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martedì 23 giugno 2026

ricordo di Bachisio Bandinu

 



Questa sera è Halloween, ma nei nostri paesi della Sardegna sopravvivono antiche tradizioni per onorare i defunti, dice Bachisio Bandinu: QUI

sabato 4 ottobre 2025

Jane Goodall avrebbe meritato il premio Nobel. L’ho incontrata e mi parlò in “scimpanzese” - Ferdinando Boero


Con una piccola variazione, il proverbio inglese: you are what you eat (tu sei quello che mangi), diventa: You are who you meet (tu sei quelli/e che incontri). In italiano l’assonanza non rende e quindi mi rassegno ad usare l’inglese. Tra le persone che ho incontrato, alcune fugacemente, altre con qualche profondità, non posso non pensare a Jane Goodall, una zoologa molto speciale, che ha studiato gli animali più simili a noi.

Con gli scimpanzé condividiamo gran parte del patrimonio genetico (il 98%) e discendiamo da un antenato comune relativamente recente: se discendessimo da loro, sarebbero i padri (e le madri) e noi i figli, mentre la discendenza comune ci dice che siamo fratelli: deriviamo dagli stessi “”genitori”. Capire gli scimpanzé, quindi, ci aiuta a capire noi stessi, riportandoci alle origini: Goodall più di ogni altro ci ha fatto conoscere gli scimpanzè.

Jane ci ha lasciato a 91 anni, ma non possiamo essere tristi per lei. Ha fatto la vita che ha desiderato fin da bambina, e l’ha vissuta in attività fino alla fine, sopraggiunta durante un ciclo di conferenze. Jane aveva la biofilia, la naturale propensione verso gli esseri viventi che hanno tutti i giovani umani. A scuola cercano, di solito riuscendoci, di estirparla, anche se ne restano tracce nell’amore che molti umani nutrono per gattini e cagnolini. Jane non si fermò a gattini e cagnolini: andò a Gombe, in Tanzania, e si innamorò degli scimpanzé.

Non era laureata, ma nel 1965 conseguì il dottorato in Etologia a Cambridge, dove fu ammessa in base alla sua esperienza sul campo, pur non avendo titoli formali accademici. Scrisse molti articoli su riviste di divulgazione e libri, ma in seguito pubblicò anche articoli scientifici su riviste prestigiose che le permisero di essere universalmente riconosciuta come l’esperta mondiale degli scimpanzé. Fondò il Jane Goodall Institute nel 1977, per proteggere gli scimpanzé e promuovere una convivenza sostenibile tra esseri umani e ambiente. Nel 1991 diede vita al programma Roots & Shoots, per coinvolgere giovani di tutto il mondo nel prendersi cura della Terra, non come spettatori, ma come protagonisti attivi.

Il suo contributo alla conoscenza dei nostri fratelli scimpanzé, mirò poi alla creazione di una consapevolezza della loro importanza biologica e storica, visto che condividiamo con loro, e con i bonobo, gli scimpanzé nani, gran parte della nostra storia evolutiva. Jane non si accontentò di conoscere, decise anche di agire, e puntò sui giovani per creare una “pace” tra la nostra specie e il resto della natura. Una volta cresciuti, a fronte del condizionamento dell’educazione corrente, gli umani diventano insensibili alla natura, la considerano al loro servizio e non si curano di tutelarla. La biofilia va coltivata.

Vista la rilevanza dei suoi contributi, secondo me avrebbe meritato il premio Nobel per la Medicina e Biologia, e anche quello per la Pace.

Il Jane Goodall Institute ha una branca anche in Italia, presieduta da Daniela De Donno, collaboratrice di Jane fin dagli anni Novanta, ed è stato grazie a Daniela che ho incontrato Jane. La prima cosa che mi stupì fu che poteva passare dal nostro linguaggio a quello degli scimpanzé, lo “scimpanzese”, per spiegarne il significato. Noi “scienziati” professionisti non approviamo legami emotivi con l’oggetto dei nostri studi. Per Jane, invece, gli scimpanzé sono persone come noi.

Non fece esperimenti, Jane: osservò. Nel 1960, scoprì che gli scimpanzé usano ramoscelli per estrarre termiti da un termitaio, utilizzando uno “strumento” per procurarsi cibo: l’uso di strumenti non è una nostra prerogativa. Questa scoperta fu pubblicata su Nature e fece scalpore, aprendo un dibattito duraturo nella comunità scientifica. Nel nostro immaginario, gli scimpanzé mangiano banane, come Cita, lo scimpanzé compagno di Tarzan. Tanto che Umberto Veronesi dichiarò di essere vegetariano perché “l’animale a noi più vicino, lo scimpanzé, è vegetariano”: era un luminare dell’Oncologia, ma non della biologia degli scimpanzè. Goodall, infatti, osservò che gli scimpanzé cacciano altre scimmie e altri piccoli animali: non sono esclusivamente vegetariani. Sono onnivori proprio come noi. E come noi, purtroppo, hanno un comportamento bellico.

Durante le sue osservazioni a Gombe, Goodall documentò conflitti prolungati tra comunità di scimpanzé, incluse incursioni, uccisioni e divisioni, mostrando che la guerra sociale non è esclusiva dell’uomo. In alcuni casi documentati, alcuni scimpanzé attaccarono orfani o infanti di altri gruppi, e in casi estremi osservò episodi cannibalistici. Proprio come noi, gli scimpanzé hanno personalità individuali e Goodall li trattò come individui: diede loro nomi, osservò differenze individuali nel carattere, temperamento e preferenze, con individui timidi e altri dominanti. Le sue osservazioni mostrarono che gli scimpanzé hanno strutture sociali complesse.

Jane Goodall ha perfezionato la scoperta di Darwin sulla nostra origine animale (e quindi non divina) e i suoi risultati ci insegnano una dote per noi rara: l’umiltà. Non siamo fatti a immagine e somiglianza di una divinità, siamo molto simili ai nostri fratelli scimpanzè, abbiamo sviluppato tecnologie più efficienti, soprattutto nella letalità, ma restiamo pur sempre animali. Come diceva Bracardi: l’uomo è una bestia! e nessuno più di Jane ci ha anche insegnato che non solo siamo bestie ma che ci sono altre bestie molto umane.

da qui

domenica 4 ottobre 2020

ricordo di Jean Robert

La rivoluzione dei poveri è cominciata

(intervista a Jean Robert di Gianluca Carmosino)

 Jean Robert è un architetto svizzero, migrato in Messico da quarant’anni, docente universitario di Storia delle tecnica. Amico e collaboratore di Ivan Illich ha scritto articoli e libri preziosi dedicati ai temi della critica allo sviluppo. Il più importante è «La potenza dei poveri», tradotto e edito in Italia da Jaka book (ne parliamo qui), una lunga conversazione con Majid Rahnema (uno dei relatori alla Conferenza internazionale della decrescita di Venezia). Di seguito, un’intervista a Robert (hanno collaborato Loredana D’Elia e Aldo Zanchetta).

 

Ne La potenza dei poveri, scritto con Majid Rahnema, sostenete che bisogna smettere di definire e di trattare quattro miliardi di uomini e di donne come «persone che vivono con due dollari al giorno», per ascoltarli, aprirsi a loro, affidarsi alla potenza di poveri. Cos’è la potenza dei poveri?

Definire «povero assoluto» chiunque guadagni meno di un dollaro al giorno e «povero relativo» chiunque ne guadagni meno di due è puro cinismo burocratico in stile Onu e Banca mondiale e crederci si basa su questa beata ingenuità con la quale i bravi cittadini si lavano la coscienza. Ma lei, facendomi questa domanda, si rende conto di postulare uno, un sistema economico, chiamiamolo «dominante» e «capitalista», due, uno stile di vita regolato da standard internazionali indiscutibili e tre un pensiero unico, come viene giustamente definito.

