martedì 23 giugno 2026
ricordo di Bachisio Bandinu
sabato 4 ottobre 2025
Jane Goodall avrebbe meritato il premio Nobel. L’ho incontrata e mi parlò in “scimpanzese” - Ferdinando Boero
Con una
piccola variazione, il proverbio inglese: you are what you eat (tu sei quello
che mangi), diventa: You are who you meet (tu sei quelli/e che
incontri). In italiano l’assonanza non rende e quindi mi rassegno ad usare
l’inglese. Tra le persone che ho incontrato, alcune fugacemente, altre con
qualche profondità, non posso non pensare a Jane Goodall, una
zoologa molto speciale, che ha studiato gli animali più simili a noi.
Con
gli scimpanzé condividiamo gran parte del patrimonio genetico
(il 98%) e discendiamo da un antenato comune relativamente recente:
se discendessimo da loro, sarebbero i padri (e le madri) e noi i figli, mentre
la discendenza comune ci dice che siamo fratelli: deriviamo dagli stessi
“”genitori”. Capire gli scimpanzé, quindi, ci aiuta a capire noi stessi,
riportandoci alle origini: Goodall più di ogni altro ci ha fatto conoscere gli
scimpanzè.
Jane ci ha
lasciato a 91 anni, ma non possiamo essere tristi per lei. Ha fatto
la vita che ha desiderato fin da bambina, e l’ha vissuta in attività fino alla
fine, sopraggiunta durante un ciclo di conferenze. Jane aveva la biofilia, la
naturale propensione verso gli esseri viventi che hanno tutti i giovani umani.
A scuola cercano, di solito riuscendoci, di estirparla, anche se ne restano
tracce nell’amore che molti umani nutrono per gattini e cagnolini. Jane non si
fermò a gattini e cagnolini: andò a Gombe, in Tanzania, e
si innamorò degli scimpanzé.
Non era laureata, ma nel 1965 conseguì il dottorato in Etologia a Cambridge, dove fu ammessa in base alla sua esperienza sul campo, pur non avendo titoli formali accademici. Scrisse molti articoli su riviste di divulgazione e libri, ma in seguito pubblicò anche articoli scientifici su riviste prestigiose che le permisero di essere universalmente riconosciuta come l’esperta mondiale degli scimpanzé. Fondò il Jane Goodall Institute nel 1977, per proteggere gli scimpanzé e promuovere una convivenza sostenibile tra esseri umani e ambiente. Nel 1991 diede vita al programma Roots & Shoots, per coinvolgere giovani di tutto il mondo nel prendersi cura della Terra, non come spettatori, ma come protagonisti attivi.
Il suo
contributo alla conoscenza dei nostri fratelli scimpanzé, mirò poi alla
creazione di una consapevolezza della loro importanza biologica e storica,
visto che condividiamo con loro, e con i bonobo, gli scimpanzé nani, gran parte
della nostra storia evolutiva. Jane non si accontentò di conoscere, decise
anche di agire, e puntò sui giovani per creare una “pace” tra
la nostra specie e il resto della natura. Una volta cresciuti, a fronte
del condizionamento dell’educazione corrente, gli umani diventano
insensibili alla natura, la considerano al loro servizio e non si curano di
tutelarla. La biofilia va coltivata.
Vista la
rilevanza dei suoi contributi, secondo me avrebbe meritato il premio
Nobel per la Medicina e Biologia, e anche quello per la Pace.
Il Jane
Goodall Institute ha una branca anche in Italia, presieduta da Daniela De
Donno, collaboratrice di Jane fin dagli anni Novanta, ed è stato grazie a
Daniela che ho incontrato Jane. La prima cosa che mi stupì fu che poteva
passare dal nostro linguaggio a quello degli scimpanzé, lo “scimpanzese”, per
spiegarne il significato. Noi “scienziati” professionisti non
approviamo legami emotivi con l’oggetto dei nostri studi. Per Jane, invece, gli
scimpanzé sono persone come noi.
Non fece
esperimenti, Jane: osservò. Nel 1960, scoprì che gli scimpanzé
usano ramoscelli per estrarre termiti da un termitaio, utilizzando uno “strumento” per
procurarsi cibo: l’uso di strumenti non è una nostra prerogativa. Questa
scoperta fu pubblicata su Nature e fece scalpore, aprendo un
dibattito duraturo nella comunità scientifica. Nel nostro immaginario, gli
scimpanzé mangiano banane, come Cita, lo scimpanzé compagno di Tarzan. Tanto
che Umberto Veronesi dichiarò di essere vegetariano perché
“l’animale a noi più vicino, lo scimpanzé, è vegetariano”: era un luminare
dell’Oncologia, ma non della biologia degli scimpanzè. Goodall, infatti,
osservò che gli scimpanzé cacciano altre scimmie e altri piccoli animali: non
sono esclusivamente vegetariani. Sono onnivori proprio come noi. E come noi,
purtroppo, hanno un comportamento bellico.
