani di nascita o di origine. Avevano preso il controllo delle isole con l’appoggio delle truppe americane inviate a terra da una nave da guerra alla fonda nel porto di Honolulu. A questa “forza superiore degli Stati Uniti d’America”, la regina Liliuokalani aveva ceduto il suo trono, in segno di protesta, per evitare uno spargimento di sangue. Confidava che il governo degli Stati Uniti avrebbe riparato al torto subito da lei e dal popolo hawaiano. Chi era questo gruppo di uomini americani e perché avevano rovesciato il governo? I parenti di Bob Dole e lo zucchero. Lo zucchero era di gran lunga il principale sostentamento delle isole e i profitti e la prosperità dipendevano da trattati favorevoli con gli Stati Uniti, il principale mercato dello zucchero hawaiano, e questo aveva creato potenti legami economici. I proprietari delle piantagioni erano, per la maggior parte, i discendenti delle famiglie missionarie originarie che avevano portato la religione nelle isole al seguito delle navi baleniere. Con l’arrivo della proprietà privata nelle isole, le famiglie missionarie avevano finito con il possedere grandi estensioni di terreno! Le Hawaii hanno poche ricchezze minerarie, quindi la terra era utile solo per l’agricoltura. In un’epoca in cui i velieri non refrigerati erano l’unico mezzo per spedire i prodotti nel continente americano, lo zucchero e, in misura minore, le noci di cocco erano gli unici prodotti che potevano sopravvivere ad un lungo viaggio in mare.

Ma, nel 1826, gli Stati Uniti avevano riconosciuto le Hawaii come nazione sovrana a sé stante e avevano imposto le consuete tariffe di importazione sullo zucchero proveniente dalle isole. Questo riduceva i profitti dei proprietari delle piantagioni di zucchero. Infatti, essendo essi stessi cittadini americani, erano irritati dal fatto che il governo degli Stati Uniti ricavasse più profitti dal loro zucchero di quanti ne ricavassero i proprietari stessi. Per eludere la tariffa, i proprietari delle piantagioni ritenevano necessario che le Hawaii cessassero di essere una nazione separata e sovrana. Nel 1887, durante il regno del fratello di Liliuokalani, il re Kalakaua, un gruppo di piantatori e uomini d’affari, cercando di controllare il regno sia politicamente che economicamente, aveva dato vita ad un’organizzazione segreta, la Lega Hawaiana. I membri (solo poche centinaia, rispetto ai 40.000 nativi hawaiani del regno) erano prevalentemente americani, guidati da Lorrin A. Thurston, avvocato e nipote di un missionario. Il loro obiettivo, per il momento, era quello di “riformare” la monarchia. Ma ciò che era “riforma” per gli americani era tradimento per la popolazione delle Hawaii, che amava e rispettava i propri monarchi. È importante ricordare che, a differenza dei sovrani ereditari europei, gli ultimi due re delle Hawaii erano stati effettivamente eletti a tale carica con un voto democratico. Kalakaua e sua sorella Lili’uokalani erano istruiti, intelligenti, a loro agio in socità e altrettanto a loro agio con le tradizioni hawaiane e la cerimonia di corte. Soprattutto, erano profondamente preoccupati per il benessere del popolo hawaiano e per il mantenimento dell’indipendenza del regno. Non vedevano alcun motivo per rinunciare alla loro indipendenza solo per arricchire ulteriormente i già ricchi americani.

Sanford Dole consegna la sovranità delle Hawaii agli Stati Uniti, anche se non era legalmente sua.

I membri più radicali della Lega Hawaiana erano favorevoli all’abdicazione del re e uno ne aveva addirittura proposto l’assassinio. Ma avevano infine deciso che il re sarebbe rimasto sul trono, ma con il suo potere fortemente limitato da una nuova costituzione di loro creazione. L’uccisione sarebbe stata l’ultima risorsa se si fosse rifiutato di accettare. Molti membri della Lega Hawaiana appartenevano ad una milizia volontaria, gli Honolulu Rifles, che ufficialmente era al servizio del governo hawaiano, ma che, in segreto, era il braccio militare della Lega Hawaiana. Kalakaua era stato costretto ad accettare un nuovo gabinetto composto da membri della Lega, che, a Iolani Palace, gli avevano presentato la loro costituzione per la firma. Il re, riluttante, aveva discusso e protestato, ma alla fine aveva firmato il documento, che sarebbe diventato noto come Costituzione della Baionetta,nel senso “firmata in punta di”. Come aveva osservato un membro del Gabinetto, “poco era stato lasciato all’immaginazione del sovrano esitante e riluttante, riguardo a ciò che avrebbe potuto aspettarsi nel caso in cui si fosse rifiutato di ottemperare alle richieste che gli erano state fatte”. La Costituzione della Baionetta aveva notevolmente ridotto il potere del re, rendendolo una mera figura di riferimento. Il potere esecutivo effettivo era affidato al Gabinetto, i cui membri non potevano più essere licenziati dal re, ma solo dalla legislatura. Anche la modifica della Costituzione era prerogativa esclusiva della legislatura. L’altro scopo della Costituzione della Baionetta era quello di eliminare il dominio della maggioranza dei nativi hawaiani alle urne e nella legislatura. I giusti riformatori erano determinati a salvare gli hawaiani dall’autogoverno.

Il privilegio del voto non era più limitato ai cittadini del regno, ma era veniva esteso ai residenti stranieri, purché americani o europei. Gli asiatici erano esclusi, anche quelli naturalizzati. La Camera dei Nobili, precedentemente nominata dal re, sarebbe stata ora eletta e gli elettori e i candidati avrebbero dovuto soddisfare un requisito di proprietà o di reddito elevato, che escludeva la maggior parte dei nativi hawaiani. Sebbene potessero ancora votare per la Camera dei Rappresentanti, per farlo dovevano giurare di sostenere la Costituzione della Baionetta. Gli hawaiani si erano strenuamente opposti alla diminuzione della loro voce nel governo del Paese e si erano risentiti della riduzione dei poteri del monarca e del modo in cui gli era stata imposta la Costituzione della Baionetta. Hawaiani, cinesi e giapponesi avevano quindi chiesto al re di revocare la Costituzione. Il sedicente Gabinetto della Riforma aveva però risposto che solo un atto legislativo poteva farlo, anche se la loro nuova costituzione non era mai stata messa ai voti. Nel 1889 un giovane hawaiano di nome Robert W. Wilcox aveva inscenato una rivolta per rovesciare la Costituzione della Baionetta. All’alba aveva guidato circa 80 uomini, hawaiani ed europei, con armi acquistate dai cinesi, in una marcia verso il Palazzo `Iolani, con una nuova costituzione da far firmare a Kalakaua. Il re era fuori dal palazzo e il Gabinetto aveva chiamato le truppe che avevano soffocato con la forza l’insurrezione. Processato per cospirazione, Wilcox era stato poi dichiarato non colpevole da una giuria di nativi hawaiani, che lo consideravano un eroe popolare.