Proviamo ad analizzare questi tre elementi.

Uno. Il sistema economico che i paesi ricchi hanno cercato di imporre nel corso di oltre sei decenni di disastro chiamato sviluppo ha ucciso, nella maggioranza dei cittadini dei paesi sviluppati e «in via di sviluppo» la capacità stessa di pensare che «un altro mondo è possibile», come dicono gli zapatisti, che altri mondi sono esistiti e che tutto ciò che ha un inizio avrà certamente una fine, che l’esistenza di questo sistema economico, nonostante il suo enorme potere di cooptazione e la violenza nei confronti di chi gli oppone resistenza, è precario.

Due. Ciò che Serge Latouche definisce standard di vita fa parte di un progetto di unificazione degli stili di vita in tutto il mondo. All’inizio del XX secolo gli esperti di geografia umana studiavano le diverse modalità di vita dei vari paesi del mondo, mettendo in rilievo le particolarità e l’originalità di ognuna di esse. Oggi, poiché la scienza è diventata, come diceva Ivan Illich, ricerca a pagamento, università e istituti mondiali finanziano gli studi sulle specificità locali non per onorarle ma per analizzare ciò che, all’interno di tali specificità, ostacola lo sviluppo economico. Così ad esempio uno studio messicano «rivelava» come uno degli ostacoli allo sviluppo economico fosse l’amore per il proprio territorio che impediva ai giovani di «realizzare il proprio potenziale economico» emigrando là dove i redditi sono più elevati.

Tre. Tali ricerche sugli «ostacoli locali allo sviluppo» fanno sì che un determinato stile di vita, chiamiamolo stile nord-atlantico, venga considerato «naturale» e quindi indiscutibile. In questo modo si mette il concetto stesso di sviluppo al riparo di qualsiasi critica presentandolo, come voleva Walter Rostow nel suo libro su «Le tappe della crescita economica», pubblicato negli anni Sessanta, come il semplice effetto di una legge evolutiva generale la cui la fase matura corrispondeva a un’esistenza totalmente sottomessa agli spazi e ai tempi imposti dai trasporti motorizzati, nella quale tutto ciò che arriva sulla tavola è stato acquistato in un supermercato e in cui tutto ciò che permetteva la sussistenza autonoma, gli usi civici e comunali, le attività vernacolari che producevano valori d’uso, è progressivamente eliminato in quella che Illich definiva guerra alla sussistenza. Ci sono voluti sei decenni di un simile lavaggio del cervello chiamato «sviluppo» per arrivare a isolare una persona dalle proprie circostanze storiche, geografiche e culturali e considerare del tutto naturale trattarla come un salariato miserabile, inetto oppure sfortunato, che necessita di essere sottoposto a una vera e propria terapia. In un testo purtroppo ormai perduto scritto in italiano, Illich sosteneva che storicamente l’uomo occidentale ha dato prova di tolleranza terapeutica verso tutti quelli che, non essendo ancora come lui, dovevano essere convinti a diventarlo. Le definizioni di povertà assoluta e relativa della Banca mondiale sono i dispositivi della guerra alla sussistenza le cui vittime dovrebbero essere trattate con tolleranza terapeutica.

Perché non sarebbe possibile definire la povertà in modo generale? Cos’è la vita vernacolare, basata sui principi della povertà conviviale, per dirla sempre con Ivan Illich, comune a tutte le civiltà della storia?

Purtroppo, come ho detto prima, definire la povertà in termini generali non solo è possibile ma è oggi un vero e proprio fatto scientifico, in un mondo in cui la scienza non è altro che ricerca a pagamento. Foucault parlava di «produzione di verità». Quando nel 2008 uscì il nostro libro ebbe una discreta visibilità nelle librerie di Parigi, ma un altro testo, pubblicato dallo stesso editore e apparentemente sullo stesso tema, andava a ruba. Titolo, «Perché siete poveri?»; Metodo: prendere alla lettera tutte le «verità scientifiche» che sostengono lo sviluppo e andare nei paesi poveri a interrogare degli sfortunati testimoni sui motivi che li hanno spinti a rompere con gli standard e le norme: «Signora, perché si ostina a guadagnare meno di due dollari al giorno?». Personalmente ritengo un simile metodo, acclamato dagli scienziati, più disonesto che ingenuo.

Se potessimo liberarci dai paraocchi imposti di volta in volta dallo sviluppo, dalla scienza, ossia la cosiddetta scienza economica, e dall’immersione nel comfort che ancora caratterizza l’esistenza dei ricchi, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, capiremmo: che il lavoro salariato è un’invenzione relativamente recente; che l’idea keynesiana di un’economia capace di offrire «un lavoro per tutti» ha meno di settantacinque anni; che questa stessa idea è stata sconfitta dai recenti accadimenti.

In un primo libro consacrato al tema della povertà, Quando la povertà diventa miseria, Jaka Book, Majid Rahnema tracciava una distinzione chiarissima tra povertà e miseria. Durante le nostre conversazioni riprende con forza questa distinzione essenziale. Appartenente alla tradizione sufista per discendenza materna, conosce bene i concetti arabo-persiani di povertà felice e povertà volontaria di certi mistici e la possibilità aperta, oggi, di una povertà conviviale. Storicamente la povertà volontaria è legata a un mondo vernacolare che favorisce la produzione autonoma di valori d’uso. Il cosiddetto sviluppo, nella sua guerra alla sussistenza, ha significato la distruzione implacabile di qualsiasi vestigia di vita vernacolare e sussistenza. Il vero etnocidio delle culture contadine europee dopo la Seconda Guerra mondiale è una fase di questa guerra che, dopo la morte dei contadini tradizionali, si è estesa a tutti i settori dell’esistenza.

Nel 1991 André Gorz scriveva: «La civiltà capitalistica va inesorabilmente verso il crollo catastrofico; non è più necessaria una classe rivoluzionaria per abbattere il capitalismo, poiché esso scava la propria tomba…». È d’accordo? La crisi globale, economica quanto ambientale, è il crollo al quale alludeva Gorz?

Durante la Seconda Guerra mondiale, Karl Polanyi, che la vedeva come la crisi finale del capitalismo, pensava che questo non le sarebbe sopravvissuto. E invece l’ha fatto, e in base ai suoi parametri, anche molto bene. Durante i famosi «trent’anni gloriosi», il capitalismo per un certo periodo ha addirittura mostrato un «volto umano»: riduzione delle ore di lavoro, allungamento delle ferie retribuite, accesso massiccio delle donne al sacrosanto impiego. Questi vantaggi e diverse «vittorie sindacali» hanno reso i cittadini ciechi di fronte al lento e inesorabile scempio che si stava compiendo: mutamento della relazione tra città e campagne, ristrutturazioni territoriali su larga scala, persecuzione degli artigiani in vista della loro estinzione e etnocidio della classe contadina. Sia André Gorz che Polanyi avevano ragione, ma è impossibile fare delle previsioni precise: non sappiamo se il capitalismo si riprenderà dalla cosiddetta «crisi» finanziaria. Ciò che è certo è che, se si riprende, nel corso della sua ripresa distruggerà gli ultimi settori di esistenza vernacolare, di comunità e di vera libertà rimasti.

Nel libro scrivete anche che movimenti inediti, dai Sem terra agli zapatisti,  mettono in luce fatti semplici, ancorati al quotidiano. Siamo di fronte a pratiche nuove di rivoluzione che potrebbero diffondersi?

