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giovedì 25 dicembre 2025

Merito o diritti? Bologna riscrive le regole per gli alloggi pubblici - Mauro Boarelli

 

SELEZIONARE I “BUONI”

A Bologna è stata adottata una nuova modalità di assegnazione di alloggi pubblici densa di implicazioni, la cui portata va ben al di là del modesto patrimonio immobiliare messo a disposizione in questa occasione specifica (dieci alloggi classificati nella categoria dell’Edilizia residenziale sociale). Si tratta del Cohousing Fioravanti 14, situato nel quartiere popolare della Bolognina, a poca distanza dalla stazione ferroviaria. Sulla collocazione (che ha un preciso significato politico) mi soffermerò alla fine. L’attenzione va posta innanzitutto sul bando per l’assegnazione degli alloggi: non si tratta solo di un documento amministrativo, ma del segno di un mutamento culturale nell’amministrazione pubblica.

Il bando (il cui slogan è “collegare vite/coltivare idee”) parte dal presupposto che per concorrere a un posto nel “cohousing” occorra possedere una predisposizione verso questa specifica tipologia abitativa. Chi abiterà in quel luogo dovrà essere parte di una comunità, gestire le zone comuni (lo spazio verde e la lavanderia), “avere una spiccata sensibilità alla riduzione dei consumi” e la capacità di promuovere “un nuovo modo di vivere la città, il quartiere, la casa”. Di conseguenza, secondo l’amministrazione comunale, i candidati devono dimostrare di possedere determinate caratteristiche, a ciascuna delle quali corrisponde un punteggio attribuito dalla commissione di valutazione, come stabilito nella sezione intitolata “requisiti di affinità al progetto”. I requisiti previsti sono: esperienze documentate di volontariato o attivismo in campo sociale o ambientale; esperienze lavorative in ambito sociale o ambientale; titolo o percorso di studio attinente a materie sociali, educative, del mondo cooperativo e simili o in campo energetico e ambientale.

Salta agli occhi l’assenza di un nesso logico. Per quale ragione una persona che ha fatto del volontariato, o lavora in campo ambientale, o ha studiato “materie sociali” possiede, solo per questo, in modo automatico, una particolare “predisposizione” ad abitare in un cohousing? E per quale misterioso motivo si esclude a priori che persone prive delle esperienze elencate possano avere ugualmente tale “predisposizione”?

E soprattutto: su quali criteri la commissione attribuirà il punteggio? In base a cosa verrà stabilito che un’esperienza di “attivismo” merita un punteggio più elevato rispetto a un’altra? Come verrà valutato l’“attivismo” svolto in contesti informali, dal momento che non potrà essere documentato?

Gli interrogativi non si fermano qui. La commissione, infatti, dovrà valutare anche la “rispondenza” al “Profilo di Comunità”, sulla base di un questionario compilato dai candidati. Queste sono alcune delle domande cui saranno chiamati a rispondere:

Perché sei interessato/a a partecipare alla selezione dei candidati per il Progetto?
In base a quanto hai potuto comprendere sull’iniziativa, quali sono gli aspetti che maggiormente ti attraggono? E quelli che più ti preoccupano?
Prova a immaginare alcuni aspetti della tua vita una volta entrato/a a far parte del progetto. In cosa vorresti che si differenziasse rispetto alla tua situazione attuale?

In base a cosa la commissione attribuirà un punteggio a queste risposte? Non è dato saperlo, nessun criterio specifico è indicato (anche perché sarebbe impossibile stabilire parametri rigorosi). In pratica, la commissione avrà carta bianca.

Questa arbitrarietà non rappresenta solo una evidente carenza nell’impianto del bando.
Si tratta piuttosto di un elemento funzionale alla sua logica. Il nucleo centrale della questione, infatti, è lo spostamento del punto di osservazione: dall’esame delle condizioni oggettive dei richiedenti (reddito, età, composizione familiare, figli minorenni a carico, disabilità, disoccupazione, etc.) si passa al giudizio sui comportamenti. Sono i comportamenti il vero oggetto della valutazione. La “costruzione della comunità” è il quadro retorico che legittima questa inquietante innovazione.

