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domenica 10 marzo 2024

Agricoltori, perché il grano dà grana solo alle multinazionali - Daniele Calamita

 

Il problema dell’agricoltura risiede nei passaggi di filiera, con uno sbilanciamento del guadagno per la distribuzione a discapito della produzione. E nelle scommesse dei mercati finanziari, finalizzate al guadagno e slegate dal ciclo di produzione. Nelle azioni speculative che gravano sul settore primario dell’agricoltura, non poteva quindi mancare il racconto della filiera del grano. O meglio del frumento duro. Anche questa, infatti, sottostà allo strapotere del mercato e delle multinazionali, che operano in modi alquanto discutibili.

Come tutti sappiamo il mercato è regolato dalla legge della domanda e dell’offerta. Maggiore è la domanda, in questo caso da parte dei molini e dei pastai, più il prezzo tende a crescere. Maggiore è l’offerta da parte degli agricoltori e più il prezzo scende. Questa legge dovrebbe applicarsi in tutti gli ambiti del libero mercato, o almeno così ci raccontano. Ma spesso e volentieri non è così. Per quello che riguarda il grano, ad esempio, è decisiva la questione delle importazioni dall’estero, che portano a soddisfare e volte a saturare la domanda, spingendo inevitabilmente i prezzi verso il basso. E non riconoscendo così redditività per la nostra cerealicoltura.

Come si misura la qualità del grano

Valga per tutti l’esempio della Capitanata, distretto della Puglia settentrionale. Qui si coltiva grano duro, un grano dalle ottime qualità organolettiche: tenore proteico, peso specifico ecc.. È un grano adatto per la produzione di semole usate per fare la pasta di pasta. Non a caso Foggia per decenni è stata definita “il granaio d’Italia”, e al tempo stesso ha visto la crescita di importanti pastifici. Bene, nell’ultima stagione si profilava una buona annata per la cerealicoltura. Una stagione climaticamente positiva e campi di grano pieni, ma purtroppo il prezzo di ritiro, partito decente, è sceso vertiginosamente. Guarda caso dopo l’arrivo di grano dall’estero. Vediamo perché.

Innanzitutto una premessa. Il prezzo di ritiro del frumento duro viene stabilito in base a delle caratteristiche specifiche. La distinzione è in “Mercantile”, “Buono mercantile” e “Fino”. La distinzione qualitativa consta nella misurazione di quel parametro fondamentale che è il peso specifico. “Fino” ha un peso specifico non inferiore a 80 kg/ettolitro. “Buono mercantile” a 78 kg/ettolitro, e “Mercantile” a 75 kg/ettolitro. Ovviamente, onde evitare critiche dagli specialisti, ci sono altri fattori che determinano il prezzo, come umiditàtenore proteico, e così via.

Questa distinzione commerciale è riportata solo per spiegare al lettore che vi è una classificazione merceologica alla quale corrisponde un prezzo di ritiro della materia prima. Enunciata la classificazione, proviamo a sintetizzare l’andamento dei prezzi dal 2014 a oggi. E allo stesso tempo proviamo a rapportare il prezzo del grano a quello della pasta per il consumatore. Con questa analisi voglio provare a mettere in evidenza, dati alla mano, quanto sia forte anche in questa filiera la speculazione che il mercato determina. E di come a pagarne le conseguenze siano sia chi lavora in agricoltura, sia chi compera i prodotti finiti.

L’andamento dei prezzi del grano e le speculazioni

Tutte le annualità prese a riferimento hanno una caratteristica comune. Il prezzo cresce da gennaio fino ad aprile, inizia a scendere a maggio, si ferma a giugno (dove spesso saltano le quotazioni settimanali). Dopodiché, se la produzione è abbondante il prezzo tende a scendere ancora, mentre se la produzione è scarsa riprende a salire verso luglio/agosto. Entriamo nel merito dei prezzi prendendo come esempio solo il “Mercantile”: la qualità merceologica più bassa.

Osservando l’andamento negli anni presi a riferimento si registra che il minimo storico si è avuto nella quotazione del 27 luglio 2016, quando il grano mercantile si è ritirato a 16,5 €/q. Mentre il massimo si è avuto nella quotazione dal 05 novembre 2014 agli inizi del 2015, quando si è arrivati a 37,5 €/q. C’è quindi un aumento considerevole del prezzo dal 2014 al 2015. Poi un costante declino, intervallato da una tenue ripresa. Attualmente (vedi la quotazione 31 gennaio 2024), il prezzo è attorno a 34,5 €/q.

Voglio sottolineare che si tratta di prezzi stabiliti dalla Camera di Commercio e che sono riferiti all’ingrosso. Ora va fatta una ulteriore e doverosa precisazione. Dal grano duro si ottiene la semola, utilizzata per la pasta. E si ottiene anche la crusca, che ha utilizzi alimentari per umani e animali. In pratica dal grano si butta poco e niente. E dovrebbe essere logico che dalla produzione di grano tutti possano e debbano trarre profitto. Ma così non è. A non trarne profitto alcuno, è proprio chi il grano lo produce. Vediamo perché.

L’andamento del grano fluttua, mentre i prezzi della pasta aumentano: perché?

Andiamo a vedere il prezzo all’ingrosso della pasta. Possiamo notare una cosa simpatica: esso aumenta, passando dai 73-78 €/q agli attuali 99-104 €/q. Prendiamo qui a riferimento il minimo (listino n° 29 del 2016) ed il massimo (listino n° 43 del 2015). Il minimo vedeva il grano quotato a 16,5 €/q, la semola a 28,5 €/q, la crusca a 10 €/q. E la pasta a 73-78 €/q. Il massimo vedeva invece il grano quotato a 37,5 €/q, la semola a 55,5 €/q, la crusca a 10 €/q. La pasta a 73-78 €/q. Andiamo adesso sulla quotazione attuale (31/01/2024), che vede il grano quotato 34,5 /p, la semola a 59,5, la crusca a 8,2 €/q. E la pasta a 99-104 €/q.

A mio avviso qui vengono spontanee delle domande, e delle riflessioni. La prima è: perché il prezzo del grano (e anche della semola e della crusca) ha variazioni annuali, prevalentemente al ribasso, mentre la pasta negli ultimi anni aumenta considerevolmente? Una prima spiegazione potrebbe riferirsi alla prima regola del mercato. La domanda di pasta è pressoché standard – siamo un popolo che basa la propria alimentazione su pasta e pane – quindi perché l’offerta dovrebbe abbassare il prezzo di vendita? E ci può stare.

Un’altra riflessione però potrebbe essere che i grandi gruppi industriali che gestiscono i pastifici hanno un potere contrattuale molto forte, tale da impedire quotazioni al ribasso. Anche perché è evidente che il mondo agricolo da un lato non sempre riesce a programmare le produzioni e dall’altro ha un potere contrattuale pari a zero. Ma un’altra risposta potrebbe anche essere che il mercato viene inquinato e falsato dalle ingenti importazione di grani esteri. Importazioni che condizionano pesantemente il prezzo di ritiro del grano aumentando poi quelli che sono i margini di guadagno sulla vendita della pasta al consumo.

Il problema delle importazioni estere

Con queste analisi voglio provare a chiarire alcuni luoghi comuni, o meglio scusanti, che i pastai utilizzano per giustificare l’importazione di grani esteri. Se ascoltiamo le dichiarazioni dei rappresentanti di grossi gruppi industriali della pasta, sentiremo dire sostanzialmente due cose. La prima e che è necessario importare grani esteri (principalmente canadesi) perché sono più proteici dei nostri. La seconda è che in agricoltura l’utilizzo del glifosato (diserbante) è necessario, altrimenti le produzioni crollerebbero.

Bene proviamo ad andare per gradi, aggiungendo anche altri elementi di valutazione. Per ogni quintale di grano si ottengono da 65 a 80 kg di farina di semola (questa forbice così larga dipende dalla finezza di molitura). Ipotizziamo quindi una semola di media raffinazione (70 kg per quintale di grano) e consideriamo anche che per produrre un chilogrammo di pasta l’80% è semola. E il resto è acqua. Bene, già con questi dati, considerato il prezzo del grano, esce facilmente un prezzo del singolo chilogrammo di pasta di € 0,13 (quando il grano era pagato 16,5 €/q) e 0,27 (oggi che il grano è pagato 34,5 €/q). Mentre il prezzo all’ingrosso – non quello al dettaglio – è di 0,99-1,04 €/kg. C’è una bella differenza.