Sì, ma è difficile prevedere i tempi. Majid ha collezionato per il nostro libro degli esempi di questi cambiamenti radicali, prodotti di azioni che mirano a obiettivi limitati.

Cosa pensa dei movimenti latinoamericani del «buen vivir» emersi negli ultimi anni, delle rivolte arabe? È cominciata una nuova stagione per i ribelli di tutti i «sud del mondo»?

Sì, credo che una nuova stagione sia cominciata. Ma andiamo per ordine: sì, Evo Morales entusiasmava quando parlava di «buen vivir». Purtroppo le sue decisioni politiche successive hanno smorzato l’entusiasmo. Si tratta di un concetto che, a mio parere, dovrebbe essere ripensato immergendolo nelle comunità indigene, così ricche di potenzialità per un «mondo in cui ci sarebbe posto per molti mondi».

Gli indignati europei mi hanno fanno pensare alla nostra età, la mia e quella di Majid, «nuestra bola de años» come si dice in Messico. L’espressione, e l’essenza stessa del movimento che la rivendica, viene dall’esempio e dall’opera di un ultraottuagenario, Stéphane Hessel. C’è stata una distruzione della memoria di tale portata che «noi vecchi», memorie viventi, come nel caso degli indigeni non possiamo morire senza aver fatto sentire la nostra voce, il ricordo di «ciò che è stato» e che potrebbe, se «rifunzionalizzato» per dirla con Alfredo Lopez Austin, ritornare vitale. È il tempo delle alleanze tra nipoti e nonni. Forza nonni!

da qui

 

 

Territori. Addio a Jean Robert

Dire: poveri dignitosi e padroni dei propri mezzi di sussistenza, equivale a dire: poveri che sono padroni dei propri territori. Equivale anche a dire: gente del mondo che sta in basso che è capace di sopportare la crisi e di sopravvivere alla nuova normalità perché la sua sussistenza non dipende totalmente dalla produzione capitalistica e dalle sue reti di distribuzione delle merci parzialmente commestibili che la gente di città deve comprare nei supermercati. In molte parti del Messico, i contadini cominciano a usare un nuovo concetto per differenziare la povertà dignitosa dalla miseria. È il concetto di territorialità. Questo termine è ovviamente utilizzato dalle scienze del mondo che sta in alto, in particolare dalla geografia. Ma, fuori dagli ambienti accademici, la gente gli sta dando un significato totalmente nuovo, il più delle volte senza sapere che sta inventando un potente concetto analitico per parlare in termini nuovi di una vecchia realtà.

Questa realtà, difficile da rinchiudere in una terminologia scientifica, ha a che vedere con la coltivazione, la cultura, le consuetudini e anche l’ospitalità, e certamente con la sussistenza, una parola screditata dal cattivo uso che ne hanno fatto i linguisti e gli studiosi del mondo che sta in alto. Usata nei villaggi di Morelos, di Oaxaca o del Chiapas, la parola territorialità diventa il simbolo di ciò che Michel Foucault chiamava l’insurrezione dei saperi calpestati. Cessando di essere monopolizzata dal mondo accademico, la parola diventa strumento di una critica locale, e quindi pertinente, portatrice del sapere storico di lotte particolari. Usata da contadini e da indigeni, la parola territorialità è il segno di un ritorno di saperi, che erano stati calpestati o negati, sulla relazione fra il microcosmo di una comunità e il pezzetto di universo in cui la storia l’ha radicata. Nello stesso modo in cui cambia il sapore dell’acqua quando si oltrepassa uno spartiacque, così il contenuto della territorialità cambia da una valle all’altra.

Come metteva in evidenza Gustavo Esteva, la rivendicazione della territorialità va molto al di là della rivendicazione della terra. Un singolo contadino ha bisogno di terra se vuol continuare a seminare. Una comunità ha bisogno di un territorio con le sue acque, i suoi boschi e le sue sterpaglie, con i suoi orizzonti e la sua peculiare percezione di ciò che è ‘nostro’ e di ciò che è ‘altrui’, cioè dei suoi limiti, dei suoi confini e delle sue soglie, ma anche con le orme dei suoi morti, con le sue tradizioni inimitabili e il suo senso unico di ciò che è la ‘buona vita’, con le sue feste, il suo modo di parlare, le sue lingue o le sue espressioni particolari, e persino con il suo modo di camminare. La sua cosmovisione. La territorialità non è una nuova forma di sciovinismo, non è un invito a rinchiudersi in un santuario di tradizioni pure e inamovibili, e ancor meno a ‘ghettizzarsi’ timorosamente, come fanno quelli che stanno in alto nelle loro fortezze di campagna e nelle loro residenze con piscine e campi da tennis, o quelli del ceto medio rannicchiati nei loro condomini, casermoni o campi di concentramento per ricchi decaduti o per poveri che cercano di andare all’assalto della piramide sociale.

Coloro che disegnano queste residenze di campagna cinte da mura, questi ghetti della classe media e questi campi di concentramento per burocrati e operai meritevoli, coloro che frazionano la campagna e coloro che poi vi abitano, che lo vogliano o no, sono tutti regine, alfieri, cavalli o pedoni di una spietata contesa territoriale. La territorialità rifiuta la logica di questa guerra. È radicamento, attaccamento al suolo e alla terra nutrice, rispetto delle tradizioni e capacità di trasformarle in maniera tradizionale. È capacità di sussistenza nonostante gli assalti del mercato capitalistico. È riflessione critica dal basso sul ‘qui ed ora’. L’imposizione dall’alto di residenze disegnate per rimanere estranee al luogo che occuperanno e costruite dopo che le ruspe avranno cancellato tutte le tracce di vite passate, sono l’esatto contrario della territorialità. Oggi questo contrario della territorialità si chiama sviluppo urbano e si insegna nelle università come disegno architettonico.

Le guerre territoriali moderne non dicono il proprio nome. Si nascondono dietro ad eufemismi: il già citato disegno urbano, l’urbanistica, la pianificazione, con le sue mappe urbane violate e i suoi regolamenti anti-costituzionali. Questa guerra territoriale si manifesta anche nei servizi di trasporto, acqua, sanità, educazione e tempo libero che si estendono come tentacoli a partire dai centri urbani: trasporti per la migrazione verso la città, tubature per impadronirsi dell’acqua delle nostre sorgenti, scuole per estraniare i figli dai loro genitori, club di golf, lotterie istantanee che sono casinò mascherati, alberghi dove le stanze si affittano a ore, voraci centri commerciali. Il disegno urbano si è trasformato in una sorta di ‘taglia e brucia’ il cui strumento è la ruspa. Ciò che poi si costruisce nello spazio vuoto lasciato dalle macchine si assomiglia in tutto il mondo: da Acámbaro a Chen-Chen, da Bangalore alla Silicon Valley. I frutti della territorialità invece si distinguono, in ogni luogo particolare, per la loro profonda compenetrazione con lo spirito di un luogo unico.

 

La guerra contro la sussistenza

Il ‘partito’ dell’anti-territorialità cambia il colore della sua camicia secondo gli interessi del momento, ma la guerra che conduce ha un nome ben preciso. Si chiama guerra contro la sussistenza. Da quando è iniziata, più o meno cinquecento anni or sono, ha avuto varie manifestazioni, ma il risultato è sempre stato la devastazione dei territori da cui la gente traeva la propria sussistenza, ieri come oggi. Guerra di gente che sta in alto contro gente che sta in basso, guerra di gente a cavallo contro gente a piedi, e oggi, ad esempio, di automobilisti contro pedoni.

