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lunedì 20 luglio 2026

Per sentirsi in vacanza non serve partire - Emma Poesy

 

Che sia per ragioni economiche, ambientali o per riposarsi davvero, sempre più persone rinunciano ai grandi viaggi e riscoprono un rapporto più sereno con il tempo libero

Fino a poco tempo fa Sylvie, 36 anni (che come le altre persone citate in questo articolo preferisce non rivelare il suo cognome), era abituata a viaggiare ogni volta che poteva prendere le ferie.

Poi una sera, davanti al computer, mentre stava per prenotare i biglietti del treno e gli alberghi per un soggiorno in Spagna, ha avuto un’illuminazione: “Mi sono chiesta perché stavo organizzando una vacanza anche se, in quel momento, non avevo voglia di partire”, racconta.

Sylvie, che è responsabile della comunicazione in una grande azienda parigina, conosceva già la risposta a quella domanda. “Nel mio ambiente sociale, piuttosto privilegiato, è quasi un obbligo: le ferie sono associate ai viaggi lontani, come se fosse indispensabile fuggire dal proprio quotidiano appena si ha un po’ di tempo libero”.

Eppure, in Francia solo il 60 per cento delle persone parte per una vacanza almeno una volta all’anno, secondo uno studio dell’Osservatorio delle disuguaglianze pubblicato nel giugno 2025.

Ma anche se i viaggi di piacere sono tutt’altro che la norma, hanno un ruolo enorme nell’immaginario collettivo, a sua volta alimentato dall’industria del turismo e dai social media, su cui ogni giorno circolano milioni di foto di paesaggi da cartolina.

È proprio questa rappresentazione che cercano di smontare tutti quelli che invece non partono, vuoi per ragioni economiche, per considerazioni ambientali o per ostilità nei confronti del turismo di massa (e a volte per tutte queste cose insieme).

Restando nel suo appartamento per tutta la durata delle ferie, Sylvie ha deciso di “ascoltarsi davvero”. “Invece di completare una prenotazione che non mi emozionava affatto, mi sono chiesta cosa mi sarebbe piaciuto fare qui a Bagnolet”, racconta riferendosi al comune nella periferia di Parigi in cui vive. Per dieci giorni si è concessa soprattutto il lusso di non fare nulla e di provare a “liberarsi dell’abitudine di ottimizzare costantemente il tempo”, cosa che associa ai suoi ritmi quotidiani.

Un turismo diverso

Sylvie ha passeggiato senza meta per le strade di Parigi, ha letto fino a notte fonda e ha frequentato per la prima volta quei corsi di ceramica di due ore e mezza che la incuriosivano da un po’ ma che non osava prenotare per paura di non avere abbastanza tempo.

Alla fine dei dieci giorni di ferie il bilancio era chiaro: “Per la prima volta sono uscita dall’abitudine di ‘fare’ senza mai fermarmi, per provare semplicemente a ‘essere’”, racconta entusiasta.

Secondo l’antropologa Aude Vidal il desiderio di dedicare più tempo a se stessi potrebbe essere legato anche ai cambiamenti del turismo. “Con la comparsa di Airbnb e il sovraffollamento delle mete turistiche, l’esperienza del viaggio è considerevolmente peggiorata”, sottolinea l’autrice di Dévorer le monde (Divorare il mondo).

“Molte città come Barcellona o Amsterdam hanno finito per somigliare a dei musei e questo rende il viaggio meno interessante o addirittura spiacevole se c’è troppa gente e i residenti diventano poco ospitali”, dice Vidal. “Queste esperienze possono provocare una certa delusione, oltre ad alimentare la crisi ecologica”.

Laura, 27 anni, da qualche mese ha rinunciato ai viaggi in Europa e ai lunghi fine settimana di vacanza. Residente a Grenoble, preferisce usare le ferie per dedicarsi a tutti quei piaceri che il suo lavoro di receptionist non le lascia il tempo di concedersi.

Durante le ferie diventa una turista nella sua città: “Mi piace scoprire nuove cose sul luogo in cui vivo. Anche attraverso gesti molto semplici: esplorare vicoli a cui non ho mai fatto caso, aprire il cancello di giardini che non conosco, entrare nei piccoli negozi in cui di solito non riesco a fermarmi”.

Di recente Laura ha scoperto l’enorme museo di Grenoble, dove ha passato quattro ore a osservare le opere esposte. “Ho potuto soffermarmi su tutto quello che mi interessava, senza dovermi preoccupare del tempo”, racconta. “Può sembrare una cosa da poco, ma è molto diverso da quello che succede quando si è in viaggio e si sente il bisogno di sfruttare ogni secondo al massimo perché si è speso molto per arrivare fin lì”.

Arnaud, 33 anni, già da qualche anno preferisce dedicare un po’ di tempo a se stesso invece di partire per destinazioni lontane. Chef e residente a Nancy, ha sempre amato viaggiare, ma è anche consapevole che “partire non significa davvero riposare. Solo il viaggio, con tutti gli spostamenti, basta a farti perdere un giorno di vacanza, a volte anche di più”.

Arnaud non esclude in futuro di ripartire per una meta lontana – gli piacerebbe andare in Giappone o in Nuova Zelanda – ma oggi preferisce la serenità delle lunghe notti libere rispetto alle grandi partenze. “Quello che mi piace è guardare serie tv una dopo l’altra e uscire con gli amici senza preoccuparmi di arrivare al lavoro esausto il giorno dopo”, spiega.

Forma di privilegio

Marie, insegnante di yoga di 43 anni che vive a Metz, durante le ferie resta spesso in città con i suoi due figli, dedicandosi ai lavoretti in casa e a coltivare l’orto. Questa viaggiatrice quasi pentita preferisce ormai ai lunghi soggiorni le passeggiate e le escursioni in giornata, che le permettono di soddisfare la sua curiosità senza il carico mentale legato alla genitorialità.

“Partire con i figli comporta inevitabilmente un grande impegno logistico”, racconta. “Bisogna fare e disfare i bagagli, ma anche programmare le vacanze in modo che vadano bene per tutti. Tutto questo toglie serenità”.

Secondo il sociologo e autore Rodolphe Christin, che si è occupato molto di viaggi e turismo, imparare a restare a casa implica comunque un lavoro su se stessi: “Quando la nostra esistenza non è riempita dagli stimoli esterni, siamo portati a fare luce su ciò che ci motiva come individui”.

“In altre parole, per essere un po’ meno permeabili alle pressioni della pubblicità e delle norme sociali bisogna riuscire a ‘decondizionarsi’ e scoprire quello che ci appassiona davvero”, dice Christin, sottolineando però che lavorare su se stessi resta comunque “una forma di privilegio”. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 100

da qui

giovedì 14 marzo 2024

Lo scienziato che «non vola» è diventato simbolo del climattivismo mondiale

(intervista di Andrea Di Turi a Gianluca Grimalda)


Gianluca Grimalda si è rifiutato di prendere l'aereo ed è stato licenziato dall'istituto tedesco per cui lavorava.

 

I viaggi low-carbon e il rifiuto di volare sono una forma diffusa di protesta e allo stesso tempo di azione contro la crisi climatica. È il caso di Gianluca Grimalda, ricercatore presso l’Università di Passau, in Baviera, scienziato del clima e attivista del movimento Scientist Rebellion. Per la coerenza con cui ha portato avanti le sue convinzioni, ha perso il posto di lavoro. Di rientro da un progetto di ricerca in Papua Nuova Guina, infatti, Gianluca Grimalda si è visto intimare dall’istituto tedesco per cui lavorava di rientrare velocemente in aereo. Ha rifiutato ed è stato licenziato.

