domenica 1 marzo 2020

Occupare Lisbona per affermare il diritto alla casa - Francesca Berardi



È un sabato pomeriggio di dicembre, a Lisbona il cielo è terso. Nella sede di un’associazione culturale a Intendente – quartiere a due passi dalla centrale piazza Martim Moniz – è in corso un’assemblea di Habita, un gruppo di attivisti che da più di dieci anni si batte per il diritto alla casa. A un certo punto si formano due gruppi di discussione. Nella sala principale decine di persone discutono di affitti, speculazioni, gentrificazione. Accanto, in una piccola stanza, altri condividono storie, paure e preoccupazioni su un tema specifico: l’occupazione. Sono tutte donne, di età e origini diverse, e tutte – a parte una che racconta di dormire in un vano scale – vivono in edifici occupati, nella maggior parte dei casi con dei figli.
Tra di loro c’è Joana. La donna ha cinque figli, una di 19 anni che è a sua volta madre di due bambini. In tutto sono dieci e dividono tre stanze in un appartamento occupato nel quartiere residenziale di Ajuda, nella zona occidentale di Lisbona, dove la stessa Joana è nata neppure quarant’anni fa. La casa è di proprietà del comune e Joana vive con l’ansia di essere sfrattata. Tuttavia, quando partecipa a incontri come questo, trova un po’ di sollievo. “Mi sento più forte, meno sola,” dice appena terminata la riunione. In effetti – secondo gli attivisti – il numero di persone che si trova nella sua situazione è in sensibile aumento da un paio di anni. “Solo da noi negli ultimi mesi si sono presentate più di un centinaio di persone che vivono in occupazione, quasi tutte donne, madri senza alternativa”, racconta Antonio Gori – residente a Lisbona ma originario di Prato – attivista di Habita.
I dati sulle occupazioni raccolti da Habita danno un’idea del fenomeno chiaramente non completa, ma sono gli unici disponibili insieme a quelli di associazioni come Stop despejos (Stop sfratti). Gli attivisti concordano nel dire che ci sono “centinaia” di famiglie in occupazione, ma nessuno riesce a quantificare con precisione quante siano. La loro impressione, così come quella dei residenti di vari quartieri con cui ho parlato, è che la maggior parte viva in case di proprietà del comune.

Le case vuote del comune
L’amministrazione ne possiede 26mila, dove si stima che vivano 75mila persone, circa un settimo dell’intera popolazione di Lisbona. Molte restano vuote e vengono occupate. Secondo le ricerche fatte per O que vai acontecer aquí?documentario del collettivo di artisti Left hand rotation, le case disabitate sono più di duemila. Il comune smentisce, dicendo che si tratta di una cifra esagerata, ma si rifiuta – nonostante ripetute richieste – di diffondere dati precisi.
Le autorità si muovono con cautela per perseguire un obiettivo a lungo termine: liberare tutte le case occupate e riassegnarle con dei bandi. “La questione abitativa è una delle nostre priorità”, sostiene Ana Jara, eletta con il Partito comunista portoghese (Pcp) al municipio di Lisbona, “ma non dirò mai di essere d’accordo con l’occupazione di case popolari”. Inoltre, spiega Jara, se le case sono vuote probabilmente è perché sono in cattive condizioni. “Il problema non è solo avere una casa, ma avere una casa dignitosa”, chiarisce.
Tuttavia, i tempi della burocrazia sono sempre molto diversi da quelli della vita, e ci sono persone – soprattutto madri con bambini – che non ce la fanno ad aspettare ristrutturazioni e bandi. “L’amministrazione di Lisbona ha buone intenzioni, ma nella pratica non riesce ad affrontare l’emergenza abitativa che ha contribuito a creare”, sostiene Luís Mendes, professore all’istituto di geografia e pianificazione del territorio dell’Universidade de Lisboa, tra i più autorevoli esperti di gentrificazione e speculazione edilizia in Portogallo, oltre che membro attivo dell’organizazzione Morar em Lisboa (Abitare a Lisbona).
L’impatto di Airbnb
Le occupazioni sono solo uno degli aspetti più visibili della crisi abitativa che sta colpendo l’area metropolitana della capitale portoghese. Il puzzle è complesso ed è composto da pezzi tanto diversi quanto complementari: dall’uso sregolato di Airbnb a una legge che ha liberalizzato il mercato degli affitti senza tenere troppo conto delle esigenze dei cittadini più in difficoltà, ai Golden visa concessi dal governo, che hanno attirato ingenti investimenti stranieri in campo immobiliare. Il risultato è una città dove convivono diecimila famiglie in situazioni abitative precarie e milioni di turisti che ogni anno affittano appartamenti per periodi più o meno brevi.
Nel 2018 sono stati 4,5 milioni. Alla fine del 2019 su Airbnb c’erano più di 22mila annunci, il 75 per cento riguardanti interi appartamenti. Secondo il libro Lisboa e a Airbnb – pubblicato nel 2019 da un gruppo di studiosi – nella capitale portoghese ci sono almeno 25 proprietari che gestiscono in totale centinaia di annunci (uno di loro, da solo, ne gestisce 437). Tra il 2017 e il 2018, questo piccolo gruppo ha generato introiti superiori ai 24 milioni di euro.
Nel quartiere storico di Alfama più della metà delle case è destinata ad affitti brevi per turisti. “Ma svuotandolo dei suoi abitanti, non si fa altro che ammazzare un quartiere”, dice Mendes. “A Lisbona la situazione in certi casi è estrema, ma la città non è un caso isolato. Il contenimento degli effetti di Airbnb è un problema europeo”. Mendes è tra i promotori della campagna di raccolta firme Housing for all, una petizione partita da Vienna per chiedere alle istituzioni europee di sostenere investimenti nel campo dell’edilizia popolare e di regolare gli affitti a breve termine.