Che cosa ha a che vedere la territorialità con la crisi? In primo luogo, il fatto storico che da almeno cinque secoli la guerra contro la sussistenza è stata una guerra di devastazione dei territori da cui la gente che sta in basso traeva la propria sussistenza. In secondo luogo, il grandissimo pericolo che le politiche di salvataggio dell’economia assomiglino sempre più alle politiche di sviluppo delle infrastrutture dei trasporti, che usurpano aree di marciapiede e altri spazi pedonali per sistemare più macchine nelle strade. Poi la grande minaccia che le politiche di salvataggio, recupero e normalizzazione dell’economia usurpino ambiti di sussistenza per costruire al loro posto supermercati e lucrosi complessi residenziali o, in ossequio al sogno degli economisti di professione, il mercato perfetto in cui tutti gli atti di sussistenza saranno ridotti a transazioni economiche formali, generatrici di entrate in denaro e soggette a imposta.

Se non siamo vigilanti, se abbassiamo la guardia, i sogni degli economisti possono generare mostruosità sociali ancora sconosciute. Non mancherà chi farà l’elogio di questi mostri come prova della ‘creatività del capitalismo’. L’autore di queste pagine dissente da ogni elogio del capitalismo che, secondo lui, non è un soggetto o un’entità che manipola e trasforma le società dal di fuori, ma è la forma della spietata guerra contro la sussistenza che caratterizza i tempi moderni. La sua espansione avviene sempre a spese di territori, saperi e capacità di sussistenza. Ci sono ad esempio segnali sempre più frequenti di una guerra sporca contro modalità di sopravvivenza finora tollerate ai margini della società: sopravvivere vendendo fiori per le strade, lavando parabrezza, rovistando fra i rifiuti, costruendosi la propria casa.

 

Concetti per andare oltre l’economia

Nella «Guida bibliografica» che conclude il suo saggio sul «lavoro ombra» (Illich, 1985 [1981]), Ivan Illich scriveva: “L’era moderna è una guerra senza tregua che da cinque secoli si conduce per distruggere le condizioni del contesto della sussistenza e sostituirle con merci prodotte nel quadro del nuovo Stato-nazione. In questa guerra contro le culture popolari e le loro strutture, lo Stato è stato aiutato dai chierici delle varie chiese, e poi dagli esperti e dalle loro procedure istituzionali.”

Nel corso di questa guerra, le culture popolari e gli ambiti vernacolari (aree di sussistenza) sono stati devastati a tutti i livelli. Ma la storia moderna di questa guerra (dal punto di vista degli sconfitti) non è ancora stata scritta. Se non vogliamo rischiare di accettare passivamente la distruzione dei territori di sussistenza, dei legami sociali, delle culture e della natura sotto l’urto di una nuova impennata di crescita economica, è assolutamente necessario reimpostare la questione del referente reale dei discorsi economici. Parte della cortina di fumo dietro a cui si nasconde la scienza chiamata economia, definita là in alto come «teoria dell’assegnazione di mezzi limitati a fini alternativi» (si legga: illimitati) o come «osservazione di fenomeni di formazione di valore sotto la pressione della scarsità», emana dalla confusione sapientemente mantenuta fra l’economia e la sussistenza. Intendetemi bene: la menzogna secondo cui la sussistenza (il ‘paniere’, l’ottenimento dei mezzi di sopravvivenza) è l’oggetto della scienza economica genera quella confusione che è il segreto del suo potere.

da qui

martedì 4 agosto 2020

Giorgio Todde, il rigore della nostalgia - Massimo Dadea




Nell’accingermi a scrivere un ricordo di Giorgio Todde, mi sono imposto di evitare di inciampare in tutti quei piccoli “vizi” che accompagnano occasioni come queste. Anche per non incorrere nei rimbrotti di Giorgio di fronte a una prosa ridondante, retorica, infarcita di luoghi comuni, allitterazioni e cianfrusaglie simili. Lui mi avrebbe guardato con quel sorriso ironico, dolce, e avrebbe sollevato il sopracciglio: il massimo della disapprovazione.
Giorgio era lo specchio della sua scrittura: raffinata, asciutta, rigorosa, visionaria. A differenza di tanti altri scrittori, lui non sgomitava, la competizione non gli apparteneva, così come l’invidia. In lui prevaleva una accurata ricerca della parola. Nella convinzione che un uso non appropriato comporti la perdita del suo significato originario. Il rischio – diceva – è che le parole risuonino estranee, perdano il loro timbro e diventino rumori, rumori striduli, dolorosi per chi si sforzi di ascoltarle. La sua passione per la musica gli impediva di violentare la musicalità delle parole. La parola, fa dire a Suor Celestina nell’ultimo suo romanzo, “contiene tutti e cinque i sensi”.
All’uscita de Il mantello del fuggitivo, nel marzo dello scorso anno, mi aveva chiesto di presentarglielo. In quella Nuoro che ci aveva visto muovere i primi passi della nostra professione – lui oculista, io cardiologo – nell’ospedale San Francesco. Quel tragitto era stata l’occasione di una lunga chiacchierata. Un viaggio a ritroso nelle tortuosità delle nostre esistenze. Gli avevo chiesto se vi era qualche aspetto del libro che avrebbe voluto che mettessi in evidenza. Lui mi rispose con un’altra domanda: cosa è per te la nostalgia? Vorrei che tu parlassi di questo.
Il libro era pervaso da un’emozione, un sentimento che coincideva, in parte, con la nostalgia. Un’emozione che non indica solo la sofferenza, lo spaesamento provocato
dallìallontanamento dai luoghi in cui si è nati, ma anche la difficoltà a riconoscersi, al
momento del rientro, in quei luoghi, in quei paesaggi, in quelle persone. Anche perché, nel frattempo, sono irrimediabilmente cambiati, mutati, scomparsi. Quei momenti della memoria non torneranno più. La nostalgia esprime il desiderio del ritorno e il dolore del non ritorno. In definitiva – mi suggeriva – la nostalgia è un pendolo tra malinconia e speranza. Oggi – disse – in questa fase della mia vita prevale la malinconia.
La presentazione fu molto partecipata. Io, come concordato, parlai anche della mia nostalgia di nuorese della “diaspora”. Finita la presentazione chiesi a Giorgio di dedicarmi una copia del libro. Oggi l’ho ripreso in mano e ho riletto quella dedica: “A Massimo, che cagliaritano non sarà mai nello spirito. Mai. Giorgio”.
Dopo appena un mese i primi segni di quel male terribile. “Pensate spesso alla morte?…Thalberg:..si sa che quando si smette di essere bambini non c’è momento che almeno un po’ non pensiamo alla morte. Durante il giorno l’idea della morte appare in proporzione alla gioia. Per ogni gioia un pensiero mortale. E per ogni giorno c’è una notte…”(Il mantello del fuggitivo),
Grazie Giorgio! Un abbraccio.

mercoledì 15 agosto 2018

ricordo di Maria Matus Tenorio


Voleva girare il mondo da sola: cantante 25enne stuprata e uccisa in Costa Rica
   
Maria Matus Tenorio

Un sogno finito in tragedia. Maria Matus Tenorio, cantante messicana di 25 anni, era finalmente riuscita a dare corpo a uno dei suoi sogni: girare il mondo da sola. L’idillio è però tragicamente finito alla prima tappa: in Costa Rica.
Maria è stata infatti trovata morta sulla spiaggia di Santa Teresa dopo essere stata stuprata da due uomini, ora arrestati.
Secondo la polizia locale, la ragazza era in compagnia di una donna inglese – conosciuta durante il viaggio – quando sono state aggredite da due uomini ed è stata la donna britannica che scappando è riuscita a dare l’allarme.
Una morte che ha colpito e non poco la popolazione locale, in particolare le donne. In centinaia sono scese in piazza al grido “Non una di meno”.
Due giorni fa si è svolta sulla spiaggia dove è avvenuta la tragedia una cerimonia per rendere omaggio alla cantante. In occasione è stato trasmesso un audio della madre: “Il suo nome era Maria Trinidad ma avevo deciso di chiamarsi Mar.. è proprio al mare è finita la sua vita”.
Elena Varade, una ragazza che ha incontrato Maria durante il suo viaggio, ha invece lanciato una campagna con l’hashtag #NoViajabaSola che sta riscuotendo un discreto successo.
“Viaggiare da soli non dovrebbe essere pericoloso – le sue parole -. La morte di Mar non sia vana! Non lasciate che la paura vi impedisca di realizzare i vostri sogni, continuate a incontrare persone, amare senza misura e andate a scoprire il mondo!”.


