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domenica 3 settembre 2023

Cina e Russia sulla rotta del Polo Nord ma l’America non gradisce - Piero Orteca

 

Nuova ‘Guerra fredda’ tra Russia e Stati Uniti. Anzi, trattandosi dell’Artico, freddissima. E ora, nella nuova area di tensioni entra pure la Cina. Poco tempo fa, gli americani hanno scoperto una flottiglia militare d’assalto russo-cinese, mentre navigava in una zona desolata dell’Oceano Pacifico, vicino all’Alaska, a nord delle isole Aleutine, acque territoriali Usa.

 

Flotta russo cinese alle Aleutine

L’incrociatore lanciamissili cinese Nanchang e altre sei unità navigava al limite delle acque territoriali Usa. Avvistata dalla Guardia costiera americana, la flotta russo-cinese, dopo le intimazioni di rito, ha virato a sud-ovest, allontanandosi. Secondo il Wall Street Journal, che dedica un approfondito report all’incidente, «le navi russe e cinesi hanno inviato un messaggio inequivocabile agli Stati Uniti, sul valore strategico che Mosca e Pechino attribuiscono alla regione». Parliamo, in effetti, di una vecchia questione, tornata di moda con una rapidissima rivoluzione geopolitica finora trascurata che, all’improvviso, salta fuori sotto la spinta delle inarrestabili e catastrofiche variazioni climatiche planetarie.

Le nuove rotte artiche navigabili

Il caldo sta sciogliendo i ghiacci dell’Oceano Artico, aprendo una sorte di ‘autostrada’ marittima tra il Pacifico e l’Atlantico del Nord. Chi controlla questo corridoio, tra lo Stretto di Bering (in Estremo oriente) e il Mare di Barents, a nord dell’Europa, ha un potere contrattuale, politico e commerciale, impressionante. La rotta passa esattamente a nord della Russia e ne segue gli orli costieri. Più a nord, c’è solo ghiaccio e il mare non è navigabile. A meno che non continui a sciogliersi, aprendo un corridoio sempre più ampio, che si distacchi maggiormente dalla linea costiera di Mosca. Ma, anche così, il contenzioso giuridico internazionale è assicurato. Gli americani hanno già detto che vogliono navigare dallo Stretto di Bering fino alla Norvegia, passando a nord della Russia. Come? Non si sa. Perché, da parte sua, il Cremlino ha ribadito che quelle sono acque territoriali o che, comunque, subito oltre, diventano «zona economica esclusiva».

Ma l’unica cosa che in questo momento è chiara e che Washington e Mosca, su questo tema, andranno allo scontro. Pechino, intanto, gioca la partita che più le conviene.

La nuova rotta tra Mosca e Pechino

La ‘rotta artica’ diventerebbe una soluzione per l’import di energia che arriva dall’alleato russo. L’anno scorso, enormi rompighiaccio portagas hanno trasportato il GNL di Mosca in Cina, raddoppiando quasi il volume degli scambi. Ma il discorso può valere anche al contrario, per i prodotti cinesi che arrivano in Europa. Attraverso il ‘corridoio Artico’ il risparmio di strada, rispetto alla rotta che attraversa l’Indo-Pacifico e poi Suez è quasi della metà. Il problema, come dicevamo, però, è geopolitico. O, meglio, di diritto internazionale piegato alla geopolitica. Le interpretazioni sull’utilizzo della rotta artica sono divergenti, tra Mosca e Washington.

Usa sull’Artico come per Taiwan

Gli Stati Uniti, giudicano eccessive le rivendicazioni russe sul transito nel ‘corridoio Artico’. Praticamente, si fa lo stesso ragionamento che viene proposto per lo Stretto di Taiwan, con Pechino. Così, gli americani sono tentati di forzare la mano. Nello scandalo dei documenti segreti del Pentagono finiti su Internet, c’è stato anche un presunto ‘piano di provocazione’ da attuare, con la Nato, per mettere Putin di fronte al fatto compiuto. In sostanza, una flotta mista, di navi da guerra Usa e alleate, avrebbe dovuto forzare il divieto ‘invadendo’ il Mar di Kara, nell’Artico, a nord delle coste russe, in una zona territorialmente rivendicata da Mosca.

Il progetto, afferma il Wall Street Journal, era (rischiosamente) appoggiato anche dal governo norvegese. Sarebbe stato un casus belli? Forse. Tanto è vero che non se n’è fatto niente.

Il segreto svelato

La portavoce del Pentagono, Sabrina Singh, non ha commentato il documento trapelato, ma ha voluto ripetere la solita formula: «Gli Stati Uniti voleranno, salperanno e opereranno ovunque il diritto internazionale lo consenta, come facciamo in tutto il mondo». Per inciso e per chiarirci: lo stesso problema gli americani ce l’hanno col Canada e col famoso ‘Passaggio a Nord-Ovest’. L’interpretazione del diritto internazionale sempre in chiave e vantaggi americani. Quindi, pare di capire, se le cose dovessero continuare con l’approccio del muro contro muro è prevedibile che, prima o dopo, si arrivi a qualche forma di scontro.

Le forze ‘glaciali’ in campo

È bene dire subito che di Stati Uniti, per quanto riguarda la navigazione militare ai poli, stanno messi un po’ male. Sembra strano, ma il rapporto tra i rompighiaccio russi e quelli Usa, nell’Artico, è di 32 a uno. Semplicemente, gli americani si sono dimenticati di investire in questo tipo di navi dopo la caduta del Muro di Berlino. E adesso, per recuperare il tempo perduto, ci vorranno anni. Secondo gli specialisti, i russi hanno costruito navi ‘mirate’ per combattere e navigare tra i ghiacci. Nel 2024 ne entreranno in servizio altri tre, della classe ‘Progetto 23550’, che saranno armati di missili da crociera Kalibr e faranno scalo in basi dotate di sorveglianza aerea, offerta dai modernissimi caccia Sukhoi SU-34.
La Cina, dal canto suo, ha due potenti rompighiaccio ‘da ricerca’, della classe Xua Long, che si pensa possano essere anche armati. Finora Pechino si è concentrata su una crescita quantitativa della sua flotta, che è diventata la prima del mondo. L’obiettivo, in questa fase, è quello di puntare, decisamente, sulla costruzione accelerata di portaerei.

Gli Stati Uniti artici

Infine, gli Stati Uniti. L’Haley, l’unico rompighiaccio operante nell’Artico, è fermo 6 mesi l’anno per i lavori di manutenzione. L’altro rompighiaccio, il Polar Star, vecchiotto, rifornisce le basi scientifiche al Polo sud. Una terza nave, da un miliardo di dollari (gli americani sanno fare solo le cose in grande) è ancora in lenta fase di costruzione, nei cantieri del Mississippi. Insomma, se la situazione è questa, forse la soluzione migliore per Biden è che cambi il tempo. E che un’ondata di freddo ricongeli l’Artico.