Durante le sue osservazioni a Gombe, Goodall documentò conflitti prolungati tra comunità di scimpanzé, incluse incursioni, uccisioni e divisioni, mostrando che la guerra sociale non è esclusiva dell’uomo. In alcuni casi documentati, alcuni scimpanzé attaccarono orfani o infanti di altri gruppi, e in casi estremi osservò episodi cannibalistici. Proprio come noi, gli scimpanzé hanno personalità individuali e Goodall li trattò come individui: diede loro nomi, osservò differenze individuali nel carattere, temperamento e preferenze, con individui timidi e altri dominanti. Le sue osservazioni mostrarono che gli scimpanzé hanno strutture sociali complesse.
Jane Goodall
ha perfezionato la scoperta di Darwin sulla nostra origine animale (e quindi
non divina) e i suoi risultati ci insegnano una dote per noi rara: l’umiltà. Non
siamo fatti a immagine e somiglianza di una divinità, siamo molto simili ai
nostri fratelli scimpanzè, abbiamo sviluppato tecnologie più efficienti,
soprattutto nella letalità, ma restiamo pur sempre animali. Come diceva
Bracardi: l’uomo è una bestia! e nessuno più di Jane ci ha
anche insegnato che non solo siamo bestie ma che ci sono altre bestie molto
umane.
mercoledì 17 settembre 2025
domenica 4 ottobre 2020
ricordo di Jean Robert
La rivoluzione dei poveri è cominciata
(intervista a Jean Robert di Gianluca Carmosino)
Jean Robert è un architetto svizzero, migrato in Messico da quarant’anni, docente universitario di Storia delle tecnica. Amico e collaboratore di Ivan Illich ha scritto articoli e libri preziosi dedicati ai temi della critica allo sviluppo. Il più importante è «La potenza dei poveri», tradotto e edito in Italia da Jaka book (ne parliamo qui), una lunga conversazione con Majid Rahnema (uno dei relatori alla Conferenza internazionale della decrescita di Venezia). Di seguito, un’intervista a Robert (hanno collaborato Loredana D’Elia e Aldo Zanchetta).
Ne La potenza dei poveri, scritto con Majid Rahnema,
sostenete che bisogna smettere di definire e di trattare quattro miliardi di
uomini e di donne come «persone che vivono con due dollari al giorno», per
ascoltarli, aprirsi a loro, affidarsi alla potenza di poveri. Cos’è la potenza
dei poveri?
Definire
«povero assoluto» chiunque guadagni meno di un dollaro al giorno e «povero
relativo» chiunque ne guadagni meno di due è puro cinismo burocratico in stile
Onu e Banca mondiale e crederci si basa su questa beata ingenuità con la quale
i bravi cittadini si lavano la coscienza. Ma lei, facendomi questa domanda, si
rende conto di postulare uno, un sistema economico, chiamiamolo «dominante» e
«capitalista», due, uno stile di vita regolato da standard internazionali
indiscutibili e tre un pensiero unico, come viene giustamente definito.
Proviamo ad analizzare questi tre elementi.
Uno. Il
sistema economico che i paesi ricchi hanno cercato di imporre nel corso di
oltre sei decenni di disastro chiamato sviluppo ha ucciso, nella maggioranza
dei cittadini dei paesi sviluppati e «in via di sviluppo» la capacità stessa di
pensare che «un altro mondo è possibile», come dicono gli zapatisti, che altri
mondi sono esistiti e che tutto ciò che ha un inizio avrà certamente una fine,
che l’esistenza di questo sistema economico, nonostante il suo enorme potere di
cooptazione e la violenza nei confronti di chi gli oppone resistenza, è
precario.
Due. Ciò che
Serge Latouche definisce standard di vita fa parte di un progetto di
unificazione degli stili di vita in tutto il mondo. All’inizio del XX secolo
gli esperti di geografia umana studiavano le diverse modalità di vita dei vari
paesi del mondo, mettendo in rilievo le particolarità e l’originalità di ognuna
di esse. Oggi, poiché la scienza è diventata, come diceva Ivan Illich, ricerca
a pagamento, università e istituti mondiali finanziano gli studi sulle
specificità locali non per onorarle ma per analizzare ciò che, all’interno di
tali specificità, ostacola lo sviluppo economico. Così ad esempio uno studio
messicano «rivelava» come uno degli ostacoli allo sviluppo economico fosse
l’amore per il proprio territorio che impediva ai giovani di «realizzare il
proprio potenziale economico» emigrando là dove i redditi sono più elevati.
Tre. Tali
ricerche sugli «ostacoli locali allo sviluppo» fanno sì che un determinato
stile di vita, chiamiamolo stile nord-atlantico, venga considerato «naturale» e
quindi indiscutibile. In questo modo si mette il concetto stesso di sviluppo al
riparo di qualsiasi critica presentandolo, come voleva Walter Rostow nel suo
libro su «Le tappe della crescita economica», pubblicato negli anni Sessanta,
come il semplice effetto di una legge evolutiva generale la cui la fase matura
corrispondeva a un’esistenza totalmente sottomessa agli spazi e ai tempi
imposti dai trasporti motorizzati, nella quale tutto ciò che arriva sulla
tavola è stato acquistato in un supermercato e in cui tutto ciò che permetteva
la sussistenza autonoma, gli usi civici e comunali, le attività vernacolari che
producevano valori d’uso, è progressivamente eliminato in quella che Illich
definiva guerra alla sussistenza. Ci sono voluti sei decenni di un simile
lavaggio del cervello chiamato «sviluppo» per arrivare a isolare una persona
dalle proprie circostanze storiche, geografiche e culturali e considerare del
tutto naturale trattarla come un salariato miserabile, inetto oppure
sfortunato, che necessita di essere sottoposto a una vera e propria terapia. In
un testo purtroppo ormai perduto scritto in italiano, Illich sosteneva che
storicamente l’uomo occidentale ha dato prova di tolleranza terapeutica verso
tutti quelli che, non essendo ancora come lui, dovevano essere convinti a
diventarlo. Le definizioni di povertà assoluta e relativa della Banca mondiale
sono i dispositivi della guerra alla sussistenza le cui vittime dovrebbero
essere trattate con tolleranza terapeutica.
