Il rilancio della richiesta di indipendenza delle “nazioni celtiche” nel Regno Unito - Omar Onnis
Lunedì 14
settembre, a Cardiff (Galles), si sono riuniti i primi ministri delle “nazioni
devolute” o anche “celtiche” del Regno Unito di Gran Bretagna, per discutere
sulla possibilità di procedere insieme nel processo di autodeterminazione delle
rispettive comunità. Si chiamano Rhun ap Iorwerth (Galles), John Swinney
(Scozia) e Michelle O’Neill (Irlanda del Nord). Sono tutti e tre leader di
partiti indipendentisti, sia pure con sfumature e in contesti differenti, e in
questa veste, non in quanto primi ministri (per evitare incidenti
istituzionali), si sono incontrati nella capitale gallese.
Al dibattito
hanno partecipato attivamente sia la leader del Sinn Féin Mary Lou McDonald,
sia Michael Martin, primo ministro dell’Eire-Repubblica d’Irlanda, ovviamente
coinvolti nella questione.
La richiesta
di poter procedere con consultazioni popolari sulla separazione dal Regno Unito
è stata rivolta al primo ministro britannico Andy Burnham, ma sul tema è
intervenuto – possiamo ben dire goffamente (per usare un eufemismo) – lo stesso
presidente USA Donald Trump, dichiarandosi favorevole alla riunificazione
dell’Irlanda sotto la bandiera dell’Eire. Il che ha immediatamente provocato un
incidente diplomatico, dato che gli esponenti politici nord-irlandesi di
confessione unionista non hanno accolto tali dichiarazioni con particolare
favore.
In Italia
questa vicenda non è seguita con particolare interesse dai mass media. Se ne
trova traccia in qualche testata, ma con toni scettici e spesso sarcastici.
Allo stesso modo in cui venne trattato a suo tempo il primo referendum scozzese
sull’indipendenza, nel settembre 2014, e quello catalano dell’ottobre 2017. Un
problema culturale e politico profondo, che nel “bel paese dove ‘l sì sona”
accomuna l’intellighenzia progressista a quella di destra e nazionalista.
A dirla
tutta, anche in Sardegna non se ne è parlato molto. Un certo provincialismo
subalterno del nostro ceto medio istruito, estremamente timoroso su queste
tematiche, la grettezza della nostra politica e la scarsa propensione a
guardare oltre i confini dell’isola e dell’Italia della nostra informazione
impongono questo esito.
Eppure si
tratta di un processo politico estremamente rilevante, perché, al di là dei
suoi esiti concreti, ci costringe a riflettere su diversi temi e aspetti della
nostra democrazia e del nostro rapporto – come comunità sarda – con lo stato
italiano.
I partiti
indipendentisti delle “nazioni devolute” britanniche sono tendenzialmente
europeisti, ossia prediligono una relazione forte col Continente, a dispetto
dei partiti nazionalisti inglesi e a contrasto esplicito della Brexit. L’uscita
del Regno Unito dall’Unione Europea, nel 2016, ha infatti prodotto non solo
problemi assortiti a livello economico e sociale, ma ha anche inevitabilmente
acuito i contrasti tra il centro – Londra, l’Inghilterra come comunità egemone
– e le altre comunità suddite della corona britannica.
Lo stesso
indipendentismo catalano, nelle sue varie incarnazioni, è piuttosto europeista,
sia pure con differenze dovute agli orientamenti di base delle sue componenti,
che coprono uno spettro politico ampio, dalla sinistra anticapitalista alla
destra moderata.