da qui


sabato 18 aprile 2020

GRANO, LA PROSSIMA GUERRA TRA USA E RUSSIA - Fulvio Scaglione



La prossima “guerra” tra Russia e Usa? Quella del grano. Sembra uno scherzo, ma la battaglia commerciale che gli americani si trovano, sorpresi, a combattere contro i russi ha implicazioni non solo economiche ma anche politiche e persino militari. Ecco come e perché.
Negli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, è sceso sotto soglia duemila il numero delle aziende agricole attive. Un’ondata di chiusure seconda solo quella degli anni Ottanta. E anche allora in qualche modo c’entravano i russi. Una delle cause della crisi di allora fu l’embargo deciso dal presidente Reagan contro le esportazioni di grano verso l’Urss. In quel periodo contribuirono allo sprofondo dei farmer americani anche il dollaro forte, penalizzante per le esportazioni, e una serie di record nella produzione riempirono di enormi quantità di frumento e cereali i magazzini Usa. Situazione, questa, che si ripete anche oggi ma a livello globale.  C’è tanto grano nel mondo, troppo perché tutti possano guadagnarci. E i prezzi sono crollati alla metà di quelli del 2012, quando toccarono il massimo.
Così gli americani non fanno più profitti e a godere sono i russi. Diventata nel 2016, e proprio a spese degli Usa, il maggior esportatore di grano al mondo, la Russia ha esportato nello scorso anno agricolo (chiuso il 30 giugno) più di 40 milioni di tonnellate di grano. Record mondiale degli ultimi venticinque anni. Non basta: il raccolto russo per il prossimo anno dovrebbe toccare una quantità che, pur essendo inferiore di 20-25 milioni di tonnellate a quello dell’anno scorso, resta sempre il terzo migliore dell’epoca post-sovietica, dopo quelli eccezionali del 2016 e 2017. Il tutto negli anni di una forte siccità che ha colpito dappertutto. Tanto che, fanno notare maliziosamente i russi, l’Europa ha avuto nello scorso anno agricolo il peggior raccolto di grano dell’ultimo decennio.
Bisogna aggiungere un’altra considerazione: i produttori russi, con il rublo debole rispetto al dollaro e all’euro, riescono a essere competitivi sui mercati internazionali e a fare ugualmente grandi profitti con le esportazioni. Il grano russo è ormai arrivato ovunque, persino nel Messico che confina con gli Usa. Così, in patria, vengono coperti i costi dei macchinari e delle nuove semine: l’area seminata a grano in Russia è il doppio di quella degli Usa che, a loro volta, hanno oggi un’area seminata a grano che è la più piccola da quando, un secolo fa, si cominciò a tenerne la statistica.
Però c’è di più. «Il grano è il nostro petrolio», disse due anni fa Aleksandr Tchekov, il ministro dell’Agricoltura. Fu buon profeta. Complice il calo del prezzo del greggio (che oggi vale il 25% meno di quanto valeva nel 2014, avendo comunque superato un crollo arrivato anche al 60% del prezzo), l’agricoltura russa oggi ha superato l’industria degli armamenti e, con 21 miliardi di introiti nel 2017 (un quarto dei quali generati dal solo grano), è diventata la seconda maggior fonte di reddito (dopo, ovviamente, gas e petrolio) per lo Stato russo. Questo perché i competitor americani ed europei perdono quote nel mercato costituito da Paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord che dipendono dalle importazioni e sentono, soprattutto negli ultimi anni, il “peso” dell’influenza politica conquistata dalle politiche del Cremlino.
A questo puzzle manca solo un tassello: la Cina. Alla guerra dei dazi scatenata da Donald Trump, Pechino ha risposto aumentando, tra l’altro, del 25% le tasse sull’importazione di grano americano. Finora i produttori russi non hanno potuto approfittarne in pieno perché da tempo la Cina ha deciso una serie di restrizioni alle importazioni alimentari dalla Russia. Che cosa succederebbe, invece, se l’immenso mercato cinese decidesse di aprirsi senza condizioni ai fornitori russi? Non è fantascienza, nel clima di alleanza globale che si è instaurato tra Mosca e Pechino, esercitazioni militari comprese. Potremmo vederne delle belle.

mercoledì 11 dicembre 2019

Mosca si è fatta un lifting - Annamaria Testa (3)



