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martedì 23 maggio 2023

La Nigeria chiede 12 miliardi di dollari di risarcimento per i danni prodotti da Eni e Shell

 

Torniamo a occuparci della Nigeria e del petrolio che l’occidente ruba impunemente a questa nazione per pochi spiccioli, con danni umani e ambientali incalcolabili.

Le multinazionali petrolifere occidentali hanno tratto profitto dalla produzione di petrolio in Nigeria per molti anni, ma sono state criticamente censurate per il grave impatto ambientale che ne è derivato.

La Commissione ambientale dello stato di Bayelsa in Nigeria sta ora richiedendo almeno 12 miliardi di dollari, corrispondenti a 11 miliardi di euro, per affrontare l’inquinamento accumulato nella regione a causa dell’estrazione petrolifera.

Secondo un rapporto presentato dalla Commissione, le due principali aziende coinvolte, Shell ed Eni, sono responsabili del 75% dell’inquinamento.

Si stima che ben 47 compagnie petrolifere operino a Bayelsa, che insieme al resto del delta del Niger rappresenta una delle principali zone di produzione petrolifera della Nigeria.

Il rapporto evidenzia che la produzione petrolifera a Bayelsa apporta al governo nigeriano oltre 9 miliardi di euro all’anno.

La Commissione lancia un appello alla comunità internazionale affinché si impegni a riparare i danni all’ambiente e alla salute, raccogliendo i fondi necessari in una “campagna concertata” nei prossimi 12 anni. Le indagini per la stesura del rapporto sono durate complessivamente quattro anni.

La speranza di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, segnalando l’impatto negativo sulla salute della popolazione locale.

Gli indennizzi previamente erogati sono stati ben al di sotto delle richieste attuali.

Nel 2015, ad esempio, Shell ha accettato di pagare circa 70 milioni di euro a 15.600 pescatori e agricoltori del Delta del Niger, i cui mezzi di sussistenza erano stati compromessi a causa di due incidenti di fuoriuscita di petrolio nel 2008.

Nel 2021, il gruppo ha promesso 95 milioni di euro per due ulteriori perdite di petrolio verificatesi negli anni ’70.

Il rapporto recentemente presentato sottolinea ulteriori gravi conseguenze sia per i residenti che per l’ecosistema della regione.

Centinaia di migliaia di persone a Bayelsa sono costrette a vivere su terreni contaminati. In alcuni luoghi, sono state riscontrate concentrazioni di inquinanti derivanti dall’industria petrolifera, come il cromo, che superano di oltre mille volte i limiti stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per le acque sotterranee.

Inoltre, in alcuni luoghi, le concentrazioni di altri composti, come gli idrocarburi presenti nel petrolio grezzo, superano persino i livelli di sicurezza di un milione di volte.

La Commissione descrive la situazione come una “crisi sanitaria silenziosa” che finora ha ricevuto scarsa attenzione.

Solo nel 2012, si stima che circa 16.000 neonati siano morti poco dopo la nascita a causa dell’inquinamento petrolifero. L’aspettativa di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, evidenziando la gravità della situazione.

da qui

martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

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mercoledì 23 febbraio 2022

Affondamento catastrofico della FPSO petrolifera Trinity in Nigeria - Maria Rita D'Orsogna

 

Avro’ predicato tutto questo per anni, in tutti gli angoli d’Italia in cui si parlava di petrolio, di Ombrina Mare, del perche’ no alle trivelle.

Il problema del petrolio e’ non se succedera’ mai un incidente, piuttosto quando succedera’. Perche’ e’ garantito che quando meno te l’aspetti prima o poi qualcosa andra’ storto.

Ed infatti eccoci qui, in Nigeria. La tanto martoriata Nigeria. Come se non bastasse tutto lo schifo che ENI, Shell e compari hanno fatto nel corso degli anni, ecco un’altra petrol-tragedia.

Una FPSO - che sta per Floating, Production, Storage and Offloading unit - e’ esplosa in mare lasciando disastri e dispersi. La FPSO esplosa si chiamava Trinity.

Le FPSO sono navi-raffineria che stanno li, ferme in mezzo al mare, spesso vicino ai campi petroliferi. Il loro compito e’ di raffinare petrolio in loco, di stoccarlo, e poi di agevolare il trasferimento su navi merci in modo che il prodotto finale possa essere mandato nel resto del mondo.

E’ per questo che c’e’ sempre la fiamma accesa, perche’ la FPSO raffina petrolio ed emette fumi di scarto, specie di tipo sulfureo.

E’ esattamente la stessa infrastruttura che l’amico Sergio Morandi della Rockhopper Exploration voleva propinarci in Abruzzo a 5km da riva.

Il lotto di mare nigeriano dove sorge questo petrol-mostro della trinita’ si chiama OML 108 e si trova nel mare dello stato di Warri. Trinity e’ di proprieta’ di una ditta americana Allenne Ltd, ma e’ gestita da una ditta Nigeriana che si chiama Shebah Exploration & Production Company Ltd (SEPCOL).

 

La SEPCOL aveva rilevato delle quote dalla Conoco-Phillips ed ora si trova (e’ il caso di dirlo) in cattive acque finanziarie.

Forse le ristrettezze finanziarie hanno contribuito alla mancanza di sicurezza. E poi c’e’ da tenere conto che i protocolli di sicurezza nigeriani sono assolutamente inadeguati e anche laddove ci sono nessuno li rispetta. Ad ogni modo, non si sa bene cosa sia successo, ma dopo l’esplosione e il fumo e le fiamme il risultato e’ che dieci persone mancano all’appello.

