martedì 10 marzo 2020

Duemila e duecento chilometri nel verde - Annamaria Testa (11)



Finisce il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

È una curiosa sensazione. Come se fossimo arrivati al punto di svolta del nostro viaggio. Ci troviamo dall’altra parte del mondo e più lontani di così non si può più andare. In realtà, siamo quasi dall’altra parte del mondo (la Nuova Zelanda è, per l’esattezza, agli antipodi della Spagna) ma, insomma, l’idea è questa.
Il paese è composto dalle due isole maggiori del Nord e del Sud, separate dallo stretto di Cook e da una miriade di isole minori. È poco (30mila chilometri quadrati) più piccola dell’Italia.
Non solo la forma del territorio, ma anche il clima rimanda all’Italia: la Nuova Zelanda ha la nostra stessa latitudine ed è, per esempio, una discreta produttrice di vini, mentre l’Italia è la seconda produttrice mondiale di kiwi, dopo la Cina (e prima della Nuova Zelanda).
Insomma, siamo sì lontanissimi, ma ci sentiamo contemporaneamente un po’ a casa. Anche questa è una curiosa sensazione.

Rinascimento māori
Una differenza rilevante è che in Nuova Zelanda c’è meno passato, più natura, meno gente: neanche cinque milioni di abitanti. Le pecore, invece, sono più di 30 milioni: circa sette pecore per ogni neozelandese. Alla fine degli anni ottanta c’erano un po’ meno abitanti e molte più pecore: il rapporto era di uno a venti.
Un quinto circa dei neozelandesi è di ascendenza māori. Sono il secondo gruppo etnico del paese. La loro storia e la loro condizione presente sono radicalmente diverse da quelle delle popolazioni aborigene australiane. Eppure la colonizzazione britannica è iniziata in entrambe le nazioni nello stesso periodo storico, alla fine del 1700.
Ricapitoliamo: i māori migrano in Nuova Zelanda tra i mille e i settecento anni fa. Vengono dalla Polinesia, navigano di isola in isola su canoe robuste e veloci, si spingono a nord fino alle Hawaii, a est fino all’isola di Pasqua, a sud fino ad Aotearoa, la terra della grande nuvola bianca: la Nuova Zelanda, appunto. Dove, nel giro di qualche centinaio d’anni, sviluppano una cultura e costumi peculiari.
Gli aborigeni arrivano in Australia cinquantamila anni prima. Quando i britannici approdano sulle coste australiane, loro vivono isolati in circa 500 piccole comunità di cacciatori-raccoglitori, prive di una lingua comune e disperse su un territorio enorme. Non hanno confini né insediamenti agricoli riconoscibili: per i colonizzatori è dunque facile dichiarare che l’intero continente è terra nullius e che chiunque può impossessarsene. Gli aborigeni vengono così cacciati dalle loro terre, poi segregati e decimati dai bianchi e dalle malattie che questi portano con sé. Restano in larga parte segregati ed emarginati ancora oggi, mentre il paese comincia, a fatica, a fare i conti con la sua cattiva coscienza, e continua ad avere un atteggiamento ambivalente verso i pochi discendenti delle popolazioni autoctone.
I māori commerciano da subito con gli inglesi. Sono guerrieri valorosi, si fanno rispettare e si uniscono per negoziare da posizioni di maggior forza. Nel 1840 sottoscrivono il trattato di Watangi, che garantisce loro il possesso delle terre in cambio del riconoscimento della sovranità britannica. Ancora oggi il trattato è considerato il documento di fondazione della nazione.
Seguono alcuni decenni di ulteriori controversie sui territori, e guerre, e confische e conseguenti rivendicazioni. Anche per i māori, arrivano le malattie portate dall’uomo bianco e la popolazione decresce in maniera significativa. Ma nella seconda metà del secolo scorso prende vita un movimento di protesta e riaffermazione identitaria che consegue risultati rilevanti e dà origine a un vero e proprio rinascimento māori.
