Visualizzazione post con etichetta OMS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta OMS. Mostra tutti i post

lunedì 6 marzo 2023

ANTIBIOTICO-RESISTENZA: LA FINE DELLA MEDICINA UFFICIALE? - Raffaele Varvara

I batteri sono diventati refrattari agli antibiotici a causa del loro abuso da parte della medicina convenzionale. Di questo passo non riusciremo più a curare le infezioni. A rischio anche gli interventi chirurgici.


I sacerdoti dello scientismo preconizzano da tempo nuove pandemie che, aggiungiamo noi, potranno essere sostenute da batteri multiresistenti. La resistenza non è solo quella in atto, dei popoli contro il potere, ma anche quella di virus e batteri contro gli antibiotici. Questi intelligenti microrganismi, stanno sviluppando meccanismi di resistenza anti-antibiotici che neutralizzano l’effetto terapeutico delle penicilline, con il risultato che i nostri sistemi immunitari si troveranno privati di un alleato decisivo per debellare le infezioni.

Questo naturale processo evolutivo di difesa, è accelerato e aggravato dall’abuso della medicina ufficiale degli antibiotici. Ogni batterio che sopravvive ad una cura antibiotica può diventare resistente, moltiplicarsi e trasferire la sua capacità di resistere ad altri batteri. Alcuni ceppi batterici si sono evoluti a tal punto da diventare resistenti a più antibiotici contemporaneamente (multi-resistenza) ed in questo caso, trovare una cura diventa molto difficile. Tra le specie batteriche più importanti divenute resistenti agli antibiotici ci sono lo Staphylococcus aureus, che può causare infezioni della cute e di tutto l’organismo (setticemia); la Klebsiella pneumoniae, che provoca setticemie, infezioni polmonari; il Campylobacter, che causa infezioni intestinali, e l’Escherichia coli che può provocare diversi tipi di infezioni, tra le quali le più comuni sono le infezioni urinarie.

La diminuzione dell’efficacia degli antibiotici esistenti, non è compensata dalla introduzione di nuovi antibiotici (tra la scoperta di nuove molecole e la loro utilizzazione trascorrono molti anni) e quindi con l’aumento della frequenza di batteri multi-resistenti diventerà sempre più difficile guarire dalle infezioni (1). Del resto per Big Pharma è molto più redditizio produrre terapie profilattiche (vaccini) elargite a tappeto su tutta la popolazione mondiale piuttosto che investire in ricerca.

L’antibiotico-resistenza non è un problema della singola persona infetta ma è oggi una vero e proprio problema sociale, di priorità assoluta per la sanità pubblica a livello mondiale. Secondo l’OMS, il fenomeno della antimicrobico-resistenza sarà responsabile di 2,4 milioni di morti soltanto nell’area OCSE con un impatto sull’economia pari a 3,5 miliardi di dollari l’anno, e un costo cumulativo di 120 trilioni di dollari, una catastrofe dunque per la tenuta dei conti sanitari.

“Secondo la Banca Mondiale l’impatto economico dell’ antimicrobico-resistenza potrebbe essere peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008-2009. I paesi a basso reddito vedrebbero ridursi il PIL di oltre 5 punti percentuali, quelli a medio reddito del 4,4 per cento, i paesi industrializzati del 3,1 per cento. Basti pensare, inoltre, che sono già circa 33 mila le persone che ogni anno muoiono in Europa per infezioni causate dalla resistenza ai batteri con un impatto di circa un miliardo e mezzo di euro sul sistema sanitario e in termini di perdita di produttività” (2).

L’Italia, assieme alla Grecia e alla Romania, è uno dei paesi in Europa con i maggiori tassi di resistenza: negli ospedali italiani i ceppi della Klebsiella pneumoniae sono resistenti intorno al 50% ai carbapenemi, una classe di antibiotici ad ampio spettro d’azione con struttura simile a quella delle penicilline e cefalosporine. Per l’Acinetobacter si parla addirittura di un tasso di resistenza dell’80-90% (3).

La risposta a un problema globale è una soluzione globale, ma ancora una volta si tende a scaricare le responsabilità verso i singoli individui. Ci fanno credere che per ripristinare l’efficacia terapeutica degli antibiotici, basta limitarne l’utilizzo da parte dei singoli, allo stesso modo di come ci fanno credere che per salvaguardare il pianeta, basta limitare il consumo pro-capite di plastica. E’ un intero paradigma quello della medicina convenzionale, di stampo biomedico riduzionista, ad entrare ufficialmente in crisi. Urge una riflessione critica a tutti i livelli della medicina, dalla formazione alla clinica, nonchè una vera e propria rivoluzione epistemologica della scienza medica. Senza antibiotici efficaci potremmo tornare all’era pre-antibiotica, quando i trapianti di organi, la chemioterapia per il cancro, la terapia intensiva e tutte le altre procedure mediche, incluse alcune cure odontoiatriche, non sarebbero più possibili senza l’insorgenza di infezioni anche gravi. Le malattie batteriche si diffonderebbero e, non potendo più essere curate, causerebbero la morte (3).

L’ordine dei medici sarà presto chiamato dal comitato “Di Sana e Robusta Costituzione” a rispondere in merito al fenomeno in oggetto. L’antibiotico resistenza è la frontiera giusta d’azione per lo scacco matto alla medicina convenzionale.

NOTE

  1. https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/a/antibiotico-resistenza
  2. https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/da-non-perdere/antibiotico-resistenza-unemergenza-per-tutto-il-pianeta
  3. (ibidem)
  4. https://www.salute.gov.it/portale/p5_1_2.jsp?id=219&lingua=italiano