Secondo punto. Ci dicono che le importazioni sono necessarie perché i grani esteri sono più proteici: questa favola è vera? Come dimostrato da uno studio del Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) i nostri grani non hanno nulla da invidiare ai più blasonati grani canadesi. Infatti i nostri generalmente si attestano su un dato medio del 11-12% (superando anche il 13%), a fronte dei 10,5 previsti per legge (tenore minimo). A mio avviso è evidente che fino a che sul grano non verrà valorizzata la qualità, pagandola il giusto, il mondo agricolo non avrà convenienza a fare grani di qualità superiore.

Gli insostenibili costi di produzione del grano

Un’ultima considerazione sui costi di produzione e le redditività di un’azienda agricola cerealicola. Prendiamo a esempio un’azienda agricola che si rivolge per le operazioni colturali a contoterzisti. Le operazioni colturali cronologicamente sono: aratura di fondo, ripasso e affinamento, semina, rullatura, diserbo, mietitura. Il totale dei costi varia da 500 a 600 €/ha (per ogni ettaro, ndr), ai quali vanno aggiunti: il seme del grano, 220 €/ha circa (90 €/q); il concime 100 €/ha circa; il diserbante altri 70-80 €/ha e il trasporto del grano al deposito pari a 1 €/q. Volendo ipotizzare una produzione media di 30 q/ha, avremo un totale costi variabile da 920 €/ha a 1.030 €/ha.

Se consideriamo sempre i 30 q/ha e la quotazione attuale di 34,5 €/q avremo quindi un profitto lordo di 1.035 €/ha. Ovviamente si tratta di profitto lordo, al quale vanno detratti tassazione e varie spese aggiuntive. Per capirci quindi, io agricoltore semino a novembre-dicembre e dopo 7 mesi di investimento e lavoro (con tutti gli imprevisti) avrò un profitto netto che se va bene è di 5 euro. Sì, esatto, un profitto di 5 euro! Ecco spiegata una delle ragioni della protesta attuale.

Fino ad oggi i cerealicoltori riuscivano a sbarcare il lunario con i contributi europei (chiamati comunemente integrazione). Ma adesso l’entrata in vigore della nuova PAC 2023/2027 vede una rimodulazione consistente degli aiuti. Per concludere, è evidente quindi che qualcosa vada fatto per tutelare il mondo agricolo nell’avere la giusta redditività aziendale. Onde anche evitare l’abbandono di un settore strategico per il Paese. Così come è evidente che urge anche una tutela per i consumatori che pagano un eccessivo sovrapprezzo per la produzione del grano. E che dovrebbero essere tutelati rispetto con un giusto prezzo rapportato a una giusta qualità.


Daniele Calamita è agronomo, sindacalista ed esperto di politiche sociali

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venerdì 6 ottobre 2023

Le mani in pasta - Sara Manisera

 

5Episodi

IN PROGRESS

Dai semi della Mesopotamia all’agricoltura industriale: un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino alla pasta.

Il grano è uno degli alimenti più antichi e più commercializzati al mondo, insieme a zucchero, mais e soia. A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo, questa materia prima, insieme a molte altre, è stata progressivamente trasformata in merce globale. In gergo, commodity: prodotti standardizzati, facili da immagazzinare, conservabili nel tempo e privi di differenze qualitative, indipendentemente da chi li produce. 

 

A controllare la produzione, la commercializzazione e la distribuzione delle commodities come il grano sono una manciata di grandi aziende che plasmano i mercati e la ricerca in modo da perseguire l’obiettivo finale della massimizzazione del profitto degli azionisti, e non del bene pubblico.

 

Partendo dai semi, Bayer-Monsanto, DowDupont-Corteva, ChemChina-Syngenta e BASF, dominano il 60% del mercato mondiale delle sementi e il 75% del mercato globale dei pesticidi. Quattro società, Archer Daniels Midland, (ADM), Bunge, Cargill e Louis Dreyfus Company, note come “gruppo ABCD”, a cui si aggiunge la cinese Cofco, controllano tra il  70 e il 90% del commercio globale di cereali.

 

Questa straordinaria concentrazione di potere e denaro nel commercio alimentare globale la si trova anche nell’industria della pasta. Le quattro maggiori aziende dell’industria della pasta sono Barilla Holding, la svizzera Nestlé, De Cecco e la russa Makfa. Partendo dai semi, passando per la commercializzazione e la logistica fino ad arrivare all’industria della pasta, sono pochi i gruppi a controllare l’intera filiera del grano.

 

 

Ma quali sono le conseguenze per i cittadini, per la salute e per l’ecosistema?

Si può ancora parlare di libero mercato in un mercato controllato da quattro, cinque grandi conglomerati?

Questo sistema agroindustriale basato su filiere di approvvigionamento globale sfama il mondo? 

Se è vero che l’attuale sistema avvantaggia chi fa economie di scala, è altresì vero che questa agricoltura ha impatti sociali e ambientali che raramente vengono calcolati nel prezzo di vendita del cibo ma sono scaricati come esternalità negative interamente sulle comunità e sull’ambiente. Sono dunque costi d’impresa pagati da altri. 

 

Le mani in pasta è un viaggio che inizia con i semi in Mesopotamia, la terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove l’uomo ha iniziato a domesticare il frumento e i cereali dando vita alla prima civiltà, e si chiude con l’agricoltura industriale e i suoi impatti sulla salute e sull’ambiente. Un viaggio nel mondo del grano per capire chi controlla la filiera, dal seme fino alla pasta, quali sono le conseguenze sulla salute e l’ambiente e quali le possibili soluzioni per ripensare a un’altra agricoltura – ed economia – non guidata da logiche di crescita infinita e massimizzazione del profitto ma rispettosa delle comunità e dell’ecosistema. 

 

CREDITI

Questo lavoro è stato ideato e realizzato da Sara Manisera, Bertha Foundation Fellow 2023, con il sostegno di Bertha Foundation e prodotto da Slow News. 

Illustrazioni di: Vito Manolo Roma

 

 

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lunedì 11 luglio 2022

La lezione della crisi del grano - Ruchi Shroff

 

Di fronte alla crisi alimentare dovuta, secondo la narrativa ufficiale, alla guerra in Ucraina, è necessario mettere a fuoco i problemi strutturali del sistema di produzione e distribuzione globale per non cadere negli stessi errori del passato e per evitare che il benessere delle popolazioni cada in ostaggio delle speculazioni finanziarie e degli interessi delle grandi multinazionali dell’agribusiness.

L’attuale impianto agroalimentare industriale e globalizzato crea crisi alimentari in modo sistematico. E’ questa l’opinione di Vandana Shiva, presidente di Navdanya International, che ha recentemente rilevato come “ogni crisi nella storia sia stata usata dai monopoli del grano per aumentare i loro profitti e il loro controllo”.

Un monito che suona drammaticamente attuale se, messi da parte i proclami dei portatori di interessi, siano essi economici o politici, si osservano i dati reali. Secondo la FAO, la Banca Mondiale e l’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems (IPES), attualmente non c’è alcun rischio di scarsità di cibo a livello mondiale. Questo grazie a scorte di grano più alte del normale e a un buon rapporto scorte/utilizzo.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura ucraino, il Paese è riuscito a esportare i raccolti del 2021/2022, anch’essi superiori alla media, prima dell’invasione. Perché allora così tanti Paesi stanno affrontando un rischio maggiore di insicurezza alimentare e di carestia? Perché nonostante l’adeguata offerta globale, nella settimana del 7 marzo 2022, i prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto il picco più alto della storia?

A partire dall’invasione russa, la speculazione finanziaria sul mercato delle materie prime ha subito un forte incremento. Ciò ha portato a maggiori guadagni per gli operatori finanziari e le grandi aziende agricole ma anche un’impennata dei prezzi reali degli alimenti.

