mercoledì 23 settembre 2026

Turismo e autogoverno: quanto potere vuole la Sardegna sui propri interessi fondamentali? - Alessandro Cuccu


Alla fine di ogni estate, in Sardegna, torna la stessa discussione. Le spiagge si svuotano, i dati sui flussi turistici finiscono sui giornali, e con puntualità riparte il dibattito su quanto spazio il turismo debba occupare nell’economia dell’isola.

Da una parte, chi ritiene che il settore abbia assunto un peso eccessivo nella programmazione regionale, sottraendo risorse e attenzione allo sviluppo degli altri comparti. Dall’altra, chi ribalta l’argomento e legge ogni critica come un attacco al settore che, più di ogni altro, produce reddito, occupazione e domanda dall’estero. Non si sputa, si dice, nel piatto in cui si mangia.

Entrambe le posizioni guardano il turismo dalla parte sbagliata. Che generi valore è un fatto verificabile: il punto è quanto di quel valore diventi effettivamente reddito e attività economica per la Sardegna, quanta parte remuneri invece soggetti e servizi esterni al territorio, e quali costi la sua presenza concentri sull’isola.

Misurare questo, trattenere valore e governare i costi, è già un esercizio utile. Ma sotto c’è una posta più grande, ed è quella che conta davvero: quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali. A questa posta si risponde in un solo modo: comprendendo la questione nella sua interezza (numeri, meccanismi, filiere, vincoli giuridici) e proponendo soluzioni concrete, verificabili, che qualcuno possa davvero attuare.

Le due domande, però, non si dimostrano allo stesso modo. Quanto valore un territorio trattiene si misura con i dati disponibili, come farà questo articolo. Quanto potere una comunità sa esercitare si costruisce piuttosto nel tempo, attraverso l’uso concreto degli spazi di autogoverno già disponibili, molti dei quali, nel caso del turismo, sono già nelle mani della Regione e dei Comuni.

Il turismo è il terreno più concreto su cui applicare questo metodo, perché attraversa per intero il ciclo che una comunità responsabile del proprio destino economico dovrebbe saper governare da sola: attrarre valore, produrlo, trattenerlo, investirlo, gestirne i costi, senza delegare nessuno di questi passaggi a un centro decisionale esterno.

Quanto pesa il turismo nella programmazione

Prima di discutere se il turismo occupi troppo spazio nella programmazione regionale, vale la pena guardare i numeri.

Il principale programma di investimento europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) 2021-2027, mette a disposizione della Sardegna 1,581 miliardi di euro su diverse priorità: competitività intelligente, transizione digitale e verde, mobilità urbana sostenibile, inclusione sociale, sviluppo urbano e assistenza tecnica.

Le quote maggiori vanno alla transizione verde (522,5 milioni) e alla competitività intelligente (340,1 milioni), seguite da inclusione sociale e sviluppo urbano (225,3 milioni ciascuna). Il turismo è presente, ma dentro una programmazione che finanzia in parallelo ricerca, digitalizzazione, PMI, competenze, energia ed economia circolare. La strategia regionale di specializzazione intelligente individua sei aree prioritarie: ICT, agroalimentare, aerospazio, biomedicina, energia e reti intelligenti, turismo e cultura.

Questo dimostra che il quadro della programmazione regionale non è costruito attorno a una sola filiera.

La questione più interessante, quindi, è un’altra: che cosa produce il turismo, quanto di questo valore resta in Sardegna e quali costi aggiuntivi determina?

Il turismo genera valore

Il turismo pesa già per una quota del valore aggiunto regionale superiore alla media europea. A differenza di altri settori concentrati in pochi grandi impianti, poggia su una rete diffusa di piccole imprese locali e attiva domanda lungo un’intera filiera: ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi, cultura, agricoltura, produzioni alimentari.

Il solo comparto alberghiero impiega quasi 10.000 addetti diretti; per l’estate 2026 sono state programmate oltre 16.000 assunzioni nei servizi di alloggio, ristorazione e turismo, mentre una quota rilevante delle imprese segnala difficoltà a reperire personale.

Ma è nei flussi che la dimensione del fenomeno emerge con più chiarezza.