Qualche tempo fa, in un articolo sul credito sociale, avevo messo a confronto decisioni politiche di varia natura in campi diversi della sfera pubblica che hanno in comune l’adozione di forme molteplici (ma in definitiva convergenti) di valutazione dei comportamenti, mostrandone l’espansione ed evidenziandone i pericoli.
L’analisi prendeva le mosse proprio da Bologna, dove l’amministrazione comunale aveva immaginato l’istituzione di un “portafoglio del cittadino virtuoso” (che sembra, fortunatamente, caduto nel dimenticatoio) e aveva introdotto negli anni scorsi una sorta di “patente a punti” per gli abitanti degli alloggi popolari finalizzata, di nuovo, a classificare e sanzionare comportamenti. I meritevoli e i non meritevoli, insomma. Quando un’autorità politica – o chi per essa svolge una specifica funzione pubblica (per esempio un’agenzia di valutazione) – decide chi sta da una parte e chi sta dall’altra, bisognerebbe iniziare a preoccuparsi.

D’altra parte, le indicazioni contenute nel bando di cui ci stiamo occupando non sono una novità assoluta. Il testo, infatti, ricalca quello adottato nel 2016 per il cohousing Porto 15, a dimostrazione della continuità tra questa amministrazione e le precedenti. Ma con il nuovo bando il comune di Bologna fa un passo ulteriore, attribuendo punteggi a comportamenti individuali, e questo è un fatto inedito.
In sostanza, determinati elementi culturali sono in circolazione già da tempo, ma stavolta si sono combinati in una formulazione più insidiosa. Quale sarà il passo successivo? In quale ambito verranno applicati criteri analoghi, o appartenenti alla stessa famiglia? Sono interrogativi legittimi, che spingono a non sottovalutare la portata di quello che, a prima vista, si presenta come un esperimento su scala ridotta.


CHI INSEGNA A CHI?

Torniamo al bando. Dopo la prima scrematura fin qui descritta, basata sull’ambiguo e intrinsecamente discriminatorio concetto di “merito” (mai esplicitamente nominato ma di cui si percepisce la minacciosa presenza), la procedura prevede una seconda fase, denominata “Progettazione partecipata del cohousing”.
Si tratta di una serie di otto incontri a frequenza obbligatoria, i cui obiettivi sono spiegati in un paragrafo illuminante: “Avviare un cohousing presuppone di mettere in comune una serie di interessi, opinioni, stili di vita, disponibilità economiche, regole di comportamento. Al fine di costituire un gruppo affiatato è importante avviare una riflessione che coinvolga questi temi in maniera efficace, partendo dal modo d’intendere l’abitare comune: come deve essere, su quali principi deve essere basato e quali aspettative deve soddisfare.
Dal tema dell’abitare si passerà poi alla riflessione sulla solidarietà, la sostenibilità ambientale e la collaborazione reciproca. Per misurarsi su queste tematiche è necessario imparare a comunicare e apprendere una corretta gestione delle riunioni: come prendere la parola, costruire un ordine del giorno, fare sintesi, fare in modo che le riunioni siano efficaci e partecipate”.

Otto incontri per imparare a vivere, in sostanza. Con il presupposto che qualcuno lo deve insegnare (a vivere, si intende). Il verbo “fornire” utilizzato per introdurre gli scopi di questa fase è indicativo: “fornire ai/alle partecipanti gli strumenti per diventare protagonisti/e del proprio progetto”. In poche righe è sintetizzata l’idea di città che gli amministratori hanno in mente, una città in cui i modi di abitare non nascono dalle relazioni quotidiane e dagli scambi nei luoghi di vita e di lavoro – come è sempre avvenuto nella storia – ma vengono “insegnati” a partire da un modello normativo.