La FPSO era ancorata a 25 metri di profondita’ e raffinava 22,000 barili di petrolio al giorno. Non si sa quanto petrolio fosse stoccato a bordo ma si parla di circa 200,000 barili, quasi tutti provenienti dal vicino campo Ukpokiti che contiene cinque pozzi estrattivi ed uno di reiniezione.

Ovviamente il timore, a parte l’ansia per i dieci dispersi, e’ ora che ci possa essere un mega riversamento in mare di tutto questo greggio.

Trinity e’ stata una petroliera attiva prima di essere una FPSO, e va in giro dal 1976. Ben 45 anni. Non e’ l’unica nave-antica ad operare come FPSO in Nigeria ed in molti sono preoccupati di altri disastri dovuti alla mancanza di manutenzione, di regolamentazioni e all’eta’ di questi mostri.

Un altro ingrediente che genera timore e’ che vari colossi internazionali, Shell in primis, abbandonano la Nigeria, e subentrano operatori piu’ piccoli, come questa sconosciuta SEPCOL con meno garanzie di sicurezza e con infrastruttura che diventa sempre piu’ vecchia.

Ecco, questa Trinity potrebbe essera la prima di una lunga seria.

Restiamo a vedere.

In me, a parte il dispiacere per la Nigeria (e la Basilicata, e l’Ecuador, e il Peru’, e ovunque vivano con questi schifi) c’e’ un pizzico di orgoglio ed un sospiro di sollievo a pensare che all’Abruzzo tutto questo e’ stato risparmiato.

Vorrei solo che queste lezioni non andassero dimenticate perche’ e’ successo in Nigeria ma puo’ succedere ovunque arrivano trivelle e trivellatori e occorre sempre stare all’erta.

Il petrolio migliore del mondo e’ quello che resta sottoterra.

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sabato 8 gennaio 2022

Le fabbriche di neonati: l’orrore viaggia dal Kenya alla Nigeria

 

 

È una piaga sempre più diffusa in Africa quella delle fabbriche di neonati e dei rapimenti di bambini, l’ultimo caso in Nigeria, dove la polizia ha scoperto una clinica clandestina dove si trafficava in neonati.

 

Le fabbriche di neonati

Sono chiamate così, fabbriche di neonati, quei luoghi di pura disperazione sociale, dove giovani donne partoriscono in cambio di pochi denari per poi cedere immediatamente i loro bambini al mercato nero dei trafficanti.

Si tratta di un traffico molto redditizio che prolifera in molti Stati del continente africano in cui i corpi sono pura merce di scambio al pari di altre risorse. Spesso sono l’unica cosa che hanno da vendere, specialmente donne (e bambini), i più deboli come sempre, a chi ha la possibilità di comprare.

Una prima sconvolgente inchiesta risale al 2014, quando un’indagine congiunta portata a termine della polizia di Nigeria, Niger e Benin portò a diversi arresti per rapimenti e traffico di neonati. Tra gli arrestati ci furono una delle mogli di Hama Amadou, all’epoca presidente del parlamento ed ex-primo ministro del Niger, e la moglie del ministro all’agricoltura, Abdou Labo.

Purtroppo il processo ha poi lasciato cadere tutte le accuse e la Corte giudicante si è dichiarata incompetente per giudicare un caso del genere. L’impunità in paesi dove regna un altissimo grado di corruzione è imbarazzante.

 

Un altro caso è scoppiato grazie a un’inchiesta giornalistica della BBC che ha portato all’arresto di tre medici a Nairobi, in Kenya, coinvolti in nuovo traffico di neonati, rubati a madri vulnerabili, senza fissa dimora, che spesso vivevano per strada nella capitale keniota.

I bambini venivano portati via senza autorizzazione da cliniche clandestine e da un ospedale pubblico di Nairobi per essere poi vendute a coppie in Europa o Stati Uniti per soli 400 dollari.

Non esistono statistiche ufficiali sul traffico di bambini nel Paese, ma la ONG Missing Child Kenya parla di almeno almeno 600 bambini rapiti dai trafficanti nell’arco degli ultimi 3 anni.

 

Uno degli ultimi casi è avvenuto in Nigeria: la polizia dello stato dell’Ogun,  grazie alla segnalazione di una giovane donna riuscita a scappare dalla banda di criminali che la teneva segregata, ha smantellato l’ennesima rete di trafficanti.

In un edificio situato nell’area di Mowe, gli agenti hanno trovato una clinica ostetrica clandestina improvvisata, e liberato le dieci persone presenti: quattro neonati e sei donne, quattro delle quali in stato interessante.

Le giovani venivano messe incinte da un membro della banda, come pratica abituale nella clinica, e una volta nati i piccoli venivano venduti per poco meno di 550 euro se maschio, 430 se femmina.