Nel 2025 la Sardegna ha superato per la prima volta i 5 milioni di arrivi, con circa 22 milioni di presenze. Secondo l’Osservatorio regionale le presenze sono state 21.922.765: +15,9% sul 2024, +34,2% sul 2023. Nel primo semestre 2026 il quadro ha continuato a mostrare una crescita (+8,24%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La crescita è sempre più internazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato circa il 56% delle presenze, oltre 12 milioni di pernottamenti. La Germania ha superato per la prima volta i tre milioni di presenze, la Francia 1,6 milioni, la Svizzera un milione. Gli Stati Uniti, con quasi 400.000 presenze e una crescita molto significativa negli ultimi due anni, sono diventati il primo mercato extraeuropeo.

Questi numeri descrivono una delle principali porte attraverso cui la Sardegna intercetta domanda estera. Il turismo rende profittevoli, agli occhi delle compagnie aeree, molte delle rotte da e per l’isola e permette a piccole imprese agroalimentari, culturali e di servizi di entrare in contatto con consumatori esteri senza dover sostenere da sole i costi necessari a costruire una presenza commerciale internazionale.

Su questo il punto dovrebbe essere pacifico: il turismo è un vantaggio comparato reale della Sardegna e va riconosciuto come tale. Ma riconoscerlo significa usarlo per alimentare le altre filiere, non per sostituirle. Senza farne, per questo, il motore esclusivo dell’economia regionale.

Non tutto il valore resta in Sardegna

È qui che occorre introdurre una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso trascurata.

La spesa di un turista non coincide con il valore aggiunto prodotto in Sardegna. Se un visitatore spende 100 euro in un ristorante, quei 100 euro comprendono anche il costo degli alimenti, dell’energia, dei servizi acquistati dall’impresa, degli affitti e di altri input. Solo una parte diventa valore aggiunto dell’attività locale. E anche una parte del valore aggiunto può poi tradursi in redditi o remunerazioni che non rimangono interamente sul territorio.

Per questo il problema non è semplicemente stabilire quanti euro spende un turista in Sardegna. Bisogna capire quanti euro di valore aggiunto territoriale quella spesa contribuisce a generare e quale parte della catena economica viene remunerata fuori dall’isola.

La letteratura internazionale mostra che la distribuzione dei benefici del turismo dipende anche dalla struttura proprietaria attraverso cui il settore è organizzato. Dove imprese esterne o multinazionali controllano una parte rilevante della filiera, una quota maggiore dei redditi può essere catturata fuori dal territorio. Questo non significa che la presenza di capitale esterno sia necessariamente negativa: può portare investimenti, competenze, tecnologia, marketing e accesso ai mercati. Il punto è capire se questi benefici compensino la quota di reddito che viene trasferita fuori dall’economia locale.

In Sardegna il problema passa per almeno tre canali.

Il primo è la posizione nella filiera. Il valore aggiunto per addetto nel comparto alloggio-ristorazione è nettamente inferiore a quello del complesso di commercio e servizi, e lo stesso vale per gli investimenti per addetto. Una stima SRM indicava 63,8 euro di valore aggiunto attivato nell’indotto sardo per ogni presenza turistica aggiuntiva, contro 103,4 euro nella media italiana: un divario che segnala quanto sia ancora debole la capacità del turismo sardo di attivare valore aggiunto lungo la filiera locale.

Il secondo è l’intermediazione digitale. Le commissioni delle principali piattaforme di prenotazione possono collocarsi indicativamente tra il 15 e il 25%, a seconda della piattaforma, della struttura e delle condizioni contrattuali. È una quota della spesa che remunera un servizio reale e non può essere semplicemente definita “valore perso”. Il punto è un altro: quanto della spesa turistica remunera imprese e fattori produttivi presenti in Sardegna e quanto viene destinato a soggetti esterni per intercettare, distribuire o organizzare quella domanda.

Il terzo è fiscale. Lo Statuto Speciale attribuisce alla Sardegna una quota significativa del gettito delle imposte sul reddito. Il punto è verificare quanto i criteri oggi utilizzati per attribuire territorialmente questo gettito riescano a riflettere l’effettiva attività economica generata nell’Isola, soprattutto quando essa coinvolge società con sedi e attività distribuite su più territori, gruppi societari, intermediari e piattaforme digitali.

Struttura della filiera, intermediazione, attribuzione fiscale sono fenomeni diversi ma con un punto in comune: una parte del valore economico associato alla presenza turistica può essere prodotta o catturata fuori dall’economia regionale.

Il valore netto territoriale si può cominciare a misurare

È qui che il tema diventa interessante.