La popolazione māori ha tuttora una speranza media di vita e un reddito medio più bassi di quella della popolazione bianca, ma il divario è minore rispetto agli aborigeni australiani. E, soprattutto, il governo laburista, di stampo socialdemocratico e guidato da Jacinda Ardern (che ha dato alla propria figlia un secondo nome māori) sembra intenzionato a colmarlo – “closing the gaps.
Oggi in Nuova Zelanda il māori è lingua ufficiale, insieme all’inglese. Lo insegnano nelle scuole, si usa nel parlamento, e va di moda. Sono māori moltissimi toponimi. Sono māori i i simboli e i fregi che adornano gli edifici pubblici. I matrimoni misti sono frequenti, e i tatuaggi māori sono ampiamente diffusi anche tra la popolazione bianca.

Una città di mare
La sensazione immediata, anche per chi come noi arriva da turista, è che tutto sommato i neozelandsi siano orgogliosi della loro anima māori, e la considerino una componente rilevante e qualificante della propria identità nazionale.
In Nuova Zelanda, più dell’85 per cento della popolazione vive nelle città, e oltre il 30 per cento vive ad Auckland. È lì che atterriamo.
È una città di mare, estesa, moderna con qualche testimonianza ben conservata del recente passato ottocentesco. Ed è tuttora in pieno fervore edilizio. In centro c’è l’enorme cantiere per la costruzione della metropolitana, e un cartello annuncia trionfalmente che “we are building first Aukland’s underground railway right here!”. È il più grande progetto infrastrutturale mai realizzato nel paese.
L’area del porto è moderna e ariosa, con ampie zone pedonali, ed è piacevole camminarci guardando le barche ormeggiate. Girovaghiamo per il centro, passiamo attraverso il comprensorio dell’università e ci spingiamo a piedi fino al quartiere di Parnell: graziose case di legno e la chiesa di St. Mary, “una delle più belle chiese lignee del paese”, dice la guida.
Ci basterà uscire dalla città per renderci conto che il paese è verde, verdissimo. Che il paesaggio, nelle sue espressioni più dolci e in quelle più imponenti, è bello di una bellezza quasi esagerata. E che la natura è rigogliosa, in ampie aree intatta, incantevole, sorprendente, multiforme.
Abbiamo noleggiato un’auto e pianificato alcune tappe nell’Isola del Nord. Da Auckland ci muoviamo verso est, in direzione di Whitianga, ma cominciamo da subito a deviare dal percorso principale dirigendoci verso lo Hunua ranges regional park. Le deviazioni saranno una caratteristica ricorrente di questo viaggio.

Un atto di gentilezza
Abbiamo fatto benzina ma ci siamo scordati di comprare dell’acqua e qualcosa da mangiare. Ci tocca percorrere diversi chilometri prima di trovare, affacciato su una rotonda in mezzo al nulla, un negozio di alimentari.
È piccolo e sgangherato: vende solo bibite, gelati, chewing gum e misteriose scatolette dall’aspetto poco affidabile. Prendiamo una bottiglia di minerale e un pacchetto di fazzoletti, ma il negoziante non accetta carte di credito e noi non abbiamo valuta neozelandese (mio figlio sostiene che portarsi dietro i contanti è “antico”. Io controbatto che a volte è utile. E non ne veniamo mai a capo).
In sostanza, ci tocca lasciare la merce sul bancone.
Dietro di noi, in coda alla cassa, c’è un ragazzone in felpa.”Vi pago io la spesa”, dice. Lo ringraziamo, gli rispondiamo che non è necessario e usciamo.
Siamo già risaliti in auto quando lo vediamo correre verso di noi agitando l’acqua e i fazzoletti: “Li ho presi per voi, qui intorno non ci sono tanti altri negozi”, dice. È tutto contento e ci fa un gran sorriso.
Il suo regalo ci appare come un gesto di buon augurio per l’intero viaggio.