Continua il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

Per andare da San Pietroburgo a Mosca con il Sapsan (il treno ad alta velocità) ci vogliono circa quattro ore. Le carrozze sono confortevoli, pulite e silenziose.
Fuori dal finestrino scorrono sterminati boschi di betulle, specchi d’acqua e rari villaggi.
A Mosca ci concediamo la botta di vita di un albergo storico. È affacciato sul Cremlino, la cittadella fortificata medievale che è il cuore della capitale e racchiude chiese magnifiche e palazzi imponenti. Nella cittadella hanno sede anche le istituzioni governative (è il Cremlino di cui parlano, invece, i telegiornali).
L’albergo ha ospitato il primo governo dei soviet, nel 1918. Ci sono passati Lenin (stanza 107) e Trotzky, Prokofiev e Neruda. E ovviamente generazioni di agenti del Kgb, ai quali non si fa cenno nella nutrita galleria di ritratti di ospiti notevoli che si trova, in posizione un po’ defilata, al secondo piano.
Per entrare in camera bisogna tuttora superare tre diverse barriere: una porta con vetri opalini, una porta di legno, una tenda pesante. I mobili hanno vissuto tempi migliori. I lunghi corridoi di un incongruo color confetto piacerebbero a Stanley Kubrick.
L’albergo è pieno di cinesi. In realtà, tutta Mosca trabocca di cinesi: è il risultato delle facilitazioni commerciali e turistiche offerte da Putin alla Cina dopo il 2014, per contrastare gli effetti economici delle sanzioni europee e statunitensi conseguenti all’invasione della Crimea.
Dalla Cina, molti vengono a fare compere: sono giovani, ricchi, indipendenti e sanno viaggiare. Si muovono a coppie o a piccolissimi gruppi. Altri, più anziani arrivano guidati dalla nostalgia. È il turismo rosso, che va in pellegrinaggio alla ricerca dei luoghi della rivoluzione comunista, si mette pazientemente in fila davanti al mausoleo di Lenin e si spinge fino a Uljanovsk, dove il padre della rivoluzione d’ottobre è nato.
Altri cinesi arrivano perché si sono appena sposati, e una foto davanti a San Basilio, eleganti nell’abito da cerimonia, vale il viaggio. E poi, ovviamente, ci sono i tradizionali, indisciplinati grupponi che seguono guide dotate di bandierine, e fendono la folla con l’impatto di un drappello militare.
Sta di fatto che nel 2019 la Russia, preceduta da Francia, Germania, Italia e Spagna, è la quinta destinazione mondiale preferita dai cinesi. A Mosca e San Pietroburgo, il turismo cinese è cresciuto del 43 per cento nel 2019 rispetto al 2018. Nell’intera Russia si è più che decuplicato rispetto al 2010. Oggi la presenza dei gruppi è pervasiva, e da diverse parti parti si chiede di contingentarne l’accesso alle destinazioni più note.
Il centro storico di Mosca mi appare tutto riverniciato di fresco, a cominciare dai muri del Cremlino, di un color mattone fin troppo acceso. Se alzo lo sguardo, vedo contrapporsi il bagliore dorato delle cupole e delle croci della meravigliosa piazza delle cattedrali, e le punte acuminate delle gigantesche stelle di vetro rosso e acciaio che decorano le torri più alte.
Le stelle sulle torri del Cremlino sono un retaggio del periodo staliniano. Installate nel 1935 a sostituire le precedenti aquile imperiali, rifatte nel 1937 in una versione più luccicante, pesanti una tonnellata ciascuna, sono illuminate dall’interno e restano accese giorno e notte.
Penso che stelle rosse e croci d’oro sono un’appropriata sintesi storico-culturale, oltre che cromatica. Il problema nasce quando torno ad abbassare lo sguardo.
Mi accorgo che mio figlio se ne va attorno in modo del tutto privo di preconcetti, mentre io non posso fare a meno di confrontare quel che vedo con il mio pregresso immaginario moscovita, fatto di cronache recenti e storie più remote, romanzi, film.
Cerco discrepanze e corrispondenze e, devo ammetterlo, uno spirito del luogo che faccio fatica a intercettare e a riconoscere. Le vie pedonali del centro luccicano di negozi opulenti e decorazioni appese come se fosse Natale. C’è una gran folla che passeggia, chiacchiera, mangia e fa compere.
Certo, c’è la piazza Rossa, che peraltro troviamo ingombra per gli allestimenti di un festival di bande militari, sommamente apprezzato, sembra, dai moscoviti. E certo, laggiù in fondo si accendono le inconfondibili, bellissime cupole colorate di San Basilio, nei cui interni labirintici passerò un’ora di pura meraviglia.
Ma, se tengo il naso ad altezza vetrine, trovo una quantità di insegne già note e mi sembra di essere in corso Vittorio Emanuele a Milano, a parte il Duomo (o, nel caso, San Basilio) sullo sfondo.
Così mi rendo conto di quanto l’espansione globale delle grandi catene della moda e del lusso stia omologando non solo l’aspetto dei centri storici delle capitali del mondo, ma anche l’apparenza e l’atteggiamento dei loro abitanti.
Di fatto (questo me l’ha spiegato un’amica giornalista di moda) se fino agli anni ottanta ogni grande città era marcata anche da un suo peculiare, riconoscibile stile d’abbigliamento, e osservare i passanti per strada era parte dell’esperienza dell’essere altrove, è più così.
A Pechino, e poi a Shanghai, mi capiterà di rivedere lo stesso identico, costoso cappotto che ho visto in una vetrina di Mosca. Come se mi inseguisse attraverso i confini. Me ne sono liberata solo cambiando emisfero, e quindi stagione. Ma sono certa di ritrovarlo ancora, il cappotto onnipresente, al primo giro in centro, a Milano.
Mosca è oggi la terza città al mondo, dopo New York e Hong Kong, per numero di miliardari residenti. Penso al paradosso di avere tanti soldi e potersi comprare, dovunque si vada, soltanto i medesimi oggetti di lusso.
Anche sotto il luminoso tetto di vetro dei grandi magazzini Gum, affacciati sulla piazza Rossa, si apre una impressionante rassegna di marchi internazionali della moda. Ogni giorno, più di 60mila persone entrano per fare compere. L’unica fila che vedo è di fronte a una gelateria.
Gli scaffali semivuoti, la riservatissima sezione 200 ai piani superiori, dove a metà del secolo scorso i funzionari del Politburo riuscivano a procurarsi rare merci occidentali sembrano appartenere, più che a un altro periodo, a un altro mondo.
C’è una storia curiosa, a questo proposito: nel 1961, dopo il volo nello spazio, a Jurij Gagarin viene concesso un pass per un singolo ingresso nella sezione 200. Comprò un profumo francese e una collana per la moglie. Da allora, il privilegio fu esteso, sempre una tantum, a tutti i cosmonauti: una integrazione materiale all’onore di ricevere la medaglia di Eroe dell’Unione Sovietica.
Dei marchi che oggi vedo da Gum, molti sono italiani. Altri lo sembrano: il gruppo russo azionista di maggioranza dei magazzini si è scelto il nome Bosco dei ciliegi. Produce e vende gioielli con il marchio Sublime bosco, e abiti marcati Manifattura Bosco. Possiede anche ristoranti che propongono piatti italiani e hanno nomi italiani. Gli unici inconsapevoli del valore aggiunto che nel mondo è costituito dall’italianità, vera o verosimile che sia, sembrano essere proprio i miei connazionali.
E ancora: sui tredicimila ristoranti di Mosca censiti da Tripadvisor, 1.610 fanno cucina italiana. Se aggiungo le oltre seicento pizzerie, posso calcolare che più o meno in un locale su cinque si mangi italiano.
Nonostante l’ampiezza dell’offerta moscovita, noi continuiamo a stare lontani da pizza e spaghetti e, quando arriviamo in via Arbat, a pranzo ce ne andiamo da Muu-Muu, fast food russo che ha una mucca pezzata, a grandezza naturale, come insegna stradale: cibo accettabile e scontrino irrisorio.
Per me l’Arbat è un luogo del Maestro e Margherita, il primo romanzo russo che abbia mai letto. Una folgorazione: avevo quindici anni e conservo ancora l’edizione Einaudi, logorata dalle successive riletture. Oggi l’Arbat è una graziosa via molto frequentata e, anch’essa, abbastanza commerciale.
Così, a un certo punto, trascino mio figlio fino a un altro luogo del romanzo: gli Stagni del Patriarca. E lì ritrovo finalmente un po’ di magia: sarà perché è quasi il tramonto. O sarà perché questo perfetto rettangolo d’acqua, circondato da alberi frondosi, basso sotto il livello stradale, fa da perfetto specchio al cielo. O sarà per via della giovane coppia abbracciata che (clic clic) riesco a sorprendere. O sarà perché lei ha i capelli così rosa.
Camminando e camminando, ci imbattiamo in una quantità di lavori stradali di pavimentazione, e di case in corso di ristrutturazione. Tutto ciò fa parte di un costosissimo progetto di ridisegno del centro della città. Un lifting urbano deciso dal governo, e varato nel 2015, che ha coinvolto oltre 300 strade e dodicimila edifici.
Ci imbattiamo anche in un numero di spose, con fotografi al seguito, che sfida ogni probabilità statistica. In un bel po’ di poliziotti in mimetica grigioazzurra. E in una messa ortodossa (è domenica) nella chiesa di San Vladimiro. Bel coro di voci baritonali maschili. La chiesa è gremita, e tutti i fedeli se ne stanno in piedi perché il rito ortodosso non prevede che le persone si siedano (mai, le sedie proprio non ci sono) durante il rito, che dura non meno di due ore.
Fuori da San Vladimiro faccio una chiacchierata per diversi aspetti memorabile con una vivace signora, la quale apprezza molto il fatto che entrando in chiesa mi sia coperta i capelli (me li copro anche se entro in una moschea, e mi tolgo anche le scarpe, e faccio la stessa cosa se entro in un tempio buddista. Ma lei non può saperlo).
La signora è molto religiosa. Simpatizza per Putin – “un grand’uomo!”, dice – ma si dichiara monarchica, ed è certa che la Russia sarà in futuro governata da una nuova dinastia. Sostiene anche che i Romanov non sono stati ammazzati da russi bolscevichi (oibò, nessun russo per nessun motivo oserebbe mai ammazzare lo zar).
Poi mi confida che sdoganare la religione in Russia è stata l’unica cosa buona fatta da Gorbačëv. Per il resto, altro che perestrojka! Catastrojka, piuttosto. Infine, si lamenta per le sanzioni ed esorta la sottoscritta a lasciare l’Europa: voi facevate grandi affari con noi!, dice. Le assicuro che in Italia c’è già qualcuno che si sta dando fin troppo da fare in questo senso.
Mosca sotterranea
C’è un luogo in cui, a Mosca, passato e presente si incontrano. Ed è sottoterra.
La metropolitana cittadina, intitolata a Lenin, è stata inaugurata nel 1935 in epoca staliniana. È bellissima: secondo molti, la più bella del mondo. È stata soprannominata il Palazzo del popolo, per via dello sfarzo messo a disposizione di tutti. Ed è una capsula del tempo. Ma è anche l’infrastruttura che oggi fa muovere ogni giorno tra gli otto e i nove milioni di passeggeri.
Ha più di 200 stazioni, e il numero continua a crescere. Quarantaquattro stazioni sono considerate patrimonio culturale, e ce ne sono almeno venti che meritano proprio di essere viste: marmi, mosaici, statue, stucchi raccontano e promuovono i successi, la potenza e l’epica del regime con sontuosa spudoratezza.
Ci immergiamo. I treni si susseguono con impressionante rapidità: ce n’è uno ogni 90 secondi circa. Non basta scendere dal treno e guardarsi un po’ attorno: anche una risalita con le scale mobili fino all’ingresso può riservare molte sorprese. Guarda, guarda, continuo a dire a mio figlio, guarda.
Altri luoghi che rimandano al passato sfiorano invece l’artificio assoluto, e sono interessanti proprio (e, secondo me, solo, o soprattutto) per questo. Per esempio, c’è il gigantesco (oltre 200 ettari di estensione) complesso Vdnh, alla periferia della città. L’acronimo sta per Esposizione delle conquiste dell’economia nazionale. I moscoviti lo amano molto.
Il Vdnh comprende edifici costruiti in epoca staliniana per celebrare i successi dell’agricoltura di stato, e altri costruiti sotto Chruščëv per magnificare il primato russo nella corsa aerospaziale. Abbandonato nel corso degli anni ottanta, ora è stato completamente rimesso a nuovo.
Ci sono musei e padiglioni didattici, fontane, giardini, colonnati, spazi espositivi, un’infinità di statue dorate. Ogni cosa è su scala gigantesca. Ci sono anche un aereo, un missile, una pista di pattinaggio, un acquario, un teatro all’aperto.
La maggior parte degli edifici è autentica, ma tutto è così tirato a lucido da sembrare finto, e l’intento di attualizzare, rinnovandola, la meraviglia e la glorificazione del passato è talmente esplicito da rischiare il baratto tra autenticità e parodia. Ma c’è un esempio ancora più notevole.
Il parco di Kolomenskoe si trova a sud di Mosca. Ci si arriva facilmente in metropolitana. C’è una vista magnifica sul fiume Moscova, e c’è la bella (è patrimonio Unesco) chiesa dell’Ascensione, costruita ai primi del 1500 per celebrare la nascita di Ivan IV, che sarebbe poi diventato Ivan il Terribile. Il sito era residenza estiva dei Romanov.
Il luogo non è affollato e ci possiamo muovere con calma. Dunque, camminando fra meli e ciliegi, riusciamo ad arrivare fino al palazzo dello zar Aleksej Michajlovič Romanov, il padre di Pietro il Grande, dall’altro lato del parco.
È un complesso di edifici uniti da scale e passaggi, a formare un labirinto di 250 stanze: un capolavoro di carpenteria che sembra uscito da una fiaba. Lo costruiscono tra il 1667 e il 1668. I contemporanei ne parlano come dell’ottava meraviglia del mondo. Ma questa è solo metà della storia.
In seguito la capitale viene trasferita a San Pietroburgo e il palazzo rimane abbandonato, il legno si consuma e marcisce, e nel 1769 Caterina la Grande fa abbattere l’intero edificio. Del palazzo restano solo la memoria, alcune immagini d’epoca e un modellino in scala.
Bene: il palazzo è stato ricostruito interamente nel 2010, a grandezza naturale, a un chilometro di distanza dal sito originale, e profuma ancora di legno nuovo. Insomma, è una Disneyland zarista a Mosca. Ma per i visitatori tutto ciò non sembra fare alcuna differenza. Chi vuole, può anche farsi fotografare in costume d’epoca (evitiamo). Accanto al palazzo, c’è una struttura per i giochi dei bimbi, a forma di corona imperiale.
Così, torno a chiedermi quanto di questo recuperare, o addirittura ricostruire assai disinvoltamente il passato abbia obiettivi identitari. Quanto c’entrino la nostalgia, la voglia di far soldi moltiplicando le mete per i turisti, l’indifferenza al rischio del kitsch, la celebrazione e la propaganda, l’attitudine a ridisegnare la storia estraendone con le pinze solo i pezzetti più appetitosi, da imbandire per un pubblico di gusti semplici.
È una domanda che nei giorni successivi, in Cina, mi succederà di pormi nuovamente, e assai spesso.