Un indicatore complessivo del valore netto territoriale di una presenza turistica non esiste oggi come misura statistica consolidata. Ma costruirlo non significherebbe partire da zero.

La Sardegna dispone già di una parte significativa dell’infrastruttura informativa necessaria: dati sui flussi, capacità ricettiva, distribuzione territoriale e temporale delle presenze e, più recentemente, informazioni sulla spesa effettuata attraverso i sistemi di pagamento elettronici.

I dati consentono di osservare quantità e tipologia della spesa, mercato di provenienza e importo medio delle transazioni. La ristorazione, gli alimentari e gli alberghi rappresentano alcune delle principali categorie di spesa, anche se i dati relativi agli hotel devono essere letti con cautela perché una parte consistente delle camere viene pagata anticipatamente online tramite OTA o agenzie situate fuori dall’isola.

Questo è un passaggio importante perché sposta l’attenzione dal volume del turismo alla sua capacità di generare attività economica sul territorio. Sapere quanti turisti arrivano non basta. Bisogna sapere quanto spendono, dove spendono, quali settori beneficiano di quella spesa, quali beni e servizi acquistano le imprese turistiche dai fornitori locali e quali quote della catena del valore vengono remunerate fuori dall’isola.

Il passo successivo dovrebbe essere la costruzione di un vero Indicatore del Valore Netto Territoriale del Turismo, che misuri almeno quattro componenti: il valore aggiunto prodotto direttamente sul territorio; quello attivato lungo la filiera locale; la quota di redditi e remunerazioni trasferita a soggetti esterni alla regione; i costi marginali che la presenza turistica genera per infrastrutture e servizi pubblici.

A quel punto il confronto fra destinazioni non sarebbe più soltanto arrivi, presenze, spesa. Diventerebbe valore netto prodotto per presenza, quota di valore trattenuta localmente, costi marginali generati e capacità di distribuirli nel tempo. Sarebbe un cambiamento sostanziale nel modo di governare il turismo.

Il turismo concentra alcuni costi sul territorio

Gli stessi flussi che generano valore concentrano, negli stessi mesi e nelle stesse zone, costi precisi.

Nel 2025, circa 14,7 milioni di presenze si sono concentrate nei tre mesi di alta stagione, altri 7,2 milioni tra aprile, maggio, settembre e ottobre: la media stagione rappresenta ormai circa un terzo delle presenze annuali. La bassa stagione, da novembre a marzo, resta invece marginale.

Il dato non è statico: nel 2025 la media stagione è cresciuta del 39,2% rispetto al 2023, la bassa stagione del 32,1%.

È un segnale positivo, ma non ancora sufficiente. La questione non è soltanto aumentare la domanda nei mesi meno affollati: è trasformare quella crescita in domanda stabile e in valore economico durevole.

Più è ristretta la finestra turistica, infatti, più si concentrano alcuni effetti negativi: pressione sul mercato immobiliare, dove le locazioni brevi possono ridurre l’offerta disponibile per il mercato residenziale e contribuire, nelle aree più esposte, alla crescita dei canoni; difficoltà nel reperire alloggi per chi lavora nella ricettività; un mercato del lavoro che fatica a offrire percorsi continuativi; infrastrutture dimensionate per una popolazione molto più piccola di quella che l’isola ospita d’estate.

La pressione riguarda anche acqua, energia, mobilità, rifiuti, sanità e altri servizi pubblici, con il picco turistico che si sovrappone, in particolare, ai mesi di maggiore scarsità idrica.

C’è infine un costo culturale, più difficile da misurare ma non per questo meno rilevante. Un modello turistico può valorizzare la specificità di un territorio, oppure sostituirla progressivamente con un’immagine standardizzata, costruita sulle aspettative della domanda. Nel primo caso il turismo aumenta il valore percepito e prodotto localmente; nel secondo rischia di consumare proprio ciò che rende il territorio attrattivo. Anche questa dovrebbe diventare una variabile della valutazione complessiva del modello turistico sardo.

Quindi non è una questione di quantità

La domanda “più o meno turismo” perde senso. Ridurre i flussi può abbattere alcuni costi, ma non corregge da solo la struttura che determina quanto valore resta sul territorio. Allo stesso modo, aumentare indefinitamente gli arrivi non significa necessariamente aumentare nella stessa proporzione il benessere dei residenti.