Una storia che ha fatto il giro del mondo (e su cui sta scrivendo un libro) rendendolo un vero e proprio simbolo del climattivismo mondiale. Un suo recente tweet sui rischi di collasso di AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, fondamentale corrente oceanica dell’Atlantico) ha avuto oltre 2 milioni di visualizzazioni. «Ha sorpreso anche me», dice. «Forse vuol dire che la narrativa sulla crisi climatica basata solo sull’aumento delle temperature non basta».

Com’è maturata la sua decisione di rifiutarsi di volare?

Mi sono ispirato agli Scienziati per la responsabilità globale sapendo che, in un viaggio dall’Inghilterra a Kyoto compiuto in treno, traghetti e bici, avevano abbattuto le emissioni di CO2 di otto volte rispetto a un volo. Ho fatto il mio primo “viaggio lento” intercontinentale nel 2011, dalla Spagna alla Cina. Era più che altro un’esigenza personale perché pensavo che i disastri climatici sarebbero arrivati dopo il mio orizzonte di vita. 

Quando ha abbracciato la disobbedienza civile?

Mano a mano mi rendevo conto sia della gravità dell’emergenza climatica, sia del fatto che le Conferenze delle parti sul clima non agivano con la decisione necessaria. Allora ho pensato che bisognava alzare la voce. Alla Cop26 di Glasgow sono entrato in contatto con Scientist Rebellion. Nel 2022 la svolta, quando ho cominciato con azioni di disobbedienza civile che mai prima avrei pensato di fare. Come incatenarmi all’aeroporto dei jet privati di Linate, o incollarmi al padiglione del museo dell’auto a Wolfsburg.

Nel mondo accademico si stanno diffondendo prese di posizione come la sua?

Qualche sviluppo c’è, ma di più non direi. Persone come Julia Steinberger, autrice di rapporti del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC), che tra l’altro mi ha dato un grande supporto, sposano la causa dell’attivismo. Altri, invece, pur volendo impegnarsi e facendo affermazioni radicali su ciò che va fatto per il clima, non arrivano a varcare la soglia della disobbedienza civile. Che, va detto, comporta molti costi da pagare sul piano personale, che gli attivisti tendono a nascondere. Anche se ci sono tanti modi di fare disobbedienza civile.

Vale a dire?

C’è la disobbedienza civile indiretta, dove ad esempio blocchi una strada per dare visibilità a una determinata istanza. Non sono però convinto che porti a conseguenze positive, al consenso nell’opinione pubblica, perché c’è il rischio che si guardi all’atto e non al messaggio. Poi c’è quella diretta, dove la protesta è mirata contro chi identifichi come “colpevole”, ad esempio bloccando in massa gli scavi di una miniera di carbone come è successo a Lützerath. Trovo che in questo modo il messaggio sia più chiaro.

Poi c’è differenza tra azione personale e collettiva. Personalmente ho trovato un grande consenso quando ho detto no al mio datore di lavoro che voleva rientrassi in aereo. Forse perché il sacrificio che comportano azioni come questa è più evidente e comprensibile, anche se ammetto che, avendo una posizione accademica, probabilmente ho più ascolto e ho bisogno di fare di meno. Tuttavia l’azione individuale, anche se può spostare le coscienze, produce effetti maggiori quando si inserisce in un’azione collettiva. Comunque non considero la disobbedienza civile l’unica strada: credo siano molto efficaci, ad esempio, le climate litigation, che si stanno sviluppando molto. Concordo con Peter Kalmus: occorre combattere su diversi piani e con diverse strategie, avanzando per prove ed errori.

Che tipo di narrazione ritiene più efficace sulla crisi climatica?

La difficoltà principale è che la nostra mente procede per generalizzazioni di solito non fondate logicamente, utilizzando molto più il pensiero intuitivo, veloce, rispetto al pensiero razionale, lento. Dire che se superiamo certi limiti di aumento delle temperature siamo spacciati, o che abbiamo solo un tot. di anni per salvare il Pianeta, oltre che fattualmente sbagliato secondo me è controproducente. Credo invece possa funzionare soprattutto aiutare le persone a cambiare il punto di riferimento. Mi spiego: non dobbiamo indorare la pillola, è giusto dire che abbiamo già perso molto, che siamo oltre la safe climate zone, che siamo vicini al collasso degli ecosistemi anche se non sappiamo quanto.

Tutto questo ovviamente fa paura, ma la paura associata alla possibilità di azione è una leva potentissima. Per cui bisogna anche dire che dobbiamo lottare per non perdere ancora di più: accettare la perdita, cioè, ma essere consapevoli che c’è tantissimo da difendere, che forse abbiamo già “perso” la Groenlandia ma possiamo salvare l’Amazzonia. Perché è vero che come il Titanic stiamo andando incontro a un iceberg, ma arrivarci a 20 invece che a 100 all’ora fa molta differenza. Diminuire la velocità d’impatto può voler dire salvare milioni di vite.

https://valori.it/gianluca-grimalda-scienziato-simbolo-climattivismo/

martedì 13 aprile 2021

I viaggi e i non-viaggi degli altri - Marco Aime

A differenza di Claude Lévi-Strauss io amo i viaggi e ho sempre amato viaggiare. Per questo, come molti altri, ne sento la mancanza. Leggo, da mesi a questa parte, molti sfoghi di amici e conoscenti che si lamentano di questo blocco, che ci impedisce di viaggiare. Pur condividendo questa sensazione di vuoto, credo che questa situazione sia utile per riflettere sulla nostra condizione privilegiata.

Il viaggio è diventato per noi uno svago abbastanza accessibile. A partire dagli anni Settanta i costi dei voli aerei sono diminuiti fortemente e luoghi che prima erano “lontani” sono diventati a portata di mano di qualunque individuo di medio reddito. Il mondo si è rimpicciolito: Asia, Africa, America latina sono diventate mete facili da raggiungere, ottime per appagare le nostre curiosità e il nostro immaginario esotizzante e per costruirci un’identità di “viaggiatori” (non “turisti”, non sia mai!).

Abbagliati da questo scenario e ingolositi dalla voglia di viaggio, quante volte ci siamo resi conto che le genti che spesso incontravamo nei nostri viaggi, non avevano mai avuto la possibilità di “viaggiare” per piacere. Quante di quelle persone avrebbero trascorso la loro vita nel loro villaggio, perché persino la città più vicina era inaccessibile per i loro poveri mezzi? Oppure il loro viaggiare era una costrizione, non una scelta: viaggiare per trovare un destino migliore. È la condizione di molte persone nel mondo ancora oggi, con l’aggiunta di un paradosso: molte delle rotte frequentate dai viaggiatori, sono le stesse percorse dai migranti, ma contromano e molto più care e costose.

Il viaggio, se interpretato come esperienza, può essere una buona scuola: «Il mondo ci insegna a essere umili» ha scritto Ryszard Kapuscinski e se sappiamo leggerlo possiamo imparare molto su di noi. Possiamo farlo prendendo gli altri come specchio, che ci restituisca un’immagine di noi, diversa da quella che siamo abituati a vedere. Durante i miei soggiorni in Africa quanto volte mi è capitato di sentirmi chiedere quanto era costato il biglietto aereo per venire fino lì. E la risposta era: il reddito medio annuale di una famiglia locale. E con il denaro della mia macchina fotografica, si sarebbero potuti mandare a scuola decine di bambini. Spesso chi viaggia, al suo ritorno, racconta: “Ho visto quello, ho visto questo…”, ma troppo poco spesso raccontiamo di come siamo stati visti.