da qui


martedì 29 novembre 2022

La prevenzione non c’è nel nuovo trattato dell’Oms – Nicoletta Dentico

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha licenziato la bozza zero «concettuale» del trattato pandemico, il cui percorso negoziale è stato deciso all’unanimità da una sessione dell’Assemblea nel 2021.
Al trattato è rivolta l’attenzione e l’impegno della comunità sanitaria globale. C’è molta agitazione nell’aria, e anche un bel po’ di confusione. Infatti l’Oms uno strumento vincolante per gestire le emergenze sanitarie ce l’ha già: i Regolamenti Sanitari Internazionali, aggiornati nel 2005 dopo l’epidemia di SARS, ma inefficaci nella vicenda di Covid-19 (una défaillance, le cui cause profonde non sono state indagate). Ora, dunque, i delegati sono chiamati a negoziare il nuovo trattato pandemico entro il 2024 e ad emendare il vecchio trattato dell’Oms.
COME ERA PREVEDIBILE i due percorsi si intrecciano, confondono, e competono fra loro, sicché le delegazioni faticano non poco a tirare le fila, persino quelle europee. Le minuscole delegazioni dei Paesi del sud del mondo, con il respiro cortissimo, se la giocano tra intimidazioni e fatalismo diplomatico. La consegna è chiara - avanti a tutta velocità. La pressione per il nuovo trattato è forte, come si evince anche dalla presa di posizione del Nobel Giorgio Parisi, convinto che la comunità internazionale abbia umilmente appreso le razionali pedagogie di Covid.
Sul nuovo trattato pandemico, invece, diversi esperti di salute globale nutrono perplessità, a partire dalla genesi dell’iniziativa, a forte trazione europea e sostenuta dalla Fondazione Gates che sta investendo a piene mani nei think-tank internazionali per farla avanzare. Oggi, la bozza zero «concettuale» non fa che confermare i dubbi. Certo è presto per parlare, visto che si tratta di un proto-testo, e il negoziato vero e proprio deve ancora cominciare. Ma chi ha seguito il percorso fin dalla prima ora, come chi scrive, sa bene che l’impostazione politica del trattato e i paletti negoziali sono ben saldi, e noti all’Inter-governmental Negotiating Body (INB), il piccolo solerte gruppo intergovernativo cui è affidato il compito di tessere il processo diplomatico.
IL TRATTATO PANDEMICO dell’Oms punta alla prevenzione, preparazione e risposta alle prossime pandemie. Ora, a prescindere dal fatto che - Covid ce lo ha insegnato - una pandemia non è un evento naturale ma un colossale fallimento di governance mondiale, nella attuale proto-bozza balza agli occhi la assenza di ogni serio riferimento alla prevenzione e l’esclusiva attenzione alla preparazione e risposta.
L’EPISTEMOLOGIA del testo guarda esclusivamente alle soluzioni biomediche, punta a fissare le dinamiche sullo scambio di patogeni (come faceva il vecchio trattato), il trasferimento di tecnologie per la creazione di hub regionali a vocazione farmaceutica. Il testo spende pagine sull’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale, sulla Dichiarazione di Doha per favorire l’accesso ai farmaci, richiama anche la possibilità di waiver limitati della proprietà intellettuale e afferma l’obbligo per le aziende di rivelare i prezzi e gli accordi siglati per ogni singolo prodotto farmaceutico nelle prossime emergenze sanitarie nei contratti di procurement pubblico.
NELLA MACEDONIA di proposte c’è di tutto sulla sola declinazione di salute che l’Oms e la comunità sanitaria internazionale sanno interpretare da decenni a questa parte: quella della sua medicalizzazione. Una agenda tecnologica occidentale decisamente egemonica, che piace alle case farmaceutiche perché conferisce loro sconfinato potere. Dopo la storia dei vaccini anti-Covid, i Paesi del sud globale dovrebbero sapere che questa dipendenza non porta fortuna. Il problema però è più profondo e riguarda tutti. Nella concatenazione di crisi, sanitaria e climatica, siamo sicuri di poter gestire le prossime emergenze sanitarie come se fossero malattie infettive da contenere e sorvegliare? E siamo davvero convinti di prepararci alle prossime zoonosi con vaccini, farmaci e diagnostici coordinati su scala globale?
La visione del negoziato ufficiale resta inchiodata a uno sproporzionato soluzionismo farmaceutico che non induce a grandi aperture di credito, anche perché il coordinamento sarebbe affidato alle entità pubblico-private a matrice filantropica che hanno fatto il bello e cattivo tempo durante Covid, senza lode e con molta infamia.
LA TANTO ACCLAMATA One Health, l’approccio che dovrebbe ridisegnare i contorni della salute umana nella sua interconnessione con salute animale e dell’ambiente, viene evocata e poi citata a pagina 23 (su 32) solo come sorveglianza, mentre è chiaro che senza colossali politiche e investimenti nella mitigazione climatica, senza un cambio netto di direzione sui determinanti industriali delle malattie - allevamento del bestiame e monoculture industriali - le pandemie continueranno. L’Oms si gioca il futuro su questa partita, ma anche la sua definitiva trasformazione genetica nelle mani del settore privato, che per la prima volta viene chiamato al tavolo negoziale per discutere un trattato senza che per ora sia previsto il minimo accenno alle clausole di salvaguardia dal conflitto di interessi. Non era questa la lezione di Covid.

da qui

mercoledì 10 agosto 2022

Vaiolo delle scimmie

Vaiolo delle scimmie. Perché nessuno vi riporta questa ricerca del New England Journal of medicine? - Francesco Santoianni


Ma perché nessuno vi dice che, secondo una ricerca pubblicata sul New England Journal of medicine, il 98% delle persone colpite in Europa dal “vaiolo delle scimmie” sono omosessuali che lo hanno, verosimilmente, contratto attraverso rapporti anali? E perché nessuno vi dice che nel maggio 2003, negli Stati Uniti, furono segnalati un centinaio di casi di questa infezione; una “epidemia” che si è estinta nel giro di qualche settimana con la completa guarigione di tutti gli infetti.

Altro che vaiolo.

Non ve lo dice nessuno. In compenso, dilagano in TV “esperti” che terrorizzano con l’ansiogeno “Non c'è una cura specifica per il vaiolo!”. Una mistificazione in quanto, il “vaiolo delle scimmie” pur essendo provocata da un virus anch’esso appartenente alla famiglia dei Poxviridae, non ha nulla a che vedere con il vaiolo umano (provocato dal virus Variola major) che ha funestato l’Europa nei secoli passati; così come la cosiddetta “Peste bovina” non ha nulla a che vedere con le catastrofiche epidemie di Yersinia pestis.

Intanto l’impresentabile Direttore generale dell’OMS Tedros Ghebreyesus, nonostante il parere contrario dell’apposito Comitato dell’OMS, dichiara lo “Stato di emergenza sanitaria globale” che autorizzerà gli stati a imporre le peggiori infamie; e nessuno in TV vi dice che i primi casi di “morti per il vaiolo delle scimmie” in Europa potrebbero dipendere dallo scompaginamento del sistema immunitario prodotto da una vaccinazione anti-covid che già sta facendo emergere numerose infezioni, come le polmoniti, assolutamente inedite in estate.

Di fronte a questa infezione che colpisce quasi esclusivamente gli omosessuali sarebbe stata ovvia una campagna informativa stile Aids che consigliasse l’uso del preservativo per i rapporti anali. Ma questa non si fa. Per colpa dell’imperante politically correct? No, per terrorizzare la popolazione presentando il “vaiolo delle scimmie” come una imminente catastrofe e costringerla ad una vaccinazione di massa. Che, magari, come è il caso di quella anti-Covid scompaginando il sistema immunitario renderà una piaga infezioni fino a ieri banali.

Quindi, altre malattie, altre vaccinazioni. Per consolidare una ipocondria generale nata con l’emergenza Covid e diventata il principale strumento di controllo sociale

 

Articolo già pubblicato in www.bastapaura.it

da qui



Il vero problema con il vaiolo delle scimmie - Massimo Sandal

 

Con oltre 500 casi confermati di vaiolo delle scimmie al giorno nel mondo, il direttore generale dell’OMS, Thedos Ghebreyesus, il 23 luglio ha dichiarato l’emergenza di salute pubblica internazionale. È strano scrivere oggi di vaiolo: è una parola pregna di terrore antico – viene dal latino varius, variegato, o da varus, foruncolo – che speravamo di non dover più pronunciare. Il ritorno di una forma di vaiolo dovrebbe angosciarci, eppure dopo due anni e mezzo di pandemia siamo stanchi; l’idea di un altro virus di cui monitorare il contagio e per il quale prendere provvedimenti di salute pubblica, magari invasivi, ci pare uno scherzo grottesco. 