È il mercato asimmetrico del nord del mondo con il sud: persone ricche che possono comprare quello che vogliono e persone senza nulla, il cui unico valore commerciale è la propria carne.

da qui

lunedì 8 giugno 2020

Trivelliamoli a casa loro - Giulia Franchi, Alessandro Runci




Un sondaggio realizzato da Afrobarometer evidenzia come oltre un terzo dei nigeriani abbia preso in considerazione l’ipotesi di emigrare. Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di persone sono partite dal Paese più popoloso d’Africa alla ricerca di una vita migliore in Europa. 
Per molti di loro il viaggio è terminato anticipatamente. Solo durante il primo anno della crisi migratoria, tra il 2014 e il 2015, si stima che oltre quattromila nigeriani siano morti tra le sabbie sahariane o nelle acque del Mediterraneo, ormai diventato un cimitero di donne, uomini e bambini troppo coraggiosi.  
Altri pagano il prezzo altissimo delle politiche di esternalizzazione delle frontiere messe in atto da Unione europea e Italia in primis. Tra coloro rimasti intrappolati nei lager libici, istituzionalizzati con il da poco rinnovato trattato Italia-Libia, i nigeriani sono la prima nazionalità.  
Nonostante tutto, tanti ce l’hanno fatta. Sono circa 90 mila i nigeriani che, negli ultimi cinque anni, sono riusciti a raggiungere le coste italiane, secondi soltanto agli eritrei. Prevalentemente giovani e giovanissimi, che hanno affrontato drammi e fatiche indicibili durante i loro viaggi e le cui famiglie hanno spesso dato fondo a tutto ciò che avevano pur di offrire loro la possibilità di un altro futuro.  
La quasi totalità dei nigeriani arrivati in Italia viene per restarci: sono 87 mila quelli che hanno fatto richiesta di asilo politico nel nostro Paese dal 2015 a oggi. A ottenere lo status di rifugiato è stato però solamente il 4,5% di loro, a cui si aggiunge un altro 4% a cui è stata riconosciuta la protezione sussidiaria e un 18% che ha ricevuto quella umanitaria, poi abolita con il Decreto Salvini. 
Al restante 70% è toccata la triste sorte del «migrante economico», «clandestino», non avente diritto a rimanere sul suolo italiano e quindi da rimpatriare. Per farlo però c’è bisogno della cooperazione delle autorità locali e così, a febbraio del 2016, l’allora capo della polizia, Alessandro Pansa, accompagnato dall’ex premier Matteo Renzi, è volato in Nigeria per siglare un «Memorandum di Cooperazione» in materia di immigrazione con il suo omologo, Solomon Arase. L’accordo è stato ufficializzato qualche mese dopo con l’incontro tra l’ex responsabile della Farnesina Paolo Gentiloni e il ministro degli Interni nigeriano. 
Da allora, i nigeriani sono diventati l’obiettivo principale delle operazioni di rimpatrio effettuate dai governi italiani. A gennaio del 2017, il Viminale ha diramato una nota destinata ai centri di identificazione ed espulsione (Cie), intercettata dal sito stranieriinitalia.it, nella quale esortava i Cie a liberare un centinaio di posti per identificare «sedicenti cittadini nigeriani rintracciati in posizione irregolare sul territorio nazionale e per il loro successivo rimpatrio». Al contempo, il ministero dell’interno invitava le questure a «effettuare mirati servizi finalizzati al rintraccio di cittadini nigeriani in posizione illegale sul territorio nazionale». 
Da allora, oltre 600 nigeriani sono stati rimossi dall’Italia e rispediti «a casa loro» a bordo di aerei charter, con un costo medio di circa 7500 euro a migrante. 
A casa loro ci sono posti come Goi. Una scuola diroccata, il vecchio municipio coperto da erbacce, i muri scrostati di quelle che un tempo erano case. Dal 2009, qui non ci vive più nessuno e quel che resta è solo un piccolo villaggio fantasma nel mezzo dell’Ogoniland, uno dei territori dell’immenso Delta del Niger. Regione dove la multinazionale petrolifera anglo-olandese Royal Dutch Shell ha iniziato a trivellare nel 1958, quando la Nigeria era ancora una colonia britannica alla faticosa ricerca della sua indipendenza.
Come ci raccontò uno dei capi della comunità di Goi nel lontano 2011, durante la nostra prima di una lunga serie di visite nel Paese, a segnare per sempre il destino del villaggio furono le perdite dell’oleodotto Trans Niger Pipeline che attraversa tutt’oggi la regione fino all’isoletta-terminale di Bonny, dove il petrolio viene processato prima di essere esportato in tutto il mondo. 
Un funesto giorno del 2004 un tubo vecchio di decenni non ha resistito più all’usura del tempo, crepandosi e riversando così nello specchio d’acqua accanto al quale era sorto il villaggio tutto il suo carico. Gli alberi e le piante si sono ammalate, i pesci sono morti all’istante, la terra si è impregnata di una sostanza oleosa che ne ha distrutto per sempre la fertilità. «A Goi come altrove non c’è più nulla da pescare – ci dissero allora – l’acqua e la terra sono contaminate. Nessuno ci ha risarcito per il danno che abbiamo subito, e, come tutti gli altri ce ne siamo dovuti andar via».
La Nigeria è il principale Paese africano per esportazione di greggio, con una produzione di circa due milioni di barili al giorno secondo le stime ufficiali, che ne fa il dodicesimo al mondo per riserve petrolifere. In realtà secondo le valutazioni non ufficiali, che guardano anche al petrolio estratto fuori dal controllo dello stato e rivenduto sul mercato nero, i barili prodotti quotidianamente sarebbero addirittura quattro. 
Circa la metà di questo enorme flusso di oro nero viene estratto e raffinato dalla compagnia anglo olandese, affiancata dall’italiana Eni ufficialmente dagli anni Settanta, sebbene le prime prospezioni fossero iniziate quasi dieci anni prima. 
A giudicare dal numero di casi in cui negli ultimi anni le due multinazionali sono state citate in giudizio dalle comunità locali per le violazioni dei diritti umani collegate alle operazioni estrattive, i nigeriani hanno decisamente pagato un prezzo troppo alto per i quasi sessant’anni di attività petrolifera intensiva, le cui ferite inferte ai territori appaiono oramai troppo gravi per essere curate. 
