Visualizzazione post con etichetta orti sociali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta orti sociali. Mostra tutti i post

domenica 20 giugno 2021

Le zucchine e il valore del comune - Massimo De Angelis

 

Sono qui a togliere erba dall’aiuola dove ho piantato quattro zucchine e sto pensando alla cura dell’orto. Curare l’orto è una cosa che sto facendo ogni giorno da un po’ di tempo, mentre mi godo il sole del tardo pomeriggio. L’orto ha bisogno di cura perché l’orto è qualcosa che scappa, ha una sua vita, una sua testa, e se scappa tu gli devi tener dietro, se vuoi mangiar qualcosa.

Scappa sempre lui, l’erba che cresce, circonda le piante, toglie ossigeno. E poi le lumache che improvvisamente circondano minacciosamente le tue preziose piantine dopo uno scroscio di pioggia, e poi le talpe che arrivano minacciando le radici e i ravanelli, e poi il troppo caldo, il troppo freddo, l’angolo del sole, e l’acqua (quanta acqua? da dove la prendo? La raccolgo dalle grondaie, o mi basta quella del pozzo?). E poi il concime (quanto? come? dove? quale? il letame? o il macerato di ortica?). Stare dietro all’orto vuol dire fare della governanza, ma è un governo che per essere tale deve accettare l’autonomia delle piante, il loro moto sistemico, e la loro finalità, che è quella di esistere, crescere e riprodursi. Quando stai governando le piante del tuo orto, stai prendendoti cura dell’orto, e ciò implica sempre delle scelte. Strappi erba per far respirare i pomodori, ma lasci quell’altra erba li perché è buona per il terreno, gli mette azoto e lo tiene più friabile (o almeno così mi hanno detto). Scegliere quanto e dove tagliare l’erba è una scelta che dipende dalla tua prospettiva, dal modello che vuoi utilizzare per orientare le tue azioni. Dove sto io, qui strappano tutto, fanno il deserto attorno alle piante dell’orto. Io seleziono, cerco di farle respirare, ma anche lasciare un po’ di bio-diversità e facilitare la sinergia tra diverse piante. In entrambi i casi stai curando l’orto. E la cura richiede in primo luogo il porsi degli interrogativi: questa pianta di zucchine qui davanti a me per esempio, perché è più brutta delle altre? Perché ha quelle due foglie gialle appassite mentre invece le altre sono tutte belle verdi? E allora la guardi, la osservi, e scopri poi che magari la terra attorno è stata pigiata da qualcosa, da qualche animale, o magari da te stesso mentre ti appoggiavi sull’aiuola per strappare l’erba. E allora decidi che forse è meglio zappettare attorno alla pianta, e allora ti metti a zappettare la terra attorno per dare alla pianta un po’ più di ossigeno, e fra qualche giorno devi tornare ad osservarla e valutare se la tua azione ha portato a qualche frutto, alla ricerca del feedback che ti sprona a correggere il tiro e a valutare il tuo modello interpretativo. Anche questo andare e divenire osservando, comparando, valutando, la chiave di volta della cibernetica, è parte della cura dell’orto.

È chiaro che nella cura dell’orto l’esperienza conta. Cos’è l’esperienza? È un’accumulazione di conoscenza, fatta di osservazioni, riflessioni, di studio e anche di confronto con altri. È una storia di domande che ti sei posto a fronte di problemi che hai incontrato, È l’aver navigato attraverso vari approcci e cercato una soluzione, una qualche risposta, almeno temporanea. E poi si dovranno anche valutare i risultati, se quella risposta sia stata effettivamente una soluzione a quel problema in quel dato contesto. Cosa ti da la conoscenza allora? Alla fine ti da una grado di anticipazione. Permette di trasformare il sistema che hai instaurato con la natura, o meglio con la nicchia ecologica con la quale interagisci attraverso la relazione di cura dell’orto, in quello che si chiama un sistema anticipatorio. Un sistema anticipatorio è per Robert Rosen un sistema che contiene dentro se stesso un modello di predizione di se stesso e del suo ambiente, e che perciò permette in un istante, e in accordo con il modello, di fare predizioni che appartengono a un altro istante.

In parole povere, io che nella mia cura dell’orto sto in rapporto sistemico con le piante, sto pure qui a riflettere sul perché e il percome delle foglie gialle delle mie zucchine, e so, grazie al mio modello interno maturato nel corso della mia esperienza, che se non faccio nulla la pianta non migliora anzi, magari non sopravvive. Ecco la mia predizione. Mi interrogo dunque sul cosa fare, mettendo così in moto altri modelli interpretativi, e facendo le mie selezioni, le mie scelte, che sono poi scelte di valore, di ciò che è buono e ciò che è male. Dunque il modello anticipatorio che ho messo in atto nel mio rapporto con le zucchine, non è molto diverso da quello che mettiamo in atto quando osserviamo con scetticismo i potenti della terra spendere belle parole sulla necessità di affrontare il cambio climatico, mentre posticipano di decennio in decennio le scelte drastiche e coraggiose che sarebbero richieste. La differenza, è che alla scala del mio orto, io come soggetto ho le capacità — almeno così spero — di affrontare la crisi della mia piantina di zucchine. Ma alla scala globale del cambio climatico, ci vorrebbe la formazione di un soggetto assai più potente, creata da una mobilitazione e articolazione di capacità e poteri assai più ampia. Perché sennò è facile anticipare che saranno guai, perché già lo sono.

Valore d’uso e valore d’uso per gli altri

Ora, chiediamoci perché io curo l’orto, perché faccio questa fatica? E qui parliamo di funzione, scopo, finalità, intenzionalità, tutti aspetti che fanno di me, insieme all’insieme delle capacità che riesco a mobilitare, un soggetto. Il mio scopo, o meglio, la finalità di questo sistema che ho instaurato con la nicchia ecologica che è il mio orto, è quella di avere un raccolto, un buon raccolto diciamo, nei limiti di quello che ho piantato e seminato, un buon raccolto sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo in modo da soddisfare i miei bisogni e quelli della mia famiglia/micro comunità. Questo credo sia il desiderio di qualsiasi persona che si dedica alla cura del proprio orto. E questo va bene, è la finalità principale. Però come in ogni attività di produzione dovremmo fare attenzione anche a un’altra finalità, perché se anche non ci facciamo attenzione, lei è li lo stesso. Qualsiasi processo di produzione implica il perseguimento di proprie finalità ma allo stesso tempo esso contribuisce — sia che i produttori ne siano consapevoli, sia che non lo siano — alla formazione del contesto entro il quale il nostro operato si svolge. Produrre significa agire su un contesto attraverso le molte scelte che si sono fatte, le molteplici interazioni (con sistemi sociali o naturali) che si sono portate avanti al fine di raggiungere appunto quella finalità produttiva principale, i nostri scopi. Il rapporto di cura significa e implica in primo luogo non solo voler soddisfare il proprio bisogno, cioè perseguire la propria finalità, ma anche essere consapevole di come la tua attività sta contribuendo alla creazione di questo contesto. Se la prima finalità è quella del valore d’uso, la seconda finalità è quella del valore d’uso per altri (che questi altri siano sistemi naturali o sociali non importa qui), cioè per ciò che forma il contesto della tua azione. Nel caso del mio orto, parlo del chiedersi come la propria attività influisca sulla nicchia ecologica, ma anche sui rapporti sociali/familiari.