Ci sono molte differenze rispetto al COVID-19. Sembra abbastanza chiaro che il vaiolo delle scimmie non si possa diffondere con la stessa rapidità; a differenza di Sars-CoV-2 inoltre il virus del vaiolo delle scimmie è noto da decenni e abbiamo già vaccini funzionanti. Come sintomi, in prima approssimazione, il vaiolo delle scimmie è un vaiolo lieve. Meno grave del vaiolo umano storico, ma non è affatto un’esperienza insignificante. I sintomi sono mal di testa, febbre, stanchezza, seguiti dalle caratteristiche pustole vaiolose, spesso concentrate nella zona ano-genitale e estremamente dolorose, che in seguito seccano e possono lasciare cicatrici. A seconda del ceppo virale la mortalità può oscillare – nei paesi africani dove è endemico, per esempio – dall’1 al 10%. Il vaiolo vero e proprio, in confronto, aveva una mortalità del 30%. Il vaiolo delle scimmie colpisce più gravemente bambini e immunodepressi (come i sieropositivi all’HIV, che in Africa nel 2018 erano poco meno di 38 milioni).

Però – dovrebbe essere ovvio, ma ovvio non sembra – la seconda fuga e invasione planetaria di un virus nel giro di tre anni è un segnale che dovremmo imparare a leggere: l’ennesimo sintomo del nostro approccio problematico con la biosfera. Eppure, viceversa, il vaiolo ci dovrebbe insegnare anche che, contro i virus, possiamo fare qualcosa che oggi, dopo tre anni di pandemia e in mezzo a nuove varianti di Sars-CoV-2 può suonare strano: possiamo vincere. 

Da dove viene il vaiolo delle scimmie
Il 30 giugno del 1958 un macaco, che avrebbe dovuto fare da cavia per la ricerca sui vaccini contro la poliomielite, allo Statens Serum Institut in Danimarca, si ammala di una curiosa eruzione cutanea molto simile a quella del vaiolo. Nei giorni successivi altri cinque animali vengono colpiti. A novembre un altro focolaio della stessa malattia colpisce un altro carico di macachi; gli scienziati dello Statens Serum Institut isolano dagli animali un nuovo virus di una malattia che chiamano monkeypox, vaiolo delle scimmie. 

In realtà il nome è parzialmente ingannevole: a dispetto delle circostanze della sua scoperta, il virus infatti è più comune nei roditori o nei ghiri dell’Africa, che nelle scimmie. Solo nel 1970 si registrò il primo caso di infezione nell’essere umano: un bambino di 9 mesi nel territorio di Basankusu, una regione quasi interamente coperta dalla foresta pluviale, nel nord della Repubblica democratica del Congo, remotissima. Da quella prima infezione il vaiolo delle scimmie in mezzo secolo è diventato endemico in Africa centrale e occidentale. I numeri ufficiali non sono mai stati altissimi anche se comunque preoccupanti (quasi 4600 casi  e 171 decessi confermati solo da gennaio a settembre 2020 in Congo, per esempio) ma lentamente il virus estese il suo raggio d’azione, con focolai in Sudan e in Nigeria, lanciando anche timidi tentacoli fuori dal continente africano, negli Stati Uniti per esempio. Finora però gran parte dei focolai di vaiolo delle scimmie era stata limitata a popolazioni che consumano cacciagione selvatica, la cosiddetta bushmeat, e fuori da lì il virus era stato posto spesso rapidamente sotto controllo. È evidente che ora invece il vaiolo delle scimmie è ben capace di sostenere la sua diffusione da persona a persona. Finora le malattie della famiglia del vaiolo non erano mai state considerate malattie veneree (anche se casi di trasmissione sessuale erano noti). Ma è comunque un’infezione che si trasmette tramite contatto stretto. Nei casi degli ultimi mesi, sembra abbastanza chiaro che la principale via di trasmissione attuale sia correlata ai rapporti sessuali, concentrata in particolare tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini.

È una situazione pericolosa, in cui rischia di ripetersi l’errore che venne fatto per HIV/AIDS, che per un breve periodo venne chiamato dalla comunità medica “gay-related immunodeficiency disease, “malattia di immunodeficienza relativa ai gay”, col duplice risultato di addossare lo stigma alla comunità LGBT e di far sottovalutare il pericolo al resto dei cittadini. Come ha spiegato Kai Kupferschmidt su Science, è probabile che in questo caso il vaiolo delle scimmie si sia diffuso accidentalmente all’interno di una sottoinsieme della comunità gay con una rete di contatti sessuali molto fitta. È stata questa molteplicità di partner, quindi, a favorire la diffusione del virus. Ma il virus sta già debordando al di là di questi confini e inizia a colpire, per esempio, anche i bambini. Non è con lo stigma e con la buoncostume che si fermano le pandemie.

Breve storia del vaiolo
Il virus del vaiolo delle scimmie è il principale parente del vaiolo storico ancora in circolo. Il ritratto di famiglia è però abbastanza affollato. Vaiolo “classico” e vaiolo delle scimmie sono solo due rappresentanti di una dozzina di virus estremamente simili tra loro, gli orthopoxvirus. Il vaiolo delle scimmie non è l’unico vaiolo ancora esistente a colpire gli esseri umani. 

Innanzitutto c’è il virus vaiolo bovino, la cui infezione è rara e il cui nome è, di nuovo ingannevole: ormai pressoché inesistente tra le mucche, viene invece trasmesso alle persone dai gatti (ha però come vera specie-riserva le arvicole, che infettano i gatti quando le cacciano). Un altro è il cosiddetto vaccinia virus: uno dei più noti, in quanto è il virus alla base dei vaccini per il vaiolo, ma le cui origini in realtà sono oscure; oggi viene trasmesso spesso proprio da persone vaccinate contro il vaiolo con vaccinia virus infettivo, come i militari statunitensi. In rari casi può passare all’uomo il vaiolo dei cammelli, e vi sono inoltre virus che attaccano l’essere umano scoperti di recente, come l’alaskapox (identificato solo nel 2015) o il virus Akhmeta. Nessuno di questi virus ha dato prova di essere pericoloso, almeno finora.

È una famiglia tutto sommato giovane. Essendo capaci di replicarsi rapidamente, l’evoluzione biologica dei virus segue le scale dei tempi della nostra storia e preistoria, più che di quelle del tempo profondo, di milioni di anni, che spesso attribuiamo all’evoluzione dei viventi. Gli orthopoxvirus del Vecchio e del Nuovo mondo si sono separati circa 42.000 anni fa, e il virus del vaiolo delle scimmie si è separato dagli altri orthopoxvirus intorno a 3500 anni fa. Il virus del vaiolo delle scimmie, o quantomeno la sua linea evolutiva, è dunque più antica del virus del vaiolo umano, che invece sembra essersi originato intorno al 280 dopo Cristo.