Viaggiando quasi ovunque per il Delta si assiste a una devastazione ambientale diffusa, con terra e acqua irrimediabilmente contaminate: l’Unep, l’agenzia delle Nazioni unite per l’ambiente, in un rapporto del 2011 stimava in un miliardo di dollari la spesa minima per provare a ripristinare il solo Ogoniland, senza parlare del resto del vasto territorio della regione del Delta. 
A questo vanno sommati i danni permanenti provocati alle persone e all’atmosfera dal famigerato nonché illegale gas flaring, ossia l’emissione di gas connesso al processo di estrazione del greggio e bruciato in torcia, con cui gli abitanti del Delta sono costretti a convivere da più di mezzo secolo: un rumore devastante giorno e notte, aria irrespirabile e piogge acide che corrodono case e terreni.
A fare da contropartita alle centinaia di milioni di barili di greggio che ogni anno vengono esportati direttamente da questa terra c’è un’assoluta mancanza di redistribuzione della ricchezza sul territorio: poche strade, niente opere infrastrutturali, niente elettricità, niente lavoro – lamenta la stragrande maggioranza degli abitanti della regione – e l’unica prospettiva rimasta, per i più fortunati, è quella di andarsene. «Ma ad andarsene dovrebbero essere loro, subito dopo aver ripulito tutto», tuonava già quasi dieci anni fa un anziano abitante della comunità di Ebocha, tra le più colpite dal flaring.
In questi dieci anni, poco sembra essere cambiato sul territorio, dove la popolazione continua a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno nonostante la ricchezza su cui sono appoggiate le loro case malandate. Tuttavia, in questi stessi dieci anni, più di qualcuno ha continuato ad arricchirsi anche oltre il «formalmente lecito». 
«Scaroni e altri» è la denominazione ufficiale del più grande caso di corruzione internazionale in cui sia mai stata coinvolta l’industria petrolifera mondiale, oggi in corso al Tribunale di Milano, che vede tra i tredici imputati anche l’attuale amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, il direttore delle operazioni della multinazionale italiana Roberto Casula, quattro top manager della Royal Dutch Shell, l’intermediario Luigi Bisignani e l’ex ministro nigeriano del petrolio, oltre alle aziende stesse Eni e, per la prima volta nella storia, anche Shell. 
Oggetto del contendere è il più grande giacimento petrolifero offshore nigeriano denominato Opl245, con 9,23 miliardi di barili stimati, situato in acque profondissime a quasi 40 chilometri dalla costa di fronte al Delta, lontano dagli occhi (e quindi dalle proteste) degli abitanti. Un piatto troppo succulento, da ottenere a qualsiasi costo, anche se la voce di costo in questione dovesse essere una tangente di un miliardo e cento milioni di dollari. Un fiume di soldi, pagati per l’acquisto della concessione, ma che in realtà sarebbero andati a ingrossare i conti offshore di politici e imprenditori, intermediari e faccendieri, non certo solo nigeriani. 
Dalle carte del processo, svelate da alcuni media, inclusi scambi di email tra i manager di Shell che per più di un decennio hanno lavorato sull’affare, dimostrerebbero che siano stati proprio i manager delle due società petrolifere, e non i politici corrotti nigeriani, a ingegnarsi per definire lo schema di triangolazione tramite il governo locale che avrebbe schermato le società da ogni responsabilità nell’acquisire un asset rubato nel lontano 1998 dall’allora ministro del Petrolio. Asset il cui relativo pagamento, per un valore inferiore al prezzo reale della licenza, sarebbe finito interamente in una maxi-tangente.
La presunta tangente pagata per Opl245 equivale all’80% di quello che la Nigeria spende per la sanità in un anno. Questo dato, calato nella quotidianità di chi vive oggi nel Delta del Niger, e associato al dato che riporta il numero di nigeriani ancora oggi in viaggio verso l’Italia non può esimerci dal fare alcune semplici considerazioni. 
Certamente non è solo il petrolio che avvelena le vite di milioni di persone. Tuttavia la concentrazione del potere necessaria all’industria petrolifera per proliferare favorisce le connivenze tra regimi politico-corporativi corrotti, che ottengono tutti i benefici dell’industria, scaricando i costi sociali, sanitari e ambientali su milioni di persone costrette a riorganizzarsi come possono per sopravvivere.
La corruzione diffusa ha un ruolo decisivo nell’alimentare flussi finanziari illeciti, nel concentrare la ricchezza nelle mani di pochissimi, impoverendone al contempo svariati milioni, alcuni dei quali sono costretti a lasciare casa propria ed entrare nel tunnel della migrazione forzata, presentata da noi con colpevole erroneità come conseguenza di una inevitabile miseria assurta quasi a condizione naturale.
La corruzione in Africa è un fatto. Ma è un altrettanto ineludibile fatto che gli agenti della corruzione non sono solo i politici africani che ricevono le mazzette, ma anche le aziende e i singoli imprenditori nostrani, che non si limitano solo a pagarle, ma che troppe volte si presentano come vittime di un sistema che altrimenti li fagociterebbe impedendo loro di fare affari per il bene del paese. Tuttavia gli unici a perderci davvero, in questo sistema, sono gli abitanti del Delta del Niger, perseguitati e dilaniati dal bisogno inesauribile dell’estrattivismo di alimentarsi accaparrando risorse e territori a ogni costo, espellendo e costringendo chi li abita a una vita impossibile, che si tratti di restare a casa propria e ammalarsi per le contaminazioni e gli stenti, o di partire per un impossibile riscatto, finendo a ingrossare le fila degli espulsi e degli ultimi a cui il sistema non concede tregua neanche qui da noi. 
A perderci, in realtà, siamo tutti noi che questo sistema lo ripudiamo e lo combattiamo ovunque esso si manifesti, noi che la vecchia storia che «trivellandoli li aiutiamo a casa loro» non ce la siamo mai bevuta.