Forse questa pausa forzata può servire a ripensare i nostri viaggi e a pensare ai non viaggi degli altri. Comprendere che siamo stati fortunati e gioire per questo, anche se oggi ci manca. Proviamo a metterci dall’altra parte e forse le cose sembreranno molto meno pesanti di quanto non siano. Torneremo a viaggiare? Credo di sì, ma sarebbe bello se lo facessimo con una coscienza diversa, allora questa sospensione sarà servita a qualcosa. “Al momento dell’imbarco fate che abbia cura di non portare in viaggio se stesso. Molti uomini – diceva Seneca – non ritornano migliori di quando sono partiti, si portano con sé nel viaggio”.

Ecco, proviamo a non portarci con noi e a guardare con gli occhi degli altri. Il mondo sarà diverso.

da qui

sabato 23 maggio 2020

La stupidità della vita urbana - Raúl Zibechi



Un amico messicano, ormai più di dieci anni fa, mi ha chiesto: cosa succederebbe se a Città del Messico ci fosse un collasso idrico? Non avevo mai immaginato una tale evenienza, quindi sono rimasto senza parole. Senza dubbio, nel giro di pochi giorni, la situazione sarebbe diventata caotica, ci sarebbe stata violenza per l’acqua e molte persone avrebbero cercato di lasciare la megalopoli, trasformata in una trappola da cui non sarebbe stato facile evadere.
Da un mese a questa parte accade qualcosa di insolito a Lima e, su scala ridotta, in diverse città di provincia del Perù. Migliaia di persone stanno lasciando la capitale, la cui area metropolitana conta più di 10 milioni di abitanti (9,5 milioni secondo i dati ufficiali del 2017). Ma il problema di Lima non è solo l’enorme concentrazione di popolazione. Ci sono almeno altre due questioni.
La prima è che la città è cresciuta in modo esponenziale, come buona parte delle città latinoamericane. Nel 1957 Lima aveva 1,2 milioni di abitanti. Nel 1981 erano quasi 6 milioni. Nel 2004, erano arrivati a 8,5 milioni, con il 60 per cento costituito da migranti andini, che avevano costruito tre enormi insediamenti a forma di cono (a nord, a est e a sud), dove trovavano spazio i servizi, le abitazioni e gran parte degli spazi collettivi.
La seconda questione è l’enorme vulnerabilità dei settori popolari. Il settanta per cento delle persone lavora in quel settore che lo Stato chiama “informale”: commercio ambulante nei mercati e per le strade, lavorazione e vendita di prodotti alimentari, produzione degli articoli più diversi, dall’abbigliamento ai video, oltre a varie attività illegali. Infine, Lima si trova in un deserto senza acqua, arido e disabitato, gelido o ardente, a seconda della stagione.
La valanga di migranti è stata descritta negli anni ’80 dall’antropologo José Matos Mar come una “tracimazione popolare”. [Cfr. Matos Mar J., Desborde popular y crisis del Estado, Congreso del Perú, Lima, 1984, citato in Zibechi R., L’irruzione degli invisibili, Edizioni PIAGGE, Firenze 2018, ndt].
Come dovremmo chiamare oggi la migrazione inversa, l’abbandono massiccio della gigantesca e opprimente città?
I dati sono molto eloquenti. Di fronte alla partenza, perfino a piedi, di famiglie intere, che nella lunga camminata dormono dove possono, correndo enormi rischi (ci sono già stati annegamenti per l’attraversamento di fiumi e omicidi per rapina), lo Stato ha aperto un albo presso cui registrarsi per essere trasferiti. Il 25 aprile erano 167 mila le persone che volevano tornare nei loro villaggi o città. Meno di 5 mila sono stati trasportati dallo Stato (si veda “La dura travesía de los más pobres: pandemia y desempleo expulsan a miles de migrantes”).
Evidentemente ce ne sono moltissimi altri che se ne sono già andati e altri ancora che desiderano farlo. Fuggono dalla fame, dalla solitudine e dalla mancanza di solidarietà. Intere famiglie con i loro figli stanno cercando di raggiungere i loro villaggi, dove li aspettano parenti che coltivano i loro terreni e che possono accoglierli e sfamarli.
Lo storico Fernand Braudel diceva che il momento del naufragio è il più significativo, perché rende visibili i punti di rottura, i difetti di costruzione e la progettazione difettosa. Nelle nostre società, questi “difetti strutturali” sono l’individualismo, il consumismo e tutti gli atteggiamenti che tra i settori popolari sono funzionali al capitalismo.
Non ha molto senso incolpare il sistema (il capitale o lo Stato) per i nostri mali se, allo stesso tempo, non proponiamo e cerchiamo modi per superarli. Non ho il minimo dubbio che il sistema capitalista, lo stesso che opera negli Stati Uniti, in Europa o in Cina, abbia un’enorme responsabilità nella pandemia e, in modo del tutto particolare, nell’enorme mortalità che provoca tra i più poveri.
I dati rivelati dal quotidiano O Globo lo scorso primo maggio su Rio de Janeiro non lasciano spazio a dubbi. Mentre a Leblon [Quartiere di Rio con la più alta quotazione immobiliare per m2 in America Latina, N.d.t] il tasso di mortalità degli infetti è del 2,4 per cento, nel complesso delle favelas di Maré raggiunge il 30,8. Queste informazioni ci dicono che il tasso di mortalità tra i poveri è 13 volte superiore a quello che si riscontra tra i ricchi.
Non credo agli analisti che dicono che la pandemia ci conduce alle soglie del comunismo, o che adesso l’umanità ha la possibilità di cambiare rotta. Non vedo il minimo sintomo che qualcosa del genere sia in arrivo, anzi, vediamo come i potenti stanno intensificando i loro piani genocidi: dalla massificazione del telelavoro e del controllo digitale a mega-progetti come il treno Maya [una linea ferroviaria di interesse turistico e commerciale lungo i 1500 km della penisola dello Yucatan, che avrebbe un devastante impatto sulle popolazioni interessate, ndt], tra molti altri.
La frase di Marx, che ho capovolto nel titolo di questo articolo (nel Manifesto del Partito Comunista, Marx menzionò la “stupidità della vita rurale“), non va presa alla lettera, ma valutata come un portato del suo tempo. Marx riteneva che la borghesia fosse rivoluzionaria e aveva piena fiducia nello sviluppo delle forze produttive e nei progressi tecno-scientifici come garanzia del progresso dell’umanità.
Non siamo obbligati a insistere nel ragionare in questo modo. Un secolo e mezzo fa non c’erano né il femminismo né l’anti-colonialismo, che si sono sviluppati pienamente nel XX secolo e che dovrebbero avere cambiato il nostro modo di vedere il mondo con l’emergere di soggetti collettivi come i popoli originari e le donne dei settori popolari.
La nostra fedeltà oggi dovrebbe essere rivolta ai popoli, che sono più avanti di qualsiasi teoria, come ci insegnano i migranti che stanno lasciando Lima.

Fonte: “La idiotez de la vida urbana “, in La Jornada, 08/05/2020
Traduzione a cura di Camminardomandando


mercoledì 25 marzo 2020

Elogio della paura e altre storie (lezioni da un viaggio in Afghanistan) - Paolo Rumiz


In guerra si imparano le cose in fretta. Capita anche ai reporter più collaudati. A me è capitato in Afghanistan, nel novembre del 2001, due mesi dopo l'attacco alle Torri gemelle di New York. E' stato lì, che in soli cinque giorni, ho imparato tre delle cose più importanti della mia vita.