Questa parentela evolutiva stretta è quella che oggi ci permette un vantaggio enorme nei confronti del vaiolo delle scimmie: un vaccino contro un qualsiasi orthopoxvirus è estremamente efficace anche nei confronti di tutti gli altri. I vecchi vaccini del vaiolo (che sono a loro volta basati sul vaccinia virus, non sul virus del vaiolo in senso stretto) hanno un’efficacia dell’85% contro il vaiolo delle scimmie. Virus come quello dell’influenza o del COVID evolvono e mutano molto più velocemente, e avere vaccini universali è molto più difficile. È importante ricordare che comunque evolvono: il virus del vaiolo si è evoluto nel tempo diventando più virulento, non meno, a smentire definitivamente la fola secondo cui i virus diventerebbero più “buoni” col tempo. 

Viceversa, come ogni ente biologico, i virus del vaiolo hanno comunque dietro di sé una storia remotissima. Essi sono una piccola parte di un gruppo tra i più eccezionali della vertiginosa diversità dei virus, i cosiddetti grandi virus a Dna citoplasmatici o NCLDV. È una famiglia di virus probabilmente più antica di tutti gli eucarioti (organismi con cellule complesse) viventi, e che probabilmente ha influenzato l’evoluzione di gran parte della vita sulla Terra. Il nostro rapporto con il vaiolo è solo un piccolo, recentissimo capitolo di questa storia. Fedeli al nome della categoria, i virus del vaiolo sono dei piccoli giganti: circa 220 – 450 nanometri di lunghezza, con un genoma di quasi 200.000 “lettere”. 

Meno della metà di un batterio, eppure non ci sono molti altri virus umani così massicci, tranne forse il virus dell’Ebola, la cui lunghezza può arrivare al micrometro. Ma anche il virus del vaiolo è un nano al confronto dei suoi parenti, tra cui ci sono i virus più grandi del pianeta, come i mimivirus o i pandoravirus, il cui genoma è più grande e complesso di quello di diversi batteri. Questi remoti cugini del vaiolo hanno messo in crisi l’idea di virus come quella di semplici replicatori molecolari indegni dell’etichetta di viventi, e li hanno avvicinati alle forme di vita vere e proprie. 

Memorie di una vittoria
L’8 maggio 1980 l’OMS dichiarò il vaiolo finalmente eradicato. “Il più terribile dei sacerdoti della morte”, secondo lo storico Thomas Macaulay. Comparso circa 1700 anni fa (o forse anche prima, se venisse confermato che colpì e uccise il faraone Ramsete V), il vaiolo solo in Europa uccideva, nel Diciottesimo secolo, 400.000 persone all’anno, su una popolazione di 150 milioni. Era un flagello particolarmente democratico: non si faceva scrupolo di uccidere o colpire zar, imperatori, cesari. Il vaiolo ha ucciso l’imperatore Giuseppe I d’Austria, re Luigi XV di Francia, lo zar Pietro II di Russia, il re Luigi I di Spagna e la regina Ulrika Eleonora di Svezia, oltre ad aver sfigurato la regina Elisabetta I d’Inghilterra. Fino a poco prima della sua eradicazione, mieteva ancora migliaia di vittime: un singolo focolaio a Bihar, in India, uccise 10.000 persone nel 1974. Quando non uccideva – cosa che accadeva nel 20-30 per cento dei casi –  il vaiolo sfigurava e accecava: copriva il corpo delle vittime di centinaia o migliaia di pustole, che lasciavano spesso cicatrici sul volto e ulcere alle cornee. Prima della comparsa del vaccino, il vaiolo causava un terzo dei casi di cecità in Europa.

Sembrava impossibile liberarsi di un flagello così endemico e letale, eppure oggi è solo un ricordo. Già eliminato dai Paesi occidentali entro il dopoguerra (il primo Paese a eliminare il vaiolo dai propri confini fu la Svezia nel 1895, con l’eccezione di due focolai negli anni Trenta e negli anni Sessanta), il vaiolo venne eradicato da tutto il globo con una campagna mondiale coordinata e senza tregua. Questa iniziò ufficialmente nel 1958 con la risoluzione WHA11.54 dell’OMS, su proposta del ministro della salute sovietico Viktor Zhdanov, ma il presidente americano Thomas Jefferson aveva già espresso questa speranza nel 1806, scrivendo a Edward Jenner, colui che mise a punto la vaccinazione contro il vaiolo: “Avete eliminato una delle più grandi sventure umane. […] Le nazioni del futuro sapranno solo dalla storia che il ripugnante vaiolo è esistito”. 

È stato possibile perché, nell’orrore, siamo stati fortunati. Il vaiolo infatti aveva numerose caratteristiche che lo rendevano un bersaglio perfetto per l’eradicazione. Non aveva casi asintomatici, la malattia era ben riconoscibile, l’infettività era associata all’evidente eruzione cutanea, non c’erano portatori a lungo termine, il vaccino era estremamente efficace contro tutti i ceppi del virus (in generale, i vaccini per il vaiolo sono efficaci contro tutti gli altri orthopoxvirus umani) e non c’era nessun animale che potesse fare da “serbatoio” per il virus. A differenza di quanto spesso si crede, l’eradicazione del vaiolo non è stata raggiunta tramite una vaccinazione a tappeto: nelle fasi finali dell’eradicazione i focolai potenziali venivano cercati ossessivamente, meticolosamente in ogni villaggio, e poi spenti in modo mirato. Una volta identificati i casi di infezione questi si contenevano isolandoli («quattro guardie venivano assegnate, giorno e notte, a ciascuna abitazione infetta», ricordava Frank Fenner, uno dei medici leader della campagna di eradicazione) e vaccinando tutti i possibili contatti. 

L’ultimo caso naturale di variola major, la forma più letale del vaiolo, è stato quello di Rahima Banu, in Bangladesh, il 16 ottobre 1975; l’ultimo di variola minor colpì Ali Maow Maalin, cuoco di un ospedale somalo, il 22 ottobre 1977. Entrambi guarirono dalla malattia senza gravi complicazioni. Il vaiolo avrebbe però reclamato un’ultima vittima: la fotografa medica inglese Janet Parker, l’11 settembre 1978, infettata in seguito a un incidente di laboratorio all’Università di Birmingham, in circostanze mai davvero chiarite, morì dopo un mese di agonia. Fu in seguito a quell’incidente che tutti i campioni di vaiolo esistenti nei laboratori vennero distrutti o inviati a due laboratori di massima sicurezza, negli Stati Uniti e in Unione Sovietica. Il terrore del vaiolo resta comunque alto, anche oltre 40 anni dopo. Nel 2018 è stato approvato il primo farmaco contro il vaiolo, il tecovirimat, e per l’occasione la rivista Nature chiedeva di tenere ancora alta la guardia.

Il vaiolo ha dimostrato che eliminare una malattia infettiva dalla Terra è estremamente complesso: ha richiesto una coincidenza di condizioni fortunate e uno sforzo collettivo ineguagliato. Oggi abbiamo eradicato la peste bovina, e siamo vicini a eradicare altre malattie umane, come la poliomielite o la dracunculiasi, ma non è chiaro quanti patogeni potremo lasciarci alle spalle, ricordi nei musei della sesta estinzione insieme a migliaia di altri viventi, ma che una volta tanto non mancheranno a nessuno. Prendiamo il Sars-Cov-2: al contrario del vaiolo ha una diffusione aerea molto più semplice (anche se non mancarono casi di diffusione aerea del vaiolo, come nel focolaio di Menschede nel 1970 in Germania), ha una fase e casi asintomatici e contagiosi, e ha serbatoi animali. Questo rende il coronavirus un bersaglio molto più difficile del vaiolo. 

