domenica 27 aprile 2025
domenica 3 settembre 2023
Cina e Russia sulla rotta del Polo Nord ma l’America non gradisce - Piero Orteca
Nuova ‘Guerra fredda’ tra Russia e Stati Uniti. Anzi, trattandosi dell’Artico, freddissima. E ora, nella nuova area di tensioni entra pure la Cina. Poco tempo fa, gli americani hanno scoperto una flottiglia militare d’assalto russo-cinese, mentre navigava in una zona desolata dell’Oceano Pacifico, vicino all’Alaska, a nord delle isole Aleutine, acque territoriali Usa.
Flotta russo
cinese alle Aleutine
L’incrociatore
lanciamissili cinese Nanchang e altre sei unità navigava al
limite delle acque territoriali Usa. Avvistata dalla Guardia costiera
americana, la flotta russo-cinese, dopo le intimazioni di rito, ha virato a
sud-ovest, allontanandosi. Secondo il Wall Street Journal, che
dedica un approfondito report all’incidente, «le navi russe e cinesi
hanno inviato un messaggio inequivocabile agli Stati Uniti, sul valore
strategico che Mosca e Pechino attribuiscono alla regione». Parliamo,
in effetti, di una vecchia questione, tornata di moda con una rapidissima
rivoluzione geopolitica finora trascurata che, all’improvviso, salta fuori
sotto la spinta delle inarrestabili e catastrofiche variazioni climatiche
planetarie.
Le nuove
rotte artiche navigabili
Il caldo sta
sciogliendo i ghiacci dell’Oceano Artico, aprendo una sorte di ‘autostrada’
marittima tra il Pacifico e l’Atlantico del Nord. Chi
controlla questo corridoio, tra lo Stretto di Bering (in
Estremo oriente) e il Mare di Barents, a nord dell’Europa, ha
un potere contrattuale, politico e commerciale, impressionante. La rotta passa
esattamente a nord della Russia e ne segue gli orli costieri. Più a nord, c’è
solo ghiaccio e il mare non è navigabile. A meno che non continui a
sciogliersi, aprendo un corridoio sempre più ampio, che si distacchi
maggiormente dalla linea costiera di Mosca. Ma, anche così, il contenzioso
giuridico internazionale è assicurato. Gli americani hanno già detto che
vogliono navigare dallo Stretto di Bering fino alla Norvegia, passando a nord
della Russia. Come? Non si sa. Perché, da parte sua, il Cremlino ha ribadito
che quelle sono acque territoriali o che, comunque, subito oltre, diventano «zona
economica esclusiva».
Ma l’unica
cosa che in questo momento è chiara e che Washington e Mosca, su questo tema,
andranno allo scontro. Pechino, intanto, gioca la partita che più le conviene.
La nuova
rotta tra Mosca e Pechino
La ‘rotta
artica’ diventerebbe una soluzione per l’import di energia che arriva
dall’alleato russo. L’anno scorso, enormi rompighiaccio portagas hanno
trasportato il GNL di Mosca in Cina, raddoppiando quasi il volume degli scambi.
Ma il discorso può valere anche al contrario, per i prodotti cinesi che
arrivano in Europa. Attraverso il ‘corridoio Artico’ il risparmio di
strada, rispetto alla rotta che attraversa l’Indo-Pacifico e
poi Suez è quasi della metà. Il problema, come dicevamo, però,
è geopolitico. O, meglio, di diritto internazionale piegato alla geopolitica.
Le interpretazioni sull’utilizzo della rotta artica sono divergenti, tra Mosca
e Washington.
Usa
sull’Artico come per Taiwan
Gli Stati
Uniti, giudicano eccessive le rivendicazioni russe sul transito nel ‘corridoio
Artico’. Praticamente, si fa lo stesso ragionamento che viene proposto per
lo Stretto di Taiwan, con Pechino. Così, gli americani
sono tentati di forzare la mano. Nello scandalo dei documenti segreti del Pentagono finiti
su Internet, c’è stato anche un presunto ‘piano di provocazione’ da attuare,
con la Nato, per mettere Putin di fronte al fatto compiuto. In sostanza, una
flotta mista, di navi da guerra Usa e alleate, avrebbe dovuto forzare il
divieto ‘invadendo’ il Mar di Kara, nell’Artico, a nord
delle coste russe, in una zona territorialmente rivendicata da Mosca.