Ma poiché nella mia cosmologia le diverse scale della vita sono tutte collegate, ciò che influisce su un contesto di nicchia avrà anche un effetto su ecosistemi via via più grandi attraverso continui scambi materiali e di informazioni. Il mio modo di produrre e relazionarmi nel mio spazio/tempo, avrà quindi effetti da me incontrollabili su contesti e i relativi spazi/tempi (e viceversa altri contesti hanno effetti su di me). È meglio quindi che io non usi pesticidi e concimi chimici, non solo perché alla lunga rovinerebbero la terra del mio orto rendendola meno fertile, ucciderebbero forme di vita molte delle quali mi potrebbero essere utili, contribuirebbero a inquinare falde acquifere e aumenterebbero la mia dipendenza al mercato capitalistico (proprio quando l’orto esprime il mio desiderio di scollegarmi almeno un po’ da esso), ma anche perché questi effetti non ricadrebbero solo nel mio ambito, nel mio contesto, ma anche nel contesto comune, di altri spazi/tempi e di altre scale. E anche se non conosco i volti di chi potrebbe pagare il conto del mio operato, mi sento comunque di essere responsabile.

Anche gli attori del capitalismo, con la produzione di merci, guardano alla produzione di valore d’uso per altri. In mano al venditore la merce è valore d’uso per altri, solletica i desideri di questi altri, li stimola e spesso li induce a scambiare il proprio denaro con questo valore d’uso. Ma per il produttore/venditore capitalistico questi altri sono importanti solo nella misura in cui essi sono potenziali clienti, solo nella misura in cui essi favoriscono la realizzazione del suo profitto. Oltre a questa dimensione, l’altro non solo è sconosciuto nel volto, ma anche invisibile nel suo contributo al contesto comune dell’esistenza, un’invisibilità che contribuisce alla sua svalorizzazione (si pensi a donne, migranti e lavoratori precari “essenziali”).

Credo sia ovvio dire che ogni attività produttiva contribuisce alla creazione del contesto nel quale tutti operano, un contesto comune. Nel rapporto produttivo di cura, il contesto prodotto è un contesto che fa parte della mia riflessione, della mia problematizzazione. Non è quindi più visto come esternalità (positiva o negativa), come “danno” o beneficio “collaterale”, ma è una modulazione diversa di internalità, un interno accresciuto, che si allarga in sfere concentriche, perché ciò che sta fuori l’ho fatto entrare nelle mie preoccupazioni, nelle mie anticipazioni, nella progettazione delle mie azioni, anche se so che è impossibile stabilire a priori tutti gli infiniti effetti del mio operato alla diverse scale (nella complessità del mondo esiste la non linearità e l’emergenza imprevista di nuovi stati sistemici).

Forme orizzontali e includenti di co-produzione e auto-governo

E comunque questo contesto lo produciamo collettivamente in vari modi, abbracciando un certo tipo di filosofia, di approccio al come produrre, piuttosto che un altro. Per esempio, il mio modo di rapportarmi alla cura dell’orto fa uso generalmente di un approccio agroecologico in senso molto lato. Da curioso praticante dell’arte dell’orto con tutti i miei limiti e paletti, navigo tra le varie scuole e tradizioni che incontro casualmente o mi vado a cercare e che fanno parte di questa costellazione agroecologica, anche se faccio i miei compromessi minimi con l’agroindustria perché alcuni semi li devo comunque comprare e non ho sempre a disposizione una banca del seme o una rete dei contadini, e no, non ho il tempo, la voglia e i mezzi per costruirmi la zappa o la pompa per l’acqua. Però anche abbracciando una filosofia produttiva, un approccio, mi inserisco nella sfera del comune creato da varie conversazioni e discorsi con le quali cerco di rapportarmi in modo da facilitare la mia riflessione per fare scelte concrete, ma consapevoli, nel mio operato.

Ma ci sono ben altri modi di produrre contesto. Infatti, un’attività produttiva di qualsiasi natura e a qualsiasi scala contribuisce alla creazione del contesto nel quale opera a seconda del tipo dei rapporti di cura adottati. Ora, poiché siamo tutti, per il bene o per il male, in questa condizione di creare contesto per altri, bisogna anche riconoscere che operiamo anche tutti in contesti diversi, con diverse capacità di mobilitare potere sociale e di prendere parola. Allo stato dei fatti e definito per uno spazio/tempo specifico, o una scala specifica, il comune non è altro che questo contesto co-creato dalle nostre molteplici attività produttive, sia che ne siamo consapevoli sia che non lo siamo. Se ci riflettiamo un po’ su, questo comune come contesto, è il risultato di forme di governanza del contesto comune disparate, a vari livelli e scale spazio/temporali, che avvengono in forme organizzative assai diverse: c’è una governanza fatta da un’insieme di gerarchie di comando nette e marginalizzanti; c’è una governanza che si basa su modelli di interazione competitiva per i quali qualcuno vince e qualcuno perde (cosa che stimola la corsa continua per la riproduzione delle nostre vite, e l’estrattivismo più bieco e distruttore); c’è la governanza che si svolge attraverso forme orizzontali e includenti di co-produzione e auto-governo, dove la gerarchia di comando è l’oggetto della satira e della lotta, e la competizione è il dominio di qualche gioco conviviale dove nessuno perde i suoi diritti e i suoi mezzi per vivere se perde. Il nostro comune come contesto del nostro fare, dal punto di vista sociale, è l’insieme di tutti questi diversi modi contraddittori di relazionarsi, di organizzare la cooperazione sociale. Se quindi ci sono i problemi che ci sono (e vi lascio pensare alle crisi del nostro tempo che preferite), è perché dentro questo comune come contesto c’è troppa egemonia delle forme di governanza che separano (competizione) e verticalizzano (gerarchia di comando). C’è bisogno di far crescere le forme orizzontali e includenti di co-produzione e auto-governo, a tutte le scale della società. Solo così si può affrontare la complessità delle grandi crisi croniche del nostro tempo.

Ecco quindi che affrontare la governanza del comune come nostra condizione richiede che il comune non sia solo condizione, non si può esaurire in questa condizione, ma sia anche progetto. Il nostro prendere atto di questa condizione è al tempo stesso mettere in moto i nostri modelli anticipatori, articolarli, riflettere sulle tendenze, metterci in rapporto ad esse e fare co-creazione consapevole di un modo di produrre del contesto del nostro diverso operato per cambiare quelle tendenze. È questo il desiderio di creazione di un contesto comune entro il quale siamo tutti liberi, ma allo stesso tempo riconosciamo che siamo tutti collegati e interdipendenti e che tutti abbiamo bisogno di vivere con dignità. Il comune come progetto parte dunque dal comune come contesto, per cambiarlo. È in questo sforzo collettivo, riflessivo e inclusivo, che si da la produzione specifica del valore da parte del comune. Il comune che crea valore non è più solo contesto, e non è più solo progetto. è un modo di produzione di un nuovo contesto di vita, orientato dal suo progetto in divenire. Ed ecco quindi che il comune crea valore proprio quando contribuisce virtuosamente alla creazione di contesto— con i suoi circuiti produttivi, le sue relazioni inclusive e orizzontali, la sua profonda capacità democratica, la sua sensibilità ambientale e dei rapporti di potere.