Perché non sarebbe possibile definire la povertà in modo generale? Cos’è
la vita vernacolare, basata sui principi della povertà conviviale, per dirla
sempre con Ivan Illich, comune a tutte le civiltà della storia?
Purtroppo,
come ho detto prima, definire la povertà in termini generali non solo è
possibile ma è oggi un vero e proprio fatto scientifico, in un mondo in cui la
scienza non è altro che ricerca a pagamento. Foucault parlava di «produzione di
verità». Quando nel 2008 uscì il nostro libro ebbe una discreta visibilità
nelle librerie di Parigi, ma un altro testo, pubblicato dallo stesso editore e
apparentemente sullo stesso tema, andava a ruba. Titolo, «Perché siete
poveri?»; Metodo: prendere alla lettera tutte le «verità scientifiche» che
sostengono lo sviluppo e andare nei paesi poveri a interrogare degli sfortunati
testimoni sui motivi che li hanno spinti a rompere con gli standard e le norme:
«Signora, perché si ostina a guadagnare meno di due dollari al giorno?».
Personalmente ritengo un simile metodo, acclamato dagli scienziati, più
disonesto che ingenuo.
Se potessimo
liberarci dai paraocchi imposti di volta in volta dallo sviluppo, dalla
scienza, ossia la cosiddetta scienza economica, e dall’immersione nel comfort
che ancora caratterizza l’esistenza dei ricchi, sia nei paesi ricchi che in
quelli poveri, capiremmo: che il lavoro salariato è un’invenzione relativamente
recente; che l’idea keynesiana di un’economia capace di offrire «un lavoro per
tutti» ha meno di settantacinque anni; che questa stessa idea è stata sconfitta
dai recenti accadimenti.
In un primo
libro consacrato al tema della povertà, Quando la povertà diventa
miseria, Jaka Book, Majid Rahnema tracciava una distinzione chiarissima tra
povertà e miseria. Durante le nostre conversazioni riprende con forza questa
distinzione essenziale. Appartenente alla tradizione sufista per discendenza
materna, conosce bene i concetti arabo-persiani di povertà felice e povertà
volontaria di certi mistici e la possibilità aperta, oggi, di una povertà
conviviale. Storicamente la povertà volontaria è legata a un mondo vernacolare
che favorisce la produzione autonoma di valori d’uso. Il cosiddetto sviluppo,
nella sua guerra alla sussistenza, ha significato la distruzione implacabile di
qualsiasi vestigia di vita vernacolare e sussistenza. Il vero etnocidio delle
culture contadine europee dopo la Seconda Guerra mondiale è una fase di questa
guerra che, dopo la morte dei contadini tradizionali, si è estesa a tutti i
settori dell’esistenza.
Nel 1991 André Gorz scriveva: «La civiltà capitalistica va
inesorabilmente verso il crollo catastrofico; non è più necessaria una classe
rivoluzionaria per abbattere il capitalismo, poiché esso scava la propria
tomba…». È d’accordo? La crisi globale, economica quanto ambientale, è il
crollo al quale alludeva Gorz?
Durante la
Seconda Guerra mondiale, Karl Polanyi, che la vedeva come la crisi finale del
capitalismo, pensava che questo non le sarebbe sopravvissuto. E invece l’ha
fatto, e in base ai suoi parametri, anche molto bene. Durante i famosi
«trent’anni gloriosi», il capitalismo per un certo periodo ha addirittura
mostrato un «volto umano»: riduzione delle ore di lavoro, allungamento delle
ferie retribuite, accesso massiccio delle donne al sacrosanto impiego. Questi
vantaggi e diverse «vittorie sindacali» hanno reso i cittadini ciechi di fronte
al lento e inesorabile scempio che si stava compiendo: mutamento della
relazione tra città e campagne, ristrutturazioni territoriali su larga scala,
persecuzione degli artigiani in vista della loro estinzione e etnocidio della
classe contadina. Sia André Gorz che Polanyi avevano ragione, ma è impossibile
fare delle previsioni precise: non sappiamo se il capitalismo si riprenderà
dalla cosiddetta «crisi» finanziaria. Ciò che è certo è che, se si riprende,
nel corso della sua ripresa distruggerà gli ultimi settori di esistenza
vernacolare, di comunità e di vera libertà rimasti.