Il 20 gennaio 1891, il re Kalakaua era morto per una malattia ai reni all’età di 54 anni, lasciando come regina delle Hawaii la sorella Liliuokalani’, che, senza figli, aveva dichiarato suo successore al trono la giovane principessa Ka`iulani. Appena sette mesi dopo, era morto anche il marito di Liliuokalani, John Dominis, figlio di un capitano di mare americano. L’anno successivo, Lorrin Thurston e un gruppo di uomini che la pensavano allo stesso modo, per lo più di origine americana, avevano formato un Annexation Club, che aveva come scopo il rovesciamento della regina e l’annessione agli Stati Uniti. Thurston si era recato a Washington per promuovere l’annessione e aveva ricevuto un messaggio incoraggiante dal presidente Benjamin Harrison: “Qui troverete un’amministrazione estremamente comprensiva”. Il 14 gennaio 1893 la regina aveva tentato di proclamare una nuova costituzione che avrebbe ridato il potere al trono e ripristinato i diritti dei nativi hawaiani. Avvertito in precedenza dell’intenzione della regina da due membri del suo gabinetto, il Club dell’annessione era subito entrato in azione, con un Comitato di Sicurezza di 13 membri scelto per pianificare il rovesciamento della regina e l’istituzione di un governo provvisorio. Mentre tramavano la rivoluzione, sostenevano che la regina, proponendo di alterare la costituzione, avrebbe commesso “un atto rivoluzionario”.

La nave da guerra americana USS Boston era alla fonda nel porto di Honolulu. Pensando già ad uno un sbarco di truppe, Lorrin Thurston e altri due si erano rivolti al ministro americano alle Hawaii, John L. Stevens, dichiaratamente annessionista. Stevens aveva assicurato che non avrebbe protetto la regina e che avrebbe fatto sbarcare truppe dalla Boston se necessario “per proteggere le vite e le proprietà americane”. Aggiungendo che se i rivoluzionari fossero stati in possesso di edifici governativi e avessero effettivamente controllato la città, avrebbe riconosciuto il loro governo provvisorio. È importante notare che Stevens non aveva alcun titolo legale per riconoscere un nuovo governo a nome degli Stati Uniti. Il giorno successivo, il 15 gennaio, Thurston aveva comunicato al Gabinetto della Regina che il Comitato di Sicurezza l’avrebbe sfidata, consegnando una lettera al Ministro Stevens con la richiesta di far sbarcare le truppe dalla Boston, affermando che “la sicurezza pubblica è minacciata e la vita e la proprietà sono in pericolo”. Questo era un punto critico. La “sicurezza pubblica” era minacciata solo dal Comitato di Sicurezza stesso. Stevens non aveva alcuna base legale per inviare truppe americane a terra in forze. Si trattava, secondo qualsiasi definizione del termine, di un’invasione di truppe americane volta a rovesciare un governo straniero. Il Comitato di Sicurezza aveva offerto la presidenza del governo provvisorio a Sanford B. Dole, un altro dei “missionari”, come li chiamava Thurston. Piuttosto che abolire la monarchia, Dole aveva preferito sostituire la regina con una reggenza che tenesse il trono in custodia fino alla maggiore età della principessa Ka’iulani. Aveva accettato la presidenza e presentato le sue dimissioni da giudice della Corte Suprema delle Hawaii. La mattina del 17 gennaio, Dole aveva consegnato a Stevens una lettera di Thurston, chiedendo il suo riconoscimento del governo provvisorio, che avevano intenzione di proclamare alle 3 del pomeriggio. Il ministro americano aveva detto a Dole: “Penso che lei abbia una grande opportunità”.

Il 17 gennaio 1893, al tramonto, la regina Liliuokalani aveva rinunciato al trono in segno di protesta, con queste parole: “Io, Liliuokalani, per grazia di Dio e in base alla costituzione del Regno hawaiano, regina, con la presente protesto solennemente contro ogni e qualsiasi atto compiuto contro di me e contro il governo costituzionale del Regno hawaiano da parte di alcune persone che affermano di aver istituito un governo provvisorio di e per questo Regno. Che mi arrendo alla forza superiore degli Stati Uniti d’America, le cui truppe il Ministro Plenipotenziario, Sua Eccellenza John L. Stevens, ha fatto sbarcare a Honolulu dichiarando che avrebbe sostenuto il suddetto Governo Provvisorio. Ora, per evitare qualsiasi scontro tra forze armate e forse la perdita di vite umane, sotto questa protesta e spinta da tali forze, cedo la mia autorità fino a quando il Governo degli Stati Uniti, su presentazione dei fatti, annullerà l’azione del suo rappresentante e mi reintegrerà nell’autorità che rivendico come sovrano costituzionale delle Isole Hawaii”.