domenica 24 febbraio 2019

Ogni sabato, dieci funerali - Maria Rita D’Orsogna



It’s hell here. 
People go to polluted streams to fetch drinking water. 
We inhale the polluted air, farm and fish from 
the same polluted environment.

Kpobari Vieme, Gokana, Nigeria
.
Ecco un altra storia e un’altra umanità che il Corriere della Sera non racconterà mai. È una storia di disperazione e di Eni, di povertà e di Nigeria. La bimba si chiamava Mary e per tre anni il suo corpicino era stato coperto da insopportabili allergie e pruriti. Sono iniziati dopo un riversamento di petrolio a Goi, il suo villaggio. Siamo nel Gokona local government nello stato detto Rivers, nella terra degli Ogoni, in Nigeria. Mary viveva qui dove l’Eni e la Shell fanno bello e cattivo tempo da decenni. Ma più che altro cattivo tempo.
Nell’ottobre del 2008 ci fu un enorme perdita di petrolio nell’Ogoniland. Goi era all’epicentro del disastro, assieme con le sue vicine Bomu e Bodo. Un oleodotto della Shell si spezzò e per due settimane ci fu riversamento continuo di petrolio. Circa quattordicimila tonnellate di petrolio finirono nei campi, nell’acqua, fra le mangrovie. In un istante Goi cessò di essere quella che era stata fino allora e si trasformò in una lunga distesa nera.
Ma non ci sono solo le perdite del 2008 a Goi. Ci sono quelle quelle precedenti, quelle successive, quelle future. C’è l’inquinamento e ci sono petrol-incendi che colpiscono la zona incessantemente. E chi ancora vive qui è spesso afflitto da strani dolori che vengono attribuiti tutti a perdite di petrolio nei campi e nelle vite.
Dopo tre anni di prurito insopportabile, Mary è morta, in preda a forti dolori. Non era mai stata in ospedale perché la famiglia non ne aveva i soldi.
Dal 1970 al 2000 ci sono stati 7000 riversamenti di petrolio in Nigeria. Secondo il Nigerian Oil Spill Monitor fra il 2005 e il 2014 altri 5.296. Nel 2010, la Shell ha ammesso che sono finiti in ambiente circa 100.000 barili di petrolio in diciotto comunità Ogoni. Amnesty International parla di un totale variabile fra 9 e 13 milioni di barili. Shell e ENI nel solo 2014  hanno causato 550 riversamenti.
L’Onu dice che qui l’acqua contiene livelli elevatissimi di idrocarburi. Il 70 percento degli Ogoni vive oggi in povertà. Di queste comunità Ogoni, Goi è la più colpita perché da ambo i lati ha petrolmostri, campi estrattivi e oleodotti  che riversano di tutto nei fiumiciattoli della zona e nelle campagne.
Goi è a valle di tutto e dunque il ricettacolo di ogni goccia di petrolio fuoriuscito da condotte difettose, sabotate, o corrose. Mangrovie, acqua, fiumi, campi, è tutto annerito e contaminato.
A un certo punto,  la Shell ha appeso un cartello dichiarando Goi zona morta.
Ai residenti è stato chiesto di evacuare per dare spazio a tentativi di ripulire la zona. Ma a nessuno è stato detto dove andare, cosa fare nel frattempo, chi aveva ucciso la loro zona. Comunicazione: zero. Compensazione: zero.
E cosi, dei residenti di Goi chi poteva è andato via, a volte sapendo dove sarebbe arrivato, altre volte senza ben chiaro dove sarebbe finito, senza cibo e tutti un po’ malandati.  Ma se chi aveva soldi a sufficienza per andarsene, se n’è andato, chi resta vive in preda ad un misto di disperazione e rassegnazione.
C’è una causa in corso, contro la Shell in un tribunale a l’Aia ma la causa è in corso dal 2003 e non si sa quando mai finirà. Nel frattempo? Nel frattempo non solo l’ambiente è morto, ma tutte le attività sane che un tempo esistevano sono scomparse: piccola imprenditoria, pesca, agricoltura, mangrovie, vite tranquille. Ora niente. I bambini non vanno a scuola. I residenti di Goi, quelli rimasti, si dichiarano rifugiati ambientali, soprattutto perchè tutta la loro economia era basata sull’ambiente: pesca, agricoltura e piccolo allevamento di bestiame. Anche la gente muore.
I funerali si svolgono quasi tutti i sabati. Circa dieci persone alla volta.
Se Goi è zona morta, tutte le altre nel vicinato che non hanno ancora ricevuto l’appellativo in questione, non è che stiano meglio. Si muore dappertutto. I residenti lamentano che non c’è mai stata una vera e propria analisi epidemiologica. Tutti lamentano malattie più o meno gravi che non hanno una vera definizione: stanchezza, calore, spossatezza, confusione, tosse persistente.
Intanto, come sempre sono i bambini a risentirne di più: i neonati sono troppo spesso malaticci e la mortalità infantile aumenta. Diarrea, sottosviluppo dei feti, basso peso alla nascita sono tutti stati documentati qui a Goi come collegati al petrolio. Anzi, in Svizzera hanno fatto pure uno studio: The Effect of Oil Spills on Infant Mortality: Evidence from Nigeria. Il tasso di mortalità infantile è di 38 a 76 morti per 1.000 nascite nel raggio di dieci chilometri da qualsiasi riversamento, cioé un aumento del 100 per cento rispetto a zone lontane dal petrolio. Per fare un esempio, in Italia il tasso di mortalità infantile è di 2 per 1.000.
Di ripulire tutto, per ora, solo le parole. ENI e Shell? Zitti zitti, non deve fiatare neanche una mosca!
Intanto mentre il Corriere della Sera continua a mandare i suoi assurdi petro-editoriali, a Goi continuano tutti a bere l’acqua inquinata perché non c’è altro, continuano tutti a mangiare pesci avvelenati perché non c’è altro.