Questa “pedagogia dall’alto” si coniuga perfettamente con il modello di partecipazione perseguito dalle amministrazioni che si sono susseguite al governo di Bologna da almeno quindici anni a questa parte, fortemente centralizzato e “dirigista” anche se imbevuto di una retorica che lo promuove come diffuso e spontaneo. Anche il percorso “formativo” previsto dal bando per il cohousing rientra in questo schema. Gli incontri, infatti, saranno guidati da professionisti, secondo un copione che si ripete invariabilmente. Stuoli di “facilitatori” hanno attraversato negli ultimi anni decine e decine di “percorsi partecipativi” intorno ai temi della “rigenerazione urbana”, senza che ne sia mai risultato davvero accresciuto il potere decisionale delle cittadine e dei cittadini, senza il quale la partecipazione si riduce a pura operazione di marketing.

C’è un altro aspetto da cogliere nella procedura prevista dal bando: la sua contraddittorietà. Agli incontri saranno chiamati a partecipare i richiedenti che abbiano superato la prima fase della selezione (quella dei punteggi attribuiti ai comportamenti) in numero doppio rispetto alla disponibilità degli alloggi. Al termine del “processo partecipativo” undici nuclei familiari rimarranno esclusi dall’assegnazione.
In pratica, all’interno di un processo finalizzato a promuovere la solidarietà, viene insediato un meccanismo di concorrenza e competizione. Mentre siederanno intorno allo stesso tavolo per discutere come “costruire la comunità”, i candidati dovranno sgomitare per prevalere l’uno sull’altro e aggiudicarsi una casa in affitto, un bene oggi rarissimo. Una contraddizione stridente, fulcro dell’ideologia del merito che pervade il bando.

Chi deciderà quali saranno gli esclusi? E con quali criteri? Nell’impossibilità di individuare parametri “oggettivi” per governare questa fase così delicata, il bando prevede due passaggi. Il primo si chiama  “autoselezione”: “Dopo i primi otto incontri, l’individuazione dei futuri dieci nuclei di coabitanti sarà basata sull’autoselezione da parte degli stessi partecipanti che decideranno se Fioravanti 24 è il progetto di cohousing che fa per loro”.

Sostanzialmente, il Comune spera che la metà dei partecipanti rinunci perché scoprirà di non essere interessata al progetto. Però gli incontri non sono informativi, ma formativi. Perché formare sperando contemporaneamente che per almeno metà dei partecipanti la formazione non serva a nulla, anzi sia addirittura dissuasiva?
E cosa succede se, invece, i rinunciatari non sono sufficienti? Se, folgorati dalla maestria dei “facilitatori”, oppure – in modo strumentale ma non per questo meno legittimo – spinti
La risposta è semplice, per certi aspetti disarmante: “si procederà per sorteggio”. Può sembrare una soluzione brutale, vista la posta in gioco: non si tratta di una partita di calcio terminata in parità dopo i rigori, ma del soddisfacimento del diritto alla casa. Ma nella logica del bando si tratta di una scelta perfettamente coerente: se si prevedono meccanismi di valutazione arbitrari, come quelli basati sul comportamento, non ci si deve stupire se all’arbitrarietà viene affidata anche la scelta finale.


LUOGHI REALI, LUOGHI ARTIFICIALI

Il cohousing Fioravanti 24 sorge sulle ceneri di XM24, uno spazio sociale autogestito, attivo per diciassette anni fino al 6 agosto 2019. Quel giorno un massiccio spiegamento di polizia eseguì uno sgombero violento, con tanto di ruspa al seguito, su richiesta del comune di Bologna.

XM24 non poteva più stare lì, in quei locali dismessi del vecchio mercato ortofrutticolo, perché – sosteneva il Comune – proprio lì era assolutamente necessario e urgente costruire un cohousing. La bugia era patetica, allora come oggi (e infatti ha avuto varie versioni, nel corso del tempo: all’inizio l’urgenza derivava dalla necessità di realizzare in quel luogo una caserma dei carabinieri). Si trattava, in realtà, di portare a termine l’opera di “normalizzazione” in atto da tempo.
Di sgomberi il Comune ne aveva realizzati molti altri, mostrando un’avversione profonda per tutti gli spazi autogestiti. Ne rimaneva solo uno, bisognava completare l’opera. E poi quel luogo disturbava il progetto di “rigenerazione urbana” noto come Trilogia Navile, un insediamento abitativo di grandi dimensioni, proprio lì accanto, rimasto incompiuto per anni a seguito del fallimento di una delle imprese edili. I lavori stavano per ripartire, meglio sarebbe stato non avere vicini “scomodi”. È il mercato, e il Comune ha mostrato in molte occasioni di essere assai sensibile alle sue regole.