La Nato aveva iniziato a bombardare i Taliban e io ero stato mandato a Islamabad, in Pakistan, per tentare di passare la frontiera e raggiungere Kabul alla prima occasione. E' il 7 novembre quando arrivo in volo dall'Italia. Dopo pochi giorni sono preso dalla claustrofobia. Sono in mezzo a colleghi di tutto il mondo, le comunicazioni sono facili, il ristorante è buono, ma mi annoio. Sono troppo lontano dagli eventi. Lontano dalla realtà. Ho bisogno di polvere, di strade, di facce, delle montagne dell'Hindukush.
Il 13 novembre salto su un autobus per il Kyber Pass, la mitica frontiera, sbarrata da due mesi a causa della guerra. Percorro al contrario la stessa strada seguita da Alessandro Magno ventiquattro secoli prima. Non ho un interprete ma mi esprimo a gesti. Ho uno zaino di sei chili e con dentro un telefono satellitare. Sono libero. Respiro.

Al passo trovo centinaia di pakistani e afghani di etnia pashtun in attesa di passare. Sono lì in attesa da settimane, un mese. Hanno pazienza. Pregano sulle alture desertiche, accendono piccoli fuochi, scaldano del thè, comprano pane e formaggio dai pastori. La notte si raggomitolano sotto un plaid e dormono sotto le stelle.
Fraternizzo con loro a gesti. Divido il mio cibo. Dormo accanto ai loro fuochi. Ascolto i loro canto melanconici e provo a cantare qualcosa anch'io. Riesco a comunicare a gesti e con dieci parole base di inglese. Gli uomini delle montagne cominciano a conoscermi, a fidarsi di me. Divento uno di loro. E, incredibilmente, delle notizie trapelano. Non conosco la lingua, ma il destino di quelle vite mi consente di avere un primo quadro della situazione.
Sono stupefatto. Mi sento a casa. Sulla nuda terra, sotto le stelle dell'Hindukush mi sento più protetto e ho più notizie che nell'albergo internazionale di Islamabad. Le facce che mi circondano sono le facce dei miei avi. Facce, familiari, indo-europee. Mi accorgo di avere appreso una prima grande lezione: la condivisione è un'arma formidabile, abbatte ogni ostacolo. Anche la barriera linguistica.
Il 14 novembre il tam-tam delle voci comunica che è attesa una carovana di camion carichi di mujaheddin armati che hanno il permesso di entrare in Afghanistan per combattere i Taliban. E' un'occasione da non perdere. Forse potrò superare il confine. Come non so, ma ci provo. Mi sistemo su un tornante a un chilometro dalla frontiera e aspetto, col cuore che batte a mille.
Verso l'una una colonna di camion scende verso il posto di blocco lasciandosi alle spalle una scia di polverone. Sono più di cento. Il cassone dei mezzi è pieno di guerrieri barbuti con fucili mitragliatori. Facce contente, come di chi va in vacanza. I Pashtun sono fatti per la guerra. La colonna si ferma davanti alla sbarra di confine, lasciandosi alle spalle una coda interminabile…

martedì 10 marzo 2020

Duemila e duecento chilometri nel verde - Annamaria Testa (11)



Finisce il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

È una curiosa sensazione. Come se fossimo arrivati al punto di svolta del nostro viaggio. Ci troviamo dall’altra parte del mondo e più lontani di così non si può più andare. In realtà, siamo quasi dall’altra parte del mondo (la Nuova Zelanda è, per l’esattezza, agli antipodi della Spagna) ma, insomma, l’idea è questa.
Il paese è composto dalle due isole maggiori del Nord e del Sud, separate dallo stretto di Cook e da una miriade di isole minori. È poco (30mila chilometri quadrati) più piccola dell’Italia.
Non solo la forma del territorio, ma anche il clima rimanda all’Italia: la Nuova Zelanda ha la nostra stessa latitudine ed è, per esempio, una discreta produttrice di vini, mentre l’Italia è la seconda produttrice mondiale di kiwi, dopo la Cina (e prima della Nuova Zelanda).
Insomma, siamo sì lontanissimi, ma ci sentiamo contemporaneamente un po’ a casa. Anche questa è una curiosa sensazione.

Rinascimento māori
Una differenza rilevante è che in Nuova Zelanda c’è meno passato, più natura, meno gente: neanche cinque milioni di abitanti. Le pecore, invece, sono più di 30 milioni: circa sette pecore per ogni neozelandese. Alla fine degli anni ottanta c’erano un po’ meno abitanti e molte più pecore: il rapporto era di uno a venti.
Un quinto circa dei neozelandesi è di ascendenza māori. Sono il secondo gruppo etnico del paese. La loro storia e la loro condizione presente sono radicalmente diverse da quelle delle popolazioni aborigene australiane. Eppure la colonizzazione britannica è iniziata in entrambe le nazioni nello stesso periodo storico, alla fine del 1700.
Ricapitoliamo: i māori migrano in Nuova Zelanda tra i mille e i settecento anni fa. Vengono dalla Polinesia, navigano di isola in isola su canoe robuste e veloci, si spingono a nord fino alle Hawaii, a est fino all’isola di Pasqua, a sud fino ad Aotearoa, la terra della grande nuvola bianca: la Nuova Zelanda, appunto. Dove, nel giro di qualche centinaio d’anni, sviluppano una cultura e costumi peculiari.
Gli aborigeni arrivano in Australia cinquantamila anni prima. Quando i britannici approdano sulle coste australiane, loro vivono isolati in circa 500 piccole comunità di cacciatori-raccoglitori, prive di una lingua comune e disperse su un territorio enorme. Non hanno confini né insediamenti agricoli riconoscibili: per i colonizzatori è dunque facile dichiarare che l’intero continente è terra nullius e che chiunque può impossessarsene. Gli aborigeni vengono così cacciati dalle loro terre, poi segregati e decimati dai bianchi e dalle malattie che questi portano con sé. Restano in larga parte segregati ed emarginati ancora oggi, mentre il paese comincia, a fatica, a fare i conti con la sua cattiva coscienza, e continua ad avere un atteggiamento ambivalente verso i pochi discendenti delle popolazioni autoctone.
I māori commerciano da subito con gli inglesi. Sono guerrieri valorosi, si fanno rispettare e si uniscono per negoziare da posizioni di maggior forza. Nel 1840 sottoscrivono il trattato di Watangi, che garantisce loro il possesso delle terre in cambio del riconoscimento della sovranità britannica. Ancora oggi il trattato è considerato il documento di fondazione della nazione.
Seguono alcuni decenni di ulteriori controversie sui territori, e guerre, e confische e conseguenti rivendicazioni. Anche per i māori, arrivano le malattie portate dall’uomo bianco e la popolazione decresce in maniera significativa. Ma nella seconda metà del secolo scorso prende vita un movimento di protesta e riaffermazione identitaria che consegue risultati rilevanti e dà origine a un vero e proprio rinascimento māori.
La popolazione māori ha tuttora una speranza media di vita e un reddito medio più bassi di quella della popolazione bianca, ma il divario è minore rispetto agli aborigeni australiani. E, soprattutto, il governo laburista, di stampo socialdemocratico e guidato da Jacinda Ardern (che ha dato alla propria figlia un secondo nome māori) sembra intenzionato a colmarlo – “closing the gaps”.
Oggi in Nuova Zelanda il māori è lingua ufficiale, insieme all’inglese. Lo insegnano nelle scuole, si usa nel parlamento, e va di moda. Sono māori moltissimi toponimi. Sono māori i i simboli e i fregi che adornano gli edifici pubblici. I matrimoni misti sono frequenti, e i tatuaggi māori sono ampiamente diffusi anche tra la popolazione bianca.