mercoledì 5 settembre 2018

Nigeria, tra conflitti, povertà e il più alto numero di migranti - Violetta Silvestri



La Nigeria continua a vivere una drammatica situazione a causa di instabilità, violenza, fragilità economica. La crisi dei rifugiati ha iniziato il suo quinto anno, accrescendo i numeri di una vera tragedia umanitaria. Secondo i dati Unhcr, 1.700.000 Nigeriani risultano sfollati all’interno del Paese. Più di 203.000 persone sono rifugiate e circa 482.000 sono sfollati in Camerun, Ciad e Niger.

Lo Stato africano si trova coinvolto in una endemica spirale di scontri fra comunità, terrore che affonda le radici in storie di soprusi, ingiustizie, povertà, iniqua distribuzione delle risorse.
Terrore e instabilità, innanzitutto, attanagliano ancora alcune zone del Paese a causa delle attività terroristiche di Boko Haram. Il gruppo di militanti islamici, nonostante sia stato in gran parte respinto dalle forze di sicurezza della Nigeria, continua a diffondere terrore con esplosioni suicide e azioni di violenza. Il Borno e alcune parti degli stati di Yobe e Adamawa, le zone epicentro della conquista di Boko Haram, restano ad alto rischio. Il gruppo esercita potere e pressione attraverso attentati suicidi nei mercati, nelle università e nei campi profughi, imboscate e saccheggi nei villaggi. Attentati e scontri non cessano, lo dimostrano gli eventi degli ultimi mesi. Circa 31 persone sono morte a causa di bombe a Damboa e altre 27 sono rimaste uccise dopo una violenta esplosione nei pressi della moschea di Mubi nei mesi di maggio e giugno scorsi.
Almeno 300 sono le vittime civili negli attacchi del gruppo nel 2017 e nell’arco degli otto anni sono stati circa 20.000 i Nigeriani deceduti nella guerra tra lo Stato e Boko Haram. Un periodo lungo e tragico per la nazione africana, che ha visto ripetersi in questa parte nord-orientale abusi su donne e bambini – spesso utilizzati dai militanti islamici come kamikaze – e rapimenti. 5,2 milioni di persone nel Nord-Est hanno bisogno di assistenza alimentare, di queste circa 450.000 sono bambini sotto i cinque anni. Considerando un periodo di esempio, solo nel luglio 2017 240 bambini sono morti per denutrizione nello Stato del Borno.
La guerra contro Boko Haram sta lasciando segni profondi in Nigeria e nei Paesi limitrofi. Il bacino del lago Ciad è al collasso. Qui i rifugiati in fuga dai militanti islamici vivono in condizioni di povertà e di insufficienza alimentare. Da quando è iniziata la guerra al terrorismo, è proprio in questi territori che si sono intensificate le operazioni belliche contro il gruppo islamico, ad opera non solo delle forze armate di stato nigeriane.
La Civilian Join Task Force, CJTF, è nata in Nigeria e in alcuni Stati confinanti per intensificare la lotta contro Boko Haram. Questi vigilantes civili armati e tutt’oggi operanti sul territorio spesso agiscono incontrollati e, con l’obiettivo di difendere la propria comunità da violenze e soprusi, spesso abusano del potere. Non mancano le accuse di violenze e illegalità contro di loro, che si aggiungono ai crimini commessi contro i civili da militanti di Boko Haram, militari nigeriani, officiali governativi, tutti vittime e carnefici di questa tragedia.
Le detenzioni illegali, per esempio, sono un fenomeno diffuso. I militari hanno arbitrariamente arrestato e detenuto migliaia di giovani uomini, donne e, pare, persino bambini nei centri di detenzione in tutto il Paese. Ai detenuti è stato negato l’accesso ad avvocati e familiari. I militari hanno arrestato illegalmente anche centinaia di donne, senza accusa, alcune perché si credeva fossero imparentate con i membri di Boko Haram.
Le violazioni dei diritti umani in questo ambito hanno spinto alcune donne di Bama, nel Borno, a dar vita al Knifar Movement, movimento nato per la liberazione dei loro mariti, detenuti dai militari per presunta appartenenza a Boko Haram – accusa che le donne negano.
Proprio nei giorni scorsi sono stati arrestati 28 membri del gruppo militante da parte delle forze speciali messe in campo dallo Stato africano. Alcuni hanno confessato di aver partecipato al rapimento di oltre 200 giovani studenti nel Borno nel 2014. Inoltre, tutti hanno dichiarato la colpevolezza di crimini gravi, quali invasioni e attacchi in città e villaggi.
L’emergenza umanitaria causata dalla guerra contro il gruppo islamico ha accelerato un’altra grave crisi. La tensione tra contadini e pastori semi-nomadi nella parte centrale del Paese – Middle Belt e, soprattutto, Stato di Plateau – ha provocato già migliaia di morti.
L’ultimo episodio di violenza risale al 24 giugno scorso, quando 86 persone sono rimaste uccise in diversi villaggi della regione Plateau con l’accendersi di tensioni tra agricoltori e pastori. La lotta per la terra, vitale per entrambi i gruppi sociali, è frutto di una situazione complessa.