Se racconto questo episodio, è perché è entrato stabilmente a far parte dei miei ricordi neozelandesi. Perché mi ha sorpresa e commossa. E perché credo che gli atti di gentilezza vadano onorati.
L’Hunua ranges, con una bella cascata e un lungo sentiero che scende e sale tra i boschi, è all’altezza delle aspettative. Camminare in mezzo alla natura a mio figlio piace molto. E a me piace camminare nel verde insieme a lui. Ogni tanto chiaccheriamo, ogni tanto stiamo zitti e ci guardiamo intorno. Ogni tanto, clic clic, scatto una foto.
Vediamo felci dappertutto, da quelle minuscole a quelle gigantesche. Nel paese ce ne sono deucento varietà.
La felce argentata si chiama così perché la parte inferiore delle foglie è bianca, e brilla sotto la luna. Non è un arbusto, ma un albero che può arrivare a diversi metri di altezza. Si trova molto facilmente nell’Isola del Nord e lungo le coste dell’Isola del Sud.
Dal 1880 è uno dei simboli del paese: compare sulla coda degli aerei della compagnia di bandiera e sulle monete da un dollaro, sul marchio delle ferrovie, sulle uniformi dei corpi di peacekeeping e sulle maglie degli All Blacks, la fortissima squadra nazionale di rugby.
Per i māori, che usavano rovesciarne le foglie perché il loro brillio indicasse i sentieri di notte nel fitto della vegetazione, il germoglio arrotolato della felce argentata indica rinascita. La foglia adulta simboleggia forza, resistenza e potere permanente.
La strada verso Whitianga procede lungo la costa, ed è un infinito susseguirsi di fiordi e distese erbose. Senza nemmeno averlo deciso, abbiamo inaugurato una routine che ci accompagnerà per l’intero viaggio: partire presto per una nuova tappa, deviare una o due volte verso un percorso promettente, camminare per alcune ore, raggiungere la nostra destinazione verso sera, fare la spesa in un supermarket per il giorno successivo (questo è un miglioramento sostanziale rispetto alla nostra prima giornata), guardarci un po’ attorno per capire dove siamo arrivati, cenare e pianificare la tappa successiva prima di crollare addormentati.
Una parte delle foreste native neozelandesi è stata abbattuta nell’ottocento, e ora le pendici di molte montagne sono state riforestate e appaiono coperte da fittissime distese di conifere. Ogni tanto vediamo una mezza montagna del tutto privata d’alberi da un taglio recente, brulla come se fosse passato un tornado. Ogni tanto passiamo accanto a una distesa di alberelli appena messi a dimora. Ci vogliono meno di trent’anni perché un esemplare della varierà Pinus radiata, la più diffusa, giunga a maturazione e sia pronto per il taglio.
L’industria del legno copre il 12 per cento delle esportazioni ed è il terzo comparto del paese per importanza, dopo la carne e i latticini.

Rotorua
L’epicentro dell’industria neozelandese del legno è Rotorua. È anche una località significativa per la cultura māori e per la geotermia: nell’area ci sono 14 laghi vulcanici.
Abbiamo accuratamente evitato di infilarci nelle affollate visite ai luoghi in cui è stata girata la saga del Signore degli anelli, e Rotorua è il posto più turistico tra quelli in cui ci fermiamo.
La cittadina è linda, moderna con qualche isolato edificio del periodo coloniale. L’aria sa di zolfo ma dopo un po’ ci si abitua, le sorgenti mandano vapori, gli specchi d’acqua possono avere colori incredibili e i geyser meritano una visita. Un’infinità di bei sentieri permette di scoprire i dintorni con calma.
Stiamo camminando lungo un rivo quando, “ehi, ehi!”, sull’acqua vedo nuotare un cigno nero – il simbolo di tutto ciò che è sommamente improbabile – e subito comincio a fantasticare sul privilegio di una scoperta così speciale. Quasi quasi mi aspetto di vedere, alla svolta successiva, un unicorno.