Nel libro scrivete anche che movimenti inediti, dai Sem terra agli
zapatisti, mettono in luce fatti semplici, ancorati al quotidiano. Siamo
di fronte a pratiche nuove di rivoluzione che potrebbero diffondersi?
Sì, ma è
difficile prevedere i tempi. Majid ha collezionato per il nostro libro degli
esempi di questi cambiamenti radicali, prodotti di azioni che mirano a
obiettivi limitati.
Cosa pensa dei movimenti latinoamericani del «buen vivir» emersi negli
ultimi anni, delle rivolte arabe? È cominciata una nuova stagione per i ribelli
di tutti i «sud del mondo»?
Sì, credo
che una nuova stagione sia cominciata. Ma andiamo per ordine: sì, Evo Morales
entusiasmava quando parlava di «buen vivir». Purtroppo le sue decisioni
politiche successive hanno smorzato l’entusiasmo. Si tratta di un concetto che,
a mio parere, dovrebbe essere ripensato immergendolo nelle comunità indigene,
così ricche di potenzialità per un «mondo in cui ci sarebbe posto per molti
mondi».
Gli
indignati europei mi hanno fanno pensare alla nostra età, la mia e quella di
Majid, «nuestra bola de años» come si dice in Messico. L’espressione, e
l’essenza stessa del movimento che la rivendica, viene dall’esempio e
dall’opera di un ultraottuagenario, Stéphane Hessel. C’è stata una distruzione della
memoria di tale portata che «noi vecchi», memorie viventi, come nel caso degli
indigeni non possiamo morire senza aver fatto sentire la nostra voce, il
ricordo di «ciò che è stato» e che potrebbe, se «rifunzionalizzato» per dirla
con Alfredo Lopez Austin, ritornare vitale. È il tempo delle alleanze tra
nipoti e nonni. Forza nonni!
Territori.
Addio a Jean Robert
Dire: poveri dignitosi e padroni
dei propri mezzi di sussistenza, equivale a dire: poveri che sono padroni dei
propri territori. Equivale anche a dire: gente
del mondo che sta in basso che è capace di sopportare la crisi e di
sopravvivere alla nuova normalità perché la sua sussistenza non dipende
totalmente dalla produzione capitalistica e dalle sue reti di distribuzione
delle merci parzialmente commestibili che la gente di città deve
comprare nei supermercati. In molte parti del Messico, i contadini cominciano a usare un nuovo
concetto per differenziare la povertà dignitosa dalla miseria. È il concetto di
territorialità. Questo termine è ovviamente
utilizzato dalle scienze del mondo che sta in alto, in particolare dalla
geografia. Ma, fuori dagli ambienti accademici, la gente gli sta dando un
significato totalmente nuovo, il più delle volte senza sapere che sta
inventando un potente concetto analitico per parlare in termini nuovi di una
vecchia realtà.
Questa realtà,
difficile da rinchiudere in una terminologia scientifica, ha a che vedere con la
coltivazione, la cultura, le consuetudini e anche l’ospitalità, e certamente
con la sussistenza, una parola screditata dal cattivo uso che ne hanno fatto i
linguisti e gli studiosi del mondo che sta in alto.
Usata nei villaggi di Morelos, di Oaxaca o del Chiapas, la parola
territorialità diventa il simbolo di ciò che Michel Foucault chiamava
l’insurrezione dei saperi calpestati. Cessando di essere monopolizzata dal
mondo accademico, la parola diventa strumento di una critica locale, e quindi
pertinente, portatrice del sapere storico di lotte particolari. Usata da
contadini e da indigeni, la parola territorialità è il segno di un ritorno di
saperi, che erano stati calpestati o negati, sulla relazione fra il microcosmo
di una comunità e il pezzetto di universo in cui la storia l’ha radicata. Nello
stesso modo in cui cambia il sapore dell’acqua quando si oltrepassa uno
spartiacque, così il contenuto della territorialità cambia da una valle
all’altra.
Coloro che
disegnano queste residenze di campagna cinte da mura, questi ghetti della
classe media e questi campi di concentramento per burocrati e operai
meritevoli, coloro che frazionano la campagna e coloro che poi vi abitano, che
lo vogliano o no, sono tutti regine, alfieri, cavalli o pedoni di una spietata
contesa territoriale. La territorialità rifiuta la logica di questa
guerra. È radicamento, attaccamento al suolo e alla terra nutrice, rispetto
delle tradizioni e capacità di trasformarle in maniera tradizionale. È capacità di sussistenza
nonostante gli assalti del mercato capitalistico. È riflessione critica dal
basso sul ‘qui ed ora’. L’imposizione dall’alto di
residenze disegnate per rimanere estranee al luogo che occuperanno e costruite
dopo che le ruspe avranno cancellato tutte le tracce di vite passate, sono
l’esatto contrario della territorialità. Oggi questo contrario della territorialità si chiama sviluppo urbano e si
insegna nelle università come disegno architettonico.