Ora il cohousing c’è. Nel giorno dello sgombero, una formazione politica in quel momento all’opposizione – e che ora, invece, fa parte della maggioranza di governo e siede in giunta con l’assessora alla casa artefice del bando – aveva scritto un comunicato di critica all’amministrazione comunale, che si concludeva in questo modo: “Non sarà certo la sostituzione di uno spazio di creatività e socialità con dieci appartamenti in co-housing a risollevare le sorti del deserto urbanistico creato in quell’area […]”.

Giuste parole, alle quali si potrebbe aggiungere che non sarà l’abito nuovo confezionato intorno all’opera a cambiare a posteriori la sua natura strumentale. Un abito alla moda, ma di pessimo gusto.

(*) Tratto da Napoli Monitor.

da qui

martedì 26 agosto 2025

La scuola del merito e della ricattabilità - Cattive Maestre

 

Il dispositivo del merito, politiche neo-conservative e “anti-gender, precarietà e ricattabilità del personale docente e ATA. Quali prospettive e rivendicazioni nella scuola pubblica italiana? Un intervento delle Cattive Maestre dall’assemblea nazionale di Non Una di Meno

La nuova definizione data al Ministero dell’istruzione ha fatto molto discutere perché per la prima volta inserisce direttamente nel suo nome uno dei riferimenti cardine della pedagogia neoliberale ovvero il merito. Il merito è stato il dogma dei governi degli ultimi venti anni, un vero dispositivo ideologico, usato per nascondere la volontà di costruire istituzioni formative segnate da un profondo disegno classista.

Cosa intendono per merito? L’impressione che si ha è che in questa fase di forte torsione autoritaria, è che il merito, ovvero quel dispositivo retorico che è servito a far competere i soggetti nella società e nei percorsi dell’apprendimento, viene rifunzionalizzato nel quadro del conservatorismo e della reazione, per diventare ancora di più un criterio di discriminazione, che esclude quei corpi non conformi e quelle soggettività critiche e precarie. E’ anche in questa ri-significazione del lessico che si intravedono le mire di questo governo post-fascista.

Cosa significa allora merito? Possibilità di recupero e consolidamento attraverso lezioni private, condizioni materiali sicure che garantiscono lo studio a casa in un ambiente protetto o che deve passare per l’umiliazione secondo l’ultima uscita del ministro? Il dispositivo del merito si intreccia anche con le dichiarazioni sull’orientamento delle/degli studenti in uscita dai vari cicli dell’istruzione, che esprime l’idea secondo cui l’addestramento al lavoro, cioè accettare qualsiasi condizioni di lavoro, dovrebbe partire sin dalla scuola primaria. Secondo la sua interpretazione la disoccupazione in Italia avrebbe origine dalla scelta dei licei, che non sarebbe funzionale all’occupazione.

Nella sua logica non c’è solo l’idea abusata che la scuola debba fornire competenze necessarie richieste dalle imprese, ma c’è ancora una volta un’idea autoritaria, secondo cui le/gli studenti devono essere adattabili ad un mercato del lavoro fondato su bassi salari, precarietà e lavoro gratuito già rese effettive dal PCTO (ex alternanza scuola-lavoro), oppure gli attacchi al RdC, dove il ministro arriva a dire che i percettori di questa misura in alcuni casi sono ex-studenti per i quali la scuola non è stato un canale efficace per l’occupazione.

Così come, a doppio filo, l’orizzonte del merito sembra concentrarsi sul ruolo delle docenti e sulla loro presunta inadeguatezza, che viene sbandierata attraverso vere e proprie campagne denigratorie, che fanno leva su fatti di cronaca e che si concentrano sulla condotta delle docenti non conformi.