È incredibile quali sinapsi si accendono e quali tangenti si percorrono riflettendo sulle zucchine. Dovrò riguardarmi il mitico film con Peter Sellers, Oltre il Giardino.

da qui

domenica 30 aprile 2017

Orti condivisi in città. Urbi et Horti - Paolo Cacciari


La lattaia del rione Valmaura apre presto la mattina. Qui si può ancora prendere il latte e il pane e dire: “Segna”. Si pagherà a fine settimana. In tanti passano per la sua piccola bottega a bere il primo caffè. Saluti e ciacole continuano appena fuori in un triangolino di terra di nessuno, tra la strada e il sottopasso. Gli ortolani volontari di quartiere ci hanno ricavato un giardinetto, piantato degli arbusti e posizionato due panchine. Siamo a Trieste in uno dei popolari quartieri sulle colline che si affacciano sul Golfo.
Da qualche anno in città è partito un movimento spontaneo che va in cerca di aree non o male utilizzate e si propone di trasformarle in aree comuni affidate in gestione a gruppi di persone del posto. Il progetto si chiama Urbi et Horti. È guidato da Bioest, dall’Associazione per l’agricoltura biologica, da Legambiente e ha l’aiuto del Centro dei Servizi del Volontariato regionale. A tutt’oggi sono stati realizzati ventisei orti coltivati da duecentocinquanta nuovi contadini urbani.
Ogni orto ha un nome, dei responsabili e presenta specifiche caratteristiche. Molti sono piccoli (venti-quaranta metri quadrati) di proprietà di persone anziane che non hanno più la possibilità di tenerli in ordine. Altri sono veri e propri orti collettivi, coltivati da più persone, sede di corsi di orticultura e giardinaggio. A Le Piane il Comune ha concesso mille metri quadrati e varie associazioni vengono qui a lavorare la terra con persone svantaggiate. A Parchorto è stato creato un orto a spirale sinergico. A Vicolo delle Rose su cinquemila metri quadrati a terrazzamenti con vista sul mare c’è un vero bosco con alberi centenari, area giochi, un forno a legna. Al quartiere di edilizia popolare Zindis c’è un orto di condominio. A Giarizzole un’area degradata è stata trasformata in un orto scuola.
La formula adottata per regolare i rapporti con i privati è quella del comodato d’uso gratuito per cinque anni. In contropartita il proprietario ha il diritto di partecipare al gruppo di coltivazione e ottenere una quota parte del raccolto; “come ogni altro partecipante”, tengono a sottolineare nell’atto di sottoscrizione. Nei periodi di raccolta si assistono a strane forme di scambio delle eccedenze produttive mediate dai Gruppi di acquisto solidali alle fermate degli autobus e al banco dei prodotti biologici del vecchio mercato coperto: zucchine contro pomodori; mazzi di fiori contro albicocche e così via. Poche, ma importanti, le regole condivise per le coltivazioni: niente sostanze chimiche secondo i metodi biologici, niente recinzioni interne tra gli appezzamenti: Omnia sunt communia. Le associazioni capofila forniscono agli ortolani volontari i sostegni tecnici e le consulenze necessarie: un maestro contadino, un maestro potatore, un architetto, un coordinatore del Distretto di economia solidale e anche un medico fisiatra.
Tiziana, una delle persone che più ha creduto nel progetto degli orti comuni, ce li spiega così:
“Si creano luoghi di incontro tranquilli e salutari, con una particolare intensità di relazioni e densità culturale”.

lunedì 24 aprile 2017

La moltiplicazione degli orti comunitari - Alessandra Magliaro

Salvaguardare la Terra patrimonio comune nell’epoca in cui è diventata bene di mercato da sfruttare, oggetto di speculazione economica – il land grabbing e le monoculture tra i tanti esempi possibili – significa ripensarne l’approccio recuperando la biodiversità e abitandola in modo più sostenibile. Molte cose da qualche anno si stanno facendo in questa direzione, basti pensare alla mobilità, con la produzione di auto ibride o elettriche o sharing, alla lotta contro lo spreco di cibo. Sono temi questi su cui siamo diventati – al di là e a dispetto di leggi esistenti o mancanti – in generale tutti molto sensibili e vanno ricordati in occasione della Giornata della Terra.
Orientare lo stile di vita in un modo più green è una tendenza trasversale esplosa in questi anni. Pratiche da cominciare fin da bambini – leggi qui – e da proseguire da adulti magari anche facendo la spesa in modo diverso e più consapevole di prima – leggi – o curando il corpo con la cosmetica organica e biodegradabile.
Tra i fenomeni più attuali in tutto il mondo, Italia compresa, c’è questo ritorno alla terra, questa voglia di contatto con la natura, sporcandosi le mani di terreno, che coinvolge soprattutto le popolazioni delle grandi città: diventare o ri-tornare contadini, fosse anche nel tempo libero, non è una moda ma un modo consapevole di guardare al verde come un qualcosa di cui prendersi cura, riconnettere la campagna alla città.
Recuperare gli spazi urbani in modo ecologico con gli orti urbani e comunitari, ormai presenti in tutta Italia – secondo l’ultimo rapporto Istat sul verde urbano, datato novembre 2016 , offrono in gestione orti urbani 64 capoluoghi (più 27,3 per cento di superficie in quattro anni) e 30 assegnano la manutenzione di aree verdi ad associazioni o cittadini – è una grande tendenza di questi anni con un valore molteplice.
Gli orti condivisi soddisfano in città il desiderio di natura innanzitutto, orientano all’autoproduzione – si comincia piantando pomodori, si prosegue facendo il pane in casa o viceversa in un circolo comunque virtuoso – soddisfano il bisogno di cibo buono e non sofisticato per lo più a chilometri zero e, elemento da non sottovalutare, recuperano quella socialità che è diventata ormai un bene tra i più preziosi. Gli orti comunitari svolgono per questo una nuova, realistica, funzione di ‘piazza’, spazi comuni di aggregazione, sezioni di territorio sottratte al degrado oltre che territoriale anche sociale.
Dice Giorgia Bocca, che con Terra!Onlus ha realizzato tanti progetti di orti comunitari – come quello a Lampedusa P’Orto o a Genova nel Parco Urbano di Valletta Rio San Pietro Cornigliano – ”con lo sviluppo dell’industrializzazione e lo spostamento in massa dalla campagna alla città l’agricoltura di sussistenza e di produzione è entrata in crisi e ha spostato fisicamente e psicologicamente filiere, ha aumentato i consumi ed ha anche disgregato comunità e tradizioni portando a quella che viene definita “estinzione dell’esperienza”. Città e campagna non alleate producono schizofrenia e la mancata progettazione favorisce sistemi non sostenibili. Il riconoscimento dell’importanza degli orti urbani e l’esigenza di contenerne gli aspetti di spontaneità e abusivismo si è tradotto poi nella redazione dei primi regolamenti, contenenti i criteri per l’assegnazione di aree orticole ai cittadini interessati da parte delle amministrazioni comunali. L’agricoltura urbana quindi subisce nuovamente una forte espansione negli ultimi anni, complice la crisi che ha alimentato questo fenomeno. Una crisi d’ identità culturale, di comunità ed economica. In numerose città italiane, infatti, sono visibili movimenti organizzati di gruppi formali e informali, singoli e famiglie che realizzano in quartieri, parchi e luoghi “dimenticati” progetti di orti comunitari o individuali spesso realizzati in modo spontaneo ma per lo più conformi alle normative locali. Le politiche ambientali e le strategie di pianificazioni da parte di Comuni e Amministrazioni stanno cercando di andare incontro al fenomeno in costante aumento di richieste di accesso alla terra da parte di giovani e ai disoccupati. Siamo di fronte ad una cittadinanza più attiva e consapevole che cerca di appropriarsi degli spazi e degli usi del proprio territorio, creando una forma nuova di partecipazione e di benessere alla realizzazione di un bene comune mediante un approccio ecologico che comprende l’uso sostenibile delle risorse e delle coltivazioni e la costruzione di relazioni per lo scambio di buone pratiche”.

lunedì 8 agosto 2016

Dai semi la vita. In ricordo di Pia Pera

Tempo fa un’amica mi accompagnò su una collina dove pareva sarebbero potuti nascere degli orti sociali, per adulti come per ragazzi. Raccontò candidamente al proprietario dei terreni di conoscere bene il posto: quando preparava la tesi di laurea c’era stata spesso, insieme al cane Palle, e aveva raccolto semi di piante spontanee, poi in parte donati alla banca del seme del locale orto botanico. Forse c’era qualcosa di strano nell’aria, fatto sta che per alcuni giorni si vide minacciata di denuncia per furto.