VIAGGIO SOLA: MARIA MATHUS TENORIO UCCISA IN COSTA RICA #NOVIAJABASOLA - Roberta Ferrazzi

Mar aveva nel nome tutta la libertà del viaggio. Oggi invece il suo nome è seguito dagli hashtag #nonunadimeno, #niunamenos, #noviajabasola. Maria Trinidad Mathus Tenorio è stata abusata e annegata lungo una spiaggia del Costa Rica, poco dopo l’inizio del suo sogno: un viaggio attorno al mondo da sola.
MARIA MATHUS TENORIO
“Oggi inizia il mio viaggio dopo tanto tempo in cui ho sognato di girare il mondo tutta sola” – Maria Mathus Tenorio
VIAGGIO SOLA
Un’amica, parlandomi della notizia della 25enne messicana, mi ha chiesto cosa ne penso, io che per aiutare le donne che viaggiano sole, supportarle ed incoraggiarle, ho creato un blog dedicato.
La risposta è amarezza.
Amarezza per l’accaduto, perché al posto di Mar, poteva esserci una qualsiasi di noi.
Amarezza per come la notizia viene strumentalizzata: “vedete cosa succede a viaggiare sole?” (tra l’altro Maria non era sola nel momento della tragedia).
Amarezza per i commenti: “se l’è cercata”.
Viaggiare sole da un adrenalinico senso di libertà, sicurezza in se stesse, consapevolezza e autonomia. Capirete bene che sono parole potenti, che a molti fanno gelare il sangue nelle vene e danno fastidio…

VIAGGIATRICI SOLITARIE
Penso che quanto accaduto a Maria Mathus Tenorio, non sia poi così diverso da ciò che è successo a Maria, che viene picchiata dal marito nel silenzio delle sicure mura domestiche. A Maria, che in ufficio subisce battute sessiste. A Maria, che sceglie di darsi fuoco. A Maria, che è stata violentata perché aveva la gonna troppo corta. A Maria, che è stata infibulata. A Maria, che passeggia in città con lo spray al peperoncino. A Maria, che non può studiare. A Maria, che è una strega. A Maria, che è impura quando ha le mestruazioni. A Maria, attrice hollywoodiana molestata. A Maria, sposa bambina. A Maria, che deve rimanere al suo posto. A Maria, mercificata nelle campagne pubblicitarie come oggetto sessuale… e potrei andare avanti all’infinito a parlarvi di Maria.
In fondo viene da pensare che viaggiatrici solitarie lo siamo tutte.
Io credo che la violenza che subisce Maria ha volti diversi, ma euguale radice e nome, femminicidio. Che Maria sia stanca di tutta questa barbarie. In alcuni Paesi Maria è riuscita ad ottenere maggiori diritti, in altri Paesi di diritti non si parla proprio. Maria è una combattente per la libertà e le sue piccole, grandi battaglie si rincorrono ora dopo ora, giorno dopo giorno. Come in ogni campo di battaglia purtroppo alcune Maria cadono sotto i colpi inferti dal nemico. E a volte i nemici di Maria si nascondono proprio tra le schiere amiche. Maria ha paura, SEMPRE, ma è determinata a non arrendersi. Maria va avanti con ostinazione, da secoli sfida le circostanze avverse ed una società che troppo spesso la vorrebbe diversa.
DONNA CHE VIAGGIA
Maria è una donna che viaggia verso la libertà e non si farà intimorire da questa ennesima violenza, da questa ennesima campagna mediatica del terrore, perché Maria ha sempre di più coscenza di non essere da sola…Maria è tutte le donne, Maria siamo tutte noi! Ed il dado è ormai tratto.
#VIAGGIODASOLA
Buen viaje Mar :*

mercoledì 12 aprile 2017

Micaela è stata assassinata

Micaela García era una ragazza di 21 anni piena di speranze, una militante del movimento Non Una di Meno che sognava di costruire un mondo migliore. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato sabato 8 aprile nudo e in stato di avanzata decomposizione in una zona boschiva nella città di Gualeguay, 230 chilometri a nord di Buenos Aires. La ragazza era scomparsa il 2 aprile dopo una notte passata in discoteca. Alla notizia della sua morte migliaia di persone sono scese in piazza da Buenos Aires a Santa Fe per chiedere giustizia. «Continuiamo a vivere per aspirare a una società più giusta, come avrebbe voluto Micaela. Il dolore ci aiuti in questa battaglia» ha detto tra le lacrime il papà della ragazza Néstor García.

lunedì 10 aprile 2017

ricordo di Vincenzo Migaleddu (nelle parole di chi l'ha conosciuto)

"Il diritto alla salute è il diritto di vivere sani, non quello di curarsi"
Vincenzo Migaleddu


Conoscevo Vincenzo dal tempo del liceo - lui al classico, io all'istituto d'arte - e di certo non era uno che passava inosservato: era acuto, intelligente, informatissimo. Con lui rischiavi sempre che ne sapesse una più di te. Aveva una capacità di approfondimento che spesso stupiva. Se una cosa gli interessava andava a fondo: segnava, sottolineava, era attento ai rimandi bibliografici. Personalmente, quando poi sono partito a Bologna per l'università e lui invece è rimasto a Sassari a medicina, pensavo sarebbe diventato un prof dell'università. Ma era ancora giovane e non conoscevo i risvolti del termine "nepotismo", un male non solo sardo, sia ben chiaro. 
Però meglio così: le cattedre universitarie spesso rovinano le migliori intelligenze.
Sta di fatto che fu tra i primi in Sardegna a interessarsi del male oscuro dell'industrialismo selvaggio che già dagli anni sessanta stava pesantemente colpendo le nostre zone: quel petrolchimico che sembrava aver portato in Sardegna un benessere da società industriale era un bluff e Vincenzo non si vergognava a sottolinearlo. E Vincenzo, quando affermava qualcosa, aveva il dannato vizio di documentarsi fino a scoprire il codicillo più nascosto. Era fastidiosamente informato. Lui sapeva ed era cosciente del fatto che per vincere bisognava sapere una parola in più del suo avversario! 
 Un vero rompimento di scatole per molti di noi che imbevuti come eravamo di operaismo lo guardavano con sospetto. Lui diceva che quelle torri maledette che buttavano ceneri e rifiuti tossici in mare ci avrebbero fatto pentire di averle volute. 
Ma la sinistra, in quegli anni, in quel periodo, guardava l'ecologismo, la difesa dell'ambiente e tutti gli argomenti che vi stavano intorno con sospetto e con un evidente fastidio. 
Questo medico, che parlava del fatto che solo difendendo la terra che ci ospita come razza umana avremmo avuto un futuro, era veramente una spina nel fianco per molti verbosi politici di destra come di sinistra che sull'immagine dell'operaio e della supposta modernità di cui erano portatori, avevano creato la loro fortuna polica e il loro immeritato potere, 
Questo medico secchione che tirava di Judo, parlava correntemente francese e inglese, suonava la chitarra, componeva canzoni in sardo e italiano, che di certo non gli mancavano le buone letture era un vero rompimento. Un fastidioso critico delle loro fesserie e tostu che balla. Le castagne le sapeva tirare senza alzare la
voce ed erano castagne pesanti.
Beh, il discorso su Vincenzo sarebbe ora troppo lungo. Spero che un giorno lo si faccia. 
Io so che oltre che un dolore personale, sono dispiaciuto perché una intelligenza come la sua è venuta a mancare.
Sembra retorico dirlo, ma la Sardegna di lui aveva ancora molto bisogno.
A menzus bidere Vincé.
Nello Rubattu