E invece no: bastano pochi passi per verificare che, da quelle parti, tutti i cigni sono neri e che l’eccezione, se mai, sarebbe un cigno bianco.
Gli antipodi, appunto.
Tutto il cuore dell’Isola del Nord è fitto di vulcani. Viaggiamo lungo la riva del lago Taupo. È rotondo ed enorme, il più grande del paese. Corrisponde alla caldera di una remota eruzione e la riva opposta, mascherata dalla caligine, si vede a stento.
Altri tre vulcani ancora attivi si ergono poco più oltre, nel parco del Tongariro: è un’area protetta, patrimonio Unesco. Saliamo fino al Wahakapapa village, parcheggiamo l’auto tra quelle degli sciatori e prendiamo un sentiero che si snoda salendo lungo le pendici. Il paesaggio è brullo, solenne, imponente. Non c’è nessuno: gli unici esseri umani che incontriamo sono due forestali che manutengono l’inizio del sentiero con una solerzia da giardinieri giapponesi.
Scendiamo verso valle attraversando una foresta fresca, ombrosa e muschiosa. E poi prendiamo un altro sentiero e risaliamo nuovamente lungo la prima parte del Tongariro crossing alla ricerca delle Emerald pools. La guida del National Geographic dice che “è la più bella escursione giornaliera del mondo” e forse esagera, ma non così tanto.
Alla fine della giornata siamo… sì, la parola giusta è “inebriati”. Siamo, letteralmente, inebriati di spazi aperti e paesaggio.
La mattina successiva, secondo i piani, dovremmo ripartire verso Auckland. Non abbiamo per niente voglia di farlo. Mio figlio ed io ci guardiamo in faccia: e “quando mai ci torniamo, in Nuova Zelanda?”
Così decidiamo di spostare il volo di qualche giorno e di raggiungere l’Isola del Sud.
Dopotutto, muoversi verso sud significa andare verso le aree più fredde e le montagne più alte del paese. Non è ancora primavera, non siamo equipaggiati per affrontare temperature troppo rigide e dovremo giocare a rimpiattino con il meteo, scegliendo giorno per giorno la meta seguente in modo da evitare il maltempo, per quanto possibile.
A Wellington lasciamo l’auto, che non può essere trasportata da un’isola all’altra, e prendiamo il traghetto per Picton.
Navighiamo insinuandoci tra mille fiordi. Le rive sono boscose e intatte. Il mare è calmo, ed è quasi sera.
Penso che la costa che sto guardando è esattamente così come l’ha vista James Cook duecento e rotti anni fa, e come ancora prima l’hanno vista, dalle loro piroghe, i māori arrivati su questa terra priva di ogni precedente presenza umana.
Da Picton (il meteo ci guida e, soprattutto, ci assiste) procediamo lungo la costa nord. Non ci fermiamo negli alberghi ma cerchiamo stanze in affitto e riusciamo perfino a rimediare un bucato notturno. Questo ci aiuta a restituire un minimo di decenza a un bagaglio che, come diceva mia nonna, ormai cammina da solo anche lui.
Ci ha preso una specie di frenesia di vedere tutto quanto è possibile.
Ci spingiamo fino a French Pass (l’immagine che apre questo articolo) lungo una strada sterrata che segue gli infiniti ghirigori della costa, superando i cancelli e le grate che separano un pascolo dall’altro. Ogni tanto sulla strada sbuca una pecora con il suo piccolo. C’è un vento bestiale che scompiglia l’erba e qualche cespuglio basso e piumoso e che, quando lasciamo l’auto, ci obbliga a camminare piegati in avanti.
Mi accorgo che non sto più scattando singole foto ma solo immagini panoramiche: quel che vedo non ci sta, in una singola inquadratura.
Nelson è una graziosa cittadina: è l’insediamento più antico dell’Isola del Sud, e il secondo più antico dell’intera Nuova Zelanda. Ci sono case di legno dai toni confetto, una chiesa con uno stranissimo campanile e, nel parco cittadino, un monumento bruttino, a segnalare che siamo arrivati nell’esatto punto centrale della Nuova Zelanda.