Lo spostamento dei pastori verso i territori del Sud, infatti, è solo in parte innescato dalla necessità di scappare dalle terre colpite dalla violenza di Boko Haram, nel Nord-Est del Paese. Alla base di questo scontro dalle sfumature etnico-religiose – i pastori sono soprattutto musulmani Fulani e gli agricoltori cristiani – ci sono diverse ragioni.
Innanzitutto, la siccità e la desertificazione hanno degradato i pascoli, prosciugato molte sorgenti d’acqua naturali e costretto un gran numero di pastori a migrare verso Sud alla ricerca di terra e risorse idriche per le loro mandrie. Inoltre, la crescita della popolazione, l’espansione delle infrastrutture pubbliche e l’acquisizione di terreni da parte di grandi agricoltori e altri interessi commerciali privati hanno ridotto le riserve di pascolo. In un Paese in rapida crescita com’è la Nigeria, terza dopo India e Cina per numero di neonati nel 2018 e con una popolazione che attualmente conta circa 190 milioni di persone, la distribuzione delle risorserappresenta un problema da affrontare con politiche mirate.
La guerra per le terre tra agricoltori e mandriani dimostra la mancanza di piani strategici per la crescita economica del Paese e per la sicurezza. Il clima di conflitto, quindi, si acuisce, alimentato anche dalla rigida divisione etnica e religiosa di questa parte di Nigeria. La maggioranza delle comunità cristiane del Sud risentono dell’afflusso di pastori prevalentemente musulmani, considerato come una “forza di islamizzazione”. Le azioni violente, dunque, si intensificano. I pastori spesso sono armati ed episodi di furti di bestiame, scontri, intimidazione tra mandriani e agricoltori sono piuttosto diffusi.
Lo scontro religioso, in Nigeria, ha assunto già da anni dei toni drammatici proprio contro le comunità cristiane. Attentati in Chiese e in villaggi popolati da persone di questa religione, infatti, si sono intensificati e hanno portato a dichiarare una “guerra religiosa contro la cristianità“. Gli appelli dei vescovi sono accoratiquanto inascoltati.
L’instabilità domina un po’ tutto il Paese, con tensioni che continuano anche tra le milizie statali e i separatisti del Biafra IPOB. Nel corso dell’anno 2017 ci sono stati scontri e uccisioni tra soldati e militanti, che restano in uno stato di agitazione.
Malcontento e frustrazione dominano anche la regione del Delta del Niger, dove il Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni reclama giustizia contro le azioni illecite e l’inquinamento causato da compagnie petrolifere straniere. I piani di recupero ambientale, infatti, non sarebbero rispettati.
In questo quadro così complesso e fragile, la povertà dilaga. La Nigeria detiene il triste primato per la popolazione povera in Africa. Sono quasi 87 milioni, infatti, le persone che vivono in condizioni di estremo bisogno nel Paese. Un dato che può essere affiancato a quello dei migranti presenti in Europa.
Tra il 2010 e il 2017 sono 390.000 i Nigeriani sul territorio europeo. La più numerosa tra le comunità africane. Scappare da condizioni economiche e di povertà così difficili e cercare opportunità di lavoro all’estero sono tra le motivazioni che spingono i Nigeriani a lasciare il loro Paese.
La grande nazione africana occidentale presenta, quindi, diverse problematiche e situazioni contraddittorie. Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, infatti, rivelano una buona prospettiva di crescita per il Paese, con la previsione di aumento del PIL del 2,3%. Un buon traino per l’intera regione sub-sahariana. Gli esperti sottolineano che il Paese si sta riprendendo da una terribile contrazione causata soprattutto dal calo dei prezzi del petrolio e dalla scarsità di valuta estera per importare materie prime.
Nonostante tutto, le disuguaglianze restano. Le sfide per le prossime elezioni nel Paese, previste per il 2019, sono, quindi, ancora molte. Il presidente in carica Buhari – che ha annunciato di ricandidarsi – non ha del tutto convinto soprattutto sul tema della lotta alla corruzione e sulla risoluzione della tensione tra cristiani e musulmani, agricoltori e pastori.
L’opposizione al presidente si sta organizzando. A febbraio 2019 la popolazione potrà scegliere come e con chi affrontare le complesse vicende irrisolte.

lunedì 16 gennaio 2017

Bayelsa, Nigeria: 1000 riversamenti di petrolio l'anno, accuse infinite all'ENI - Maria Rita D'Orsogna,

"AGIP has continued to pollute a canal within its facility in 
Brass despite several representations by the community and state government" 

Attorney-General e Commissioner for Justice
Bayelsa State Government, Nigeria


“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, 
our aquatic life such as fish and animals are dying."