martedì 3 dicembre 2019

A San Pietroburgo, cercando un ritmo - Annamaria Testa (2)



La prima tappa è San Pietroburgo. E la prima cosa che facciamo è cercare un negozio di telefonia e comprare una sim. Viaggiare con un figlio millennial dotato di un telefono con accesso ai dati vuol dire disporre sempre di tutte le informazioni utili per muoversi bene in una città sconosciuta.
Ma non solo: vuol dire viaggiare con uno che capirà sempre prima di te il funzionamento di qualsiasi macchinetta distributrice di qualsiasi cosa o la mappa di qualsiasi metropolitana, che chiederà in un inglese migliore del tuo qualsiasi informazione, e che in generale è più veloce e più impaziente.
Vuol dire anche, per esempio, prendere appunti per un articolo da scrivere un paio di mesi dopo, al ritorno in Italia, mentre lui in tempo reale ha già postato foto su Instagram e risposto ai commenti di un amico negli Stati Uniti. E magari preso accordi con l’altro amico che incontreremo a Pechino.

Rallentare e accelerare insieme
Passeremo cinquanta giorni insieme, girando, e mi accorgo che cerchiamo entrambi di sincronizzare non solo il nostro passo (per fortuna sono una decente camminatrice) ma soprattutto il nostro ritmo. Lui rallenta per quanto riesce, io accelero per quanto posso.
Fisica delle relazioni interpersonali: sincronizzarsi è l’imperativo per ridurre gli attriti.
Ovviamente, per muoverci, ci tocca decifrare almeno qualche scritta (i cartelli stradali, per esempio) in cirillico. Anche in questo mio figlio è più bravo e più veloce. La prima parola che imparo a riconoscere è l’onnipresente KACCA. La C si pronuncia come una s: è la sigma greca, in una grafia medievale. La cassa, il posto dove si fanno i biglietti.
Per i testi più lunghi c’è l’app di Google translate, che permette di fotografare una qualsiasi scritta (funziona con 38 lingue) ottenendone l’immediata traduzione. Provare per credere.
Dopo essere stata rinominata Pietrogrado (nel 1914) e Leningrado (nel 1924) San Pietroburgo decide con un referendum di tornare a chiamarsi con il suo nome originale nel 1991, pochi mesi prima che Gorbačëv rassegni le dimissioni, nel pieno del terremoto economico e politico conseguente alla caduta del muro di Berlino.
Con il medesimo referendum, la provincia sceglie di conservare il nome precedente, e continua a definirsi come l’oblast di Leningrado. Una discreta contraddizione tra prospettive storiche, oltre che tra centro e periferia.
Chiunque racconti di San Pietroburgo dice che è incantevole: espressione del progetto e, prima ancora, del sogno di Pietro il Grande di togliersi dagli intrighi moscoviti e presidiare il mar Baltico costruendo dal nulla, ai primi del settecento, una città all’altezza delle grandi capitali europee.
In effetti a chi, come noi, si cammina in un giorno d’estate carezzevole e luminoso, il centro storico di San Pietroburgo appare bellissimo, scintillante com’è di canali, cupole dorate e tinte pastello. È una palette di toni vezzosi, che sembrano rubati a un vassoio di macarons.
Eppure, solo nel singolo momento in cui il cielo, da azzurro che era, si scurisce e diventa color piombo risulta evidente la logica di tutti quei colori, brillanti per compensare il grigio degli inverni lunghissimi nella metropoli più a nord del mondo. Clic, clic. Colgo l’attimo e scatto.
Del resto, la nascita stessa della città è segnata dallo sforzo titanico di addomesticare un luogo inospitale e avverso: decine di migliaia di disgraziati servi della gleba ci vengono portati a forza, e muoiono in corso d’opera piantando pali per consolidare il delta paludoso del fiume Neva.
Architetti italiani e francesi si sforzeranno poi di mascherare l’ostilità della natura progettando strade ampie, piazze ariose, edifici eleganti e opulenti. È una storia di magnificenza, arroganza, guerra, ambizione, visione e crudeltà.
Anche la prospettiva Nevskij è molto più ampia di come pensavo, e continua a essere gremita di gente a ogni ora del giorno, oggi come ai tempi di Nikolaj Gogol’. Devo fare un bello sforzo di fantasia per immaginare i marciapiedi di legno della prima metà dell’ottocento, le carrozze e le schiere di impiegati, militari, signore in cappellino di raso e perdigiorno di cui parla lo scrittore nel primo dei Racconti di Pietroburgo.
Oggi c’è un discreto traffico. Un sacco di turisti. Un sacco di negozi per turisti. A metà circa della prospettiva, il susseguirsi di facciate color pastello è interrotto dal cupo e imponente colonnato semicircolare della cattedrale di Santa Maria del Kazan. Anche l’interno è cupo. E affollato. Pochi i turisti. Lunghissima, invece, la coda delle persone in attesa di baciare l’icona miracolosa di Maria.
Già, le icone si baciano, seguendo una ritualità piuttosto complicata.
Mi sono fatta poi spiegare bene quali sono le regole: se serve, bisogna mettersi pazientemente in fila. Quando ci si avvicina (può essere necessario salire qualche gradino) ci si inchina e si fa il segno della croce. Non si bacia mai (mai! Vietato!) la faccia dell’immagine: bisogna cercare la mano (se c’è e si vede), perché è quella che benedice. Se no, una croce (se c’è e si vede). Se no, l’angolo in basso a destra dell’immagine (ma non la cornice).
Dopo aver baciato l’icona, ci si appoggia la fronte. Sulla balaustra accanto all’icona spesso si trova una salvietta ricamata, nel caso fosse necessario dare una pulitina al vetro. Se c’è la fila: sbrigarsi, per favore.
Nel 1997, dopo settant’anni di ateismo di stato, la legge “sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose” ha stabilito il primato del credo ortodosso sulle altre quattro fedi russe tradizionali: islam, buddismo, ebraismo, cattolicesimo.
Curioso segno del cambiamento: dal 1998 l’agenzia spaziale russa fa benedire i razzi prima del lancio dal prete ortodosso.
La cattedrale del Kazan, come molte altre chiese in precedenza trasformate in musei, magazzini, scuole o ospedali, è stata riaperta al culto negli anni novanta.
C’è una gran ressa anche nella cattedrale dei santi Pietro e Paolo, dove si trovano le tombe dei Romanov: una quantità di enormi, spoglie, urne di marmo messe senza troppo ordine una accanto all’altra, alte sul pavimento della chiesa.