Le guerre
territoriali moderne non dicono il proprio nome. Si nascondono dietro ad
eufemismi: il già citato disegno urbano, l’urbanistica, la pianificazione, con
le sue mappe urbane violate e i suoi regolamenti anti-costituzionali. Questa
guerra territoriale si manifesta anche nei servizi di trasporto, acqua, sanità,
educazione e tempo libero che si estendono come tentacoli a partire dai centri
urbani: trasporti per la migrazione verso la città, tubature per impadronirsi
dell’acqua delle nostre sorgenti, scuole per estraniare i figli dai loro
genitori, club di golf, lotterie istantanee che sono casinò mascherati,
alberghi dove le stanze si affittano a ore, voraci centri commerciali. Il disegno urbano si è
trasformato in una sorta di ‘taglia e brucia’ il cui strumento è la ruspa. Ciò
che poi si costruisce nello spazio vuoto lasciato dalle macchine si assomiglia
in tutto il mondo: da Acámbaro a Chen-Chen, da Bangalore alla Silicon Valley. I
frutti della territorialità invece si distinguono, in ogni luogo particolare,
per la loro profonda compenetrazione con lo spirito di un luogo unico.
La guerra contro la sussistenza
Il ‘partito’ dell’anti-territorialità cambia
il colore della sua camicia secondo gli interessi del momento, ma la guerra che
conduce ha un nome ben preciso. Si chiama guerra contro la sussistenza. Da
quando è iniziata, più o meno cinquecento anni or sono, ha avuto varie
manifestazioni, ma il risultato è sempre stato la devastazione dei territori da cui la gente
traeva la propria sussistenza, ieri come oggi. Guerra
di gente che sta in alto contro gente che sta in basso, guerra di gente a
cavallo contro gente a piedi, e oggi, ad esempio, di automobilisti contro
pedoni.
Che cosa ha a che vedere
la territorialità con la crisi? In primo luogo, il
fatto storico che da almeno cinque secoli la guerra contro la sussistenza è
stata una guerra di devastazione dei territori da cui la gente che sta in basso
traeva la propria sussistenza. In secondo luogo, il grandissimo pericolo che le
politiche di salvataggio dell’economia assomiglino sempre più alle politiche di
sviluppo delle infrastrutture dei trasporti, che usurpano aree di marciapiede e
altri spazi pedonali per sistemare più macchine nelle strade. Poi la grande
minaccia che le politiche di salvataggio, recupero e normalizzazione
dell’economia usurpino ambiti di sussistenza per costruire al loro posto
supermercati e lucrosi complessi residenziali o, in ossequio al sogno degli
economisti di professione, il mercato perfetto in cui tutti gli atti di
sussistenza saranno ridotti a transazioni economiche formali, generatrici di
entrate in denaro e soggette a imposta.
Se non siamo
vigilanti, se abbassiamo la guardia, i sogni degli economisti possono generare
mostruosità sociali ancora sconosciute. Non mancherà chi farà l’elogio di
questi mostri come prova della ‘creatività del capitalismo’. L’autore di queste
pagine dissente da ogni elogio del capitalismo che, secondo lui, non è un
soggetto o un’entità che manipola e trasforma le società dal di fuori, ma è la forma della spietata
guerra contro la sussistenza che caratterizza i tempi moderni. La sua
espansione avviene sempre a spese di territori, saperi e capacità di sussistenza.
Ci sono ad esempio segnali sempre più frequenti di una guerra sporca contro
modalità di sopravvivenza finora tollerate ai margini della società:
sopravvivere vendendo fiori per le strade, lavando parabrezza, rovistando fra i
rifiuti, costruendosi la propria casa.
Concetti per andare oltre l’economia
Nella «Guida
bibliografica» che conclude il suo saggio sul «lavoro ombra» (Illich, 1985
[1981]), Ivan Illich scriveva: “L’era moderna è una guerra senza tregua che da cinque secoli si conduce
per distruggere le condizioni del contesto della sussistenza e sostituirle con
merci prodotte nel quadro del nuovo Stato-nazione. In
questa guerra contro le culture popolari e le loro strutture, lo Stato è stato
aiutato dai chierici delle varie chiese, e poi dagli esperti e dalle loro
procedure istituzionali.”
Nel corso di
questa guerra, le culture popolari e gli ambiti vernacolari (aree di sussistenza)
sono stati devastati a tutti i livelli. Ma la storia moderna di
questa guerra (dal punto di vista degli sconfitti) non è ancora stata scritta.
Se non vogliamo rischiare di accettare passivamente la distruzione dei
territori di sussistenza, dei legami sociali, delle culture e della natura
sotto l’urto di una nuova impennata di crescita economica, è assolutamente
necessario reimpostare la questione del referente reale dei discorsi economici.
Parte della cortina di fumo dietro a cui si nasconde la scienza chiamata
economia, definita là in alto come «teoria dell’assegnazione di mezzi limitati
a fini alternativi» (si legga: illimitati) o come «osservazione di fenomeni di
formazione di valore sotto la pressione della scarsità», emana dalla confusione
sapientemente mantenuta fra l’economia e la sussistenza. Intendetemi bene: la
menzogna secondo cui la sussistenza (il ‘paniere’,
l’ottenimento dei mezzi di sopravvivenza) è l’oggetto della scienza economica genera quella confusione che è il
segreto del suo potere.
martedì 22 settembre 2020
martedì 4 agosto 2020
Giorgio Todde, il rigore della nostalgia - Massimo Dadea
dallìallontanamento dai luoghi in cui si è nati, ma anche la difficoltà a riconoscersi, al
momento del rientro, in quei luoghi, in quei paesaggi, in quelle persone. Anche perché, nel frattempo, sono irrimediabilmente cambiati, mutati, scomparsi. Quei momenti della memoria non torneranno più. La nostalgia esprime il desiderio del ritorno e il dolore del non ritorno. In definitiva – mi suggeriva – la nostalgia è un pendolo tra malinconia e speranza. Oggi – disse – in questa fase della mia vita prevale la malinconia.
mercoledì 15 agosto 2018
ricordo di Maria Matus Tenorio
La risposta è amarezza.