Quei liberi semi, che già si erano ingegnati di andarsene per il mondo - vuoi trasportati dalle pellicce degli animali, vuoi dal vento o dagli uccelli ghiotti di frutti e bacche - non avrebbero forse dovuto, per trovare un’altra tra le tante possibili vie per arrivare a discendenza, approfittare della premura di una giovane botanica. La faccenda non ebbe seguito, mi colpì tuttavia come una forma bizzarra, e quanto mai miope, di appropriazione del mondo. Non diversamente da un pensiero, un seme può restarsene tranquillo e pressoché invisibile anche per molti anni, fino a che, non appena le condizioni sono favorevoli, si dispiega in tutta la sua segreta grandezza. Seminare è una delle attività più emozionanti, anche perché non è poi così semplice, non sempre almeno. Prendiamo il prezzemolo: non basta indovinare il momento e spargere i semi rasoterra: occorre poi stendere un pezzo di canapa o un qualche altro tessuto leggero a protezione dalle innaffiature dirette. Altrimenti, niente.

La felicità davanti ai semi appena germogliati ha qualcosa di lieve come un sollevarsi leggero del respiro. Che soddisfazione, quando attraverso la stoffa trasparente e bagnata si scorgono le chiazze delle prime foglioline di un bel colorito verde squillante contro il nero del terriccio fertile.

Le piantine appena spuntate inteneriscono come i cuccioli della gatta di casa. Vorrebbero tutti vivere. Non c’è nulla di strano nel provare affetto per una pianta, prendersene a cuore le sorti e volerla aiutare a non sparire dalla faccia della terra. Specie se questa pianta sarà un certo tipo di fagiolo la cui fragranza ha il sapore della casa dove siamo nati, una mela un po’ strana, di quelle che al supermercato non si vedono, però familiare e cara come un’espressione del dialetto natio. Ancora oggi, in questo mondo sempre più incline all’uniformità, si incontrano - e con quanta gioia - angoli dove è rimasto qualcosa di diverso, una pesca magari che alle altre non somiglia tanto, però ha una sua bellezza - e che sensazione forte al palato! Queste, che non sono piante spontanee ma varietà agricole, ognuna con la sua genealogia locale, sopravvivono a volte per caso, più spesso perché qualcuno si prende la briga di riconoscerle, riprodurle, adoperarsi perché non vadano smarriti frutti ortaggi e sementi che generazioni di donne e di uomini hanno faticato tanto prima per selezionare, poi per tramandare. Tanto lavoro nella consapevolezza che si trattava di qualcosa di buono ed essenziale alla vita: la sopravvivenza di certe varietà era intrecciata alla loro.

Ma non viviamo di solo pane. Per esempio: per secoli nella vallata di Hin-Shin, in Estremo Oriente, ha prosperato una foresta di camelie incantevoli dalle foglie sottili e il fiore minuscolo a forma di anemone, cinque petali rossi intorno a un cuscino serrato di petaloidi e stami dorati. L’effetto era quello di un ricamo prezioso. In quella valle viveva un certo signor Nguyen. Quando seppe dell’attacco imminente dei B52 - correvano infatti gli anni della guerra in Vietnam - il suo primo pensiero fu mettere da parte almeno una manciata di semi dell’amata camelia. Fece appena in tempo: un attimo dopo l’intera vallata, incendiata dal napalm, era in preda ad altissime fiamme. Nguyen riuscì a fuggire, dopo innumerevoli peripezie approdò al porto di Livorno. Aveva sentito parlare di una valle simile per certi versi a quella dove era nato, collinosa, ricca di corsi d’acqua e di ville dove le camelie crescevano bene. 

Raggiunse Pieve di Compito e consegnò i semi, dieci, al proprietario del più bel camelieto. Dopo più di tre mesi comparvero le prime due foglioline. Alla comparsa della terza, quella che indica il passaggio dalla delicata prima radice fittonante a un apparato radicale fascicolato, si passò al trapianto: operazione cui sopravvisse una sola piantina, adesso uno splendido albero in fiore nel tardo autunno. Forse l’unico esemplare sopravvissuto al mondo di quella particolare varietà di camelie, e che sarebbe andato perduto per sempre se il signor Nguyen non avesse capito che gli era toccato un compito: sottrarre all’estinzione qualcosa di unico, e anche di molto amato.

Ogni varietà, che si tratti di alberi, fiori, ortaggi, riso o cereali, oppure di una lingua, un dialetto, rappresenta qualcosa di irripetibile, qualcosa che, una volta perduto o dimenticato, nessuno potrà più riportare in vita. Si tratta dei frutti di un’evoluzione - naturale oppure culturale - che rischia di spegnersi a meno di trovare chi, per un motivo o per l’altro, ne prenda a cuore la sopravvivenza.

Senza il signor Nguyen, che l’aveva cara, quella particolare camelia sarebbe scomparsa per sempre. Senza le donne e gli uomini che rifiutano di accettare che sopravviva solo il più forte - ovvero le poche varietà adottate dalle forze economiche dominanti - andrebbe perduto per sempre il lavoro di chi ha selezionato, generazione dopo generazione, varietà agricole preferibili ad altre, vuoi per il gusto, vuoi per la migliore compatibilità con un particolare territorio, vuoi per l’aspetto.

Specie e varietà compaiono e scompaiono di continuo, nella lunga storia della terra. Se ne può prendere atto con indifferenza, oppure lasciare che vincano le ragioni dell’amore, accettando di farsi protettori, chissà perché, di una certo patata e non di un’altra.

Non ha senso imporre regole e divieti al sentimento spontaneo con cui contadini, agricoltori, giardinieri si preoccupano di preservare le varietà a loro più care. Volere arginare la voglia di scambiare semi, regalarli, condividerli, darli in cambio di un giusto compenso, è attentare a una libertà non meno fondamentale di quella di esprimersi, pubblicare, dare voce al proprio pensiero.

Se il seme può dirsi a ragione di chi lo raccoglie in natura, di chi lo riproduce dalle piante che coltiva, di chi lo riceve in dono o lo compra, di chi lo mette in una bustina e lo vende, questa pretesa di proprietà non può certo estendersi dai singoli semi al loro codice genetico.

Questo non può appartenere a nessuno in particolare: è frutto di una storia infinita che ha visto agire insieme le forze della natura e la sagacia dell’uomo, in un concorrere di azioni dove è davvero impossibile, oltre che insensato, tracciare confini precisi di proprietà. Non abbiamo forse tutti il diritto di adoperarci per la continuazione della vita?

da qui

domenica 10 aprile 2016

Stefano Caccavari e l’Orto di Famiglia fermano la discarica più grande d’Europa

«Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia, di Gat; era alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. Portava alle gambe schinieri di bronzo…»   (1 Samuele 17,4-7)                 
«Davide disse a Saul: Nessuno si perda d'animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo. »   (1 Samuele 17,32)                     
«Appena il Filisteo si mosse… Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s'infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra…»   (1 Samuele 17,48-51)

Golia è la più grande discarica per rifiuti solidi e speciali d’Europa, la Battaglina, e Davide, per chi ancora non lo conoscesse, è Stefano Caccavari giovanissimo imprenditore.