Ma questo non significa neanche che dobbiamo abbandonarci al fato. L’eradicazione del vaiolo è stata un po’ come lo sbarco sulla Luna: ha dimostrato che un obiettivo apparentemente fantascientifico era possibile, con uno sforzo collettivo e coordinato. Anche se non fosse stato possibile eradicare del tutto il vaiolo, l’impresa non sarebbe stata vana: controllare il virus il più possibile avrebbe comunque risparmiato migliaia se non milioni di vite umane e sofferenze.

Perché il vaiolo delle scimmie arriva proprio adesso a diffondersi nel mondo? Ci sono varie teorie – il virus potrebbe essersi evoluto per diventare più contagioso, o la pandemia di COVID-19 potrebbe aver indebolito il nostro sistema immunitario. Ma il fatto è che gli scienziati ci dicono che in futuro una nuova epidemia, se non pandemia, è inevitabile. Il vaiolo delle scimmie potrebbe non essere quella pandemia, ma è comunque un assaggio di quanto ci aspetta. 

Virus, globalizzazione e colonialismo
Una possibile chiave di lettura di quello che sta accadendo si può andare a cercare nel rapporto tra pandemie e colonialismo. Il vaiolo del resto fu una delle principali armi, sia pure in gran parte involontarie, del colonialismo europeo. Nel Sedicesimo secolo annientò le civiltà precolombiane: arrivato nelle Americhe nel 1507, massacrò interi popoli. Un frate spagnolo, giunto in Messico nel 1525, descrisse come “quando il vaiolo iniziò ad attaccare gli Indiani, divenne una pestilenza così grande che nella maggior parte delle province più di metà della popolazione morì […] a cataste, come fossero cimici. Altri morirono di fame, perché, siccome erano tutti malati, non potevano prendersi cura l’uno dell’altra. In molte case tutti morirono e, siccome era impossibile seppellire il gran numero di morti, tirarono giù le case […] che diventarono le loro tombe”. L’impero Inca si sbriciolò più a causa del vaiolo, che uccise l’imperatore Huayna Capac e il suo erede, Ninan Cuyuchi, portando la guerra civile in un impero sotto attacco, e ne decimò la popolazione, che delle spade di Pizarro. 

Ma il rapporto tra epidemie e pandemie e colonizzazione – sia in senso stretto, sia nel senso lato di conquista e penetrazione di massa in habitat remoti – non si ferma qui. Guardiamo a quanto accaduto per esempio col virus HIV, che è entrato in contatto con la specie umana negli anni Venti del Ventesimo secolo, e si è diffuso in seguito alla urbanizzazione della zona di Kinshasa neli anni Sessanta. E a quello che è accaduto di nuovo con il Sars-Cov-2, le cui origini sono ancora incerte ma in qualche modo devono risalire al brulicare di coronavirus tra i pipistrelli dello Yunnan, in Cina, o nel sud-est asiatico, e con cui siamo entrati in contatto vuoi tramite le miniere di rame, vuoi tramite il consumo di animali selvatici.

L’HIV però è stato riconosciuto ed è diventato un allarme solo quando è uscito dall’Africa, negli anni Ottanta, per sbarcare negli Stati Uniti, anche se in Africa era già diffuso da decenni (e anzi, probabilmente ce ne siamo accorti quando è uscito dal sottomondo sociale dei tossicodipendenti per arrivare a strati meno nascosti della società, se sono vere le testimonianze aneddotiche sulla junkie flu negli anni Settanta). E viceversa, benché sia tuttora endemico in Africa con enormi conseguenze di salute pubblica, in Occidente è diventato invece ormai un fatto della vita, prevenibile con contraccettivi a portata delle nostre tasche e trattabile con le terapie che oggi lo rendono una malattia cronica e non una sentenza di morte. 

Con il vaiolo delle scimmie stiamo ripetendo lo stesso copione colonialista: anni di allarmi medici e scientifici sono stati ignorati. Come per miriadi di malattie endemiche in paesi non occidentali, quali l’Ebola, francamente ce ne siamo infischiati, come oggi ad esempio ce ne infischiamo della rabbia. È solo quando deborda nei nostri walled garden occidentali che virus come il vaiolo delle scimmie diventano, di colpo, un problema di cui parlare. Il nostro cinismo occidentale, volutamente ignorante, per cui la realtà di interi diversissimi continenti come l’Africa o il sud-est asiatico restano terre e popolazioni di cui non occuparsi o da respingere come un fastidio, non è sostenibile, perché quanto accade là prima o poi riverbera anche nelle nostre case. Ma resta una magra consolazione per quei popoli: dimenticati prima, e che saranno dimenticati, in gran parte, dopo. 

Più in generale, il nostro approccio con la biosfera è colonialista – c’è chi fa partire l’Antropocene proprio con l’epoca coloniale. Nella biosfera ci espandiamo, lanciando i nostri tentacoli sempre più lontano, sfruttando zone in cui l’umanità non aveva mai messo piede o quasi, risorse finora inaccessibili. Ma, una volta che la natura è stata penetrata, sfruttata e divelta, facciamo di tutto per tenerla lontana, recintandola dove possibile e controllandola altrimenti. Essere nel mondo ma non del mondo, questa sembra la lotta costante della specie umana. 

C’è motivo per questo: la natura è matrigna, come afferma l’Islandese nel dialogo di Leopardi: 

mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.

 Storicamente, gran parte dell’avanzamento delle condizioni umane di vita è coinciso con la necessità e capacità di tenere la natura fuori. Letteralmente, costruendo abitazioni e architetture; o respingendo i patogeni fuori dall’organismo con la medicina. Ma la natura rientra. In realtà i termini stessi che sto usando sono menzogneri. L’idea che la natura possa restare altrove, come un (iper)oggetto vischioso e totalizzante ma, comunque, fuori da noi, è un’illusione. Cercare di staccarsene è futile come un organo che cerchi di staccarsi dal corpo. 

Con l’accelerazione dello sfruttamento delle risorse naturali, tenere la natura fuori mentre ci addentriamo nel suo ventre diventa una contraddizione insanabile. Come per Kurtz, lo spietato commerciante d’avorio di Cuore di tenebra di Conrad, il nostro dominio brutale è infine suicida: affondando il coltello nel cuore di tenebra della biosfera, rischiamo di solo finire moribondi a balbettare “l’orrore, l’orrore” senza neanche capire cosa abbiamo fatto. Anche se in realtà almeno alcuni lo hanno compreso: che il sorgere sempre più frequente di nuove pandemie sia una conseguenza diretta dello sfruttamento ambientale ormai è un dato di fatto, accertato ripetutamente dalla comunità scientifica. 

Nell’aprile 2022 un modello pubblicato su Nature ha previsto che il riscaldamento globale – che è solo uno degli stress che stiamo imponendo all’ambiente, anche se è quello di cui parliamo di più – da solo potrebbe causare 4000 eventi di spillover, contatti di virus animali che passano all’essere umano. Perfino il turismo occidentale ha il suo ruolo: come racconta Stefania Leopardi ne L’innocenza del pipistrello, l’epidemia di virus Marburg del 1987 in Kenya è partita da un quindicenne danese in visita alla grotta di Kitum, mentre lo stesso virus nel 2008 fa capolino in Europa grazie a un turista olandese di ritorno dall’Uganda.