Una città di mare
La sensazione immediata, anche per chi come noi arriva da turista, è che tutto sommato i neozelandsi siano orgogliosi della loro anima māori, e la considerino una componente rilevante e qualificante della propria identità nazionale.
In Nuova Zelanda, più dell’85 per cento della popolazione vive nelle città, e oltre il 30 per cento vive ad Auckland. È lì che atterriamo.
È una città di mare, estesa, moderna con qualche testimonianza ben conservata del recente passato ottocentesco. Ed è tuttora in pieno fervore edilizio. In centro c’è l’enorme cantiere per la costruzione della metropolitana, e un cartello annuncia trionfalmente che “we are building first Aukland’s underground railway right here!”. È il più grande progetto infrastrutturale mai realizzato nel paese.
L’area del porto è moderna e ariosa, con ampie zone pedonali, ed è piacevole camminarci guardando le barche ormeggiate. Girovaghiamo per il centro, passiamo attraverso il comprensorio dell’università e ci spingiamo a piedi fino al quartiere di Parnell: graziose case di legno e la chiesa di St. Mary, “una delle più belle chiese lignee del paese”, dice la guida.
Ci basterà uscire dalla città per renderci conto che il paese è verde, verdissimo. Che il paesaggio, nelle sue espressioni più dolci e in quelle più imponenti, è bello di una bellezza quasi esagerata. E che la natura è rigogliosa, in ampie aree intatta, incantevole, sorprendente, multiforme.
Abbiamo noleggiato un’auto e pianificato alcune tappe nell’Isola del Nord. Da Auckland ci muoviamo verso est, in direzione di Whitianga, ma cominciamo da subito a deviare dal percorso principale dirigendoci verso lo Hunua ranges regional park. Le deviazioni saranno una caratteristica ricorrente di questo viaggio.

Un atto di gentilezza
Abbiamo fatto benzina ma ci siamo scordati di comprare dell’acqua e qualcosa da mangiare. Ci tocca percorrere diversi chilometri prima di trovare, affacciato su una rotonda in mezzo al nulla, un negozio di alimentari.
È piccolo e sgangherato: vende solo bibite, gelati, chewing gum e misteriose scatolette dall’aspetto poco affidabile. Prendiamo una bottiglia di minerale e un pacchetto di fazzoletti, ma il negoziante non accetta carte di credito e noi non abbiamo valuta neozelandese (mio figlio sostiene che portarsi dietro i contanti è “antico”. Io controbatto che a volte è utile. E non ne veniamo mai a capo).
In sostanza, ci tocca lasciare la merce sul bancone.
Dietro di noi, in coda alla cassa, c’è un ragazzone in felpa.”Vi pago io la spesa”, dice. Lo ringraziamo, gli rispondiamo che non è necessario e usciamo.
Siamo già risaliti in auto quando lo vediamo correre verso di noi agitando l’acqua e i fazzoletti: “Li ho presi per voi, qui intorno non ci sono tanti altri negozi”, dice. È tutto contento e ci fa un gran sorriso.
Il suo regalo ci appare come un gesto di buon augurio per l’intero viaggio.
Se racconto questo episodio, è perché è entrato stabilmente a far parte dei miei ricordi neozelandesi. Perché mi ha sorpresa e commossa. E perché credo che gli atti di gentilezza vadano onorati.
L’Hunua ranges, con una bella cascata e un lungo sentiero che scende e sale tra i boschi, è all’altezza delle aspettative. Camminare in mezzo alla natura a mio figlio piace molto. E a me piace camminare nel verde insieme a lui. Ogni tanto chiaccheriamo, ogni tanto stiamo zitti e ci guardiamo intorno. Ogni tanto, clic clic, scatto una foto.
Vediamo felci dappertutto, da quelle minuscole a quelle gigantesche. Nel paese ce ne sono deucento varietà.
La felce argentata si chiama così perché la parte inferiore delle foglie è bianca, e brilla sotto la luna. Non è un arbusto, ma un albero che può arrivare a diversi metri di altezza. Si trova molto facilmente nell’Isola del Nord e lungo le coste dell’Isola del Sud.
Dal 1880 è uno dei simboli del paese: compare sulla coda degli aerei della compagnia di bandiera e sulle monete da un dollaro, sul marchio delle ferrovie, sulle uniformi dei corpi di peacekeeping e sulle maglie degli All Blacks, la fortissima squadra nazionale di rugby.
Per i māori, che usavano rovesciarne le foglie perché il loro brillio indicasse i sentieri di notte nel fitto della vegetazione, il germoglio arrotolato della felce argentata indica rinascita. La foglia adulta simboleggia forza, resistenza e potere permanente.
La strada verso Whitianga procede lungo la costa, ed è un infinito susseguirsi di fiordi e distese erbose. Senza nemmeno averlo deciso, abbiamo inaugurato una routine che ci accompagnerà per l’intero viaggio: partire presto per una nuova tappa, deviare una o due volte verso un percorso promettente, camminare per alcune ore, raggiungere la nostra destinazione verso sera, fare la spesa in un supermarket per il giorno successivo (questo è un miglioramento sostanziale rispetto alla nostra prima giornata), guardarci un po’ attorno per capire dove siamo arrivati, cenare e pianificare la tappa successiva prima di crollare addormentati.
Una parte delle foreste native neozelandesi è stata abbattuta nell’ottocento, e ora le pendici di molte montagne sono state riforestate e appaiono coperte da fittissime distese di conifere. Ogni tanto vediamo una mezza montagna del tutto privata d’alberi da un taglio recente, brulla come se fosse passato un tornado. Ogni tanto passiamo accanto a una distesa di alberelli appena messi a dimora. Ci vogliono meno di trent’anni perché un esemplare della varierà Pinus radiata, la più diffusa, giunga a maturazione e sia pronto per il taglio.
L’industria del legno copre il 12 per cento delle esportazioni ed è il terzo comparto del paese per importanza, dopo la carne e i latticini.