Ci troviamo a San Floro un comune collinare in provincia di Catanzaro a pochi chilometri dal Golfo di Squillace, circondato da boschi, campi e frutteti, famoso per la lavorazione tradizionale dei fichi secchi e oggi per l’Orto di Famiglia. È proprio in questo territorio, nei comuni di Borgia, San Floro e Girifalco, precisamente su due falde acquifere, che nel 2014 sarebbe dovuta sorgere l’“Isola ecologica Battaglina”, una discarica gigantesca, la seconda più grande d’Europa, ricordiamo che secondo alcuni la più grande d'Europa è Malagrotta situata nella Riserva naturale Litorale romano,  240 ettari di superficie dove ogni giorno vengono scaricati quasi 5000 tonnellate di rifiuti. Stesso contesto per la c.d. “Battaglina”, in un’area individuata, tanto per parlare, a prevalenza boschiva, con il conseguente disboscamento per la realizzazione delle “vasche”, e come se ciò non bastasse con un sistema idrico superficiale e classificata zona sismica di categoria 1.

“Calabria grande e amara” titolava un saggio del 1964 di Leonida Rèpaci, anche in quest’occasione  “amara” sarebbe stata la conclusione naturale, quasi prevedibile, come per molte altre realtà di questa terra,  se non ci fosse stata la caparbia opposizione dei cittadini di San Floro, Girifalco, Borgia, Amaroni, Cortale, Settingiano e Caraffa, guidati dal comitato No Bat e sostenuti da Legambiente, che sono riusciti a fermare il “gigante d’immondizia”.

Tra loro il giovane Stefano Caccavari, 28 anni compiuti a marzo di quest’anno, e la sua lucida e coraggiosa reazione a un “mostro” che li avrebbe spazzati via, tirare fuori “dalla bisaccia” non già un sasso, ma un pugno di terra. Ha considerato la vocazione del suo territorio, agricola, e partendo dalla riflessione che quasi tutte le famiglie a San Floro mantengono la tradizione di farsi un piccolo orto dietro casa ha, insieme allo zio Franco, preso un pezzo della sua terra ed ha coltivato i primi dieci orti di famiglia, il progetto si chiama proprio così Orto di Famiglia. 
«Dare la possibilità alle persone di avere un piccolo pezzo di terra,» racconta Stefano «dove i lavori agricoli vengono fatti da noi e le famiglie che prendono in affitto l’orto vengono direttamente a raccogliere i loro prodotti, qui l’innovazione», non bisogna aspettare di andare in pensione per realizzare il sogno dell’orto o fare gimcane micidiali, tra impegni di lavoro e famiglia, per trovare il tempo da dedicare alla terra. Qui trovano tutto pronto e tutto “vero biologico”, verdure di stagione senza concimi chimici e nessun pesticida, nei campi di Stefano, i parassiti vengono combattuti con l’utilizzo di insetti predatori.

Un anno e mezzo fa erano in dieci, stagione dopo stagione sono oltre 160, all’Orto di Famiglia si cresce continuamente facendo agricoltura, aggregando persone che sanno fare e costruendo una comunità che non solo vive il territorio, ma ne diventa custode.

«Dove le persone non fanno nulla per tutelare e proteggere il territorio che vivono, il territorio è destinato a scomparire», se ci pensate è proprio così, come dice Stefano, «se nessuno reagisce ai problemi esterni i territori sono destinati a morire, perché arriva chi  vuole colonizzare, conquistare e fa la discarica» e aggiungo io, magari fosse solo la discarica e la morte del territorio, il business criminale dei rifiuti tossici in discariche abusive in molte zone di questo territorio, è una vera sciagura. Come se “i criminali”, le loro famiglie, i loro parenti, i loro amici, non mangiassero, non respirassero, non vivessero come noi, per una “palata di soldi” dimenticano la palata di terra che toccherà anche a loro sulla bara quando tutto sarà contaminato. Ma questa è la capacità intellettiva, il grado di sviluppo dell’intelligenza che in molti, troppi, sembra essersi involuto.

L’Orto di Famiglia è una risposta concreta a queste vergogne: 
- Riappropriarsi del territorio, curarlo, avere passione è anche una molla a difenderlo. 
E poi vogliamo mettere il “mangiare sano”, mangiare prodotti coltivati da noi stessi e nel rispetto della natura. Infatti nel “giardino” di Stefano da un’iniziale semplice “raccolta” delle verdure, gli ortisti oggi hanno imparato e voluto coltivare loro stessi il proprio orto. Se amiamo qualcosa siamo capaci di tutto per proteggerla! Oggi  Stefano Caccavari è impegnato in un nuovo progetto: il primo mulino social.

La chiusura dell’ultimo mulino a pietra, in provincia di Crotone,  ha significato per Stefano la fine per macinare il suo grano con una tecnica tradizionale, e già, perché ho trascurato di dirvi che lui e la sua famiglia hanno diversi ettari di grani antichi, «dal grano duro al grano tenero, dal mais alla segale, lo facciamo esclusivamente per mangiare sano e difendere la tradizione.» scrive «E’ il nostro territorio, è la nostra vocazione agricola, è la voglia di mangiare come 100 anni fa che ci spinge ad andare avanti, e adesso è l’ora di avviare il nostro mulino biologico a pietra naturale per macinare esclusivamente i nostri Grani Antichi.» 

Così inizia per Stefano la nuova avventura, recuperare le antiche macine in pietra naturale “la ferté” dell’ultimo mulino e dare vita al primo Mulino social a pietra made in San Floro. Si tratta di macine antiche, prodotte nel 1800, di una pietra speciale e durissima, la famosa pietra francese chiamata “le Fertè”.  

Per la raccolta fondi il 18 febbraio ha lanciato una campagna adesioni su Facebook e la rete ha risposto con entusiasmo sostenendo energicamente il progetto. Chi volesse può ancora partecipare o prenotare il kit di Farina Bio composto da 20 Kg di farina macinata a pietra. 

Progetti semplici e importanti, idee nate per ribellione, come la discarica, la chiusura di un antico mulino, o la salvaguardia della biodiversità, che permettono si di entrare in contatto con la natura e il naturale, di riscoprire il piacere di un’alimentazione sana, ma soprattutto sono un modello per la salvaguardia e il rilancio di un territorio. 

L’Orto di Famiglia, che Stefano a raccontato in uno degli incontri nel salone di Confindustria di Reggio Calabria, “aperto” da Angelo Marra, presidente del Gruppo Giovani imprenditori Confindustria, ai giovani corsisti dei CFP di Reggio, è la risposta al corso organizzato e promosso dall’associazione Pensando Meridiano
 - I giovani hanno bisogno di modelli positivi da imitare.
Le azioni di Stefano sono un esempio replicabile universalmente, perché come recita una massima:
“Semina un pensiero e raccoglierai un'azione, semina un'azione e raccoglierai un'abitudine, semina un'abitudine e raccoglierai un carattere, semina un carattere e raccoglierai un destino.”
Sulle “ricadute” delle azioni che facciamo avevo iniziato a parlarvene qui, ci sono grandi azioni che si devono ripetere per l’importanza delle conseguenze e azioni miserabili che andrebbero schiacciate per la bassezza dei loro effetti.
Il 23 marzo scorso il deposito dell’azienda agricola di Stefano Caccavari è stato distrutto da un incendio, «La Calabria è dolce e amara, ma noi andiamo avanti. Questa notte l’Orto di Famiglia è stato oggetto di un atto vandalico.», sono parole di Stefano rilasciate a “il Quotidiano del Sud”, « La nostra casetta di legno, spazio di aggregazione e di convivialità, è stata data alle fiamme da ignoti… Orto di Famiglia non è semplicemente un’azienda agricola ma è una comunità di persone che, coltivando la nostra terra, si sono posti a guardia e a difesa del territorio e che non si lascerà minimamente intimorire dall’accaduto. Chi lavora la terra mette sempre in conto gli imprevisti. Noi andiamo avanti utilizzando la cenere dell’incendio per concimare i nostri terreni».
da qui

venerdì 19 febbraio 2016

L'orto urbano? Ora è "componibile" come i mobili fai da te – Nicola Perilli

Tempo di costruzione stimato: dieci giorni, assicurano gli ideatori Mikkel Kjaer e Ronnie Markussen, una coppia di giovani imprenditori, fondatori del laboratorio di progettazione urbana Human Habitat. Non solo facile da montare ma anche riutilizzabile innumerevoli volte. Quindi semplice da reimpiantare all'esigenza.