Approcci fallimentari continuano a essere spacciati per consolidare ulteriormente un modello fallimentare, fra cui “incrementare la produzione a tutti i costi”, produrre grano OGM non testato, commercializzare un maggior numero di alimenti sintetici e aumentare la dipendenza dalla digitalizzazione. “Ogni disastro è stato sfruttato come un’opportunità dalla lobby degli OGM, che rappresenta lo stesso conglomerato che vende anche prodotti agrochimici tossici”, ha commentato ancora Vandana Shiva. “I cittadini europei devono insorgere e difendere la loro libertà di mangiare cibo senza OGM, il loro diritto alla biosicurezza. Devono scoprire il bluff dei governi che cercano di usare la guerra in Ucraina per scaricare sui cittadini europei OGM non testati e non regolamentati”.

*Navdanya International

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venerdì 1 luglio 2022

Seminare fame, raccogliere profitti - Navdanya International

 

Il G7 dovrebbe smettere di promuovere un sistema alimentare che crea fame e malnutrizione e sostenere i movimenti per la Sovranità alimentare e l’Agroecologia

Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, si è diffuso l’allarme di una crisi alimentare globale. L’invasione in corso starebbe mettendo sotto pressione sia l’offerta globale che i prezzi globali dei prodotti di base, con un calo delle forniture alimentari globali poiché la Russia e l’Ucraina rappresentano il 25-30% del commercio globale di grano e più del 50% del commercio di olio, semi e farina di girasole. Il rischio paventato è che il “granaio d’Europa” non sia in grado di produrre nel prossimo futuro. Secondo la FAO, la Banca Mondiale e l’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems (IPES), però, attualmente non c’è alcun rischio di scarsità di cibo a livello mondiale. Questo grazie a scorte di grano più alte del normale e a un buon rapporto scorte/utilizzo. Secondo il Ministero dell’Agricoltura ucraino, il Paese è riuscito a esportare i raccolti del 2021/2022, anch’essi superiori alla media, prima dell’invasione. Perché allora così tanti Paesi stanno affrontando un rischio maggiore di insicurezza alimentare e, nei casi peggiori, di carestia?

Nonostante l’adeguata offerta globale, nella settimana del 7 marzo 2022, i prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto il picco più alto della storia. Le carestie e i prezzi dei generi alimentari erano già aumentati durante la pandemia COVID, ma a partire dall’invasione russa, la speculazione finanziaria sul mercato delle materie prime ha subito un forte incremento, in quanto massicce quantità di capitali sono state movimentate da società di investimento in cerca di profitto. L’eccesso di speculazione, l’aumento dei prezzi dei future sulle materie prime e la maggiore volatilità del mercato sono alla base della crisi. Il che significa maggiori guadagni per gli operatori finanziari e le grandi aziende agricole ma anche un’impennata dei prezzi reali degli alimenti.

Come afferma Vandana Shiva, presidente di Navdanya International, “ogni crisi nella storia è stata usata dai monopoli del grano per aumentare i loro profitti e il loro controlloIl cibo è stato trasformato in una merce, in un bene finanziario. La crescita finanziaria e la crescita del denaro generata dal casinò della finanza non portano a una crescita reale dei processi che supportano e sostengono la vita. La deregolamentazione ha invece destabilizzato il sistema finanziario e alimentare globale. Ha creato fondi di gestione patrimoniale come Blackrock e Vanguard. I fondi di gestione degli indici possono moltiplicare le finanze, non il cibo”. Ciò che viene trascurato dalla maggior parte delle analisi sull’attuale crisi alimentare è che il problema non risiede nella mancanza di offerta o di integrazione del mercato, ma nel modo in cui il sistema alimentare è strutturato e dai poteri forti che lo controllano.

Il mondo ha già affrontato una crisi alimentare e di malnutrizione molto prima dell’attuale conflitto. Dall’epoca coloniale, che ha visto l’inizio dell’estrattivismo e dello sfruttamento dei piccoli agricoltori, all’avvento della Rivoluzione Verde e alla concretizzazione del regime di libero scambio globalizzato, abbiamo assistito alla distruzione deliberata della sovranità alimentare a favore delle grandi aziende multinazionali. Non è quindi una coincidenza che oggi stiamo assistendo alla terza grande crisi alimentare degli ultimi 15 anni.

Il sistema agroalimentare globalizzato e industrializzato è responsabile di queste ripetute crisi alimentari, nonostante i suoi continui proclami di essere la migliore soluzione alla sicurezza alimentare globale. Il rigido sistema globalizzato basato sull’agricoltura industriale, sulla finanziarizzazione e sul dominio delle imprese, la mancata trasformazione dei sistemi alimentari, l’eccesso di speculazione e le conseguenze della pandemia, ci stanno esponendo al rischio di carestie.

A prescindere dalla sua evidente insostenibilità, le istituzioni internazionali, i governi e le multinazionali stanno usando la crisi attuale, come hanno usato ogni crisi, per consolidare ulteriormente questo modello fallimentare. Approcci fallimentari continuano a essere spacciati come soluzioni, fra cui “incrementare la produzione a tutti i costi”, produrre grano OGM non testato, commercializzare un maggior numero di alimenti sintetici e aumentare la dipendenza dalla digitalizzazione.

In Europa, molti stanno spingendo per la deregolamentazione dei nuovi OGM e dei pesticidi come soluzione alla crisi alimentare. “Ogni disastro è stato sfruttato come un’opportunità dalla lobby degli OGM, che rappresenta lo stesso conglomerato che vende anche prodotti agrochimici tossici“, commenta Vandana Shiva. “I cittadini europei devono insorgere e difendere la loro libertà di mangiare cibo senza OGM, il loro diritto alla biosicurezza. Devono scoprire il bluff dei governi che cercano di usare la guerra in Ucraina per scaricare sui cittadini europei OGM non testati e non regolamentati“.

Oggi stiamo raggiungendo un punto di non ritorno. L’attuale crisi dei prezzi e la crisi del cibo non sono un sintomo di guerra, ma di un sistema che si è spinto troppo oltre. Nell’attuale stato di crisi multiple che si sovrappongono, spingere ulteriormente su questa strada continuerà a creare crisi globali sempre peggiori. Dobbiamo invece ripartire dal consenso internazionale sulla necessità di creare un’alternativa all’agricoltura industriale e al modello di distribuzione su larga scala.

La dottoressa Vandana Shiva spiega come ci siano altre soluzioni all’attuale crisi alimentare: “L’agroecologia basata sulla biodiversità produce più cibo se misurato in termini di nutrizione e non in termini di resa. I redditi netti degli agricoltori sono più alti quando coltivano la biodiversità per le economie alimentari locali, invece di prodotti di monocoltura ad alta intensità chimica per le catene di approvvigionamento globali. La biodiversità, l’assenza di sostanze chimiche e il cibo locale vanno a vantaggio degli agricoltori, dei cittadini e della Terra“.

L’agroecologia non solo aumenta il reddito degli agricoltori, ma aumenta anche la qualità nutrizionale e la salute delle persone, rigenerando il suolo, tutelando l’acqua e la biodiversità e, allo stesso tempo, mitigando i cambiamenti climatici e migliorando la resilienza. Abbiamo bisogno di strategie radicalmente trasformative che riconoscano i bisogni dei popoli, accordino dignità, rispettino la natura, mettano le persone al di sopra dei profitti, si oppongano alla cattura delle imprese e lavorino collettivamente per un sistema alimentare equo e dignitoso per tutti. Abbiamo bisogno di creare Sistemi Alimentari Locali, Biodistretti e reti di economia sociale e inclusiva basate sulla democrazia economica, che includano programmi educativi e mercati agricoli per collegare gli agricoltori biologici locali con la comunità. I governi e le istituzioni regionali e internazionali devono sostenere questi percorsi per trasformare i sistemi alimentari aziendali attraverso l’agroecologia e la sovranità alimentare.

Il conflitto russo-ucraino ha messo ancora una volta a nudo la fragilità dei sistemi alimentari globalizzati e la rapidità con cui le fluttuazioni del mercato si ripercuotono sui più poveri. L’attuale impianto agroalimentare industriale e globalizzato crea crisi alimentari in modo sistematico.


da qui  

mercoledì 1 giugno 2022

Perché è sbagliato definire l’Ucraina “il granaio del mondo” - Federico Giuliani

                  

Dal blog https://it.insideover.com/

L’Ucraina è stata recentemente definita “granaio del mondo” soltanto perché Kiev produce effettivamente decine di milioni di tonnellate di grano, esportandone di fatto quasi i due terzi complessivi. Dati alla mano – dati della Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) – nel 2020 gli ucraini hanno raccolto circa 25 milioni di tonnellate di grano, per l’esattezza 24.912.350 tonnellate, vendendone all’estero più o meno 18 milioni.