Fervore inaspettato
Non sapevo che, tra mille polemiche, la chiesa ortodossa avesse canonizzato l’ultimo zar, Nicola II, e la sua famiglia, in qualità di martiri (ma non la servitù uccisa insieme a loro). Le spoglie sono state tumulate nel 1998 e definitivamente autenticate solo di recente, grazie a un esame del dna che ha coinvolto molti discendenti, Filippo d’Inghilterra compreso.
Vicino ai turisti cinesi che si fanno i selfie sfilano famiglie russe, gruppi di ragazzi, gruppetti di anziane che allungano la mano tentando una carezza sul marmo. Devo dire che non mi aspettavo tutto questo fervore. L’altra cosa che non mi aspettavo è l’abbondanza di trofei militari collocati nelle chiese.
“Abbiamo ricominciato a sorridere nel 2005. Prima, tutto il mondo non faceva altro che rimproverarci lo stalinismo”, mi dice, in ottimo inglese, ma abbastanza a muso duro e senza troppa voglia di ascoltare repliche, una graziosa signora bionda più o meno della mia età.
Ascoltandola, percepisco per la prima volta una sensazione che, nel corso del viaggio, diventerà via via più forte, articolandosi e corroborandosi grazie a diversi indizi. E a svariati discorsi analoghi.
In sostanza, tutte le vicende e le ferite dell’intero novecento restano ben vivide, presenti e dolenti nella mente di chiunque abbia più di quarant’anni, intrecciate con una dose di spirito di rivalsa e di riscatto. È una disposizione mentale che, nel nostro smemoratissimo paese, appare abbastanza inconcepibile. Dunque non giudico, non controbatto, ascolto e cerco di capire.
Comincio anche a domandarmi se tutto questo guardare a un passato meno recente, compresi il fervore ortodosso e la rinnovata attenzione ai Romanov, non possa essere, anche, strumentale rispetto a qualcos’altro. Per esempio, se non abbia a che vedere con l’identità e l’orgoglio nazionale. E, perfino, con il soft power: la capacità di produrre e diffondere narrazioni interessanti e seduttive per gli interlocutori di altri paesi.
L’Ermitage è gremito: non si può far altro che trascinarsi di stanza in stanza, tra ori e stucchi, seguendo il flusso. Per fortuna, c’è meno gente che va a vedere gli impressionisti, giusto di fronte: eppure, basta attraversare la piazza. La cattedrale di San Nicola dei Marinai è dipinta in un incredibile azzurro e l’interno è davvero suggestivo: merita una deviazione dagli itinerari più consueti. Anche il museo Fabergé è gremito, mentre al museo di stato russo c’è tutto sommato poca gente.
Un buon posto per un pranzo veloce è il Marketplace, un grazioso self-service al numero 24 della prospettiva Nevskij, con cibo fresco e arredamento contemporaneo. Un posto di cibo da vedere è, invece, il Magazin Kuptsov, al numero 56.
Per cenare, la simpatica ventenne al bancone dell’albergo prova a indicarci un ristorante con camerieri in costume e spettacolo. Le chiediamo dove va lei, quando esce coi suoi amici. Dice che loro evitano accuratamente la cucina russa e vanno a mangiare sushi.
“Se proprio volete qualcosa di locale a un buon prezzo, andate in un ristorante georgiano”, aggiunge. “I georgiani hanno grosse famiglie, si siedono insieme a tavola e fanno festa. Proprio come voi”.
Non ci prendiamo la briga di mettere in discussione lo stereotipo, e teniamo conto del suggerimento. Finirà che, nel corso del soggiorno, mangeremo georgiano diverse volte, con gran soddisfazione.

giovedì 10 ottobre 2019

Clima non significa meteo - Christian Rocca



Siamo in quel momento dell’anno in cui quelli che fino a ieri negavano i cambiamenti climatici perché sentivano insolitamente freddo, acrobaticamente si apprestano a sfottere quelli che si lamentano dell’arrivo del caldo torrido con la motivazione scientifica «è estate, è ovvio che faccia caldo». Sono gli stessi che confondono il meteo con il clima, ma in realtà ormai sappiamo quasi tutto dei cambiamenti climatici causati dal surriscaldamento terrestre e dei rischi che corre il pianeta, nonostante i negazionisti e i fatalisti alla Casa Bianca e su Twitter non facciano mancare all’opinione pubblica la versione meno catastrofista, con argomentazioni che confinano con quelle dei NoVax e degli appassionati di ufologia.
Da una parte ci sono gli scienziati, i rapporti delle Nazioni Unite, l’ultimo dei quali sostiene che il mondo è sempre più a rischio di un “apartheid climatico” dove i ricchi pagano per fuggire da caldo e fame causati dal surriscaldamento terrestre mentre il resto del mondo soccombe al punto che, si legge, «i diritti umani potrebbero non sopravvivere al prossimo sconvolgimento radicale». Ci sono anche gli accordi internazionali per limitare le emissioni di carbone, l’industria automobilistica che si ripensa, la mobilitazione globale dei ragazzi guidati dalla svedese Greta Thunberg, i successi dei partiti ecologisti alle elezioni europee e la consapevolezza delle nuove generazioni che considerano il climate change la sfida urgente del nostro tempo. Sul fronte opposto, invece, ci sono le relazioni di altri scienziati o presunti tali, il girarsi dall’altra parte dei Paesi in via di sviluppo e dei regimi autoritari e ora anche la rumorosa leadership di Donald Trump e dei governi populisti.

Il settimanale britannico Economist, una delle voci più ascoltate nel mondo del business e dei mercati azionari, un’istituzione giornalistica non sospettabile di seguire mode e tantomeno ideologie anticapitaliste, ha introdotto un altro tema: secondo il magazine inglese, i cambiamenti climatici causano guerre e aumentano la possibilità che si verifichino rivolte e massacri. L’Economist non arriva a dire che la guerra in Siria o il genocidio in Darfur siano una diretta conseguenza del surriscaldamento terrestre, perché nessun conflitto armato può scoppiare senza qualcuno in carne e ossa che dia ordini ai generali e alle truppe, e certamente i fattori scatenanti i conflitti sono molteplici, dalla povertà alle differenze etniche, dal fondamentalismo religioso all’approvvigionamento delle materie prime, ma il magazine sostiene che gli storici saranno in grado di stabilire che i cambiamenti climatici avranno reso le guerre più probabili di quanto sarebbero state senza il global warming.
La tesi del settimanale è che «i cambiamenti climatici causano sconvolgimenti ambientali che destabilizzano intere regione e aumentano il rischio di spargimento di sangue». Quello che è successo durante il Consiglio Artico del 6 maggio ha destato la preoccupazione anche di un altro organo di stampa serio e non sospettabile di anticapitalismo come Bloomberg Businessweek. Entrambi i settimanali anglosassoni hanno letto il rifiuto americano, esplicitato dal Segretario di Stato Mike Pompeo, di firmare una dichiarazione comune per il solo fatto che conteneva un riferimento agli effetti del surriscaldamento terrestre, come un momento simbolico del rischio che stiamo correndo: mentre le calotte polari si restringono, la Russia e i Paesi Nato stanno rinforzando la loro presenza militare, così come la Cina sta costruendo una rompighiaccio nucleare. Pompeo, a nome degli Stati Uniti, ha denunciato il comportamento aggressivo dei russi e la questione, spiega l’Economist, diventerà sempre più pericolosa nel momento in cui il mitico Passaggio a Nord-Ovest, per effetto dello scioglimento dei ghiacciai, si aprirà ancora di più alle flotte commerciali e magari quando nelle sue acque saranno scoperti giacimenti di minerali di valore che apriranno una sicura contesa internazionale dagli esiti inimmaginabili.
Ma se tra le grandi potenze prevale ancora l’idea che nessuno può permettersi di far scoppiare una guerra nucleare globale, poiché non ci sarebbero vincitori ma solo l’inevitabile distruzione collettiva, il rischio vero dei cambiamenti climatici si può valutare nel sud del mondo, nelle zone desertiche già infestate da carestie, siccità e guerre civili. «Alcune cose sono chiare – scrive l’Economist – l’effetto serra aumenta in alcune regioni la frequenza e l’intensità di siccità e alluvioni. Le piogge stagionali e i monsoni stanno diventando più variabili e meno prevedibili, mentre alcune aree diventano aride, gli abitanti sconfinano in terre tradizionalmente coltivate o usate per pascolo da altri. Scoppiano conflitti, alcuni dei quali sono già diventati violenti, specialmente nel Sahel, una grande striscia d’Africa sotto il Sahara».
Le tensioni causate dai problemi ambientali hanno già un impatto sugli storici e violenti conflitti in Burkina Faso, Chad, Camerun, Mali, Niger, Nigeria e Sudan del sud e più aumenta la temperatura terrestre più queste dispute rischiano di diventare comuni. La storia racconta molti esempi di caos civile provocato dai cambiamenti climatici ma, restando nell’attualità, secondo alcuni rapporti accademici degli ultimi anni anche il conflitto siriano, tra il 2012 e il 2015, ha avuto come catalizzatore il surriscaldamento terrestre. Sarebbero state le emissioni umane nell’atmosfera a peggiorare la siccità nella regione che, di conseguenza, ha causato la migrazione di massa dalle campagne alle città e che poi ha portato alle tensioni e alla guerra civile e, infine, all’esodo di massa dei migranti siriani verso l’Europa.
Il problema è serio, ma l’urgenza di intervenire è avvertita solo dalle nuove generazioni, non dai leader attuali, figuriamoci dall’inquilino della Casa Bianca, e non si vedono all’orizzonte soluzioni serie e all’altezza della sfida. Il rischio è che si entri nella spirale tragica di un numero maggiore di conflitti provocati dai cambiamenti climatici, di conseguenti guerre che rendono le regioni poco sviluppate ancora più povere e di una povertà diffusa che rende più probabile ulteriori guerre. Meglio occuparsi di previsioni del tempo, no?


domenica 2 giugno 2019

Il gulag delle Orche e dei Beluga

Allucinante.