Il progetto,
afferma il Wall Street Journal, era (rischiosamente) appoggiato anche dal
governo norvegese. Sarebbe stato un casus belli? Forse. Tanto è vero che non se
n’è fatto niente.
Il segreto
svelato
La portavoce
del Pentagono, Sabrina Singh, non ha commentato il documento
trapelato, ma ha voluto ripetere la solita formula: «Gli Stati Uniti
voleranno, salperanno e opereranno ovunque il diritto internazionale lo
consenta, come facciamo in tutto il mondo». Per inciso e per chiarirci:
lo stesso problema gli americani ce l’hanno col Canada e col famoso ‘Passaggio
a Nord-Ovest’. L’interpretazione del diritto internazionale sempre in
chiave e vantaggi americani. Quindi, pare di capire, se le cose dovessero
continuare con l’approccio del muro contro muro è prevedibile che, prima o
dopo, si arrivi a qualche forma di scontro.
Le forze
‘glaciali’ in campo
È bene dire
subito che di Stati Uniti, per quanto riguarda la navigazione militare ai poli,
stanno messi un po’ male. Sembra strano, ma il rapporto tra i rompighiaccio
russi e quelli Usa, nell’Artico, è di 32 a uno. Semplicemente, gli americani si
sono dimenticati di investire in questo tipo di navi dopo la caduta del Muro di
Berlino. E adesso, per recuperare il tempo perduto, ci vorranno anni. Secondo
gli specialisti, i russi hanno costruito navi ‘mirate’ per combattere e
navigare tra i ghiacci. Nel 2024 ne entreranno in servizio altri tre, della
classe ‘Progetto 23550’, che saranno armati di missili da crociera
Kalibr e faranno scalo in basi dotate di sorveglianza aerea, offerta dai
modernissimi caccia Sukhoi SU-34.
La Cina, dal canto suo, ha due potenti rompighiaccio ‘da ricerca’, della
classe Xua Long, che si pensa possano essere anche armati. Finora
Pechino si è concentrata su una crescita quantitativa della sua flotta, che è
diventata la prima del mondo. L’obiettivo, in questa fase, è quello di puntare,
decisamente, sulla costruzione accelerata di portaerei.
Gli Stati
Uniti artici
Infine, gli Stati Uniti. L’Haley, l’unico rompighiaccio operante
nell’Artico, è fermo 6 mesi l’anno per i lavori di manutenzione. L’altro
rompighiaccio, il Polar Star, vecchiotto, rifornisce le basi scientifiche
al Polo sud. Una terza nave, da un miliardo di dollari (gli americani
sanno fare solo le cose in grande) è ancora in lenta fase di costruzione, nei
cantieri del Mississippi. Insomma, se la situazione è questa, forse la
soluzione migliore per Biden è che cambi il tempo. E che un’ondata di freddo
ricongeli l’Artico.
sabato 18 aprile 2020
GRANO, LA PROSSIMA GUERRA TRA USA E RUSSIA - Fulvio Scaglione
mercoledì 11 dicembre 2019
Mosca si è fatta un lifting - Annamaria Testa (3)
Fuori dal finestrino scorrono sterminati boschi di betulle, specchi d’acqua e rari villaggi.
Mi accorgo che mio figlio se ne va attorno in modo del tutto privo di preconcetti, mentre io non posso fare a meno di confrontare quel che vedo con il mio pregresso immaginario moscovita, fatto di cronache recenti e storie più remote, romanzi, film.
C’è un luogo in cui, a Mosca, passato e presente si incontrano. Ed è sottoterra.
La metropolitana cittadina, intitolata a Lenin, è stata inaugurata nel 1935 in epoca staliniana. È bellissima: secondo molti, la più bella del mondo. È stata soprannominata il Palazzo del popolo, per via dello sfarzo messo a disposizione di tutti. Ed è una capsula del tempo. Ma è anche l’infrastruttura che oggi fa muovere ogni giorno tra gli otto e i nove milioni di passeggeri.
martedì 3 dicembre 2019
A San Pietroburgo, cercando un ritmo - Annamaria Testa (2)
Passeremo cinquanta giorni insieme, girando, e mi accorgo che cerchiamo entrambi di sincronizzare non solo il nostro passo (per fortuna sono una decente camminatrice) ma soprattutto il nostro ritmo. Lui rallenta per quanto riesce, io accelero per quanto posso.