L’evolversi della guerra, con l’esercito russo che ha preso possesso di Mariupol e di una lunga fetta di fascia costiera ucraina, ha spinto la comunità internazionale ad interrogarsi sul futuro delle esportazioni del grano prodotto da Kiev. Come farà l’Ucraina ad esportare il suo grano via mare se la maggior parte dei porti meridionali sono finiti sotto il controllo del Cremlino?

Le opzioni di inviare il grano via terra o tramite treno sono improbabili se non impossibili. Nel primo caso, infatti, servirebbe un’enorme quantità di tir; nel secondo, occorerebbero standard di sicurezza che, almeno per il momento, non sono presenti nel territorio ucraino. Morale della favola: numerosi governi occidentali stanno ripetendo all’unisono che il blocco russo dei porti ucraini provocherà presto una catastrofe alimentare globale, visto che l’Ucraina è, appunto, il “granaio del mondo”, ovvero il Paese dal quale dipenderebbe il sostentamento alimentare di tutti noi.


·         Il controllo delle rotte del grano

·         La guerra del grano che spaventa l’Europa

·         Cosa si nasconde dietro alla guerra del grano


I dati della FAO

In realtà, a leggere i dati della FAO relativi al 2020 si evince che non solo l’Ucraina non è il “granaio del mondo”; non lo è neppure dell’Europa. Nella classifica dei dieci principali Paesi produttori di grano, l’Ucraina piuttosto in basso, tra Pakistan e Germania.

Al primo posto – è lei sì che può essere definita “granaio del mondo” – troviamo la Cina. Pechino, sempre considerando l’annata 2020, l’ultima registrata dalla FAO, ha prodotto qualcosa come 134.250.000 tonnellate di grano. Alle spalle del Dragone troviamo un altro Paese asiatico, l’India, con 107.590.000 tonnellate di grano. Sul gradino più basso del podio ecco la Russia (85.896.326), seguita da Stati Uniti (49.690.680), Canada (35.183.000) e Francia (30.144.110). La top 10 si conclude con Pakistan (25.247.511), Ucraina (dati riportati sopra), Germania (22.172.100) e Turchia (20.500.00).

Per quanto riguarda la classifica dei dieci Paesi dotati della produzione lorda di grano più preziosa, anche in questa top 10 l’Ucraina è ben lontana dalle prime posizioni, piazzandosi soltanto ottava. L’aspetto più curioso, come anticipato, è che Kiev non potrebbe teoricamente esser considerata neppure il “granaio d’Europa“. Il motivo è semplice: Russia e Francia producono più grano dell’Ucraina, ferma al terzo posto.

L’importanza dell’Ucraina

Sia chiaro: questo non significa che il blocco delle esportazioni di grano contro il quale sta combattento l’Ucraina non sia importante o non abbia risvolti su numerose nazioni povere o poverissime.

Ad esempio, come ha sottolineato Foreign Policy, tra queste nazioni troviamo il Libano. La solita FAO ha stimato che la metà del grano consumato a Beirut e dintorni nel 2020 fosse di provenienza ucraina. Nel medesimo anno, il più grande consumatore di grano “made in Kiev” è stato l’Egitto, con importazioni per oltre 3 milioni di tonnellate. Libia e Yemen hanno importato dall’Ucraina il 43% e il 22% del loro grano, mentre Malesia, Indonesia e Bangladesh si fermano rispettivamente a 28% i primi due e 21% il terzo.

In conclusione, dal grano ucraino dipendono moltissimi Paesi, ma è fuorviante collegare il problema della fame nel mondo, nonché l’aumento dei prezzi del grano, solo e soltanto alla guerra in Ucraina o al blocco del porto di Odessa. Tutto ciò che accade nel territorio ucraino in questi giorni ha sicuramente un peso da non trascurare, ma il conflitto ucraino non è l’unica ragione da prendere in considerazione.

Ue valuta missione navale

In merito a quanto sta accadendo in Ucraina, il quotidiano spagnolo El Pais ha fatto sapere che l’Unione europea sta valutando la possibilità di lanciare una missione navale per scortare il passaggio delle navi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, infestato da mine e presidiato da navi e sottomarini russi. L’operazione navale per sbloccare il grano ucraino comporterebbe un “rischio estremo” per l’Ue. Il motivo è presto detto: potrebbe portare ad uno scontro con la Marina russa.

Tuttavia, Bruxelles teme che l’attuale crisi alimentare mondiale possa tradursi in un “crimine contro l’umanità” in quei Paesi i cui fabbisogni alimentari più elementari dipendono dalle esportazioni ucraine. L’Ue, ha quindi sottolineato il giornale, è pronta a mobilitare tutte le risorse possibili per la rimozione del grano accumulato nei silos e nei porti ucraini. Nelle conclusioni della bozza del vertice, visionate dal Pais, si “condanna severamente la distruzione e l’appropriazione illegale della produzione agricola ucraina da parte della Russia”. E si chiede a Mosca di “porre fine al limite massimo consentito di esportazione di generi alimentari, soprattutto nella regione di Odessa”.

da qui

giovedì 7 aprile 2022

Grano transgenico in Argentina - Fernando Frank

 

(Originale su  Revista Biodiversidad, sustento y culturas #110 )

 

In Argentina è in corso un'intensa discussione riguardo l'approvazione e la diffusione di un grano transgenico: il grano HB4 dell'azienda Bioceres, tollerante all'erbicida glufosinato-ammonio e resistente alla siccità. Ripercorriamo alcuni fatti e prese di posizione con l'obiettivo di avanzare nella comprensione di un conflitto complesso e importante.


Produzione e consumo di grano

A partire da un lungo processo storico l'Argentina di oggi ha un intenso legame con la produzione e il consumo di grano, produce ed esporta grandi quantità di grano e farine: il paese è il quinto esportatore a livello mondiale.

Questa priorità della produzione di grano rispetto ad altre colture risale al modello di agro-esportazione della fine del XIX secolo, agli impulsi della Rivoluzione Verde della metà del XX secolo e a quelli dell'agribusiness dagli anni '90.

L'Argentina ha anche un elevato consumo di derivati della farina di grano. Tale consumo è elevato praticamente in tutte le culture alimentari presenti in ogni territorio del paese e molti milioni di persone consumano derivati del grano tutti i giorni della loro vita. Oltre al pane sulla tavola che accompagna i pasti della famiglia, ci sono molti altri prodotti come spaghetti, pizze, pasta e, sempre più spesso, varie forme di alimenti ultra-processati, soprattutto dolci da forno industriali.
 

I transgenici

L'altra caratteristica storica dell'Argentina è che è uno dei pochi paesi agricoli del pianeta che dedica grandi estensioni di terra, soprattutto le più produttive, alle monocolture transgeniche di soia e mais. Fin dagli anni '90 le aziende hanno sviluppato sementi transgeniche per le principali colture della Rivoluzione Verde: mais, grano e riso. Il rifiuto fu immediato da parte dei consumatori, delle loro organizzazioni e da una parte critica del mondo accademico. La strategia era di evitare il riso, il grano e concentrarsi su soia e mais. Questo perché sia la soia che il mais sono usati principalmente per l'alimentazione animale, nell'industria alimentare e negli agrocarburanti, quindi non utilizzati per l'alimentazione umana diretta, come il grano e il riso.

Oggi, che le imprese sono diventate più potenti sia economicamente sia in termini di influenza diretta sugli organismi regolatori, vale per tutto. E la punta di lancia è ancora una volta l'Argentina. In un contesto di crisi estrema le innovazioni sono presentate come all'avanguardia, mentre in realtà si tratta di pericolosi esperimenti di massa.
I 62 eventi transgenici approvati in Argentina hanno in maggior parte due caratteristiche: tolleranza agli erbicidi e produzione della tossina insetticida Bt.

La massificazione della monocoltura di soia e mais transgenici tolleranti agli erbicidi è avvenuta attraverso il pacchetto di semina diretta. Così come per la Rivoluzione Verde, sono stati utilizzati ibridi e varietà “migliorate”, fertilizzanti di sintesi industriale, pesticidi e macchinari pesanti. Con la semina diretta il pacchetto tecnologico è stato raddoppiato: agli ibridi si sono aggiunti gli OGM, l'uso di fertilizzanti sintetici ha continuato ad aumentare, sono stati aggiunti pesticidi di ogni tipo e l'utilizzo di macchinari come le seminatrici per la semina diretta.