La domanda che conta è come aumentare il valore netto prodotto da ogni presenza e come distribuire nel tempo e nello spazio sia i benefici sia i costi.

Le politiche dovrebbero quindi muoversi lungo quattro direttrici: distribuire meglio la domanda nel tempo, trattenere più valore nella filiera locale, alzare la produttività di ciò che già esiste, governare i costi che si concentrano nei periodi di picco.

Distribuire meglio la domanda

Spostare parte dei flussi su primavera e autunno non serve solo a ridurre la pressione sui mesi di punta: crea una domanda più continuativa, capace di rendere sostenibili collegamenti aerei e servizi che oggi dipendono soprattutto dalla stagione estiva.

Gli incentivi pubblici possono sostenere l’avvio di nuove rotte entro condizioni precise, ma la sostenibilità della domanda va costruita nel tempo. L’obiettivo non dovrebbe essere finanziare indefinitamente collegamenti che il mercato non riesce a sostenere, ma utilizzare l’intervento pubblico per superare una fase iniziale e generare condizioni affinché la domanda fuori dalla stagione estiva renda progressivamente le rotte economicamente sostenibili.

In questo senso è interessante anche l’esperienza del “Patto Destinazione Sardegna Nord Ovest”, costruito da un gruppo di amministrazioni comunali e camere di commercio del Nord Ovest sardo, che sta provando a utilizzare il gettito dell’imposta di soggiorno per facilitare e attirare collegamenti fuori stagione.

Una domanda distribuita su più mesi ha anche un effetto indiretto sulla ritenzione del valore: aumenta l’utilizzo di infrastrutture, competenze e imprese durante l’anno invece che concentrarlo in una finestra ristretta.

Qualcosa sta già cambiando: nel 2025 la media stagione ha raggiunto oltre 7,2 milioni di presenze, +39,2% sul 2023; anche la bassa stagione è cresciuta, +32,1%, pur restando marginale in termini assoluti.

Trattenere più valore nella filiera

La seconda leva è rafforzare le imprese sarde competitive nella fornitura di beni e servizi al turismo, dall’agroalimentare alla tecnologia, dalla manutenzione ai servizi professionali.

Non significa creare una filiera artificialmente chiusa. Un’economia aperta ha bisogno di acquistare beni, capitali, tecnologia e servizi dall’esterno. Il problema non è eliminare gli operatori esterni, ma fare in modo che le imprese locali siano abbastanza forti da occupare una quota crescente delle fasi economicamente interessanti della filiera.

Questo significa sostenere aggregazioni fra micro-imprese, reti di fornitura, capacità logistica, certificazioni, digitalizzazione, innovazione e accesso ai mercati.

Significa anche utilizzare meglio i dati già raccolti: se sappiamo quali mercati spendono di più, quali categorie di consumo crescono, quali territori catturano maggiore valore e quali mesi producono domanda aggiuntiva, possiamo orientare le politiche verso i flussi economicamente più interessanti.

La Regione dispone già di buona parte di questa infrastruttura informativa. Il passo successivo è trasformarla in uno strumento di decisione. Un obiettivo misurabile potrebbe essere proprio l’aumento progressivo del valore netto territoriale per presenza.

Produttività, non soltanto occupazione

Il turismo sardo crea molta occupazione, ma una parte del problema strutturale è che una quota significativa degli impianti e delle competenze viene utilizzata intensamente per pochi mesi e molto meno nel resto dell’anno. Questo incide sulla produttività e sulla qualità del lavoro; e alzarla non significa finanziare nuovi investimenti isolati, ma allargare la finestra temporale: la leva più diretta per far lavorare di più, e meglio, gli stessi impianti e le stesse persone.

Banalmente, un albergo che riesce a operare sette-otto mesi anziché quattro non aumenta soltanto il numero delle camere vendute: distribuisce i costi fissi su un periodo più lungo, stabilizza il lavoro, rende più conveniente investire in competenze.

Governare i costi

Sul fronte abitativo, il problema richiede una politica fondata sui dati più che su un divieto generalizzato.

Per questo il primo obiettivo dovrebbe essere conoscere con precisione la distribuzione territoriale delle locazioni brevi, la loro intensità e la relazione con l’offerta abitativa disponibile.

In Sardegna esiste già un sistema regionale di identificazione delle attività ricettive e delle locazioni. Questa infrastruttura può diventare una base per politiche più selettive: non necessariamente limitare ovunque, ma intervenire dove gli indicatori mostrano una pressione abitativa incompatibile con le esigenze della popolazione residente.