Deve essere così? Non necessariamente, o almeno non del tutto. Come abbiamo visto, il potere globale che ora ci sta portando a contatto con virus vecchi e nuovi è in qualche modo lo stesso che ci ha consentito di eradicare uno dei più atroci flagelli dell’umanità, e che ci sta portando a eliminarne altri, come la poliomielite. Lo ha fatto, anche qui, a volte con la logica del “fardello dell’uomo bianco”, usando coercizione e violenza in alcuni casi; in generale tutto il modo in cui l’Occidente interviene sulle epidemie in Africa è permeato da questa logica. Ma al di là di questo, l’eradicazione del vaiolo ci ha insegnato che i virus non sono inarrestabili. Oggi inoltre abbiamo un’idea di come agire a un livello più ampio e generale rispetto alle “semplici” campagne di vaccinazione. L’approccio One Health dell’OMS aspira a includere, nella prevenzione e lotta a epidemie e pandemie, anche la conservazione degli ambienti e della biosfera, cruciali per ridurre la probabilità di spillover dei patogeni presenti e futuri. 

Ciò nonostante davanti ai rischi globali, perfino quando colpiscono l’Occidente, oggi prevale una sorta di versione collettiva di quella ansia e impotenza – learned helplessness – che è alla base della depressione. Dopo due anni di fronte alla pandemia ci siamo praticamente arresi, e sembra che davanti al vaiolo delle scimmie stiamo reagendo lentamente e con fastidio, più che con prontezza. Reagire a minacce globali come le pandemie o la crisi ecologica sembra, semplicemente, incompatibile col nostro modello di esistenza: richiede di guardare in faccia la realtà e agire globalmente in modo coordinato. Il sospetto invece è che continueremo a negare la crisi, pur di non cambiare rotta. Il principale dramma del vaiolo delle scimmie non è tanto la malattia in sé, ma la possibile conferma che, nonostante due anni e mezzo di pandemia, la civiltà umana abbia disimparato a proteggere sé stessa.

da qui


giovedì 28 aprile 2022

OMS. La salute globale che piace ai ricchi - Erika Bussetti

Profitti con la beneficenza

I privati dentro l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quanto finanziano e cosa finanziano? Che potere decisionale hanno all’interno dell’Agenzia? Perché danno denaro all’OMS? Data journalism: leggiamo i numeri

Nel 1948 entra in funzione l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, o WHO, World Health Organization), l’agenzia dell’ONU che, secondo il suo Statuto, ha come obiettivo principale il raggiungimento del più alto livello di salute possibile da parte di tutte le popolazioni mondiali, indipendentemente da razza, religione, credo politico, condizione economica e sociale. Ha sede a Ginevra e ne fanno parte 194 Stati. Attualmente è guidata dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Le macro aree su cui lavora riguardano il rafforzamento della copertura sanitaria universale, la prevenzione e l’intervento in caso di emergenze sanitarie e, più in generale, il raggiungimento di salute e benessere fisico, mentale e sociale a livello globale.

La pandemia da Covid-19 ha portato alla ribalta del discorso politico, internazionale e non solo italiano, il tema della sanità: smantellata e svenduta ai privati negli ultimi decenni di neoliberismo, si discute di come debba tornare a essere pubblica ed efficiente, con investimenti nei servizi sanitari nazionali. L’OMS è un’istituzione pubblica di diritto internazionale: a rigor di logica, visto anche il peso della sua voce, nel bene e nel male, in caso di emergenze sanitarie, dovrebbe essere finanziata dagli Stati stessi. Al contrario, sta in piedi grazie ai soldi di realtà private. Quel che occorre capire è quale potere decisionale hanno queste ultime all’interno dell’agenzia e perché danno denaro all’OMS. Beneficenza? Non sembra proprio. Leggiamo i numeri.

 

OMS: come si finanzia

L’OMS si sostiene in base a due principali tipi di finanziamenti: i predefiniti, detti “assessed”, e i “volontari”. I primi, che potremmo chiamare anche ‘quote di adesione’, sono quelli con cui ogni Paese membro partecipa sulla base del proprio Pil; i secondi possono provenire sempre dagli Stati, in aggiunta al loro contributo dovuto, ma anche da altri partner, come organizzazioni intergovernative, fondazioni filantropiche, realtà private o misto pubblico/privato... 

giovedì 30 settembre 2021

Inquinanti nell’aria: l’OMS abbassa drasticamente i limiti consentiti - Gian Luca Garetti


Il 21 settembre l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha finalmente pubblicato le Nuove linee guida sulla qualità dell’aria globale (AQG ), ben più restrittive delle precedenti che risalivano al 2005.

C’è un imbarazzante abisso fra i limiti degli inquinanti attualmente vigenti in Europa, compresa l’Italia, e queste nuove raccomandazioni sui livelli obiettivo per sei inquinanti principali (PM2,5, PM10, ozono, biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio), basate su evidenze scientifiche. Tanto per fare due esempi, attualmente nella Unione Europea sono consentiti limiti di inquinamento per il PM2,5 di ben 5 volte superiori (per il PM2,5 in realtà non c’è soglia di sicurezza), di 4 volte per il biossido di azoto !

Lo scopo principale di queste nuove linee guida non è di fare il punto di una situazione complessa, già nota, ma di stimolare i decisori politici europei e mondiali a trovare delle efficaci e tempestive vie d’uscita da questa fitta nebbia di inquinamento dell’aria esterna ed interna.

L’inquinamento atmosferico nel 2019 è stata la quarta causa di morte a livello mondiale con 6,67 milioni di morti; al primo posto c’era l’ipertensione, al secondo il tabacco, al terzo la dieta squilibrata (“Global Burden of Disease”, The Lancet 2020); mentre a livello europeo è stato la prima causa di decessi prematuri dovuti a fattori ambientali. In Italia, sempre nel 2019, sono state 24.700 le morti premature causate dal PM2,5 (Report SNPA 17/20209). Sul tema si veda l’ebook edito da perUnaltracittà La salute disuguale.

Ci aspettiamo da parte della Commissione europea una pronta revisione dei limiti attuali, verso livelli di qualità dell’aria veramente protettivi della salute umana e non umana.

Ecco i nuovi limiti in paragone con le linee guida 2005:

–il PM2,5 passa da 10 a 5 µg/m³ come valore annuale (il limite normativo vigente in UE e Italia è di  25 µg/m3);  quello sulle 24 ore da 25 a 15 µg/m³

–il PM10 passa da 20 a 15 µg/m³ come valore annuale, quello sulle 24 ore da 50 a 45 µg/m³

–per l’ozono (O3) viene introdotto un valore per il picco stagionale pari a 60 µg/m³

–il biossido di azoto (NO₂) passa da 40 a 10 µg/m³ come  valore annuale e viene introdotto un valore sulle 24 ore pari a 25 µg/m³

– per il biossido di zolfo (SO₂), il valore sulle 24 ore passa da 40 a 20 µg/m³

– per il monossido di carbonio (CO) viene introdotto un valore sulle 24 ore pari a 4 µg/m³.