 

La semina diretta ha sostituito l'aratura con erbicidi. Negli anni '90, le aziende sementiere e agrochimiche e l'accademia ad esse collegata hanno presentato questo pacchetto di semina diretta e di transgenici come un modo per ridurre l'uso di erbicidi. Il problema delle erbe infestanti è stato persino considerato risolto e i team di ricerca sull'ecologia delle erbe infestanti sono stati sciolti. Almeno dal 2001, le erbacce tolleranti al glifosato iniziarono rapidamente a colonizzare le coltivazioni transgeniche e l'uso di erbicidi, lontano dal diminuire, è cresciuto in forma esponenziale fino a diventare, oggi, un problema totalmente fuori controllo. Nel contesto di uno stato che non registra l'uso di questi agrotossici, abbiamo pochi dati sul problema. Certo, abbiamo dati di fatturazione delle imprese, e questi mostrano una crescita nell'ordine del 1279% nel consumo di erbicidi tra gli anni 1991-2011, secondo quanto riportato dal dossier “Evoluzione del mercato di erbicidi in Argentina” dell'INTA (Istituto Nazionale di Tecnologia Agraria) del 2012. Altra stima, riportata da Fernando Andrade (dell'INTA e del Conicet - Consiglio Nazionale di Ricerche Scientifiche e Tecniche) nel libro “Le sfide dell'agricoltura argentina” dimostra che il consumo di erbicidi è cresciuto da 1.95 litri per ettaro/anno nel 1991 a 9 litri per ettaro/anno nel 2012, “un valore alto per la media mondiale”.

Il grano HB4 della Bioceres è parte di questo problema: la tolleranza all'erbicida glufosinato ammonio fa sì che, diffondendo questi semi e la pratica di utilizzare periodicamente questo agrotossico, cresca il consumo di glufosinato nelle coltivazioni e, con questo, cresca anche la presenza di residui dello stesso agrotossico nei grani e nelle farine.


Grano e transgenici

Come dicevamo, l'Argentina è un tipico paese produttore di grano e, allo stesso tempo, un paese votato all'uso massiccio di semi geneticamente modificati. Tuttavia, nel corso dei 25 anni di coltivazioni transgeniche nel nostro paese, queste due tendenze erano rimaste separate.

Da almeno venti anni esistono grani transgenici “pronto per il mercato”, ma nessun paese del pianeta li ha mai rilasciati commercialmente. Questo dimostra che il rifiuto è enorme, un rifiuto che viene dalle persone che li consumano, da quelle che li producono e dagli industriali a tutti i livelli, anche dalla parte più concentrata del mercato internazionale del grano. Così, come il rifiuto che ha avuto luogo in Argentina, anche in altri paesi ci sono stati dibattiti simili.


Nel 2016 abbiamo letto una notizia particolarmente strana: un carico di grano argentino era stato rifiutato dalla Corea del Sud perché conteneva grano geneticamente modificato. Il grado senza dubbio era illegale: nessun paese al mondo aveva approvato alcun tipo di grano transgenico e, ovviamente, tanto meno l'Argentina. Cercando informazioni sulla sperimentazione di semi transgenici abbiamo letto di grani tolleranti al glifosato dagli Stati Uniti. Riguardo l'Argentina abbiamo trovato riferimenti a esperimenti su grani modificati per resistere alla siccità, al freddo, grani senza glutine e resistenti agli erbicidi (glifosato e glufosinato ammonio).

E, naturalmente, abbiamo letto dei progressi sulla produzione del gene HB4. Questo gene è stato isolato da piante di girasole dal Conicet e dalla Universidad Nacional del Litoral, e brevettato nel 2004. Si è poi consolidato un partenariato pubblico-privato con il quale il Conicet e l'UNL hanno rilasciato il brevetto alla società Bioceres.
Nel 2015 è stata approvata la prima soia HB4 da parte dell'Indear (Instituto de Agrobiotecnología de Rosario, una società del gruppo Bioceres). Il grano HB4 ha ricevuto, sempre nel 2015, la risoluzione positiva della Conabia (Commissione Consultiva Nazionale sulle Biotecnologie Agricole) secondo cui il transgenico “è conforme a tutti i requisiti normativi”…

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mercoledì 16 marzo 2022

Chi specula sul prezzo del grano? - Stefano Mori

 

Negli ultimi giorni è cresciuto il volume della discussione sugli effetti della guerra in Ucraina sul mercato alimentare. Questo aspetto specifico del conflitto viene ripreso da media e istituzioni in maniera strumentale e spesso errata: l’Ucraina viene considerata il “granaio d’Europa” e – minacciando la carestia – si utilizza la guerra per attaccare le tutele ambientali sull’agricoltura europea.

È vero che l’Ucraina ha un ruolo importante come paese produttore: fin dall’Impero Russo, infatti, grazie alle sue fertili e pianeggianti terre, rappresentava una risorsa fondamentale per gli approvvigionamenti di grano e alimenti. In tempi più recenti, l’Ucraina è divenuta addirittura il principale esportatore di cereali nell’Unione Europea, attestandosi come principale fornitore nel 2018[1].

Tuttavia vanno fatte una serie di distinzioni e occorre ridimensionare molto un fenomeno su cui le lobby dell’agroalimentare stanno speculando per ottenere vantaggi.

Una guerra (anche) dei prezzi

Il conflitto sta impattando su filiere internazionali da cui dipendono equilibri politici e sociali di nazioni anche molto distanti dal fronte di combattimento. È il caso di quelle della sponda sud del Mediterraneo, e in particolare di paesi largamente dipendenti dall’importazioni di grano dall’Ucraina come Egitto, Tunisia, Libano.

Per questi paesi, trovarsi privi di un prodotto che garantisce una quota imprescindibile delle calorie assunte quotidianamente dalle persone, è un problema di prima grandezza. Tuttavia, ogni cosa va inserita nel suo contesto più ampio, e se da un lato è vero che alcuni paesi mediorientali e nordafricani scontano una forte dipendenza dalle importazioni russe e ucraine di grano tenero, è altrettanto vero che al di là di questi casi specifici il riverbero del conflitto sull’aumento dei prezzi del cibo non è sensibile.

Anche se l’export di cereali di Ucraina e Russia rappresenta – in volume – il 18% del commercio globale, solo il 17% del totale dei cereali prodotti nel mondo viene scambiato sul mercato internazionale. In particolare, solo un quarto della produzione di grano viene commercializzato su scala diversa da quella regionale. L’UE, inoltre, copre solo il 15% dell’importazione totale di cereali con forniture dall’Ucraina e un modesto 5% con quelle dalla Russia.

Dire quindi che siamo dipendenti dal grano dell’est europeo è una boutade. Un mito come quello che vorrebbe la zootecnia europea dipendente da colture foraggere importate dall’Ucraina. Ancora una volta però, i dati dimostrano il contrario. L’importazione di proteaginose di provenienza russa e ucraina coprono rispettivamente il 4 e l’8% dei consumi.

Eppure l’industria della carne e dei derivati, insieme alle associazioni di categoria, ha agitato lo spauracchio della carestia per chiedere due cose al governo e alla Commissione Europea: aumentare la produzione comunitaria di colture proteiche, in deroga alle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030, e aumentare le importazioni di colture OGM dalle Americhe per sopperire al calo dell’offerta russo-ucraina.

La verità è che questi gruppi di interesse stanno cavalcando il momento drammatico del conflitto per ottenere vantaggi competitivi per i settori della carne, dei prodotti lattiero caseari e dei prodotti da forno, settori ben controllati da aziende di grande e grandissima dimensione, spesso a carattere transnazionale.

 

Gli scambi fra Italia e Ucraina

Secondo ISMEA, l’Italia si posizionava nel 2020 al decimo posto tra i paesi importatori di prodotti agroalimentari dall’Ucraina. Il fatturato dei nostri acquisti è di 496 milioni di euro, pari al 3% dell’export agroalimentare ucraino. L’Italia è invece il secondo fornitore estero di cibo al paese, dopo la Polonia, con una quota del 7% pari a 415 milioni di euro.