In generale
l’indipendentismo europeo è sempre stato piuttosto sensibile
all’internazionalismo, se non altro per una necessità di solidarietà tra
movimenti minoritari in conflitto con i rispettivi stati centrali. Ma è anche
un retaggio degli orientamenti prevalentemente progressisti, quando non
apertamente di sinistra, della maggior parte delle organizzazioni
autodeterminazioniste. Ultimamente, tuttavia, si è allargata la fascia
anti-europeista e a tratti puramente nazionalista. Una certa difficoltà ad
orientarsi nelle dinamiche storiche in corso ha alimentato divergenze diffuse
su questioni rilevanti come la guerra in Ucraina, il riarmo europeo (o meglio,
dei diversi stati europei), la stessa Unione Europea, l’immigrazione, le
relazioni internazionali. Osservare quello che succede in questo momento nel
Regno Unito può fornirci spunti di riflessione da angolazioni diverse, quindi
preziose.
Non credo
proprio che nei movimenti indipendentisti gallesi e scozzesi e nell’orizzonte
del Sinn Féin irlandese prevalgano particolari illusioni sulla natura dell’UE.
Sia per sua natura, per come è stata edificata, sia per le prese di posizione
istituzionali di questi decenni, dovremmo aver imparato che l’establishment
europeo è sì un interlocutore necessario ma è anche una controparte con cui
intavolare una negoziazione serrata, a proposito della questione
autodeterminazione all’interno degli stati membri. In ogni caso, nonostante i
suoi limiti, l’UE rimane comunque un agglomerato politico democratico, sia pure
minacciato e più precario che mai, sovranazionale (quindi già impostato in
termini teoricamente confederali), profondamente integrato. Nonostante la
mediocrità e gli orientamenti tecnocratici e oligarchici dei suoi vertici,
dispone, a livello istituzionale, di un parlamento democraticamente eletto, di
entità giudiziarie sovrastatali a cui appellarsi, di un orizzonte di valori
universali di libertà e diritti civili e sociali almeno astrattamente
condiviso. L’esistenza di un gruppo politico come l’European Free Alliance
(EFA, o ALE per dirla in italiano) garantisce per altro una forma di
rappresentanza istituzionale delle popolazioni senza stato. Non è poco, nel
mondo di oggi.
Purtroppo
molto indipendentismo europeo sta ripiegando su posizioni di retroguardia,
anziché rilanciare i suoi temi in un’ottica adeguata ai tempi che corrono. La
sfida dei neo-fascismi e dei partiti reazionari e nazionalisti è spesso
sottovalutata, forse perché più complessa e difficile da affrontare, preferendo
discorsi – perlopiù fatti di posizionamenti astratti – di stampo geopolitico.
Temi decisivi come i cambiamenti climatici, la transizione energetica, i
diritti umani, la stessa autodeterminazione democratica sono lasciati in
secondo piano, anziché essere al centro dell’agenda. Pensiamo a quale danno ciò
rappresenti in una situazione come quella sarda, in cui l’isola subisce una
delle peggiori aggressioni coloniali della sua storia, davanti a una
prospettiva di restringimento della sfera democratica e di tutela delle
minoranze e a una palese stretta repressiva. Già solo il tema della transizione
energetica meriterebbe di essere affrontato in termini sovranazionali e solidali,
in una prospettiva di democratizzazione di produzione e consumo a livello
continentale, a contrasto dell’approccio meramente affaristico e speculativo in
corso, promosso sia dai vertici dell’UE sia dai governi statali (da quello
italiano in primis).
Vedremo cosa
succederà nel Regno Unito, dopo la riunione del 14 settembre. È possibile che a
dodici anni dalla data del primo referendum scozzese (18 settembre 2014) venga
dichiarata ufficialmente dai vertici dello Scottish National Party l’intenzione
di procedere con un secondo tentativo di separazione. Trattandosi di una
concessione da parte del governo di Londra, sarà interessante vedere come
reagirà il governo del laburista Burnham, così come sarà interessante
verificare come il processo andrà avanti in Galles e Irlanda. Senza dimenticare
il fermento indipendentista nella regione periferica della Cornovaglia, che
potrebbe trarre nuove energie da eventuali successi delle nazioni celtiche.