Rotorua
L’epicentro dell’industria neozelandese del legno è Rotorua. È anche una località significativa per la cultura māori e per la geotermia: nell’area ci sono 14 laghi vulcanici.
Abbiamo accuratamente evitato di infilarci nelle affollate visite ai luoghi in cui è stata girata la saga del Signore degli anelli, e Rotorua è il posto più turistico tra quelli in cui ci fermiamo.
La cittadina è linda, moderna con qualche isolato edificio del periodo coloniale. L’aria sa di zolfo ma dopo un po’ ci si abitua, le sorgenti mandano vapori, gli specchi d’acqua possono avere colori incredibili e i geyser meritano una visita. Un’infinità di bei sentieri permette di scoprire i dintorni con calma.
Stiamo camminando lungo un rivo quando, “ehi, ehi!”, sull’acqua vedo nuotare un cigno nero – il simbolo di tutto ciò che è sommamente improbabile – e subito comincio a fantasticare sul privilegio di una scoperta così speciale. Quasi quasi mi aspetto di vedere, alla svolta successiva, un unicorno.
E invece no: bastano pochi passi per verificare che, da quelle parti, tutti i cigni sono neri e che l’eccezione, se mai, sarebbe un cigno bianco.
Gli antipodi, appunto.
Tutto il cuore dell’Isola del Nord è fitto di vulcani. Viaggiamo lungo la riva del lago Taupo. È rotondo ed enorme, il più grande del paese. Corrisponde alla caldera di una remota eruzione e la riva opposta, mascherata dalla caligine, si vede a stento.
Altri tre vulcani ancora attivi si ergono poco più oltre, nel parco del Tongariro: è un’area protetta, patrimonio Unesco. Saliamo fino al Wahakapapa village, parcheggiamo l’auto tra quelle degli sciatori e prendiamo un sentiero che si snoda salendo lungo le pendici. Il paesaggio è brullo, solenne, imponente. Non c’è nessuno: gli unici esseri umani che incontriamo sono due forestali che manutengono l’inizio del sentiero con una solerzia da giardinieri giapponesi.
Scendiamo verso valle attraversando una foresta fresca, ombrosa e muschiosa. E poi prendiamo un altro sentiero e risaliamo nuovamente lungo la prima parte del Tongariro crossing alla ricerca delle Emerald pools. La guida del National Geographic dice che “è la più bella escursione giornaliera del mondo” e forse esagera, ma non così tanto.
Alla fine della giornata siamo… sì, la parola giusta è “inebriati”. Siamo, letteralmente, inebriati di spazi aperti e paesaggio.
La mattina successiva, secondo i piani, dovremmo ripartire verso Auckland. Non abbiamo per niente voglia di farlo. Mio figlio ed io ci guardiamo in faccia: e “quando mai ci torniamo, in Nuova Zelanda?”
Così decidiamo di spostare il volo di qualche giorno e di raggiungere l’Isola del Sud.
Dopotutto, muoversi verso sud significa andare verso le aree più fredde e le montagne più alte del paese. Non è ancora primavera, non siamo equipaggiati per affrontare temperature troppo rigide e dovremo giocare a rimpiattino con il meteo, scegliendo giorno per giorno la meta seguente in modo da evitare il maltempo, per quanto possibile.
A Wellington lasciamo l’auto, che non può essere trasportata da un’isola all’altra, e prendiamo il traghetto per Picton.
Navighiamo insinuandoci tra mille fiordi. Le rive sono boscose e intatte. Il mare è calmo, ed è quasi sera.
Penso che la costa che sto guardando è esattamente così come l’ha vista James Cook duecento e rotti anni fa, e come ancora prima l’hanno vista, dalle loro piroghe, i māori arrivati su questa terra priva di ogni precedente presenza umana.
Da Picton (il meteo ci guida e, soprattutto, ci assiste) procediamo lungo la costa nord. Non ci fermiamo negli alberghi ma cerchiamo stanze in affitto e riusciamo perfino a rimediare un bucato notturno. Questo ci aiuta a restituire un minimo di decenza a un bagaglio che, come diceva mia nonna, ormai cammina da solo anche lui.
Ci ha preso una specie di frenesia di vedere tutto quanto è possibile.
Ci spingiamo fino a French Pass (l’immagine che apre questo articolo) lungo una strada sterrata che segue gli infiniti ghirigori della costa, superando i cancelli e le grate che separano un pascolo dall’altro. Ogni tanto sulla strada sbuca una pecora con il suo piccolo. C’è un vento bestiale che scompiglia l’erba e qualche cespuglio basso e piumoso e che, quando lasciamo l’auto, ci obbliga a camminare piegati in avanti.
Mi accorgo che non sto più scattando singole foto ma solo immagini panoramiche: quel che vedo non ci sta, in una singola inquadratura.
Nelson è una graziosa cittadina: è l’insediamento più antico dell’Isola del Sud, e il secondo più antico dell’intera Nuova Zelanda. Ci sono case di legno dai toni confetto, una chiesa con uno stranissimo campanile e, nel parco cittadino, un monumento bruttino, a segnalare che siamo arrivati nell’esatto punto centrale della Nuova Zelanda.
Il parco Abel Tasman è poco distante. Risaliamo la costa in barca e ritorniamo a piedi. Il Coast Track sale e scende tra boschi e spiagge costellate di conchiglie: sono dodici chilometri e quattro ore incantevoli. Forse d’estate non sarà così (il parco è molto frequentato) ma noi incontriamo solo un paio di coppie di camminatori, con i quali scambiamo un cenno di saluto. E poi via, ciascuno nella sua direzione.
Scendiamo ancora a sud, verso i Nelson lakes. Uno dei nostri assi nella manica è un’app che si chiama All trails. Indica, in moltissimi paesi del mondo e anche in Nuova Zelanda, quali sono i sentieri più interessanti, dice dislivelli, grado di difficoltà, mappe, tempi di percorrenza. In questo viaggio l’abbiamo usata spesso.
È mio figlio a scegliere il Mount Robert Loop. Sono otto chilometri, niente di che, dice, ma mi tace il fatto che siano anche più di 600 metri di dislivello.
Arrivo in cima piuttosto provata, ma apprezzo il fatto che lui, che sale veloce come un camoscio, si sia fermato ad aspettarmi, e che un paio di volte mi abbia perfino chiesto se ce la facevo (risposta piccata: certo che sì).
C’è ancora neve. La vista – prati e montagne innevate, i laghi, boschi e vallate a perdita d’occhio – vale la fatica.
Lì in cima facciamo un incontro stravagante: due ragazze e un ragazzo cinesi, vestiti e calzati in modo del tutto inadeguato, intenti a scattarsi selfie e a sguazzare nella neve. Ci chiedono una foto tutti assieme.
Mi domando come hanno fatto ad arrivare fin lì, quanto ci vorrà prima che si accorgano di avere i piedi fradici e gelati, come faranno a scendere lungo il sentiero ghiacciato. E quanto tempo ci vorrà prima che su quel sentiero così tosto si snodi una fila di turisti cinesi, tutti vestiti alla moda e tutti con le scarpe sbagliate.
Ci muoviamo ancora verso sud e arriviamo fino alla penisola di Banks e ad Akaroa, l’unico insediamento francese in Nuova Zelanda. La penisola è rigogliosa, dolce e frastagliatissima, la strada che scende verso il mare rivela folgoranti squarci di paesaggio e la cittadina è vezzosa. Poi risaliamo verso Christchurch.
È la maggiore città dell’Isola del Sud, la terza più popolosa del paese, ed è un punto di partenza per le esplorazioni antartiche. È stata ferita tra il 2010 e il 2012 da una violenta serie di terremoti, che hanno ucciso quasi 200 persone e danneggiato migliaia di costruzioni. I begli edifici vittoriani dell’università sono rimasti in piedi, ma la cattedrale è stata pesantemente danneggiata e mostra ancora gli squarci: la municipalità ha perfino pensato di abbatterla per via dei costi di ripristino troppo alti, ma ora ci ha ripensato.
Vediamo che i grandi giardini sul fiume Avon stanno già rifiorendo, e che stanno rinascendo anche i quartieri: la ricostruzione sembra a buon punto. La prima costruzione a essere completata è stata, nel 2013, una cattedrale di cartone disegnata dal giapponese Shigeru Ban. Dentro c’è un discreto viavai di gente che tocca i muri, scatta foto e prende appunti.
Un aereo ci riporta a Auckland. Prima di ripartire per il Cile facciamo in tempo a vedere il War memorial museum che ospita, tra le altre cose, un’impressionante canoa da guerra māori e un’altrettanto impressionante sezione sui vulcani.
Abbiamo percorso il paese per più di duemila chilometri. Abbiamo camminato e camminato per quasi altri duecento. In valigia, chiusa tra le pagine della guida del National Geographic, ho una piccola foglia di felce argentata.