Il nostro Paese acquista dall’Ucraina soprattutto oli grezzi di girasole, mais e frumento tenero. Relativamente al mais, è da segnalare che l’Ucraina è il nostro secondo fornitore dopo l’Ungheria, con una quota di poco superiore al 20% sia in volume che in valore.

La strutturale dipendenza degli allevamenti intensivi dal prodotto di provenienza estera spiega le richieste delle lobby di una deregolamentazione delle importazioni da oltreatlantico, unite alla domanda di una ripresa della produzione domestica e della contestuale sospensione della normativa ambientale.

Più marginale il ruolo dell’Ucraina per il frumento tenero, altro prodotto per il quale l’Italia è fortemente deficitaria. Qui le forniture di Kiev coprono appena il 5% in volume e in valore dell’import totale nazionale. Non sembra sia il caso di individuare nella guerra la causa principale della crescita dei prezzi alimentari.

Perché dunque aumenta il prezzo del cibo?

Non possiamo dire che il conflitto sia privo di ricadute sul commercio di queste materie prime, oltre che degli input chimici (da notare soprattutto la restrizione all’export di fertilizzanti russi varata a febbraio dal presidente Vladimir Putin). Nonostante ciò, un ruolo ben più determinante lo sta giocando la speculazione finanziaria, attraverso i contratti a termine (futures) scambiati alla celeberrima Chicago Stock Exchange (e non solo).

I prezzi delle materie prime alimentari salgono infatti perché il clima di incertezza ne fa impennare il valore in borsa, l’aumento del prezzo dell’energia rende più cari il trasporto e la lavorazione industriale, l’effetto rimbalzo dopo la fase acuta della pandemia vede crescere troppo rapidamente la domanda sul mercato globale rispetto alla capacità di risposta delle infrastrutture commerciali, ancora “arrugginite” da due anni di forte recessione.

 

Questi sono i reali fattori che contribuiscono a formare il prezzo delle commodities in questo momento: usare la guerra per indebolire le regole ambientali poste dalle strategie europee al settore agricolo è soltanto un pretesto.

Ciò non significa negare la gravità di una guerra alle porte d’Europa. Il nostro pensiero va infatti ai milioni di piccoli produttori di cibo in un paese che fa dell’agricoltura un fondamentale pilastro dell’economia nazionale.

Come spesso succede in queste situazioni, infatti, i contadini porteranno il peso delle distruzioni dei raccolti e dall’impossibilità di raccogliere quello che la terra restituisce dopo un lavoro di generazioni.


[1] https://www.agriculture-strategies.eu/en/2019/05/exports-of-ukrainian-corn-to-the-european-union-counter-meaning-on-the-new-silk-roads/