La diversa
visione proveniente dalle isole britanniche e gli sviluppi di questa vicenda
potrebbero innestare nell’assopito dibattito autodeterminazionista europeo,
compreso quello sardo, nuova linfa e nuove prospettive. A patto di uscire dagli
schemi vetusti del secolo scorso e di recuperare il terreno perduto
nell’elaborazione teorica e nei metodi di lotta politica.
Scozia, Galles e Irlanda del Nord contro Londra.
Secessione? - Piero Orteca
La fine del Regno Unito? Storico vertice a Cardiff: le nazioni da sempre ‘vassalle’ dell’Inghilterra (Scozia, Galles e Irlanda del Nord) si riuniscono per chiedere l’indipendenza da Londra. Vogliono un modello di sviluppo diverso e sono pronte ad aderire all’Unione Europea. E ora Burnham che farà?
L’Inghilterra e il “fronte interno”
Se in questo
momento fossimo al posto di Andy Burnham, più che pensare ai guai dell’Ucraina,
ci preoccuperemo piuttosto di quello che sta succedendo in casa sua, nel regno
di Sua maestà britannica. Dove, nuvoloni neri come la pece, si profilano
all’orizzonte e deliberano un futuro sempre più plumbeo. Perché, vedete, prima
o dopo tutti i nodi vengono al pettine. E chi ha sempre rimandato la soluzione
degli acuti problemi di convergenza sociale e nazionale, che nelle isole
britanniche covano da secoli sotto la cenere, oggi se li ritrova esplosi tutti
in un colpo. Ieri, a Cardiff un evento che segna uno snodo cruciale nella
storia britannica contemporanea: “Le tre nazioni”, da sempre vassalle
dell’Inghilterra, cioè Scozia, Galles e Irlanda del Nord, hanno firmato un
documento congiunto, che chiede l’autodeterminazione. Non è una lettera di
intenti, ma una vera e propria dichiarazione di guerra diplomatica, per far
capire a Downing Street che il tempo in cui tutta la vita del Paese dipendeva
dagli umori di Westminster è finito. O, almeno, che il modo di amministrare il
potere e, soprattutto, quello di erogare i servizi, vanno profondamente
ripensati. Se vogliamo, è un’altra sfaccettatura, questa volta territoriale,
della stessa medaglia: Il “deep power”, il potere profondo trincerato dietro il
paravento della democrazia, ma avidamente aggrappato alle plusvalenze
finanziarie, ha fatto il suo tempo. La crisi di sistema, che si cerca di combattere
alimentando la paura della Terza guerra mondiale, per arricchire la lobby delle
armi, però, allontana sempre più cittadini dal Palazzo. Così, ora che la crisi
si fa più acuta e il “popolo delle bollette” arranca, è inevitabile la ricerca
di una spinta al cambiamento. Costi quel che costi, anche puntando su
formazioni politiche “alternative”, premiate dalla protesta popolare
La svolta storica di Cardiff
Il Vertice
gallese, svoltosi a Cardiff, organizzato per una richiesta di autonomia che
assomiglia molto alla “secessione”, ha visto la partecipazione di tre esponenti
di spicco delle nazioni interessate. Sono stati i Primi ministri John Swinney,
leader dell’SNP scozzese; Rhun ap Iorwerth, leader del Plaid Cymru gallese; e
Michelle O’Neill, vicepresidente del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord, a firmare
il memorandum d’intesa. Il documento rappresenta la base d’azione politica per
un’immediata battaglia, che già si annuncia infuocata e che metterà a dura
prova il governo laburista di Burnham. Dunque, l’ex sindaco della Grande
Manchester dovrà darsi una scala delle priorità, se non vorrà fare la fine
ingloriosa di Keir Starmet, perché il Regno Unito è un Paese in ebollizione.