Folle.
Una decina di esemplari di Orca (Orcinus orca) e una novantina di Beluga (Delphinapterus leucas) sono stati catturati  illegalmente da quattro compagnie russe e sono tuttora detenuti illegalmente in anguste prigioni nella baia di Srednyaya, nell’Estremo Oriente russo.
L’intenzione delle compagnie di pesca sarebbe quella di venderle ai parchi di divertimento marini cinesi.
Dopo le denunce nazionali e internazionali, sono intervenute le autorità russe, ma finora non è servito nemmeno un intervento diretto del Presidente della Russia Vladimir Putin.
Il gulag delle Orche e dei Beluga esiste ancora.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus






da La Stampa, 27 maggio 2019
Liberare le 10 orche e gli 87 beluga ammassati nel sovraffollato «carcere delle balene» nella baia di Srednyaya, sulla costa russa dell’Estremo Oriente. E’ questo l’accordo firmato dalle autorità e animalisti a favore dei mammiferi catturati illegalmente la scorsa estate da quattro compagnie russe che avevano pianificato di venderle ai parchi marini cinesi. Peccato che uno dei proprietari della prigione non abbia alcuna intenzione di farlo.
Nonostante le mobilitazioni, la campagna mediatica e l’impegno anche del Cremlino, Alexei Reshetov, direttore generale di Afalina, una delle compagnie che ha catturato illegalmente i cetacei, ora ammassati in gabbie marine, ha riferito che gli animali sono di sua proprietà e non sarebbero stati liberati volontariamente: «Qualsiasi domanda riguardante la loro liberazione può essere posta solo dopo che sarò privato dei diritti di proprietà di quelle reti», ha detto, ribadendo che «quei mammiferi sono anche di mia proprietà. E non ho alcuna intenzione di liberarli».
A fine di febbraio, il presidente russo Vladimir Putin ha incaricato il Ministero per le risorse naturali e l’ambiente e il Ministero dell’agricoltura insieme alle organizzazioni scientifiche di trovare una soluzione ottimale per le balene. A metà maggio, le autorità avevano annunciato la firma di un accordo per un «tempestivo rilascio». 
Il Cremlino si è detto «sorpreso» nel sentire «le dichiarazioni rese dalla compagnia che ha effettuato la cattura», ha dichiarato il portavoce Dmitrij Peskov. «Intendiamo rinfrescare la memoria degli ordini impartiti dal presidente e che non c’è bisogno di dare altri ordini, dato che tutto è stato chiaramente formulato. Possiamo quindi affermare che se quegli ordini non verranno eseguiti, neanche parzialmente, studieremo quali azioni intraprendere».
Continua quindi la corsa contro il tempo per salvare 11 orche e 90 beluga, almeno queste erano le stime iniziali perché all’appello mancherebbero almeno quattro esemplari, che potrebbero essere morti o già venduti. Una balena può valere milioni di dollari, a seconda delle specie, e il loro destino è proprio quello di essere immesse nel mercato cinese.




sabato 25 marzo 2017

A passeggio in Siberia sul lago Baikal fra turisti e inquinamento - Marina Forti

La costa è una linea azzurrina, lontana. Intorno c’è solo ghiaccio, una distesa che sembra sconfinata. Siamo sul lago Baikal, Siberia orientale: un mare lungo 620 chilometri, largo tra i 20 e gli 80, profondo circa un chilometro e mezzo, la più grande massa d’acqua dolce del pianeta. D’inverno si copre di uno strato di ghiaccio abbastanza spesso da reggere pulmini e jeep. Così, sul lago qui va inteso alla lettera: siamo sopra al lago e lo attraversiamo a bordo di una jeep.
Il ghiaccio è un mondo surreale. Ora bianco, accecante, spruzzato di neve. Ora levigato dal vento, lucido, così trasparente che mette in soggezione: uno specchio nero come gli abissi, con venature bianche che formano disegni astratti. O ancora distese di lastre azzurrine, come cocci di vetro sollevati dalle onde e fissati dal ghiaccio.
La jeep procede tra i bagliori, luce lattiginosa quando è nuvolo, scintillante quando si affaccia il sole. Il silenzio è rotto da brontolii come tuoni lontani, o da un colpo secco: lastre ghiacciate cozzano tra loro, una crepa si apre sulla superficie gelata. Grosse lastre si sollevano e si rinsaldano formando scalini. A volte le crepe diventano veri e propri crepacci in cui si fa strada l’acqua del lago: torneranno a congelarsi in poche ore, ma se la crepa è fresca può essere pericolosa.

Una regione chiave
La jeep, dunque, segue una linea tortuosa, segue tracce di altri veicoli. Perché il ghiaccio è un mondo popolato. Un punto nero in lontananza è una vecchia utilitaria, accanto a una tenda da campeggio piantata sul ghiaccio, dove tre uomini con gli stivaloni di gomma hanno aperto dei buchi e stanno calando le reti. Pescatori di professione, passeranno la notte a controllare che i buchi non si richiudano: si pesca così l’omul, un pesce endemico del lago Baikal, che viene affumicato e venduto in tutti i mercati della regione. In lontananza un altro punto nero, altri pescatori.
Il lago Baikal è inaspettato. Formato da un rift, una faglia tra le catene montuose a nord della Mongolia, è il più antico e profondo del pianeta. È anche il più grande, non per superficie ma per volume, e contiene un quinto delle riserve d’acqua dolce non congelata della Terra.
È una regione chiave per “lo sviluppo economico e sociale tra la Russia orientale e la Mongolia”, leggo nell’Atlante ecologico del Baikal, pubblicato dal Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp). Soprattutto, il lago e il suo bacino rappresentano un ecosistema unico, una nicchia ecologica tra terra e acqua, popolata da circa 3.700 specie di piante e animali di cui molte endemiche, cioè che vivono solo qui: le Galápagos della Russia. Per questo nel 1996 l’Unesco l’ha proclamato “patrimonio dell’umanità”. Il Baikal vanta un’acqua cristallina, tra le più pure al mondo – anche se in ampie zone questo non è più vero: perché la pressione umana sta aumentando anche qui, in una regione considerata tra le più isolate della grande Siberia.
Per la verità, proprio isolato il lago Baikal non lo è stato mai. Certo, ampi tratti della costa sono quasi inaccessibili, in particolare nella parte settentrionale: scogliere a picco sull’acqua e un entroterra di boschi fitti di betulle, pioppi e conifere, la taiga siberiana.

Altrove invece è bordato di villaggi di pescatori, piccoli centri industriali, insediamenti che si aprono al turismo. Tra le montagne ci sono le miniere sfruttate fin dalla Russia degli zar. Ci sono i discendenti delle popolazioni autoctone siberiane e quelli dei colonizzatori russi arrivati a partire dal settecento. La ferrovia transiberiana costeggia il tratto meridionale del lago, nella tappa tra Irkutsk a ovest e Ulan Ude a est: poi si divide, un troncone prosegue in territorio russo fino a Vladivostok, l’altro attraversa la Mongolia diretto a Pechino.
Foreste vergini e villaggi industriali, stupa buddisti e monasteri ortodossi. Lineamenti mongolici e visi europei. La transiberiana e le jeep che corrono sul ghiaccio. Un equilibrio fragile: e forse la trasformazione più drastica è quella che sta arrivando con il turismo.
“La pressione sul lago sta aumentando”, mi dice Marina Rikhvanova, biologa, una pioniera dell’ambientalismo in questo angolo di Siberia. La incontro a Irkutsk, città di quasi un milione e mezzo di abitanti, “capitale” del Baikal anche se in effetti si trova a una settantina di chilometri dal lago, sulle sponde del suo unico emissario, il fiume Angara.
Già avamposto di esploratori e commercianti, Irkutsk è diventata un centro industriale nel novecento, in particolare dopo gli anni cinquanta, quando appena a monte della città è stata costruita una diga con un impianto idroelettrico (la diga ha fatto salire il livello del lago di oltre un metro, costringendo a cercare un nuovo tracciato per la transiberiana). In seguito altre dighe sono sorte a valle, e hanno alimentato l’industria pesante: meccanica, aeronautica militare e civile, chimica.