§  Coordinatore delle attività del Centro Internazionale Crocevia

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venerdì 10 luglio 2020

Aspetteremo un’altra pandemia? Intervista a Habib Ayeb




Intervista di Sabrine Hamed

A margine di una conferenza on-line organizzata dall’Osservatorio Tunisino per l’Acqua (OTE) sul tema: “Quali strategie e approcci per promuovere un’agricoltura resiliente e sostenibile e una sovranità alimentare nel contesto post Covid-19?”, La Presse ha contattato  il professor Habib Ayeb, geografo, professore emerito all’Università di Parigi VIII a Saint Denis. I suoi lavori, le sue ricerche e pubblicazioni si basano essenzialmente sulle questioni rurali, agrarie, contadine, alimentari ed ecologiche, con la dimensione sociale come filo conduttore di riflessione e analisi che permette di comparare situazioni diverse e variegate.
Ayeb è membro fondatore dell’Osservatorio sulla Sovranità Alimentare e l’Ambiente (OSAE). OSAE è un’organizzazione associativa senza scopo di lucro che rivendica un’indipendenza totale da tutti i movimenti politici. La sua missione è produrre conoscenze attraverso progetti di ricerca accademici sulle questioni relative alla sovranità alimentare, l’ambiente, il clima, la giustizia sociale ed ecologica. In tal modo essa contribuisce a sviluppare delle solide istanze in favore delle realtà contadine, del diritto d’accesso alle risorse, della sovranità alimentare, delle sementi e delle varietà locali che si declinano a tutte le scale, dall’individuale al collettivo, dal locale al globale, senza dimenticare la grande tematica del cambiamento climatico e delle sue conseguenze.
Professor Ayeb, esiste una relazione tra i cambiamenti climatici e la pandemia di Covid-19?
Il cambiamento climatico non cade dal cielo. È un prodotto diretto delle nostre politiche economiche neo liberiste in generale, e in gran parte delle politiche agricole basate su un modello capitalista, intensivo, produttivista, orientato all’esportazione e che consuma grandi quantità di energia, di fertilizzanti chimici, di pesticidi, di antibiotici, di risorse naturali, dall’acqua alla terra. Noi sappiamo che il settore agricolo contribuisce a oltre il 22% dell’emissione globale di CO2, responsabile del riscaldamento climatico. Certo, il contributo della Tunisia al cambiamento climatico resta incomparabile con quello dei paesi industrializzati, ma la deregolamentazione climatica si produce a una scala globale e non prende in considerazione la parte di responsabilità di questo o quel paese. E lo stesso vale per altri fenomeni di distruzione della natura e della vita che colpiscono indistintamente tutte le regioni del mondo.
Alla stessa maniera, il Covid – 19, che è stato individuato per la prima volta in Cina nel dicembre 2019, ha coinvolto tutte le regioni del mondo in tempo record, giusto qualche settimana, con più di 8 milioni di contagi e oltre 300.000 morti (oltre 11 milioni e più di 500 mila morti al 5 luglio 20202, ndr). Mai, nella storia conosciuta, una pandemia ha colpito tanto rapidamente la totalità del pianeta. Molti biologi, tra cui Rob Wallace e altri, dimostrano che la deforestazione intensiva, di cui necessita l’allevamento intensivo, l’estensione delle monocolture industriali (ad esempio il mais che serve a produrre l’etanolo, il “petrolio verde”, o l’olio di palma ecc…) e lo sviluppo dell’industria del legno, hanno raggiunto zone quasi totalmente inaccessibili nel cuore delle grandi foreste. Queste pratiche produttiviste hanno così liberato molti germi sconosciuti, tra cui virus, e facilitato il loro spostamento attraverso il globo approfittando della mobilità umana e animale permessa dai vari mezzi di trasporto, sempre più rapidi e frequenti.
Per riassumere, è un processo complesso, indotto dal sistema economico capitalista e in particolare dall’agricoltura capitalista, che si traduce particolarmente nel riscaldamento accelerato del clima, nella distruzione massiva della biodiversità animale e vegetale, e nella comparsa di nuovi virus, per nascita, per mutazione e per sconfinamento forzato dalle proprie zone naturali originarie.
Quindi, la pandemia del Covid-19 lascia vedere chiaramente i rapporti stretti tra i modelli agricoli intensivi, la deforestazione, la distruzione dell’ambiente e della biodiversità, i cambiamenti climatici e la comparsa dei virus. C’è una concatenazione di cause ed effetti che si riprodurrà automaticamente finché l’agricoltura resterà produttivista e capitalista. La scomparsa massiva delle api, essenzialmente causata dall’uso di pesticidi, apre la strada all’apparizione di virus nuovi fino ad ora sconosciuti, perché naturalmente confinati dentro foreste isolate ed inaccessibili, ma oggi liberati a causa della deforestazione. La scelta è dunque tra due sole alternative possibili: la prima è di continuare a intraprendere e rinforzare le politiche agricole intensive e dunque a esporre l’intera umanità, a cominciare dai più fragili, vulnerabili e indigenti, a rischi estremamente gravi, per la sanità individuale e collettiva e allo stesso tempo per le libertà individuali e collettive. La seconda è cambiare radicalmente le politiche agricole e alimentari nel ri-orientamento verso un equilibrio indispensabile tra il nutrire gli umani, proteggere la biodiversità e il clima e rispettare i diritti delle generazioni future a un ambiente sano e vivibile. Un’agricoltura che esce dalla logica del profitto e dell’insicurezza alimentare per una alimentazione rispettosa della salute, della vita e della giustizia. Un’agricoltura contadina e frugale al cuore delle politiche e delle strategie, purificata e liberata dagli investimenti speculativi e da tutte le attività estrattive.
Quali sono i problemi riscontrati dai contadini e dalle contadine a reddito limitato?
I contadini e le contadine senza terra hanno particolarmente sofferto degli effetti della pandemia e del lock-down. Prima di tutto, bisogna ricordare che la maggior parte (circa il 70%) dei redditi dei contadini deriva dall’esterno delle loro aziende, a causa del loro accesso limitato alle risorse naturali, come l’acqua e la terra, ma anche alle risorse materiali, come il credito e le assicurazioni, che non permettono di garantire un reddito in grado di coprire l’insieme dei bisogno di base delle famiglie. La femminizzazione massiva del lavoro agricolo dentro e fuori dalle aziende è una conseguenza della competizione per le risorse tra l’agricoltura contadina e l’agro-business. Questa è soprattutto la prova dell’impoverimento generalizzato dei contadini. In situazione di pandemia e lockdown, molte centinaia di famiglie si sono trovate senza reddito e senza risorse, e fortemente esposte a rischi di sotto-nutrizione e/o di malnutrizione. Le loro sole alternative sono state: o trasgredire gli ordini di confinamento e rischiare di esporsi a sanzioni più o meno salate; oppure, rispettare gli ordini di confinamento ed esporsi all’insicurezza alimentare. Altre frange indigenti della società si sono trovate in situazioni analoghe. Le semi-rivolte per la farina o la semola in pieno lockdown non sono state altro che l’emblema dell’impossibilità di scegliere tra il rischio di prendere il virus e quello di soffrire la fame. Una situazione drammatica che molti abitanti delle città, più o meno ricchi, non riuscivano a cogliere. Inoltre, durante il lockdown molti contadini non hanno potuto fare i loro raccolti e soprattutto molti altri non hanno potuto acquistare le sementi o le piante che avevano l’abitudine di seminare o piantare tra marzo, aprile e maggio. In particolare è il caso di pomodori, cocomeri e altre cucurbitacee. Questo vuol dire che gli effetti economici indiretti della pandemia si prolungheranno fino alla fine dell’estate e certamente oltre. Quindi, se per qualcuno la riapertura significa semplicemente la fine del confinamento “fisico”, per altri la riapertura non è che una tappa della crisi che sono e saranno obbligati ad affrontare a tasche e mani vuote. E non voglio nemmeno parlare della situazione di disuguaglianza nella quale i contadini si trovano di fronte alla malattia, dal momento che la campagna tunisina corrisponde a un vero e proprio “deserto sanitario”, dove è estremamente difficile trovare una struttura medica a distanza accettabile e in misura da prendere in carico rapidamente malati in situazione d’urgenza.
Quali sono i rapporti tra i modelli agricoli intensivi e i regimi alimentari dominanti?
Le politiche agricole attuali sono, a parte qualche dettaglio, identiche a quelle introdotte dal potere coloniale sin dall’inizio dell’occupazione. Basate sul principio dei “vantaggi comparativi”, che si sviluppa al principio del XIX secolo, queste politiche agricole integrano due assi fondamentali: A) l’esportazione di prodotti che le condizioni climatiche e geografiche (come l’abbondanza di sole, le scarse risorse idriche, ecc) ma anche salariali (bassi salari, diritti del lavoro, sicurezza sociale ecc…) consentono di ottenere in quantità sufficienti e a basso costo; B) l’importazione di prodotti, come i cereali, che altri paesi producono in quantità più importanti.
In sostanza, noi esportiamo i dessert e gli antipasti, con l’olio d’oliva, e importiamo i piatti principali. Nonostante noi siamo in grado facilmente produrre abbastanza grano per coprire tutte le nostre esigenze se adottiamo politiche agricole orientate al mercato nazionale e locale, di fatto importiamo metà delle nostre esigenze di grano.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la Tunisia non conosce problemi di sicurezza alimentare nel senso di penuria prolungata di prodotti alimentari. Questo grazie alla sua posizione strategica sulla sponda Sud del Mediterraneo, che le permette di essere costantemente sotto la “sorveglianza” ravvicinata di molti altri paesi come la Francia e gli altri paesi europei, che sanno che eventuali problemi politici provocati da una situazione di insicurezza alimentare grave in Tunisia si potrebbero ripercuotere sui paesi del Nord sotto forma di ondate migratorie e violenze politiche che non mancherebbero di verificarsi in un modo o nell’altro. Ma si tratta di una questione di sicurezza alimentare a breve termine che non ci protegge in alcun modo dagli sconvolgimenti del mercato alimentare mondiale né dalle conseguenze di una possibile crisi geopolitica, sanitaria o militare, regionale o globale. D’altra parte, ricordiamo anche che gli embarghi decisi dalle potenze mondiali contro i loro alleati Saddam Houssein in Iraq e Gheddafi nella vicina Libia, mostrano chiaramente che i nostri amici “protettori” di oggi potrebbero trasformarsi in nemici feroci capaci di imporci sanzioni inumane se, per una ragione o per un’altra, lo stato tunisino operasse nuove scelte politiche che non convenissero più a loro. Infine, non soltanto le politiche agricole intensive, dette “di sicurezza alimentare” e orientate verso l’export, non sono in grado di garantire una sicurezza alimentare duratura e indipendente dai movimenti del mercato alimentare mondiale e dalle crisi geopolitiche regionali o globali. Esse partecipano anche fortemente al degrado dell’ambiente, delle risorse naturali e della biodiversità, e al processo di impoverimento generalizzato della società contadina. A livello politico, un paese agricolo che importa l’essenziale per la sua alimentazione è un paese politicamente dipendente e totalmente privato di una qualsivoglia sovranità politica o economica. È un paese che non può scegliere né i propri partner, né i propri modelli di alimentazione, e ancora meno può decidere la propria politica agricola e, più in generale, la propria economia. È un paese privato della dignità. La Tunisia è in questa situazione ed è più che urgente cambiare radicalmente le politiche agricole per avere più libertà, sicurezza, indipendenza, sovranità e dignità. Il covid-19 ci dovrà indurre a prendere questa direzione.