Si noti che la regina aveva ceduto la sovranità delle Hawaii non ai rivoluzionari, ma alla “forza superiore degli Stati Uniti d’America”. Questo pone gli Stati Uniti nella posizione legale di aver invaso e rovesciato il governo di una nazione straniera senza alcuna provocazione. Il governo provvisorio aveva assunto il controllo del palazzo e dichiarato la legge marziale. In seguito, su richiesta [del governo provvisorio], il ministro Stevens aveva proclamato le Hawaii un protettorato temporaneo e issato la bandiera americana sugli edifici governativi. Aveva scritto al Dipartimento di Stato per sollecitare l’annessione, dicendo: “La pera hawaiana è ora pienamente matura e questo è il momento d’oro per gli Stati Uniti di coglierla”. Il governo provvisorio aveva noleggiato un piroscafo e Thurston e altri quattro si erano recati a Washington con un trattato di annessione in mano. Agli inviati della regina era stato negato il permesso di imbarcarsi sulla stessa nave e, quando erano arrivati a Washington, il presidente Harrison aveva già inviato il trattato di annessione al Senato. Ma Harrison era agli ultimi giorni di potere e il suo successore, Grover Cleveland, aveva ritirato il trattato, allarmato dalle ramificazioni legali dell’accaduto.

Il presidente Cleveland aveva inviato a Honolulu il commissario speciale James H. Blount, ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera. Il compito di Blount era quello di indagare sulle circostanze della rivoluzione, sul ruolo svolto dal Ministro Stevens e dalle truppe americane e di valutare i sentimenti della popolazione delle Hawaii nei confronti del governo provvisorio. Blount aveva immediatamente ordinato alle truppe di tornare alla loro nave e di ammainare la bandiera americana e sostituirla con quella hawaiana. Il rapporto finale di Blount accusava il ministro Stevens di aver cospirato illegalmente nel rovesciamento della monarchia, cosa che non sarebbe potuta succedere senza lo sbarco delle truppe statunitensi. Blount aveva raccomandato il reinsediamento della regina, affermando: “L’indubbio sentimento del popolo è a favore della regina, contro il governo provvisorio e contro l’annessione”. Aveva osservato: “Non c’è un annessionista nelle Isole, per quanto ho potuto osservare, che sarebbe disposto a sottoporre la questione dell’annessione ad un voto popolare”.

Sulla base delle conclusioni di Blount, il presidente Cleveland aveva deciso che, in nome della giustizia, avrebbe fatto tutto il possibile per reintegrare la regina. Il ministro Stevens era stat richiamato dalle Hawaii in disgrazia e sostituito con Albert Willis, che aveva espresso alla regina il rammarico del presidente per l’intervento non autorizzato degli Stati Uniti che le aveva fatto cedere la sovranità. Willis si era quindi recato da Sanford Dole e dal governo provvisorio, riconoscendo il torto commesso dagli Stati Uniti nella rivoluzione e chiedendo loro di dimettersi dal potere e di ripristinare la regina. La risposta, ovviamente, era stata negativa. Il governo ripudiava il diritto del presidente americano di interferire nei loro affari interni e affermava che se le forze americane avevano assistito illegalmente la rivoluzione, il governo provvisorio non era responsabile. Il 18 dicembre 1893, il presidente Cleveland aveva tenuto un eloquente discorso al Congresso sulla situazione delle Hawaii. Aveva avuto parole dure per lo sbarco delle truppe americane, avvenuto su richiesta dei rivoluzionari:

“Questa dimostrazione militare sul suolo di Honolulu è stata di per sé un atto di guerra, a meno che non sia stata fatta con il consenso del governo delle Hawaii o per proteggere in buona fede le vite e le proprietà dei cittadini degli Stati Uniti. Ma non c’è alcuna pretesa di tale consenso da parte del governo della regina… il governo esistente, invece di richiedere la presenza di una forza armata, ha protestato contro di essa. Altrettanto poco fondata è la pretesa che siano state sbarcate forze per la sicurezza della vita e della proprietà americana. Se così fosse, avrebbero dovuto stazionare nelle vicinanze di tali proprietà e in modo da proteggerle, invece che a distanza e in modo da comandare il palazzo del governo hawaiano e il palazzo. … Quando questi uomini armati erano sbarcati, la città di Honolulu era nella sua consueta condizione di ordine e pace. … “

“Se non fosse stato per le famose predilezioni del ministro degli Stati Uniti per l’annessione, il Comitato di Sicurezza, che avrebbe dovuto chiamarsi Comitato di Annessione, non sarebbe mai esistito. “Se non fosse stato per lo sbarco delle forze statunitensi con falsi pretesti riguardanti il pericolo per la vita e la proprietà, il Comitato non si sarebbe mai esposto ai piani e alle pene del tradimento intraprendendo la sovversione del governo della Regina. “Se non fosse stato per la presenza delle forze statunitensi nelle immediate vicinanze e in grado di fornire tutta la protezione e il sostegno necessari, il comitato non avrebbe proclamato il governo provvisorio dai gradini del Palazzo del Governo. “E, infine, se non fosse stato per l’occupazione illegale di Honolulu con falsi pretesti da parte delle forze statunitensi, e se non fosse stato per il riconoscimento del governo provvisorio da parte del ministro Stevens quando le forze statunitensi erano il suo unico sostegno e costituivano la sua unica forza militare, la regina e il suo governo non avrebbero mai ceduto al governo provvisorio, nemmeno per un certo periodo e al solo scopo di sottoporre il suo caso alla giustizia illuminata degli Stati Uniti. … “

“… se uno Stato debole ma amico rischia di essere derubato della sua indipendenza e della sua sovranità a causa di un uso improprio del nome e del potere degli Stati Uniti, questi ultimi non possono esimersi dal rivendicare il loro onore e il loro senso di giustizia con uno sforzo sincero per fare tutto il possibile per riparare”.

Il Presidente Cleveland aveva concluso rimettendo la questione nelle mani del Congresso. Le audizioni del Senato erano state tenute dal presidente della Commissione per le Relazioni Estere, John Tyler Morgan, un annessionista, il cui rapporto finale era riuscito ad assolvere tutti, tranne la regina. Molti al Senato non erano d’accordo e la Camera aveva condannato Stevens e approvato una risoluzione contro l’annessione. Con l’annessione in stallo, i leader del governo provvisorio avevano quindi deciso di formare una repubblica, in attesa di un clima politico più opportuno. Nel frattempo, vaste porzioni di terra hawaiana (tra cui Pearl Harbor) erano state sottratte ai legittimi proprietari dal nuovo governo senza alcun indennizzo e scambiate con gli Stati Uniti in cambio di una riduzione della tariffa sullo zucchero. La Marina degli Stati Uniti aveva iniziato a studiare come utilizzare la “Corazzata inaffondabile Hawaii” nella sua posizione di comando nel Pacifico.