Amarezza per l’accaduto, perché al posto di Mar, poteva esserci una qualsiasi di noi.
Amarezza per come la notizia viene strumentalizzata: “vedete cosa succede a viaggiare sole?” (tra l’altro Maria non era sola nel momento della tragedia).
Amarezza per i commenti: “se l’è cercata”.
mercoledì 12 aprile 2017
Micaela è stata assassinata
lunedì 10 aprile 2017
ricordo di Vincenzo Migaleddu (nelle parole di chi l'ha conosciuto)
Vincenzo Migaleddu
Però meglio così: le cattedre universitarie spesso rovinano le migliori intelligenze.
Sta di fatto che fu tra i primi in Sardegna a interessarsi del male oscuro dell'industrialismo selvaggio che già dagli anni sessanta stava pesantemente colpendo le nostre zone: quel petrolchimico che sembrava aver portato in Sardegna un benessere da società industriale era un bluff e Vincenzo non si vergognava a sottolinearlo. E Vincenzo, quando affermava qualcosa, aveva il dannato vizio di documentarsi fino a scoprire il codicillo più nascosto. Era fastidiosamente informato. Lui sapeva ed era cosciente del fatto che per vincere bisognava sapere una parola in più del suo avversario!
Un vero rompimento di scatole per molti di noi che imbevuti come eravamo di operaismo lo guardavano con sospetto. Lui diceva che quelle torri maledette che buttavano ceneri e rifiuti tossici in mare ci avrebbero fatto pentire di averle volute.
Ma la sinistra, in quegli anni, in quel periodo, guardava l'ecologismo, la difesa dell'ambiente e tutti gli argomenti che vi stavano intorno con sospetto e con un evidente fastidio.
Questo medico, che parlava del fatto che solo difendendo la terra che ci ospita come razza umana avremmo avuto un futuro, era veramente una spina nel fianco per molti verbosi politici di destra come di sinistra che sull'immagine dell'operaio e della supposta modernità di cui erano portatori, avevano creato la loro fortuna polica e il loro immeritato potere,
Questo medico secchione che tirava di Judo, parlava correntemente francese e inglese, suonava la chitarra, componeva canzoni in sardo e italiano, che di certo non gli mancavano le buone letture era un vero rompimento. Un fastidioso critico delle loro fesserie e tostu che balla. Le castagne le sapeva tirare senza alzare la voce ed erano castagne pesanti.
Beh, il discorso su Vincenzo sarebbe ora troppo lungo. Spero che un giorno lo si faccia.
Io so che oltre che un dolore personale, sono dispiaciuto perché una intelligenza come la sua è venuta a mancare.
Sembra retorico dirlo, ma la Sardegna di lui aveva ancora molto bisogno.
A menzus bidere Vincé.
Dal 2013 Vincenzo Migaleddu è sempre stato a fianco di questa amministrazione - in maniera gratuita e disinteressata - per comprendere i meccanismi tecnico-burocratici, i rischi per la salute umana, l'esproprio di competenze per le amministrazioni e le comunità locali su due progetti di trivellazione denominati "Sedini" e "Martis".
La Sardegna, con la sua morte, perde non solo un illustre uomo di scienza, ma soprattutto un militante pacifista della difesa dell'ambiente e della salute umana. Alla Sardegna mancheranno la sua umanità, la sua competenza e il suo coraggio.
La Sardegna oggi è più debole e più sola.
[Il sindaco - Emiliano Deiana]
Il cuore stretto stretto dalla tristezza infinita per te caro, carissimo Vincenzo Migaleddu. E le parole che trovo non sono abbastanza per descrivere questo immenso dispiacere.
Elisabetta Pau
martedì 24 gennaio 2017
ricordo di Mark Baumer (tempi impossibili per i sognatori)
qui sotto il video del suo centesimo giorno di camminata, il giorno dopo è stato ammazzato da un'automobile (da qui)
qui il suo diario di viaggio
qui il canale youtube dove postava i video del viaggio
mi ricorda il viaggio di Pippa Bacca (qui)
e il viaggio di Christopher Supertramp Mccandless (qui)
domenica 11 dicembre 2016
ricordo di Paolo de Benedetti
"Io spero che in Paradiso ci sarà un angelo che ci volta i fogli"
qui una bella intervista di Antonio Gnoli
mercoledì 9 novembre 2016
ricordo di Umberto Veronesi (con le sue parole)
Non ho lezioni di vita o di morale né verità da tramandare, ma solo l'esperienza di un uomo che ha molto vissuto e molto pensato. Ho scritto in uno dei miei ultimi libri che sono giunto alla conclusione che il mestiere dell'uomo è pensare. Pensare autonomamente, coscientemente per costruire un sistema libero di interpretazione del mondo. Certo la nostra libertà di pensiero è limitata da scelte che non abbiamo potuto fare in prima persona: i genitori e il paese in cui nasciamo prima di tutto. Tuttavia dobbiamo ampliare la nostra autonomia adottando il dubbio come metodo.