mercoledì 4 marzo 2020

Il cuore dell’Australia e il momento perfetto - Annamaria Testa (10)



Continua il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

Da Sydney a Uluru ci sono circa tre ore di volo. Sono seduta vicino al finestrino e non riesco a smettere di guardare giù.
La sterminata distesa dell’outback scorre piatta, intatta e primordiale. La superficie è una variabile, capricciosa mescolanza di diverse tonalità di rosso, dal più pallido al più cupo, segnata dalle venature contorte dei torrenti in secca e dalle macchie più scure degli arbusti.
Gli unici segni di presenza umana sono le rare, sottilissime tracce delle piste di terra battuta che attraversano la distesa procedendo dritte e perdendosi nell’orizzonte.
Uluru, il cuore dell’Australia, il monolite roccioso che è il luogo più sacro per le popolazioni aborigene, si erge solo e imponente nel mezzo del nulla, ancora più rosso di tutto quel rosso. È un inselberg, una montagna-isola. Le forme morbide lo fanno somigliare a una creatura addormentata, gigantesca e arcaica.

I nomi dei luoghi
In realtà, la creatura se ne sta per la maggior parte sommersa sotto la crosta terrestre. Quella che vediamo è solo una delle sommità di un’enorme placca di arenaria che riemerge a 25 chilometri di distanza, con le 28 cupole tondeggianti di Kata Tjuta, ben visibili da Uluru, e poi a cento chilometri di distanza, con il monte Conner: enorme, bordi scoscesi e sommità piatta come una tavola.
Stiamo andando verso il parco nazionale di Uluru-Kata Tjuta. Atterreremo all’aeroporto di Ayers Rock, il nome occidentale attribuito alla configurazione nella seconda metà dell’ottocento in onore dell’allora governatore della regione.
I titoli di proprietà dei luoghi sono stati restituiti solo nel 1985 alla comunità locale degli aborigeni anangu, che ora gestisce l’area in accordo con il governo australiano. Il nome originale aborigeno della roccia è stato recuperato nel 1993 come Ayers Rock/Uluru, e modificato nel 2002 in Uluru/Ayers Rock.
Nei giorni seguenti dovremo attraversare un discreto pezzo di deserto, e quindi abbiamo noleggiato un’auto. A mio figlio tocca cimentarsi per la prima volta nella sua vita con la guida a destra ed è preoccupato, ma sarebbe ancora più preoccupato se guidassi io: entrambi sappiamo che guidare non è il migliore dei miei talenti. Mi chiede solo di aiutarlo a non prendere qualche svolta contromano (in realtà, nel corso dell’intero viaggio succederà una volta sola, in Nuova Zelanda, e per fortuna senza conseguenze).

In una bolla spazio-tempo
Arriviamo in tempo per andare a vedere Uluru al tramonto, quando il cielo diventa rosa e il massiccio si colora di porpora e viola. La temperatura scende bruscamente. C’è un tizio che suona il didgeridoo, lo strumento a fiato aborigeno costituito da un lungo tubo di legno di eucalipto. Ci avviciniamo, cercando di non fare troppo caso al gruppo che beve cattivo spumante da bicchieri di plastica e chiacchiera in attesa che il sole sparisca all’orizzonte. Il timbro del suono è profondo, il ritmo è ipnotico.
Il suonatore è bianco. Anche se in quest’area dell’Australia, il Northern Territory, gli aborigeni rappresentano circa un terzo della popolazione, e possiedono poco meno della metà delle terre, e anche se qui vicino c’è la comunità dei pitjantjatjara, una delle più numerose sul territorio, a occuparsi dei turisti sono essenzialmente i bianchi. Mi viene in mente più di una ragione per cui le cose stanno in questo modo.
Vediamo solo un paio di persone aborigene al supermarket e un gruppo di donne e bambini seduti quietamente, come se si trovassero in una bolla spaziotemporale, nel mezzo di un prato davanti a una delle strutture ricettive che si trovano poco distante da Uluru.
Entriamo nel parco di Uluru-Kata Tjuta la mattina presto. All’ingresso ci sono un negozio che vende dipinti aborigeni (anche lì gli addetti sono bianchi) e un piccolo, accurato museo dove si narrano i miti e le storie delle creature ancestrali che nel dreamtime, il tempo dei sogni, su Uluru hanno lasciato i segni del proprio passaggio.
Per fortuna quasi tutti i visitatori restano ammucchiati vicino all’ingresso, o nell’area da dove si può partire per scalare il massiccio seguendo un percorso guidato da corde di metallo. Gli aborigeni chiamano minga tjuṯa (formiche) i turisti che violano Uluru, e non è esattamente un apprezzamento.
Alla partenza del percorso, un gruppo di cartelli accostati uno all’altro dice tre cose contraddittorie. È l’ennesimo indizio dell’ambivalenza nei confronti di tutto ciò che riguarda le comunità aborigene.
Primo messaggio: noi, gli anangu, proprietari tradizionali di questi luoghi, ti chiediamo di non scalare Uluru, perché secondo la legge tradizionale questo è proibito. Per favore, giraci attorno.
Secondo messaggio: durante l’ascensione, segui i percorsi tracciati, osserva le seguenti norme di sicurezza e non rischiare la vita (seguono norme).
Terzo messaggio: questo luogo è stato promosso come luogo da scalare a partire dagli anni quaranta. Tour organizzati seguono le tracce dei primi esploratori e piantano bandiere sulla cima: un atto di conquista che genera forti sentimenti di orgoglio e possesso. Ma, cari amici, che ne direste di cambiare prospettiva e farvi, invece, un giro?
Le ascensioni su Uluru sono state ufficialmente proibite nell’ottobre 2019, ed era ora.
Anche se è fine agosto e c’è ancora un sacco di gente che arranca lungo le pareti lisce, mio figlio e io scegliamo di seguire il sentiero che si snoda attorno a Uluru. È comodo, pianeggiante, spopolato, e lungo poco più di dieci chilometri. Il massiccio cambia aspetto quasi a ogni passo. Cinque diverse aree lungo il percorso non sono fotografabili, sempre per via del tjukurpa, la legge tradizionale. Bene: ce le stamperemo nella memoria, e basta.
Sarà una lunga giornata: la nostra meta è Kings Canyon, verso nordest, ma facciamo una breve deviazione nella direzione opposta per arrivare a Kata Tjuta, l’altro massiccio del parco. Il nome significa “molte teste” e, nel mito aborigeno, in questo sito risiede il serpente arcobaleno, l’immensa creatura ancestrale che strisciando sul suolo disegna i rilievi e le valli, e distribuisce le pozze d’acqua.