Il nuovo governo provvisorio aveva quindi redatto una costituzione, trasformandola in legge con una proclamazione – lo stesso sistema con cui aveva costretto Liliuokalani a lasciare il trono. La nuova costituzione richiedeva agli elettori di giurare fedeltà alla repubblica, e migliaia di nativi hawaiani si erano rifiutati, per fedeltà alla regina e al Paese. Gli stranieri che si erano schierati con la rivoluzione avevano potuto votare. I requisiti di proprietà e le altre qualifiche erano così rigidi che relativamente pochi hawaiani e nessun asiatico era stato ammesso al voto. Il 4 luglio 1894, (ancora una volta assecondando gli Stati Uniti nella speranza di un’eventuale annessione) Sanford Dole aveva annunciato l’inaugurazione della Repubblica delle Hawaii, dichiarandosi presidente. Non volendo arrendersi, molti hawaiani e altri realisti avevano iniziato ad accumulare armi per una controrivoluzione volta a ripristinare la monarchia. Nella rivolta del gennaio 1895, guidata ancora una volta da Robert Wilcox, i realisti erano stati costretti a ritirarsi nelle valli dietro Honolulu dalle truppe governative e, dopo 10 giorni di combattimenti, la maggior parte di loro, compreso Wilcox, era stata catturata.

Il vero premio per la repubblica era stata la regina Lili`uokalani. Una perquisizione aveva rivelato un nascondiglio di armi nel giardino della sua casa di Washington Place (oggi palazzo del governatore). Era stata arrestata il 16 gennaio 1895, esattamente due anni dopo lo sbarco delle truppe americane a sostegno della rivoluzione. Imprigionata in una stanza d’angolo al secondo piano di `Iolani Palace, veniva sorvegliata giorno e notte, con il permesso di avere un solo assistente e di ricevere visite. Le finestre della sua stanza erano state verniciate per evitare che lei vedesse fuori e che i suoi sostenitori vedessero dentro. La vernice è visibile su quelle finestre ancora oggi. Lili’uokalani passava le lunghe ore scrivendo musica (Lili’uokalani ha scritto molte delle melodie tradizionali più popolari delle Hawaii) e cucendo trapunte. A Lili’uokalani era stato consegnato da firmare un documento di abdicazione, facendole credere che, se avesse rifiutato, molti dei suoi seguaci sarebbero stati fucilati per tradimento. Aveva scritto: “Per quanto mi riguarda, avrei scelto la morte piuttosto che firmarlo; ma mi è stato comunicato che firmando questo documento tutte le persone che erano state arrestate, tutto il mio popolo ora in difficoltà a causa del loro amore e della loro lealtà verso di me, sarebbero state immediatamente rilasciate… uno spargimento di sangue pronto a scorrere se non fosse stato fermato dalla mia penna”. Vale la pena notare che la Costituzione hawaiana non prevedeva un processo legale per l’abdicazione del monarca e, senza l’approvazione del legislatore, il documento non aveva validità legale.

Nonostante la firma di Lili`uokalani sul documento di abdicazione, Wilcox e altri quattro erano stati condannati a morte. Molti altri realisti avevano ricevuto lunghe pene detentive e pesanti multe. Lili’uokalani aveva scritto: “Le loro sentenze sono state emesse come se la mia firma non fosse stata ottenuta. Il fatto che non siano stati giustiziati è dovuto esclusivamente ad un fatto ammesso ufficialmente: ‘Dagli Stati Uniti era giunta la notizia che l’esecuzione dei ribelli prigionieri avrebbe ostacolato l’annessione”. In altre parole, gli americani che avevano rubato il governo stavano ancora mentendo alla regina per ottenere ciò che volevano, trattenuti dall’uccidere Wilcox e gli altri solo dall’intercessione degli Stati Uniti, che stavano ancora cercando di capire quale fosse il proprio ruolo nel fiasco. La regina era stata accusata di occultazione di tradimento e le era stata inflitta la pena massima di cinque anni di reclusione ai lavori forzati e una multa di 5.000 dollari. Per paura che vedere la regina ai lavori forzati potesse scatenare un’altra rivolta armata tra la popolazione, Lili’uokalani era rimasta rinchiusai nel palazzo per otto mesi e poi agli arresti domiciliari fino al 1896.

Una volta ottenuta la libertà, Lili’uokalani si era recata a Washington, armata di documenti firmati da molti hawaiani che chiedevano al Presidente Cleveland di reintegrare la loro regina. Ma ormai era troppo tardi perché potessero essere d’aiuto. Il suo mandato era terminato e non poteva più fare nulla. Grover Cleveland aveva scritto: “Mi vergogno dell’intera vicenda”. Il suo successore, il presidente William McKinley, aveva inviato il trattato di annessione al Senato. Gli hawaiani avevano presentato al Congresso una petizione con 29.000 firme contro l’annessione e petizioni alla Repubblica delle Hawaii, chiedendo che l’annessione fosse sottoposta a votazione pubblica. Non era mai permesso loro di votare sulla questione. In totale, erano stati inviati al Congresso tre distinti trattati di annessione. Tutti e tre erano stati respinti. Alla fine, le Hawaii erano state annesse con una risoluzione congiunta del Congresso. Ma il Congresso non aveva l’autorità legale per farlo. Una risoluzione congiunta del Congresso non ha alcun valore legale in un Paese straniero, che continuava ad essere la condizione delle Hawaii, anche sotto il governo provvisorio.