Il sindaco e l'Amministrazione Comunale di Bortigiadas ricordano con stima e riconoscenza la figura di persona e di uomo di scienza del Dottor Vincenzo Migaleddu scomparso ieri. 
Dal 2013 Vincenzo Migaleddu è sempre stato a fianco di questa amministrazione - in maniera gratuita e disinteressata - per comprendere i meccanismi tecnico-burocratici, i rischi per la salute umana, l'esproprio di competenze per le amministrazioni e le comunità locali su due progetti di trivellazione denominati "Sedini" e "Martis". 
La Sardegna, con la sua morte, perde non solo un illustre uomo di scienza, ma soprattutto un militante pacifista della difesa dell'ambiente e della salute umana. Alla Sardegna mancheranno la sua umanità, la sua competenza e il suo coraggio. 
La Sardegna oggi è più debole e più sola. 
[Il sindaco - Emiliano Deiana]


Anche chi non l' ha conosciuto, deve sapere che oggi ci ha lasciato un grande uomo, gentile di modi e grande di cuore, che si è speso senza risparmiare la fatica per aprire gli occhi a tanti di noi, per spiegarci gli effetti di questa terra malata, gli abusi che questa terra ha subito, l' inquinamento grande che c'è. È stato lui l'artefice del mio disincanto riguardo "l'isola incontaminata e felice" e gli saró per sempre grata per avermi spiegato tante cose. Amava la Sardegna, più di tanti, Martis il suo paese che mi ha mostrato con orgoglio. I comitati tutti sono in lutto, con una profonda tristezza consapevoli di aver perso un grande punto di riferimento, una grande spalla, una persona franca, una guida che sarà impossibile continuare ad avere. 
Il cuore stretto stretto dalla tristezza infinita per te caro, carissimo Vincenzo Migaleddu. E le parole che trovo non sono abbastanza per descrivere questo immenso dispiacere.

Elisabetta Pau

martedì 24 gennaio 2017

ricordo di Mark Baumer (tempi impossibili per i sognatori)

Mark Baumer attraversava gli Usa a piedi (nudi) per smuovere le coscienze sui cambiamenti climatici.
qui sotto il video del suo centesimo giorno di camminata, il giorno dopo è stato ammazzato da un'automobile (da qui) 




qui il suo diario di viaggio

qui il canale youtube dove postava i video del viaggio

mi ricorda il viaggio di Pippa Bacca (qui)

e il viaggio di Christopher Supertramp Mccandless (qui)


domenica 11 dicembre 2016

ricordo di Paolo de Benedetti

"Io credo... che l'animale, compagno di tante solitudini, di tante tristezze, in misura varia secondo la sua coscienza – affermo e ripeto coscienza – ci accompagnerà anche nell'altra vita, e non ci si chieda di spiegare il perché."


ho letto due suoi piccoli grandi libri:



"Io spero che in Paradiso ci sarà un angelo che ci volta i fogli"

qui una bella intervista di Antonio Gnoli

mercoledì 9 novembre 2016

ricordo di Umberto Veronesi (con le sue parole)

Ci sono parole che ho portato con me lungo tutti i giorni della mia vita. Alcune di queste mi hanno guidato e sono state l'insegnamento al quale ho attinto. "Nella letteratura universale troviamo molti predicatori, molti dispensatori di lezioni, molti censori che dispensano morale agli altri con sufficienza, con ironia, con cinismo, con durezza, ma è estremamente raro vedere un uomo mentre si sta esercitando a vivere e pensare". Questa frase del filosofo francese Pierre Hadot mi ha illuminato sul mio testamento intellettuale.

Non ho lezioni di vita o di morale né verità da tramandare, ma solo l'esperienza di un uomo che ha molto vissuto e molto pensato. Ho scritto in uno dei miei ultimi libri che sono giunto alla conclusione che il mestiere dell'uomo è pensare. Pensare autonomamente, coscientemente per costruire un sistema libero di interpretazione del mondo. Certo la nostra libertà di pensiero è limitata da scelte che non abbiamo potuto fare in prima persona: i genitori e il paese in cui nasciamo prima di tutto. Tuttavia dobbiamo ampliare la nostra autonomia adottando il dubbio come metodo.

Ai miei giovani medici ho sempre fatto una raccomandazione. Siate dubbiosi e siate trasgressivi, se trasgredire significa andare oltre limite del dogma o la rigidità della regola. Guardate all'esperienza della mia lunga vita: senza dubbio e senza trasgressione non avrei visto (e contribuito a provocare) i progressi nella lotta al cancro, l'evoluzione del ruolo delle donne, l'affermazione della libertà di amare, avere figli e vivere la propria sessualità, il tramonto del razzismo, la nascita del senso di sostenibilità ambientale e il rispetto per l'armonia del pianeta e per tutti gli esseri viventi. È vero anche che non ho visto, come da giovane ho sperato, la sconfitta del cancro e neppure la fine della violenza delle guerre e della fame nel mondo. E questo mi rammarica profondamente.

In tanti vorranno sapere se in questo mio riflettere, e studiare, e impegnarmi incessantemente per tante cause ho trovato il senso della vita. Sì, ho una risposta: la vita forse non ha alcun senso. Ma proprio per questo passiamo la vita a cercarne uno. L'importante non è sapere, ma cercare. Sconfiggere l'ignoranza sia il vostro impegno primario, perché l'ignoranza non ci dà alcun diritto. Continuate a cercare fino alla fine, con la consapevolezza che non potete fare a meno del bene e della vita.
da qui



qui qualche citazione 

lunedì 8 agosto 2016

Dai semi la vita. In ricordo di Pia Pera

Tempo fa un’amica mi accompagnò su una collina dove pareva sarebbero potuti nascere degli orti sociali, per adulti come per ragazzi. Raccontò candidamente al proprietario dei terreni di conoscere bene il posto: quando preparava la tesi di laurea c’era stata spesso, insieme al cane Palle, e aveva raccolto semi di piante spontanee, poi in parte donati alla banca del seme del locale orto botanico. Forse c’era qualcosa di strano nell’aria, fatto sta che per alcuni giorni si vide minacciata di denuncia per furto.

Quei liberi semi, che già si erano ingegnati di andarsene per il mondo - vuoi trasportati dalle pellicce degli animali, vuoi dal vento o dagli uccelli ghiotti di frutti e bacche - non avrebbero forse dovuto, per trovare un’altra tra le tante possibili vie per arrivare a discendenza, approfittare della premura di una giovane botanica. La faccenda non ebbe seguito, mi colpì tuttavia come una forma bizzarra, e quanto mai miope, di appropriazione del mondo. Non diversamente da un pensiero, un seme può restarsene tranquillo e pressoché invisibile anche per molti anni, fino a che, non appena le condizioni sono favorevoli, si dispiega in tutta la sua segreta grandezza. Seminare è una delle attività più emozionanti, anche perché non è poi così semplice, non sempre almeno. Prendiamo il prezzemolo: non basta indovinare il momento e spargere i semi rasoterra: occorre poi stendere un pezzo di canapa o un qualche altro tessuto leggero a protezione dalle innaffiature dirette. Altrimenti, niente.