Come possiamo cambiare radicalmente la politica agricola e alimentare per proteggere la biodiversità e il clima?
La funzione e il posto dell’agricoltura nella società e nell’economia devono essere completamente ridefiniti. Per questo, non possiamo evitare un ampio dibattito attorno a questa domanda centrale: “A cosa deve servire l’agricoltura?”. Oggi l’agricoltura tunisina viene utilizzata sempre meno per nutrire la popolazione e sempre di più per accumulare i profitti di una piccola minoranza di investitori e soprattutto per soddisfare le esigenze essenziali o “esotiche” dei consumatori ricchi dei paesi del Nord. Io ricordo sempre lo scandalo assoluto rappresentato dal fatto che la Tunisia è allo stesso tempo uno dei più grandi produttori ed esportatori di olio d’oliva e uno dei primissimi importatori di oli vegetali. Uno scandalo che si eleva all’altezza di un crimine sanitario, ecologico e sociale. Questo non può durare a lungo perché i costi sociali, ecologici ed economici di questa agricoltura “per gli altri” sono sempre più elevati. Noi dobbiamo radicalmente cambiare il paradigma e passare a una politica agricola, sociale, ecologica equa e sostenibile, con la società agricola al cuore del sistema e la sovranità alimentare come esigenza immediata, con obiettivo a breve e medio termine. Dobbiamo categoricamente passare dai vantaggi comparativi ai bisogni imperativi, dalla sicurezza alla sovranità alimentare, dall’importazione alla produzione locale. Per questo, io propongo 5 riforme urgenti da adottare, come prima tappa di un progetto politico globale di sovranità alimentare con le sue dimensioni agricole, sociali, ambientali e climatiche:
1. Una riforma agraria radicale che fissi la dimensione minima a 5 ettari indivisibili (tranne all’interno delle vecchie oasi) e la dimensione massima a 100 ettari, con “stadi” intermedi inversamente proporzionali alla piovosità media: maggiore è la piovosità, minore è la superficie massima.
2. Una ridistribuzione dei terreni di proprietà statale in piccole aree comprese tra cinque e dieci ettari indivisibili (e non “rivendibili” per un periodo di 30 anni o più ai possibili eredi degli ex proprietari) in favore dei contadini senza terra o di quelli con meno di cinque ettari e dei giovani senza lavoro stabile a partire dai figli dei contadini.
3. L’istituzione di un sistema Bonus / Malus ecologico per l’assegnazione di sussidi, crediti e altri aiuti finanziari da parte dello Stato (ad esempio, meno pesticidi e antibiotici e più semi e varietà locali).
4. La sovrattassa o il divieto di esportazione di prodotti agricoli ottenuti attraverso l’irrigazione e sussidi di riserva e aiuti pubblici per la produzione di alimenti agricoli destinati al mercato locale.
5. L’uscita del settore agricolo da tutte le convenzioni internazionali, tra cui ALECA, gli accordi bilaterali e quelli del WTO, in un approccio proattivo alla rottura con il sistema alimentare mondiale e il mercato alimentare globale.
Al netto della (non) volontà politica, il Paese ha tutto ciò di cui abbiamo bisogno per attuare questa riforma vitale nelle migliori condizioni possibili. Allora perché aspettare che una nuova pandemia di grandezza maggiore di quella covid-19 o una grande crisi economica globale per muoverci?
Come rispettare i diritti delle generazioni future a un ambiente sano e vivibile?
È un cambiamento radicale della mentalità dei produttori, dei decisori e dei consumatori che si dovrà affermare per tentare di proteggere i diritti delle generazioni future. Abbiamo questa pretesa criminale di pensare che possiamo vivere contro la natura che avrebbe vocazione a sottomettersi alla nostra “intelligenza” e alle nostre illimitate fantasie di dominio. Ci comportiamo come se fossimo totalmente invulnerabili e dotati di forza soprannaturale. Sfruttiamo eccessivamente le risorse naturali, distruggiamo la biodiversità e l’ambiente, causiamo il riscaldamento globale, consumiamo fino all’obesità fisica e mentale, accumuliamo fortune inimmaginabili e disprezziamo i più deboli e i più fragili tra noi, senza pensare che un semplice terremoto può distruggere un intero paese in meno di una frazione di secondo … Il nostro egoismo individuale e collettivo dà più diritti al capitale che alle generazioni future. Alimentiamo volontariamente il capitalismo piuttosto che le centinaia di milioni di persone che soffrono di povertà, marginalità, denutrizione, malattie e stigmatizzazione… Ci è voluto un virus che ha attraversato il pianeta come una tempesta di pandemia, toccato milioni di soggetti e portato via alcune centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo per ricordarci dell’enormità delle nostre debolezze e dell’insignificanza delle nostre pretese e fantasie di superpotenza. Questa drammatica pandemia risveglierà abbastanza consapevolezza da far emergere una nuova, più modesta e realistica percezione e soprattutto più consapevole delle nostre debolezze collettive e della nostra “piccolezza” di fronte alla grandezza della natura? Lo spero con l’ottimismo della passione e dell’impegno e il pessimismo della ragione. In ogni caso, mi sembra che l’unico modo per proteggere i diritti essenziali delle generazioni future sia quello di porre fine al sistema capitalista che si nutre della miseria di uomini e donne e della distruzione di esseri viventi e natura. L’intangibilità dell’agricoltura e del cibo contro ogni forma di monopolizzazione, accumulazione, dominazione e distruzione massiccia della biodiversità e della vita è un primo passo essenziale e vitale per costruire un nuovo mondo più rispettoso dei diritti delle generazioni presenti e future. Alla scala del nostro paese, le alternative disponibili oggi per proteggere le generazioni future sono molto limitate. Abbiamo la scelta tra: continuare le attuali politiche che rafforzano la nostra dipendenza dall’esterno, impoverire i nostri contadini, distruggere le nostre risorse naturali e il nostro ambiente, partecipare al riscaldamento globale e ignorare i diritti dei nostri figli e nipoti; o adottarne una nuova più equa, più ecologica, più rispettosa della vita e più sovrana, quindi più libera. Questo è l’unico modo per proteggere il paese e il mondo dalla dipendenza, dalle pandemie e dalla distruzione dell’ambiente e della biodiversità.
L’agricoltura contadina e di sussistenza è in grado di nutrire la totalità del pianeta?
Quasi tutte le principali istituzioni internazionali, compresa la FAO, sostengono che l’agricoltura contadina alimenta già l’80% della popolazione, mentre le grandi aziende agroalimentari contribuiscono solo per il 20% all’approvvigionamento alimentare del mondo. Tuttavia, sappiamo che oltre la metà dei terreni agricoli è in mano a meno del 10% di tutti i produttori agricoli, mentre i produttori con meno di 10 ettari utilizzano solo circa un terzo dei terreni agricoli disponibili. È l’espressione più eloquente dell’ingiustizia fondiaria e alimentare. Dovremmo aspettare una crisi alimentare ancora più dura di quella del 2007-2008 o di una carestia, prima di degnarci di pensare a un cambiamento di paradigmi? Dovremmo vivere l’esperienza di un embargo ermetico e totale, come nel caso dell’Iraq di Saddam, per decidere finalmente di produrre tutti i nostri bisogni alimentari a livello locale? La Tunisia ha circa mezzo milione di famiglie contadine, che hanno un know-how straordinario e un livello ineguagliato di conoscenze accumulate di generazione in generazione, di cui non esiste un equivalente nelle scuole più prestigiose. Eppure le sue famiglie sono sempre più escluse e private delle loro risorse naturali e delle loro prime fonti di reddito dall’agroindustria che oppone loro una concorrenza ineguale rispetto alle risorse naturali e ai vari aiuti di stato diretti e indiretti. Se li reinstallassimo nel cuore della politica agricola con un accesso sufficiente e sicuro alle risorse naturali e materiali necessarie, sarebbero in grado di nutrire l’intera popolazione tunisina in condizioni eccellenti e per molti anni a venire. Per fare questo, dobbiamo iniziare ammettendo una cosa semplice: contrariamente a quanto affermano molti esperti e decisori, i contadini non sono vincoli e ostacoli allo sviluppo, ma un’opportunità straordinaria e un favoloso “potenziale” per, allo stesso tempo, costruire una vera politica di sovranità alimentare, sviluppare un’agricoltura destinata a nutrire gli esseri umani, proteggere la biodiversità e le risorse naturali e garantire l’accesso al cibo per tutti, oggi e domani. Non c’è e non può esserci sovranità alimentare e protezione della vita senza i contadini. Prendiamo l’esempio delle sementi locali che stanno scomparendo sempre più rapidamente a favore della nuova industria delle sementi che si suppone essere più redditizia e più in grado di garantire la sicurezza alimentare per la popolazione. In Tunisia c’erano oltre cinquanta diverse varietà di grano che tracciavano una mappa ecologica dei cereali … Oggi nel paese vengono coltivate meno di una dozzina di varietà diverse, principalmente varietà industriali, dette “migliorate”. Che cosa è successo negli ultimi sei o sette decenni? Una vera espropriazione dei contadini, che producevano i propri semi dalle loro colture, e che si sono trovati dipendenti dai mercati delle sementi industriali che richiedono un rinnovamento molto frequente e l’uso di grandi dosi di fertilizzanti e pesticidi … Nel fare questo, i contadini sono passati da uno stato di indipendenza cerealicola alla dipendenza quasi totale. Dunque, i contadini tunisini sono in grado di garantire la sovranità alimentare da soli, a condizione che si trovi una sorta di contratto politico che li riconosca come garanti della sovranità alimentare, della protezione delle risorse naturali, della biodiversità e delle piante e degli animali e contro i cambiamenti climatici, in cambio di uno status sociale ed economico che li protegga da catastrofi naturali e crisi economiche.
Habib Ayeb è stato intervistato da una giornalista del quotidiano tunisino francofono”La Presse” con la promessa che l’intervista sarebbe stata pubblicata senza alcun taglio. La promessa non è stata mantenuta, il testo è stato tagliato circa del 35% e pubblicato sul quotidiano La Presse . Habib Ayeb ha spiegato anche che è stata amputata della parte più importante, quella che riguarda le riforme che aveva propostoCosì la versione integrale, quella che avete letto qui, è stata ripresa in francese dai nostri amici di Tunisia in Red, che ci hanno cortesemente proposto di pubblicarla anche su Comune con la traduzione e l’adattamento dal francese curato da Bernardo Severgnini.