La sovranità delle Hawaii era stata formalmente trasferita agli Stati Uniti nel corso di una cerimonia a `Iolani Palace il 12 agosto 1898. Sanford Dole aveva parlato in qualità di nuovo governatore del Territorio delle Hawaii. Era stato suonato l’inno hawaiano “Hawaii Pono `I”, con parole scritte dal re Kalakaua, quando era stata ammainata la bandiera hawaiana, subito sostituita dalla bandiera americana e da “The Star-Spangled Banner”. Il popolo hawaiano aveva perso la sua terra, la sua monarchia e ora la sua indipendenza. I proprietari delle piantagioni americane erano ora liberi dalle tariffe di importazione; poco importava che, nel frattempo, il popolo hawaiano avesse perso la propria indipendenza. Anche questo trasferimento di potere era illegale secondo il diritto internazionale. Dopo l’attacco dell’Ammiraglio Dewey a Manila [nella guerra ispano americana, N.D.T.], erano entrate in vigore le regole internazionali di guerra, con la Spagna e gli Stati Uniti come belligeranti e le Hawaii come nazione neutrale. In base alla Convenzione dell’Aia del 1907, il governo degli Stati Uniti era tenuto ad applicare la legge hawaiana anziché la propria, cosa che non aveva mai fatto. Annettendo le Hawaii senza un trattato e poi dislocando forze militari sulle isole, gli Stati Uniti, pur essendo una nazione belligerante in tempo di guerra, aveva commesso un’incursione non provocata in una nazione neutrale e vi avevano stabilito forze militari. Questo è ciò che aveva fatto Hitler in Europa e il Giappone in Cina. Questo è un atto di guerra secondo qualunque legge.

L’anno successivo era morta all’età di 23 anni la giovane e bella principessa Kaiulani, erede al trono hawaiano. Con lei erano morte le ultime speranze di restaurazione della monarchia hawaiana. Ancora oggi ci si interroga su come e perché sia morta una donna così giovane e in salute. Liliuokalani era rimasta uno spirito indomito, onorata e venerata dal suo popolo come regina fino alla fine. Era morta nel 1917, all’età di 79 anni, ancora in attesa di giustizia. Le Hawaii erano rimaste un possedimento territoriale degli Stati Uniti per molti anni. La presenza militare iniziata illegalmente durante la guerra ispano-americana aveva continuato a crescere, compresa la base navale di Pearl Harbor. Le famiglie delle piantagioni diventavano sempre più ricche, mentre il popolo hawaiano autoctono veniva emarginato, spesso senza casa nella propria terra. L’astio tra hawaiani e americani era pubblicamente esploso durante il celebre caso del [presunto] stupro [di Thalia Massie] avvenuto ad Ala Moana, in cui il famoso avvocato Clarence Darrow aveva avuto la parte della difesa. La sottile patina di paradiso tropicale, creata per l’emergente industria turistica, si era infranto in pochi istanti per la rabbia mostrata da entrambe le parti.

Nel 1941, Franklin Delano Roosevelt aveva deciso che il modo migliore per spingere un’America riluttante a entrare in guerra contro Hitler era quello di “far entrare la guerra dalla porta sul retro”, attirando il Giappone in un attacco contro gli Stati Uniti. Bloccando le esportazioni di petrolio al Giappone, Roosevelt aveva costretto il Giappone ad invadere le Indie Orientali Olandesi e, posizionando la flotta statunitense del Pacifico a Pearl, Roosevelt aveva reso l’attacco a Pearl la prima mossa obbligatoria per qualsiasi movimento militare del Giappone in qualsiasi direzione. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le Hawaii erano stato inserite dalle Nazioni Unite nell’elenco dei territori non autogestiti, con gli Stati Uniti come fiduciario, ai sensi dell’articolo 73. In base all’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, lo status di un territorio può essere modificato solo da un voto speciale, chiamato plebiscito, tenuto tra gli abitanti del territorio. Il plebiscito deve prevedere tre scelte sulla scheda elettorale. La prima scelta è quella di diventare parte della nazione fiduciaria. Nel caso delle Hawaii, ciò significava diventare uno Stato. La seconda scelta è quella di rimanere un territorio. La terza scelta, richiesta dall’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, era l’opzione per l’indipendenza. Per le Hawaii, ciò significava non essere più un territorio degli Stati Uniti e tornare ad essere una nazione sovrana indipendente.

Nel 1959 si era svolto il plebiscito delle Hawaii e, ancora una volta, il governo degli Stati Uniti aveva modificato le regole. Sulla scheda elettorale del plebiscito si poteva scegliere solo tra l’essere uno Stato e il rimanere un territorio. Sulla scheda non compariva alcuna opzione per l’indipendenza, come richiesto dalla Carta delle Nazioni Unite. Truffati ancora una volta dalla loro indipendenza, gli hawaiani avevano votato per il male minore ed erano diventati il 50° Stato. La storia della transizione delle Hawaii da nazione sovrana a Stato degli Stati Uniti è una storia di crimini su crimini, di politiche proposte con proclami e rafforzate da armi da guerra americane, di incursioni militari, di violazioni del diritto internazionale e dei trattati allora in vigore. Nessuno degli eventi che hanno trasformato le Hawaii da nazione sovrana a parte degli Stati Uniti era legale e in regola. È stata una rapina, secondo qualsiasi definizione del termine, con le giustificazioni e le scuse inventate a posteriori per rendere la vicenda appetibile ad un pubblico americano che voleva ancora vedere il proprio governo come equo, giusto e onorevole.

Nel 1988, uno studio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva concluso che il Congresso non aveva l’autorità di annettere le Hawaii con una risoluzione congiunta. La finta annessione era una copertura per l’occupazione militare delle isole Hawaii per scopi legati alla guerra ispano-americana. Il 23 novembre 1993, il Presidente Clinton aveva firmato la Legge Pubblica degli Stati Uniti 103-150, che non solo riconosceva le azioni illegali commesse dagli Stati Uniti nel rovesciamento del legittimo governo delle Hawaii, ma anche che il popolo hawaiano non aveva mai ceduto la propria sovranità. Quest’ultima è la parte più importante della Legge Pubblica degli Stati Uniti 103-150, perché chiarisce che il popolo hawaiano non ha mai cessato di essere legalmente una nazione indipendente e sovrana. Non c’è argomento che possa cambiare questo fatto. La Legge Pubblica degli Stati Uniti 103-150, nonostante il suo linguaggio gentile, è un’ammissione ufficiale che il governo degli Stati Uniti occupa illegalmente il territorio del popolo hawaiano.