Ai miei giovani medici ho sempre fatto una raccomandazione. Siate dubbiosi e siate trasgressivi, se trasgredire significa andare oltre limite del dogma o la rigidità della regola. Guardate all'esperienza della mia lunga vita: senza dubbio e senza trasgressione non avrei visto (e contribuito a provocare) i progressi nella lotta al cancro, l'evoluzione del ruolo delle donne, l'affermazione della libertà di amare, avere figli e vivere la propria sessualità, il tramonto del razzismo, la nascita del senso di sostenibilità ambientale e il rispetto per l'armonia del pianeta e per tutti gli esseri viventi. È vero anche che non ho visto, come da giovane ho sperato, la sconfitta del cancro e neppure la fine della violenza delle guerre e della fame nel mondo. E questo mi rammarica profondamente.
In tanti vorranno sapere se in questo mio riflettere, e studiare, e impegnarmi incessantemente per tante cause ho trovato il senso della vita. Sì, ho una risposta: la vita forse non ha alcun senso. Ma proprio per questo passiamo la vita a cercarne uno. L'importante non è sapere, ma cercare. Sconfiggere l'ignoranza sia il vostro impegno primario, perché l'ignoranza non ci dà alcun diritto. Continuate a cercare fino alla fine, con la consapevolezza che non potete fare a meno del bene e della vita.
qui qualche citazione
lunedì 8 agosto 2016
Dai semi la vita. In ricordo di Pia Pera
Quei liberi semi, che già si erano ingegnati di andarsene per il mondo - vuoi trasportati dalle pellicce degli animali, vuoi dal vento o dagli uccelli ghiotti di frutti e bacche - non avrebbero forse dovuto, per trovare un’altra tra le tante possibili vie per arrivare a discendenza, approfittare della premura di una giovane botanica. La faccenda non ebbe seguito, mi colpì tuttavia come una forma bizzarra, e quanto mai miope, di appropriazione del mondo. Non diversamente da un pensiero, un seme può restarsene tranquillo e pressoché invisibile anche per molti anni, fino a che, non appena le condizioni sono favorevoli, si dispiega in tutta la sua segreta grandezza. Seminare è una delle attività più emozionanti, anche perché non è poi così semplice, non sempre almeno. Prendiamo il prezzemolo: non basta indovinare il momento e spargere i semi rasoterra: occorre poi stendere un pezzo di canapa o un qualche altro tessuto leggero a protezione dalle innaffiature dirette. Altrimenti, niente.
La felicità davanti ai semi appena germogliati ha qualcosa di lieve come un sollevarsi leggero del respiro. Che soddisfazione, quando attraverso la stoffa trasparente e bagnata si scorgono le chiazze delle prime foglioline di un bel colorito verde squillante contro il nero del terriccio fertile.
Le piantine appena spuntate inteneriscono come i cuccioli della gatta di casa. Vorrebbero tutti vivere. Non c’è nulla di strano nel provare affetto per una pianta, prendersene a cuore le sorti e volerla aiutare a non sparire dalla faccia della terra. Specie se questa pianta sarà un certo tipo di fagiolo la cui fragranza ha il sapore della casa dove siamo nati, una mela un po’ strana, di quelle che al supermercato non si vedono, però familiare e cara come un’espressione del dialetto natio. Ancora oggi, in questo mondo sempre più incline all’uniformità, si incontrano - e con quanta gioia - angoli dove è rimasto qualcosa di diverso, una pesca magari che alle altre non somiglia tanto, però ha una sua bellezza - e che sensazione forte al palato! Queste, che non sono piante spontanee ma varietà agricole, ognuna con la sua genealogia locale, sopravvivono a volte per caso, più spesso perché qualcuno si prende la briga di riconoscerle, riprodurle, adoperarsi perché non vadano smarriti frutti ortaggi e sementi che generazioni di donne e di uomini hanno faticato tanto prima per selezionare, poi per tramandare. Tanto lavoro nella consapevolezza che si trattava di qualcosa di buono ed essenziale alla vita: la sopravvivenza di certe varietà era intrecciata alla loro.
Ma non viviamo di solo pane. Per esempio: per secoli nella vallata di Hin-Shin, in Estremo Oriente, ha prosperato una foresta di camelie incantevoli dalle foglie sottili e il fiore minuscolo a forma di anemone, cinque petali rossi intorno a un cuscino serrato di petaloidi e stami dorati. L’effetto era quello di un ricamo prezioso. In quella valle viveva un certo signor Nguyen. Quando seppe dell’attacco imminente dei B52 - correvano infatti gli anni della guerra in Vietnam - il suo primo pensiero fu mettere da parte almeno una manciata di semi dell’amata camelia. Fece appena in tempo: un attimo dopo l’intera vallata, incendiata dal napalm, era in preda ad altissime fiamme. Nguyen riuscì a fuggire, dopo innumerevoli peripezie approdò al porto di Livorno. Aveva sentito parlare di una valle simile per certi versi a quella dove era nato, collinosa, ricca di corsi d’acqua e di ville dove le camelie crescevano bene.