Crescita e problemi nuovi
A monte però il lago è rimasto per lo più isolato, salvo insediamenti minori lungo la transiberiana: piccoli impianti dove si inscatola il pesce, centrali termiche alimentate dal carbone. O la cartiera che nell’ultimo decennio ha provocato proteste arroventate a Baikalsk, cittadina di circa tredicimila abitanti sulla costa meridionale del lago, finché tre anni fa è definitivamente fallita. “Ma ora il turismo di massa sta cambiando tutto”, insiste Rikhvanova.
In effetti negli ultimi anni il turismo è diventato un’attività importante, anche se i dati sono imprecisi: “Ogni fonte ha le sue stime e non coincidono mai, oscillano tra 500mila e un milione di arrivi annui”, dice. Di sicuro un’industria in piena crescita, questo è visibile. E sta portando problemi nuovi.

Per capirlo, torniamo sul ghiaccio. Ma prima bisogna parlare un po’ di Irkutsk con il suo piccolo centro storico, alcuni edifici ottocenteschi sul lungofiume e quelli solenni dell’era staliniana, inframmezzati però a vie di case basse, di legno, nello stile “siberiano”, finestre e cornicioni intagliati come ricami: alcune ben tenute, restaurate di fresco, quasi rifatte; molte invece sbilenche, cadenti, pronte a essere demolite per fare spazio a edifici nuovi e sgraziati.
Come in molte città russe sorprende la densità di teatri, scuole di musica, l’opera, la filarmonica, numerose università. Sorprende la stratificazione storica nei nomi delle vie: viale Lenin e via Karl Marx insieme a piazza Alessandro III (lo zar che si distinse per il suo regime repressivo), tutti egualmente celebrati come tasselli della nazione.
C’è il mercato centrale, grande mercato coperto pieno di prodotti locali, ortaggi e infiniti banchi che straboccano di pesci affumicati – l’omul e altri pesci del lago, aringhe, salmoni – e al secondo piano interi corridoi di negozi di telefonini e piccola elettronica. Fuori, bancarelle dove donne dai tratti asiatici vendono erbe, conserve artigianali, bacche secche. Oppure maglioni e calze di spessa lana mongolica, cappelli, colbacchi. Intorno, invece, decine di piccoli uffici espongono le quotazioni della borsa e offrono di investire i risparmi.

Accanto, le due o tre vie eleganti, con enormi gioiellerie (la regione è nota per la lavorazione di pietre semipreziose) e vetrine con i nomi della moda italiana che potrebbero essere in qualsiasi città del mondo. Tra le insegne ricorrenti, quella gialla di una catena di rivendita di computer e telefonini. O quelle di qualche Burger King, l’americanizzazione del cibo.
Nei weekend si affollano i nuovi mall. Sull’altra sponda del fiume sopravvivono i quartieri dell’era sovietica, con grandi blocchi di edifici residenziali tra cui ora spuntano grandi supermercati. E la stazione ferroviaria, dove gli orologi segnano l’ora di Mosca (la Russia si estende per undici fusi orari, e per non fare confusione l’orario dei treni è sempre quello della capitale).

La strada ufficiale sul piccolo mare
Ora però voltiamo le spalle a Irkutsk, ai ponti sull’Angara intasati di traffico, alle ciminiere e al lungofiume ghiacciato, e imbocchiamo la strada che punta a nord, tra quartieri di casette unifamiliari avvolte nella neve. Per venti, trenta chilometri si estendono nuovi suburbi (il prezzo delle case in città è ormai proibitivo e molte famiglie cercano spazio fuori): ricordano il Midwest americano, solo che qui ogni casa ha il suo recinto. Poi finalmente il panorama cambia. Ecco la steppa gelata, appena punteggiata da piccoli boschi di betulle. Rari gruppi di case, pascoli dove mucche che somigliano a yak cercano erba congelata nella neve.
Infine pieghiamo a est, e raggiungiamo la distesa ghiacciata del Baikal. Una piccola baia con poche vecchie case di legno. La statua di un uomo che guarda il lago, personaggio leggendario della tradizione popolare russa ed eroe di una canzone patriottica. Poi una collinetta su cui sono piantati pali di legno ornati da infiniti nastri colorati, come nella tradizione buddista tibetana che qui si innesta sulla cultura sciamanica autoctona.

Un’altra baia con casette di legno: ma queste sono belle e solide, è un ostello per turisti, uno dei numerosi piccoli alberghi sorti di recente su questa costa. Di fronte infatti c’è l’isola di Olhon, settanta chilometri di scogliere spettacolari e grandi boschi di conifere, che chiude una zona di lago chiamata “piccolo mare”. Qui corre anche l’unica “strada ufficiale” sul ghiaccio: un’autostrada di ghiaccio nero, segnata da paletti, percorsa da automobili, jeep, o ancora più spesso dai vecchi e indistruttibili pulmini dismessi dall’esercito russo.
L’isola di Olhon è uno dei punti “emergenti” del turismo sul Baikal: estivo, con trekking tra boschi e scogliere, e da qualche tempo anche invernale, nella “stagione del ghiaccio” che va da fine gennaio ai primi di aprile, quando numerose agenzie organizzano escursioni più o meno avventurose, weekend sull’isola, trekking sul ghiaccio, fino alla traversata del lago in jeep.
Il “piccolo mare” è affascinante. Dal ghiaccio si leva uno scoglio basso che ricorda il profilo di un coccodrillo. Sull’isoletta di Ogoi, a forma di dorso di drago, c’è uno stupa buddista circondato da nastri colorati che ondeggiano al vento (di costruzione postsovietica). Lungo le scogliere le onde si sono bloccate in strani disegni di ghiaccio, cascate di stalattiti, grotte. In una baia qualcuno ha costruito piccoli stupa di ghiaccio. Un mondo incantato, lucido, bianco e azzurrino – ma tutt’altro che solitario. Nei punti più spettacolari il viavai di pulmini è intenso: in un normale giorno di febbraio ne conto sei o sette fermi presso i faraglioni e i promontori più rinomati, con frotte di turisti cinesi che si fotografano in posa sul ghiaccio.

I primi a rompere il monopolio delle poche agenzie turistiche ufficiali sono stati alcuni giovani che hanno letteralmente inventato un’attività. Come Vladimir (il nome è cambiato, ndr): negli anni novanta aveva lavorato come guida occasionale, mentre studiava all’università; poi nel 2003, con una laurea in tasca ma la prospettiva di un impiego di stato malpagato, ha deciso di mettersi in proprio e fondare la sua agenzia.

Gli investimenti cinesi
Oggi ha quattro collaboratori fissi e una ventina di jeep, gestisce un ostello a Irkutsk e organizza escursioni per piccolissimi gruppi, dalle visite a Olhon ai “gran tour del ghiaccio”, oppure trekking sui pattini o sugli sci, o addirittura traversate a piedi con campeggio sul lago gelato – oltre, beninteso, ai trekking estivi. Dice che fino a qualche anno fa aveva clienti un po’ di tutto il mondo, ma ormai sono soprattutto cinesi. I suoi concorrenti hanno traiettorie analoghe.
Dimitri (anche questo nome è cambiato, ndr) lavora nel turismo da quando, alla fine degli anni novanta, ha perso il posto in un’azienda energetica dove faceva il venditore: “Allora un turista americano mi ha dato il business plan, l’idea di organizzare escursioni per visitatori stranieri, pubblicizzandomi sul web” (in comune Vladimir e Dimitri hanno un ottimo inglese). Anche lui ha lavorato con clienti americani ed europei, “ma da quando il valore del rublo è sceso, i più arrivano dall’Asia orientale”.
Il loro però resta un turismo di piccoli numeri, per sportivi e spiriti avventurosi. Ben altri investimenti stanno arrivando nella regione del Baikal. Lo scorso ottobre per esempio un consorzio cinese ha annunciato l’intenzione di investire undici miliardi di dollari, insieme a un partner russo, per creare sul lago “attrazioni turistiche, trasporti e infrastrutture di classe mondiale” (world class, qualunque cosa ciò significhi). Già, cinesi. Qualcuno parla di “invasione”, ma è logico: è un grande paese, con una classe media in espansione, soldi da investire, e vicino.