Nel 1999, le Nazioni Unite avevano confermato che il voto plebiscitario che aveva portato alla statualità delle Hawaii violava l’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite. Il voto per la statualizzazione delle Hawaii, secondo il trattato allora in vigore, era illegale e non vincolante. (Lo stesso vale per il plebiscito in Alaska). In un mondo in cui le nazioni sono governate da leggi come gli uomini, le Hawaii non sono e non sono mai state legalmente parte degli Stati Uniti. Le Hawaii sono state rubate al popolo hawaiano, che le rivuole indietro. Incapaci di argomentare contro queste questioni legali che mettono in discussione la legittimità della presenza degli Stati Uniti nelle Hawaii, i sostenitori dello status quo hanno continuato a portare avanti argomentazioni di comodo per giustificare il fatto che, anche se il popolo hawaiano è stato illegalmente privato del suo governo e delle sue terre, le cose dovrebbero rimanere così come sono oggi.

Uno degli argomenti più spesso utilizzati è che una monarchia limitata da una Costituzione sarebbe un male. Non sembra che questo abbia danneggiato l’Inghilterra, il Principato di Monaco o i prosperi Emirati Sauditi. Due dei re delle Hawaii erano stati eletti a tale carica dal voto popolare. Nessun’altra monarchia vanta un simile processo democratico. E, come dimostrarono le ribellioni di Wilcox, gli hawaiani avevano trovato la vita sotto il dominio americano molto meno piacevole di quanto fosse sotto la regina Lili`uokalani. Un altro argomento di comodo è che l’indipendenza hawaiana significherebbe l’eliminazione totale dell’esercito americano. È un’assurdità. Queste basi non sono qui per il bene delle Hawaii, ma per il bene degli Stati Uniti continentali. Le forze armate americane mantengono basi in tutto il mondo, in nazioni straniere come Okinawa, Germania e Cuba. L’America non esiterebbe a stipulare un trattato con il governo di un arcipelago delle Hawaii indipendente per continuare ad affittare le sue strutture qui e non c’è motivo per il governo di una Hawaii indipendente di rifiutare.

Un altro argomento di comodo è che se le Hawaii fossero restituite agli hawaiani, questi sarebbero obbligati a pagare per i miglioramenti apportati da quando le loro terre erano state prese. Anche questa è un’assurdità. Se un ladro ruba la vostra auto e mentre è in suo possesso la dipinge e installa uno stereo, siete obbligati a risarcire il ladro per i miglioramenti quando la polizia vi restituisce l’auto rubata? Ovviamente no. Il ladro ha apportato le migliorie alla proprietà rubata a suo, non a vostro vantaggio. Allo stesso modo, i miglioramenti apportati alle Hawaii sono stati fatti per favorire i rovesciatori, non i rovesciati. Se proprio si vogliono monetizzare i miglioramenti, dobbiamo essere giusti e includere gli affitti arretrati dovuti per le proprietà su cui si trovano tali miglioramenti. L’ultima argomentazione è che l’indipendenza delle Hawaii provocherebbe il disfacimento della società nelle isole. Ma la verità è che un nuovo governo delle Hawaii indipendenti è ben motivato a non cambiare nulla; a mantenere l’industria, il turismo, l’alta tecnologia e tutta la vita hawaiana più o meno com’è ora, possibilmente senza sconvolgimenti o spostamenti. A parte gli estremisti e gli evidenti fomentatori di paura, il passaggio delle Hawaii da Stato a nazione indipendente cambierebbe i destinatari degli affitti e le tasse, e poco altro.

Anche la bandiera delle Hawaii rimarrebbe probabilmente la stessa. Le Hawaii perderebbero l’enorme e complessa burocrazia che le collega alla terraferma, e i cittadini delle Hawaii sarebbero liberati dall’obbligo di partecipare al debito federale di 7.000 miliardi di dollari e ai suoi rovinosi interessi, ma chi piangerebbe una tale perdita? Le basi militari sarebbero ancora qui. Gli Stati Uniti lo vorrebbero. Anche il governo delle Hawaii indipendenti lo vorrebbe. La gente vorrebbe continuare a gestire le proprie attività. Il governo di un arcipelago delle Hawaii indipendente vorrebbe esattamente la stessa cosa. La confusione e la discordia danneggiano il turismo. Un nuovo governo hawaiano indipendente sarebbe ben motivato a mantenere le isole serene. Ma il punto è se si crede o meno nella giustizia. È facile sostenere la giustizia che va a proprio favore, ma la vera prova di cittadinanza morale è sostenere la giustizia anche quando è un inconveniente personale. Se si ritiene che il governo degli Stati Uniti sia obbligato a rispettare le leggi e la Carta delle Nazioni Unite che ha liberamente sottoscritto, allora lo status del popolo hawaiano come nazione distinta e sovrana è fuori discussione. In questo caso gli Stati Uniti nelle Hawaii, come Gandhi descriveva gli inglesi in India, agiscono come padroni in casa d’altri.

 

Il testo integrale della “Risoluzione di scuse” del Congresso al Regno e al popolo delle Hawaii approvata dal Congresso degli Stati Uniti e firmata dal Presidente William J. Clinton, il 23 novembre 1993.

Per riconoscere il 100° anniversario del rovesciamento del Regno delle Hawaii, avvenuto il 17 gennaio 1893, e per offrire le scuse ai nativi hawaiani a nome degli Stati Uniti per il rovesciamento del Regno delle Hawaii.

Considerando che, prima dell’arrivo dei primi europei nel 1778, il popolo nativo hawaiano viveva in un sistema sociale altamente organizzato, autosufficiente e di sussistenza, basato sul possesso comune della terra, con una lingua, una cultura e una religione sofisticate;

Considerando che un governo monarchico unificato delle Isole Hawaii era stato istituito nel 1810 sotto Kamehameha I, il primo Re delle Hawaii;

Il Presidente Cleveland aveva inoltre concluso che “è stato fatto un torto sostanziale che un doveroso rispetto per il nostro carattere nazionale e per i diritti del popolo leso richiede che ci sforziamo di riparare” e chiesto la restaurazione della monarchia hawaiana.