Nella scuola del merito, non c’è alcuno spazio per l’autoformazione, che, come abbiamo scritto nel Piano femminista, è per noi un importante strumento di confronto e di elaborazione collettivo dentro e fuori le scuole. Presentazioni di testi come quelli di bell hooks, che abbiamo spesso presentato in varie iniziative, in alcune delle nostre scuole sono state vietate dai consigli di istituto, osteggiati dalle componenti ultra cattoliche.

Questa nuova morale post-fascista, ovviamente prova a farsi strada come può anche sul terreno dei saperi, così come sul terreno del revisionismo storico e della libertà di insegnamento. Addirittura con una circolare il ministro si arroga persino il diritto di dare indicazioni didattiche, rinominando l’evento della caduta del muro come “giornata internazionale della libertà”.

Così come è importante non sottovalutare l’endorsement delle varie associazioni fondamentaliste cattoliche al governo Meloni, come quelle pro life o neocatecumenali, che immediatamente dopo il risultato delle elezioni hanno riacceso la loro vecchia campagna anti-gender, scagliandosi contro la carriera Alias. Nello specifico a Roma, questi soggetti si inseriscono molto spesso all’interno delle funzioni strumentali o di governance degli istituti, determinando i piani dell’offerta formativa, solo per provare a controllare ciò che viene detto in classe dalle docenti.

Allo stesso tempo, la nuova scuola della morale che vorrebbero costruire, è anche quell’istituzione in cui le docenti prevalentemente donne, la parte più consistente di questo segmento del lavoro, continua a sperimentare condizioni di precarietà, di assenza di diritti, di arretramenti anche sul piano sindacale.

È assolutamente necessario tornare a parlare di precariato nella scuola, alla luce delle riforme di reclutamento degli ultimi anni. Le docenti vittime dell’algoritmo sono continuamente in balia di un sistema che le rende ostaggio di mobilità forzata, dove si è costrette a scegliere conciliazione tra lavoro, vita e affetti.

Così come, non possiamo fare a meno di constatare che l’ultimo accordo raggiunto sul rinnovo contrattuale, presenta notevoli limiti sugli aumenti salariali, che neppure riescono a recuperare la perdita del potere di acquisto che abbiamo subito nell’ultimo anno dovuta all’inflazione, senza nessuna capacità di introdurre nel nuovo accordo un avanzamento su alcuni nuovi diritti. Nel contesto della pandemia, abbiamo sperimentato un utilizzo sempre più incontrollato delle chat e di tanti altri dispositivi di comunicazione. Strumenti che hanno contribuito a far esplodere le ore di lavoro non retribuito, che non trovano nessuna soluzione nel nuovo contratto anzi, non è si è stati neppure capaci di normare l’uso del lavoro da remoto utilizzato per le riunioni e altri adempimenti scolastici, che ha avuto anche a funzione di liberare parte del nostro tempo di vita, riducendo gli spostamenti in città ed eliminando il tempo di viaggio. Spesso la possibilità di uso di questa modalità di lavoro è stata sottratta dalla libera decisione degli organi collegiali, diventando una decisione unilaterale dei presidi.

Infine, che tipo di scuola si immagina a partire da ora, in assenza di potere degli organi collegiali, quali spazi immaginare nella costruzione politica della scuola alla luce degli attacchi alla libertà di insegnamento, cosa ci aspettiamo? Una società basata sull’istruzione di qualità a pagamento ma che addestri al lavoro gratuito? Dobbiamo lavorare per costruire una scuola democratica e per ridare spazio agli organi collegiali, discutere, prendere posizione all’interno dei luoghi decisionali delle scuole, partecipare in maniera attiva alle mobilitazioni, augurandoci che anche quest’anno l’otto marzo sia una giornata di sciopero potentissima e che venga declinato in tutte le sue forme così come abbiamo fatto finora.

Questo articolo è una rielaborazione dell’intervento all’ assemblea nazionale di Non Una di Meno del 27 novembre 2022

da qui