La felicità davanti ai semi appena germogliati ha qualcosa di lieve come un sollevarsi leggero del respiro. Che soddisfazione, quando attraverso la stoffa trasparente e bagnata si scorgono le chiazze delle prime foglioline di un bel colorito verde squillante contro il nero del terriccio fertile.

Le piantine appena spuntate inteneriscono come i cuccioli della gatta di casa. Vorrebbero tutti vivere. Non c’è nulla di strano nel provare affetto per una pianta, prendersene a cuore le sorti e volerla aiutare a non sparire dalla faccia della terra. Specie se questa pianta sarà un certo tipo di fagiolo la cui fragranza ha il sapore della casa dove siamo nati, una mela un po’ strana, di quelle che al supermercato non si vedono, però familiare e cara come un’espressione del dialetto natio. Ancora oggi, in questo mondo sempre più incline all’uniformità, si incontrano - e con quanta gioia - angoli dove è rimasto qualcosa di diverso, una pesca magari che alle altre non somiglia tanto, però ha una sua bellezza - e che sensazione forte al palato! Queste, che non sono piante spontanee ma varietà agricole, ognuna con la sua genealogia locale, sopravvivono a volte per caso, più spesso perché qualcuno si prende la briga di riconoscerle, riprodurle, adoperarsi perché non vadano smarriti frutti ortaggi e sementi che generazioni di donne e di uomini hanno faticato tanto prima per selezionare, poi per tramandare. Tanto lavoro nella consapevolezza che si trattava di qualcosa di buono ed essenziale alla vita: la sopravvivenza di certe varietà era intrecciata alla loro.

Ma non viviamo di solo pane. Per esempio: per secoli nella vallata di Hin-Shin, in Estremo Oriente, ha prosperato una foresta di camelie incantevoli dalle foglie sottili e il fiore minuscolo a forma di anemone, cinque petali rossi intorno a un cuscino serrato di petaloidi e stami dorati. L’effetto era quello di un ricamo prezioso. In quella valle viveva un certo signor Nguyen. Quando seppe dell’attacco imminente dei B52 - correvano infatti gli anni della guerra in Vietnam - il suo primo pensiero fu mettere da parte almeno una manciata di semi dell’amata camelia. Fece appena in tempo: un attimo dopo l’intera vallata, incendiata dal napalm, era in preda ad altissime fiamme. Nguyen riuscì a fuggire, dopo innumerevoli peripezie approdò al porto di Livorno. Aveva sentito parlare di una valle simile per certi versi a quella dove era nato, collinosa, ricca di corsi d’acqua e di ville dove le camelie crescevano bene. 

Raggiunse Pieve di Compito e consegnò i semi, dieci, al proprietario del più bel camelieto. Dopo più di tre mesi comparvero le prime due foglioline. Alla comparsa della terza, quella che indica il passaggio dalla delicata prima radice fittonante a un apparato radicale fascicolato, si passò al trapianto: operazione cui sopravvisse una sola piantina, adesso uno splendido albero in fiore nel tardo autunno. Forse l’unico esemplare sopravvissuto al mondo di quella particolare varietà di camelie, e che sarebbe andato perduto per sempre se il signor Nguyen non avesse capito che gli era toccato un compito: sottrarre all’estinzione qualcosa di unico, e anche di molto amato.

Ogni varietà, che si tratti di alberi, fiori, ortaggi, riso o cereali, oppure di una lingua, un dialetto, rappresenta qualcosa di irripetibile, qualcosa che, una volta perduto o dimenticato, nessuno potrà più riportare in vita. Si tratta dei frutti di un’evoluzione - naturale oppure culturale - che rischia di spegnersi a meno di trovare chi, per un motivo o per l’altro, ne prenda a cuore la sopravvivenza.

Senza il signor Nguyen, che l’aveva cara, quella particolare camelia sarebbe scomparsa per sempre. Senza le donne e gli uomini che rifiutano di accettare che sopravviva solo il più forte - ovvero le poche varietà adottate dalle forze economiche dominanti - andrebbe perduto per sempre il lavoro di chi ha selezionato, generazione dopo generazione, varietà agricole preferibili ad altre, vuoi per il gusto, vuoi per la migliore compatibilità con un particolare territorio, vuoi per l’aspetto.

Specie e varietà compaiono e scompaiono di continuo, nella lunga storia della terra. Se ne può prendere atto con indifferenza, oppure lasciare che vincano le ragioni dell’amore, accettando di farsi protettori, chissà perché, di una certo patata e non di un’altra.

Non ha senso imporre regole e divieti al sentimento spontaneo con cui contadini, agricoltori, giardinieri si preoccupano di preservare le varietà a loro più care. Volere arginare la voglia di scambiare semi, regalarli, condividerli, darli in cambio di un giusto compenso, è attentare a una libertà non meno fondamentale di quella di esprimersi, pubblicare, dare voce al proprio pensiero.

Se il seme può dirsi a ragione di chi lo raccoglie in natura, di chi lo riproduce dalle piante che coltiva, di chi lo riceve in dono o lo compra, di chi lo mette in una bustina e lo vende, questa pretesa di proprietà non può certo estendersi dai singoli semi al loro codice genetico.

Questo non può appartenere a nessuno in particolare: è frutto di una storia infinita che ha visto agire insieme le forze della natura e la sagacia dell’uomo, in un concorrere di azioni dove è davvero impossibile, oltre che insensato, tracciare confini precisi di proprietà. Non abbiamo forse tutti il diritto di adoperarci per la continuazione della vita?

da qui

domenica 31 luglio 2016

Mahasweta Devi, o il diritto al sogno – Marina Forti


Mahasweta Devi non c’è più. Scrittrice, una delle più grandi figure letterarie dell’India contemporanea, è morta il 28 luglio a Calcutta, la sua città, dopo un attacco di cuore. Aveva 90 anni. Ha speso gran parte della sua vita e della sua scrittura alla difesa dei diritti degli oppressi, e in particolare degli adivasi, i nativi dell’India. Nata nel 1926 a Dhaka (allora Bengala orientale, oggi Bangladesh) in una famiglia di letterati e artisti, Devi si è trasferita nel Bengala occidentale dopo la Spartizione dell’India nel 1947; ha frequentato l’università fondata da Rabrindanath Tagore a Shantiniketan, in seguito si è stabilita a Calcutta. (Alcune notizie bio e bibliografiche sono qui e qui).
Difficile riassumere la sua opera in poche righe: significa parlare di letteratura, di come ha usato la tradizione orale e le lingue viventi dell’India (lei ha sempre scritto in bengalese, solo in un secondo tempo le sue opere sono state tradotte in inglese), e anche di militanza politica.
Il suo primo libro è del 1956, The Queen of Jhansi, la storia della giovane donna che guidò la prima rivolta contro il potere coloniale a metà del XIX secolo. Da allora ha pubblicato decine di romanzi e numerosi racconti, ora raccolti in 42 volumi dalla casa editrice Seagull di Calcutta. Storie raccontate con grande maestria letteraria («le donne dei suoi racconti sembrano balzare fuori dalle pagine e assumere tre dimensioni», notava durante una presentazione a Roma Anna Nadotti, curatrice di una raccolta dei racconti di Mahasweta Devi pubblicata presso Einaudi: La preda e altri racconti, 2004: una tra le pochissime traduzioni in italiano). Da alcune sue opere sono stati tratti dei film: in particolare  Madre del 1084, di Govind Nihalani (1998), dal romanzo omonimo, e più tardi Gangor, di Italo Spinelli (2011), ispirato al racconto Choli Ke Peeche(“Sotto il corsetto”). Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Magsaypay Award che è considerato un equivalente indiano del Nobel per la pace. Bisogna ricordare anche, in Italia, il Premio Nonino per “un maestro del nostro tempo”, 2005.
Ho incontrato diverse volte questa straordinaria scrittrice a Roma e poi a Calcutta: persona affascinante, Mahasweta didi ha sempre trovato il tempo per parlare delle sue battaglie. Nel testo che segue avevo cercato di rendere conto di questi incontri (lo riprendo da Il cuore di tenebra dell’India, ottobre 2012, mia ricerca sul conflitto sociale che percorre l’India profonda).  (ma.fo.)
Il diritto al sogno