Certo è che il turismo sta già trasformando il paesaggio umano. Kuzhir, al centro di Olhon, dove approdano i traghetti dalla terraferma (d’estate) e l’autostrada di ghiaccio (d’inverno), era fino a una decina d’anni fa uno sperduto villaggio di poche case di legno, con l’unico ufficio postale dell’isola, la scuola elementare e un paio di negozi. Strade sterrate, gelido d’inverno e polveroso d’estate. Ora il villaggio sembra in preda a una frenesia di capitalismo selvaggio.
Molte vecchie case di legno si sono trasformate in ostelli e nuove stanno sorgendo. Le strade restano sterrate, ma sulla via principale sono comparsi un paio di caffè e un’agenzia turistica. In cima all’abitato c’è un supermercato che sembra il vero centro del paese (il reparto degli alcolici occupa un terzo della superficie, con un assortimento di vodka che va dalle bottiglie popolari da pochi rubli alle marche più pregiate per i visitatori).
Forse un’indicazione sul futuro di Kuzhir si può rintracciare a Listviyanka, località sulla costa occidentale dove il lago sbocca nel fiume Angara. Chiamata “la riviera di Irkutsk”, Listviyanka è stata la prima località turistica della zona, con la terrazza di hotel elegante e un po’ démodé che si affaccia sul fiume, e un sanatorio dell’era sovietica arrampicato sulla collina.
Ma si è sviluppata con una successione disordinata di hotel in falso stile siberiano di legno, oppure stravaganti palazzine a forma di faro (ma con pretese di world class), affollati da gruppi di cinesi, o più spesso nuove costruzioni sgraziate, fast food e mercatini di souvenir per i gitanti della domenica.

La crisi ecologica
Piccoli imprenditori del turismo come Vladimir temono “l’invasione” dei cinesi: non tanto dei turisti, che in fondo portano denaro, quanto dei tour operator che progettano infrastrutture, hotel, trasporti e, teme, toglieranno spazio ai piccoli operatori locali come lui. E in sovrappiù, dice, “porteranno plastica e cemento”.
Sta di fatto che intorno al lago Baikal ormai molti parlano di crisi ecologica. Marina Rikhvanova ne parla da vent’anni. Mi spiega che come biologa si era trovata a studiare le mutazioni nel genoma dei microrganismi lacustri presso Baikalsk, cittadina di circa 13mila abitanti sulla costa meridionale, dove la nota cartiera da decenni scaricava tutti i suoi reflui direttamente nel lago: “Allora mi sono resa conto che bisognava fare qualcosa, con urgenza, perché il lago non era più in grado di smaltire quegli scarichi”.
Nel 1995, insieme a un piccolo gruppo di persone, aveva cominciato a pubblicare una rivista su temi ambientali: si chiamava Volna, Onda, e per l’epoca era una novità assoluta. Scrivevano di inquinamento, rifiuti, di qualità dell’aria, “di problemi locali e di temi globali, con notizie da tutto il mondo”. I primi numeri erano ciclostilati, ricorda, poi poco a poco hanno preso una forma più professionale. La pubblicazione si è interrotta nel 2008, dice, ma intanto aveva contribuito a formare una generazione.
Nel frattempo era scoppiato il conflitto attorno alla cartiera di Baikalsk. Quell’anno l’ente di stato per la protezione ambientale aveva cominciato a imporre il rispetto della normativa sugli scarichi, e vietato all’impianto di scaricare nel lago.
La Baikalsk pulp and paper mill, privatizzata dopo la fine dell’Unione Sovietica, ormai era in contravvenzione, e l’ente di stato per la protezione ambientale l’ha citata in giudizio. Ma il conflitto si è trascinato a lungo, con movimenti di cittadini che chiedevano la chiusura e i circa tremila lavoratori della cartiera che se la prendevano con gli ambientalisti. Alla fine la cartiera ha chiuso nel 2009, ha riaperto l’anno dopo grazie a una deroga concessa dall’amministrazione Putin, infine ha chiuso in via definitiva nel 2013, per bancarotta.
A Baikalsk le ciminiere oggi restano visibili, in riva al lago, ma la fabbrica vera e propria non c’è più, smantellata e rottamata mentre l’ultimo amministratore ha ripreso la sua attività in Carelia, la regione di boschi e cartiere che confina con la Finlandia. “Ma il sito industriale non è mai stato ripulito”, osserva l’ecologa, e resta intriso di sostanze tossiche. “Del resto nessuno sa cosa vogliano farne. Corrono voci di investimenti cinesi, ma per farne cosa non si sa. In ogni caso i mezzi d’informazione non ne parlano più”.
I lavoratori? Qualcuno è stato assunto in altre cartiere nella regione, spiega Rikhvanova; qualcuno ha accettato di andare in trasferta a lavorare per una compagnia petrolifera: un mese nel profondo nord, un mese a casa. Qualcuno sopravvive con la pesca sul lago. In paese si vede che molti faticano a superare la crisi. “Altri invece si sono messi ad affittare camere ai turisti”.

L’eutrofizzazione del lago
Già, perché Baikalsk si sta trasformando in un centro di vacanze. Alle spalle della cittadina, addossata alle montagne, c’è un complesso per lo sci alpino, con skilift e alberghi e case di vacanze in mezzo al bosco: non grande, ma fa un certo effetto vedere le piste di sci dalla riva del lago.
La presenza umana si intensifica, il turismo si espande, ma intorno al lago mancano impianti di depurazione, osserva Rikhvanova. Il ghiaccio è galantuomo, nasconde tutto: ma d’estate, da qualche anno, presso le zone abitate del lago, le rive si riempiono di minuscole alghe filamentose. È la spirogira, alga considerata indicatore di contaminazione fecale. “Pensate che all’estremo nord del lago c’è una cittadina, Severobajkalsk, che non ha un depuratore: finisce tutto nel lago senza il minimo trattamento”, continua l’ecologa.

Molti restano convinti che il lago si “autodepuri”, e in passato era vero: ma ormai gli scarichi sono troppi. Il dottor Oleg Timoshkin, dell’istituto limnologico dell’Accademia russa delle scienze a Irkutsk, nel 2014 ha testimoniato davanti alla Duma, il parlamento russo, spiegando che scarichi fognari, residui di detersivi e altro provocano una crescita abnorme di microalghe nel lago Baikal, e questa proliferazione priva l’acqua di ossigeno portando a soffocare gli altri organismi viventi: si chiama eutrofizzazione.
Così d’estate sulle rive si accumulano tonnellate di alghe che poi marciscono, insieme a miriadi di lumachine morte. Pare che stiano morendo anche molte delle spugne naturali endemiche. Il dottor Timoshkin e altri ricercatori ormai hanno firmato diversi articoli scientifici sul tema, su riviste russe e internazionali.
Senza contare che una minaccia ancora più drastica incombe sulla Siberia. Questo febbraio sul lago è arrivata un’ondata di caldo che ha lasciato molti a bocca aperta: per alcuni giorni il termometro è salito addirittura sopra lo zero nelle ore più calde, quando la normalità sarebbe stata tra 10 e 15 gradi sotto lo zero. Un anticipo di primavera.

Passeggiata sul ghiaccio
Si può sviluppare il turismo senza uccidere il lago? Rikhvanova parla di piccoli progetti sostenibili, di percorsi ecologici, di conservare la biodiversità. Si tratta anche di trovare alternative per ridare lavoro agli abitanti, dice (poi verrò a sapere che lei stessa, che anni fa ha ricevuto il 
premio Goldman per il suo lavoro a difesa del Baikal, ha usato parte dei 25mila dollari del premio per finanziare alcuni progetti dei cittadini di Baikalsk per creare attività alternative dopo la chiusura della cartiera).
Nel frattempo ha convinto un imprenditore locale a sponsorizzare un impianto pilota di depurazione. Dice che l’atteggiamento pubblico sta cambiando, ormai molti sono consapevoli che il Baikal è in pericolo. Ma i piccoli progetti più o meno sostenibili saranno ben poca cosa di fronte alle annunciate “attrazioni per turisti” e agli alberghi, discoteche, sale divertimenti, fast food e processioni di pulmini sulla riviera.
Eppure il ghiaccio mantiene la sua alterità. Una domenica pomeriggio, a Baikalsk, gruppi di bambini giocano a scivolare sul lago gelato. Poco più in là due donne trascinano un bimbo sullo slittino. Gruppetti di giovani le sorpassano ridacchiando, due ragazzi corrono in bicicletta. Gruppetti di camminatori, zainetti in spalla, tornano verso la costa. A passeggio sul ghiaccio, con la luce obliqua del sole che comincia a declinare dietro un promontorio e un convoglio della transiberiana che passa lento sulla costa.
(*) reportage pubblicato su «Internazionale». La  prima foto è ripresa da Wikipedia.da qui