Il parco Abel Tasman è poco distante. Risaliamo la costa in barca e ritorniamo a piedi. Il Coast Track sale e scende tra boschi e spiagge costellate di conchiglie: sono dodici chilometri e quattro ore incantevoli. Forse d’estate non sarà così (il parco è molto frequentato) ma noi incontriamo solo un paio di coppie di camminatori, con i quali scambiamo un cenno di saluto. E poi via, ciascuno nella sua direzione.
Scendiamo ancora a sud, verso i Nelson lakes. Uno dei nostri assi nella manica è un’app che si chiama All trails. Indica, in moltissimi paesi del mondo e anche in Nuova Zelanda, quali sono i sentieri più interessanti, dice dislivelli, grado di difficoltà, mappe, tempi di percorrenza. In questo viaggio l’abbiamo usata spesso.
È mio figlio a scegliere il Mount Robert Loop. Sono otto chilometri, niente di che, dice, ma mi tace il fatto che siano anche più di 600 metri di dislivello.
Arrivo in cima piuttosto provata, ma apprezzo il fatto che lui, che sale veloce come un camoscio, si sia fermato ad aspettarmi, e che un paio di volte mi abbia perfino chiesto se ce la facevo (risposta piccata: certo che sì).
C’è ancora neve. La vista – prati e montagne innevate, i laghi, boschi e vallate a perdita d’occhio – vale la fatica.
Lì in cima facciamo un incontro stravagante: due ragazze e un ragazzo cinesi, vestiti e calzati in modo del tutto inadeguato, intenti a scattarsi selfie e a sguazzare nella neve. Ci chiedono una foto tutti assieme.
Mi domando come hanno fatto ad arrivare fin lì, quanto ci vorrà prima che si accorgano di avere i piedi fradici e gelati, come faranno a scendere lungo il sentiero ghiacciato. E quanto tempo ci vorrà prima che su quel sentiero così tosto si snodi una fila di turisti cinesi, tutti vestiti alla moda e tutti con le scarpe sbagliate.
Ci muoviamo ancora verso sud e arriviamo fino alla penisola di Banks e ad Akaroa, l’unico insediamento francese in Nuova Zelanda. La penisola è rigogliosa, dolce e frastagliatissima, la strada che scende verso il mare rivela folgoranti squarci di paesaggio e la cittadina è vezzosa. Poi risaliamo verso Christchurch.
È la maggiore città dell’Isola del Sud, la terza più popolosa del paese, ed è un punto di partenza per le esplorazioni antartiche. È stata ferita tra il 2010 e il 2012 da una violenta serie di terremoti, che hanno ucciso quasi 200 persone e danneggiato migliaia di costruzioni. I begli edifici vittoriani dell’università sono rimasti in piedi, ma la cattedrale è stata pesantemente danneggiata e mostra ancora gli squarci: la municipalità ha perfino pensato di abbatterla per via dei costi di ripristino troppo alti, ma ora ci ha ripensato.
Vediamo che i grandi giardini sul fiume Avon stanno già rifiorendo, e che stanno rinascendo anche i quartieri: la ricostruzione sembra a buon punto. La prima costruzione a essere completata è stata, nel 2013, una cattedrale di cartone disegnata dal giapponese Shigeru Ban. Dentro c’è un discreto viavai di gente che tocca i muri, scatta foto e prende appunti.
Un aereo ci riporta a Auckland. Prima di ripartire per il Cile facciamo in tempo a vedere il War memorial museum che ospita, tra le altre cose, un’impressionante canoa da guerra māori e un’altrettanto impressionante sezione sui vulcani.
Abbiamo percorso il paese per più di duemila chilometri. Abbiamo camminato e camminato per quasi altri duecento. In valigia, chiusa tra le pagine della guida del National Geographic, ho una piccola foglia di felce argentata.


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