In queste linee guida non c’è una valutazione del rischio da esposizioni multiple (nella vita di tutti i giorni le persone sono spesso esposte a miscele di inquinanti contemporaneamente), ma si propongono buone pratiche dal punto di vista qualitativo per la gestione di alcuni tipi di particolato, come black carbon/carbonio elementare, particelle ultrafini e particelle derivanti da tempeste di sabbia e di polvere, per i quali non ci sono ancora prove quantitative sufficienti per fissare livelli guida.

Alcuni inquinanti, come black carbon e ozono troposferico, hanno anche un effetto sul riscaldamento globale e la loro riduzione porta a co-benefici per salute e clima. Tutti gli sforzi per migliorare la qualità dell’aria, afferma l’OMS, possono contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico e viceversa.

In Toscana, alla luce di questi nuovi limiti, l’inquinamento dell’aria sia per il PM2,5, che per il biossido di azoto, che per l’ozono permane a preoccupanti livelli di criticità.

All’uscita di queste nuove linee guida Oms, 100 società scientifiche nazionali e internazionali hanno rilasciato una dichiarazione in cui chiedono ai governi di attuare drastiche politiche per la riduzione dell’inquinamento atmosferico. L’iniziativa guidata dall’International Society of Environmental Epidemiology (Isee) e dalla European Respiratory Society (Ers) è stata sottoscritta anche da 9 società scientifiche italiane di epidemiologia, pneumologia, immunologia, neurologia e pediatria. 

Aria pulita e vaccini per tutti/e: diritti umani fondamentali, che sono questione di volontà politica e non solo di tecnologia.

da qui

mercoledì 9 giugno 2021

Ai bambini non serve

 “VACCINO COVID? SÌ, MA AI BAMBINI NON SERVE”

Una catastrofe morale: la definizione è del Direttore esecutivo dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Nei paesi ricchi – ha detto – si propone ai bambini e agli adolescenti il vaccino, mentre gli operatori sanitari nei paesi poveri non ne hanno”. E ancora: “In una manciata di paesi ricchi che hanno acquistato la maggior parte della fornitura di vaccini, i gruppi a basso rischio vengono ora vaccinati”. Ghebreyesus esorta gli stati a donare i vaccini non destinati alle categorie a rischio a Covax, un progetto (gestito da OMS e altre organizzazioni) che mira a garantire che i “Paesi in via di sviluppo” abbiano accesso ai vaccini.

Finora oltre 53 milioni di dosi di vaccini Covid-19 sono stati spediti in 121 Paesi e territori partecipanti. Al momento, ha spiegato il portavoce OMS, solo lo 0,3 per cento delle forniture globali di vaccini è andato ai Paesi a basso reddito, che ospitano il 9 per cento della popolazione mondiale. In alcune parti del mondo le persone a rischio potrebbero non essere immunizzate fino al 2024, quindi bisogna destinare i vaccini a chi è più in pericolo piuttosto che ai bambini, il cui rischio di ammalarsi è veramente basso, ha sottolineato.

Eppure, il 19 maggio il ministro Speranza ha dichiarato: “Vaccinare i giovani è altamente strategico ed è essenziale per la riapertura in sicurezza del prossimo anno scolastico”. Tuttavia, da vari studi pubblicati in Italia e all’estero e dagli screening effettuati nelle scuole sappiamo che esse sono uno dei luoghi più sicuri. Si stima che sotto i 20 anni la suscettibilità all’infezione sia circa la metà rispetto a chi ha più di 20 anni. La mortalità tra 0 e 20 anni per Covid-19 corrisponde a 0,17 per 100.000 abitanti, pari a un duecentesimo della mortalità totale stimata per tutte le cause in un anno normale. Il numero di vaccini da usare (NNT) per i bambini è di circa 14.000 per evitare un caso severo di malattia Covid-19 e per evitare un decesso si parla di circa 500’000.

L’autorizzazione condizionata concessa da Ema al vaccino anti Covid per gli adolescenti della fascia d’età 12-15 anni significa che i giovani a rischio o coloro i cui tutori ritengano debbano essere vaccinati, potranno esserlo. I pronunciamenti del Ministero e di molti rappresentanti istituzionali vanno invece nella direzione di condizionare la riapertura delle scuole in presenza solo a una massiva vaccinazione di categorie che sono a basso rischio di infezione e contagio e a rischio trascurabile di morbidità, introducendo un chiaro vulnus democratico. Mai prima la medicina ha chiesto tanto: vale la pena ricordare che i trattamenti medici si somministrano per la tutela della salute individuale, senza poter essere imposti per il solo interesse alla salute collettiva, tanto più nel caso dei minori. Data la bassa incidenza, la bassa gravità della malattia nelle fasce pediatriche e il fatto che le scuole non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, anche con le nuove varianti, e quindi i limitati benefici che i vaccini potrebbero avere per la collettività, al momento non si vede l’urgenza di vaccinare i giovani, mentre è molto più urgente vaccinare i tanti anziani e fragili che, per diversi motivi a loro non imputabili, non hanno avuto accesso al vaccino o non sono ancora riusciti a prenotarsi sulla piattaforma.

Inoltre, seppur questi dati siano preliminari, nei Paesi dove si è raggiunta un’alta copertura vaccinale (UK, Israele) la curva dei contagi è stata abbattuta anche senza la vaccinazione degli under 16. Al contrario, a fronte di benefici minimi nei giovani, c’è comunque la possibilità seppur remota di eventi avversi conosciuti e comuni, anche se probabilmente in gran parte reversibili.

La vigilanza post-marketing delle vaccinazioni è iniziata da poco; le informazioni su eventi rari ma pericolosi si potrebbero presentare nel corso degli anni.

L’approvazione per uso emergenziale di FDA è basata su circa 1.000 bambini fra i 12-15 anni e quindi le informazioni di sicurezza che se ne possono dedurre non possono escludere eventi avversi rari, con un’incidenza inferiore a 1/500. Sabato 29 maggio l’agenzia regolatoria UE, estendendo l’autorizzazione condizionata al commercio come richiesto dall’azienda farmaceutica Pfizer biontech, ha rilevato che, “visto il numero ridotto di bambini partecipanti allo studio, non è stato possibile valutare effetti collaterali rari”. Nonostante questa incertezza, ha considerato che “i benefici del vaccino Pfizer in bambini di età tra i 12 e i 15 anni superino il rischio, specificamente per i minori che presentano condizioni tali da determinare il rischio di sviluppare un COVID serio”. Non quindi per tutti. Soprattutto quando si parla di obbligo, il bilancio tra rischi e benefici attesi andrebbe stabilito da un’analisi condotta sul lungo periodo, in particolare nei giovani.