Turbogentrificazione
A Lisbona il mercato immobiliare sembra non avere più a che vedere con le persone che ci abitano e lavorano, classe media inclusa. Tanto che il termine gentrificazione non basta più. Mendes parla di “turbogentrificazione”.
Mentre in Portogallo il salario minimo aumenta lentamente – si è passati da 500 euro nel 2016 a 600 nel 2019, e l’obiettivo del governo guidato dal socialista António Costa è di arrivare a 750 nel 2023 – il costo delle case cresce in modo sregolato, secondo i modi e i tempi della finanza. I dati dell’Instituto nacional de estatística (Ine) mostrano che nel secondo trimestre 2019 a Lisbona si è registrato un prezzo medio al metro quadro di 3.154 euro, circa 400 euro in più rispetto al 2018. Gli affitti hanno raggiunto una media di 585 euro al mese per 50 metri quadri.
“E io cosa dovrei fare? Sono esausta”, dice Monica. È seduta su un materasso buttato a terra, nella casa che occupa da oltre un anno nel quartiere Lumiar, un’area popolare della cosiddetta Alta de Lisboa. Vive insieme al più piccolo dei suoi due figli, un ragazzo di quattordici anni. A parte il materasso per terra, un letto, un piccolo mobile su cui è appoggiata una tv e un atlante comprato per il figlio, non ha nulla. Neppure un tavolo. In bagno manca l’acqua corrente. Per lo scarico riempie delle taniche a casa di parenti che vivono in un appartamento lì vicino. Siccome non ha una cucina, da loro va anche a cena: in cambio compra delle cose con il sussidio di disoccupazione di 470 euro e le prepara per tutti. “Per fortuna mio figlio può mangiare a scuola sia a colazione sia a pranzo”, racconta. “Negli ultimi anni ho cambiato casa sei volte, ma ho sempre fatto di tutto affinché lui rimanesse nella stessa scuola. Almeno quello…”, dice.
La vita di Monica – arrivata dall’Angola in Portogallo ad appena otto anni – è crollata nel 2007 quando il marito l’ha abbandonata con migliaia di euro di debiti. “Il mio più grande errore è stato sposare la persona sbagliata”, dice, “un uomo con due facce”. Ricercato dalla polizia per un traffico di documenti falsi, è scappato in Angola senza dirle niente. “Non ne sapevo nulla. Un giorno la polizia mi ha svegliato all’alba puntandomi la pistola contro, ma lui non era a casa”, ricorda Monica.
L’appartamento in cui abitavano, e su cui stavano pagando il mutuo, è stato pignorato, e per anni la maggior parte del suo salario se n’è andato per saldare i debiti. “Mi restavano meno di 400 euro al mese, sono riuscita a sopravvivere solo grazie agli aiuti degli assistenti sociali della Santa Casa”. Fino a un paio di anni fa Monica è riuscita a trovare case in affitto ai margini estremi della città, o appena fuori, ma ora neanche quello. “Essere una madre single non mi aiuta, e nemmeno il colore della mia pelle”.
Monica ricorda che una delle ultime case che ha affittato era un bilocale in una zona conosciuta come Bairro de Angola, a Camarate, fuori dei confini della città, ma ancora abbastanza collegata con la scuola del figlio. Pagava 400 euro al mese, mentre sostiene che i suoi vicini, una coppia di bianchi, pagassero 330 allo stesso proprietario per un’abitazione con una stanza da letto in più. Monica racconta di essere in lista di attesa per una casa popolare già da una decina di anni, ma finora non si è mosso nulla.
Anche Luis dice che le discriminazioni razziali sono un ostacolo. Ventisei anni, discendente da una famiglia rom, una compagna e due figli, cinque anni fa ha occupato uno spazio inutilizzato di proprietà del comune. “Siamo ridotti così anche a causa del razzismo”, dice, “eppure la mia famiglia, quella dei Ramos, è arrivata in Alentejo nel 1500”.
Per raggiungere la sua abitazione bisogna camminare mezz’ora dalla stazione della metro più vicina, Ameixoeiras. Si passa in mezzo a grandi condomini popolari e lungo una strada costeggiata da spazi verdi. Nel giardino di una delle case ci sono pecore e galline. Questo paesaggio – diviso tra i blocchi di cemento delle costruzioni e il suono leggero della campagna – è piuttosto comune nella periferia di Lisbona. “Ho fatto tutto con le mie mani”, dice Luis con orgoglio, mostrando delle pareti di cartongesso e il sistema con cui è riuscito a creare una doccia collegata a una caldaia. La casa è essenziale, ma ha tutto il necessario, anche una lavatrice.
Al momento l’uomo è disoccupato, ma ogni tanto gli capita un lavoro. “Sono rom, chi mi offre un contratto?”. Non chiede aiuto alle associazioni di attivisti perché è disilluso. “Siamo in attesa di una casa popolare da sei anni. Ho accettato di essere intervistato perché voglio che la gente sappia come siamo ridotti a vivere”. La compagna, Margarida, parla solo appena lui esce un attimo, chiamato da un vicino. Ha gli occhi azzurri, come la bambina che allatta al seno e che porta il suo stesso nome. Dice che è stanca di dover combattere con i ratti. “Sono sfinita. È come vivere in strada, non ci sono barriere”, dice. Confessa di sentirsi isolata.