Lettera aperta dei residenti di Bayelsa sull'ennesimo episodio
 di inquinamento AGIP nelle loro comunita'


Filippo Cotalinni, Media Relations Manager at ENI, 
has yet to respond to a request for comments on the incident.



Qualche mese fa il Bayelsa State Government ha rilasciato i dati per l'inquinamento da petrolio nell'anno 2014.

Un totale di 1,000 sversamenti di greggio nel paese in un solo anno.
Zero rimedi.  Zero rimborsi.

Secondo l'Attorney-General e Commissioner for Justice, Kemeasuode Wodu, nessuna delle grandi compagnie ha fatto molto per  migliorare le cose, che la situazione in Bayelsa e' drammatica a causa dei signori del petrolio.

Anche l'ENI/AGIP e' chiamata in causa.

Nel 2015 scoppio' l'oleodotto dell'AGIP presso Clough Creek, Azuzuama.

Morirono in 14 fra cui un membro dello staff del Ministero dell'Ambiente di Bayelsa.

La nostra beneamata, secondo Wodu, evacuo' i corpi dei feriti e dei morti in fretta in furia a Port Harcourt nel vicino Rivers State, per cercare di insabbiare le indagini. Non hanno mai cooperato con le autorita' per far si che ci fosse una investigazione appropriata sull'incidente.

E poi ancora Wodu ricordo' l'enorme sversamento da un'impianto a mare dell'AGIP on localita' Brass il 27 Novembre 2010, che causo' enormi danni all'ecosistema.

Neanche qui gli elegante eredi di Enrico Mattei fecero niente. Niente fecero loro, niente fecero gli enti nigeriani. Anzi, l'AGIP continua a inquinare i canali marini, nonostante le proteste della comunita' e delllo stato di Bayelsa.
‎

Passa neanche un mese, e il 2 Novembre 2016 i residenti di Ekole Creek sempre dello stato di Bayelsa riportano un "massive oil leak" dell'AGIP di Nigeria.

Distrutta la pesca distrutti i campi

Secondo i residenti, il petrolio ha coperto uno strato di circa 5 centimetri sulla superficie dell'acqua dei loro fiumi. Il copione e' sempre lo stesso, pesci morti, spaventati, ed impossibile da catturare sani o da mangiare. Acqua contaminata che non si puo' piu' usare ne per bere, ne par farsi il bagno.

In una lettera aperta, i residenti scrivono

“We cannot drink water, we cannot bathe in the river, our aquatic life such as fish and animals are dying."

Il rappresentante ENI,  Filippo Cotalinni, il loro Media Relations Manager non ha risposto alle richieste di speigazioni o di commenti da parte della stampa di Nigeria.


Siamo nella regione dell'Ogbia dove la Shell rilascia petorlio da un oleodotto nel piu' importante fiume della zona, l'Ekoli. Sono morti in due. Perche' e' successo questo? Secondo Sodaguwa Festus-Omoni, rappresentante dell'area, a causa della scarsa manutenzione di oloeodtto vecchi e corrosi.

Era vecchio di 40 anni. Avrebbe dovuto essere rimpiazzato dopo venti. 
Cioe' venti anni fa. 

Sono dieci anni che accadono queste cose, a Ogbia come a Bayelsa, da parte della Shell come da parte dell'ENI e nessuno fa niente. 

Sodaguwa Festus-Omoni dice chiaramente che e' la politica di queste multinazionali di sperare che il silenzio conservi lo status quo. Cioe' qui non si preoccupano nemmeno di dichiarare il tuttapposto, non dicono proprio niente:

“I think it is a practice of these oil majors to cover up. They take it for granted that the people are so ignorant that it will not go anywhere."

Ovviamente fa sempre comodo parlare invece di vandali e di attacchi da parte dei ribelli.

Ma secondo Sodaguwa Festus-Omoni tutto questo disastro di cui non parla nessuno ne in Nigeria ne tantomeno in Europa o negli USA, e' solamente a causa della negligenza da parte della Shell.

Con la scusa del vandalismo, i vecchi oleodotti non vengono controllati, riparati o sostituiti, e .. voila',
petrolio dappertutto. E silenzio.

Anche qui la storia e' la stessa, di fiume essenzialemente distrutto, pesca e usi potabili non piu' possibili, gente con eczemi a causa degli idrocarburi dispersi nel mare.

La Shell dice di ora stare facendo delle indagini.

E infine, il 2017 si apre con la stessa Royal Dutch Shell che ha dovuto chiudere l'oleodotto nigeriano Trans Niger oil pipeline a causa di un incendio in localita' Kpor, in Ogoniland.

Passano qui circa 180,000 barili di petorlio al giorno, greggio che arriva fino al Bonny Export Terminal nel Niger Delta.

La produzione di petrolio dalla Nigeria continua a crollare a causa dei ribelli e di attacchi alle infrastrutture che si sono asusseguiti nel 2016. Ad Agosto 2016 il minimo storico delle estrazioni con circa 1.39 milioni di barili al mese, il valore piu' basso dal 1988.

La Shell non ha avuto alcun commento.

Tutto questo accade lontano.

Ma quel petrolio lo usiamo noi.

L'ENI e' al 30% di proprieta' statale.

Siamo noi.