Anche solo alla luce di queste incertezze e della peculiarità delle aspettative di vita dell’età pediatrica, il principio del bilanciamento tra valori costituzionali, della salute primariamente come diritto fondamentale individuale (art. 32 co. 1 Cost.) e della valorizzazione del superiore interesse del bambino e dell’adolescente (articoli 3 UNCDC e art. 24 Carta dei diritti UE) impongono di usare una particolare cautela finché non si avrà una conoscenza adeguata delle implicazioni di questa vaccinazione. Tra i rischi dei vaccini anti-Covid ai giovani includiamo il messaggio simbolico comunicato ai ragazzi: fate attenzione perché chiunque può essere un pericolo. Stiamo insegnando ad avere paura dell’altro da sé, ad avere paura della vicinanza, dell’abbraccio, perché l’incontro potrebbe essere in potenza sempre portatore di malattia. Simbolicamente, un fatto grave.

I vaccini contro la Covid-19 effettuati nelle fasce di età adulta stanno riducendo i casi gravi di malattia e la mortalità nella popolazione. La loro somministrazione dovrebbe continuare a proteggere prima di tutto le fasce a rischio, per le quali la malattia può essere grave e letale, inclusi i soggetti in età pediatrica che sono particolarmente esposti a causa di patologie concomitanti.


Referenze

https://www.politico.eu/…/who-chief-vaccination-of…/

https://www.thelancet.com/…/PIIS2352-4642(21…/fulltext

https://www.fda.gov/…/coronavirus-covid-19-update-fda…

https://www.thelancet.com/…/PIIS2589-5370(20…/fulltext

https://blogs.bmj.com/…/covid-vaccines-for-children…/


Sara Gandini, epidemiologa; Daniele Novara, pedagogista; Maria Luisa Iannuzzo, medico legale; Marco Cosentino, medico farmacologo; Maurizio Rainisio, statistico; Raffaele Mantegazza, pedagogista; Ilaria Baglivo, biologa; Maurizio Matteoli, pediatra; Emilio Mordini, psicanalista; Gilda Ripamonti, giurista; Olga Milanese, avvocato; Elena Dragagna, avvocato; Marilena Falcone, ingegnere; Francesca Capelli, sociologa

da qui

 

 

Imparare la lezione o vaccinare i bambini? - Patrizia Gentilini

Lo sconvolgimento che a livello globale il nuovo coronavirus ha comportato ci impone non solo di riflettere, ma di interrogarci sulle possibili soluzioni per uscire da questa crisi planetaria. Fin dall’inizio si è scritto che più che “pandemia” si doveva parlare di “sindemia”, ovvero dell’interazione nefasta di molteplici fattori (sanitari, sociali, ambientali, economici), tutti comunque riconducibili al rapporto predatorio ed aggressivo dell’uomo col resto del Pianeta.

Già in tempi non sospetti autorevoli voci si erano levate denunciando il pericolo sempre più incombente di nuove pandemie e la necessità che il genere umano si impegnasse molto di più “per conservare la natura, preservare i servizi ecosistemici e la biodiversità, comprendendo e mitigando le attività che portano all’emergenza delle malattie”. Di fatto numerosi sono ormai gli studi che attestano come la maggior incidenza e gravità della Covid 19 si registri nelle aree maggiormente inquinate, quasi che da esse si levasse un ulteriore grido d’allarme per farci cambiare rotta. Un ampio studio condotto negli Stati Uniti ha dimostrato che per ogni aumento di 1 mcg/m3 di PM2,5, si ha un incremento di mortalità da Covid-19 del più 11 per cento, dato che, rapportato all’Europa, si traduce in un incremento pari al 19 per cento, e che è ancor più elevato per la Pianura Padana, area fra le più inquinate del continente europeo, e in cui si sono registrate le più elevate mortalità da Covid-19.

Ma non è solo la qualità dell’aria a condizionare la gravità della pandemia: da una ricerca dell’Università di Firenze che ha messo in relazione il numero di casi di Coronavirus con i modelli di agricoltura presenti nelle varie zone del Paese è emerso che nelle aree di agricoltura intensiva si registrano 134 casi ogni 100 km2, rispetto ai 49 casi delle aree non intensive, differenze che si confermano anche considerando i dati demografici.

Ma invece di imparare la lezione che questa crisi epocale ci sta dando ancora una volta sprechiamo l’occasione di ridurre drasticamente l’inquinamento e “fare pace col pianeta” e di fatto si propone come unica soluzione la vaccinazione di massa, addirittura estendendola a giovani e bambini, possibilità questa su cui autorevoli voci contrarie proprio in questi giorni si sono levate.

A questo proposito è stato lanciato un appello dalla Rete Sostenibilità e Salute con cui si richiede la moratoria della vaccinazione anti Covid-19 nei bambini e già sottoscritto da circa un migliaio fra medici e operatori sanitari (all’appello si può continuare ad aderire seguendo le istruzioni che in esso compaiono e l’elenco dei sottoscrittori sarà via via aggiornato).

I bambini sono fortunatamente risparmiati da questa pandemia, non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, ma rischiano di essere le sue più grandi vittimeI vaccini in uso, infatti, riducono ma non azzerano la trasmissione dell’infezione (con alcune varianti in Israele è stato documentato persino l’opposto), hanno durata sconosciuta ed efficacia ridotta su alcune delle varianti sinora emerse, a oggi non è stata stabilita la necessità e la frequenza di dosi di richiamo e soprattutto ancora troppo poco sappiamo degli esiti a lungo termine di questi trattamenti in organismi che hanno tutta la vita davanti. Perché una sollecitudine analoga a quella che si mostra nel voler vaccinare i bambini per una malattia che fortunatamente non sviluppano non la si dimostra anche nel difenderli dai rischi ambientali e dai comportamenti a rischio?

Confrontiamo qualche numero: dall’inizio della pandemia, oltre sedici mesi fa, fra 0 e 19 anni sono deceduti per Covid-19 26 soggetti, di cui la maggior parte già affetti da gravi patologie. D’altro canto in Italia ogni anno da 0 a 19 si ammalano di cancro oltre 2.400 soggetti e 356 ne muoiono, per non parlare dell’autismo (all’origine del quale ci sono anche fattori ambientali) che riguarda ormai un bambino su 77 fra 7 e 9 anni.

Ma al di là del “celebrare” queste situazioni dedicando ad esse apposite giornate (15 febbraio per cancro infantile e 2 aprile per l’autismo), cosa si fa di concreto? Direi purtroppo ben poco, eppure molto già sappiamo e molte azioni concrete potremmo mettere in campo per la prevenzione primaria sia dei tumori infantili che dell’autismo. Direi che mai, come in questo caso, mi sembra si usino due pesi e due misure, eppure l’imperativo ippocratico “primum non nocere” è un principio basilare per ogni medico e a maggior ragione dovrebbero esserlo anche per ogni provvedimento di sanità pubblica, specie se riguarda ciò che più importante ogni società dovrebbe avere a cuore: i propri bambini.

Più che mai nei confronti dell’infanzia dovremmo impegnarci invece per farli vivere in un ambiente non inquinato, respirare un’aria pulita, promuovendo un’alimentazione sana (ricca di verdura e frutta fresca e secca oleosa, cereali integrali, legumi, e povera di carni rosse e lavorate, bibite zuccherate, cereali raffinati…) e senza residui, nonché di una salutare attività fisica, fattori tutti fondamentali nel preservare le fisiologiche capacità difensive dell’organismo e contrastare non solo contro le infezioni, ma anche il carico complessivo di malattie croniche da cui sempre più sono afflitti.

da qui