"Abbiamo voluto rendere l'agricoltura urbana ancora più intelligente - dice Markussen - La nostra idea era quella di progettare un'unità che fosse capace di aumentare la sicurezza alimentare in città, abbassare l'impronta ecologica della produzione alimentare e creare posti di lavoro. Abbiamo voluto ricollegare le persone al cibo, dando loro uno spazio verde che porti nuovamente la natura nelle nostre città. Non solo, volevamo che questo spazio "green" fosse anche facilmente adattabile ai cambiamenti del paesaggio urbano". Versatile ma soprattutto funzionale: progettata per essere autosufficiente al suo fabbisogno di acqua, calore ed elettricità, l'intera fattoria ha un ingombro di poco più di trenta metri quadrati, ma una volta installata la zona di produzione interna e protetta, da poter dedicare alle colture, sviluppata in verticale semplicemente raddoppia. Il progetto pilota è partito ed ora è attivo e funzionante e lancia la sfida al futuro: riuscire ad ovviare agli ostacoli che si oppongono allo sviluppo dell'agricoltura "urbana". Due tra tutti: la mancanza di spazio nelle città sempre più densamente popolate, e le incertezze dovute ai cambiamenti climatici. E questa sfida parte proprio dalla capitale danese: "L'azienda stazionerà lì per un periodo di dieci mesi, durante i quali ci dedicheremo alla raccolta di dati, concentrandoci principalmente sulla capacità di produzione e sullo sviluppo e consumo di energia e sull'utilizzo di acqua.


La farm ospiterà anche laboratori didattici e di formazione in primavera con l'obiettivo di avviare un'impresa sociale in grado di creare posti di lavoro "green". - spiegano gli ideatori - I prodotti saranno poi venduti a ristoranti e caffetterie locali e da primavera i residenti locali saranno in grado di acquistare prodotti personalmente presso il mercato alimentare settimanale che albergherà proprio di fronte alla fattoria". Una produttività che secondo Kjaer e Markussen può essere stimata su due modelli: per le aziende indipendenti che puntano a vendere i loro prodotti al dettaglio a piccoli commerciati o grazie ai banchi del mercato la resa finale potrebbe attestarsi sulle tre tonnellate all'anno; un  progetto più ampio invece che miri alla produzione di ortaggi, verdure e frutta per la distribuzione di scuole, asili, per fare degli esempi, potrebbe puntare ad una produzione annua da stimare all'incirca sulle sei tonnellate.

Ma il progetto non immagina solamente un'agricoltura urbana più sostenibile e non punta solo alla riqualificazione di luoghi cittadini dismessi, come parcheggi abbandonati o spazi inedificabili tra edifici adiacenti: "Con il tempo, vorremmo sviluppare una versione della fattoria, che possa contribuire ad affrontare le crisi umanitarie, in particolare dove le persone sono costrette a vivere in condizioni precarie (campi profughi, centri d'accoglienza, vittime di disastri naturali). - precisano - Per questo successivo step il modello che immaginiamo avrà un design ancora più "componibile", il che permetterà un trasporto più agile ma anche la possibilità di creare delle farm assemblate ad hoc capaci di provvedere a delle esigenze commisurate". Un progetto ambizioso, quindi, che decisamente non mira a restare cofinato a questo primo ed innovativo esperimento di Copenhagen.

mercoledì 30 settembre 2015

L’orto comunitario di Berlino - Elena Chiocchia

Il Prinzessinnengarten è un orto urbano di circa 6.000 metri quadrati in pieno centro a Berlino, nel cuore di Kreuzberg (a Moritz Platz), nato nel 2009 dal progetto dell’associazione Nomadisch Grün (Verde Nomade) che ha riconvertito un luogo abbandonato in un polmone verde all’interno della città.
La zona dove è sorto il giardino era di proprietà pubblica ed è stata inizialmente noleggiata dal Fondo immobiliare Berlino. Nel giugno 2012, l’area doveva essere venduta al miglior offerente ma una lettera aperta al senato e il sostegno di più di 30.000 persone hanno impedito la privatizzazione. Attualmente il Prinzessinnengarten ha ottenuto l’estensione dell’utilizzo per ulteriori cinque anni.

Il nome dell’associazione (Verde Nomade) racchiude il concept del progetto: l’agricoltura mobile. Infatti le piante ornamentali, gli ortaggi e le erbe aromatiche vengono coltivati in cassette di plastica, in cartoni del latte o in sacchi di riso in modo tale che tutto sia facilmente trasportabile in altri angoli della città e le eventuali contaminazioni degli inquinanti con il suolo vengano evitate. In questo modo da un primo orto urbano si possono creare altre aree di coltivazione urbana.

Come organizzazione non-profit, la Nomadisch Grün ha iniziato con la “guerrilla gardening” trasformando terreni inutilizzati in giardini dove coltivare biodiversità come strumento di interazione sociale.
L’obiettivo dell’associazione era quello di creare un luogo di scambio e di apprendimento sui temi della coltivazione locale e biologica degli alimenti, sulla biodiversità (nel Prinzessinnengarten sono state impiantate cinquecento differenti tipi di colture), sul consumo sostenibile e sullo sviluppo urbano.

L’idea del giardino si è espansa diventando qualcosa di più complesso: all’interno di questo ampio giardino sono stati aperti infatti una caffetteria che propone bevande biologiche e un ristorante dove alla base delle ricette ci sono i prodotti freschi coltivati nell’orto stesso. Ci sono inoltre un’area per le api, unazona gioco sugli alberi, un piccolo circo, un mercatino delle pulci (Kreuzboerg Flowmarkt) e una biblioteca sulla sostenibilità ricavata all’interno di un container (per restare in linea con l’agricoltura dinamica).

Chiunque può diventare giardiniere a Prinzessinnengarten (il giovedì dalle 15 alle 18 e il sabato dalle 11 alle 14) e per gli inesperti sono numerosi anche iworkshop a cui partecipare per saperne di più. Altrimenti sarete i benvenuti aifestival, i concerti e le mostre che soprattuto in estate animano l’orto urbano considerato il più bello al mondo.