Non disturbare il serpente
Ho trovato un’informazione interessante e me la sono trascritta: i miti aborigeni non vanno intesi al passato, come i miti greco-romani o quelli nordici. Le storie del dreamtime si svolgono everywhen: passato, presente e futuro. Vuol dire che per un aborigeno il serpente arcobaleno se ne sta lì, anche adesso, da sempre e per sempre. Ecco perché è impensabile andarlo a disturbare.
Mio figlio guida lungo la strada per Kings Canyon e io preparo panini (nel corso di quest’ultima parte del viaggio diventerò bravissima a confezionarli anche durante i percorsi più accidentati). Incrociamo pochissime auto.
Kings Canyon è un posto di frontiera. Ci sono un campeggio, un lodge molto spartano, un capannone di metallo dove si cena a prezzo fisso prelevando a volontà carne e verdura da due vasconi. E stop.
Si cena al freddo: ci saranno dieci gradi, ma me ne faccio una ragione. E poi c’è gente che se ne sta in canottiera e non fa una piega. Soprattutto, temo che non ci siano molte alternative nel giro di qualche centinaio di chilometri.
Ripartiamo di mattina presto. Arriveremo ad Alice Springs seguendo il Meerenie Loop. Per percorrerlo, dobbiamo chiedere il permesso del Central land council e pagare una tassa alla comunità locale. Sono poco più di trecento chilometri nel deserto, ma per buona parte si tratta di pista sterrata: Google Maps ci dice che sono necessarie otto ore (in realtà, soste escluse, ci metteremo un po’ meno). Ci dotiamo di acqua, provviste e benzina a sufficienza.
Dopo un po’ sparisce qualsiasi traccia del wifi e cominciamo a viaggiare lasciandoci dietro una nuvola di polvere rossa. Bisogna andare piano perché dal nulla può sempre sbucare un cammello o un canguro. È una di quelle piste che ho visto dall’aereo: va avanti dritta, vuota e sembra non finire mai. Se non altro, anche senza wifi non rischiamo di sbagliare strada.
Poco dopo aver ritrovato l’asfalto ci fermiamo nella comunità aborigena di Ntaria-Hermannsburg. Mi auguro, chissà, perfino di ritrovare le infermiere australiane che me ne hanno raccontato in modo indimenticabile qualche anno fa.
Il luogo è molto più grande e disperso di come lo immaginavo. Girovaghiamo tra la vecchia chiesa, il piccolo museo, il supermarket e la galleria dove sono esposti bei dipinti fatti a tempera dai nativi.
Un’anziana signora aborigena si stacca dal suo gruppo e viene a dirmi qualcosa in un inglese davvero strano. Non riesco a capire mezza parola e mi metto a gesticolare secondo la migliore tradizione nazionale. All’improvviso i ruoli si ribaltano: ora è lei che mi osserva incuriosita come se fossi una presenza molto esotica, e scambia occhiate ammiccanti con le sue amiche.
A Ntara non scatto neanche una foto e, devo dirlo, ci sentiamo un po’ degli intrusi.
Abbiamo ancora qualche ora di luce a disposizione e facciamo una deviazione verso il parco nazionale Finke Gorge. Ho letto che lì c’è un fiume che si è formato 350 milioni di anni fa ed è uno dei più antichi del pianeta, e che c’è una valle di palme che sembra essere bellissima.
Procediamo slittando lungo una pista di sabbia – “sicuro che possiamo passare di qua?”continuo a chiedere a mio figlio , anche se so che non è la cosa giusta da chiedere, e soprattutto che non è il momento giusto per farlo. Poi lasciamo l’auto a saliamo a piedi verso il Kalarranga lookout. La vista è spettacolare, ma ogni foto che scatto riesce a coglierne solo un frammento.
La valle dove si trovano le red cabbage palm è al termine di un percorso ancora più lungo e arduo del precedente, tra massi e scoscendimenti e passaggi stretti tra le rocce. Trattengo il fiato, che è un buon modo per star zitta e non disturbare il guidatore. Mi rendo conto che, in un contesto come questo, sono totalmente dipendente dalle decisioni e dalle abilità di mio figlio come forse mai è successo in precedenza. È il secondo ribaltamento dei ruoli nel giro di un paio d’ore.
E tutto questo è molto istruttivo.
Il luogo è un’oasi nel deserto, tra pareti di roccia rossa. Ed è incantevole, per quanto è immobile e silenzioso, sereno e remoto.
Però, e sta scendendo la sera, quando finalmente recuperiamo la tranquillità dell’asfalto, tiro un sospiro di sollievo. Onore al guidatore, penso.

Un immenso giardino
Da Alice Springs voliamo verso Adelaide, e poi verso Kangaroo Island, all’estremo sud del continente. L’isola è in gran parte pianeggiante, è grande come metà della Corsica e ospita circa cinquemila residenti (in Corsica ce ne sono più di 300mila). È un posto eccezionale per vedere gli animali.
L’isola è stata abbandonata dalle popolazioni aborigene circa duemila anni fa, ed è stata colonizzata ai primi dell’ottocento, in principio da cacciatori di foche, poi da allevatori e agricoltori. Oggi, verde e linda com’è, sembra un immenso giardino.
Nell’isola ci sono leoni marini, canguri e wallaby (marsupiali di taglia più piccola), koala e una quantità di uccelli. I leoni marini se ne stanno sdraiati sulla spiaggia come grossi sacchi abbandonati e si muovono sculettando come matrone. Vedere i wallaby non è facile: sono grigio-bruni, più timidi, minuti e panciuti dei canguri, vivono infrattati tra gli arbusti ed è imperativo avvicinarsi senza far rumore.
Vedere un koala è ancora più difficile: bisogna cavarsi gli occhi guardando controluce tra le foglie di eucalipto fino a quando si riesce a trovare qualcosa che sta sopra un ramo e che non è un altro ramo. Ovviamente il processo va ripetuto davanti a ogni pianta di eucalipto che si incontra.
Le foglie di eucalipto sono poco nutrienti, tuttavia i koala mangiano quelle. Se si muovono poco, è per risparmiare energie. Misterioso resta invece il motivo per cui spesso si appendono ai rami più estremi e sottili, e nelle posizioni in apparenza più scomode.
In uno dei posti più straordinari di questo intenso giro australiano arriviamo per caso e in modo del tutto inconsapevole, nell’ultima ora di sole dell’ultimo giorno della nostra permanenza. Pura serendipità, insomma.
Succede che, per non restare confinati ad Adelaide, decidiamo di noleggiare nuovamente un’auto e di scendere lungo la penisola di Fleurieu. La gita è piacevole: vediamo bei paesaggi agricoli e una miriade di paesini minuscoli. Ci fermiamo ad Hahndorf, un villaggio bavarese costruito alla metà dell’ottocento (”il più antico insediamento tedesco in Australia!”, vanta l’ufficio locale del turismo) e arriviamo fino a Victor Harbor, sulla costa. Una passerella pedonale ci porta a Granite Island, e sembra che la gita sia finita lì, e che non ci resti che tornare.
Ma scegliamo di cambiare strada: forse riusciremo a passare per il Deep Creek conservation park prima che il sole tramonti, e poi risaliremo verso Adelaide prendendo la Main south road, che è più veloce.
Ci ritroviamo su un lungo viale sterrato. La luce è morbida e dorata. Sulla nostra sinistra, vediamo un pendio erboso, verdissimo, che scivola verso il mare, e un gruppo di canguri che se ne stanno placidi come se volessero godersi il tramonto, ritagliati sullo sfondo della costa che si allunga intatta fino all’orizzonte.
Fermiamo l’auto. C’è solo il fruscio del vento. Scendiamo stando attenti a non fare rumore. Mio figlio prova ad avvicinarsi ai canguri, cauto, un passo alla volta, poi si china e rimane a guardarli. Mi sembra di riuscire a sentire la sua emozione. Gli animali se ne restano placidi. Scatto una foto, e poi un’altra e un’altra. È un momento perfetto.