Non sapevo che, tra mille polemiche, la chiesa ortodossa avesse canonizzato l’ultimo zar, Nicola II, e la sua famiglia, in qualità di martiri (ma non la servitù uccisa insieme a loro). Le spoglie sono state tumulate nel 1998 e definitivamente autenticate solo di recente, grazie a un esame del dna che ha coinvolto molti discendenti, Filippo d’Inghilterra compreso.
giovedì 10 ottobre 2019
Clima non significa meteo - Christian Rocca
domenica 2 giugno 2019
Il gulag delle Orche e dei Beluga
lunedì 24 luglio 2017
sabato 25 marzo 2017
A passeggio in Siberia sul lago Baikal fra turisti e inquinamento - Marina Forti
La jeep, dunque, segue una linea tortuosa, segue tracce di altri veicoli. Perché il ghiaccio è un mondo popolato. Un punto nero in lontananza è una vecchia utilitaria, accanto a una tenda da campeggio piantata sul ghiaccio, dove tre uomini con gli stivaloni di gomma hanno aperto dei buchi e stanno calando le reti. Pescatori di professione, passeranno la notte a controllare che i buchi non si richiudano: si pesca così l’omul, un pesce endemico del lago Baikal, che viene affumicato e venduto in tutti i mercati della regione. In lontananza un altro punto nero, altri pescatori.
A monte però il lago è rimasto per lo più isolato, salvo insediamenti minori lungo la transiberiana: piccoli impianti dove si inscatola il pesce, centrali termiche alimentate dal carbone. O la cartiera che nell’ultimo decennio ha provocato proteste arroventate a Baikalsk, cittadina di circa tredicimila abitanti sulla costa meridionale del lago, finché tre anni fa è definitivamente fallita. “Ma ora il turismo di massa sta cambiando tutto”, insiste Rikhvanova.
Ora però voltiamo le spalle a Irkutsk, ai ponti sull’Angara intasati di traffico, alle ciminiere e al lungofiume ghiacciato, e imbocchiamo la strada che punta a nord, tra quartieri di casette unifamiliari avvolte nella neve. Per venti, trenta chilometri si estendono nuovi suburbi (il prezzo delle case in città è ormai proibitivo e molte famiglie cercano spazio fuori): ricordano il Midwest americano, solo che qui ogni casa ha il suo recinto. Poi finalmente il panorama cambia. Ecco la steppa gelata, appena punteggiata da piccoli boschi di betulle. Rari gruppi di case, pascoli dove mucche che somigliano a yak cercano erba congelata nella neve.
Oggi ha quattro collaboratori fissi e una ventina di jeep, gestisce un ostello a Irkutsk e organizza escursioni per piccolissimi gruppi, dalle visite a Olhon ai “gran tour del ghiaccio”, oppure trekking sui pattini o sugli sci, o addirittura traversate a piedi con campeggio sul lago gelato – oltre, beninteso, ai trekking estivi. Dice che fino a qualche anno fa aveva clienti un po’ di tutto il mondo, ma ormai sono soprattutto cinesi. I suoi concorrenti hanno traiettorie analoghe.
Piccoli imprenditori del turismo come Vladimir temono “l’invasione” dei cinesi: non tanto dei turisti, che in fondo portano denaro, quanto dei tour operator che progettano infrastrutture, hotel, trasporti e, teme, toglieranno spazio ai piccoli operatori locali come lui. E in sovrappiù, dice, “porteranno plastica e cemento”.
Già, perché Baikalsk si sta trasformando in un centro di vacanze. Alle spalle della cittadina, addossata alle montagne, c’è un complesso per lo sci alpino, con skilift e alberghi e case di vacanze in mezzo al bosco: non grande, ma fa un certo effetto vedere le piste di sci dalla riva del lago.
Si può sviluppare il turismo senza uccidere il lago? Rikhvanova parla di piccoli progetti sostenibili, di percorsi ecologici, di conservare la biodiversità. Si tratta anche di trovare alternative per ridare lavoro agli abitanti, dice (poi verrò a sapere che lei stessa, che anni fa ha ricevuto il premio Goldman per il suo lavoro a difesa del Baikal, ha usato parte dei 25mila dollari del premio per finanziare alcuni progetti dei cittadini di Baikalsk per creare attività alternative dopo la chiusura della cartiera).