DICHIARAZIONE:

Considerando che dal 1826 al 1893 gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Regno delle Hawaii, hanno esteso il pieno e completo riconoscimento diplomatico al governo hawaiano e hanno stipulato trattati e convenzioni con i monarchi hawaiani per regolare il commercio e la navigazione nel 1826, 1842, 1849, 1875 e 1887;

Considerando che la Chiesa Congregazionale (ora nota come Chiesa Unita di Cristo), attraverso il suo American Board of Commissioners for Foreign Missions, ha sponsorizzato e inviato più di 100 missionari nel Regno delle Hawaii tra il 1820 e il 1850;

Considerando che il 14 gennaio 1893 John L. Stevens (di seguito indicato nella presente Risoluzione come il “Ministro degli Stati Uniti”), il Ministro degli Stati Uniti assegnato al Regno delle Hawaii, sovrano e indipendente, aveva cospirato con un piccolo gruppo di residenti non hawaiani del Regno delle Hawaii, tra cui cittadini degli Stati Uniti, per rovesciare il governo indigeno e legittimo delle Hawaii;

Considerando che, in seguito alla cospirazione per rovesciare il governo delle Hawaii, il Ministro degli Stati Uniti e i rappresentanti navali degli Stati Uniti avevano fatto sì che le forze navali armate degli Stati Uniti invadessero la nazione hawaiana sovrana il 16 gennaio 1893 e si posizionassero vicino agli edifici del governo hawaiano e al Palazzo Iolani per intimidire la regina Liliuokalani e il suo governo;

Considerando che, nel pomeriggio del 17 gennaio 1893, un Comitato di Sicurezza che rappresentava i piantatori di zucchero americani ed europei, i discendenti dei missionari e i finanzieri, aveva deposto la monarchia hawaiana e proclamato l’istituzione di un Governo Provvisorio;

Considerando che il Ministro degli Stati Uniti aveva quindi esteso il riconoscimento diplomatico al Governo Provvisorio che era stato formato dai cospiratori senza il consenso del popolo nativo hawaiano o del governo legittimo delle Hawaii e in violazione dei trattati tra le due nazioni e del diritto internazionale;

Considerando che poco dopo, informata del rischio di spargimento di sangue in caso di resistenza, la regina Liliuokalani aveva rilasciato la seguente dichiarazione in cui cedeva la sua autorità al governo degli Stati Uniti piuttosto che al governo provvisorio:

“Io Liliuokalani, per Grazia di Dio e in base alla Costituzione del Regno Hawaiano, Regina, con la presente protesto solennemente contro ogni e qualsiasi atto compiuto contro me stessa e il Governo Costituzionale del Regno Hawaiano da alcune persone che affermano di aver istituito un Governo Provvisorio di e per questo Regno”.

“Mi arrendo alla forza superiore degli Stati Uniti d’America, il cui ministro plenipotenziario, Sua Eccellenza John L. Stevens, ha fatto sbarcare le truppe statunitensi a Honolulu e ha dichiarato che sosterrà il governo provvisorio.

“Ora, per evitare qualsiasi scontro tra forze armate e forse la perdita di vite umane, lo faccio in segno di protesta e spinta da questa forza cedo la mia autorità fino a quando il Governo degli Stati Uniti, su presentazione dei fatti, annullerà l’azione dei suoi rappresentanti e mi reintegrerà nell’autorità che rivendico come Sovrano costituzionale delle Isole Hawaii”.

Fatto a Honolulu, il 17 gennaio 1893;

Considerando che, senza il sostegno attivo e l’intervento dei rappresentanti diplomatici e militari degli Stati Uniti, l’insurrezione contro il governo della Regina Liliuokalani sarebbe fallita per mancanza di sostegno popolare e per l’insufficienza di armi;

Considerando che il 1° febbraio 1893 il Ministro degli Stati Uniti aveva alzato la bandiera americana e proclamato le Hawaii protettorato degli Stati Uniti;

Considerando che il rapporto di un’inchiesta istituita dal Presidente e condotta dall’ex membro del Congresso James Blount sugli eventi riguardanti l’insurrezione e il rovesciamento del 17 gennaio 1893 aveva concluso che i rappresentanti diplomatici e militari degli Stati Uniti avevano abusato della loro autorità ed erano responsabili del cambiamento di governo;

Considerando che, a seguito di questa indagine, il Ministro degli Stati Uniti alle Hawaii era stato richiamato dal suo incarico diplomatico e il comandante militare delle forze armate degli Stati Uniti di stanza alle Hawaii disciplinato e costretto a dimettersi dal suo incarico;

Considerando che in un messaggio al Congresso del 18 dicembre 1893, il Presidente Grover Cleveland aveva riferito in modo completo e accurato sugli atti illegali dei cospiratori, descrivendo tali atti come un “atto di guerra, commesso con la partecipazione di un rappresentante diplomatico degli Stati Uniti e senza l’autorità del Congresso” e riconoscendo che con tali atti era stato rovesciato il governo di un popolo pacifico e amichevole;

Considerando che: Il Presidente Cleveland aveva affermato che “è stato fatto un torto sostanziale che un dovuto rispetto per il nostro carattere nazionale e per i diritti del popolo ferito richiede che ci sforziamo di riparare” e chiesto la restaurazione della monarchia hawaiana;

Considerando che il Governo provvisorio aveva protestato contro l’appello del Presidente Cleveland per la restaurazione della monarchia e aveva continuato a detenere il potere statale e a perseguire l’annessione agli Stati Uniti;

Considerando che il Governo Provvisorio aveva esercitato con successo pressioni sul Comitato per le Relazioni Estere del Senato (di seguito indicato nella presente Risoluzione come il “Comitato”) affinché conducesse una nuova indagine sugli eventi relativi al rovesciamento della monarchia;

Considerando che il Comitato e il suo presidente, il senatore John Morgan, avevano condotto delle udienze a Washington, D.C., dal 27 dicembre 1893 al 26 febbraio 1894, in cui i membri del Governo Provvisorio avevano giustificato e condonato le azioni del Ministro degli Stati Uniti e raccomandato l’annessione delle Hawaii;

Considerando che, sebbene il Governo Provvisorio fosse stato in grado di oscurare il ruolo degli Stati Uniti nel rovesciamento illegale della monarchia hawaiana, non era riuscito a raccogliere il sostegno dei due terzi del Senato necessario per ratificare un trattato di annessione;