Raggiunse Pieve di Compito e consegnò i semi, dieci, al proprietario del più bel camelieto. Dopo più di tre mesi comparvero le prime due foglioline. Alla comparsa della terza, quella che indica il passaggio dalla delicata prima radice fittonante a un apparato radicale fascicolato, si passò al trapianto: operazione cui sopravvisse una sola piantina, adesso uno splendido albero in fiore nel tardo autunno. Forse l’unico esemplare sopravvissuto al mondo di quella particolare varietà di camelie, e che sarebbe andato perduto per sempre se il signor Nguyen non avesse capito che gli era toccato un compito: sottrarre all’estinzione qualcosa di unico, e anche di molto amato.
Ogni varietà, che si tratti di alberi, fiori, ortaggi, riso o cereali, oppure di una lingua, un dialetto, rappresenta qualcosa di irripetibile, qualcosa che, una volta perduto o dimenticato, nessuno potrà più riportare in vita. Si tratta dei frutti di un’evoluzione - naturale oppure culturale - che rischia di spegnersi a meno di trovare chi, per un motivo o per l’altro, ne prenda a cuore la sopravvivenza.
Senza il signor Nguyen, che l’aveva cara, quella particolare camelia sarebbe scomparsa per sempre. Senza le donne e gli uomini che rifiutano di accettare che sopravviva solo il più forte - ovvero le poche varietà adottate dalle forze economiche dominanti - andrebbe perduto per sempre il lavoro di chi ha selezionato, generazione dopo generazione, varietà agricole preferibili ad altre, vuoi per il gusto, vuoi per la migliore compatibilità con un particolare territorio, vuoi per l’aspetto.
Specie e varietà compaiono e scompaiono di continuo, nella lunga storia della terra. Se ne può prendere atto con indifferenza, oppure lasciare che vincano le ragioni dell’amore, accettando di farsi protettori, chissà perché, di una certo patata e non di un’altra.
Non ha senso imporre regole e divieti al sentimento spontaneo con cui contadini, agricoltori, giardinieri si preoccupano di preservare le varietà a loro più care. Volere arginare la voglia di scambiare semi, regalarli, condividerli, darli in cambio di un giusto compenso, è attentare a una libertà non meno fondamentale di quella di esprimersi, pubblicare, dare voce al proprio pensiero.
Se il seme può dirsi a ragione di chi lo raccoglie in natura, di chi lo riproduce dalle piante che coltiva, di chi lo riceve in dono o lo compra, di chi lo mette in una bustina e lo vende, questa pretesa di proprietà non può certo estendersi dai singoli semi al loro codice genetico.
Questo non può appartenere a nessuno in particolare: è frutto di una storia infinita che ha visto agire insieme le forze della natura e la sagacia dell’uomo, in un concorrere di azioni dove è davvero impossibile, oltre che insensato, tracciare confini precisi di proprietà. Non abbiamo forse tutti il diritto di adoperarci per la continuazione della vita?
da qui
domenica 31 luglio 2016
Mahasweta Devi, o il diritto al sogno – Marina Forti
Difficile riassumere la sua opera in poche righe: significa parlare di letteratura, di come ha usato la tradizione orale e le lingue viventi dell’India (lei ha sempre scritto in bengalese, solo in un secondo tempo le sue opere sono state tradotte in inglese), e anche di militanza politica.
Il suo primo libro è del 1956, The Queen of Jhansi, la storia della giovane donna che guidò la prima rivolta contro il potere coloniale a metà del XIX secolo. Da allora ha pubblicato decine di romanzi e numerosi racconti, ora raccolti in 42 volumi dalla casa editrice Seagull di Calcutta. Storie raccontate con grande maestria letteraria («le donne dei suoi racconti sembrano balzare fuori dalle pagine e assumere tre dimensioni», notava durante una presentazione a Roma Anna Nadotti, curatrice di una raccolta dei racconti di Mahasweta Devi pubblicata presso Einaudi: La preda e altri racconti, 2004: una tra le pochissime traduzioni in italiano). Da alcune sue opere sono stati tratti dei film: in particolare Madre del 1084, di Govind Nihalani (1998), dal romanzo omonimo, e più tardi Gangor, di Italo Spinelli (2011), ispirato al racconto Choli Ke Peeche(“Sotto il corsetto”). Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Magsaypay Award che è considerato un equivalente indiano del Nobel per la pace. Bisogna ricordare anche, in Italia, il Premio Nonino per “un maestro del nostro tempo”, 2005.
Ho incontrato diverse volte questa straordinaria scrittrice a Roma e poi a Calcutta: persona affascinante, Mahasweta didi ha sempre trovato il tempo per parlare delle sue battaglie. Nel testo che segue avevo cercato di rendere conto di questi incontri (lo riprendo da Il cuore di tenebra dell’India, ottobre 2012, mia ricerca sul conflitto sociale che percorre l’India profonda). (ma.fo.)