Conseguenze sulla salute
Il problema della casa ha ricadute anche sulla salute mentale delle persone. A Lisbona ho intervistato decine di persone in situazioni abitative precarie. Quasi tutte dicevano di soffrire di depressione, attacchi di ansia, insonnia. Più di una mi ha detto di aver pensato al suicidio.
“Molti problemi di cui ci parlano i nostri pazienti, dallo stress all’isolamento, sono collegati a situazioni abitative precarie ”, racconta Cristiano Figuereido, medico di famiglia al Centro de saude di Martim Moniz, a due passi dalla piazza del Rossio. Il centro segue 15mila persone e Figuereido spiega che per alcuni di loro la struttura sperimenta un programma chiamato “prescrizione sociale”. “In molti casi invece delle medicine prescriviamo un incontro con l’assistente sociale qui in sede”, racconta.
 “La casa è forse il principale problema in questo momento a Lisbona”, spiega il direttore del centro Martino Gliozzi, originario di Imola. Il problema non coinvolge solo chi vive in situazioni limite, di occupazione o sfratto. “Ho una paziente costretta a usare dei sacchetti di plastica al posto del gabinetto. Il padrone di casa le ha rotto lo scarico del bagno per costringerla ad andarsene. Roba da medioevo. In certi casi, discutendo con i pazienti le possibili cause dei problemi di salute, ci rendiamo conto che più che di un medico, alcuni hanno bisogno di un assistente sociale, o addirittura di un avvocato”, spiega Gliozzi. Il centro ha da poco conquistato un importante premio nazionale per il suo approccio sperimentale.
Il comune di Lisbona ha attivato un numero verde per chi è stato sfrattato o è a rischio sgombero, e si sta muovendo per ristrutturare e assegnare le case popolari. Nel novembre 2019 sono stati aperti dei bandi per assegnare 120 alloggi con affitti calmierati, rivolti soprattutto alla classe media. Solo nel primo giorno si sono candidate più di mille persone, oggi sono quattromila. Il sindaco Fernando Medina ha lanciato l’ipotesi di ampliare il programma, affittando dai privati altri mille appartamenti per poi subaffittarli a prezzi contenuti.
“L’abitazione è un diritto, ma è anche una merce. E il mercato sta uccidendo il diritto, questo è chiaro”, sostiene Helena Roseta, 72 anni, in politica da cinquanta, deputata all’assemblea costituente dopo la dittatura di Salazar. All’inizio dell’ottobre 2019 ha lasciato la sua carica di presidente del consiglio municipale di Lisbona e di deputata in parlamento, ma prima si è battuta per far approvare una legge per il diritto a un’abitazione adeguata per ogni cittadino. “Non darà una casa a nessuno, ma per lo meno stabilisce regole e obblighi. Perché porti a dei risultati deve essere applicata, ed è ciò che mi auguro”, sostiene.