Il funzionamento del giardino dipende esclusivamente dal volontariato e dalle donazioni. Se volete contribuire alla causa potete farlo donando anche una piccola quota sul sito a questo link.
Oggi la storia di questo felice progetto è racchiusa in un libro che ben racconta tutti gli sforzi che sono stati necessari alla realizzazione di questo sogno.

mercoledì 1 aprile 2015

È ufficiale: dal 2016 coltivare l'orto sarà illegale

Purtroppo non avremmo mai voluto darvi una notizia del genere. 
Eppure ieri il Parlamento Europeo ha varato definitivamente una legge che definire tirannica è poco. In tutto il suolo dell'Unione Europea (e non solo), non si potranno più coltivare ortaggi "per ragioni di sicurezza alimentare". Una follia, frutto delle pressioni di multinazionali come Fish&Veg, Monstanto e Ap-Rifood. Mobilitiamoci!
Si vociferava ormai da tempo e purtroppo si è avverato: la Commissione Europea all'Agricoltura ha definitivamente sancito il divieto assoluto di coltivare ortaggi a uso proprio (e che entrerà in vigore il primo gennaio del 2016), quindi in una frase: banditi gli orti!
Tutto nasce nell'estate del 2011: ricordate il "cetriolo assassino", le 16 persone morte (15 in Germania), 300 intossicati e Il povero cetriolo di cui sopra (ma furono avanzate anche altre ipotesi), contaminato con il temibile Escherichia coli? Ebbene, proprio in quel periodo la Commissione iniziò uno studio approfondito monitorando un campione random di orti all'interno della Unione Europea, studio che si è concluso nel gennaio di quest'anno. I risultati sono impressionanti: secondo la stessa Commissione, gli orti non sono assolutamente sicuri da un punto di vista della salute alimentare e, sempre stando ai risultati della ricerca, veicolerebbero malattie pericolosissime delle quali l'E. coli sarebbe solo la punta dell'iceberg. Quanto sostenuto dallo studio è il fatto che gli orti, messi insieme, causerebbero in tutta Europa più morti degli incidenti stradali, il fatto è che, per ignoranza dell'argomento e per altre cause, non vengono accorpati e il fenomeno sfugge nella sua interezza.
 Questi i fatti, e le conseguenze che ne escono sono per sconvolgenti per le nostre abitudini secolari: non solo sono previste salatissime sanzioni amministrative (si va da 5.000 a 150.000 euro di multa per chi coltiva un orto), ma è previsto anche il carcere, qual'ora gli ortaggi raccolti vengano distribuiti a terzi.
Fin qui quello che dice la Commissione ma... Ma a noi di Grow the Planet la cosa puzza e assai! Possibile che in millenni di coltivazione di orti nessuno si sia mai accorto della pericolosità del coltivare ortaggi? E gli altri Paesi? Possibile che, per esempio in Svizzera (stato non membro dell'UE) si continui a coltivare tranquillamente un orto, alla faccia di chi sta al di là del confine? e gli americani? gli africani? i cinesi?
Dateci dei paranoici ma per noi sotto a questa assurda decisione non può che esserci la mano delle grandi multinazionali del food che vogliono avere il controllo totale di quello che mangiamo e per questo sono spaventati anche da un piccolo orto che, appunto nel suo piccolo, può rappresentare una vera e propria rivoluzione.
NOI NON CI STIAMO! Per questo ci siamo già mobilitati e, insieme ad altre associazioni, abbiamo messo in piedi una petizione che potete firmare qua: facciamoci sentire, ne va della nostra libertà!

martedì 17 marzo 2015

Agrihood, fattoria comunitaria - Beth Buczynski

Avete mai desiderato vivere in un Community Supported Agriculture (CSA)? O spostarvi in un quartiere dove tutti sono entusiasti come voi di poter avere cibo fresco e sano?
Negli Stati Uniti la popolazione sta abbracciando la produzione alimentare locale in un modo nuovo ed esaltante: si tratta degli agrihoods, nuovi quartieri in cui la la filiera (corta!) di produzione alimentare, gestita in modalità cooperativa, è realmemte a KM0. Invece di essere costruiti intorno ad una piscina o a un campo da tennis, i comprensori vengono realizzati, spesso dai residenti stessi, avendo come centro la fattoria, creando così un sistema alimentare sostenibile per l’intera comunità.
Naturalmente gli orti comunitari, l’agricoltura urbana, e il co-housing non sono nulla di nuovo, ma come dimostra la rapida crescita degli agrihoods, le famiglie sono desiderose concertare i proprio sforzi per creare un nuovo assetto abitativo, spesso a prezzi uguali o inferiori a quelli di un tradizionale quartiere di periferia.
Anche se sono appena nati, gli agrihoods si stanno diffondendo in tutti gli Stati Uniti; abbiamo raggiunto una dozzina di comunità già attive o in via di sviluppo in modo da poter capire meglio come questa tendenza incoraggi la condivisione, la collaborazione e l’adozione di una dieta più sana e più rispettosa dell’ambiente.

I 12 Agrihoods che stanno generando Comunità sostenibili...

venerdì 3 gennaio 2014

Orti urbani, energia dalla terra - Milena Ortalda

La crisi riduce il budget per la spesa? Niente paura, o meglio: facciamoci coraggio e rimbocchiamoci le maniche, perché il ritorno alle pratiche dell’orticoltura potrebbe essere una via di salvezza. Lo sapevano bene le generazioni che ci hanno preceduti: fino a non molti decenni fa, infatti, il rapporto tra città e campagna passava quotidianamente attraverso la produzione e distribuzione dei prodotti dell’orto, che non arrivavano da lontano ma direttamente dalle aree periurbane, dove spesso abbondavano campi, spazi e famiglie che coltivavano la terra per il proprio sostentamento e per vendere le derrate prodotte in eccesso.
Se abbiamo più di cinquant’anni e andiamo un po’ indietro con la memoria, cercando di ricostruire l’immagine delle città della nostra infanzia, non faremo fatica a ricordare che le periferie inframmezzavano villette ottocentesche e sporadici palazzoni un po’ sperduti nel nulla, ma anche vecchie cascine, rogge delimitate da filari di salici e pioppi, orti più o meno grandi e addirittura campi coltivati, per non parlare di mandrie e greggi che sfruttavano per pascolare il molto terreno ancora libero dall’urbanizzazione.
Nei decenni successivi, via via l’orto e la coltivazione della terra diventavano simbolo di una origine sociale inferiore da cui emanciparsi senza compromessi, anche se negli Stati Uniti già emergevano movimenti di “ritorno alla terra” che talvolta vedevano anche il coinvolgimento, forse più snobistico che consapevole e sicuramente non mosso da realismo e necessità, del personaggio celebre o della star hollywoodiana di turno. Assistiamo ora invece a un fenomeno più diffuso e sincero, sia pure spesso fermo a livello di interesse che non arriva ad evolversi in una pratica costante e continuativa, per quanto sia ormai evidente che saper gestire e far produrre (aspetti non banali) un pezzetto di terra, non necessariamente grande, può davvero costituire una variabile significativa nell’economia di una famiglia: per non parlare dell’opportunità di conoscere meglio ciò che si mangia, da dove proviene, come e quando lo si produce…
continua qui