La logica dovrebbe essere quella della regolazione territoriale selettiva. Dove la pressione è bassa, non c’è necessariamente motivo di introdurre vincoli. Dove la quota di abitazioni destinate agli affitti turistici raggiunge livelli tali da ridurre sensibilmente l’offerta residenziale, si possono invece valutare strumenti più incisivi; un quadro che la Commissione europea sta ridisegnando proprio in questi mesi con l’Affordable Housing Act, pensato per dare agli enti locali basi giuridiche più solide per intervenire sulle locazioni brevi nelle aree sotto pressione abitativa.

La stessa logica può essere applicata alla capacità dei luoghi più fragili. Si pensi per esempio alle forme di accesso contingentato introdotte in diverse spiagge. Il punto è riconoscere che esiste una capacità fisica, ambientale e infrastrutturale oltre la quale un ulteriore visitatore può produrre meno valore di quanto costi al territorio. In altre parole, anche la capacità di carico deve diventare una variabile economica.

Quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali

Il turismo rende evidente un principio più generale: una comunità costruisce potere sviluppando, su ciò che già ha in mano, le idee e gli strumenti per esercitarlo davvero.

Una comunità che si considera responsabile del proprio ciclo economico dovrebbe saper rispondere a domande concrete: quanto valore genera il turismo, quanto ne resta sul territorio, quali costi produce per abitazioni, infrastrutture, acqua, mobilità e servizi pubblici, e quali politiche migliorano questo rapporto. Le leve descritte in questo articolo (distribuire la domanda, rafforzare la filiera, alzare la produttività, regolare le locazioni turistiche, gestire la capacità di carico) sono già nelle mani della Regione e dei Comuni. In questo senso l’autogoverno è un esercizio che si può e si deve cominciare oggi, con gli strumenti che già ci sono. 

Sapere usarli bene non garantisce automaticamente competenze ulteriori, ma è la condizione per trattare ogni questione come la tratterebbe una comunità già pienamente responsabile di sé: non aspettando il permesso di decidere, ma esercitando fino in fondo, da subito, gli spazi disponibili.

Ed è qui che le dimensioni del problema si tengono insieme.

C’è una questione di giustizia sociale, perché a pagare i costi della stagionalità (affitti più alti, case sottratte al mercato residenziale, lavoro discontinuo, servizi pubblici sotto pressione) sono soprattutto i residenti e chi lavora nel settore, mentre parte dei benefici economici può essere catturata fuori dal territorio.

C’è una questione di innovazione e impresa, perché trattenere più valore significa rafforzare le filiere locali, digitalizzare le imprese ricettive, aumentare la produttività, allungare la finestra temporale e utilizzare meglio i dati disponibili.

E c’è una questione di potere, perché ogni volta che un territorio dimostra di saper misurare, distribuire e governare questi processi da solo, restringe lo spazio di chi sostiene che certe decisioni debbano essere necessariamente prese altrove.

Questo vale anche per il turismo nel suo complesso. Non sarebbe razionale chiedere alla Sardegna di rinunciare al proprio principale vantaggio comparato internazionale. Ma non è razionale nemmeno accettare che il successo del settore venga misurato esclusivamente attraverso arrivi e presenze. Il turismo è tanto più utile alla Sardegna quanto più riesce a trasformare domanda esterna in valore aggiunto locale, in redditi e imprese solide, e queste risorse in capacità produttiva per il resto dell’economia.

È questa la differenza fra una comunità che subisce un modello economico e una comunità che lo governa. E non c’è scorciatoia che tenga: la comprensione approfondita della materia e la proposta di soluzioni concrete restano l’unica strada per rispondere seriamente alla domanda sul potere, qualunque sia la risposta politica di fondo a cui si crede. Perché trattenere valore e governare i costi significa anche questo: poter fare turismo restando sé stessi, senza piegarsi a un’immagine costruita per compiacere chi guarda da fuori, senza scimmiottamenti né forzature sui propri luoghi e sulla propria identità.

Ecco perché la vera posta in gioco della questione turistica non è quanto turismo vogliamo, ma quanto potere vogliamo esercitare su di esso, e quanto siamo disposti a lavorare su giustizia sociale, capacità d’impresa e conoscenza, per dimostrare ai sardi e alle sarde di saperlo esercitare.

da qui

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