Secondo Roseta – che si batte per il diritto alla casa dagli anni sessanta – le stime sulla crisi abitativa a Lisbona e più in generale in Portogallo non riflettono la realtà. “La situazione è sicuramente più grave”, spiega. Parlando delle occupazioni che vedono come protagoniste le madri single, Roseta aggiunge che “affrontare il problema della casa significa occuparsi anche della discriminazione di genere e della violenza domestica”. Per questo ai gruppi di attivisti per il diritto alla casa si è unito il movimento femminista di Lisbona, così da affrontare il problema con un approccio intersezionale. “Molte donne si trovano a dover scegliere tra la strada e la violenza”, spiega Roseta, aggiungendo che “anche l’amministrazione di Lisbona si sta impegnando a tenere conto di questo aspetto”.
Edna ha lasciato la casa dove è cresciuta a 15 anni, incinta, anche a causa dei maltrattamenti subiti dal compagno della madre. Ora ha 29 anni e abita con i suoi tre figli in un appartamento occupato di proprietà del comune. È nel quartiere dove ha sempre vissuto, a Chelas, nella parte orientale di Lisbona. “Sono stata buttata fuori da cinque case, ho un lavoro precario e il mio figlio più piccolo ha problemi di respirazione. Non ho scelta”, dice mentre prepara uno stufato di carne nella sua cucina. Edna è nata nell’ex colonia portoghese di Sao Tomé e sta facendo le pratiche per ottenere la cittadinanza portoghese. Racconta di aver fatto richiesta di una casa al comune già dieci anni fa. “A volte mi assale la tristezza, ma non mi lascio deprimere. Non posso permettermelo. Ho paura che mi tolgano la custodia dei bambini”, spiega.
Ha dipinto di rosa la camera di sua figlia di nove anni e ha da poco cominciato a lavorare in un centro di assistenza per anziani, dove riceve il salario minimo. “Cerco di mantenere viva la speranza, ma è dura”. Mostra una notifica di sfratto ricevuta più di un anno fa. C’è scritto che aveva tre giorni per lasciare la casa. “Ancora non sono venuti a buttarmi fuori. Ho il cuore in gola ogni volta che sento bussare. Mi rilasso solo nei weekend perché so che non lavorano”. I vicini l’aiutano: “Mi capiscono e mi proteggono”, racconta. Forse perché conservano il ricordo di un’altra crisi abitativa, quella degli anni della dittatura, quando nel quartiere c’erano le baracche degli operai. Dopo il 25 aprile 1974, giorno della rivoluzione dei garofani contro il regime, interi quartieri furono occupati da movimenti di sinistra e studenteschi.
“Erano anni diversi, il popolo portoghese allora mostrò la sua forza, si rese protagonista”, ricorda Helena Roseta. “Anche un grande politico conservatore come Diogo Freitas do Amaral quarant’anni dopo ha difeso quelle occupazioni. Per lui erano legittime, come la rivoluzione”.

Questo articolo è parte di un’indagine sulla crisi abitativa a Lisbona condotta grazie al progetto europeo Horizon 2020 Rock.


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