sabato 27 luglio 2013

Rivoltiamo la città, coltiviamo l’orto - Alessandro Portelli

Saremo stati qualche decina nella simbolica occupazione del Borghetto San Carlo, ventidue ettari di terreno agricolo di proprietà comunale sulla via Cassia fra La Storta e la Giustiniana a Roma, abbandonato dall’istituzione e rivendicato all’uso pubblico da un gruppo di cooperative di giovani agricoltori. Ma eravamo virtualmente almeno diecimila, tante quante le firme che le coop Terra!, da Sud e Coraggio (Cooperativa romana Giovani Agricoltori) hanno consegnato al sindaco Marino e agli assessori all’urbanistica e al patrimonio del Comune di Roma.
Gli interventi che si sono susseguiti nel piccolo spazio di terreno liberato oltre il filo spinato e dietro il cancello ostinatamente chiuso e arrugginito, hanno sottolineato la disponibilità espressa dai nuovi rappresentanti delle istituzioni (municipi, comune e regione sono adesso su una stessa lunghezza d’onda, il clima può cambiare), il collegamento con altre esperienze vicine (per restare a Roma Nord, quella di Volusia o quella ormai radicata di Cobragor), e soprattutto l’idea che riprendere in mano il grande patrimonio delle terre liberi comunale non è solo un’occasione produttiva, occupazionale e di servizi, ma configura anche una diversa prospettiva sulla città. Roma, il terzo comune agricolo d’Europa, l’agricoltura ce l’ha dentro e – come tante metropoli in crisi in tutto l’occidente – può farne un elemento di ripresa non solo economica ma anche, forse soprattutto, culturale e ambientale. Se per generazioni i contadini sono stati i custodi della terra e i creatori e portatori di preziosi saperi (troppo spesso disprezzati: c’è anche il disprezzo di classe verso i contadini e la loro fatica fra le ragioni dell’abbandono dell’agricoltura), gli agricoltori di oggi si sentono pienamente integrati in una cultura urbana in trasformazione…

domenica 7 luglio 2013

Ho grazie, la mia scuola è un orto (la compagnia dlla fotosintesi) - Fulvio Ervas

Rischiavo di rimanere tra le serre, tra i fiori coltivati, tra ciclamini e stelle di natale. Nel mondo proprio di un agronomo.
Invece sono finito nella scuola. Non sembrerebbero vicini, l’agronomia e la cattedra.
Eppure non ho mai patito questa distanza. Anzi, mi è sembrato che solo sapendo di mucche, di vinificazione, di foraggio ed economia agricola, avrei potuto navigare nel mare  dell’insegnamento.
Solo concependo la scuola come un ecosistema mi sono orientato. 
Perché anche la scuola, come ogni ecosistema, è la risultante tra una parte inorganica e una organica. D’accordo, sono solo paroloni per indicare il cemento e le vetrate che d’inverno ci fanno rabbrividire e ci fanno bollire d‘estate; le scale, ricoperte di linoleum; i bagni che gocciolano; l’aula docenti senza un vaso di fiori e i lunghi corridoi che tendono all’infinito.
Poi c’è la parte organica, i viventi: bidello Eugenio che vorrebbe andare in Tibet, il tecnico Radames che in laboratorio fa scoccare i fulmini sott’acqua, la collega di latino  convinta che gli antichi abbiano già detto tutto, meccanica quantistica compresa, e  Giacomo, Mattia, Irene e  tutti gli altri, centinaia e centinaia, una comunità, una biocenosi, direbbero i biologi.
Naturalmente alcune scuole sono ecosistemi piccoli e graziosi, altre intricate foreste. In alcune ci sono aule dove si respira un senso di libertà, come davanti all’oceano, e in altre spirano venti artici. 
Tutte sono, in quanto ecosistemi, vive. La loro parte inorganica, il cemento, le tapparelle e i bagni, si sfaldano, s’inceppano, s’intasano.
La parte organica cresce, evolve, vince, perde,  invecchia.
Solo i banchi non crescono mai...

giovedì 4 luglio 2013

orti a Bologna

Arvaia vuol dire pisello in dialetto bolognese. E Arvaia (arvaia.it) è il nome della cooperativa di cittadini e contadini nata nel 2013 ai piedi dei colli. Per incontrarli bisogna sporcarsi le scarpe di fango, mettere i piedi tra le zolle di terra dove tra qualche mese spunteranno carote e zucchine. A prendere in mano zappa e badile nel Parco Città Campagna, non saranno uomini e donne con il pollice verde ma impiegati, liberi professionisti, insegnanti che hanno deciso di diventare soci, fruitori e produttori allo stesso tempo. 
Arvaia è nata il 15 febbraio scorso. Manca ancora una delibera del Comune di Bologna, prevista entro fine marzo 2013, che definirà le modalità per l’assegnazione dell’area, ma la cooperativa è già al lavoro. I soci hanno scelto di incontrarsi per iniziare a discutere di un regolamento, di spese da sostenere, di come fare le cassette di verdura che verranno a prendersi, proprio nel luogo dove inizieranno a vangare e a seminare. Qualcuno di loro è già pratico del mestiere, gestisce orti comunali. Altri sono alla prima esperienza: “Quanto tempo dovrò dedicare alla settimana?”, chiede Paola. 
Alla base del progetto c’è la volontà di promuovere la riappropriazione della terra e un ritorno alle radici e alla cultura rurale, in un’ottica di gestione partecipata della produzione agricola. Il mese di marzo segna l’avvio del primo ciclo produttivo: “Inizieremo con la coltivazione di legumi, insalata, bietole, cicoria, aglio e cipolle -ci racconta Cecilia Guadagni, una dei tre contadini impiegati da Arvaia e vicepresidente della cooperativa- poi proseguiremo con il ciclo estivo e con quello autunnale, seguendo la stagionalità”. Tutti prodotti coltivati tramite agricoltura biologica che saranno distribuiti nel raggio di pochi chilometri. Il Parco Città Campagna, in cui si trovano i terreni, è un’area di proprietà del Comune di Bologna di 47 ettari, nel quartiere Borgo Panigale. “Un progetto di ricostruzione del paesaggio tipico della campagna bolognese -ci spiega Francesco Errani, consigliere comunale- affidato all’Asp (Azienda pubblica di servizi alla persona) Poveri Vergognosi, che è fermo dal 2007, anche a causa dell’instabilità politica che ha vissuto Bologna negli ultimi anni”. Errani è il mediatore tra i cittadini costituiti nella cooperativa e l’amministrazione: “C’è la volontà politica da parte del Comune di sostenere il progetto -assicura- ma la burocrazia e la difficoltà di comunicazione tra i diversi assessorati coinvolti e le rispettive strutture tecniche hanno prolungato i tempi”. 
Nel frattempo, i cittadini agricoltori stanno già pensando a risolvere i problemi legati all’acqua, alla costruzione di un pozzo, alla gestione di un frigorifero nella stagione estiva per non far marcire la frutta e la verdura. 
La cooperativa nasce nel solco dei Csa (Community Supported Agricolture, agricoltura sostenuta dalla comunità) associazioni di cittadini presenti in Europa e nel mondo, che si fanno attori nella produzione di cibo biologica e sostenibile…

venerdì 21 giugno 2013

Il paese che coltiva tutta la sua verdura

Nella cittadina vittoriana di Todmorden, West Yorkshire, ci sono 70 grosse aiuole ben in vista, intorno alla città stessa. Se le aveste visitate qualche mese fa, le avreste trovate stracolme di cavoli, carote, lattughe, cipolle primaverili, insomma, di ogni sorta di verdura e foglie di insalata. Tutte li per essere raccolte dalle persone del posto che si stimolano ad aiutarsi a vicenda, e il tutto gratis.
Dunque ci sono (o meglio c’erano): lamponi, albicocche e mele lungo il sentiero del canale; ribes nero, ribes rosso e fragole dietro lo studio medico; fagioli e piselli all’esterno del college; ciliegie nel parcheggio del supermercato, menta, rosmarino, timo e finocchio nei pressi dell’ospedale.
Gli orti sono il segno più visibile di un piano straordinario: rendere Todmorden la prima città nella nazione autosufficiente dal punto di vista alimentare.
“E noi vogliamo farlo entro il 2018” dice Mary Clear, 56 anni, nonna di 10 nipoti e co-fondatrice di “Incredible Edible” (incredibilmente commestibile)”, come viene chiamato il progetto…