Considerando che il 4 luglio 1894 il Governo provvisorio si era dichiarato Repubblica delle Hawaii;

Considerando che, il 24 gennaio 1895, mentre era imprigionata a Palazzo Iolani, la regina Liliuokalani era stata costretta dai rappresentanti della Repubblica delle Hawaii ad abdicare ufficialmente al trono;

Considerando che alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 1896 William McKinley aveva sostituito Grover Cleveland;

Considerando che, il 7 luglio 1898, a seguito della guerra ispano-americana, il Presidente McKinley aveva firmato the  Newlands Joint Resolution  che prevedeva l’annessione delle Hawaii;

Considerando che con la Newlands Joint Resolution, la Repubblica autodichiarata delle Hawaii aveva ceduto agli Stati Uniti la sovranità sulle isole Hawaii;

Considerando che la Repubblica delle Hawaii aveva ceduto anche 1.800.000 acri di terre della corona, governative e pubbliche del Regno delle Hawaii, senza il consenso o la compensazione del popolo nativo hawaiano delle Hawaii o del suo governo sovrano;

Considerando che il Congresso, attraverso la Newlands Joint Resolution, aveva ratificato la cessione, aveva annesso le Hawaii come parte degli Stati Uniti e aveva conferito agli Stati Uniti il titolo di proprietà sulle terre delle Hawaii;

Considerando che la Newlands Joint Resolution specificava anche che i trattati esistenti tra le Hawaii e le nazioni straniere dovevano cessare immediatamente ed essere sostituiti da trattati degli Stati Uniti con tali nazioni;

Considerando che la Newlands Joint Resolution aveva permesso la transazione tra la Repubblica delle Hawaii e il Governo degli Stati Uniti;

Considerando che il popolo indigeno hawaiano non ha mai rinunciato direttamente alle proprie rivendicazioni di sovranità intrinseca come popolo o al passaggio delle proprie terre nazionali agli Stati Uniti, né attraverso la monarchia né attraverso un plebiscito o un referendum;

Considerando che il 30 aprile 1900 il Presidente McKinley aveva firmato l’Atto Organico che prevedeva un governo per il territorio delle Hawaii e definiva la struttura politica e i poteri del governo territoriale appena istituito e il suo rapporto con gli Stati Uniti;

Considerando che il 21 agosto 1959 le Hawaii erano diventate il 50° Stato degli Stati Uniti;

Considerando che la salute e il benessere dei nativi hawaiani sono intrinsecamente legati ai loro profondi sentimenti e al loro attaccamento alla terra;

Considerando che i cambiamenti economici e sociali a lungo termine avvenuti nelle Hawaii nel corso del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo sono stati devastanti per la popolazione e per la salute e il benessere del popolo hawaiano;

Considerando che i nativi hawaiani sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle generazioni future il loro territorio ancestrale e la loro identità culturale in conformità con le loro credenze spirituali e tradizionali, i loro costumi, le loro pratiche, la loro lingua e le loro istituzioni sociali;

Considerando che, al fine di promuovere l’armonia razziale e la comprensione culturale, la legislatura dello Stato delle Hawaii ha stabilito che l’anno 1993 debba servire alle Hawaii come anno di riflessione speciale sui diritti e le dignità dei nativi hawaiani nella società hawaiana e americana;

Considerando che il diciottesimo Sinodo generale della Chiesa Unita di Cristo, riconoscendo la complicità storica della denominazione nel rovesciamento illegale del Regno delle Hawaii nel 1893, ha dato ordine all’Ufficio del Presidente della Chiesa Unita di Cristo di presentare pubbliche scuse al popolo nativo hawaiano e di avviare il processo di riconciliazione tra la Chiesa Unita di Cristo e i nativi hawaiani.

Considerando che è opportuno e tempestivo che il Congresso, in occasione dell’imminente centenario dell’evento, riconosca il significato storico del rovesciamento illegale del Regno delle Hawaii, esprima il suo profondo rammarico al popolo nativo hawaiano e sostenga gli sforzi di riconciliazione dello Stato delle Hawaii e della Chiesa Unita di Cristo con i nativi hawaiani;

Pertanto, il Senato e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso, hanno deliberato quanto segue,

SEZIONE 1. RICONOSCIMENTO E SCUSE.

Il Congresso – (1) in occasione del centesimo anniversario del rovesciamento illegale del Regno delle Hawaii il 17 gennaio 1893, riconosce il significato storico di questo evento che ha portato alla soppressione della sovranità intrinseca del popolo nativo hawaiano;

(2) riconosce ed elogia gli sforzi di riconciliazione avviati dallo Stato delle Hawaii e dalla Chiesa Unita di Cristo con i nativi hawaiani;

(3) si scusa con i nativi hawaiani a nome del popolo degli Stati Uniti per il rovesciamento del Regno delle Hawaii, avvenuto il 17 gennaio 1893 con la partecipazione di agenti e cittadini degli Stati Uniti, e per la privazione dei diritti di autodeterminazione dei nativi hawaiani;

(4) esprime il proprio impegno a riconoscere le ramificazioni del rovesciamento del Regno delle Hawaii, al fine di fornire una base adeguata per la riconciliazione tra gli Stati Uniti e il popolo nativo hawaiano; e

(5) esorta il Presidente degli Stati Uniti a riconoscere le ramificazioni del rovesciamento del Regno delle Hawaii e a sostenere gli sforzi di riconciliazione tra gli Stati Uniti e il popolo nativo hawaiano.

SEZ. 2. DEFINIZIONI.

Ai sensi della presente Risoluzione congiunta, per “nativi hawaiani” si intende qualsiasi individuo discendente delle popolazioni aborigene che, prima del 1778, occupavano ed esercitavano la sovranità nell’area che oggi costituisce lo Stato delle Hawaii.

SEZ. 3. DISCLAIMER.

Nulla di quanto contenuto nella presente Risoluzione congiunta è da intendersi come una liquidazione di eventuali richieste di risarcimento nei confronti degli Stati Uniti.

Approvata il 23 novembre 1993

Fonte: bluemoonofshanghai.com
Link: 
https://www.bluemoonofshanghai.com/politics/12466/

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