L’astro nascente di un laburismo britannico elettoralmente per vincente ma
sempre più percorso da fibrillazioni interne e assediato da una popolazione
insoddisfatta, che comincia a voltargli le spalle, deve guardare di più al
“fronte interno”, o perderà carrozza e cavallo. Il messaggio che gli arriva da
Cardiff è pesante. Politicamente si tratta di una sfida che, sommata alle altre
ferite aperte (debito pubblico, deficit di bilancio, spese sociali a rischio,
spese militari in drastico aumento) rende il compito del nuovo Premier una vera
corsa a ostacoli. L’avviso della nordirlandese Michelle O’Neill è chiaro e
minaccioso, perché oltre a ribadire la lontananza del Parlamento di
Westminster, la signora ha voluto ricordare anche le parole di Donald Trump
sulla possibile riunificazione delle due Irlande.
“L’Irlanda va riunita”….
Parlando in
una conferenza stampa congiunta, la O’Neill ha affermato: “Stiamo certamente
vivendo in tempi di enormi cambiamenti, cambiamenti inarrestabili, cambiamenti
che – a prescindere da ciò che dirà qualsiasi Primo ministro britannico – non
saranno in grado di arginare l’ondata di ciò che sta accadendo sotto i nostri
occhi in questo momento. La nostra causa comune – ha aggiunto – è la
consapevolezza che Westminster non serve e non servirà mai bene il nostro
popolo. La nostra causa comune è il diritto all’autodeterminazione, e la nostra
causa comune è la necessità di fare in modo, collettivamente, che questo
messaggio venga ascoltato a Westminster.” A questo punto, è arrivata la parte
più dura del discorso, che per Burnham suona come un avvertimento: “La
riunificazione irlandese è un’opzione concreta”, ha sibilato Mrs. O’Neill,
smentendo clamorosamente Burnham le affermazioni contrarie del signor Burnham e
richiamando a suo sostegno le parole del Presidente Trump.
Le modalità della “secessione”
I leader,
rivolgendosi direttamente al Premier Andy Burnham, gli hanno chiesto di non
sottovalutare il messaggio che parte da Cardiff. Potrebbe essere un grave
errore farlo, perché poi il governo di Londra “non sarebbe in grado di arginare
l’ondata di crescente nazionalismo in arrivo dalle grandi regioni
decentrate”. Scrive il Daily Telegraph: “Il memorandum rileva che, dopo la
vittoria del Plaid Cymru alle elezioni gallesi di maggio, per la prima volta
tutti e tre i partiti separatisti si trovano contemporaneamente al potere.
Quindi non potrebbe esserci un segnale più chiaro che il tempo di Westminster
sta per finire”. Infatti, si legge nella dichiarazione: “Crediamo che un
cambiamento costituzionale sia imminente”. Il Telegraph sostiene che il
documento sottoscritto prevede che le tre nazioni abbiano un pieno diritto
all’autodeterminazione che Westminster non potrà bloccare. Ognuna di esse –
prosegue il giornale – si muoverà verso la separazione dal Regno Unito ‘a modo
suo e nei suoi tempi’. Inoltre, il governo del Regno Unito dovrà effettuare i
preparativi necessari per un cambiamento costituzionale in tutte e tre le
nazioni”.
Torniamo nell’Unione Europea
“L’accordo –
assicura il Daily Telegraph – prevede l’adesione dei Paesi all’UE dopo
l’indipendenza, nonostante il Galles a suo tempo abbia votato per la Brexit, e
gli avvertimenti secondo cui ciò avrebbe creato un confine rigido con
l’Inghilterra. Il patto delinea addirittura i piani per rifiutare il modello
economico, definito ‘fallimentare’, di Whitehall, e vuole condividere idee con
l’Unione Europea, sulla crescita economica e sulle risorse energetiche.
Ribadendo che ‘il futuro delle nostre nazioni appartiene all’UE”.
«Le nostre
nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster
ha il diritto di bloccare la democrazia o minare il principio secondo cui il
nostro popolo deciderà il proprio futuro», è l’incipit di una dichiarazione che
farà molto rumore a Downing Street.