«Io affermo che un diritto umano fondamentale è il diritto a sognare. Tutti hanno i propri sogni. Ad esempio un mondo senza polizia e sfruttatori, o il sogno dell’eguaglianza sociale. Grandi cose sono nate dai sogni.» Ritrovo queste frasi di Mahasweta Devi, forse la più grande scrittrice vivente in lingua bengalese, in una conversazione di qualche anno fa. Diritto a sognare, diceva, significa che «tutti hanno il diritto a rivoltarsi».
Mahasweta Devi ha speso gran parte della sua vita, e della sua scrittura, per sostenere il «diritto al sogno» degli oppressi – donne, contadini, operai, e in particolare degli adivasi, o «tribali», i nativi dell’India rurale. Nelle sue pagine si agita un mondo di oppressi, donne e uomini dell’India rurale profonda, storie di ingiustizie cocenti ma anche di rivolta, raccontate con umanità e passione. Il risultato è una produzione letteraria straordinaria, e insieme una vita dedicata alla militanza politica. («Dicono che unisco la scrittura all’attivismo sociale? Per me la scrittura è attivismo sociale», mi diceva ancora in quella vecchia intervista: «Le parole hanno un potere enorme. Le grandi armi non durano, hanno il potere di distruggere ma non di creare. le parole creano, e le parole durano. … La scrittura è uno strumento di battaglia»).
Torno a cercare Mahashweta didi al termine del mio ultimo viaggio in Jharkhand, nel dicembre 2011. La trovo seduta sulla sua sedia piena di cuscini nel minuscolo terrazzino di casa sua, un condominio popolare nella Calcutta sud, davanti a un tavolo ingombro di libri e carte. Questa faccenda delle terre tolte ai contadini per darla alle industrie è l’ultima ingiustizia, mi dice quasi spazientita, perché lei queste cose le dice e le scrive da anni. E ormai lei è stanca, borbotta. Ma poi torna a infervorarsi: a 86 anni compiuti Mahasweta Devi continua a scrivere, a mobilitarsi per sostenere i movimenti popolari, formare comitati, raccogliere aiuti, spendere la sua autorevolezza per sostenere cause di giustizia – e scrivere racconti, con quel suo linguaggio che cattura i lettori.
«L’ingiustizia sociale è ovunque», ripete nel mite inverno di Calcutta: «La giustizia del resto non è cosa che ti può essere consegnata: va conquistata, e una persona sola non ce la farà mai, ci vuole una volontà collettiva».
Sui tribali, insiste Devi, resta lo stigma sociale della colonizzazione: anche nella “nuova” India indipendente gli è rimasta addosso l’etichetta di vagabondi e criminali appioppata loro dai colonizzatori britannici. «Vivono nelle foreste, esclusi dalle modernità come l’istruzione, l’acqua potabile o le strade. Ci sono 90 milioni di tribali in India: usati, linciati, uccisi dalla polizia nella totale impunità. E cacciati dalle loro terre. Per me, lavorare per ristabilire i loro diritti umani e di cittadini è la cosa più importante. Eppure, la società adivasi è per molti aspetti la più civile in India. Pensa: non c’è disparità di genere, le donne non hanno un ruolo subalterno. Donne e uomini hanno pari diritto all’eredità. Non esiste il sistema della dote, divorzio e nuovo matrimonio sono ammessi per uomini e donne. È una società egualitaria».
Eppure non c’è idealizzazione in ciò che dice Mahasweta Devi. Cresciuta in una famiglia di poeti e scrittori, formata all’università di Shantiniketan nel 1936, quando era ancora vivo Rabindranath Tagore, Mahasweta Devi è convinta che la tradizione orale sia una fonte importante della storia: «Il mio primo libro è stato The Rani of Janshir. Questa rani [regina] era stata una leader della prima guerra di indipendenza contro i britannici, nel 1857-’58. Aveva combattuto con un esercito di donne. Io volevo capire perché una donna che era stata maritata a 8 anni, all’età di 18 decide di andare a combattere, si mette alla testa di un’armata, cavalca, combatte, fino a essere uccisa a 22 anni. Cosa l’ha spinta? Così ho lavorato alla sua biografia. Mio figlio aveva 4 anni, l’ho lasciato a mio marito e ho viaggiato nelle zone remote dove la rani aveva vissuto, a raccogliere la memoria di quegli eventi: per me la tradizione orale è una fonte importante della storia».
Parla anche della cultura e della lingua, anzi le numerose lingue tribali. «C’è molto da scoprire in ciò che le persone magari analfabete raccolgono nella loro memoria», mi diceva. «In tutti questi anni ho cercato di scoprire l’India, la vita delle persone comuni, le ingiustizie, le enormi potenzialità di tante persone forti, coraggiose, che soffrono e combattono. La natura dello sfruttamento va scoperta. Anche la lingua: se scrivi delle comunità di pescatori, o contadini, o tribali, devi rispettare il loro linguaggio così diverso da quello di una persone istruita urbana. Siamo circondati di lingue viventi: dobbiamo ascoltarle con rispetto e usarle».
Parla delle donne: «Io scrivo di una società in cui donne, uomini, bambini, tutti sono vulnerabili. La donna però è più vulnerabile, e proprio per il suo corpo: è stato così attraverso la storia. È così nella vicenda di Draupadi, uno dei miei racconti: al centro c’è lei che subisce uno stupro di gruppo. E perché? perché dava sostegno ai giovani ribelli della sua comunità tribale. Suo marito è stato ucciso. Per “punirla” della sua ribellione sarebbe bastata anche per lei una pallottola, ma invece decidono per lo stupro. La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli: questa è l’immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l’acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione fai violenza al suo corpo. Io parlo dell’India ma questo è vero ovunque, donne punite perché si sono ribellate al sistema». Già, non ricorda forse una nuova versione di Draupadi la terribile violenza inflitta a Soni Sori, “punita” per aver continuato a vivere e battersi per la sua gente nelle foreste della regione Bastar?
Mahasweta Devi dice che i conflitti nascono da «gap di comunicazione». Un gap comunicativo, diceva, «è che stai seduto nella tua comoda casa di Calcutta e non hai neppure idea della vita in un villaggio senza acqua potabile, strada, scuola, ambulatorio. Magari vai a vedere ma non sai come leggere ciò che vedi perché ti è lontano. Ci sono molti gap di comunicazione. Se parli e dici che una popolazione è rimasta senza casa, terra e diritti, e che non vogliono quattro soldi di risarcimenti ma terra, ti dicono che stai facendo political disturbance. E’ un altro gap di comunicazione».
Prima di congedarmi, nel suo terrazzino assolato, Mahasweta Devi tiene a ripetere che lei ha ancora molto da scrivere: e la scrittura, ripete, esiste se ha uno scopo.